Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
STANNO CON TRUMP IN MOME DI UN OCCIDENTE CHE STA AL PRESENTE COME IL VOLO DI LINDBERG STA AI DRONI
Vedo Daniele Capezzone in un talk show, scopro che adesso fa il direttore del Tempo (le notizie da Roma mi arrivano con anni di ritardo, avevo perduto nozione e di Capezzone e del Tempo) e penso: meno male che, in questo caos fiammeggiante, ci sono quelli che hanno tutto sotto controllo e te lo spiegano con un sorriso vagamente irridente per gli scemi, come me, che non hanno capito niente.
Sembra che abbiano una pomata ignifuga sulla faccia, quelli che hanno capito tutto: mica si scottano. La guerra, per loro, è uno sporco lavoro che qualcuno deve pur fare. Inutile frignare, basta aspettare che il geniale piano Furia Epica, tempo qualche giorno, riporti la libertà nel mondo.
Stanno con Trump nel nome di un Occidente che sta al presente quanto il volo di Lindberg sta ai droni. Per loro non è cambiato nulla, è come se la seconda guerra mondiale fosse appena finita e aspettano che gli americani, a noi paisà, lancino sigarette e cioccolata dai carrarmati.
Il mondo capezzonico è diviso così: ci sono i cattivi, gli incivili, i terroristi, e poi ci sono i buoni, i civili, i liberatori. E per i buoni, i civili, i liberatori, ogni violenza, ogni sopruso, ogni invasione è lecita perché commessi in rappresentanza del Bene e
contro il Male. Pensiero chiesastico, il Bene e il Male, che in bocca ai laici suona doppiamente desolante.
È uno schemino binario che sarebbe di straordinaria pochezza perfino se fosse davvero interesse degli europei fare il codazzo muto e impotente di un’America ostile a chiunque non sia l’America. Che l’orribile regime di Teheran cada non è purtroppo imminente. Nel frattempo, dà sollievo scoprire che almeno Capezzone è contento.
(da repubblica.it)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL FINTO PACIFISTA PASSATO DA “PRIMA L’AMERICA” A “PRIMA LA GUERRA”
«Non inizierò guerre, le fermerò», dichiara Donald Trump il giorno della sua elezione
nel discorso di vittoria al Palm Beach Convention Center. È passato poco più di un anno dall’inizio del secondo mandato, vediamo come ha mantenuto la solenne promessa.
Somalia – 1 Febbraio 2025: Tornato alla Casa Bianca da appena due settimane Trump ordina un attacco militare contro una base Isis in Somalia, nella zona montuosa di Al Miskad, usata come nascondiglio dai militanti: «Questa mattina ho ordinato attacchi aerei militari di precisione contro un comandante di Isis in Somalia – scrive Trump sul social Truth –. Questi assassini, che abbiamo trovato nascosti nelle caverne, hanno minacciato gli Stati Uniti e i nostri alleati». Nel corso dell’anno gli attacchi in Somalia contro Isis e al-Shabaab, gruppo jihadista affiliato ad al-Qaeda, saranno 168, cifra che supera il totale delle incursioni durante le amministrazioni di George W. Bush, Barack Obama e Joe Biden messe insieme (Qui).
Iraq – 13 Marzo 2025: Nei primi giorni di marzo il timore di una possibile recessione causata dai dazi di Trump fa crollare le borse. I media parlano di Trumprecession. Il 10 marzo è un lunedì nero: il Nasdaq brucia 1.000 miliardi e chiude la giornata con un calo del 5 per cento, la perdita maggiore in due anni e mezzo. Il 13 marzo Trump ordina l’uccisione di Abdallah Makki Muslih al-Rifai, un comandante di alto profilo dell’Isis in un attacco nella provincia irachena di al-Anbar: «La sua miserabile vita è stata interrotta, insieme a quella di un altro membro dell’Isis, in coordinamento con il governo iracheno e il governo regionale curdo», scrive Trump in un post sui social media.
Yemen – Marzo-Maggio 2025: Il 15 marzo partono i raid contro gli Houthi. Per settimane il Pentagono colpisce con decine di azioni navali e aeree le installazioni degli Houthi filoiraniani nello Yemen, distruggendo infrastrutture e uccidendo decine di civili. Lo scopo è fermare gli attacchi alle navi nel Mar Rosso. A maggio, grazie alla mediazione dell’Oman, le incursioni cessano. A giugno Human Rights Watch segnala che un attacco statunitense al porto di Ras Isa a Al-Ḥudayda ad aprile ha ucciso più di 80 civili e dovrebbe essere indagato come crimini di guerra (Qui).
Iran – 22 Giugno 2025: Mentre negli Usa sono in corso manifestazioni in oltre 1.500 città contro la deriva autoritaria del presidente, ed esplodono movimenti come il «No Kings Movement» , il 22 giugno Trump lancia «Midnight Hammer» (Martello di mezzanotte), l’operazione militare di aeronautica e marina contro i siti nucleari in Iran. Bombardieri B-2 e sottomarini carichi di missili Tomahawk prendono di mira l’impianto di arricchimento dell’uranio di Fordow, l’impianto nucleare di Natanz e il centro di tecnologia nucleare di Esfahan. Trump dichiara all’Aia al summit Nato: «Siti nucleari iraniani annientati, credo sia un annientamento totale»(Qui). È il primo attacco diretto degli Stati Uniti sul territorio iraniano dal 1988.
Mar dei Caraibi – 2 Settembre 2025. Due settimane dopo l’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska e le polemiche nate attorno alla strategia proposta per chiudere la guerra in Ucraina (praticamente una resa per Kiev), gli Stati Uniti avviano offensive mirate contro il traffico di droga venezuelano. Il 2 settembre Trump ordina l’affondamento della prima imbarcazione nel Mar dei Caraibi, muoiono 11 uomini (Qui), definiti dal presidente Usa «narcoterroristi»(Qui). Nel corso dei mesi successivi seguono altri attacchi e sale la
pressione sul Venezuela di Nicolás Maduro, accusato di essere complice del contrabbando di droga.
Siria – 19 dicembre 2025. In seguito a un attacco in cui muoiono due soldati statunitensi e un traduttore nella città di Palmyra, Trump ordina un blitz contro lo Stato islamico. Centcom, il Comando centrale americano, annuncia di aver colpito oltre 70 obiettivi. Trump sui social conferma che gli Stati Uniti stanno «infliggendo una ritorsione molto seria, come promesso, ai terroristi assassini».
Nigeria – 25 dicembre 2025. Nel giorno di Natale Trump lancia attacchi aerei contro basi dell’Isis nello stato di Sokoto, Nigeria. Il presidente giustifica l’operazione come vendetta per le uccisioni di cristiani: «Sotto la mia guida, il nostro Paese non permetterà al terrorismo islamico radicale di prosperare. Che Dio benedica il nostro esercito e BUON NATALE a tutti, compresi i terroristi morti, che saranno molti di più se il loro massacro di cristiani continuerà».
Venezuela – 2 gennaio 2026. Il nuovo annoinizia con «Absolute Resolve»: 150 aerei delle forze armate Usa bombardano il nord del Paese, assicurando copertura agli agenti della Cia. Dopo il blitz, in cui muoiono 80 persone tra militari e civili venezuelani e cubani, il presidente venezuelano Nicolas Maduro viene catturato e trasferito nel Metropolitan Detention Center di Brooklyn, a New York. Dall’Air Force One Trump commenta: «Siamo noi ad avere il controllo in Venezuela». E poi minaccia Colombia, Messico e Cuba, evocando la possibilità di future operazioni militari nella regione.
Iran 28 febbraio 2026 – Una settimana dopo la sentenza della Corte Suprema contro i dazi, per la quale il presidente non aveva l’autorità legale di imporli senza l’approvazione del Congresso (Qui), e infuria il caso Epstein che lambisce sempre di più Trump (Qui), gli Stati Uniti lanciano un imponente attacco preventivo, congiunto con Israele, contro l’Iran. In un videomessaggio trasmesso alle 2:30 del mattino, poco dopo l’inizio dei bombardamenti, Trump afferma che l’Iran rappresenta una «minaccia imminente» e chiede il rovesciamento del governo. L’Operazione «Furia epica» porta all’uccisione dell’ayatollah Khamenei e 7 suoi alti funzionari. Nei bombardamenti è rasa al suolo la scuola primaria Shajaba Tayyiba. Dentro c’erano 180 bambine. Ad oggi le vittime civili sono centinaia, e tutto il Medio Oriente si è infiammato.
Nessuna operazione di questo lungo elenco è passata dall’autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti, nonostante la Costituzione attribuisca proprio al Congresso – e non al presidente – il potere dell’uso della forza contro un altro Stato sovrano.
Il falso mediatore
Durante il suo primo anno di mandato, Donald Trump si è vantato di aver fermato otto guerre e di meritare il Premio Nobel per la Pace. Falso: è già stato documentalmente smentito (vedi dataroom del 29 settembre 2025). L’unico accordo che ha in effetti contribuitoa concludere è stato quello per fermare i bombardamenti israeliani su Gaza. Dove però l’esercito israeliano continua quotidianamente a sparare sulla popolazione palestinese.
Milena Gabanelli e Francesco Tortora
(da corriere.it)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
I SEDICENTI “CAPI DEL MONDO LIBERO” DEDITI AL CRIMINE
È tutta la vita che vedo presidenti americani dichiarare guerra a qualcuno. Li ricordo ergersi solenni davanti al loro piccolo podio comprensivo di «gobbo» per ammonire e condannare iracheni, nicaraguensi, serbi, libici, russi, afghani. Potevano essere disinvolti come Reagan, seduttivi come Clinton, rigidi come Bush senior, impacciati come Bush junior, onirici come Obama o svampiti come l’ultimo Biden. Ma alla fine erano sempre la stessa persona: the President of the United States. Ad accomunarli era la gravitas imposta dal ruolo di «capo del mondo libero», qualunque cosa voglia ancora dire questa espressione che continua a risuonarci dentro fin dall’infanzia.
Adesso, invece, c’è Gengis Trump. Uno che ha dichiarato guerra agli ayatollah indossando un cappellino da baseball. E che mentre parla di distruzione e di morti, anche americani, oppure inveisce contro nemici e alleati (ieri ha minacciato la Spagna, l’altro ieri l’Inghilterra, domani chissà) cambia improvvisamente discorso per magnificare il colore delle tende della nuova sala da ballo della Casa Bianca.
Qualcuno eccepirà che si tratta di formalismi di poco conto, rispetto al dramma in corso. Ma mi chiedo se questo abbruttimento dei rapporti tra persone e tra Stati non dipenda un po’ anche dall’aver smesso di dare importanza alle forme.
Un mondo dove le bombe e le tende riescono a stare nella stessa frase fa venir voglia di cercare una tenda che ci metta al riparo dalla bomba più devastante: quella umana.
(da corriere.it)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
LA GITA PRIVATA A DUBAI DURANTE LO SCOPPIO DI UNA GUERRA DI CUI ERANO A CONOSCENZA IL MIO ELETTRAUTO, LA PORTIERA DEL CIVICO 9, IL RAGAZZO DEL BAR E OGNI BIPEDE SENZIENTE
Non si placa, purtroppo, la triste polemica sul ministro della Difesa italiano in git
a privata a Dubai durante lo scoppio di una guerra di cui erano a conoscenza il mio elettrauto, la portiera del civico 9, il ragazzo del bar, tutte le cancellerie del mondo e quasi ogni bipede senziente. Non mi soffermerò su questo punto che è già stato sviscerato dai media con numerose varianti. C’è chi sostiene (Crosetto) di essere volato a Dubai per questioni di famiglia, e poi c’è chi sostiene (Crosetto) di aver avuto impegni istituzionali ad Abu Dhabi, suggerisco un confronto all’americana tra i due.
È comunque rassicurante sapere di avere un ministro della Difesa così informato da restare bloccato in aeroporto come un turista qualsiasi. E anche questo si è detto. Però, boh, vai a sapere se un ministro della Difesa può andare in giro qui e là senza dirlo a nessuno, né alla Farnesina, né ai servizi segreti. Infine, in una riunione al Senato che sembrava Hellzapoppin’, ha giocato la carta del cuore di padre, la mozione degli affetti che funziona sempre, infallibile.
Ma a un certo punto, dal dramma privato del ministro Crosetto si è passati al dramma nostro, di tutti noi, che è quello di avere come ministro degli Esteri Antonio Tajani, il quale, interrogato in proposito, è caduto dal pero, ha detto che lui della guerra è stato avvertito dopo, e che sta assistendo gli italiani bloccati a Dubai, ai quali consiglia di non avvicinarsi alle finestre se vedono dei droni. Il che – suppongo – è il massimo che Tajani possa fare, ma non nella situazione particolare, credo in generale e in assoluto.
La sensazione di sicurezza e fiducia – parlo da cittadino italiano – fornita dal combinato disposto di ministro della Difesa e ministro degli Esteri è inebriante almeno quanto il peso dell’Italia sulle questioni internazionali: forse tra poco sapremo delle Cinque Giornate di Milano o dell’attentato di Sarajevo, sempre che gli alleati si ricordino di avvisarci. Insomma, un paio di giorni fa, con la comparsa in scena di Tajani, la grande commedia italiana ha vinto ancora, e siamo passati da Mamma ho perso l’aereo a Totò e Peppino divisi a Berlino (1962, soggetto di Age e Scarpelli, per dire il genio), una storia di magliari e geopolitica. I nostri eroi vengono catturati a turno dagli americani, poi dai russi, poi addirittura dai cinesi, il tutto senza sapere né capire nulla della situazione, senza notizie, senza la minima consapevolezza di niente. E anche senza giornali che il giorno dopo chiedano proprio a loro, Totò e Peppino, analisi e riflessioni su una situazione con tutta evidenza a loro sconosciuta.
Sullo sfondo, giusto per metterci un po’ di cinepanettone, che non guasta mai, la Dubai degli influencer e dei sedicenti maghi della finanza, i cantori del qui-non-c’è-la-burocrazia e non-si-pagano-le-tasse, signora mia, di colpo incupiti per la situazione internazionale e per l’improvviso scarseggiare di crêpes al buffet della colazione. Tutti però ancora felici di vivere in una specie di Disneyland del Capitale.
Assistere a tutto questo mentre fuori – fuori dalla commedia, intendo – infuria una guerra di aggressione coloniale di Usa-Israele, è piuttosto spiazzante, ma bisogna anche considerare che lo si fa per liberare dal velo le donne iraniane, e si pensa di aiutarle bombardando una scuola piena di bambine, non fa una piega. Intanto, da qui, “monitoriamo la situazione”, che è la cosa che sappiamo fare meglio, sempre che Tajani e Crosetto riescano ad accendere un monitor.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
LE QUESTIONI DA TENERE D’OCCHIO SONO TRE: 1) QUANTO CI VORRÀ PER NOMINARE LA NUOVA GUIDA SUPREMA? E CHI SARÀ?; 2) QUANTO POTRÀ RESISTERE L’IRAN? QUANTI MISSILI CI SONO ANCORA NELL’ARSENALE?; 3) QUANTO DURERANNO GLI EUROPEI CON IL BLOCCO DELLO STRETTO DI HORMUZ E UN’INFLAZIONE CHE SVUOTERÀ ANCORA DI PIÙ LE TASCHE DEI CITTADINI, GIÀ SVENATI DA QUATTRO ANNI DI GUERRA IN UCRAINA?
L’Iran non è il Venezuela, e non è nemmeno l’Iraq. È un Paese sterminato con 90 milioni di abitanti, e non basta ammazzare Khamenei per abbattere il regime teocratico nato dalla rivouzione del 1979.
Ci sono voluti solo due giorni a Trump per capirlo: costrettI da Netanyahu (con lo sventolìo di qualche Epstein file) a bombardare l’Iran, il tycoon e i suoi generali sanno bene che senza un intervento militare via terra, non ci sarà nessun regime change.
È improbabile che una dittatura religiosa così pervasiva e longeva come quella iraniana venga soppressa dalle bombe calate dall’alto
Lo ha scritto pure un neocon mai pentito come Giuliano Ferrara, non certo una vedova di Khamenei: “Una volta fissato e proclamato l’obiettivo del rovesciamento del potere rivoluzionario a Teheran, però, è evidente che o l’obiettivo viene acquisito con la più massiccia campagna aerea della nostra epoca oppure quel che resta del regime sarà in grado di esibire la sua sopravvivenza come una vittoria strategica sul piccolo e sul grande Satana”.
In questo caos di droni, contraeree, ambasciate colpite e minacce di terrorismo globale da parte dei pasdaran (non certo una novità: sono decenni che finanziano tutti i principali gruppi terroristi del mondo con la retorica della “resistenza”), sono tre i nodi principali che osservano analisti e osservatori.
1. La nomina della nuova Guida Suprema
Chi sarà il nuovo ayatollah-in-chief? Chiunque succeda a Khamenei, non potrà avere il carisma e l’aura del suo predecessore.
C’è poi un “problema” di tempi: il processo per eleggere un nuovo capo religioso sarà lungo, causa guerra. L’assemblea degli esperti che dovrà scegliere l’erede di Khamenei, infatti, è impossibilitata a riunirsi di persona, per via dei bombardamenti israelo-americani, e le prime consultazioni si starebbero tenendo da remoto (sotto il tiro degli hacker israeliani).
D’altro canto, finché non sarà nominata la Guida Suprema, non potrà essere intavolata alcuna trattativa con gli americani (trattativa che, peraltro, il ministro degli Esteri, Abbas Aragchi ha già smentito di voler aprire). Più dura l’impasse, più dura la guerra.
2. Quanto potrà resistere l’Iran?
La rappresaglia di Teheran ha sorpreso per la sua vastità: a differenza del giugno scorso, quando si concentrò su Israele e qualche base americana, infatti, l’Iran sta sparando tutti i suoi colpi contro tutte le monarchie del Golfo, alleate degli Stati Uniti.
Nell’arsenale dei pasdaran ci sarebbero più di 2000 missili capaci di raggiungere quei Paesi, a cui si aggiungono migliaia di droni kamikaze, di facile produzione e basso costo.
Almeno 1.500 tra missili terra-terra e droni kamikaze sono già stati lanciati. Quanti altri giorni potranno durare gli arsenali?
La scommessa di Tel Aviv e Washington, che conoscono bene l’Iran, è: pochi. Lo sperano anche nelle capitali del Golfo, dove invece non abbondano con i sistemi di difesa aerea Patriot e Thaad.
Scrive il “Wall Street Journal”: “Di solito, per abbattere un missile balistico servono due o ddirittura tre intercettori. Sebbene il numero esatto di intercettori schierati nella regione sia classificato, gli Emirati Arabi Uniti ne avrebbero ordinati meno di 1.000. Il Kuwait circa 500 e il Bahrein meno di 100
3. Hormuz
Come al solito, a pagare le conseguenze delle guerre saranno gli europei. Quanto potrà resistere il vecchio continente di fronte al blocco dello stretto di Hormuz, da dove passa il 20% del consumo mondiale di greggio?
Gli stati europei sono i più colpiti, essendo importatori netti di petrolio, mentre gli Usa se ne possono fregare, e approfittare: sono il primo produttore al mondo di olio nero
Italia, Francia, Germania, e gli altri, rischiano di vedere i prezzi dell’energia schizzare in alto (il gas ha già raggiunto 60 euro al Megawatt/ora, ai massimi dall’agosto 2022), con conseguenze nefaste sull’inflazione.
Questo non significa che non ci siano conseguenze interne negli Stati Uniti. Anzi: la guerra sta dilaniando il partito repubblicano, con gli esponenti “Maga” isolazionisti che ormai parlano apertamente di Trump come di un “traditore” al servizio di Israele. C’è una brutta aria in vista delle elezioni di midterm di novembre: solo il 27% degli americani approva la guerra all’Iran
Se la situazione per Trump si fa fosca, per Netanyahu, dietro le macerie dei palazzi sventrati dalle bombe israeliane, sta arrivando la luce: anche in Israele si vota a fine ottobre, e “Bibi” arriverà di volata, sull’onda lunga dell’eliminazione di Khamenei.
Netanyahu ha ottenuto la decapitazione dell’intera catena di comando iraniana, e, come Trump, si è appellato al “nobile” popolo dell’ex Persia per rovesciare il regime degli ayatollah.
E qui si torna alla vera questione, che Trump e il suo amico “Bibi” fingono di ignorare: un rovesciamento della teocrazia di Teheran è improbabile, quasi impossibile.
È vero che i giovani iraniani sognano un Paese dove le donne possano avere diritti e passeggiare in minigonna, dove poter bere, andare ai rave e dove gli omosessuali non vengano impiccati. Ma quanti sono questi sinceri democratici? Rappresentano il popolo o solo l’élite cittadina iraniana? È la solita “sineddoche” dell’Occidente, che confonde una parte con il tutto?
Le manifestazioni di piazza di dicembre e gennaio erano state le più partecipate di sempre anche perché, più dei ragazzi ansiosi di democrazia, sono scesi in corteo i commercianti dei bazar, tradizionalmente una delle colonne portanti del regime, e molto conservatori.
Ma quelli non erano interessati alla libertà, o alla caduta di Khamenei, piuttosto solo alla questione economica. E la maggior parte del popolo iraniano è religiosa, e in qualche modo fedele al regime.
Come nella Russia di Putin, non c’è un’opposizione strutturata, e un’eventuale colpo di stato, al massimo, lo potrebbero compiere solo le gerarchie militari, che però in Iran sono intrecciate con il fanatismo religioso (Pasdaran e Basij).
Ciò detto, sarebbe ingenuo pensare che le bombe sui capoccioni conturbanti degli ayatollah non siano state un colpo durissimo al regime. E lo è ancora di più, in prospettiva, la risposta degli stessi ayatollah, in versione “tutti contro uno”
Colpendo tutti i Paesi del Golfo, infatti, gli iraniani si stanno inimicando, per esempio, anche il Qatar, che insieme a Teheran ha finanziato e sostenuto i terroristi di Hamas negli ultimi anni, in funzione anti-israele.
Stanno facendo indispettire, soprattutto, l’Arabia Saudita, il nemico storico del regime iraniano, che negli ultimi tempi grazie alla mediazione della Cina si era riavvicinato a Teheran
Il principe ereditario saudita, Mohammed Bin Salman, potrebbe invece convincersi di nuovo a entrare negli Accordi di Abramo, che nel 2019 non aveva firmato, a differenza dei suoi “colleghi” emiratini e del Bahrein, e che erano stati accantonati
solo dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 a Israele e il conseguente massacro a Gaza. Lo stesso Bin Salman, come ha riportato il “Washington Post”, che pubblicamente invitava alla descalation ma in privato telefonava a Trump per fare pressione e convincerlo ad attaccare Teheran.
Scriveva ieri sul “Foglio” Micol Flammini: “L’attacco dell’Iran contro i paesi del Golfo sancisce la nascita di una coalizione che fino a sabato non esisteva. Teheran l’ha creata, ha sparato su tutto il Golfo, attaccando simultaneamente paesi che non aveva mai etichettato come una minaccia al regime, ha tirato paesi neutrali al di fuori della loro neutralità, li ha messi tutti dalla stessa parte, contro se stesso. […] Ha reso infrangibili gli Accordi di Abramo già esistenti. Ha dato ragioni in più a chi continua a esplorare l’intesa da anni. Ha avvicinato chi non voleva sentirne neppure parlare”
Aggiunge Anna Momigliano sul “Corriere della Sera”: “Un piccolo miracolo diplomatico nel Golfo questa guerra l’ha già fatto: il riavvicinamento tra Arabia Saudita ed Emirati, che erano ai ferri corti e ora tornati alleati. Il collante è stata la rappresaglia degli iraniani che, attaccati da Usa e Israele, hanno risposto bombardando ogni Paese a portata del loro arsenale e percepito come amico dell’America. Lo choc non è arrivato dalla ritorsione in sé, ma dalla sua portata.
Nell’estate del 2025, Teheran aveva aspettato 18 ore prima di reagire e aveva concentrato i missili su Israele. A questo giro, ci ha messo 2 ore e hanno colpito dieci nazioni.
Non appena il primo missile è caduto su Dubai, Mbs ha telefonato al presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, e i due hanno rilasciato un comunicato congiunto condannando ‘l’escalation’.
Il giorno dopo, i Paesi arabi colpiti diffondono un’altra nota — insieme agli Usa, il Paese in guerra al fianco di Israele — denunciando ‘le azioni sconsiderate dell’Iran’”.
A proposito di Emirati. Bin Zaued era convinti di essere al sicuro, intoccabili. Il motivo? Dubai, una città stato diventata un porto franco per criminali, escort, influencer borderline e latitanti, si è ritagliata un posto anche nel cuore di mullah
iraniani: è un punto nevralgico per evitare, o meglio, aggirare le sanzioni americane.
Lì operano decine di società “intermedie”, bandite dagli Usa e dalla comunità internazionale occidentale, che “mediano” affari per conto di Teheran. Aver colpito i grattacieli di Dubai, per i pasdaran, è una mossa anomala: colpiscono anche i loro interessi e i loro quattrini. Perché farlo? È solo disperazione, o c’è una strategia? Chi rimane dalla parte dell’Iran?
C’è la Cina, certo, che in questi anni ha garantito supporto economico con gli acquisti di petrolio, e ideale con la lotta all’imperialismo americano (a cui contrapporre un imperialismo uguale e contrario, fatto di ricatti chiamati via della Seta e dumping fiscale, con l’aggravante della dittatura); c’è la Russia di Putin, che ha carpito da Teheran i segreti per i droni iraniani salvo poi iniziare a produrli da soli; c’è, soprattutto, il Pakistan, un Paese-canaglia governato da una dittatura militare con la bomba atomica, seppure a maggioranza sunnita
(da Dagoreport)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
QUASI IL 25% DEI GIOVANI COMPLESSATI È D’ACCORDO SUL FATTO CHE, SPESSO, LE ACCUSE DI VIOLENZA SIANO FALSE, IL 10,3% DEI RAGAZZI È CONVINTO CHE LE DONNE SERIE NON VENGONO VIOLENTATE . PIU’ DELLA META’ DEI GIOVANI REPUTA GIUSTO PROIBIRE ALLA PROPRIA FIDANZATA DI INDOSSARE ABITI SEXY
Molti ragazzi non stanno bene. Vivono un disagio sotterraneo che non riescono
ancora a gestire. Il segno di questa insicurezza è tracciato nelle loro storie sentimentali dove spesso scambiano la gelosia per prova d’amore.
Una ricerca dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, realizzata su 2.001 residenti in Italia tra i 18 e i 34 anni, accende nuovi campanelli d’allarme. Solo il 47 per cento dei maschi considera «mai accettabile» controllare abitualmente il cellulare e i social della partner e vietarle di uscire con chi vuole. Come proibire
alla fidanzata o al fidanzato di vestirsi in un certo modo non è ammissibile soltanto per il 43,5% dei ragazzi contro il 73,7% delle ragazze.
L’indagine emerge nell’ebook, In nome di Giulia. Il coraggio di cambiare della Generazione Z — edito da Vita e Pensiero e scaricabile gratis da domani — a cura di Cristina Pasqualini, professoressa di Sociologia all’Università Cattolica di Milano. Più di 350 pagine riuniscono ricerche, interviste, pareri di esperti, oltre al lavoro degli studenti e delle studentesse di Sociologia della Cattolica.
Il risultato è una fotografia complessa di una generazione che si sente diversa da quelle passate, ma che conserva alcuni pregiudizi, molti legati alla violenza di genere. Ancora: solo il 37,7% del campione la considera un fenomeno molto diffuso (il 22,3% dei maschi contro il 50,1% delle femmine). Quasi il 25% dei giovani è molto e abbastanza d’accordo sul fatto che spesso le accuse di violenza siano false. Il 10,3% dei ragazzi e il 4,6% delle ragazze è convinto che le donne serie non vengono violentate.
Molti giovani si stanno interrogando su quello che possono fare per la parità di genere e l’emancipazione femminile. Il modello di maschio che non deve chiedere, né avere paura di niente ha portato gli uomini a una fragilità evidente. Ora in tanti si mettono in discussione». Pasqualini individua un punto di rottura nelle ragazze e nei ragazzi nati tra il 1996 e il 2010, la Generazione Zeta.
(da “Corriere della Sera”)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
NEGLI ULTIMI DIECI ANNI IL LICEO CLASSICO HA PERSO PIÙ DEL 15% DEGLI ISCRITTI E SI AVVIA A SCENDERE SOTTO IL 5%, CHE È CONSIDERATA UNA SOGLIA DI ALLERTA
Agli studenti italiani continua a piacere di più il liceo dell’istruzione tecnica: quest’anno il 55,88 per cento degli adolescenti alle prese con la scelta della scuola superiore ha optato per un percorso liceale, in linea con le percentuali del 2025.
Gli istituti tecnici perdono mezzo punto: a sceglierli è poco meno di uno studente su tre (30,84 per cento) mentre, dopo anni di crisi, si registra una leggera ripresa del percorso professionale che sale al 13,28 (+0,59 rispetto a un anno fa).
Si conferma la crisi dei licei tradizionali, a partire dal Classico (5,20 per cento) e dall’Artistico (3,95). Ma anche lo Scientifico, che pure può contare su percentuali a due cifre, scende dal 13,53 al 13,16 per cento; persino la versione light senza il latino (Scientifico delle scienze applicate) è in lieve flessione (9,75).
Quest’anno ad attrarre gli adolescenti italiani sono stati in particolare il liceo delle scienze umane che sfiora l’8 per cento delle scelte (+0,47 per cento) e l’opzione economico-sociale che sale al 4,55 (+0,24), a dispetto della concorrenza del nuovo liceo del Made in Italy, che si attesta allo 0,14 per cento.
Il sorpasso dei licei sulle scuole tecniche e professionali risale al 2014 e negli ultimi dieci anni il liceo classico ha perso più del 15 per cento degli iscritti (nel 2016 erano il 6,1 per cento) e si avvia a scendere sotto il 5 per cento che è considerata una soglia di allerta. Non a caso il ministro dell’Istruzione e del Merito ha istituito un tavolo di lavoro per cercare soluzioni per rilanciarlo.
Ma anche il liceo scientifico tradizionale, quello con il latino, ha perso quasi due punti e mezzo in dieci anni tallonato dall’opzione con l’informatica al posto del
latino che ormai sfiora il dieci per cento. Sono in crescita continua anche i licei delle scienze umane: l’opzione economico-sociale (quella con meno pedagogia, psicologia e filosofia, e più ore di diritto e economia) ha addirittura raddoppiato gli studenti.
La filiera degli istituti tecnici è sostanzialmente stabile rispetto al 2016 mentre gli istituti professionali sono scesi di oltre tre punti in dieci anni. Secondo il ministero il risultato più rilevante di quest’anno è quello della filiera 4+2 (percorso tecnico-professionale quadriennale più Its Academy): con 10.532 iscritti, è quasi raddoppiato rispetto allo scorso anno. «Il numero di istituti che si stanno dotando a livello nazionale di percorsi 4+2 è un segnale inequivocabile: la riforma, in linea con le migliori pratiche europee, offre una scelta all’altezza delle sfide del futuro, in grado di fare emergere i talenti e le inclinazioni di ogni studente e di offrire validi sbocchi occupazionali», ha dichiarato il ministro Giuseppe Valditara.
(da agenzie)
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