Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
TAJANI, IL FUTURO ORA A RISCHIO, IL SEGRETARIO HA FALLITO, MA L’ALTERNATIVA OCCHIUTO E’ RIUSCITO A FAR VINCERE IL NO IN CALABRIA
Un sogno tramontato. L’esito della consultazione referendaria non vale neanche una
dichiarazione pubblica per Antonio Tajani. Il segretario di Forza Italia, dopo la certezza del risultato, affida il suo pensiero a una nota in cui spiega che «per il governo non cambia nulla». Il leader degli azzurri cerca di allontanare i fantasmi di elezioni anticipate e regolamenti di conti interni. E guarda al 2027: «Gli italiani decideranno se abbiamo lavorato bene o male. E di sicuro troveranno ancora una volta insieme Forza Italia con le altre forze del centrodestra». Nel merito, aggiunge, «la riforma della giustizia rimane un tema sul tavolo, e non rinunceremo mai a occuparcene. Durante la campagna per il voto tutti hanno riconosciuto che questa necessità esiste, pur dividendosi sulle soluzioni».
Dopotutto il provvedimento aveva un valore particolare per Forza Italia. Un’occasione di realizzare il “grande sogno” di Silvio Berlusconi. Domenica, intercettata al seggio, sua figlia Marina aveva parlato della possibilità di dedicare un’eventuale vittoria del Sì a suo padre. Aggiungendo che «è questione di esercitare un voto oggi per poter dare un contributo positivo al futuro di questo paese. È un’occasione quella di oggi che non possiamo farci sfuggire, la dedica è agli italiani, sperando che prevalga il Sì per un’Italia civile democratica e moderna».
§Non è andata così. E di sicuro la cosa non ha fatto piacere alla presidente di Fininvest e a suo fratello Pier Silvio. Che già avevano mostrato una certa insofferenza nei confronti di Tajani.
Eppure Forza Italia ci ha creduto fino all’ultimo. E il partito ha addirittura aperto la sala stampa a Montecitorio in attesa del risultato. Man mano che procedeva lo spoglio, però, i parlamentari, più che festeggiare, hanno dovuto trovare modi sempre più eleborati per spiegare la sconfitta. «I referendum confermativi storicamente vedono la vittoria dei No», ha detto il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri. Mentre la sottosegretaria Matilde Siracusano è arrivata addirittura a parlare di «elettori abbindolati da una campagna di terrorismo».
Il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, a capo del comitato per il Sì, dopo settimane di campagna, si è affrettato a spiegare che «non è una sconfitta di Forza Italia. Sono stati messi sul tappeto temi che non c’entravano nulla con il referendum, abbiamo la consapevolezza di aver fatto quello che andava fatto». In ogni caso, per evitare problemi con gli alleati, ha aggiunto: «Non muoviamo alcun rimprovero agli amici della maggioranza».
A guardare i dati elaborati nel corso del pomeriggio dal consorzio Opinio per la Rai, non sembra un messaggio casuale: il 18 per cento degli elettori di Forza Italia avrebbe votato No. Poca disciplina di partito o l’effetto di una politicizzazione inevitabile?
Certo è che, quantomeno nel corso dell’ultimo mese, il merito è finito in secondo piano e il referendum si è trasformato in un voto su Giorgia Meloni. A quel punto sono anche tornati a galla i malumori di FI nei confronti degli alleati di FdI, che in parte hanno sposato la riforma sulla separazione delle carriere soltanto per utilizzarla come trampolino di lancio per il premierato. Peraltro in opposizione alla storica linea giustizialista degli eredi di Giorgio Almirante.
Il futuro
Resta da vedere su quali temi possa puntare adesso Forza Italia per avere un asset da usare nella campagna per le elezioni politiche. Di certo, la famiglia Berlusconi ha, da oggi in poi, un motivo in più per chiedere un rinnovamento del partito.
A mettere il dito nella piaga è Francesca Pascale, ex compagna delm Cavaliere: «Mi dispiace moltissimo perché nel simbolo di Forza Italia c’è scritto “Berlusconi presidente” e quel cognome o si onora e si rispetta oppure si mette il cognome di chi rappresenta quel partito. Quindi, se Tajani è così forte all’interno di Forza Italia, se è stato così bravo a fare il tesseramento – cosa che Berlusconi non amava, non amava il partito delle tessere – se è così forte metta il suo cognome e vediamo quanti voti riesce ancora a prendere Forza Italia. Per me non ha mai avuto la leadership».
E ancora: «C’è una comunità che non si sente rappresentata. Non voglio puntare il dito contro gli altri ma purtroppo i partiti sono chiusi e mi dispiace fortemente che Forza Italia continui a essere un partito chiuso. Molti ci provano, Occhiuto ad esempio, ad avanzare e a scalare il partito, a immaginare di dare un aspetto diverso e più progressista, però si fa fatica».
Un assist al presidente della Calabria, che ha promesso di non volersi candidare al congresso pre elezioni di inizio 2027 e che non ha certo brillato in questa tornata referendaria (nella sua regione il No ha superato il 57 per cento). Ma la sua posizione, ora, acquisisce tutto un altro peso.
(da editorialedomani.it)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
ALTRO CHE ALLARME ASTENSIONISMO, GLI ELETTORI SONO CORSI ALLE URNE SPAVENTATI DALLE MOSSE USA
Altro che quesito “troppo tecnico”, altro che allarme astensionismo. Il referendum sulla Giustizia segna un punto e a capo. Ieri raccontavamo l’Italia del disimpegno e degli interessi tiepidi, oggi guardiamo stupiti un Paese che davanti alla prospettiva di una modifica sostanziale della Costituzione è uscita di casa in massa e ha e risposto: no grazie. Il voto conferma un dato storico: ottenere il consenso popolare
su una riforma della Carta è difficilissimo, quasi impossibile. Ci hanno sbattuto contro premier che si credevano onnipotenti, Silvio Berlusconi nel 2006, Matteo Renzi dieci anni dopo e adesso tocca a Giorgia Meloni, pure lei certa di vincere grazie a dati di consenso personale altissimi, pure lei sconfessata dal pronunciamento degli elettori.
La Costituzione si conferma una sorta di “bene rifugio” del Paese, e anche l’estintore che il popolo imbraccia per spegnere l’incendio di leader percepiti come troppo sicuri di sé, strabordanti, che chissà cosa si sono messi in testa. Ma stavolta il Centrodestra è scivolato soprattutto su un fenomeno più recente e travolgente, contro il quale nulla ha potuto: il fantasma del sovranismo realizzato, della “primazia degli eletti” rispetto a ogni potere concorrente, che ha preso forma nella vicenda americana in una catena di bullismo verbale, abusi interni, guerre.
La storia della campagna elettorale è, anche, la storia di una crescente preoccupazione per le possibili derive di un potere politico liberato dai contrappesi che lo contengono. I grandi testimonial-gaffeur della riforma – il ministro Carlo Nordio, la sua fedelissima Giusi Bartolozzi – ma anche tante figure minori dei dibattiti televisivi, hanno raccontato il loro progetto come mezzo per “tagliare le unghie” a settori della magistratura politicizzati e ostili al governo. I media vicini all’esecutivo e la stessa premier hanno tambureggiato quotidianamente sui casi di cronaca gestiti contro il presunto interesse nazionale, i delinquenti liberati, i clandestini riportati in patria, le famiglie divise, eccetera. Ma mentre elaboravano questa narrazione, ogni giorno i cittadini scoprivano cosa significa vivere in un Paese dove la politica può perseguire i suoi scopi in assoluta libertà e interpretare l’interesse nazionale oltre ogni limite di legge. Gennaio, i fatti di Minneapolis, due omicidi di cittadini innocenti da parte della polizia anti-immigrazione, con l’impunità degli assassini rivendicata apertamente dal governo Usa. Subito dopo, la minaccia di una invasione militare della Groenlandia, così concreta – lo si scopre adesso – che la Danimarca invia nell’isola esplosivi per minare strade e aeroporti. Febbraio, il caos sui dazi, con la Corte Suprema americana che li boccia e Donald Trump che ne annuncia di aggiuntivi. Marzo, l’attacco della Casa Bianca all’Iran deciso mentre gli inviati dei due Paesi sono al tavolo delle trattative, la rappresaglia su Hormuz, petrolio ed energia alle stelle, il rischio di un conflitto globale
È questo il contesto allarmante in cui si è svolta la nostra campagna elettorale. E hai voglia a mobilitare i Comitati del Sì – erano ben undici, c’erano tutte le categorie dai penalisti agli sportivi – per spiegare la necessità di una magistratura che “non boicotti” il governo e remi nella sua stessa direzione, magari non sottomessa ma sicuramente allineata al potere politico. Ogni mattina gli italiani hanno visto quel modello agire oltreoceano. Non gli è piaciuto. Ne hanno avuto paura. Sono usciti di casa per dire la loro. E hanno trovato nella difesa della “vecchia” Costituzione lo strumento per chiudere un percorso giudicato ad alto rischio per gli equilibri italiani e forse per il loro stesso, personale, destino.
I numeri notevolissimi dell’affluenza, quel 59 per cento che ha stupito i sondaggisti, sono anche il frutto di questa percezione: la cornice di sicurezze e stabilità che la Carta ha offerto al Paese per ottant’anni non è sostituibile. Non adesso, mentre l’America ci mostra i pericoli della democrazia plebiscitaria. Non con un governo in carica che aspira al premierato, e se vince potrebbe correre in quella direzione.
Nell’ultima settimana prima del voto la maggioranza aveva puntato molto su un concetto: se vince il No sarà impossibile per un decennio rimettere mano alla questione giustizia. In realtà quel che ci dice il voto è un po’ diverso: l’idea di toccare la Costituzione con una prova di forza è infelice e destinata all’insuccesso, chiunque ci provi. Il testo fondativo della Repubblica nasce dal paziente lavoro di incontro e sintesi tra storie politiche diverse, addirittura contrapposte, e chi vuole cambiarlo deve sottoporsi alla stessa fatica.
In fondo la vera buona notizia è proprio questa: persino nell’era del bipolarismo muscolare, il sentimento profondo del Paese rifiuta l’idea di un cambiamento fondato sulla lacerazione della Repubblica. Persino con un governo solidamente maggioritario, gli italiani respingono la prospettiva di una svolta imposta da una parte contro l’altra.
(da lastampa.it)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
FRENO PER IL PREMIERATO, MONTANO DUBBI SULLA LEGGE ELETTORALE
Il mito dell’invincibilità di Giorgia Meloni è crollato sotto i colpi dei 15 milioni di No al
referendum sulla giustizia. Una bocciatura senza appello per la riforma e per la presidente del Consiglio. La personalizzazione del voto degli ultimi giorni non ha portato alla svolta che pure a destra vagheggiavano o comunque speravano: le interviste televisive a raffica, la partecipazione al podcast di Fedez, i video sui social non hanno portato le truppe di centrodestra alle urne.
I Sì sono stati staccati di 2 milioni dai No, fermati a poco più di 13 milioni. In termini percentuali, quando lo scrutinio dei voti degli italiani all’estero non è ancora terminato, è finita 53,4 per cento a 46,6, quasi sette punti di divario (il Sì ha recuperato oltre 100mila voti, chiudendo davanti, 55,3 a 44,7 fuori dall’Italia). Il tocco magico meloniano non c’è stato. L’approccio muscolare, a tratti arrogante, ha spinto gli italiani a dire un secco No.
C’è stata, invece, una festa di partecipazione popolare, con il 59 per cento di affluenza, un bagno di democrazia inatteso, che mette il freno alla brama di pieni poteri della premier. L’ordinamento giudiziario non si tocca, l’antico sogno del centrodestra – con il marchio di Silvio Berlusconi – non è stato realizzato.
Sconfitta politica
La grande corsa alle urne degli elettori per il referendum ha ampliato il significato politico del voto. Nessuno può sminuirne l’esito, non esistono letture consolatorie. È stato respinto il “contesto” della riforma, la sua visione politica, con il desiderio di mettere al guinzaglio i magistrati ponendo il sistema giudiziario sotto il controllo del governo.
Meloni ha preso atto della batosta, pubblicando un video sui social. Scura in volto ha detto che «gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza e rispettiamo la loro
decisione», esprimendo «rammarico per l’occasione persa». E ha ribadito che non ci saranno conseguenze: «Questo non cambia il nostro impegno per continuare con determinazione». Concetto ripreso dal vicepremier Antonio Tajani: «Non cambia nulla». E dal leader della Lega, Matteo Salvini. «Il governo deve andare avanti con compattezza e determinazione», ha scritto in una nota.
Dunque, nessun effetto sull’esecutivo, come era stato annunciato, ma si deve imporre una modifica dell’agenda. Un primo cambiamento è arrivato nei toni. Tajani, erede di Berlusconi al timone di Forza Italia, ha lanciato l’appello a un «dialogo pacifico e sereno» sulla giustizia, omettendo che la maggioranza non ha concesso nemmeno di approvare un emendamento durante l’iter parlamentare della riforma sulla giustizia. La mano tesa arriva solo dopo il fallimento della prova muscolare. Un ripensamento postumo.
E in ogni caso non si può far finta di niente. Il voto sulla separazione delle carriere era il grimaldello per scardinare la Costituzione. Un lavoro di riscrittura che sarebbe proseguito con altre riforme, che avevano un solo obiettivo: accentrare il potere a Palazzo Chigi. Ancora meglio intorno a una sola persona: Meloni.
Insieme alla separazione delle carriere per i magistrati affonda – o comunque subisce un colpo pesante – un’altra riforma, quella del premierato. Il testo era stato già riposto nel cassetto in attesa di un’approvazione per la prossima legislatura. Ora finirà in archivio a meno che la destra non voglia intestardirsi a sbattere contro la Costituzione con tutti i rischi connessi.
Riforme affondate
Già nelle scorse settimane ai vertici di Fratelli d’Italia c’era una certa prudenza a parlare della riforma, anche se in pubblico era stata rilanciata dalla reggente del partito, la sorella della premier, Arianna Meloni. Resta aperta la questione della legge elettorale: il testo è stato deposito in Parlamento a febbraio, in tutta fretta, in pieno periodo sanremese.
L’esame è stato poi rinviato a dopo il referendum, nell’auspicio di una vittoria che potesse dare la spinta politica all’approvazione. La storia è andata diversamente, le opposizioni escono ringalluzzite. «Non credo che cambierà la nostra agenda parlamentare», ha detto il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami. Ma uno strappo a colpi di maggioranza sulla legge elettorale sarebbe difficile d
spiegare, visto che il cosiddetto Stabilicum è in realtà il Melonellum, cucito intorno ai desiderata della premier.
La sconfitta impone alla destra un’inedita analisi della sconfitta, visto che deve fare i conti con il primo vero ko dalle politiche del 2022. Certo, c’erano state alcune battute d’arresto alle regionali, ma mai perentorie come in questo caso. Le responsabilità cadono inevitabilmente su Meloni, frontwoman del governo, con Salvini che si è tenuto più defilato. Ma il risultato riguarda a cascata l’intera alleanza del centrodestra e più in generale il cosiddetto fronte del Sì. All’inizio della campagna referendaria il vantaggio sul No oscillava – secondo alcuni sondaggi – tra i 10 e i 15 punti percentuali.
Numeri che facevano presagire a una cavalcata trionfale per i sostenitori della riforma. I calcoli erano sbagliati. La gestione della comunicazione è stata disastrosa ed è partita la remuntada del No. Cosa non ha funzionato? Una marea di cose: messaggi aggressivi («il plotone di esecuzione» evocato da Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto del ministro Nordio e lo stesso Guardasigilli che aveva parlato di sistema «paramafiosa» al Csm) e contraddittori (è diventata celebre la frase di Giulia Bongiorno che spiegava come la riforma non avesse effetti sulla giustizia).
Gli elettori hanno capito che si tratta di un pasticcio. E non hanno convinto, risultato alla mano, nemmeno le strumentalizzazioni dei casi di cronaca, da Garlasco alla famiglia nel bosco, che nulla c’entravano con il contenuto del testo. Meloni andrà avanti con il supporto degli alleati. Ma da oggi non è più la leader infallibile.
(da editorialedomani.it)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
DA SOLI, CIRCONDATI DA UNA CERCHIA DI MEDIOCRI E OSSEQUIENTI, SI PUO’ ILLUDERE UN PAESE PER UN PAIO DI ANNI. ALLA LUNGA IL POPOLO SI SVEGLIA
Meloni avrebbe una via diretta per risollevarsi, dimostrandosi donna di Stato e non boss di partito. Ammettere che è stato un errore mettere mano alle regole comuni con spirito di fazione e in modo unilaterale. E dire che l’unica riforma della giustizia possibile, alla luce della netta prevalenza del No, si può fare mettendo attorno a un tavolo governo e opposizione (insomma, il Parlamento), e senza escludere dalla discussione la magistratura, parte in causa.
Spiazzerebbe, con una sola mossa, l’opposizione, oggi legittimamente giubilante, e la cosiddetta “magistratura politicizzata”, chiedendo loro: a questo punto, visto che io da sola non ce l’ho fatta, mettetevi in gioco e ditemi voi che cosa dobbiamo fare per migliorare la giustizia in Italia. Ma non lo farà. È troppo convinta non solo del suo carisma, anche del ribaltamento “rivoluzionario” dell’assetto repubblicano, che lei e i suoi considerano greve e illegittimo per congenita insofferenza al Dna antifascista della Repubblica.
L’intera storia di questo governo, a partire dall’accaparramento forsennato dei posti di potere e di sottopotere, come se si trattasse di espugnare palazzi occupati da usurpatori, dimostra una incapacità quasi patologica di accettare la convivenza e il confronto.
Se una delle tare indubbie della storia repubblicana è stato il vizio consociativo, dopo questo voto è sotto accusa il vizio dissociativo del melonismo, il suo porsi come deus ex machina non avendone né il carisma né (oggi possiamo dirlo) il peso elettorale.
Da soli, soprattutto se supportati da una cerchia di mediocri e di ossequenti, si può illudere un Paese per un paio d’anni. Alla lunga, il Paese si scopre meno angusto, più largo e più irrequieto. Quasi come sono le democrazie.
(da Repubblica)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
IPOTESI COLLOQUIO AL QUIRINALE NEI PROSSIMI GIORNI… POSSIBILE CONFRONTO CON LE OPPOSIZIONI SULLA LEGGE ELETTORALE
Incubi notturni, risvegli bruschi e amarissimi. Domenica notte Giorgia Meloni capisce, solo un
miracolo può invertire la rotta di un referendum che punta dritto contro di lei.
Le scrivono i suoi dirigenti, incessantemente: i numeri non tornano, qualcosa sembra essersi inceppato anche in alcuni storici fortini. La premier infine comprende: «Stiamo perdendo».
Rompe il silenzio elettorale, telefona ad Antonio Tajani e Matteo Salvini, che intanto lanciano a loro volta un ultimo appello alla partecipazione. Inutile: attorno a mezzogiorno, i sondaggisti comunicano i primi exit poll, quelli che anticipano lo svantaggio poi ufficializzato alle 15. Una cosa, però, Meloni non riesce a cogliere
finché non la tocca con mano: la portata della sconfitta. La valanga dei giovani, quei due milioni di voti in meno al centrodestra. Non lo immaginava lei, né il suo cerchio magico e neanche la classe dirigente dei Fratelli d’Italia. A quel punto detta la linea ai più fidati: dovete sostenere che andiamo avanti, il resto lo decideremo a mente fredda.
Medita molto altro, soltanto che conosce la politica e sa che la prima reazione deve essere ispirata alla calma. E però c’è rabbia, preoccupazione, risentimento. Accarezza l’idea di un blitz per non farsi rosolare: servirebbe a spiazzare avversari che soltanto ora iniziano a programmare le primarie. È uno scenario sul tavolo, anche se non si può pronunciare, al momento l’unica linea prevede di «andare avanti fino a fine legislatura».
Il video col sottofondo melodico dei “parrocchetti monaci”, i pappagallini verdi che hanno colonizzato Roma Sud, lo registra in un giardino lontano da Palazzo Chigi. Su Whatsapp comunica ai suoi anche un’altra profezia: insisteremo sulla legge elettorale e magari adesso la sinistra, sperando di vincere, potrebbe aderire alla proposta. Ma pure in questo caso, fa parte delle riflessioni del primo giorno: vale insomma fino alla prossima mossa.
In realtà, la presidente del Consiglio è consapevole che il sistema presentato alle Camere poco prima del referendum rischia di essere un reperto confinato nel passato, travolto da 15 milioni di voti. Insistere avrebbe un effetto simile a quello provocato dalle forzature sulla giustizia: mobiliterebbe gli avversari, facendoli gridare al colpo di mano.
Sa anche che gli alleati, adesso, si concentreranno sui propri interessi, più che sul testo scritto da FdI. L’unica strada immaginata a caldo, semmai, è pianificare un appello alle opposizioni per aprire un tavolo che accolga i suggerimenti del centrosinistra per una riforma elettorale, vedendo l’effetto che fa.
Un altro percorso che appare impervio. Prima, comunque, c’è da gestire l’immediato. Il viaggio in Algeria, programmato la settimana scorsa, la porterà domani in Nord Africa. Nei giorni successivi, però, potrebbe andare al Colle per discutere con il presidente della Repubblica di quanto accaduto. È un’opzione che ai vertici del melonismo non escludono, sia pure depotenziando il valore politico. Suggeriscono anche che la premier non esclude di andare alle Camere, magari per richiedere la fiducia, anche se consapevole che questa mossa potrebbe essere
interpretata come un atto dirompente e, dunque, destabilizzante. Per questo legano l’eventualità alla possibilità che Sergio Mattarella le consigli di farlo (scenario neanche lontanamente verosimile, il Quirinale non si esporrà).
Si procede per aggiustamenti progressivi, dunque. Anche l’azzardo di tornare prima del previsto al voto per evitare di governare almeno un anno in un clima di incertezza interna e internazionale non è considerato un’eresia. Ma significherebbe aumentare le chance di un pareggio, dunque trovarsi di fronte al bivio per le larghe intese: i meloniani giurano che la premier non voglia farlo, anche se a quel Parlamento spetterebbe la scelta del prossimo Capo dello Stato.
Eppure, la domanda rimbalza a sera: conviene davvero arrivare ad aprile del 2027, o sarebbe meglio bruciare i tempi e portare il Paese al voto prima? La finestra si restringe a giugno, perché ottobre sarebbe un azzardo, considerata la sessione di bilancio. Dubbi, tormenti.
Due dati, poi, preoccupano Meloni. Il primo: l’enorme affluenza dei giovani – tra loro, quelli delle piazze per Gaza, assieme a chi si è mobilitato sui social in nome di Nicola Gratteri. Il secondo: il voltafaccia del Sud Italia. Strappo enorme, che lascia temere per le politiche, soprattutto se dovessero restare i collegi del Rosatellum.
Il resto è armamentario polemico buono per il giorno della sconfitta: la rabbia della premier per le uscite scomposte di Carlo Nordio (a proposito, rischiano il posto Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi), per lo scarso impegno dei leghisti, per la campagna timida di Forza Italia. Colpa loro, anche se la sconfitta è sua, il voto contro di lei. Infine, gli spettri.
Quelli che indica Giovanbattista Fazzolari, denunciando il rischio che le toghe blocchino i provvedimenti del governo come prima, più di prima. Parla per la premier, come sempre. E il messaggio assomiglia a quelli che hanno preceduto il referendum. Il risultato, va detto, non è stato dei migliori.
(da Repubblica)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL PAESE HA DATO UNA GRANDE LEZIONE DI MATURITA’ DEMOCRATICA PER NULLA SCONTATA
«La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». La frase di Piero Calamandrei, che il tempo e la retorica hanno consumato senza riuscire ancora a svuotarla, torna oggi con una poderosa evidenza. Perché vi sono momenti nei quali una democrazia avverte che ciò che è in gioco non è una banale norma tecnica, né una disputa tra giuristi o perfino la sorte di un governo, ma il confine sottile tra l’equilibrio dei poteri e la tentazione autocratica di uno di essi.
È stata una bellissima giornata, un “miracolo italiano” (assai diverso rispetto a quello che sognava Silvio Berlusconi), perché la vittoria del No al referendum sulla
giustizia, molto più ampia di qualsiasi previsione, è una vittoria della Costituzione, della Repubblica, dei principi cardine della democrazia liberale.
Un popolo di cittadine e cittadini ha fermato una riforma che si presentava come una correzione necessaria di storture reali. Ma che in realtà interveniva nel punto più delicato del nostro ordinamento, là dove i poteri si guardano e si limitano, in modo che nessuno – innanzitutto quello esecutivo, che in questa fase storica tende ovunque a soverchiare gli altri – prevalga davvero.
È stata una splendida giornata anche perché, nel fermare la prova di forza del governo delle destre, il paese ha dato una lezione di maturità democratica che non era affatto scontata.
La notizia più rilevante, insieme alla fragorosa sconfitta di Giorgia Meloni, è infatti l’emersione di una larga mobilitazione popolare, di una energia civile chissà dove finora nascosta, che si è raccolta non in difesa di una corporazione che ha ancora mille difetti, ma in nome di un principio più alto: la convinzione che il potere non possa essere lasciato solo ad autodefinirsi, chiedendo mani libere in nome di una vittoria alle politiche.
Negli ultimi anni, anche da sinistra, abbiamo raccontato – e criticato – un paese spesso distratto, disilluso, rassegnato a cedere porzioni crescenti di sovranità in cambio della promessa di ordine, di sicurezza e semplificazione. Ebbene, questo voto dice che, davanti al burrone, l’Italia si sveglia e partecipa con vigore alle scelte che determinano il suo futuro. Ed evidenzia come esista ancora, dentro la società, una “riserva repubblicana” profonda, un sentimento costituzionale che non ama esibirsi ma sa riemergere quando avverte che l’equilibrio si incrina, e che qualche pifferaio (o pifferaia) vuole mettere le mani sui diritti inalienabili conquistati dopo la tragedia del Ventennio.
L’onda gigantesca che ha travolto la propaganda del governo e dei suoi cantori ha detto No. Non era però affatto banale che una materia resa volutamente specialistica, opaca nei tecnicismi e umiliante nella scelta folle del sorteggio dei Csm, riuscisse a trasformarsi in una grande questione civile. In pochi avevano previsto (ma noi di Domani, e pochi altri media che si sono spesi, lo avevamo fortemente sperato) che attorno al referendum-truffa si formasse una partecipazione così larga, e così nitida: due milioni di voti in più sono un risultato eccezionale, anche perché solo tre mesi fa i sondaggi segnalavano 15 punti di svantaggio
Ora, è verissimo che la magistratura ha logorato da sola il proprio prestigio e la sua immagine (anche oggi non commendevoli balletti contro Meloni hanno fatto il giro del web), a causa di correntismi e miserie di ceto che sarebbe errore grave dimenticare dopo il trionfo referendario. Gli elettori hanno mostrato di capire però quello che Meloni finge di ignorare: in uno Stato di diritto non si difendono i contrappesi solo se chi li incarna ci va a genio, ma perché senza quei contrappesi la stessa libertà dei cittadini diventa più fragile.
I cittadini hanno innanzitutto bocciato un “metodo” politico, incentrato sull’arroganza, il braccio di ferro, sull’umiliazione della controparte e la mancanza di confronto. Non solo con i magistrati oggetto della legge Nordio e con l’opposizione, ma perfino con deputati e senatori della stessa maggioranza: ogni riga dell’obbrobrio giuridico silurato dal voto è stata scritta infatti dal governo e dai suoi cantori (compresi gli impresentabili Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi), e il Parlamento non ha avuto la possibilità di cambiare neanche una virgola. Come avviene nelle democrature.
Per Meloni la sconfitta è dunque politica e simbolica. La consultazione era diventata, per scelta della premier, una prova generale del suo progetto istituzionale. Dietro il linguaggio della modernizzazione della Carta si intravedeva infatti un disegno ambizioso: ridurre uno spazio di autonomia e rendere più docile uno dei poteri dello Stato. Il No ha spezzato questa traiettoria. La legge elettorale con mega premio sarà meno facile da approvare. E il premierato – fortunatamente – finirà in un cassetto per chissà quanto tempo.
L’opposizione fa benissimo a gioire. I leader dei partiti, tutti, si sono spesi pancia a terra, uniti, e il risultato è anche un loro successo. Oggi il paese sembra di nuovo contendibile, dopo tre anni e mezzo di fiele, rabbia e delusioni. Ma sarebbe infantile trasformare i voti per il No in una investitura automatica per il campo largo. Non basta ancora a costruire un’alternativa di governo. Ma il popolo ha dimostrato che, quando il campo progressista smette di inseguire le proprie divisioni e ritrova il coraggio dei principi, l’Italia risponde.
(da editorialedomani.it)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
“A ME M’HA ACCOMPAGNATO UN AMICO CO’ LA MOTO” E LEI REPLICA: “ME SA CHE HA VOTATO NO PURE LUI”… PER CHI NON HA ANCORA CAPITO CHE SILVIA E’ UNA FORZA DELLA NATURA
Botta e risposta via social tra la sindaca di Genova, Silvia Salis, e Federico Palmaroli, in arte “Le
frasi di Osho”. Al centro del siparietto il commento della sindaca per il voto al referendum e l’ironia di Palmaroli, cui Salis ha risposto con ancor più ironia.
Tutto è iniziato quando la sindaca ha usato una frase della partigiana Teresa Mattei per sottolineare l’importanza di esercitare il diritto di voto: “Mi ha accompagnata al seggio”, ha scritto in riferimento alle parole di Mattei. Palmaroli non si è fatto sfuggire l’occasione: “A me m’ha accompagnato un amico co’ la moto”. Un’ironia che ha reso famosa la pagina Le frasi di Osho, cui la sindaca a risposto a tono citando i risultati del referendum: “Me sa che ha votato No pure lui”.
Lo scambio è avvenuto su X, che è – prevedibilmente – impazzito: oltre 200mila like per il commento della sindaca e più di 200 commenti. E poco importa che Palmaroli abbia risposto: “È un fuori sede, non ha votato”: Internet ha deciso, Salis 1-Osho 0.
(da Genova24)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL POPOLO HA FERMATO LO STRAVOLGIMENTO
“Ha vinto innanzitutto la Costituzione, che ha evidentemente dei santi in paradiso, perché ogni volta che viene minacciata scatta una specie di valvola di sicurezza”. Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano, commenta così a Otto e mezzo, su La7 la vittoria del No al referendum costituzionale sulla giustizia che ha respinto la riforma Nordio.
Travaglio spiega che il risultato premia innanzitutto la Carta: “La maggioranza silenziosa degli italiani, quando qualcuno cerca di stravolgere i principi della Costituzione, si precipita a votare e a difenderla“.
Il No ha prevalso nonostante i sondaggi e le previsioni indicassero un esito incerto o addirittura favorevole al Sì, dimostrando per il direttore del Fatto l’esistenza di una “provvidenza laica” che sfugge ai radar degli istituti demoscopici. I veri vincitori, prosegue Travaglio, sono “i cittadini che sarebbero stati le principali vittime di questa schiforma, anche quelli che hanno votato Sì perché non l’avevano capito: anche loro hanno scampato un bel pericolo”.
Un riconoscimento va poi a “quella parte dei magistrati, non tutti, che non solo predicano l’indipendenza ma la praticano”. Travaglio cita espressamente Nicola Gratteri, “uno dei principali protagonisti di questa campagna”, Nino Di Matteo “e quelli come loro che si sono esposti e che quindi si sono presi insulti, attacchi di ogni genere”. Aggiunge con ironia: “E poi ci sono altri vincitori che non cito, perché sono una persona elegante”.
Sul fronte politico, il direttore del Fatto attribuisce il successo ai partiti di centrosinistra: “Hanno vinto ovviamente i partiti di opposizione che hanno fatto opposizione e che sono attaccati proprio perché fanno opposizione, quindi sicuramente il Pd di Schlein, sicuramente il M5s di Conte, sicuramente Avs“.
Travaglio non risparmia staffilate ai centristi: “Renzi non ha detto per chi ha votato, molti dei suoi hanno votato Sì. Calenda ha detto di votare Sì e quindi due terzi dei suoi elettorati sono corsi subito a votare No, segno che ormai non gli dà retta nemmeno chi lo vota“.
Sul versante delle sconfitte, Travaglio è tranchant: “Ha perso naturalmente la Meloni per conto terzi: è una cosa che io non ho mai capito, e cioè per quale motivo si sia imbarcata in una riforma che non appartiene alla storia del suo partito, alla tradizione della destra italiana. Meloni ha perso per conto di Forza Italia e per dar
retta a Nordio, che è la principale iattura insieme a tutto quello che si porta dietro al ministero della Giustizia“.
E aggiunge: “Al ministero della Giustizia, infatti, non bastando Nordio, c’è pure Del Mastro, c’è pure la Bartolozzi, ci sono pure gli altri dirigenti che andavano a cena alla bisteccheria d’Italia che era di proprietà sia Del Mastro, sia del prestanome del clan Senese“.
Forza Italia, osserva il direttore, “ha perso ovviamente” per aver “rivendicato questa riforma convincendo gli altri alleati del centrodestra a sposarla e ad andarsi a schiantare”. Non mancano riferimenti agli eredi Berlusconi: “Hanno perso Marina e Pier Silvio Berlusconi che si sono battuti con le loro televisioni violando ogni regola di par condicio“.
Infine, l’affondo più duro: “Hanno perso i delinquenti potenti, quelli che speravano che la legge non fosse più uguale per tutti e invece si devono rassegnare: per il momento, la legge rimane uguale per tutti“.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
“LA PREMIER È STATA OSCURATA DA USCITE SCOMPOSTE E AGGRESSIVE DI ESPONENTI DELLA COALIZIONE, MENTRE IL ‘NO’ HA COSTRUITO UNA CAMPAGNA SOLIDA” – “UN’AFFLUENZA SIMILE, A UN ANNO DAL VOTO, DICE CHE L’ELETTORATO PER UN’ALTERNATIVA PROGRESSISTA AL CENTRODESTRA GIÀ C’È”
La vittoria del no, superiore a ogni aspettativa, coincide con la storia di una rimonta rapida,
rapidissima. Solo a metà gennaio, il vantaggio medio del sì sfiorava i 20 punti percentuali. Il fronte del no sembrava recuperare in uno scenario di affluenza bassa, mentre frenava con una simulazione di affluenza più elevata, attorno al 50%.
Tuttavia, da quel momento i contrari alla riforma hanno iniziato un trend di crescita importante. E l’affluenza di ieri e oggi si è rivelata superiore a molte simulazioni: “troppo” alta per uno schieramento a sostegno del sì molto schiacciato su un governo impopolare, al 32% di gradimento tra gli italiani secondo l’ultimo sondaggio Youtrend.
Ma come è avvenuta questa rimonta? Anzitutto, la politicizzazione è stata decisiva. Ha mobilitato gli scontenti, andando ben oltre i progressisti, intercettando per la prima volta dopo tanto tempo segmenti elettorali che alle urne non si affacciavano più. Elettori che non si fidano più dei partiti, ma che sentono il richiamo “della difesa della Carta Costituzionale”.
Il centrodestra ha sicuramente avuto un ruolo nel trionfo del no. In una prima fase ha tenuto toni bassi, senza strutturare una campagna organizzata e coordinata; successivamente ha inseguito gli avversari sul terreno della polarizzazione,
contrapponendo al frame del “voto contro il governo” una cornice meno efficace, come quella del “voto contro la magistratura”. che poteva intercettare la base conservatrice, non l’elettorato più lontano. La discesa in campo di Meloni non è stata neutra : la premier ha cercato di abbassare i toni spiegando la riforma, lavorando sui contenuti, per “ampliare la platea”, per cercare consensi oltre gli steccati di coalizione, senza trascurare attacchi agli avversari per polarizzare.
Contestualmente, però, è stata in parte oscurata da uscite scomposte e aggressive di esponenti della coalizione, che da un lato hanno tolto centralità alle sue comunicazioni, dall’altro hanno evidenziato una preoccupante assenza di coordinamento interna. Pochi messaggi, molto incoerenti tra loro.
Il no invece ha costruito una campagna solida. O meglio, più campagne solide. Tante campagne diverse, dirette a segmenti diversi. I partiti, i comitati, la società civile. Campagne diverse, parallele, con messaggi coerenti, targetizzati per pubblici diversi, che hanno mobilitato segmenti diversi.
Infine, una grande chiave del vantaggio iniziale del sì ha coinciso con il sostegno alla riforma di buona parte del Terzo polo e di un pezzo di riformisti di centrosinistra. La polarizzazione ha limitato questo fenomeno, e la discesa in campo finale di Giorgia Meloni ha ulteriormente limitato l’erosione di consensi progressisti da parte del sì.
Un referendum che sulla carta sembrava “facile” per il centrodestra si è rivelato invece l’ennesima trappola per un governo sulla carta “forte”. Non solo la sconfitta giunge inattesa per Meloni e i conservatori, ma diventa pesantissima se si valuta anche il dato enorme di partecipazione registrato in questi due giorni. Un’affluenza simile a un anno dal voto dice chiaramente che l’elettorato potenziale per un’alternativa progressista al centrodestra già c’è.
(da repubblica.it)
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