ATTENTATO CONTRO DUGIN, AVANZA L’IPOTESI DEI RUSSI ANTIPUTIN O DI UN SEGNALE A PUTIN DEI SERVIZI INTERNI
SE FOSSE OPERA DI SABOTATORI UCRAINI VORREBBE DIRE UN SALTO DI LIVELLO ENORME… E’ SICURAMENTE OPERA DI PROFESSIONISTI ADDESTRATI
La Russia lancia un’accusa incompiuta contro l’Ucraina per l’attentato che
sabato sera ha ucciso Darya Dugina, figlia ventinovenne dell’ideologo russo Alexander Dugin, per bocca della portavoce degli Esteri Maria Zakharova: “Se troveremo tracce del coinvolgimento di Kiev, vuol dire che lo stato ucraino è uno stato terrorista”.
Gli ucraini smentiscono: “Non siamo stati noi”, dice Mikhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino Zelensky, per quel che vale una smentita in un campo – quello delle operazioni clandestine dei servizi segreti all’estero – che non ammette dichiarazioni ufficiali.
Il governatore filorusso di Donetsk, Denis Pushilin, accusa in termini secchi gli ucraini e quindi sostiene che la bomba sia stata piazzata da quel network di sabotatori che fin dall’inizio dell’invasione a febbraio ha cominciato a lanciare attacchi in territorio russo.
E in serata è arrivata anche la rivendicazione del cosiddetto Esercito repubblicano nazionale, un’oscura formazione partigiana – sconosciuta prima di ieri – che sostiene di avere come obiettivo la deposizione di Putin “usurpatore e criminale di guerra” e questa volta la fonte della rivendicazione è Ilya Ponomarev, ex membro della Duma russa e oppositore comunista di Putin che ha trovato rifugio a Kiev e da lì prosegue la sua attività.
Ponomarev ha parlato alle sette di sera in un programma trasmesso sulla sua televisione, ma non è considerato una fonte sempre impeccabile. “L’attacco apre un nuovo capitolo della resistenza a Putin”, ha detto il politico russo in esilio.
Gli investigatori russi dicono che la bomba che sabato sera ha ucciso Dugina era piazzata sotto il sedile del guidatore della Toyota Land Cruiser intestata a lei. L’esplosione ha sparso detriti per decine di metri, ha disintegrato il tettuccio e i due posti davanti, ha fatto saltare i finestrini, ha piegato la carrozzeria verso l’esterno e ha sbalzato il corpo sulla strada.
Non si trattava di una carica leggera che si poteva piazzare in fretta, magari una di quelle “bombe appiccicose” che i sicari in motocicletta possono attaccare con un magnete o con una sostanza adesiva alle portiere di una macchina e basta loro un gesto della mano, ma di un ordigno potente (forse più dei quattrocento grammi di tritolo dichiarati dalla polizia).
La Toyota era stata parcheggiata per almeno tre ore in un parcheggio incustodito e inquadrato da telecamere a circuito chiuso – che però avevano smesso di funzionare due settimane fa.
Dugin e figlia erano andati a un festival che si chiama “Tradizioni” e la loro partecipazione era nota da tempo. L’unica cosa che chi ha piazzato la bomba non poteva sapere è che all’ultimo momento l’ideologo ha scelto di salire su un’altra auto e non su quella guidata dalla figlia. L’esplosione è avvenuta dopo dieci minuti sul tratto di autostrada che attraversa Odintsovo, sobborgo a trenta chilometri dalla capitale dove Putin e molti altri membri dell’establishment hanno le loro residenze – e se l’attentato doveva essere un segnale contro il Cremlino non poteva esserci un posto più adatto.
Dugin è subito sceso dalla macchina che seguiva, ha guardato la carcassa della vettura in fiamme e si è messo le mani nei capelli ripreso da altri automobilisti – è un’immagine che diventerà iconica di questo periodo violento in Russia.
Dugin era un bersaglio particolare – sempre che fosse lui e non la figlia, partner di tutte le sue operazioni di propaganda – perché era molto conosciuto soprattutto all’estero come volto del putinismo e giocava molto su questa sua vicinanza al leader del Cremlino per fini autopromozionali, ma in realtà non era così connesso e per questo non godeva di protezioni speciali.
Il rapporto tra costo e ritorno, per così dire, in un attentato contro Dugin era molto più vantaggioso rispetto a quello di un attentato contro un dirigente qualsiasi del Cremlino di sicuro più vicino al vertice del potere ma anche meglio protetto e più difficile da colpire. Chi ha progettato questo attacco voleva colpire un simbolo del putinismo che scatenasse l’attenzione dei media internazionali, con uno sforzo relativamente piccolo.
Se fossero stati gli infiltrati ucraini che finora si erano dedicati a colpire ferrovie, depositi di carburante e agenti dei servizi russi sarebbe un salto di livello enorme. Il separatista Pushilin li accusa, ma a febbraio aveva detto lo stesso dopo un finto attentato con autobomba inscenato a Donetsk e viene il sospetto forte che anche in questo caso gli ucraini non c’entrino.
In queste ore si scommette molto sulla pista interna a Mosca.
Forse la bomba è parte di una strategia della tensione voluta dai servizi russi per rafforzare il partito della guerra, forse invece è un avvertimento da parte di quel blocco potente di poteri che è stato danneggiato in misura enorme dalla guerra di Putin e che non riesce a farsi ascoltare, oppure ancora l’ultranazionalista Dugin andava tolto di mezzo perché continua a parlare di guerra fallita e di debolezza russa. E da ieri c’è anche questa sigla, Esercito repubblicano nazionale, che si prende un posto fisso sulla scena.
(da agenzie)
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