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IL BARACCONE VANNACCI: MARCIA IN TV, ANCHE IN RAI, VUOLE FARSI ACCETTARE DA MELONI. IL “DOLO” DI SALVINI

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

ATTACCA SALVINI E C’E’ GIA’ CHI SI MUOVE PER LUI… IL TIMORE DI FDI: “FARA’ L’OSPITE FISSO”… CALENDA: “OLTRE CORTINA LO AIUTANO”

E’ un generale baraccone, ma quanto c’è di “dolo” in Salvini, nella sua decisione di accelerare l’uscita? Sono domande che si fanno in FdI. Ora è Vannacci “l’ingrato”, ma gli ingrati servono a impaginare giornali e tv. Ha cominciato. Anche in Rai c’è chi si sta muovendo per Vannacci, la quota Vannacci. Meloni e FdI profetizzano: “Diventerà il beniamino dei quotidiani di sinistra e di La7”.
Giorgetti, a Varese, racconta: “Vannacci ha tradito, ma ce le siamo cercati”. Il primo danno collaterale di Vannacci è che Meloni rischia di “perdere” Calenda che al Senato annuisce: “A Vannacci arrivano i soldi da oltrecortina? Senza dubbio. La destra si sposterà ancora più a destra”. Si ragiona su Zaia vicesegretario Lega. E’ un baraccone pagato caro.
Se è solo un ingrato, come dice, Salvini non girerebbe mezza Roma per trovare conforto. Prima va da Mattarella (“figuriamoci se parlo con Mattarella di Vannacci”) poi incontra Giancarlo Giorgetti al Mef. Lunedì si vede con Fedriga. Quando è in difficoltà Salvini torna sempre da mamma Lega, da mamma Bossi (ci sarebbero telefonate), da Giorgetti.
C’è perfino chi spara “Salvini magari chiede a Giorgetti di tornare a fare il vicesegretario”. Zaia aveva già avvisato Salvini, durante un federale: “Vannacci ci farà perdere le prossime elezioni”. Ignazio La Russa dice al Senato: “Vannacci non sposterà nulla ma la Lega lo ha gestito male”. Vannacci sarà senza dubbio un fellone, ma è lo spinacio di chi vuole male al governo, e condiziona il governo. Nessuno lo spiega meglio di Filippo Sensi, che non è solo Sensi, il senatore del Pd, ma Sensi che ha visto il mondo: “Non è tanto il numero Vannacci o quanti voti
sposta. E’ un problema culturale. Vannacci sarà la spirale che costringerà Salvini a essere ancora più feroce. Meloni inseguirà Salvini che insegue Vannacci. E’ come in Gran Bretagna. I conservatori per timore di Farage si sono lasciati portare via i voti di Farage”. Sono preoccupati leghisti, fratelli d’Italia, e sorelle, e per fortuna c’è Max Romeo che al Senato la prende a ridere: “A furia di dire che la Lega non è una caserma, Vannacci si è preso la caserma”. Lasciate perdere chi lo segue, in un paese che le sperimenta tutte (ricordate Fassino su Grillo? “E si faccia un partito…”). Finora solo il pistolero, pistola, Emanuele Pozzolo, il deputato del famoso sparo a Capodanno, ha dichiarato che segue Vannacci. L’altro, Edoardo Ziello, il leghista, il più abile parlamentare che Vannacci conosce, non condivide nulla delle idee vannacciane, ma lo fa soltanto perché ferito da Salvini. Vannacci è una bolla ma anche il M5s è iniziato come bolla e se l’esempio è invece Alemanno va ricordato che, prima dell’arresto, Alemanno ha avuto spazi televisivi immensi. Racconta Alessandro Alfieri che Gianluigi Paragone, che aveva sperimentato “Italia exit”, “stima Vannacci al due per cento, ma Vannacci ha un spazio”. La variabile, e l’opinione di FdI, è un’altra: cosa faranno Mediaset e La7? Mentre scriviamo Vannacci sta per andare a Realpolitik, su Rete 4 e ha iniziato la sua marcia dal salvinismo al baracconismo. Parla male di Salvini, con una lingua da grande proletaria si è mossa e da spaccone. Appare in apertura dei siti con queste dichiarazioni: “Io non devo essere grato alla Lega, ma è la Lega che deve essermi grata. Io sleale? Salvini è prono su Ucraina e Fornero”. C’è uno strano pensiero, strano, tra i marescialli di FdI. Si stanno domandando da ieri: “Salvini ha cacciato Vannacci perché non si voleva logorare. Ma non è che Salvini abbia cacciato Vannacci per indebolirci?”. Attenzione, Vannacci sta già cambiando registro nelle dichiarazioni. E’ furbissimo e cerca di farsi accogliere nella coalizione. Sta dicendo che si vede nel centrodestra, aggiunge: “Salvini mi vuole fuori dalla coalizione? Fossi in lui non parlerei sull’onda dell’emozione”. E’ il primo generale che non ha truppe ma un fuciliere, Pozzolo. Il prossimo appuntamento è il dl Ucraina e si capirà quanti altri vannacciani verranno fuori come i funghi. Sta cambiando anche l’adagio di FdI, da “Vannacci fuori” a “Vannacci vediamo”. Salvini non commetta il terzo errore. Più insozza Vannacci e più Vannacci si gonfia.
(da ilfoglio.it)

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OLIMPIADI, LA STORIA INFINITA: TRA STRADE, PONTI E NUOVI BUS I CANTIERI FINIRANNO NEL 2033

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

MILANO-CORTINA NON PASSERA’ ALLA STORIA PER ESSERE STATA A COSTO ZERO, COME ERA STATO ANNUNCIATO

L’Olimpiade di Milano-Cortina inizia ufficialmente oggi e finirà nel dicembre 2033, lasciando tutte le scorie di ritardi e polemiche. E come denunciato dalla Corte dei conti bisognerà vigilare sull’eventualità che le «opere si traducano in cattedrali nel deserto come avvenuto nel passato» o restino in piedi «costosi impianti sottoutilizzati».
Perché è vero che la competizione sarà inaugurata nelle prossime ore e terminerà il 22 febbraio, come da programma sportivo. Ma la Simico, la società che si occupa delle infrastrutture dei Giochi invernali, resterà in vita per oltre sette anni dopo la
cerimonia di chiusura. La norma è stata inserita la scorsa estate nel decreto Sport dopo vari tentativi, sotto insistenza della Lega di Matteo Salvini.
Olimpiade infinita
Questa lunga proroga di Simico è legata alla conclusione e alla rendicontazione dei cantieri che sopravviveranno alla manifestazione. Milano-Cortina ’26 non passerà comunque alla storia per essere stata a costo zero, come era stato annunciato al momento della candidatura. Nei fatti avrebbe dovuto chiedere una spesa di poco più un miliardo, senza esborsi di risorse pubbliche. Invece presenta un conto di almeno 6 miliardi di euro, come riferito dal ministro dello Sport, Andrea Abodi, in una risposta a un’interrogazione alla Camera.
I numeri sono scolpiti nei documenti. Più della metà dei finanziamenti, inizialmente 3,6 miliardi di euro (ma la cifra è aumentata intorno ai 4 miliardi di euro), è finita sul capitolo infrastrutture. Lo sforzo, nonostante i tentativi di intestazione da parte della destra, è politicamente trasversale.
Il primo maxi-stanziamento di un miliardo di euro risale al governo Conte II: l’allora ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli (Pd), ha firmato il decreto, attuando quanto stabilito nella legge di Bilancio precedente. Una somma che è via via lievitata con il susseguirsi dei vari esecutivi, dal governo Draghi fino a quello Meloni.
Sono stati 98 gli interventi inseriti nel cronoprogramma: solo 40, meno della metà, sono stati conclusi. Erano quelle funzionali allo svolgimento dell’Olimpiade, era necessario portarli al termine. Il resto non è in ritardo: sarà ultimato in futuro e sarà lasciato in eredità ai territori.
La mappatura dello stato dell’arte è utile. Addirittura 27 cantieri sono ancora in progettazione, altri 2 risultano – stando alle informazioni di Simico – nella fase della gara, i restanti 29 (oltre a quelli conclusi) sono in esecuzione.
Gli esempi abbondano. Per il collegamento di due strade provinciali, a Trento, i lavori partiranno solo nella prossima estate. L’infrastruttura sarà consegnata, salvo slittamenti, nel marzo 2028. Il costo complessivo di questo progetto ammonta 4,5 milioni di euro. E ancora: ci sono gli acquisti dei veicoli elettrici, nell’ambito del progetto bus rapid transit, per potenziare la linea Moenia-Penia, in Trentino, durante l’alta stagione. L’investimento è in questo caso di un milione.
Sono solo due storie tra le tante del maxi-evento olimpico, atteso dal governo, pronto a intestarselo per cavalcare la propaganda con una costellazione di esborsi. Poco male: il vicepremier Salvini ha portato avanti, per oltre sei mesi, il countdown per l’inaugurazione. La tavola della propaganda è stata apparecchiata. Ma l’orizzonte lungo solleva dubbi. La Corte dei Conti, in una delibera di ottobre, ha posto «l’accento sulla prospettiva post-olimpica», il famoso rischio delle cattedrali nel deserto.
La magistratura contabile ha chiesto «di garantire la sostenibilità di lungo periodo degli investimenti effettuati: le infrastrutture realizzate dovranno essere adeguatamente manutenute e gli impianti sportivi dovranno trovare un utilizzo che ne copra in parte i costi di gestione». Spento il braciere, le spese non devono andare in fumo.
Dall’anti-mafia ai consumatori
Per garantire la dotazione economica è stato fatto un po’ di tutto. Come nel caso, svelato da Domani qualche mese fa, dei 43 milioni di euro prelevati dal fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell’usura. Le somme non usate per le finalità di contrasto alle vittime della criminalità organizzata sono state infatti dirottate direttamente sull’organizzazione dell’evento.
Nel dettaglio i 43 milioni presi sono stati destinati alla logistica delle forze dell’ordine per Milano-Cortina. Nobile l’intento, meno il plafond utilizzato. Le opposizioni hanno provato a stoppare l’operazione, la destra non ha voluto sentire ragioni. Ci sono stati casi altrettanto singolari. Nel decreto Anticipi, diventato legge a dicembre, 38 milioni di euro da elargire all’evento di Milano-Cortina sono stati prelevati dal fondo delle multe comminate dall’Antitrust per le pratiche commerciali scorrette.
Le sanzioni dell’Authority dovrebbero servire per finanziare iniziative a favore dei consumatori danneggiati. Il governo Meloni, con una manovra contabile, ha dirottato le risorse sull’Olimpiade invernale. «I Giochi, presentati “a costo zero” per economia e ambiente, rischiano al contrario di lasciare una pesante eredità a carico della finanza pubblica e delle amministrazioni locali chiamate a gestire i costi della manutenzione degli impianti nei prossimi anni», ha detto la capogruppo di Avs alla Camera, Luana Zanella, in prima linea questi anni contro le forzature per
l’organizzazione dell’Olimpiade. Ma ai problemi si penserà dopo, per ora vengono nascosti sotto la neve delle competizioni.
(da editorialedomani.it)

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SE LA PAZZIA E’ LA VIA MAESTRA PER IL CONSENSO

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

NOVE ANNI FA LA PSICHIATRA FORENSE BANDY LEE STABILI’ CHE TRUMP ERA PAZZO… ED E’ IN BUONA COMPAGNIA

Nove anni fa la psichiatra forense americana Bandy Lee pubblicò una ricerca secondo la quale non c’era dubbio, Donald J.Trump era pazzo. Negli anni a seguire, mentre il pazzo concludeva il suo primo mandato alla Casa Bianca e si preparava alla riscossa del 2024, la stessa diagnosi veniva emessa da altri luminari su Vladimir Putin, pare affetto da sindrome narcistico-paranoide.
Più recentemente, la camicia di forza è stata invocata anche per Bibi Netanyahu, per Erdogan e – va da sé – per il coreano Kim, a creare una folle combriccola in attesa del promettente Farage sulla rampa di lancio delle future elezioni inglesi. Insomma, dobbiamo concluderne che nel terzo millennio il corso per diventare leader si svolge nelle camere di psichiatria?
Forse la provocazione non è del tutto fuori luogo, e sì, credo che saper ostentare una scenografica dose di irrazionalità sia diventato per paradosso un requisito essenziale per incassare il consenso delle masse, più attratte che spaventate dai guizzi psicotici di Sua Maestà. Poi certo, va premesso che la pazzia scalmanata di certi sovrani è da sempre più una strategia che una patologia, e com’è noto fu Nixon in tempi non sospetti a partorire la madman theory, per cui in politica estera conveniva recitare la parte degli allucinati imprevedibili proprio per incutere al nemico il terrore di scatenare gesti inconsulti.
Si finsero pazzi Bruto (per tattica, come narra Tito Livio) e l’Amleto di Elsinore, ma prima ancora perfino il re biblico Davide. Viceversa era seriamente pazzo Carlo VI di Francia, convinto di avere un corpo di cristallo, così come lo era il dittatore Nguema che negli stadi della Guinea Equatoriale faceva massacrare i dissidenti da fucilieri travestiti da Babbo Natale, e nel frattempo si dichiarava sì marxista ma fan di Adolf Hitler (a proposito, anche il Führer era decisamente paranoico secondo la relazione commissionata nel ’44 dagli Stati Uniti a Walter Langer). E qui, ovvio, potremmo continuare con una amena infinita sequela di potenti più o meno allucinati, le cui dissennatezze finiscono per passare alla storia come sintomi di squilibri cerebrali, da Caligola a Masaniello fino a Pol Pot, tanto per dire che la stanza dei bottoni non di rado obnubila la mente dei prescelti. Il punto più interessante, tuttavia, sta forse nel porsi un’altra domanda, ovvero perché la follia dei leader si sia oggi trasformata in un fattore di vantaggio elettorale. Era in fondo l’altro ieri quando Alan Bennett scriveva “La pazzia di re Giorgio” e ci consegnava il memorabile ritratto del primo ministro Pitt costretto a inventarsi di tutto pur di tacere al mondo che il sovrano era fuori testa: nel 2026 probabilmente re Giorgio avrebbe avuto un suo profilo su X e i suoi post di pura alienazione ne avrebbero esaltato la popolarità, altro che nascondersi. Non fu Trump stesso a scrivere che Xi
Jinping aveva buon diritto di ritenerlo un pazzo? Voglio proporre ai dizionari una nuova espressione, il fool-pride, perché di questo si tratta, di un vero orgoglio dell’irrazionalità, a cui siamo naturalmente approdati attraverso anni di anatemi contro le ideologie, vade retro alla retorica, e Dio ci salvi dai discorsi troppo intellettuali che subito puzzano di fregatura quindi “parla come mangi”. Appunto: parla come mangi, solo che questo nesso implica che il cibo spazzatura che introiettiamo non possa tradursi mai e poi mai in un costrutto minimamente logico, bensì in un linguaggio sconnesso, contraddittorio, lacunoso, più affine al ringhio o al rantolo che all’eloquio umano. Siamo davanti alla legittimazione della pazzia come criterio e lingua del nostro tempo, ed è il punto d’arrivo, estremo e inevitabile, di quell’odio per il logos in nome del quale abbiamo devastato, pezzo per pezzo, la nostra capacità di concentrarci, seguire una storia compiuta, afferrare sottotesti, padroneggiare non dico una discussione ma neanche un minimo dialogo. Che poi, aggiungo, a cosa può servire votarsi alla razionalità se siamo già schiavi di una tecnologia che ha affidato tutto ad algoritmi, a numeri, a cifre, a occulte quintessenze matematiche contro le quali la follia assume il ruolo perfino di una guerra di resistenza? Mi distinguo impazzendo, rompo le linee impazzendo, inconsapevolmente scardino il sistema mettendomi a urlare come un gallinaceo e chi se ne importa se fino a poco tempo fa la coerenza era un metro di giudizio sociale (peraltro fallito, quindi a maggior ragione benvenuti a Crazyland).
Perdonatemi allora ma non mi scandalizzo, no, quando Trump non crolla a picco in popolarità se fa il pazzo come non mai, se annuncia dazi a isole sperdute abitate da pinguini, se vaneggia del proprio volto scolpito sul monte Rushmore, se inveisce contro la reporter di turno o si accanisce contro l’effigie di Biden nei corridoi presidenziali: tutto questo è il suo cogliere in pieno la deriva di un Occidente arcistufo di quella altissima razionalità che lo contraddistingue da secoli e che non ci ha saputi salvare. È una crisi epocale, potremmo dire che è arrivato il conto e lo paghiamo con una fuga a gambe levate nell’esatto opposto delle nostre radici che stanno in Platone, in Aristotele, in Sant’Agostino, in Voltaire. Siamo sprofondati, sì, nella paura più viscerale, nella rabbia feroce, nella violenza fisica che “almeno scarica”, nella cecità di un tifo animale che sa davvero di ammutinamento dell’homo dal suo essere sapiens, e ben venga allora retrocedere all’homo demens che ti toglie ogni ansia da prestazione perché il discorso è uno sforzo ma il delirio
riesce a tutti, quindi è pura democrazia. Di tutto questo, temo, è vittima principale l’opposizione (chiamatela democratica, riformista o perfino sinistra) che sulla scena internazionale arranca a erigere argini contro questa fluviale piena di de-razionalizzazione, che vince a mani basse perché coglie il vero sentire di questa fase storica. Non è più uno scontro fra destra e sinistra così come storicamente lo abbiamo interpretato, bensì una nuova durissima battaglia contro la regressione, quella per cui la Casa Bianca pubblica ufficialmente foto taroccate come da un maldestro tredicenne e il Cremlino si lascia andare a dichiarazioni da dottor Stranamore per cui davanti a un’apocalisse nucleare l’importante è che “saremmo noi comunque ad andare in Paradiso”. A tutto questo noi proviamo a replicare con ragionamenti assennati, con analisi illuminate, con progetti politici argomentati, ma vogliamo essere sinceri fino in fondo? È innegabile che siamo minoritari, circoscritti e perdenti innanzi a un fenomeno molto più grande del confine della politica, qualcosa che azzera lo stesso strumento del parlare e vi sostituisce il furore, fisico e verbale. La pazzia è di moda, sì. Anzi molto di più: la pazzia è il modo, il modo stesso di stare nella realtà.
(da Rrepubblica.it)

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LA RABBIA DEI GIOVANI E’ SENZA IDEOLOGIE

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

MASSIMO FINI: “NULLA A CHE VEDERE CON LE BR E GLI ANNI ‘70, MANCA IL COLLANTE DELLA LOTTA AL CAPITALISMO”

Gli scontri di Torino fra la polizia e i pro Askatasuna stanno incoraggiando il governo Meloni a inasprire ancora di più il decreto Sicurezza che verrà discusso nei prossimi giorni in Parlamento. Lasciamo pur perdere, perché sono ancora ipotesi non verificate, che i poliziotti abbiano usato trucchi da magliari travestendosi da Black bloc, cosa che umilia le stesse forze di polizia.
A parer mio è un errore chiudere i centri sociali perché sono spazi di libertà sostanzialmente innocui dove i ragazzi possono sfogare la propria esuberanza, preferibilmente facendo musica, creando così luoghi di aggregazione. Sono stato spesso al Leoncavallo, anch’esso sgomberato, che era vicino a casa mia, dove ho ascoltato molti bei concerti. È chiaro che se chiudi questi centri di aggregazione i ragazzi si riversano per le strade e cambia tutta la prospettiva. Il fatto che occupino abusivamente locali che appartengono ai legittimi proprietari potrebbe essere risolto risarcendo i proprietari con denaro dello Stato e di tutti noi, però nel “rito ambrosiano”, come lo chiama Gianni Barbacetto, dell’edilizia, questo era già stato fatto e quindi nulla vieta che lo si rifaccia.
Fra le misure punitive escogitate dal governo di Giorgia Meloni c’era quella, poi saltata, di far pagare una cauzione agli organizzatori di qualsiasi manifestazione, non solo quelle dei centri sociali. Un provvedimento di questo genere sarebbe stato totalmente illegittimo, e infatti è stato contestato da quello che resta del centrosinistra, Pd, M5S, Avs, perché lede non solo la libertà di espressione, ma anche quella di muoversi liberamente sul territorio nazionale. Tranne che per i soggetti che siano stati già colpiti, in modo motivato, dai limiti alla loro
circolazione, per esempio gli stalker. E avrebbe penalizzato soprattutto i ragazzi dei centri sociali che certamente non hanno l’oro che gli esce dalla bocca
Sui media si sono fatti molti riferimenti al Sessantotto e dintorni, dalle Brigate Rosse al più innocuo Movimento studentesco a Potere operaio detto familiarmente “potop”, ma anche “molotov e champagne” perché, soprattutto a Roma, vi militavano i figli dell’aristocrazia e dell’alta borghesia romana, fra cui Paolo Mieli. Ma c’è una differenza sostanziale: quei gruppi avevano un’ideologia, per quanto confusa, e alla fine inconcludente, perché cavalcavano il “marxismo-leninismo” che sarebbe morto di lì a pochi anni col collasso dell’Unione sovietica.
Questi giovani non sembrano avere un’ideologia, il loro è un disagio esistenziale, che non è solo dei giovani, ma particolarmente dei giovani, di vivere in una società che non li rispecchia in alcun modo. Certo, ci sono disagi economici, per esempio l’enorme difficoltà a trovare lavoro, ma non sono i più impellenti. Riassumo il concetto con le parole di una mia giovane amica, 26 anni, che si rifiuta di far figli perché “non voglio immetterli in questo mondo di merda”.
Saremmo quindi noi adulti responsabili? Neanche questo. È che tutti noi siamo stati travolti dal capitalismo, Don Chisciotte fa dire al suo scudiero, più realistico, Sancho Panza: “In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre – dove regna il capitale, oggi più spietatamente – riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero al potere dare scacco e salvare il mondo intero?” (Don Chisciotte, Francesco Guccini, 2000).
Ma il problema non è solo il capitalismo che ormai ha conquistato il mondo intero, perché esiste ovunque, anche nei Paesi che si definiscono comunisti, perché è capitalismo di Stato, ma pur sempre capitalismo. Il problema autentico è la tecnologia che si è rivelata incontrollabile. Un premio Nobel per la Fisica e per la Matematica può anche fare un’invenzione spettacolare, ma non è in grado di controllare le varianti che mette in circolo. Come scrive lo storico Carlo Cipolla se la tecnologia risolve un problema ne pone subito una miriade di altri. È quindi una corsa all’infinito. L’inventore del cellulare, Martin Cooper, non poteva immaginare che il cellulare invece di avvicinare le persone le avrebbe distanziate. Noi oggi possiamo comunicare con persone che stanno all’altro capo del mondo, ma non conosciamo il nostro vicino di casa, tanto che a Torino c’erano francesi, austriaci e
questa volta Vittorio Feltri non potrà incolpare gli extracomunitari, perché non erano presenti se non in “modica quantità”.
La tecnologia è sempre esistita. Esemplare è il racconto di Umberto Eco, intitolato La cosa (1961): un grande Generale chiede a un suo Professore di fornirgli un’arma micidiale. Dopo sei mesi di studi il Professore gli presenta un sasso appuntito. Il Generale, deluso, dice: “Ma è solo un sasso”. Il Professore gli mostra che “solo” con quel sasso a punta può però frantumare la roccia. Il problema non è la tecnologia in sé, ma come la si usa. È anche il tema del film Cast Away, interpretato da un formidabile Tom Hanks, forse uno dei più grandi attori viventi, perché sa interpretare ruoli diversissimi, da quello di un occidentale che si è sperduto in un’isola deserta a quello di un malato di Aids (Philadelphia, 1993).
La questione drammatica che si pone oggi non solo ai giovani è la perdita delle ideologie e, insieme a esse, il senso del sacro. Quando Nietzsche, alla fine dell’Ottocento, proclama la “morte di Dio”, non la intende nel senso che Dio è stato ucciso, ma che il senso del sacro è scomparso dal mondo occidentale.
A che cosa possono aggrapparsi, quindi, oggi i giovani, e tra questi ci metto anche i poliziotti, uomini come tutti gli altri, con i problemi di tutti gli altri, che in più fanno un lavoro pericoloso e sottopagato?
Dicevo prima che i giovani riluttano a far figli perché non vogliono inserirli in “un mondo di merda”. Ma c’è chi adotta una soluzione più radicale, gli hikikomori, che si chiudono in casa e non vogliono avere contatti reali con nessuno. Ma questa è una soluzione da asceti, da giapponesi appunto, dubito molto che valga per un ragazzo italiano, anche se alcuni hikikomori ci sono pure qui da noi. Giù il cappello.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)

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ZUCCA, IL PM DELLA DIAZ: “NO A LEGGI LIBERTICIDE, VANNO ASCOLTATE LE PAROLE DI GABRIELLI”

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

“LA RICERCA DEL NEMICO INTERNO FA PENSARE ALLA GENERICA ETICHETTA DI TERRORISTA PER IL MOVIMENTO ANTIFA IN USA”

A 25 anni dal G8 il dibattito su dissenso, piazze e violenza si riaccende. Questa volta a tenere banco è stata l’aggressione feroce di un gruppo di manifestanti pro Askatasuna contro un poliziotto isolato colpito con calci pugni e anche con un martello. Condanne quasi unanimi ma emergono le voci di chi segnala le violenze della polizia durante la giornata di protesta.
Enrico Zucca procuratore generale di Genova che fu il pm della scuola Diaz del 2001, all’inaugurazione dell’anno giudiziario ha pronunciato un appello alla polizia a non cercare nemici in piazza ma a tutelare la libertà. Poche ore dopo l’aggressione di Torino qualcuno ha voluto trasformare quelle parole in una sorta di assoluzione per i manifestanti.
Quale era il fine delle sue parole dottor Zucca?
«Auspicavo che non si interrompesse il percorso di revisione dell’impostazione militare emersa al G8, con i risultati tragici che sono sintetizzati nel noto giudizio di Amnesty International. L’affermarsi di una diversa gestione dell’ordine pubblico ha visto recentemente regressioni, non s’è fatta strada la consapevolezza della necessità del rispetto dei diritti umani e quindi nell’uso proporzionale della forza nei confronti di tutti, compresi i violenti. Regole di ingaggio, capacità professionale, dipendono da scelte apicali e non possono essere richieste, se non scaricate all’agente sul campo, che giustamente richiede tutela, ancor più quando alla polizia interviene in situazioni in cui manca l’agire delle altre istituzioni».
Il caso Torino sembra rappresentare una svolta
«I recenti scontri di Torino sono di relativa gravità, se comparati ad altre occasioni analoghe in Italia, senza ancora ritornare ad eventi più complessi come il G8 genovese, con ciò non sottovalutando la gravità in sé dell’aggressione al poliziotto, di cui v’è impressionante evidenza filmata, ma purtroppo possiamo ritenere non l’unica e non la prima. La degenerazione delle manifestazioni in violenza, premeditata o no, hanno sempre alla base un fatto in grado di innescarla cui occorre sempre riferirsi non solo per prevedere reazioni e prepararsi adeguatamente sul campo, quanto piuttosto per agire su quella causa. Il fuoco non si spegne infatti con altro fuoco. Mi pare che la tendenza a presupporre l’agire di associazioni, bande, aggregazioni strutturate per ragioni ideologiche, anche se vi sono evidenze investigative della presenza costante di alcuni professionisti della violenza, semplifichi il problema e non colga il fenomeno del propagarsi della violenza a margine dei cortei. V’è assonanza con la ricerca del “nemico interno” che in USA individua movimenti e dissenso sotto la generica etichetta di Antifa, organizzazione terroristica, ancora senza evidenze, come dimostra l’audizione al Congresso dei vertici FBI che hanno balbettato fumose analisi. I primi arresti effettuati dimostrano piuttosto come la partecipazione ad azioni violente interessi anche soggetti coinvolti occasionalmente e che si aggregano nel calore del momento, proprio per
l’intervento repressivo della polizia che diventa bersaglio di ogni sentimento di reazione alla percepita ingiustizia».
Per il governo la soluzione è solo la linea dura.
«Se l’adozione di approcci investigativi con ipotesi di reato che utilizzano fattispecie associative o vaghe come la devastazione e saccheggio consentono di semplificare la prova e di effettuare arresti di massa, forzata è l’enfasi sulla contiguità o connivenza attribuita pacifici manifestanti, ipotesi priva di rilievo penale. E’ certo auspicabile che sia la piazza ad isolare i violenti, certo non per delega e responsabilità di chi deve garantire l’ordine, ma condividere le ragioni della protesta non deve diventare elemento di sospetto e di giudizio. Appare invece strumentale, quanto inefficace, la aggressiva reazione tesa al ripristino di strumenti preventivi e repressivi sperimentati negli anni di piombo e superati proprio in nome delle garanzie costituzionali essenziali».
Lei e molti altri non siete soli a stigmatizzare l’ennesimo appello a una legislazione dell’emergenza.
«Quale, allora, voce più autorevole in casa nostra di quella del prefetto Gabrielli, già capo della Polizia, per smentire la necessità di norme restrittive e liberticide. Riportandosi ai fatti, è cruciale per la gestione dell’ordine pubblico la capacità professionale degli agenti e dei loro dirigenti sul campo, ma soprattutto una strategia chiara capace di leggere i contesti. Limitare libertà costituzionali esasperando il conflitto ha effetti più che sui violenti, sugli agenti impegnati e i cittadini. E’ quella visione ragionata della polizia, ora espressa anche con maggiore respiro dal prefetto, che la mantiene saldamente entro i cardini democratici di cui è appunto presidio. Parole ancora più nette sul cosiddetto scudo penale, una violazione del principio di uguaglianza e una mistificazione che lascia inalterati i problemi, non venendo incontro al sostegno reale di cui gli agenti hanno bisogno».
Gabrielli, molto concretamente auspica un sostegno civilistico e non scorciatoie penali.
«Non è chiaro se alluda a una sorta di “scudo civile”. Tuttavia la prospettiva trova corrispondenza nelle condizioni in cui opera la stessa polizia americana, per i cui agenti non v’è immunità penale, ma solo un’immunità funzionale, peraltro contestata, sul piano civile. Questo diverso approccio merita attenzione nella scomposta reazione in atto che confluisce nelle antitetiche proposte governative. Può esistere dunque spazio per un’alternativa che proviene dallo stesso sentire e
vivere della polizia, al di là delle contingenti pressioni esterne sul corpo. Deve far riflettere la facilità con cui in un contesto democratico può crearsi una forza di polizia alle dirette dipendenze del vertice esecutivo, come l’Ice, che al momento ha paragone solo nella analoga forza a disposizione dell’autocrate russo».

(da Repubblica)

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ALL’EUROPARLAMENTO LE SVASTICHELLE TEDESCHE DI AFD BRIGANO PER AVERE NEL LORO GRUPPO ROBERTO VANNACCI: “È UN OTTIMO POLITICO E SIAMO SUOI FAN”

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

NEL FRATTEMPO, IN GERMANIA, AFD HA UN NUOVO ISCRITTO: SI TRATTA DI MAXIMILIAN MAERKL, PORTAVOCE DI “IB”, MOVIMENTO DI ESTREMA DESTRA CHE RITIENE CHE GLI STRANIERI ABBIANO UN “VALORE MINORE” RISPETTO AI TEDESCHI

Roberto Vannacci è parlamentare europeo. Al momento, però, senza gruppo: i Patriots for Europe lo hanno messo fuori contestualmente all’addio alla Lega. Ieri, però, il generale ha ricevuto le avances di Alternative für Deutschland, il gruppo di estrema destra tedesco in alcuni casi nostalgico del nazismo: «Roberto Vannacci è un ottimo politico e siamo suoi fan — dice René Aust, il capogruppo Afd all’europarlamento — stiamo a vedere cosa succederà».
Afd all’inizio aderiva appunto ai Patriots, il gruppo cofondato oltre che da Salvini, da Viktor Orbán, Marine Le Pen e Geert Wilders. Ma il partito tedesco ne era stato espulso: ora il gruppo di Afd è quello di Esn, Europa delle nazioni sovrane a cui aderisce anche Reconquête di Éric Zemmour. Il generale era stato candidato da Salvini a vice capogruppo dei Patriots: ma la proposta era stata bocciata da numerosi partner, a partire dai francesi del Rassemblement national.
Alternative fuer Deutschland avrebbe tra i suoi iscritti il capo di un movimento di estrema destra (Identitaere Bewegung, Ib) e la cosa sarebbe ancor più sorprendente
perché i vertici del partito hanno dichiarato in passato di considerare incompatibile con Afd la presenza in questa forza politica.
È il quotidiano tedesco Die Welt a rendere nota la vicenda: Maximilian Maerkl sarebbe addirittura il portavoce di Ib e secondo Welt è iscritto alla sezione bavarese di Afd. Maerkl avrebbe già denunce per istigazione all’odio e manifestazioni non autorizzate e di recente avrebbe preso parte alla controversa iniziativa in Brandeburgo sulla “remigrazione”.
Il vertice di Afd ha stilato una lista di organizzazione considerate incompatibili con il partito. Il movimento in questione avrebbe secondo l’Ufficio federale per la difesa della costituzione una chiara collocazione estremista: il movimento ritiene che solo l’origine etnica sia decisiva per l’appartenenza al popolo tedesco, conferendo così alle minoranze un “valore minore”.
Da qui il suo inserimento nella lista per l’incompatibilità. Tuttavia, questo divieto può essere superato se si decide comunque di accettare l’iscrizione con una delibera dei due terzi dei membri della presidenza regionale del partito. Al momento non ci sono stati riscontri dal partito sulle rivelazioni della Welt, che se dovessero essere confermate metterebbero ancora una volta in evidenza l’ennesima lotta interna al partito tra una fazione “moderata” e una “radicale”.
(da agenzie)

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AVVISATE LA DUCETTA: DOPO TRE ANNI E MEZZO DI GOVERNO MELONI, A ROMA LA PERCEZIONE DI SICUREZZA È PEGGIORATA: AUMENTANO I ROMANI CHE NON SI SENTONO SICURI FUORI DI CASA E CHE PENSANO CHE LA SITUAZIONE IN CITTÀ SIA PEGGIORATA RISPETTO A TRE ANNI FA

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

LA ZONA PIÙ TEMUTA È QUELLA INTORNO ALLA STAZIONE TERMINI. NON CONVINCONO LE “ZONE ROSSE” E NON PIACCIONI GLI “INFLUENCER DEL DEGRADO” COME SIMONE CICALONE E COMPANY – IL SONDAGGIO DELL’ISTITUTO DEMOPOLIS PER “ROMATODAY”

Dopo tre anni e mezzo di Governo Meloni, a Roma la percezione di sicurezza è peggiorata. Il dato emerge dal sondaggio dell’istituto Demopolis, in collaborazione con RomaToday, condotto tra il 21 e il 30 gennaio su un campione di oltre 2mila nostri lettori. I romani non si sentono sicuri fuori casa, evitano di frequentare determinate zone (in primis la stazione Termini, soprattutto di sera) e rispetto a tre anni fa pensano che la situazione in città sia peggiorata.
Tutto ciò, nonostante gli interventi messi in campo da parte del Governo, soprattutto nell’ultimo anno. Dopo una sequela di episodi di rapine, aggressioni e omicidi, il Governo ha deciso di istituire alcune “zone rosse”. […] E così quartieri e quadranti come Termini, l’Esquilino, la stazione Tuscolana, Quarticciolo, San Lorenzo e Valle Aurelia sono finiti sotto la lente d’ingrandimento della Prefettura. Interi quartieri nei quali le forze dell’ordine concentrano maggiormente il loro operato.
Ma se ai romani chiedi “Quanto si sente sicuro nella città in cui vive?”, le risposte rappresentano una realtà ben precisa, ancora distante dal contesto che chi governa il Paese e amministra la città vorrebbe poter raccontare: il 53% ha risposto “poco, per
nulla” mentre il 47% “molto, abbastanza”. “Un romano su due – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – dichiara di non sentirsi oggi tranquillo nell’area in cui vive o lavora: si tratta di un valore che in tutta Italia appare in forte crescita rispetto agli anni precedenti”.
Ma di cosa hanno maggiormente paura i romani? Il 73% di subire scippi o aggressioni fuori casa, il 52% molestie o violenze, mentre il 45% ha paura di subire furti o rapine all’interno della propria abitazione. Tra le lettrici donne, la percentuale di chi ha paura di subire molestie o violenze sale al 63%.
Come aggiunge sempre Vento di Demopolis, un dato che colpisce è quello rappresentato dal 60% di intervistati che non ritiene sia aumentata la sicurezza negli ultimi tre anni. Solo il 9% pensa che sia aumentata e il 31% non ha percepito cambiamenti rispetto al passato.
Si parlava di zone rosse. il 51% degli intervistati non ritiene che una maggiore presenza di forze dell’ordine abbia finora contrastato e ridotto la microcriminalità.
Quattro romani su 10 evitano del tutto la stazione Termini, poiché percepita come poco sicura. Il 26% ammette di sentirsi insicuro, soprattutto nelle ore serali, mentre il 23% si sente generalmente sicuro, salvo episodiche preoccupazioni. Uno striminzito 4% ha risposto di non avvertire ragioni di insicurezza, neanche di sera.
Come abbiamo spesso raccontato su RomaToday, anche con approfondimenti dedicati nella sezione Dossier, la Città Eterna è anche caratterizzata dalla presenza di diversi “influencer del degrado”. Youtuber e tiktoker come Cicalone, Simone Carabella o Serpico che vanno a caccia di borseggiatori e “maranza” dentro e fuori le stazioni della metropolitana.
L’istituto Demopolis ha chiesto ai lettori del nostro giornale se la presenza di questi personaggi, che producono contenuti social molto spesso virali, in qualche modo influisca positivamente sulla percezione di sicurezza: ha risposto positivamente solo un quinto degli oltre 2mila partecipanti. Per il 30% la loro azione non incide minimamente, mentre per il 25% dipende dai luoghi in cui operano e dai loro comportamenti. Un ulteriore 9% pensa che aumentino la percezione di insicurezza.
L’80% valuta positivamente il divieto, esteso ai minori, di porto di coltelli o strumenti dotati di lama affilata, con la reclusione da uno a tre anni e le sanzioni amministrative accessorie, dalla sospensione della patente di guida e del passaporto, al ritiro del permesso di soggiorno.
Il 72% concorda sull’utilità di investimenti in educazione e occasioni di crescita culturale come antidoto all’incremento di episodi di violenza fra i giovani. Ma solo il 43% ritiene che l’installazione di metal detector nelle scuole romane servirebbe a qualcosa: contraria si dichiara la maggioranza assoluta degli intervistati.
(da w.romatoday.it)

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LA PAURA PIÙ GRANDE DEGLI ITALIANI? I TOPI DA APPARTAMENTO, QUASI IL 60% DEI NOSTRI COMPATRIOTI TEME, PIÙ DI OGNI ALTRA COSA, L’INTRUSIONE IN CASA, PER LA GIOIA DI CHI VENDE DISPOSITIVI DI SICUREZZA

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

NEGLI ULTIMI DUE ANNI SONO AUMENTATI GLI ACQUISTI DI PORTE CORAZZATE, INFERRIATE, TAPPARELLE BLINDATE E ALLARMI DIGITALI ED ELETTRONICI… I COSTI POSSONO SUPERARE I 700 EURO ALL’ANNO, TRA INSTALLAZIONE DI TELECAMERE E SENSORI SPECIALI, ABBONAMENTO MENSILE A SERVIZI DI VIGILANZA, ASSISTENZA E RIPARAZIONI

Quando entrambi i genitori escono di casa per andare al lavoro, si chiedono – è naturale – se la casa sia davvero al sicuro in loro assenza. Se lo domandano anche i tanti italiani (il 40,8% del totale) che non vivono in un condominio con dei vicini, ma in ville, villette isolate e abitazioni indipendenti. E il cruccio della sicurezza frulla ogni giorno nella testa di chi ha comprato una seconda casetta per le vacanze sapendola lontana per molti mesi all’anno. Indifesa, incustodita.
Questa Italia timorosa e spaventata ha moltiplicato, negli ultimi 2 anni e mezzo, le difese contro i topi da appartamento. Resistono quelle classiche, come la porta con cilindro europeo di fascia alta e defender corazzato, le inferriate ai balconi, le tapparelle blindate, il videocitofono. Tanti altri puntano su allarmi digitali ed elettronic
II 59% degli italiani spiega ai ricercatori del Censis (nel 2025) che l’intrusione in casa è in assoluto il suo incubo maggiore. […] Ad allarmarli è il tam tam dei social, che getta benzina sul fuoco della paura. Ma pesano anche i dati oggettivi che giornali, siti, tg veicolano a ogni nuova indagine. Dicono, ad esempio, che il 20% delle effrazioni denunciate ha avuto luogo tra le 7 e le 14; e il 31,7% tra le 14 e le 20 (nel 2024). Di giorno, dunque.
Qualcuno compra telecamere o sensori fai da te, che si trovano su Internet. Altri si affidano all’elettricista di quartiere, che installa dispositivi con discrete memorie cloud per custodire le immagini. Gli italiani più solventi ed esigenti si abbonano ai servizi che mettono in campo gli angeli custodi delle centrali operative.
I costi non sono banali e possono superare i 700 euro nell’anno tra installazione di telecamere e sensori speciali, abbonamento mensile a servizi di vigilanza, assistenza e riparazioni, se il ladro prendesse a martellate i dispositivi.
In questo scenario, le aziende del settore fatturano. Per il Politecnico di Milano, il mercato delle case intelligenti ha quasi toccato quota un miliardo (nel 2024), con il 28% speso per respingere i malfattori.
(da agenzie)

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