Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
NELLA LEGA SONO TRE I DEPUTATI VICINI A VANNACCI, MA NESSUNO PER ORA HA FORMALIZZATO L’ADDIO
Mollato in blocco dai giornali di destra (non solo quelli del gruppo Angelucci, che lo dipingono come
un disertore), con le pressioni montanti nel centrodestra perché spengano i riflettori anche le trasmissioni sovraniste targate Mediaset, e neanche a dirlo la Rai, che mezzo resta a Roberto Vannacci per fare proseliti e ingrossare le fila del suo partito neonato? Per ora si offrono gli influencer. «Sogno un tridente Adinolfi-Vannacci-Corona», va dicendo da qualche giorno Mario Adinolfi, tirando in ballo Fabrizio Corona, che pure ha ventilato una sua discesa in campo tramite il suo Falsissimo (ma visto il carattere del personaggio, difficilmente farebbe da secondo al generale). Lo stesso Adinolfi pubblica su Instagram un manifesto di questo tridente immaginario, con Corona e Vannacci, tutti in preghiera sotto un crocifisso, una colomba-Spirito santo e le bandiere americane. Titolo: «Difensori della cristianità e dei valori morali». Pare interessato pure Simone Ruzzi, in arte Cicalone, lo youtuber delle ronde anti-borseggio nel metrò di Roma, coccolato a destra, ma corteggiato sottotraccia pure dai 5 Stelle. «Vannacci? Disponibile a collaborare – diceva ieri al Foglio – Candidarmi? Mi servono garanzie».
Intanto l’ex incursore cerca truppe parlamentari. Per ora l’unico ad associarsi al suo Futuro nazionale è stato Emanuele Pozzolo, il deputato pistolero espulso da FdI, certo che «Vannacci sarà il de Gaulle italiano». Nel tam tam impazzito di Montecitorio, c’è chi fa questa ipotesi: «Sapete chi sarà il prossimo? Aboubakar Soumahoro». L’ex rossoverde al telefono non risponde.
Nella Lega, sono tre i deputati vicini a Vannacci. Nessuno però ha formalizzato l’addio, tanto che dai vertici è arrivato l’aut aut: decidete. Edoardo Ziello ieri pomeriggio rispondeva così: «Perché dovrei lasciare il gruppo della Lega?». Però aggiunge sibillino: «Del doman non v’è certezza». Rossano Sasso si sbilancia di più: «Potrei lasciare la Lega e andare nel gruppo misto. Deciderò a breve, venerdì torno in Puglia e sentirò i miei amici e la mia famiglia». Sasso conferma le chiamate da Salvini: «Ci siamo sentiti». Domenico Furgiuele pare invece frenare: «Non sono vannacciano, sono leghista». Indica pure la spilletta di Alberto da Giussano, prima di mostrarsi infastidito per la calca di cronisti interessati alle sue sorti. «Non fate questo codazzo, sennò sembra davvero che sono una persona seria». E come dargli torto.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
GIA’ CHE CI SEI PREPARA PURE LE SCHEDE FALSIFICATE, UNICO MODO PER MANTENERE I GANGSTER AL POTERE NEGLI USA
L’ideologo dell’estrema destra Usa Steve Bannon ha espresso il suo sostegno alla spinta di Donald Trump per “nazionalizzare” le elezioni, invitando il presidente a schierare agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) e truppe militari nei seggi elettorali per impedire ai non cittadini di votare, richiamandosi a una teoria cospirativa — infondata — su presunti brogli elettorali diffusi nelle elezioni del 2020.
“A novembre faremo circondare i seggi dall’Ice. Non resteremo qui a permettervi di rubare di nuovo il Paese”, ha detto Bannon nel suo podcast. “Potete lamentarvi, piangere e fare tutti i capricci che volete, ma non permetteremo mai più che un’elezione venga rubata”, ha aggiunto l’ex stratega della Casa Bianca.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
INTERVISTA A RICCARDO NOURY, PORTAVOCE ITALIANO DELL’ASSOCIAZIONE: “LO SCUDO PENALE E’ UNA GARANZIA DI IMPUNITA’”
Una lentissima erosione. La stretta sul dissenso, sulla possibilità di agire nello spazio pubblico è
qualcosa che è iniziato a poco a poco ma non ce ne siamo accorti. Distratti da altro: polemiche del giorno, scontri e battibecchi sui social. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia dal 2000 a Resistenze indica la ferita originaria, quella mai più rimarginata, lasciata lì a infettare la possibilità di dissenso e di difesa delle libertà civili: «È dal G8 di Genova», dice. Lì qualcosa si è rotto. Bisognerà fare un bilancio in questo quarto di secolo trascorso ma il risultato è già qui, basta aprire gli occhi per vederlo: le iniziative del governo Meloni, dai pacchetti sicurezza all’uso crescente di lacrimogeni nelle manifestazioni («A Udine uno ogni due persone. A altezza uomo»). I morti a causa dell’uso improprio dei taser («Il manganello di domani»). La criminalizzazione: «Siamo in un momento di picco», dice. Come su un crinale, possiamo precipitare o resistere.
Riccardo Noury, qual è l’analisi di Amnesty International sulle iniziative per la sicurezza del governo Meloni?
Neanche otto mesi dopo un primo pacchetto di norme securitarie già si pensa al secondo. E questo non credo voglia significare che il primo ha fallito, ma conferma questa spinta verso l’autoritarismo di questo governo, che aumenta le garanzie per le forze di polizia e le toglie alle persone che manifestano in maniera pacifica. L’agire nello spazio tipico del dissenso, cioè le piazze, è a rischio. Una cosa che non solo Amnesty International ha rilevato, ma anche altri organismi europei, che vedono una reale minaccia alla libertà di manifestare.
Il pacchetto sicurezza prevederà uno scudo penale per gli agenti e il fermo di 12 ore. Il governo difende queste iniziative dicendo che sono una tutela anche per la gente che manifesta. Che ne pensa?
Dipende. La gente o l’agente. È un apostrofo che fa la differenza. Se è per la gente che manifesta direi di no. Si è iniziato a parlare di questo secondo pacchetto
sicurezza prima dei fatti di Torino, risale a quell’aumento molto forte della solidarietà dei cittadini con la popolazione di Gaza nella seconda metà dell’anno. È ben possibile che i fatti del 31 gennaio a Torino abbiano costituito un’ulteriore accelerazione. È una costante di questo governo restringere gli spazi di espressione del dissenso, penalizzare la protesta pacifica, estendere sicurezza alle forze di polizia ed estendere insicurezza alle persone che manifestano. Ma vorrei aggiungere un elemento in più.
Prego.
In questa situazione, in cui c’è una ricorrenza di scontri tra una esigua minoranza dei partecipanti alle manifestazioni e le forze di polizia, si produce un doppio effetto deterrente per le persone. Il primo è che, grazie anche alle narrazioni dei mezzi di informazione, sembra che sia tutta violenza, tutto scontro. Il secondo è che, soprattutto se si tratta di persone giovani, la deterrenza è costituita da manganelli, lacrimogeni e cannoni d’acqua. C’è una serie di conseguenze combinate che preoccupano. Sappiamo bene che quando la piazza si muove, la piazza costringe a trattare un tema, che sia la crisi climatica o la Palestina.
Ha parlato dell’uso dei lacrimogeni che però è una costante negli scontri di piazza tra forze dell’ordine e manifestanti.
Però è in aumento. Prendo come parametro le dichiarazioni ufficiali della Questura di Udine dopo il 14 ottobre: hanno utilizzato una quantità di lacrimogeni, rispetto al numero di manifestanti, che equivale a un lacrimogeno ogni due persone. È presto per dire se questa proporzione sia rimasta tale o peggiori a Torino, stiamo ancora visionando filmati e documenti. Il punto è che si usano i lacrimogeni in maniera illegale: spesso non c’è un preavviso, spesso vengono usati ad altezza persona e in modo indiscriminato e massiccio. Il risultato è che di fatto si sciolgono le manifestazioni, danneggiando il diritto di protesta pacifica. Le forze di polizia devono contenere le minacce usando una forza necessaria e proporzionale; quando usano una forza non necessaria, anziché tutelare chi protesta pacificamente e isolare chi sta usando violenza, arrecano un danno alle persone che esercitano un diritto fondamentale. Questo è molto ricorrente».
Per il partito della Presidente del Consiglio, Fratelli d’Italia, il problema è un altro. «La polizia ha le mani troppo legate», dice per esempio il deputato Giovanni Donzelli.
Queste frasi sulle mani legate le ho sentite in un precedente molto pericoloso nella seconda metà degli anni Dieci, quando si parlava dell’introduzione del reato di tortura. Come a dire: se non torturano non possono lavorare. È una frase che danneggiava prima di tutto gli operatori delle forze di polizia, che nella maggior parte dei casi fanno un lavoro difficile e lo fanno bene. È una frase con un effetto intimidatorio molto forte: verrebbe da chiedersi che altro dovrebbero fare.
Del resto Giorgia Meloni si è mostra in passato favorevole a modificare o togliere il reato di tortura.
Sì, fu avversaria all’opposizione e in campagna elettorale promise che sarebbe stato rivisto una volta al governo. Non vorrei svegliare il can che dorme, ma temo che sia già sveglio e che non ce ne stiamo accorgendo.
La piazza è da sempre nel mirino: dal decreto anti-Rave in poi. Amnesty ha monitorato la sua applicazione. Queste iniziative che fine fanno?
Si potrebbe dire che sono espressioni di una volontà di dare risposte apparentemente securitarie, ma bisogna guardare alle conseguenze. Rispetto al primo decreto sui rave, ricordiamo cosa è successo a Campo Galliano, in provincia di Modena, tra ottobre e novembre 2025: uno sgombero di 5mila persone e uno spiegamento enorme di forze di polizia, cariche violente, lanci di lacrimogeni e il tentativo di procedere all’identificazione di tutte le persone partecipanti. Non sono soltanto misure bandiera. Il primo pacchetto sicurezza non è privo di conseguenze, nella misura in cui introduce pene per una serie di reati e 14 nuove fattispecie di illeciti, buona parte delle quali legate a forme di manifestazione del dissenso. Questo ha una sua attuazione. Questo secondo pacchetto, tra fermo di 12 ore e scudo penale rafforzato, può voler dire, soprattutto rispetto allo scudo, una garanzia di impunità.
Abusi e violazioni da parte di chi dovrebbe per mandato garantire la sicurezza di tutti sono una storia ben nota.
Noi abbiamo ancora una legge mancante sui codici identificativi. La sua necessità è emersa 25 anni fa durante i processi per torture e altre violazioni dei diritti umani commesse durante il G8 di Genova. Da allora la richiesta è stata avanzata da Amnesty International a più governi di segno diverso. La campagna vera e propria l’abbiamo lanciata nel 2011. In 15 anni si sono succeduti governi di segno contrapposto e non ce n’è stato uno sotto il quale questa proposta abbia ottenuto
una minima apertura. Nel frattempo quasi tutti gli altri Stati dell’Unione europea l’hanno adottata: siamo rimasti noi e altri quattro. Le forze di polizia fanno un lavoro encomiabile sotto molti punti di vista. Rafforzare le garanzie per i cittadini, garantendo che non ci sia impunità per le singole persone appartenenti ai corpi di polizia sospettate di aver violato i diritti umani, e dunque consentire processi che possano terminare con condanne quando le prove sono accertate: è una garanzia per tutti. Ripristina anche un rapporto che da Genova 2001 si è incrinato.
Cinque morti con le pistole a impulso elettrico nel 2025. Che cosa ci dicono?
O la definizione di arma non letale è una presa in giro, oppure queste armi dovevano essere affidate a persone iperformate e invece la diffusione è stata di massa. Cinque morti di taser nel 2025, su un totale di sette nel 2022, indicano un’escalation che rischia di renderle un’arma ordinaria. Non voglio nemmeno immaginare la distopia dell’uso del taser durante le manifestazioni, ma neanche voglio pensarci. Diventerebbe il manganello di domani.
Lei pensa che in Italia siamo scesi a un livello più basso rispetto al passato riguardo alla libertà di dissenso? È molto pericoloso anche per chi dissente in maniera “allegra”, pensiamo ai Pride, alle manifestazioni per i diritti delle donne.
È difficile negarlo. C’è una narrazione criminalizzante nei confronti di interi gruppi di persone e movimenti, e la narrazione criminalizzante precede la criminalizzazione. Siamo nel momento di picco di questo combinato disposto e la parola che riassume tutto è autoritarismo. L’Italia si è avviata verso una forma di limitazione dello spazio civico. Uso indiscriminato della forza.
Siete preoccupati?
Non da oggi. Questo è un anno importante: ricorre un quarto di secolo da Genova. Bisognerà fare un bilancio su una serie di questioni: sulle piazze, sul comportamento delle forze di polizia, su questa narrazione imposta che divide tra vittime buone e vittime cattive, come se le vittime “cattive” avessero qualche ragione per essere ferite o uccise. Bisogna riflettere sulla formazione delle forze di polizia rispetto agli standard internazionali, capire fino a che punto in questi 25 anni lo stato abbia collaborato all’accertamento della verità e della giustizia, se abbia chiesto scusa, se abbia preso provvedimenti. Bisognerà fare questo bilancio e, quando lo faremo, temo che la preoccupazione risulterà confermata.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
“TRA LEGA E VANNACCI SOLO UNA SPREGIUDICATA CONVERGENZA DI INTERESSI SENZA ALCUN RETROTERRA E STRATEGIA POLITICA”
«La cifra della comunicazione di Salvini è sempre stata la superficialità, l’approssimazione. Parla di tanti argomenti senza quasi mai approfondire… Il paragone tra me e Vannacci non sta minimamente in piedi». In un’intervista al Corriere della Sera Gianfranco Fini, ex presidente della Camera e di An, si difende dall’etichetta di “traditore” come il generale affibbiatagli dal leader della Lega. «Io non me ne sono andato dal Pdl che avevo contribuito a fondare. Sono stato dichiarato ‘incompatibile’ da Berlusconi, che in diretta tv mi disse che se volevo ‘far politica’, cioè esprimere le mie opinioni non sempre collimanti con le sue, dovevo dimettermi da presidente della Camera» aggiunge
Secondo Fini
Secondo l’ex presidente della Camera «non ci furono né traditi né traditori, fu l’epilogo di una frattura politica». Quanto a Salvini e Vannacci, «nulla di minimamente comparabile alla mia storia. La loro è stata una brevissima e spregiudicata convergenza di interessi, senza alcun retroterra e strategia politica. Salvini candidò Vannacci nella furbesca convinzione che gli fosse tatticamente utile e non potesse essere un problema».
Sulle dimissioni da europarlamentare di Vannacci: «Il suo cinismo lo esclude a priori. I prossimi mesi ci diranno se quel cinismo con cui Vannacci ha rinnegato la fedeltà alla parola data gli porterà i voti che sogna, personalmente ho molti dubbi».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
I PROBLEMI SONO DUE: RESTA O NON RESTA IN COALIZIONE? SE RESTA NON CAMBIA NULLA…CHI C’E’ DIETRO ALLA SUA OPERAZIONE?
Si fa presto a dire: generale fellone. Ma se il generale sventola le bandiere che sono anche tue, che
piacciono anche ai tuoi – remigrazione, lotta all’Europa dei burocrati, morte al politicamente corretto – dov’è la fellonia, dove il tradimento, dove il voltafaccia? Roberto Vannacci, a guardar bene, si propone al pubblico della destra come un Badoglio al contrario: uno che straccia il presunto armistizio firmato dalla maggioranza con i “poteri forti” per governare e durare, proponendosi come alfiere della battaglia originaria del sovranismo contro gli immigrati, il woke, il buonismo, i falsi idoli dell’integrazione, la modernità, la tolleranza verso i diversi. L
e possibili percentuali elettorali di Futuro Nazionale sono in fondo una questione relativa, che il centrodestra può rimandare a quando avrà un quadro esatto della legge elettorale. Più pressante è il problema di tenere testa nel quotidiano a un controcanto che sollecita emozioni ancestrali dell’elettorato, e oltretutto si avvale del fascino che le divise – e specialmente le divise da parà – hanno sempre avuto a destra.
Si fa presto a dire: ha disertato. Ma se il disertore si piazza in prima linea, sul bordo della trincea, e offre il petto alle accuse di razzismo, fascismo, maschilismo delle orride sinistre, la tesi della defezione sleale crolla. E tutto fa pensare che Roberto Vannacci abbia intenzione di fare esattamente questo: diventare il primo bersaglio polemico dell’opposizione, sostituire Giorgia Meloni e Matteo Salvini in ogni discussione di giornata, in ogni scontro da talk show, in ogni meme satirico. Il suo
terzo libro, annunciato a breve, avrà come soggetto la remigrazione, uscirà sull’onda di una legge di iniziativa popolare che è già arrivata a centomila firme, i suoi si leccano i baffi immaginando le mobilitazioni di Avs e Verdi sotto le sale dove sarà presentato, il rifiuto di qualcuno di ospitare le presentazioni, e tutto il cucuzzaro delle conseguenti zuffe. Ci censurano! Non si tollerano gli intolleranti, leggete Popper! Leggete la Costituzione, in Italia l’opinione è libera. Eccetera, eccetera, eccetera.
La prima uscita pubblica di Vannacci dopo la scissione ieri ha confermato il copione. «Sono gli altri che tradiscono, non io». Segue elenco: hanno tradito le promesse fatte agli elettori sull’abolizione della Fornero, sullo stop delle armi all’Ucraina, sulla famiglia. Con lui non sarebbe successo. Con lui «destra più forte». Altro che traditore, altro che Badoglio. Vannacci è il nostro De Gaulle, chiosa Emanuele Pozzolo, primo ad aderire a Futuro Nazionale, forse con qualche confusione perché lo status a cui Vannacci aspira somiglia più a quello del colonnello Mathieu immortalato in mimetica e Ray-ban da Gillo Pontecorvo nella battaglia di Algeri (pure lui guidava una Decima, guarda la coincidenza). E dunque il racconto è già fatto: l’uomo forte contro i proni, i rinunciatari, i rassegnati al quieto vivere della maggioranza, e magari la scissione di Futuro Nazionale alla fine risulterà un altro Papeete, il catastrofico atto di ubris di un politico ubriacato dal successo, ma vai a vedere.
Di sicuro Fratelli d’Italia e Forza Italia, nel dubbio, preferiscono lasciare solo Salvini nell’anatema contro il generale. Perché si fa presto a dire traditore, disertore, sleale, ma persino se il generale facesse flop all’uno o due per cento quel miserrimo risultato tornerebbe assai utile alla coalizione, forse indispensabile alla vittoria: se la scissione vannacciana dalla Lega è sicura, quella dal centrodestra è tutt’altro che scontata. Lui registra la continenza delle dichiarazioni di maggioranza e ricambia volentieri: «Un partito come quello che mi approccio a fondare è interlocutore naturale della destra». Vogliamo funzionare «da sveglia, da adunata del mattino». Ne vedremo delle belle.
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
POZZOLO SI STUDI LA STORIA PRIMA DI DIRE CAZZATE
Vannacci può essere il Charles de Gaulle italiano”, dice il deputato Pozzolo — tra i possibili parlamentari di Futuro Nazionale — arricchendo il “caso Vannacci” di ulteriori dettagli grotteschi. L’ennesimo capo dell’ennesimo partitello fascista può essere il nuovo De Gaulle quanto io posso essere la nuova Callas, ma come spiegarlo a Pozzolo, fin qui noto per una sparatoria di Capodanno e non per i suoi studi storici sulla destra europea?
De Gaulle fu il capo della Resistenza francese. Uomo sicuramente di destra e sicuramente antifascista, termini per nulla in contrasto fino a che la nuova destra (quella in cui sono cresciuti i Pozzoli) li ha resi inconciliabili.
“Di destra e antifascista” è diventato un ossimoro proprio grazie ai Vannacci, ai Pozzoli e purtroppo al partito di maggioranza relativa, che è certamente di destra e altrettanto certamente non antifascista.
Chissà se Pozzolo è a conoscenza del fatto che un leader (uno solo) della destra neofascista italiana, Gianfranco Fini, ebbe effettivamente l’intelligenza, e l’estro, e l’ostinazione, di dichiarare il fascismo “male supremo”, e di richiamarsi, appunto, alla destra gollista: europea e antifascista. Venne massacrato dai giornali di destra (non antifascisti, no di certo) nel nome di Berlusconi. Debolezze private costarono a Fini quella morte politica che debolezze private ben maggiori non costarono a Berlusconi, primo artefice della distruzione della destra liberale italiana e della sua triste conversione al populismo. A futura memoria: Fini espulse da Alleanza Nazionale il Pozzolo, definendolo “un violento estremista”. Perché Fini voleva essere gollista. Pozzolo e Vannacci sono fascisti. Se lo facciano bastare, e lascino in pace De Gaulle.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
MA IL PM AVEVA CHIESTO IL CARCERE E IL GIP HA DECISO DIVERSAMENTE, QUINDI CON LA NUOVA LEGGE NON SAREBBE CAMBIATO NULLA… MA SE LEGGESSERO GLI ATTI OGNI TANTO?
Riecco tutta la destra cavalcare la scarcerazione dei manifestanti arrestati per gli scontri al corteo a
Torino per rilanciare la campagna del Sì al Referendum sulla giustizia. Una vera e propria fake news, considerando i fatti e quanto previsto dalle norme (che i magistrati sono obbligati ad applicare).
Già nei giorni scorsi, sempre sulla manifestazione per Askatasuna, c’era stato un surreale post del Comitato “Sì Riforma”: “Chi ha pestato il poliziotto vota No al referendum”, si leggeva. Adesso, invece, è il turno di Fratelli d’Italia che, con un post sul suo profilo social ufficiale, pubblica un titolo dell’Ansa: “Scontri a Torino: gip, due liberi con obbligo di firma” e poi la grafica “Sì, per fermare questo scempio“. Matteo Salvini rilancia: “Già a piede libero. Vergogna. Votare Sì al
referendum sulla Giustizia è un dovere morale“. Sulla stessa falsariga l’intervento dell’azzurro Maurizio Gasparri. In pratica, secondo i partiti di governo, con la riforma Nordio tutto questo non accadrà più. Ma è così? Assolutamente no.
La decisione del gip e la richiesta del pm
Basta considerare un aspetto non certo irrilevante: la procura aveva chiesto la misura cautelare in carcere, mentre il giudice per le indagini preliminari ha valutato e deciso diversamente.
La vicenda riguarda i tre arrestati per gli scontri avvenuti il 31 gennaio scorso al termine della manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna
Gip e pm, come spesso accade, hanno anche in questo caso preso delle decisioni differenti. Aspetto che dimostra come le funzioni in Italia siano già ben distinte. Utilizzare questa vicenda per spingere sul Sì alla riforma sulla separazione delle carriere è alquanto illogico.
La scelta delle misure cautelari
In qualche passaggio della riforma Nordio è previsto che in casi come questo gli indagati non potranno essere più scarcerati? Assolutamente no. L’eventuale entrata in vigore delle nuove norme non cambierebbe nulla.
In caso di arresto, come attualmente previsto, la procura richiede la convalida al gip, che fissa un’udienza e poi decide sulla legittimità dell’arresto e su eventuali misure cautelari. Per decidere sulla loro applicazione devono sussistere gravi indizi di colpevolezza ed essere concrete e attuali le esigenze cautelari: quindi almeno uno tra rischio di inquinamento probatorio, pericolo di fuga o reiterazione dei reati.
Ma quale scegliere tra le misure cautelari, che vanno dal carcere all’obbligo di firma o divieto di dimora? Lo dice l’articolo 275 del Codice di procedura penale: va valutato caso per caso, “ogni misura deve essere proporzionata all’entità del fatto e alla sanzione che sia stata o si ritiene possa essere irrogata”, tenendo conto che “non può essere applicata la misura della custodia cautelare in carcere o quella degli arresti domiciliari se il giudice ritiene che con la sentenza possa essere concessa la sospensione condizionale della pena“. Niente carcere anche se “il giudice ritiene che, all’esito del giudizio, la pena detentiva irrogata non sarà superiore a tre anni“. Vige anche il principio di adeguatezza, cioè dovrà essere scelta la misura meno gravosa per l’imputato tra quelle idonee a fronteggiare le esigenze ravvisate. I due scarcerati con obbligo di firma sono accusati di resistenza a pubblico ufficiale, un reato che prevede – in caso di condanna – una pena da un minimo di sei mesi a un massimo di cinque anni. Ma l’obbligo di firma è adeguato? Questo lo deve decidere il gip. Solo per completezza, nel gennaio del 2025 la Corte di Cassazione ha annullato una misura cautelare di divieto di dimora a una persona accusata di concorso in resistenza a pubblico ufficiale, ritenendola sproporzionata rispetto alla condotta contestata.
Un’ennesima conferma che in questa vicenda la separazione delle carriere non c’entra nulla e che la riforma di Nordio non cambierà niente.
(da Il Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL TRIBUNALE DI MILANO HA NEGATO L’ESTRADIZIONE PERCHE’ L’UNGHERIA NON ASSICURA UN PROCESSO GIUSTO… SAPETE QUANTI GIORNI DI PROGNOSI HANNO DIAGNOSTICATO I MEDICI AI PRESUNTI AGGREDITI? TRE GIORNI, ALTRO CHE “LESIONI POTENZIALMENTE LETALI”
Oltre a infliggere una condanna a otto anni di carcere all’all’antifascista Maja T., il Tribunale di Budapest ha condannato in contumacia a 7 anni il militante italiano Gabriele Marchesi, e a 2 anni e mezzo, con condanna sospesa, Anna Christina Mehwald, un’altra attivista del gruppo. La difesa di tutti i tre imputati ha presentato ricorso, mentre anche la procura ha presentato ricorso per chiedere l’aggravamento della pena.
Chi è Gabriele Marchesi
Gabriele Marchesi, milanese di 25 anni, era imputato insieme all’europarlamentare italiana Ilaria Salis nel procedimento sui presunti scontri a Budapest dell’11 febbraio 2023 in occasione del Giorno dell’onore, giornata in cui i gruppi di estrema destra ungherese celebrano la “resistenza” dei nazisti tedeschi e ungheresi all’Armata Rossa. Anche Marchesi era accusato di aver aggredito dei neonazisti tuttavia, a differenza di Ilaria Salis, aveva fatto rientro in Italia poco prima che venisse raggiunto da un mandato di arresto Europeo. A Milano aveva scontato 129 giorni di arresti domiciliari al termine dei quali, nel marzo 2024, era tornato in libertà.
Budapest ne aveva ripetutamente chiesto la consegna, tuttavia i giudici italiani avevano più volte rinviato una decisione in tal senso in attesa che le autorità ungheresi fornissero chiarimenti su una decina di quesiti che riguardavano le condizioni detentive, lo Stato di diritto e l’indipendenza della magistratura nel Paese guidato dall’autocrate Orban.
Dall’Ungheria però era arrivata solo una “risposta gravemente deficitaria rispetto alle domande dettagliate poste dalla Corte d’Appello”, in particolare sulle condizioni detentive; per questa ragione il sostituto procuratore generale di Milano Cuno Jakob Tarfusser aveva chiesto di non dare seguito all’istanza ungherese perché le “lesioni potenzialmente letali” contestate dalla procura di Budapest all’allora ventitreenne “hanno generato solo 3-5 giorni di prognosi alle presunte vittime che in Italia sarebbero state considerate lievissime”.
In ogni caso, il Tribunale di Budapest ha comunque processato Gabriele Marchesi: e oggi è arrivata la condanna in contumacia a sette anni.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
COSI’ E’ STATA IMBASTITA LA MACCHINA DEL FANGO CONTRO ILARIA DA PARTE DEI MEDIA SOVRANISTI
Nunzio Samuele Calamucci, informatico della società Equalize riconducibile a Enrico Pazzali,
avrebbe ottenuto il certificato del casellario giudiziale di Ilaria Salis mentre l’attivista si trovava detenuta in Ungheria.
Il documento, secondo gli atti, sarebbe poi stato inviato a Vincenzo De Marzio, ex carabiniere del Ros ed ex appartenente ai servizi segreti, nell’ambito dell’inchiesta milanese sui presunti dossieraggi.
Gli elementi emergono da una nuova informativa del Ros di Milano, visionata da LaPresse, con cui i militari hanno trasmesso al pm gli esiti delle analisi sulle copie forensi dei dispositivi di Calamucci.
L’informatico è ritenuto dagli inquirenti la mente tecnologica di Equalize e l’ideatore del sistema «Beyond», che sarebbe stato utilizzato, secondo l’ipotesi investigativa, per costruire dossier combinando dati leciti e informazioni ottenute illegalmente.
L’11 giugno 2024, tre giorni prima della liberazione di Salis da Budapest dopo l’elezione all’Europarlamento con Avs, Calamucci avrebbe inoltrato screenshot del casellario a De Marzio, accusato a Milano di associazione per delinquere e accesso abusivo a sistema informatico.
Cosa è emerso
Dall’analisi di una pen-drive con 128 gigabyte di materiale emergerebbero anche i rapporti d’affari di Equalize con grandi società, pubbliche e private, e con studi legali d’affari.
Il casellario di Salis risulterebbe acquisito il 16 maggio 2024, quando l’eurodeputata era ancora detenuta in Ungheria per il presunto pestaggio. Il certificato, secondo quanto riportato, sarebbe stato ottenuto tramite la Procura di Roma e «regolarmente pagato» come indicherebbe la marca da bollo. Gli investigatori sottolineano però che «non emerge altro» dai dispositivi e dalle chat analizzate «per capire il motivo» dell’invio del documento a De Marzio. Tra l’11 e il 14 giugno 2024, periodo del rientro in Italia di Salis, diversi media hanno iniziato a pubblicare notizie sui suoi precedenti giudiziari, comprese denunce legate a iniziative contro gli sfratti e occupazioni abitative, anche da parte di Aler
Lombardia. Il passaggio del certificato e la successiva diffusione di informazioni restano tra i punti al centro degli approfondimenti dell’indagine.
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »