Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
ALLORA ERAVAMO IN PIENI ANNI DI PIOMBO MA LA DESTRA IN PARLAMENTO EBBE IL CORAGGIO DI DIRE NO… OGGI PER ANDARE DIETRO A UN ELETTORATO DI ASPIRANTI BOIA REPRESSI LA DESTRA DEI POTERI FORTI VUOLE RIDURRE OGNI SPAZIO DI DISSENSO… PS IL MINISTRO DEGLI INTERNI DI ALLORA, ROGNONI, DUE ANNI DOPO AMMISE: “NON SERVE A NULLA”
Non è la prima volta che in Italia una legge istituisce un fermo di polizia, o fermo preventivo come viene detto quello che finirà nel nuovo pacchetto sicurezza del governo Meloni. Un testo, quello che vede la luce nel consiglio dei ministri di oggi 5 febbraio, limato e corretto più volte dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che la stagione in cui fu applicato il fermo di polizia la ricorda bene, come ricorda le polemiche che costrinsero l’allora ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, a non rinnovare quella norma. E infatti, proprio il tema dei limiti al trattenimento in questura, su cui ha almeno in parte ceduto, accettando che ci sia e che duri fino a 12 ore, è quello su cui Mattarella più ha insistito, come è filtrato in più occasioni dal Colle nei giorni scorsi.
Come funzionava il fermo di polizia
La legge n.15 del 6 febbraio 1980 (pubblicata nella gazzetta ufficiale del 7 febbraio 1980) era la conversione del cosiddetto decreto Cossiga, il 625 del 15 dicembre 1979, che prendeva il nome da quello dell’allora presidente del Consiglio, Francesco Cossiga. Siamo nel pieno degli anni di piombo, Aldo Moro è stato ucciso il 9 maggio 1978 e da allora gli arresti per tentare di arrivare al cuore delle Brigate rosse si susseguono. La “retata” in ambito di inchieste politiche più nota è quella del 7 aprile 1979 che ipotizzava un unica organizzazione al vertice del terrorismo rosso, con Toni Negri tra i suoi esponenti principali. Si susseguono però anche gli omicidi e gli attentati, tra i quali l’omicidio del giudice Emilio Alessandrini e lo scontro armato tra forze dell’ordine e Br in piazza Nicosia, nel cuore di Roma.
Legge Reale e decreto Cossiga
Ed è in questo clima che, in rafforzamento della prima legge “speciale”, del 1975, la legge Reale – che aveva introdotto un primo fermo di indiziato di delitto ma anche la perquisizione per sospetto di armi o droga, ancora in vigore – nel 1979 il governo Cossiga vara un nuovo pacchetto di norme con molte novità significative, tra le quali l’introduzione del reato associativo con finalità eversive. In quel pacchetto di norme c’è anche il fermo preventivo di polizia per individui che “stanno per commettere un reato”.
Il fermo di polizia del 1979
Il decreto sicurezza, diremmo oggi, dell’epoca, spiegava quando e come potesse essere applicato il fermo di polizia: “Quando, nel corso di operazioni di polizia volte alla prevenzione di delitti, se ne appalesi l’assoluta necessità ed urgenza, gli ufficiali e gli agenti di pubblica sicurezza possono procedere al fermo di persone nei cui confronti, per il loro atteggiamento ed in relazione alle circostanze di tempo e di luogo, si imponga la verifica della sussistenza di comportamenti ed atti che, pur non integrando gli estremi del delitto tentato, possano essere tuttavia rivolti alla
commissione dei delitti indicati nell’articolo 165-ter del codice di procedura penale o previsti negli articoli 305 e 416 del codice penale”, il riferimento era quindi ai reati di cospirazione politica o associazione per delinquere.
La perquisizione
Il fermato, diceva ancora la legge, poteva essere sottoposto a “perquisizione personale” e gli agenti potevano “assumere sommarie informazioni dal medesimo, osservate le disposizioni di cui all’art. 225-bis, secondo comma, del codice di procedura penale”. Il trattenimento poteva durare al massimo quarantotto ore (in una prima versione era fino a 96 ore), se gli indizi erano poi “infondati” il fermato veniva liberato, se confermati andava in carcere “a disposizione del procuratore della Repubblica”.
La norma proseguiva specificando: “In ogni caso gli ufficiali e agenti di pubblica sicurezza devono dare immediata comunicazione del fermo e della perquisizione al procuratore della Repubblica” e ne seguiva un vero e proprio procedimento di convalida del fermo che veniva, altrimenti, annullato. Interessante notare che la norma prevedeva che ogni due mesi il ministro dell’Interno dovesse riferire al parlamento sull’andamento dell’applicazione di questi fermi.
La decisione di Virginio Rognoni
La norma che permetteva i fermi preventivi, su presupposti molto generici fu molto contestata anche perché i fermi arbitrari erano all’ordine del giorno e già si cominciava a parlare di violenze sui fermati (anche se i casi più documentati emergeranno negli anni successivi). Fatto sta che, dopo un primo rinnovo, la validità transitoria del provvedimento fu fatta decadere dall’allora ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, il 31 dicembre 1981, nonostante il sequestro del generale Nato James Lee Dozier fosse appena avvenuto (e dovesse concludersi nel gennaio del 1982).
Ed è singolare ricordare che, interrogato su quelle vicende, ma anche su una ipotesi circolata già quindici anni fa di istituire i fermi preventivi, Virginio Rognoni disse alla Stampa, era il 2010, che il fermo preventivo “non servì a niente. e infatti a un certo punto lo levammo”: “Si sbaglia nel non distinguere tra la punizione per reati già commessi e il processo alle intenzioni“. E quando il giornalista gli chiedeva cosa pensasse dell’ipotesi di Daspo urbano avanzato nel 2010, Rognoni commentava: “Sono contrario anche a quelli. Mi sembrano provvedimenti illiberali
anche quelli. I cortei sono libere manifestazioni di pensiero non si può impedire a nessuno di parteciparvi”. Anche se poi si va a spaccare vetrine e tirare pietre ai poliziotti, gli aveva chiesto il cronista: “Se lo si fa lo si arresta e lo si mette in carcere ma non si può intervenire prima sulla base di una supposizione”.
(da Open)
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Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
VANNACCI DEVE RIUSCIRE NEL COMPITO IN CUI HA FALLITO SALVINI: DIVENTARE UN COLLETTORE DI FORZE FILO-RUSSE DEL MONDO FASCIO-GRILLINO … MOSCA GIA’ GODE NEL VEDERE IL GOVERNO FILO-UCRAINO DI MELONI SBANDARE PER NON PERDERE LO ZOCCOLO DURO DEGLI INCAZZATI PER LA SUA DERIVA DEMOCRISTIANA
Davanti ai sommovimenti politici recenti, è utile tornare al 2022. Era il 16 settembre e Mario Draghi,
premier in uscita e senza più freni di fronte alla litigiosa maggioranza che l’aveva sfanculato, nove giorni prima delle elezioni che avrebbero sancito l’inizio dell’era meloniana, disse velenoso come una vipera:
“La democrazia italiana è forte, non si fa battere dai nemici esterni e dai loro pupazzi prezzolati. È chiaro che negli ultimi anni la Russia ha effettuato un’opera sistematica di corruzione in tanti settori, dalla politica alla stampa, in Europa e negli Stati Uniti…”.
Con chi ce l’aveva allora Draghi? È una domanda che torna d’attualità oggi, con la scissione dalla Lega del putiniano Roberto Vannacci.
A chi giova l’uscita del generalissimo con la fissa per la Xmas dalla Lega, partito in cui era salito nemmeno dieci mesi fa, finendo subito promosso con i galloni di vicesegretario?
Di sicuro non se ne avvantaggia Giorgia Meloni che finora è riuscita, con il suo abilissimo camaleontismo, a barcamenarsi tra trumpismo alla vaccinara, europeismo un tanto al chilo mantenendo salda una postura filo-ucraina e anti-russa.
Altrettanto certo, però, che a Mosca, dove Vannacci è stato addetto militare all’ambasciata italiana tra la fine del 2020 e il maggio del 2022, abbiano stappato la vodka buona.
L’Italia, per la Russia, è sempre stata il ventre molle dell’Europa: ha un’opinione pubblica debole, che si informa poco e male, è storicamente imbelle e affascinata dai leader forti, meglio se con qualche pulsione autoritaria, come conferma un recente sondaggio di Ilvo Diamanti (il 57% ritiene che il Paese abbia bisogno di un uomo, o una donna, forte).
Cosa c’è di meglio di una nuova formazione politica che soffi sul fuoco e incalzi il governo cercando di bloccare gli aiuti militari all’Ucraina, come non è mai riuscito a fare Matteo Salvini in questi anni?
Curiose sono anche le prese di posizione di certi esponenti della Lega, partito da sempre vicino alla Russia di Putin (ci fu anche un’inchiesta, poi archiviata, su presunti fondi, di cui esponenti del Carroccio avrebbero discusso all’Hotel Metropol di Mosca), che adesso prendono le distanze sia da “Mad Vlad” che dal generale in vestaglietta.
Ieri Carmelo Caruso, sul “Foglio”, riportava una domanda del deputato Stefano Candiani: “Bisogna capire chi tira i fili di Vannacci: i russi?”. E se lo dicono gli uomini di Salvini, significa che qualcosa di strano si sta muovendo.
Curiosa anche l’uscita del politologo Alessandro Campi, vicino a Fratelli d’ITalia (ex direttore di “FareFuturo” ai tempi della svolta di Gianfranco Fini, e poi rimasto legato alla Fiamma, nonché fresco di ingresso nel board dei musei nazionali di Perugia, nominato da Alessandro Giuli).
Scrive Federico Capurso sulla “Stampa”: “lo strappo del generale ha ‘strane tempistiche – osserva Campi – e sembra dettato da ragioni non di politica interna, ma esterne ai confini nazionali’.
Detta fuori dai denti: ‘Avere una forza politica con posizioni apertamente filorusse potrebbe essere un interesse reale di Mosca, così come dell’estrema destra americana. Ci si interrogherà sui messaggi di Futuro Nazionale, sui suoi finanziamenti, sulla sua rete di relazioni europee'”.
Il primo effetto della scissione leghista sarà un “riposizionamento” politico: come emerge già dalla deriva “legge e ordine” sul tema sicurezza, l’attivismo di Vannacci non farà altro che spostare il Governo ancora più a destra: Giorgia Meloni è ben consapevole che l’elettorato duro e puro ex Msi, quello che la seguì dall’inizio, quando fondò Fratelli d’Italia, è deluso dal suo camaleontismo, e guarda con interesse all’esperimento vannacciano.
Sono significativi i dati del sondaggio Youtrend che assegna a “Futuro Nazionale”, il possibile partito di Vannacci, il 4,2%: secondo la rilevazione, toglierebbe infatti più voti a Fratelli d’Italia che alla Lega. Il partito meloniano perderebbe l’1,1%, il Carroccio lo 0,9%
Come scrive Antonio Polito sul “Corriere della Sera”, oggi: “C’è un magma elettorale indistinto che si agita soprattutto nel vasto oceano dell’astensione. ‘Angry white men’, come li chiamano i politologi americani; oppure ‘forgotten men’ come li chiama Trump; ‘nativi incazzati’, potremmo tradurre noi.
Gente che si sente dimenticata nella propria condizione sociale, e ne fa colpa agli immigrati. Elettori delusi dai partiti di destra, a partire da quello della premier, che hanno dovuto imparare l’arte pragmatica (ed europeista) del governo. […] Estremisti che scambierebbero volentieri Putin con i nostri politici”.
Un elettorato che in questi anni si è rifugiato via via dietro ai “vaffa” grillini, poi agli strali anti-migranti di Salvini nel primo governo Conte, e infine ha visto nella sora Giorgia il suo nuovo angelo vendicatore.
Si tratta di uno zoccolo duro di italiani su cui, in quattro anni di guerra in Ucraina, la propaganda putiniana ha attecchito molto bene, fomentata dai talk show di La7 e Rete4 dove vengono ospitati presunti esperti di provata fede putiniana. Pupazzi prezzolati, come li definiva Draghi.
La domanda da cento pistole è: c’è o non c’è lo zampone dell’orso russo dietro alla scissione di Vannacci?
Come si finanzia il nuovo partito del generale, sconosciuto a tutti fino al 2023, quando “Repubblica” parlò per prima del suo libro, autoprodotto, “il Mondo al Contrario”?
È vero che Salvini ha sempre votato con il Governo sui decreti che finanziavano gli aiuti militari all’Ucraina, ma è altrettanto vero che in questi anni ha sempre frenato ogni scatto in più della solidarietà verso Kiev con distinguo, prese di posizione, parole dure e alcune volte vergognose (l’ultima a dicembre, quando ripeté a pappagallo le tesi della propaganda di Putin, e finì citato dalla portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: “Né Hitler, né Napoleone sono riusciti a mettere in ginocchio Mosca, dubito che ci riusciranno Kaja Kallas, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz.
Alle putinate di Salvini, si aggiungano anche le sbandate “pacifinte” del M5s e di Giuseppe Conte, che da premier nel 2020 fece sfilare l’esercito russo per le strade italiane per l’operazione “Dalla Russia con amore”.
Insomma, “Mad Vlad” in Italia ha già molti fiancheggiatori e trombettieri più o meno involontari: Vannacci a cosa serve?
Secondo Polito, il generale potrebbe essere il collettore del vasto mondo di “pacifinti” anti-occidentali, anti-sionisti, filo-putiniani che spazia dai vecchi fasci ai sinistrati come Barbero, Odifreddi, D’Orsi, sempre pronti a prendere le difese di Putin (lo storico che piace alla gente che piace l’altro giorno si è messo a ridere sostenendo che la Crimea sia Russia, e lo sia sempre stata):
“Quanti italiani così sarebbero mobilitabili se trovassero un capo credibile, sempre ammesso che Vannacci lo sia? Quanti ce ne sono anche nel campo dell’opposizione, e perfino della sinistra?
Non a caso dall’ex comunista Rizzo all’ex fascista Alemanno, dal pistolero ex Fdi Pozzolo al sindacalista ex Avs Soumahoro, le attrazioni fatali per il generale si sprecano (con l’ex grillino Di Battista in panchina che suona la balalaika). Invece del bianco, rosso e verde della bandiera italiana, Vannacci potrebbe finire così col vestire i colori rosso e bruno, mettendo insieme la prole dei due peggiori totalitarismi del Novecento”.
(da Dagoreport)
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Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
C’È LA POSSIBILITÀ DI FERMO PREVENTIVO, MA SOLO PER 12 ORE, E I PM POTRANNO DISPORRE IL RILASCIO IMMEDIATO… SALTANO LA CAUZIONE PER GLI ORGANIZZATORI DEI CORTEI E LA “NORMA ALMASRI”
Il Consiglio dei ministri ha varato il nuovo decreto Sicurezza, con al suo interno diverse misure fortemente discusse: il fermo preventivo per i manifestanti sospetti, lo scudo penale, stretta su espulsioni dei migranti e il divieto di porto e vendita di coltelli ai minori.
Insieme al decreto che entrerà in vigore subito, nel pacchetto sicurezza appena approvato c’è anche il disegno di legge con norme in materia di ricongiungimenti familiari, sgomberi Il governo aveva annunciato il provvedimento negli scorsi giorni ma dopo i fatti di Torino ha accelerato i lavori per l’approvazione. Tuttavia, le interlocuzioni col Colle hanno costretto Chigi ad apportare correzioni su alcune norme, tra cui il fermo preventivo e lo scudo penale, e ad eliminarne di altre, come la cauzione per gli organizzatori dei cortei e la cosiddetta “norma Almasri” sull’espulsione i soggetti pericolosi nel loro Paese d’origine. Vediamo nel dettaglio tutte le novità.
Come funzionerà il fermo preventivo introdotto dal governo
Il fermo preventivo ci sarà, ma sarà diverso da come il governo, in primis Matteo Salvini, se l’era immaginato. Innanzitutto non sarà di 24 ore ma di 12 e si limiterà a situazioni in cui ci siano forti indizi a carico del manifestante: ad esempio, il possesso di armi o se la persone ha già dei precedenti. Il testo introduce “la possibilità per gli ufficiali e gli agenti di polizia, nel corso di specifici servizi di polizia disposti in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperte al pubblico, di accompagnare nei propri uffici, e ivi trattenere per non oltre 12 ore per i conseguenti accertamenti di polizia, persone per le quali (…) sussista il fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche”, si legge all’articolo 7 della bozza del decreto.
Non si potrà esser fermati dunque, per il semplice sospetto di essere pericolosi, ma serviranno elementi oggettivi, in particolare “specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo, sulla base di elementi di fatto, anche desunti dal possesso di armi, strumenti atti ad offendere, dall’uso di petardi, caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona o dalla rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza alle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi 5 anni”. In ogni caso la misura andrà immediatamente comunicata all’autorità giudiziaria che dovrà decidere se sussistono le condizioni per il fermo o meno. “Sono una dozzina le fattispecie di reato per cui scatta il divieto:
Scudo penale esteso a tutti
Anche per quanto riguarda lo scudo penale ci sono state delle limature rispetto alla versione pensata dalla maggioranza. La norma che elimina l’automatismo legato all’iscrizione nel registro degli indagati nei casi di legittima difesa o dove sussista un’evidente causa di giustificabilità, non riguarderà solo gli agenti nell’esercizio delle loro funzioni ma tutti i cittadini. Il Quirinale infatti, ha chiesto di estendere lo scudo in virtù del principio secondo cui “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge” ed evitare così trattamenti privilegiati nei confronti di singole categorie, come appunto, le forze dell’ordine. Anche qui comunque, l’ultima parola spetterà al giudice.
“Per incrementare le tutele per i cittadini e anche per le Forze di polizia, il pubblico ministero, quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), procede all’annotazione preliminare, in separato modello – da introdursi con apposito decreto del ministro della giustizia del nome della persona cui è attribuito il fatto, disciplinando l’attività di indagine”, si legge all’articolo 12 e 13 della bozza. “Sono assicurate le garanzie difensive oggi conseguenti all’iscrizione nel predetto registro”.
Scatta il divieto sui coltelli
Col decreto arrivano i nuovi limiti per la vendita di armi bianche, in particolare strumenti da punta e taglio, ai minori. Sarà vietato tenere o vendere armi da taglio e sono previste pesanti sanzioni per chi non rispetta il divieto, con multe da 500 a 3mila euro, aumentate fino a 12mila in caso di reiterazione e la sospensione o revoca della licenza per i venditori (inclusi i negozi online). Si prevede inoltre, l’obbligo per l’esercente di tenere un registro elettronico per inserire quotidianamente le singole operazioni di vendita, pena sanzioni amministrative da 2mila a 10mila euro.
Piazze vietate ai condannati per terrorismo o lesioni ad agenti
Il dl introduce anche il divieto di partecipazione a riunioni o ad assembramenti in luogo pubblico per chi è stato condannato da un giudice per una serie di delitti (attentato per finalità terroristiche o di eversione, devastazione e saccheggio, lesioni contro agenti delle forze dell’ordine, sanitari o arbitri). Secondo quanto si apprende, per verificare che il divieto venga rispettato, il questore potrò prescrivere al condannato di comparire personalmente una o più volte, negli orari indicati, nell’ufficio o comando di polizia competente nel corso della giornata in cui si svolgono le manifestazioni. Inoltre, ono previste pene da 4 mesi a un anno per la violazione del divieto.
La stretta sui ricongiungimenti familiari
Espulsioni più facili e veloci e spazio anche alla stretta sui ricongiungimenti familiari dei migranti. Quest’ultima però non è contenuta all’interno del decreto, ma nel disegno di legge previsto all’interno del pacchetto sicurezza. La misura era stata più volte annunciata dalla Lega, che punta a “rendere possibile l’arrivo in Italia solo dei parenti stretti” dei migranti minori “con nuovi criteri per quanto riguarda il reddito per preservare il welfare sociale a carico dei Comuni”.
La norma sugli sgomberi di tutti gli immobili
Una parte del dossier sicurezza è dedicata anche alla questione sgomberi. Il ddl estende le procedure introdotte nel 2025 per le occupazioni relative alle prime case a tutti gli immobili. Anche le seconde case occupate abusivamente dunque, saranno soggette a sgomberi immediati.
Salta la cauzione per gli organizzatori dei cortei
Salta, come preannunciato, la cauzione per chi organizza cortei. La misura pensata come una garanzia di possibili danni causati nel corso di una manifestazione e rilanciata dalla Lega si è scontrata con i paletti del Colle. L’idea di una cauzione
infatti risulterebbe incostituzionale perché in contrasto con la libertà di riunione sancita dalla Carta.
Fuori anche la norma salva Almasri
Fuori anche la cosiddetta “norma Almasri”, che prevedeva l’espulsione di persone pericolose verso il loro Paese di origine. La misura aveva fatto infuriare le opposizioni, che ci avevano visto una sorta di salvacondotto per il governo per sanare vicende simili a quella del torturatore libico Almasri, arrestato in Italia ma poi scarcerato e rimpatriato su un volo di Stato. Anche in questo caso però, la norma è stata bocciata in quanto in conflitto con i trattati internazionali.
(da Fanpage)
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Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA BOCCIATURA DELL’EMENDAMENTO POTREBBE ESSERE PER SASSO E ZIELLO LA SCUSA PER ROMPERE CON LA LEGA E BUTTARSI FRA LE BRACCIA DI QUELLA CHEERLEADER PUTINIANA DI VANNACCI
I deputati leghisti Edoardo Ziello e Roberto Sasso, ritenuti vicini a Roberto Vannacci, e Emanuele
Pozzolo (ex FdI già passato tra le file di Futuro Nazionale) hanno sottoscritto un emendamento al decreto Ucraina che chiede “la soppressione totale dell’impegno da parte del governo dell’autorizzazione all’invio di nuove forniture e equipaggiamenti militari a favore delle autorità governative di Kiev”.
Lo annuncia, interpellato dall’ANSA, Ziello. A chi gli chiede cosa accadrà se la maggioranza boccerà tale emendamento, risponde: “Prenderemo atto. Poi io faccio una valutazione per me. Pozzolo è già nel misto, vediamo” anche “Sasso eventualmente cosa farà”.
Sasso e Ziello erano i due deputati che a metà gennaio, in Aula, già votarono contro la risoluzione di maggioranza sull’Ucraina. Alla domanda se passerà con Vannacci lasciando la Lega, Ziello ribatte con una citazione letteraria: “Del doman non v’è certezza”.
“Nello stesso momento in cui Rizzo celebra il congresso di Dsp con Lavrov e l’ambasciatore russo nasce il partito di Vannacci che contesta alla Lega il sostegno all’Ucraina. Non credo sia una bizzarra coincidenza. Siamo sicuri si chiami ‘cosa
nera’ e non ‘cosa russa’?”. Lo scrive sui social Marco Lombardo senatore di Azione.
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
SORGI: “SE VANNACCI MANTIENE ANCORA IL SUO MEZZO MILIONE DI VOTI RACCOLTI ALLE EUROPEE (MA È LECITO DUBITARNE), VALE PIÙ O MENO IL 2 PER CENTO. CHE SOMMATO AL 3-3,5 ATTRIBUITO DAI SONDAGGI A CALENDA, ALTRO POSSIBILE ALLEATO DEL CENTRODESTRA, FA UN 5-5,5. QUEL CHE PUÒ BASTARE A DETERMINARE UN PAREGGIO TRA LE COALIZIONI”
Nella storia recente (Seconda-Terza Repubblica) ci sono due tipi di scissione. Uno, per intendersi, è quello del 2017 di Speranza e Bersani dal Pd. Scissione destinata a fondare un partito, o un partitino come “Articolo 1”, a restare comunque nell’area del partito-padre o madre, a siglare poco dopo una ricomposizione, e nel frattempo a raggiungere un accordo onorevole sulle liste elettorali del 2018.
In un certo senso era simile a questo modello anche la scissione di Renzi da cui nacque “Italia viva” (2019), solo che in quel caso c’era un tacito accordo di non riunificazione e l’alleanza è rimasta all’interno della coalizione di centrosinistra […] Esiste inoltre un terzo tipo di scissione, modello Fini-Futuro e Libertà del 2010, aggravata da una rottura e da una successiva incompatibilità personale […] Di lì in poi Fini si spostò progressivamente verso il centro e uscì dalla politica attiva.
È ancora presto per dire a quale tipo di scissione appartenga quella di Vannacci. Dipenderà dai suoi rapporti con il centrodestra, e in particolare dalla decisione di Meloni se tenerlo dentro o fuori la coalizione.
Quanto alla sua relazione personale con Salvini, il leader della Lega che lo aveva innalzato al ruolo di vicesegretario, sembra averla presa proprio male. E d’altra parte Vannacci aveva giurato davanti al popolo di Pontida, e “da uomo d’onore”, che non se ne sarebbe mai andato. per decidere alla premier basterebbe una piccola articolazione della nuova legge elettorale, una soglia di sbarramento più alta, un meccanismo di recupero del miglior perdente più ostico, per imporre l’isolamento politico e rendere la vita più difficile al generale.
Il quale, se mantiene ancora il suo mezzo milione di voti raccolti alle Europee (ma è lecito dubitarne), vale più o meno il 2 per cento. Che sommato al 3-3,5 attribuito dai sondaggi a Calenda, altro possibile, ma non ancora scontato alleato del centro destra, fa un 5-5,5.
Quel che può bastare a determinare un quasi pareggio tra le coalizioni e a mettere a rischio, seppure per pochi voti, per il centrodestra l’assegnazione del premio di maggioranza.
(da La stampa?
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Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ITALIANI SEMBRANO AVERE MOLTA PIÙ FIDUCIA SUL FUTURO DELL’UE RISPETTO A QUELLO DELL’ITALIA: IL 52% CREDE CHE LE COSE STIANO ANDANDO NELLA GIUSTA DIREZIONE IN EUROPA, MENTRE SOLO IL 43% LO PENSA DELL’ITALIA. FATE LEGGERE I RISULTATI DI QUESTA RICERCA A VANNACCI CHE UN GIORNO SI’ E L’ALTRO PURE BOMBARDA L’EUROPA
Sorpresa: gli italiani sono più europeisti. Seconda sorpresa: lo sono diventati durante il governo di
Giorgia Meloni, in un’epoca in cui prevale la retorica del “ritrovato orgoglio italiano”. Terza sorpresa: tra i cittadini europei, gli italiani sono di gran lunga quelli più intimoriti dalle minacce che incombono sul Vecchio Continente, siano esse la guerra in Ucraina, i cyberattacchi, il terrorismo, ma anche la dipendenza energetica e quella militare da altri Paesi.
Il quadro emerge dalla rilevazione periodica di Eurobarometro, il sondaggio diffuso dal Parlamento europeo, che ha scattato una fotografia per certi versi inedita: il 52% degli italiani è convinto che l’appartenenza all’Unione europea sia un fattore positivo.
Per capire l’eccezionalità del dato (che resta comunque inferiore alla media Ue, 62%) non basta guardare quest’ultima fotografia, secondo la quale più della metà dei cittadini è contento di far parte dell’Ue. Bisogna scorrere tutto il film e ricostruire l’evoluzione di questo sentimento per scoprire che negli ultimi anni le rilevazioni di Eurobarometro non avevano mai registrato un dato così alto.
Per trovare un valore vicino, seppur inferiore, a quello appena registrato bisogna risalire al 2007: all’epoca gli italiani erano divisi sulla stessa domanda: 50% e 50%). Dopodiché, nel periodo successivo, gli euroentusiasti sono sempre stati in minoranza, con un picco negativo nella seconda metà del 2016 (33%), l’anno della Brexit e dei flussi migratori record in Italia. Nel 2024 il dato era fermo al 45%, sette punti in meno rispetto all’ultima rilevazione, segno che il “salto” è avvenuto nell’ultimo anno.
Difficile trovare una ragione precisa dietro questo trend, che trova conferma anche in un altro quesito posto dal sondaggio: «In generale, per lei l’Ue evoca un’immagine…». Più della metà degli intervistati (il 51%) ha risposto “positiva”, segnando un’inversione di rotta rispetto agli ultimi anni. Fatta eccezione per un picco estemporaneo registrato alla fine del 2021 (54%), in occasione del lancio del Recovery Fund, il dato si è sempre assestato a livelli bassi, con picchi negativi alla
fine del 2013 (solo il 26% aveva un’immagine positiva dell’Ue) e alla fine del 2018 (30%) durante il governo gialloverde.
In generale, il 55% degli intervistati sarebbe “più preoccupato” se il proprio Paese non fosse più membro dell’Unione. Gli italiani sembrano avere molta più fiducia sul futuro dell’Ue rispetto a quello dell’Italia: il 64% è ottimista sull’avvenire del nostro Paese e il 34% è pessimista, mentre sull’Ue gli ottimisti sono il 67% e i pessimisti solo il 29%.
Secondo gli italiani, l’Ue dovrebbe focalizzarsi di più sulla Difesa (che figura al primo posto nella classifica delle priorità), sull’economia e sulla competitività. In ogni caso, il 52% crede che le cose stiano andando nella giusta direzione in Europa, mentre solo il 43% lo pensa dell’Italia
(da La Stampa)
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Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
SCOMPARE PURE LA CAUZIONE, CHIESTA DA SALVINI, PER CHI ORGANIZZA CORTEI E MANIFESTAZIONI … I DUBBI ANCHE DEL PRESIDENTE DEL SENATO LA RUSSA: “NO A MISURE CHE POSSONO APPARIRE DA STATO DI POLIZIA”
L’unico che ha voglia di scherzare è Matteo Piantedosi. È davanti alla sala del governo di Palazzo Madama. «Ministro, davvero arrivano leggi così liberticide?». «Ma no, stia tranquillo – sorride – soltanto a piccole dosi…».
Di queste norme contestate, due ore dopo, discutono al Quirinale Sergio Mattarella e Alfredo Mantovano. Come quasi sempre, restando sul merito giuridico e costituzionale. Il Capo dello Stato insiste su due aspetti non irrilevanti: lo scudo penale valga per tutti i cittadini, il fermo preventivo sia circoscritto in modo solido e con il coinvolgimento di un magistrato. A sera, le luci di Palazzo Chigi restano accese: riunione fiume, l’ennesima, per tradurre le sollecitazioni in commi e articoli.
È il governo a dover decidere quanto accogliere, quanto rischiare. Senza le modifiche richieste, il Quirinale bloccherebbe il decreto. A Giorgia Meloni spetta la scelta politica. E d’altra parte, le indicazioni del Colle non sono dettagli: condensano la differenza tra un autentico strappo costituzionale e regole comunque in equilibrio (precario) attorno alla lettera della Carta.
Il nodo forse più delicato è quello del fermo preventivo. Mattarella invita subito a togliere dal tavolo l’ipotesi di bloccare un manifestante soltanto perché sospetto, o per precedenti: non sarebbe costituzionalmente sostenibile. Servono fondate e motivate ragioni. Ad esempio, il possesso di armi o altri oggetti atti al travisamento.
Ma non basta. Il Colle chiede che sia coinvolto un magistrato, affinché la responsabilità sia condivisa e non solo in capo alle forze dell’ordine. Il pm sarà avvisato, propone l’esecutivo, ma non dovrà confermare tutte le misure (né, d’altra parte, avrebbe il tempo di farlo). Il compromesso potrebbe essere quello che la Procura possa almeno intervenire “in modalità interdittiva”: in altri termini, una volta ricevuta la comunicazione e analizzata la ragione del fermo (come e in che modo, non sembra chiaro, né facilmente praticabile) potrebbe decretare l’immediata fine della misura o comunque prima dello scadere delle dodici ore.
Ma il Capo dello Stato chiede anche altro. Subordina il via libera al cosiddetto scudo penale al fatto che valga per tutti i cittadini e non solo per gli agenti. È un problema di rispetto della Carta. Pur di portare a casa il risultato, il governo accetta.
L’obiettivo è un doppio registro, uno soltanto per gli indagati. Di fatto, una legittima difesa rafforzata, che è poi lo slogan che Meloni e Salvini vogliono spendere nella futura battaglia per l’egemonia della destra.
Sono forzature. Il Colle incassa le correzioni, o almeno: così sembra a sera, in attesa di capire come sarà la bozza finale del testo destinato al consiglio dei ministri di stasera.
Mattarella, dopo aver ricevuto l’altro ieri pure Matteo Salvini, ottiene un altro risultato: scompare la cauzione per chi organizza cortei e manifestazioni. Qualche nodo, comunque, resta.
C’è chi, e non sono pochi neanche nel centrodestra e ai vertici delle forze di polizia, nutre dubbi su alcuni specifici punti. Uno è Ignazio La Russa, che prima di essere presidente del Senato e attento alla sensibilità del Colle, è avvocato e, da giovane, militante in anni caldissimi e di piombo.
Prima del confronto tra Mattarella e Mantovano gli chiediamo delle misure e del rischio che siano restrittive di alcune libertà: «Possono apparire misure da Stato di polizia, ma va anche detto che il fermo preventivo era possibile negli anni Settanta, quando la Costituzione era questa, e durava assai di più. Lì era contro le Br e il terrorismo, oggi per un altro tipo di minaccia. Per me, comunque, dovrebbero prevedere un fermo di ventiquattro ore, ma con la possibilità per il giudice di esprimersi sulla validità del fermo.
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
SULLO SFONDO IL SOSTEGNO DI BANNON
Fino a qualche settimana fa qualsiasi analista e sondaggista avrebbe affermato con una certa
sicumera che in Italia non c’era spazio per una forza politica di estrema destra, a destra del governo. Oggi non siamo più tanti sicuri: un partito con leader Roberto Vannacci è dato nei sondaggi attorno al 4%, con spazio di crescita pescando voti tra il bacino di consensi di Fratelli d’Italia, Lega, ma potenzialmente anche dal Movimento 5 Stelle.
Nazioni Sovrane, il gruppo dei tedeschi di Alternative für Deutschland.
L’accordo con AfD non darebbe a Vannacci solo una casa all’Europarlamento e una famiglia continentale, ma soprattutto il sostegno della destra MAGA statunitense, pronta a investire nell’estrema destra euroscettica e filorussa, come dimostra l’apertura di credito agli estremisti tedeschi invitati alla Casa Bianca e sponsorizzati da Elon Musk.
Non è dunque un caso che Vannacci si sia distinto in queste ultime settimane su due parole d’ordine: la prima è farla finita con gli aiuti europei a Kiev (“Il sostegno all’Ucraina prolunga la guerra”, ha ribadito solo tre giorni fa) e la seconda è la remigrazione, che sta unendo l’estrema destra di tutta Europa che sogna di fare come Trump.
Su questo terreno non c’è solo la scelta di ospitare alla Camera il comitato guidato da CasaPound “Remigrazione e Riconquista” per tramite di Domenico Furgiuele, uno dei o tre deputati pronti a seguire Vannacci. È già in calendario al Teatro Verdi di Montecatini il prossimo 15 marzo l’evento “Il mondo al contrario II: Remigrazione”: biglietto d’ingresso 25 euro. Sarà interessante vedere chi sarà in prima fila e sul palco per il nuovo libro di Vannacci. Tra i movimenti continentali del Generale vale la pena segnalare la trasferta a Mendrisio, in Canton Ticino in Svizzera, dove è stato ospite degli ultra sovranisti dell’UDC: ad aspettarlo centinaia di contestatori, tra polemiche e momenti di tensione.
Il solito Steve Bannon di recente ha usato parole molto dure contro Giorgia Meloni, spiegando che una volta la premier “era fantastica” ma che ora è diventata “una globalista”. E non è escluso che potrebbe puntare delle fiches non solo sulla Lega,
ma anche sulla creatura di Vannacci. La destra MAGA potrebbe così influenzare il governo Meloni anche dell’esterno, agitando lo spauracchio di una forza politica di una certa rilevanza fuori dal recinto del centrodestra.
In questi giorni si è tornato a parlare in Italia di Steve Bannon, per i suoi stretti rapporti con Epstein e per come spesso e volentieri conversava con il magnate della necessità di sostenere in Italia la Lega di Matteo Salvini. Secondo La Stampa proprio il braccio destro dello stratega della destra USA, Benjamin Harnwell, avrebbe avuto contatti con l’uomo di Vannacci per il Sud Giulio Curatella. Insomma, non ci dovremmo stupire di vedere l’ex parà presto in trasferta negli States.
Le organizzazione neofasciste italiane come CasaPound non sono mai riuscite a entrare davvero nel gioco elettorale, ma oggi qualcosa potrebbe cambiare grazie a un leader con una grande visibilità e con un’altra storia, dietro cui accodarsi garantendo in cambio manovalanza e un certo radicamento sul territorio. Sul carro del Generale sono già saliti alcuni vecchi arnesi del neofascismo italiano come Mario Borghezio e il barone nero Jonghi Lavarini (tra i protagonisti dell’inchiesta Lobby Nera). Inserendosi in una trama di alleanze atlantiche ed europee, Futuro Nazionale potrebbe dare nuovamente respiro a un ambiente annichilito dal successo di Giorgia Meloni, che fino ad oggi sembrava non aver lasciato spazio alla sua destra. I fascisti sognano poltrone e riscatto, pronti a intrupparsi dietro il politico-influencer.
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL FISIOTERAPISTA, 28 ANNI, DISPONE DI UN CONTRATTO DI LAVORO STABILE E DI OTTIME REFERENZE
Trovare un appartamento in affitto a Pavia si sta rivelando un’impresa quasi impossibile per Oleg Romaniuc, 28 anni, cieco e accompagnato dal suo cane guida. «Quando i proprietari scoprono che con me vivrebbe anche Rudolph, il mio
labrador addestrato, fanno subito un passo indietro», racconta il giovane a La Provincia Pavese. E questo accade nonostante Oleg offra tutte le garanzie economiche richieste.
A 19 anni, Oleg ha perso la vista a causa di una leucemia. Dall’Ucraina è arrivato in Italia otto anni fa proprio per curarsi. Al Policlinico San Matteo di Pavia ha ricevuto un trapianto di midollo che gli ha salvato la vita. Da allora non ha più lasciato la città, dove vive insieme alla madre. Qui ha completato gli studi universitari e oggi lavora come fisioterapista libero professionista.
Il cane guida
Fondamentale nel suo percorso di autonomia è stato Rudolph, cane guida che lo accompagna da quattro anni in ogni aspetto della quotidianità: dall’università al lavoro, fino alle visite in ospedale. «Non stiamo parlando di un animale come gli altri – spiega Oleg – ma di un labrador selezionato e addestrato fin da cucciolo per muoversi in ambienti complessi senza creare problemi. Se non glielo chiedo io, può restare fermo nello stesso punto per ore».
Eppure, proprio la presenza del cane sembra rappresentare l’ostacolo principale. «Le agenzie immobiliari ormai mi conoscono tutte. Gli agenti si mostrano comprensivi, spesso si affezionano alla mia storia e a Rudolph, ma poi i proprietari rifiutano perché non accettano animali», racconta. In alcuni casi, Oleg sospetta addirittura una discriminazione: «Mi dicono che l’appartamento è già occupato. Poi faccio chiamare dalla mia fidanzata e improvvisamente risulta libero».
I «no» dei proprietari
Tra le motivazioni più frequenti, il timore che il cane possa rovinare una casa appena ristrutturata. Altri proprietari, invece, ammettono di temere le tutele legate alla sua invalidità, considerate un ostacolo nel caso volessero interrompere il contratto. «Da quando siamo in Italia abbiamo sempre pagato l’affitto regolarmente – sottolinea il 28enne – ho un lavoro, posso permettermi una casa e ho tutte le garanzie necessarie». La sua richiesta è semplice: «Ho il diritto di trovare un posto dove stare».
(da agenzie)
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