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ROCCA, IL PASSATO CHE NON PASSA DEL CANDIDATO ALLA REGIONE LAZIO

DALLA GALERA PER SPACCIO PER NON FARE IL BAGNINO AL PALAZZO

Spacciava eroina, in quei tempi ormai lontani, perché non voleva più fare il bagnino se non da miliardario, come nel vecchio film di Elvis Presley che amava e che per lui, nato nel 1965, era già un cult.
Ma il giovane Francesco Rocca disprezzava i drogati: “conigli da erba” e “zecche da siringa”.
A Ostia, in piazza Bettica, le infilzavano ancora rosse di sangue sulla corteccia dei pini, ma la sua estetica lo portava alle botte con i comunisti e al tifo per la Lazio, che era già un mondo di covi, e “dieci, cento, mille Paparelli” era l’estremo oltraggio romanista a Vincenzo Paparelli, tifoso della Lazio ucciso allo stadio nel 1979 da un razzo romanista che gli si conficcò nell’occhio.
Una volta, dopo il derby, fermarono Rocca in via Del Corso e, spavaldo com’era, reagì male quando gli agenti lo presero in giro per l’omonimia con Francesco Rocca, “Kawasaki”, il terzino della Roma.
Perciò lo perquisirono e nel portafogli gli trovarono piegati in quattro i volantini del Fronte della Gioventù: “E questi cosa sono, perché ce li hai?”, chiesero minacciando di portarlo in questura. E lui: “Mi dichiaro prigioniero politico”.
Quando lo arrestarono, cambiò il suo rapporto col tempo che più passa e più leviga il ricordo come l’onda di risacca sui ciotoli di Ostia. Rocca ora dice che noi giornalisti lo inchiodiamo alla macchina del fango, ma è lui che non riesce a non parlarne, nelle interviste, nei convegni, dovunque: “Per fatto personale” comincia. La condanna definitiva è dell’87, tre anni e due mesi: i primi sei li passò a Rebibbia, nella cella di fronte c’era Ali Agca. Poi lo mandarono ai domiciliari perché collaborava: Clement Chukwrak e Patrick Okafor erano gli studenti nigeriani che fornivano la droga e Okafor aveva un rapporto speciale con un funzionario dell’ambasciata. Rocca si legò a uno spacciatore che si chiamava Alessandro Vettese e divenne il “ponte” fra i nigeriani e Ostia, già allora divisa in famiglie.
Con il pentimento comincia l’epopea della resurrezione, da carcerato a candidato. C’era già Fabio Rampelli che lo riportò dentro il Fronte della gioventù che lo aveva espulso, e c’è la laurea in Giurisprudenza, tesi con Delfino Siracusano, “Struttura e funzione dell’udienza preliminare”, voto 105. Esercita la professione nella Caritas e poi con l’avvocata Civita Di Russo difende i pentiti: lei quelli dei Casalesi, lui quelli del clan Santapaola a Siracusa. “Arrivai a difenderne quaranta e tra loro anche il figlio di un boss che accusava il padre”. Lo misero sotto scorta e per lui fu davvero il Sottosopra finale: i pentiti lo cercavano perché anche lui era un pentito.
Non viveva più a Ostia ma a Spinaceto dalla nonna paterna e lì conobbe la sua prima moglie, che abitava al piano di sotto. Ed è sempre rimasto a destra, ma è la destra contaminata: la Roma dei centurioni di Alemanno illuminata dalla Caritas di don Di Liegro, che era “il prete comunista”, “protettore dei carcerati”. Monsignor Luigi protesse pure lui, proprio perché era stato carcerato, un prete di sinistra che, a proposito di contaminazioni e coincidenze, somiglia al prete che si nutriva di latte e di ciliegie raccontato da Adalbert Stifter nel libro preferito da Heidegger: Cristallo di rocca (Marsilio).
“Per me don Luigi fu come un’ambulanza”, ha ricordato Francesco Rocca, che le sorelle Meloni hanno imposto come candidato del centrodestra al governo della Regione Lazio.
Rocca dice di essere ancora di destra “ma come erede del Risorgimento” e qui fa capolino la solita pataccheria storiografica di questa destra romana, quella della Polverini e dell’ex sindaco Alemanno che chiama Rocca “fratello”. Non siamo alla retorica della lupa e al Giulio Cesare di cartapesta ma siamo a Mazzini “l’apostolo sempre vestito di nero” che davvero Giovanni Gentile assimilò al fascismo – Dio, Patria, Nazione – e che Italo Balbo, “il maresciallo dell’aria” addirittura venerava, povero Pippo Mazzini, come guida ideale del “vivere risolutamente”.
Del resto anche Dante è stato “pataccato” a destra da Sangiuliano mentre Boccaccio è, ovviamente, in quota Berlusconi e alla Schlein rimangono solo le chiare fresche e dolci acque di Petrarca, radicalchic.
Ma è solo un momento, perché Rocca non è una macchietta, non è come quel dimenticato mezzo professore che le stesse sorelle Meloni candidarono a sindaco di Roma, quello del “rifamo er Colosseo”.
Rocca è una destra di governo, sperimentata dal 2008, quando portò la croce nera di Colle Oppio nella Croce Rossa, ancora oggi “la più amata dagli italiani”. Ha rifatto lo statuto, non più ente pubblico ma associazione privata, si vanta di averne ridotto i costi da 210 a 60 milioni l’anno, a destra dicono che è bravissimo, a sinistra pensano che non è riuscito a snaturare la Croce Rossa perché nessuno riuscirebbe a snaturare “il meraviglioso mondo dei 150 mila volontari italiani”.
Di sicuro in Croce Rossa, dove fu mandato da Gianni Letta e Gianfranco Fini come commissario straordinario ed è rimasto per 15 anni, in tanti adesso dicono di aver subito “il carattere bipolare del presidente”, dolente e allegro, autoritario ma generoso, tipico della sua Ostia dove “niente è come sembra”.
Già lì, davanti al circolo del tennis, da adolescente, Francesco era per tutti er gaggio, er lello che a Roma è il pischello e a Ostia è il ragazzaccio di casa spavaldo, in quella via dei Promontori che, come nella canzone di Battisti, era “il mondo tutto chiuso in una via”: in una laterale c’era la scuola, il liceo Anco Marzio, dove già insegnava Italiano il professor Luca Serianni, e due passi più in là il Fronte della Gioventù, giusto in faccia al centro sociale Spaziokamino.
E dove tutto finisce con un muro, c’erano le case okkupate, due palazzoni con tanti spazi vuoti per fumare, per drogarsi: “E del sole che trafigge i solai, che ne sai?”.
Dall’altra parte in via Mar Rosso, c’era la casa di papà Arnaldo, tecnico del Tg1, e della mamma maestra elementare, una bella famiglia con tre figli maschi, oltre Francesco c’è Alessandro, che da bagnino ha preso in concessione una spiaggia, è volontario della Croce Rossa e ai giornali racconta che Francesco ha tradito l’ideale fascista, non rispetta la memoria della madre, minaccia rivelazioni. E poi c’è Fernando che lavora in un albergo.
L’identità è il problema di ogni ostiense, il bisogno e lo sforzo di farsi accettare, la furia del marginale. Ostia rifiutò di essere Comune perché voleva restare Roma fuori Roma e a Ostia il Municipio è stato sciolto per mafia.
È il luogo dove Pasolini è stato ucciso da uno dei suoi ragazzi di vita, ed è una città abusiva per due terzi: il “sacco di Ostia” è stato un crimine contro l’umanità. Protagonista di film italiani (Amore tossico, Non essere cattivo) che, forse con troppa generosità la critica considera memorabili, divenne famosa anche per i morti di droga e per i centri sociali. Di sicuro a Ostia si impara a combattere.
E però in quegli anni i neri facevano a botte con gli operai di Casalbernocchi, si picchiavano coi bastoni e le bottiglie, si minacciavano con i coltelli, senza contare i pugni.
A Casalbernocchi i terroristi dei Nar nel 1981 uccisero il capitano dei carabinieri Francesco Straullu e il suo autista Ciriaco Di Roma: “Mercoledì 21 ottobre alle 8.50 abbiamo giustiziato i mercenari torturatori della Digos Straullu e Di Roma. La Giustizia Rivoluzionaria ha seguito il suo corso e ciò resti di monito per gli infami, gli aguzzini, i pennivendoli”. A Ostia nel 1985 fu arrestata Barbara Balzerani che reagì gridando: “Viva le Brigate rosse”.
Oggi Rocca dice che il suo ideale politico, la sua utopia sono le donne che dopo la sanguinosa, orrenda battaglia di Solferino e San Martino si misero a curare anche i nemici: tutti fratelli. Sarebbe nata da lì la Croce Rossa che, adesso che si è candidato, Rocca dovrebbe smettere di raccontare, di usare. Proprio in Croce Rossa gli rimproverano infatti di sfruttare il simbolo che cura e che protegge. Ed è vero, a giudicare dalle fotografie, anche se lui nega l’evidenza della spilletta sulla giacca.
E Rocca non è solo Croce Rossa. È un amministratore della Sanità romana, “quel gran giro de quatrini” che sono le cliniche degli Angelucci di cui, sino alla settimana scorsa, ha pure presieduto una fondazione.
Se chiedi di Rocca ti mandano dossier, ti raccontano storie a mezza bocca… Respingo le offerte, dico che non mi interessa. Ma Rocca ha amministrato e presieduto tutto: le Asl, l’Idi, la Confapi e pure l’ospedale sant’Andrea, dove lo mandò come commissario straordinario Francesco Storace quand’era presidente della Regione e dove conobbe la sua seconda moglie, la nutrizionista e oncologa Debora Rasio che sposò in Campidoglio.
E il celebrante fu proprio Fabio Rampelli, l’attuale vicepresidente della Camera, che pretendeva per sé la candidatura che Meloni ha invece assegnato a Rocca. Rampelli è rimasto disgustato perché fu maestro di entrambi, Giorgia e Rocca, quand’era il supercapo dei mitologici gabbiani di Colle Oppio.
Rampelli è un duro sì, ma è anche pensoso e acuto e dunque ora sostiene e incoraggia Rocca ma compatisce lei, e spiega che c’è il calcolo politico e ci sono le responsabilità etiche, che questo è l’eterno ritorno delle mani sporche, e Machiavelli nel romanesco di Colle Oppio significa che “bisogna essè stronzi in politica: la politica è fatta così”.
E dunque nel cinismo di Giorgia che tradisce il suo passato ci sono Brecht e Bucharin, Castro e Che Guevara, Mussolini e D’Annunzio e perciò “bisogna calmarsi” ha detto alla moglie Gloria Sabatini, una brava giornalista del Secolo d’Italia che, seguace invece della romanissima filosofia “Lillo, se te rode er culo, dillo”, contro la scelta di Giorgia aveva scritto su un tweet: “La facevo più intelligente”. L’ha cancellato, trasformando così uno sfogo nel primo manifesto politico della dissidenza: destra contro destra.
(da La Repubblica)

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