Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
IERI SALVINI HA INCONTRATO MATTARELLA E OGGI SONO SPUNTATE LE MODIFICHE CHE FANNO SALTARE, OLTRE AL COMMISSARIO, ANCHE LO SCUDO ERARIALE
Doveva servire a velocizzare le procedure per sottoporre di nuovo il dossier alla Corte dei Conti, dopo la bocciatura di ottobre. Pare invece che Matteo Salvini dovrà rinunciare a nominare Pietro Ciucci “commissario per il ponte sullo Stretto di Messina”. Nelle bozze del decreto Infrastrutture, che dovrebbe andare domani in Consiglio dei ministri, infatti, le norme risultano modificate. Mancano sia quella del commissario sia i commi che vietavano alla Corte dei Conti di poter valutare la legittimità di gran parte degli atti e che avevano scatenato le proteste dei magistrati contabili, attirando l’attenzione del Quirinale, che ha chiesto modifiche.
La norma prevedeva infatti la nomina di Ciucci, ad della Stretto di Messina Spa, a commissario per “coordinare” l’iter legislativo finalizzato a riscrivere la delibera del Cipess, il comitato di Palazzo Chigi per i grandi piani pubblici, che deve approvare il progetto del ponte.
Dopo la bocciatura della Corte dei Conti, Salvini e soci hanno prima ipotizzato di chiedere il visto con riserva, cioè la registrazione dell’atto anche se illegittimo, salvo tornare indietro per paura delle possibili contestazioni future per danno erariale. Il governo ha quindi deciso di rifare la delibera per venire incontro ai
rilievi dei magistrati contabili. E qui si arriva alla norma, un articolo di legge infilato nel Dl Infrastrutture.
La vecchia versione affidava a Ciucci poteri di mero coordinamento tra i ministeri coinvolti, non quelli in deroga che di norma giustificano la scelta di un commissario. Un’anomalia spiegata da un paio di commi che svuotavano il controllo della Corte, impedendole di verificare gli atti “correlati e presupposti” della delibera, cioè quasi tutti, e introducendo pure uno scudo erariale da possibili contestazioni per “colpa grave” per l’intero iter di approvazione della maxi-opera, dal decreto del 2023 con cui Salvini l’ha resuscitata fino all’approvazione della delibera Cipess. Nessuno avrebbe potuto rispondere degli eventuali danni causati alle casse pubbliche, se non per dolo.
Perché una simile forzatura? Perché, tra i motivi della bocciatura, il più rilevante è il fatto che secondo i magistrati la scelta di far rivivere la gara del 2005 – vinta dal consorzio Eurolink, capitanato dal colosso Webuild – violerebbe la direttiva Ue sugli appalti, che impone di rifare la gara se i costi superano del 50% quelli originari e se ci sono modifiche sostanziali.
Insomma, bisognerebbe indire un nuovo bando di gara internazionale e sarebbe la fine dei sogni di Salvini di poter avviare i cantieri entro fine legislatura. La norma impediva alla Corte di poter ribadire la violazione della direttiva Ue. Gli uffici del leghista speravano di cavarsela con un “dialogo strutturato con la Commissione europea”, cioè un via libera più o meno informale che però non può avere forza di legge.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA SENTENZA DELLA CORTE È ATTESA A GIUGNO. SE LE RICHIESTE DELL’ACCUSA FOSSERO ACCOLTE, MARINE LE PEN NON POTREBBE CANDIDARSI ALLE ELEZIONI PRESIDENZIALI DELLA PRIMAVERA 2027. IN QUEL CASO JORDAN BARDELLA È PRONTO A SOSTITUIRLA NELLA CORSA ALL’ELISEO
Al processo di appello contro Marine Le Pen per il caso degli assistenti parlamentari, l’accusa ieri ha
chiesto una pena di cinque anni di ineleggibilità, quattro anni di reclusione di cui tre con la condizionale e uno con il braccialetto elettronico, oltre a 100 mila euro di multa.
La sentenza della corte è attesa a giugno. Se le richieste dell’accusa fossero accolte, la leader del Rassemblement National non potrebbe candidarsi alle elezioni presidenziali della primavera 2027. «È evidente che la procura dell’appello è in linea con la procura di primo grado», ha commentato Marine Le Pen subito dopo la requisitoria. La giustizia accusa Le Pen, il Rassemblement National e altri dieci dirigenti di aver pagato, tra il 2004 e il 2016, i dipendenti del partito utilizzando denaro del Parlamento europeo.
Secondo la procura l’ineleggibilità rimane «la risposta penale necessaria alla difesa delle nostre istituzioni e all’imperativo di probità che ogni cittadino ha il diritto di aspettarsi dai propri rappresentanti». In caso di impossibilità di Marine Le Pen, Jordan Bardella è pronto a sostituirla nella corsa all’Eliseo.
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile
UN ANNO FA VANTAVA IL SUO RAPPORTO PRIVILIEGIATO CON IL PRESIDENTE AMERICANO, OGGI E’ UNA VICINANZA SCOMODA. AGLI ITALIANI NON PIACE PIU’
Imbarazzo, disagio. Ma soprattutto silenzio. Uno sterminato silenzio circonda quello che doveva rappresentare – che certamente è stato – uno dei principali atout, un asso di briscola di Giorgia Meloni: il rapporto con gli Stati Uniti d’America, in particolare gli Stati Uniti di Donald Trump.
Per misurare il colossale abisso che è stato scavato in un solo anno, basterebbe forse solo ricordare che giusto dodici mesi fa, volando a Washington per il 20 gennaio 2025 all’Inauguration day, il giuramento di Donald Trump dove sarebbe stata l’unica leader europea presente nella Rotunda di Capitol Hill, seduta accanto al presidente argentino Javier Milei e plaudente il neopresidente statunitense intento ad auto-battezzarsi «pacificatore e unificatore», Giorgia Meloni suggeriva e faceva scrivere che all’Italia spettava il ruolo di «ponte» e che per Palazzo Chigi sognava nientemeno quello di «centralino telefonico dello Studio Ovale». Parlava la premier addirittura di imminente «rincorsa» da parte degli altri leader europei (lei era quella avanti a tutti, come sempre), insisteva anche pubblicamente sull’«amicizia» con gli Stati Uniti «per far fronte a sfide globali e interconnesse» e sull’«alleanza» tra Usa e Ue, al punto che «dipingerli come nemici non regge».
Passato un anno, con tutto quello che è accaduto, dai dazi con umiliazione in Scozia di Ursula Von Der Leyen fino al pozzo già ampiamente senza fondo dell’aumento delle spese militari deciso a L’Aja che ha fra l’altro mandato in tilt i conti della Finanziaria appena chiusa, per non parlare di Groenlandia e Ucraina, risuona viva la domanda che quel giorno di gennaio 2025 le fece la segretaria del Pd Elly Schlein: «Meloni si è domandata perché al giuramento c’era solo lei? Sarà in grado di far rispettare gli interessi europei e italiani?».
Brutale la risposta arrivata dai fatti messi in fila negli ultimi giorni. Quando Trump, di ritorno dal Forum di Davos, ha sminuito e deriso il contributo militare e umano dei partner Nato (Italia compresa) in Afghanistan, Meloni aveva appena finito di auspicare per lui il Nobel per la pace (non bastando, evidentemente, la cessione
della medaglia da parte della venezuelana Maria Machado). E ci ha messo 36 ore, la premier, a definirsi «stupita» per le affermazioni «non accettabili» sui soldati italiani in Afghanistan, e a dire che l’«amicizia necessita rispetto» (sono le parole più dure da lei mai rivolte a Trump, secondo la velina di Palazzo Chigi).
«Metti la mano su una stufa per un minuto e ti sembrerà un’ora», diceva Albert Einstein per esemplificare la relatività del tempo. In quel breve lasso di 36 ore, mentre la presidente del Consiglio meditava la suddetta risposta di rupture, il premier inglese Keir Starmer aveva fatto in tempo a telefonare a Trump, prendere le distanze pubblicamente dal suo messaggio, a ottenere dal presidente americano un messaggio su Truth in cui definiva i soldati «inglesi tra i più grandi guerrieri del mondo».
Bene, in Italia si è atteso quietamente per giorni anche solo un decimo di quella reazione. Offrendo in cambio anche il silenzio della premier sull’omicidio dell’infermiere Alex Pretti, dopo quello già regalato per l’uccisione della poetessa Renee Nicole Good, per non parlare di rapimenti, deportazioni, violenze e delle altre brutali azioni dell’Ice (Immigration and customs enforcement).
Ma niente: né contatti informali, né correzioni, né precisazioni da Washington. Silenzio tombale dall’amministrazione statunitense, appunto. Uno stagno sul quale, passati ormai svariati giorni, a parte la lettera del ministro della Difesa Guido Crosetto indirizzata all’omologo americano, galleggiano come ninfee e rane le volenterose pezze d’emergenza messe dai più moderati fra gli alleati. Quella del ministro degli Affari europei Tommaso Foti, che su QN ha parlato di «approccio molto duro e censurabile» da parte dell’Ice statunitense ma non si è spinto e neanche a parlare di svolta autoritaria perché, ha spiegato, «mi limito a osservare quel che accade». Quella del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che si dice sicuro ci sia «consapevolezza degli eccessi anche nella Casa bianca» (e per quanto riguarda l’Afghanistan: «Non bisogna perdersi in un bicchier d’acqua»). Quella del leader di Noi Moderati Maurizio Lupi che, appurato il silenzio statunitense, ha provato a blindare come scelta anche il silenzio italiano: «Perché non si risponde ai bulli facendo i bulli». Mica bisogna inseguire Trump, ci mancherebbe.
Imbarazzate mani tese al presidente Usa che, al limite, fanno rimpiangere il precedente tacere.
Tanto più che adesso Meloni è alle prese con un ulteriore problema: il presidente statunitense, infatti, non piace più granché agli italiani, neanche a quelli che votano centrodestra. Non sembra più un Silvio Berlusconi postumo. E nemmeno piace l’atteggiamento della premier nei suoi confronti. La sudditanza, come suol dire.
La tendenza era stata rilevata già nel 2025, sia per esempio da Ispi che da Youtrend. Adesso lo dicono ancora di più, in vario modo, i sondaggi degli ultimi dieci giorni. A partire da una rilevazione di Eumetra per “Piazza pulita”: secondo il 59,2 per cento degli intervistati, la presidente del Consiglio dovrebbe smarcarsi più spesso da The Donald. Male anche sul suo piano per la Groenlandia: dà torto al presidente Usa il 65 per cento. E la più parte degli italiani, tra il 39 e il 42 per cento a seconda dei sondaggi, si pronuncia a favore di un contingente militare europeo, nel contesto di un’operazione Nato, per difendere l’isola. Stesso discorso, a maggior ragione, per l’intervento Usa in Venezuela, per il quale secondo Youtrend per Sky tg 24, il giudizio dell’opinione pubblica è più negativo che positivo: il 35 per cento esprime una valutazione complessivamente favorevole, mentre il 50 per cento è critico o molto critico. E secondo una rilevazione di Bidimedia, grazie a Trump i favorevoli agli Stati uniti d’Europa hanno sorpassato i contrari: ora sono 61 per cento.
Una tendenza in linea con in giudizi negativi emersi nei giorni scorsi da quasi dieci sondaggi statunitensi, nei quali i giudizi negativi prevalgono su quelli positivi: da quello della Cnn/Ssrs che parla di «fallimento» di Trump secondo il 58 per cento degli intervistati, fino a quello di Nate Silver, dove l’indice di approvazione del presidente è passato dal 51,6 del gennaio 2025 al 41,9 di adesso.
Ecco che il ruolo di ponte che voleva ritagliarsi Meloni diventa dunque, per lo meno, quello di un ponte minato, quando non franato. Sembra un paradosso, ma era più facile ai tempi di Joe Biden: quando, con mossa decisiva per la successiva ascesa al governo, Meloni si schierò dalla parte dell’intervento in Ucraina, già nel febbraio 2022 con l’esecutivo guidato da Mario Draghi, per poi ritagliarsi, una volta divenuta premier, un ruolo che dal punto di vista della prossemica si può riassumere col bacio che il presidente democratico le diede nel marzo 2024 alla fine di un incontro alla Casa bianca. Un bacio sulla testa, come da nonno a nipote. Da rimpiangere oggi, che Meloni è alle prese con le appassionanti smentite in serie del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sulla presenza (svelata dal “Fatto”) degli agenti dell’Ice in Italia per le Olimpiadi di Milano Cortina, ancora una volta italicamente fondate sulla subordinata: «Non ci risulta, ma anche se fosse dove è i
problema». Articolazione alta del popolare: non c’ero, e se c’ero dormivo. Con tutti i conseguenti rimpalli tra ambasciate e ministeri, alla fine dei quali, pare di capire, l’Ice ci sarà eccome, anche se la titolarità delle operazioni di sicurezza resterà italiana (e ci mancherebbe).
Il tutto mentre il leader leghista Matteo Salvini, assai più in linea con gli eccessi di Trump e molto meno in difficoltà perché è un “semplice” ministro, si gode la scena. E incontra leggiadro, nelle stanze del ministero dei Trasporti, la star dei neonazi inglesi Tommy Robinson, vicino a Elon Musk. Meloni non può far altro che bollare il tutto come «inopportuno», ma i tempi di «io sono Giorgia, sono una madre», eccetera, sono fatalmente lontani
(da lespresso.it)
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