AL REFERENDUM UNA BATOSTA TUTTA POLITICA: A GIORGIA NON BASTERA’ FAR FINTA DI NIENTE
IL FALLIMENTO DELL’UNICA RIFORMA IMPOSTATA IN 4 ANNi, RACCONTANDO UN PAESE CHE NON C’E’ E DIFENDENDO UNA CLASSE POLITICA INADEGUATA
Ci sono diversi elementi da considerare prima di fare qualunque analisi del voto del
referendumsulla riforma della Giustizia, che ha visto una vittoria a dir poco trionfale del fronte del No. La natura estremamente tecnica della legge costituzionale che portava la firma del ministro Carlo Nordio, per cominciare, che ha reso molto complesso ogni tentativo di indirizzare il voto dei cittadini basandosi esclusivamente sul merito. Poi, il dibattito tra gli addetti ai lavori, esperti della materia, tecnici di settore e opinionisti di varia estrazione, che è stato quantomai serrato, probabilmente anche come reazione all’assenza di una vera discussione parlamentare, visto che il testo è arrivato blindato. Infine, il contesto politico generale, complesso come poche altre volte nella storia recente.
Tutto ciò ha contribuito a spostare la partita sul piano politico, esito non necessariamente scritto. In una prima fase, infatti, la tentazione diffusa è stata quella di un parziale disimpegno, non solo nell’idea di uno scarso interesse dei cittadini. Il problema stava in una sorta di calcolo rischi-benefici, che spingeva alla prudenza, nella considerazione dei “tecnicismi” di cui sopra, dei sondaggi che mostravano un quadro politico sostanzialmente cristallizzato e, infine, di logiche ombelicali. È quest’ultimo un punto piuttosto interessante, che resta nella sua interezza a prescindere dall’esito finale del referendum e che, alla fine, ha contribuito alla politicizzazione della contesa elettorale. Se il tema della riforma della giustizia è trasversale agli schieramenti, la strumentalità dei singoli posizionamenti è apparsa subito lampante alle leadership dei principali partiti italiani.
Meloni ha capito fin dall’inizio che la Lega avrebbe fatto il compitino, Tajani sapeva di non poter sbagliare anche questo appuntamento (dopo i siluri della famiglia Berlusconi), Schlein si è resa conto che parte della minoranza avrebbe provato a usare la sconfitta al referendum per sfiduciarla, Conte ha immediatamente pensato di mettere il cappello su una campagna elettorale molto sentita per il suo popolo, Renzi si trovava in mezzo al guado, non potendo sostenere fino in fondo una riforma che in larga parte condivide per non rafforzare la maggioranza e far scricchiolare ancora di più il campo largo.
(da agenzie)
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