A GIORNI IL DECRETO SULL’UNIVERSITA’… VEDIAMO DI CAPIRE COSA CAMBIA
I PUNTI CONTESTATI DEL DECRETO GELMINI SONO IL BLOCCO DEI CONCORSI IN ATTO, IL FATTO DI IMPORRE PROVVEDIMENTI SENZA ASCOLTARE IL MONDO UNIVERSITARIO, IL TAGLIO DI 3 MILIONI DI EURO AI FONDI, IL BLOCCO DEL TURN OVER, LA POSSIBILITA’ DI TRASFORMARLE IN FONDAZIONI CON L’INGRESSO DI PRIVATI, LA RIDUZIONE DELLE SEDI PERIFERICHE… LO SCOPO E’ DI ARRIVARE ALL’ABOLIZIONE DEL VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIO PER FAVORIRE LA CONCORRENZA TRA UNIVERSITA’.
Tra pochi giorni verrà ufficializzato il decreto sull’Università da parte della Gelmini e il quadro
del suo piano di modifiche si sta ormai delineando, tra luci ed ombre. Anche in questo caso non si tratta di una “riforma”, ma alla base c’e’ sempre l’esigenza di tagliare le spese di circa 1 miliardo di euro. Nell’assolvere a questo imput di Tremonti, la Gelmini qua ha messo un po’ più di sostanza, a differenza che nel piano sul maestro unico, anche perchè se le scuole elementari potevano essere un “modello di istruzione” in Europa, altrettanto non si può certo dire per gli Atenei italiani, notoriamente gestiti da lobbie politiche e potentati economici, in un intreccio di interessi e baronie che vanno solo a discapito della preparazione degli studenti.
Quanto poi incida su tutto questo il piano del governo è tutto da dimostrare, qualche segnale di razionalizzazione indubbiamente c’è, unito però a una strategia “aziendalista” che non condividiamo nella sua filosofia di base.
Cerchiamo di analizzare i vari capitoli del piano, limitandoci per ora a non commentarli troppo, in attesa della loro ufficializzazione.
Uno dei provvedimenti contenuti nel nuovo ddl comporterà il blocco automatico dei concorsi in atto: si tratta di 7mila posti, di cui 4mila per ordinari e associati e 3mila in due tranche per ricercatori che verrebbero così assunti.
Sicuramente bloccare i concorsi inimicherà i baroni universitari che avevano già deciso chi sistemare dei loro affiliati, dall’altro lato mette in mezzo a una strada, come prospettiva, anche chi ne avrebbe avuto i titoli senza calci nel posteriore.
Sarebbe da capire come si intenderebbe poi procedere e che criteri dare ai nuovi concorsi, ammesso che vengano indetti.
Oggi in Italia abbiamo 94 università e 320 sedi distaccate. Il criterio di “una università ogni campanile”, favorito dal potere politico in passato, è un sistema mangiasoldi, giusto “razionalizzare la rete”, così come eccessivi risultano essere ben 5.500 corsi di laurea, il doppio di quelli che ci sono in altri Paesi europei.
Porvi mano va bene, sperando che la “razionalizzazione” non veda favoriti i centri che hanno un “protettore politico”, ma si usino criteri univoci.
La Gelmini lamenta che ben 5 università sono sull’orlo del fallimento, ma poi torna sulla famosa quota del 90% come tetto massimo per gli stipendi in ogni ateneo.
Anche qui ci sono casi e casi, le Università lamentano sia il taglio ai fondi sia il blocco del turn over in ragione di 1 assunto ogni 5 che vanno in pensione, quota in effetti molto penalizzante.
La trasformazione delle università in fondazioni è poi la norma più contestata in assoluto, in quanto molti vedono il preludio ad una privatizzazione dell’università pubblica.
Il nuovo ddl non imporrà ad alcun ateneo di diventare fondazione, ma darà comunque una serie di agevolazioni fiscali e normative a chi sceglierà questa formula. L’idea è che diventando fondazioni, le università possano raccogliere finanziamenti privati e mettere a frutto le loro potenzialità di ricerca, anche vendendola a terzi.
Si teme da parte di alcuni che ciò determinerà una penalizzazione degli atenei del sud in particolare. Resta poi il problema della “valutazione dei criteri di efficienza” e “del premio ai migliori”, dove già si era speso Mussi con una “Agenzia nazionale di valutazione”, ma che la Gelmini ritiene troppo complicata. Vedremo cosa proporrà in concreto.
Il dissenso al piano del Governo resta comunque la base di partenza, ovvero il fatto che prima si operano i tagli decisi dall’alto e poi ci si occupa di dare un “ulteriore contenuto” al piano, viziato fin dall’origine dall’imput economico e dalla mancanza di un minimo confronto con il mondo universitario.
Si contestano in pratica sia i tagli che il metodo e si sostiene che senza investimenti la qualità dell’istruzione non può certo migliorare e ne deriva quindi una dequalificazione degli Atenei. Quello che resta è un progetto che dovrebbe portare, secondo il PdL, ad arrivare in prospettiva all’abolizione del valore legale del titolo di studio per favorire una concorrenza tra atenei, teoricamente fondata sulla qualità e il merito.
A parte che sarebbero sicuramente avvantaggiate le Università con maggior sponsor privati alle spalle e con aziende interessate ad investire per aver un ritorno economico sulle “eccellenze”, non condividiamo la filosofia ultraliberista a stelle e strisce che vuole vedere le Università non anche come centri di cultura e sapere indipendenti e pubblici, ma subordinate alle esigenze e agli imput del mercato globale e finanziario.
Ma di questo parleremo in altra occasione.
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