Destra di Popolo.net

DALL’ITALIA ALL’UNGHERIA: ORBAN, MELONI E LA POLITICA DEL TERRORE SENZA IDEE

Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile

DAI SOVRANISTI LA PAURA COME PROGRAMMA… UN MANUALE CHE FUNZIONA FINCHE’ NON ARRIVANO I CONTI DA PAGARE

A metà febbraio la pagina Facebook di Fidesz Budapest ha pubblicato un video generato con l’intelligenza artificiale: una bambina chiede alla madre quando tornerà il padre, lei risponde piangendo «presto», poi soldati al fronte e un prigioniero giustiziato. Dalle mani cade la foto della bambina. Lo slogan: «Non correre rischi! Fidesz è la scelta sicura».
Viktor Orbán non ha ritirato il video. Il voto del 12 aprile lo guarda con i brividi: per la prima volta in sedici anni i sondaggi non danno a Fidesz la maggioranza. Péter Magyar, ex insider del governo e fondatore di Tisza (Tisztelet és Szabadság, Rispetto e Libertà), è stabile al 51-55 per cento tra chi ha già deciso. Magyar ha riportato al centro della campagna quello che Orbán preferisce non sentirsi dire: sedici anni di governo hanno prodotto inflazione record, emigrazione giovanile, servizi allo sbando.
Il nemico che non c’è
Fidesz ha scelto la sola strada rimasta: terrorizzare. Un quarto degli ungheresi è convinto che una vittoria di Magyar porterebbe i figli a morire in Ucraina. Il governo ha accusato senza prove il servizio di sicurezza ucraino di collaborare con Tisza, ha citato fonti dell’intelligence russa per sostenere che Bruxelles finanzia l’opposizione, ha schierato carri armati davanti alle raffinerie per un piano di sabotaggio mai comunicato alla Nato. All’inizio di marzo le forze antiterrorismo hanno fermato un convoglio bancario regolare tra Raiffeisen Bank Austria e la banca statale ucraina Oschadbank, trasformato nella narrativa di Fidesz in uno «scandaloso convoglio ucraino»: milioni confiscati, sei dipendenti espulsi senza accuse.
Il manuale della paura
Tutto questo non è un’anomalia ungherese: è un manuale. La sociolinguista Ruth Wodak della Lancaster University ha dimostrato nel suo The Politics of Fear (2015) come la costruzione del capro espiatorio esterno sia la strategia retorica centrale di tutti i populismi di destra europei, da Orbán a Le Pen, e come la sua efficacia dipenda proprio dall’essere pre-razionale. Da Trump a Le Pen, da Abascal di Vox a Orbán: tutti hanno vinto costruendo scenari catastrofici sull’alternativa, mai proponendo un futuro. Il nome tecnico è «catastrophism» elettorale: richiede solo la paura, perché la paura è pre-razionale. Il Financial Times ha documentato un piano del Cremlino per inondare i social ungheresi di contenuti pro-Fidesz, mentre reti di profili fasulli gonfiavano i commenti sotto i post di Orbán. Chi ha dalla sua l’entusiasmo non ha bisogno di simularlo: con il 40 per cento di contenuti in meno Magyar ottiene risultati migliori del 30 per cento.
Anche in Italia
In Italia il meccanismo è identico. Giorgia Meloni si avvicina al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo con i sondaggi ribaltati: il No è al 52 per cento secondo Swg. Al Teatro Franco Parenti di Milano, il 12 marzo, la premier ha scelto la strada del terrore: votare No significa ritrovarsi con «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà» e «figli strappati alle madri». Il capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, aveva già detto l’indicibile: bisogna votare Sì «così ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione». In molti, tra i giornalisti e nell’opposizione, hanno ricordato che l’unico stupratore effettivamente liberato (dal governo) si chiama Osama Almasri, indagato dalla Corte Penale Internazionale e rimpatriato con un volo di Stato.
Si parla soltanto di ciò che accadrà se si perde, da Budapest a Roma, mai di ciò che si vuole costruire. Quando la paura smette di bastare arriva Magyar con i dati sull’inflazione, arriva il No che rimonta. Arriva la domanda a cui né Orbán né Meloni sanno rispondere: dov’era il programma? Sepolto, evidentemente, sotto un video di un’esecuzione e una lista di stupratori.
(da lanotiziagiornale.it)

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LE PAROLE DEL SENATORE DI FRATELLI D’ITALIA ZAFFINI: “FINIRE DAVANTI ALLA MAGISTRATURA E’ COME UN CANCRO”

Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile

ORMAI I SOVRANISTI SONO AL DELIRIO

È polemica per le parole del senatore di Fratelli d’Italia, Franco Zaffini. Dopo l’uscita della capa di gabinetto di Nordio, Giusy Bartolozzi, che ospite di una trasmissione ha invitato a “votare sì” al Referendum per “togliere di mezzo” la magistratura, paragonandola a un “plotone d’esecuzione“, il senatore ha rincarato la dose. “Io aggiungo che (quando caschi davanti alla magistratura) è come se ti diagnosticano un cancro, è peggio di un plotone d’esecuzione”, ha detto a un convegno per il sì al Referendum che si è tenuto lo scorso 14 marzo a Terni.
La clip dell’intervento è stata diffusa, tra le polemiche, dal Movimento 5 stelle. “Con un plotone d’esecuzione sai che devi morire e ti chiedi quanto manca. Dal cancro puoi guarire o morire. Il problema è che se hai un cancro ti curano i medici. Se tu vai nelle mani della magistratura invece è un’avventura. Non sai con chi ti combini, non sai come vengono condotte le indagini, non sai cosa di capiterà”, continua Zaffini.
L’intervento del senatore di FdI hanno suscitato l’immediata reazione dell’opposizione, a partire dal Movimento 5 stelle di Terni che ha rilanciato la clip sui social parlando di “fatto gravissimo che colpisce direttamente le istituzioni della Repubblica”. “Ribadire l’inaccettabile paragone dei magistrati a un plotone di esecuzione è stato grave, ma definire la magistratura ‘peggio di un cancro’ non è una provocazione: è un attacco diretto a uno dei poteri dello Stato previsti dalla Costituzione”, sottolineano gli esponenti pentastellati parlando di una “costante delegittimazione dell’ordine giudiziario”.
Anche Angelo Bonelli ha commentato l’intervento di Zaffini parlando di parole “indecenti e inaccettabili” che “evidenziano la strategia di odio contro i magistrati” di FdI. “La verità è che non c’è alcuna volontà di affrontare i problemi reali della giustizia: tempi dei processi, digitalizzazione, carenza di magistrati e cancellieri – aggiunge il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde – La Meloni ha dato il via a questa campagna affermando che con il No verranno liberati pedofili, stupratori, spacciatori: un’offesa all’intelligenza degli italiani”. Bonelli ha evidenziato anche l’offesa dietro l’affermazione di Zaffini che offende chi ogni giorno combatte contro la malattia. “Di fronte a questa vergogna Meloni non dice nulla e non condanna – conclude Bonelli – allora acconsente”.
“Paragonare una malattia mortale all’azione dei giudici è un’affermazione gravissima, che non ha nulla a che vedere con il referendum sulla giustizia. Detta poi da chi presiede la commissione che in Senato si occupa di Affari sociali e sanità
è indecente”, commenta il capogruppo di Avs, Peppe De Cristofaro, sottolineando che “al peggio non c’è mai fine”.
(da agenzie)

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IRAN, LA GUERRA SPAVENTA ANCHE I TRUMPIANI

Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile

PARLANO DUE EX COLLABORATORI DEL GOVERNO: “TRUMP HA SBAGLIATO I CALCOLI, ORA RISCHIA IL PANTANO”

L’ex responsabile Medio Oriente del dipartimento di Stato David Shenker e Gabriel Noronha, ex inviato speciale sull’Iran durante la prima presidenza Trump, spiegano a Open come il regime di Teheran sia ferito e indebolito ma ben lontano dalla sconfitta: «Non ci sono fratture nel regime». Operazione poco pianificata e non c’è via di uscita.
A tre settimane dall’inizio dei bombardamenti in Iran, sono in tanti a chiedersi se la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro il regime degli ayatollah sia destinata a diventare un nuovo pantano globale.
Nonostante le rassicurazioni della Casa Bianca che continua a raccontare al mondo di una imminente vittoria americana, nazioni alleate e cittadini temono le ripercussioni economiche e sociali di una crisi che va avanti senza un obiettivo chiaro. Un disagio che si manifesta anche dentro al mondo di Trump, una coalizione eterogenea che mette insieme neoconservatori, repubblicani e Maga, in cui iniziano a sollevarsi le prime voci critiche. Le dimissioni del direttore del centro
Usa antiterrorismo Joe Kent sono il primo segnale chiaro di malumori all’interno della coalizione ma non l’unico. «Il presidente aveva inizialmente parlato di cambio di regime, ma non stiamo vedendo fratture e divisioni, né defezioni dalle forze armate», spiega a Open David Schenker, che durante la prima amministrazione Trump è stato responsabile della politica mediorientale del Dipartimento di Stato. Secondo Schenker è molto difficile riuscire a rovesciare un regime senza prevedere un attacco via terra, quello che in gergo militare si definisce “boots on the ground”: «Uno dei pochi casi è stata la guerra del Kosovo – racconta dal suo ufficio del Washington Institute dove è tornato con la fine del primo governo Trump – ma anche lì la campagna aerea del 1999 non portò a un cambio immediato: Milosevic cadde solo più di un anno dopo».
Un regime ferito, non sconfitto
Il diplomatico loda l’impresa militare di Usa e Israele, ma non nasconde scetticismo sulla capacità di controllo della risposta iraniana: «Alcuni obiettivi sono stati raggiunti, ma lo Stretto di Hormuz è chiuso e molto pericoloso, i nostri partner del Golfo sono stati colpiti, così come obiettivi civili, nodi energetici e infrastrutturali». Da un lato, dunque, attacchi precisi capaci di mettere in ginocchio l’architettura nucleare e la struttura del regime, dall’altro l’ombra della guerriglia di un nemico caparbio che, spiega Schenker, «emerge ferito ma ancora pericoloso».
Anche Gabriel Noronha, che durante la prima amministrazione Trump seguiva il dossier Iran come inviato speciale, ha un approccio ambivalente sull’operazione. Il regime è stato «fortemente indebolito e il programma nucleare quasi distrutto», ma ci sono due rischi all’orizzonte: «Il primo – illustra a Open – è il costo di lungo periodo per il commercio globale e l’impatto sui consumatori in tutto il mondo. Il secondo riguarda la capacità degli Stati Uniti di porre fine alla guerra alle proprie condizioni visto che il regime iraniano ha già fatto capire che sono pronti a continuare per anni».
L’orologio economico della guerra
I trumpiani non vogliono un altro Iraq, ma – con le elezioni di Midterm dietro l’angolo – ancora di meno un’economia globale in crisi per le scelte interventiste di un presidente che aspirava al Nobel per la pace. Da quando Usa e Israele hanno attaccato Teheran, il traffico marittimo nello stretto di Hormuz – dove passa un quarto del petrolio via mare – è crollato del 90%, facendo schizzare i prezzi della
benzina, al punto che i principali Paesi importatori sono stati costretti ad attingere alle riserve strategiche. Come ha scritto Mohsen Khezri sulla rivista della London School of Economics, lo Stretto di Hormuz è diventato «l’orologio economico della guerra»: «Una chiusura di breve durata provoca uno shock petrolifero, ma una chiusura prolungata si traduce in uno shock inflazionistico e demografico. Sebbene le riserve strategiche di petrolio possano far guadagnare tempo, non renderanno una guerra prolungata economicamente innocua».
Dalla “massima pressione” all’attacco militare
Noronha è stato tra gli architetti della cosiddetta strategia di “massima pressione” contro l’Iran. «Il nostro approccio – spiega – aveva tre pilastri: pressione economica, isolamento diplomatico e minaccia credibile di deterrenza militare. Era una politica di dissuasione, oggi si è scelta la coercizione militare». Ma cosa ha spinto l’amministrazione a cambiare strategia? Secondo l’esperto, in questi anni l’Iran «ha sviluppato missili balistici a lungo raggio che potrebbero colpire sia l’Europa che gli Stati Uniti» e ha «rifiutato negoziati seri con Washington». Ma non è tutto: «Il regime ha ripetutamente cercato di uccidere il presidente e i suoi principali consiglieri. Il Dipartimento di Giustizia ha arrestato diverse persone coinvolte in complotti contro il governo americano. Questi episodi hanno contribuito a cambiare la percezione di Trump del regime iraniano: da minaccia regionale a minaccia quasi esistenziale».
Una ricostruzione confermata da Morgan Ortagus, fino a pochi mesi fa vice inviata speciale degli Stati Uniti per il Medio Oriente sotto la guida di Steve Witkoff. Intervenuta a un incontro alla Harvard Kennedy School, Ortagus ha affermato che ad accelerare la decisione di Trump sarebbero stati proprio «i complotti per assassinare il presidente Trump, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e l’ex segretario di Stato Mike Pompeo». Prima della guerra dei 12 giorni dello scorso giugno, «il presidente desiderava un accordo con il regime ed era disposto a concederglielo», ha affermato Ortagus, che ha partecipato in prima persona ai negoziati. «Ma poi ha realizzato che l’Iran stava semplicemente prendendo in giro gli Stati Uniti».
Perché Trump ha cambiato idea sull’Iran
Nelle interviste a Open, Noronha e Schenker ridimensionano l’interpretazione di Joe Kent secondo cui Trump sarebbe stato trascinato in guerra da Netanyahu. Se per Noronha, «sono stati i continui massacri della popolazione iraniana e la minaccia dei missili balistici a convincere il presidente ad attaccare Teheran prima del previsto», Schenker azzarda che «la narrativa secondo cui Netanyahu starebbe manipolando Trump è una forma più o meno esplicita di antisemitismo».
Durante la conferenza stampa del 16 marzo, per la prima volta Trump ha dichiarato che nessuno aveva immaginato un attacco iraniano agli Stati del Golfo. Una dichiarazione che non convince gli esperti: «Non penso che si siano preparati adeguatamente. La pianificazione militare è stata molto buona – sottolinea Noronha – ma la pianificazione economica e logistica molto meno. Si è fatto poco per evacuare gli americani dalla regione o per scortare le petroliere nello Stretto di Hormuz».
Schenker, che da anni segue la politica di tutta la regione, incalza: «Sono decenni che gli iraniani minacciano di chiudere lo Stretto di Hormuz quando vengono attaccati». Anche colpire «obiettivi finanziari, energetici, infrastrutturali e civili» del Golfo è da sempre uno strumento di pressione del regime iraniano: «Molti di questi Stati – continua – avevano cercato negli ultimi anni di ridurre l’escalation. Avevano lavorato per ristabilire relazioni diplomatiche con l’Iran, riaprire ambasciate, sviluppare scambi economici e relazioni più normali. Ma niente di tutto questo li ha protetti. E ora c’è da chiedersi se Dubai continuerà ad essere percepita come la “Monaco del Golfo Persico”».
Il “giorno dopo” che nessuno ha pianificato
Di certo, la squadra del presidente ha avuto un ruolo importante nelle scelte della Casa Bianca: «Trump ha un segretario alla Difesa che esegue le sue decisioni invece di cercare di frenarlo e un esercito più assertivo e meno vincolato dalla burocrazia», spiega Noronha. Emerge un modo di operare molto diverso da quello che ha caratterizzato la prima amministrazione: «Le persone che si occupano della pianificazione sono state ignorate, ridimensionate o indebolite. Il Dipartimento di Stato, le agenzie di intelligence, da quello che so, non sembrano aver avuto alcun ruolo nella campagna».
Una lettura condivisa da Schenker: «La leadership di allora, e certamente quella del Dipartimento di Stato sotto Pompeo, era composta in gran parte da repubblicani tradizionali. Pompeo riempì il Dipartimento di esperti e ascoltò i loro consigli. Quelle persone non erano “guerrafondai da salotto”, credevano nell’uso della forza
quando necessaria per difendere gli interessi americani, e nella cooperazione con gli alleati». Nella nuova amministrazione Trump – che in politica estera vede un triumvirato composto dal presidente, dal ministro degli Esteri Marco Rubio e dal ministro della Difesa Peter Hegseth – il processo decisionale sarebbe invece «concentrato nelle mani di cinque o sei persone che non hanno grande esperienza». L’ambasciatore lo spiega così: «Hanno ridotto il cosiddetto “red teaming”: la fase in cui gli esperti discutono scenari alternativi e confrontano i piani per migliorarli, analizzando tutte le conseguenze».
Cinque persone al posto di un sistema
Schenker ricorda quando il Pentagono pianificò per un anno intero l’invasione dell’Iraq: «Costruimmo una coalizione, cercammo il sostegno di tanti Paesi e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. E comunque fu difficilissimo». Trump stavolta ha cercato gli alleati solo per chiedere loro di difendere lo stretto di Hormuz, ricevendo indietro dei sonori no. Una reazione che non sorprende gli ex collaboratori del presidente: «Pochissimi alleati sono stati consultati. E molti capi di Stato non sapevano nemmeno cosa stesse per succedere», dice Schenker. A chi sostiene che Trump in fondo non faccia altro che portare avanti la tradizione interventista dei falchi neocon, uno degli uomini chiave di quella fase risponde così: «Nell’amministrazione Bush c’era una base intellettuale per quello che si faceva. Si poteva essere d’accordo o meno, ma esisteva. Avevamo avuto l’11 settembre, migliaia di persone morte in un solo giorno, eravamo stati attaccati sul territorio americano. Credevamo nell’idea che bisognasse porre fine agli Stati che sponsorizzavano il terrorismo». Non andò bene, e in molti temono che anche stavolta l’America non abbia imparato dai suoi errori.
(da Open)

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EFFETTO TRUMP: IN EUROPA NON DIAMO PIÙ PER SCONTATA L’ALLEANZA CON GLI STATI UNITI: IL 90% DEI CITTADINI EUROPEI CREDE CHE GLI AMERICANI POSSANO STACCARE LA SPINA AI SERVIZI DIGITALI CHE OFFRONO A NOI EUROPEI. PER QUESTO, È ORA CHE NEL VECCHIO CONTINENTE CI SI DIA UNA SVEGLIATA VERSO UNA MAGGIORE AUTONOMIA TECNOLOGICA (OLTRE CHE MILITARE)

Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile

SEI EUROPEI SU 10 CREDONO CHE L’UE SIA IN RITARDO SULLO SVILUPPO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE. IL 77% CREDE CHE CI SIA TEMPO PER RECUPERARE IL GAP CHE CI DIVIDE DA CINA E USA

Il blocco dei servizi digitali da parte degli Stati Uniti è una ipotesi plausibile per quasi noveeuropei su dieci. È il dato più clamoroso della ricerca condotta dall’Osservatorio DisclAImer che sarà presentata oggi al Parlamento Europeo nel corso di un evento al quale prenderanno parte le due vice presidenti italiane Pina Picierno e Antonella Sberna; gli europarlamentari Brando Benifei e Letizia Moratti; il direttore generale della DG Connect della Commissione europea Roberto Viola e il presidente dell’Istituto Delors Enrico Letta.
Il primo rapporto è stato sul giornalismo. Questo secondo rapporto, realizzato intervistando un campione di cittadini dei Ventisette Paesi UE, ha per titolo «Our Digital Sovereignty», un tema diventato ogni giorno più urgente da quando è iniziata la seconda presidenza di Donald Trump con tutte le tensioni che si stanno registrando. Il problema fondamentale è che l’Unione Europea con il tempo ha accumulato un notevole ritardo tecnologico ritagliandosi nel frattempo un ruolo da regolatore della rivoluzione digitale.
Quanto è importante questo ritardo? E la ripartenza implica una rinuncia alle regole? Attorno a queste due domande ruota l’intera ricerca. Per quello che riguarda il primo tema, per sei europei su dieci il ritardo tecnologico esiste ma solo il 12 per cento degli intervistati sostiene che «non c’è più speranza»; il 77 per cento crede che se ci svegliamo possiamo ancora competere con Stati Uniti e Cina.
Tra i più pessimisti ci sono proprio gli italiani; spagnoli e polacchi sono più fiduciosi nelle capacità di recupero. Questo ritardo è vissuto come un rischio tangibile per il funzionamento delle infrastrutture critiche (in testa: industria, difesa e banche) e quindi per la tenuta della democrazia.
Infatti l’ipotesi che gli Stati Uniti un giorno «per ragioni di opportunità politica o commerciale, possano limitare o interrompere improvvisamente l’accesso dei Paesi europei ai loro servizi digitali, provocando danni inimmaginabili» è visto come un rischio concreto e attuale dal 59 per cento degli intervistati, un dato che la dice lunga su come sia cambiata la nostra percezione del mondo nei primi dodici mesi di presidenza Trump (il questionario è stato somministrato alla fine di gennaio).
Con queste premesse una via europea all’intelligenza artificiale e al cloud (per citare due fra le tecnologia più rilevanti), viene vissuta come una priorità assoluta dalla maggioranza degli intervistati (55 per cento, un dato che cresce di molto nei paesi dell’Europa meridionale). Come arrivarci?
Qui veniamo al secondo grande tema del questionario: un giudizio sull’approccio regolatorio tenuto fin qui dalla UE. Infatti nell’ultimo decennio sono state approvate normative importanti per regolare la privacy (GDPR), i servizi e i mercati digitali (DSA e DMA) e infine lo sviluppo dell’intelligenza artificiale (AI Act).
Norme che le aziende tecnologiche americane hanno molto sofferto e contestato ma che secondo alcuni hanno anche penalizzato lo sviluppo di grandi imprese europee in questi settori. Che giudizio danno i cittadini europei di questa produzione normativa? Ha soffocato l’innovazione?
Il verdetto è sorprendente: per sei europei su dieci le regole e i principi sono il nostro vero punto di forza nello sviluppo tecnologico mentre la corsa di Paesi come gli Stati Uniti è vista come «sregolata e irresponsabile». Un giudizio nettissimo che arriva proprio mentre a Bruxelles si discute su come allentare alcuni vincoli, in particolare su privacy e intelligenza artificiale.
Questa visione del progresso tecnologico imperniato su valori e principi si riflette anche nella percezione dei rischi e dei benefici dell’intelligenza artificiale. L’opinione pubblica appare divisa esattamente a metà anche se vanno segnalati i timori per le applicazioni nel campo della giustizia, della sanità e delle forze dell’ordine con picchi di prudenza in Spagna, Italia e Polonia. I rischi principali sono simili: fake news e creazione di video falsi e molto realistici.
Notevole la richiesta su come contrastare il fenomeno: un europeo su due infatti è pronto a sacrificare la libertà di espressione, un dato che si ricava dal 46 per cento che chiede di «rimuovere rapidamente contenuti falsi pericolosi o illegali».
Infine una risposta che apre scenari interessanti. La domanda era: da dove attrarre talenti che aiutino l’Europa a recuperare il divario tecnologico? Il 21 per cento pensa che si dovrebbe guardare all’Africa e agli altri Paesi in via di sviluppo; ma addirittura il 51 ritiene che dovremmo scommettere sugli americani o sugli europei emigrati negli Stati Uniti per ragioni di studio o lavoro.
(da agenzie)

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IL CAPO DELLA COMMISSIONE MEDIA AMERICANA, BRENDAN CARR, HA MINACCIATO LE PRINCIPALI EMITTENTI AMERICANE: “CI SONO BUFALE E DISTORSIONI DELLA REALTÀ NELLE VOSTRE STORIE, AVETE L’OPPORTUNITÀ DI CORREGGERLE ORA PRIMA CHE SI ARRIVI AL RINNOVO DELLE LICENZE”

Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile

CARR È L’UOMO CHE DECIDE SE LE TV E LE RADIO HANNO I DIRITTI DI TRASMETTERE SUL TERRITORIO NAZIONALE… L’OSSESSIONE DEL CERCHIO MAGICO DI TRUMP PER I MEDIA È EVIDENTE – POCHI MESI FA “THE DONALD” SI ERA SCAGLIATO CONTRO ABC E NBC: “LE RETI PIU’ FAZIOSE DELLA STORIA”

Brendan Carr sabato sera era a Mar-a-Lago. Poco dopo un commento del presidente sulla copertura da parte dei media del conflitto in Iran, Carr ha rincarato la dose lanciando un messaggio diretto alle tv americane: «Ci sono bufale e distorsioni della realtà nelle vostre storie, avete l’opportunità di correggerle ora prima che si arrivi al rinnovo delle licenze».
Brendan Carr è il presidente della Fcc (Commissione Federale per la Comunicazione) e colui che decide se le tv e le radio hanno i diritti (licenze) di trasmettere sul territorio nazionale.
Carr non è onnipotente e il potere della Fcc è limitato. Non ha giurisdizione alcuna sulle tv via cavo (come la Cnn ad esempio); sui canali streaming (Netflix o Hulu) e sulla carta stampata. Tuttavia, la FCC è quella che distribuisce le licenze alle stazioni locali, vigila sul rispetto delle regole e supervisiona gli scambi fra emittenti dei diritti di trasmissione.
È un potere ramificato e che tocca direttamente le storiche Tv americane, come Nbc, Cbs, Pbs e Abc che hanno una copertura capillare degli Stati Uniti grazie a network di tv locali affiliate che rilanciano le trasmissioni dalla Florida all’Idaho.
Qualche mese fa Carr intervenne minacciando la revoca delle licenze per quelle tv che avrebbero trasmesso lo show di Jimmy Kimmel, comico in forza alla Abc. Ebbene la conseguenza fu che il network controllato da Nexstar (32 tv) decise di non trasmettere lo show, e stessa cosa ha fatto il gruppo Sinclair.
La Fcc sta indagando su quella che in Italia è in pratica la par condicio per un’intervista della Abc a James Talarico, democratico del Texas. L’ossessione del cerchio magico di Trump per la copertura dei media da parte di grandi giornali e tv è evidente. Pete Hegseth, capo del Pentagono, nell’ultima conferenza stampa ha accusato i grandi network di «voler far apparire il presidente cattivo».
Nel mirino delle critiche dell’Amministrazione sono finite la ricostruzione dei giornali sulle difficoltà e la mancanza di chiarezza degli obiettivi dell’Operation Epic Fury.
La Cbs è finita nella galassia di David Ellisson, figlio di Larry, co-fondatore di Oracle e amico di Trump. La sua società Paramount Skydance prenderà anche il controllo di Warner Bros Discovery, che controlla pure Hbo e soprattutto la Cnn, dove già si ipotizza una sferzata da posizioni anti-Trump a un giornalismo più accondiscendente al presidente.
Il braccio di ferro fra Trump e i media è una cifra della sua presidenza. Lo scorso anno l’Amministrazione ha chiuso Voice of America sospendendo i giornalisti e cancellando contratti di collaborazione poiché riteneva VoA non allineata con il credo dell’America First.
Trump ha avuto diversi contrasti anche con diversi reporter della Casa Bianca che quotidianamente lo seguono. Kaitlan Collins della Cnn è «stata rimproverata» per non sorridere mai e lavorare per una «pessima tv»; Mary Bruce è stata liquidata come «una persona orribile e un terribile giornalista» per due domande su Mohammed Bin Salman e gli Epstein Files. Una giornalista di Bloomberg sull’Air Force One è stata insultata così: «Zitta, maialina, (quiet piggy)».
(da agenzie)

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