I PROPAGANDISTI RUSSI SONO PIÙ AMATI IN ITALIA CHE IN PATRIA. A VLADIMIR SOLOVIEV E AGLI ALTRI TROMBETTIERI DI PUTIN, IN PATRIA, S’È AMMOSCIATO LO SHARE: LA TRASMISSIONE DI SOLOVIEV, CHE L’ALTRO GIORNO HA VOMITATO INSULTI VERGOGNOSI CONTRO GIORGIA MELONI, HA PERSO 120 MILIONI DI SPETTATORI, ED È SCESA NEGLI ULTIMI MESI ALL’1,6% DI ASCOLTI
IN RUSSIA È IN ATTO UNO SCONTRO TRA DUE SCHIERAMENTI AL CREMLINO, I FALCHI INTENZIONATI A UN NUOVO GIRO DI VITE TRA CENSURA DI INTERNET E INCRIMINAZIONI A EDITORI E SCRITTORI, E I PUTINIANI “MODERATI”
Bisognerà farci l’abitudine. Sono tempi grami per la propaganda russa, almeno in patria. I russi guardano sempre meno i talk-show a senso unico e scelgono sempre più spesso gli show di intrattenimento.
Secondo l’analisi della società di sondaggi Mediascope, che si basa sugli indici d’ascolto della televisione russa relativi al 2025, circa la metà dei programmi che noi occidentali definiamo di propaganda non rientra più tra le cento trasmissioni più popolari del Paese.
Prendiamo ad esempio il celebre Vladimir Soloviev. Il suo salotto quotidiano con ospiti variopinti va in onda sul canale Rossija cinque giorni alla settimana, ma ormai solo le puntate domenicali entrano nella seconda metà della top-100.
Nel 2025, ha fatto la sua apparizione tra i primi venti programmi più visti della giornata solo sette volte. Il numero dei suoi spettatori è calato dal 2% di share dell’inizio 2025 all’1,6% di oggi, e stiamo parlando di una potenziale platea di 120 milioni di utenti.
Nel 2022, quando cominciò la guerra in Ucraina, i suoi numeri erano ben diversi, il doppio di quelli odierni.
Non si tratta di una questione di audience. È un problema politico. Alle minacce di bombardare Parigi, Roma e Berlino o di nuclearizzare l’Europa intera, non crede quasi più nessuno. Soloviev ha un conto aperto con l’Italia, per via delle sue ville giustamente confiscate.
Ma l’intemerata contro Giorgia Meloni arriva in uno dei suoi momenti più bassi di popolarità, e l’inasprimento dei toni non ha riguardato solo la nostra presidente del Consiglio, ma anche Emmanuel Macron, che due sere prima degli insulti alle nostre istituzioni era stato gratificato di pesanti allusioni sulle sue tendenze sessuali.
Quando conosci una sola canzone, per attirare l’attenzione non puoi fare altro che alzare il volume. Non è un caso che l’unico propagandista che fa ancora ascolti di tutto rispetto sia il vecchio Dmitrij Kiselev con la striscia domenicale «Vesti nedeli».
La ragione del successo, che ha pure conosciuto una flessione, dal 5,4% del gennaio 2025 al 4,8 di gennaio 2026, è dovuta al suo curriculum.
Amico fidato del presidente Vladimir Putin, ed ex oligarca, non è considerato come un semplice megafono amplificato del presidente, ma come la sua voce più o meno ufficiale, per quanto anch’essa strillata.
Dev’essere per questo, per una irrilevanza sempre più marcata in madre patria, che le parole di Soloviev e la risposta di Giorgia Meloni non hanno trovato grande spazio.
Nessun commento dalle istituzioni. Solo una scarna replica della ben nota Maria Zakharova, che con un certo distacco ha definito «opinioni personali» le parole del conduttore televisivo. Anche il Moskovskij Komsomolets , quotidiano di riferimento dei falchi di guerra, ha dato prova di insolita prudenza.
«Soloviev, noto per le sue elucubrazioni provocatorie, ha suscitato una brusca reazione delle autorità italiane». Ma in fondo, la funzione primaria di Soloviev è sempre stata quella di far apparire il suo datore di lavoro come un sincero moderato. Quanto a noi, l’esenzione speciale dovuta all’amore per il nostro Paese è caduta da un pezzo. L’argine è stato rotto nel novembre del 2024 dal ministro degli Esteri Sergey Lavrov, quando disse che l’Italia era un «nemico». In questo continuo gioco a rimpiattino tra propaganda violenta e immagine di buon padre ragionevole, poche settimane dopo, Putin espresse invece affetto per l’Italia: «Nonostante tutto», disse durante la conferenza stampa di fine anno, «sentiamo che nella società italiana c’è una certa simpatia per la Russia, così come noi abbiamo una certa simpatia per l’Italia».
Ma intanto il potente Lavrov continua a picchiare. A luglio del 2025 viene inserito il nome del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una nutrita sezione del sito del suo ministero intitolata «Esempi dell’uso di un linguaggio dell’odio nei confronti della Russia».
A ottobre, sempre il suo ministero accusa Italia, Germania e Giappone di «giustificare il fascismo»; a novembre la portavoce degli Esteri Zakharova auspica «il crollo dell’Italia intera» se continuerà a finanziare l’Ucraina. E il 20 gennaio di quest’anno lo stesso Lavrov dichiara che «i rapporti con l’Italia sono nel loro momento più basso».
Soltanto che gli strilloni di Putin sono sempre meno profeti in patria. Molti russi cominciano a non prenderli più sul serio, a farsene beffe, a cercare mezzi di informazione diversi dalla televisione.
La nuova crociata dei Servizi segreti e del governo contro quel poco di stampa libera che rimane in Russia e contro le vpn che permettono di consultare siti indipendenti e stranieri, si spiega anche in questo modo. Fu così anche ai tempi dell’ultimo Breznev. Poi sappiamo com’è andata a finire.
(da Corriere della Sera)
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