Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
“IL FUOCO HA DIVORATO UN PEZZO DELLA MEMORIA DI NAPOLI. SONO ANDATI IN FUMO LE PAROLE, I PENSIERI, LE EMOZIONI CHE SU QUELLE TAVOLE HANNO PRESO FORMA” … “IL TEATRO PER NAPOLI È UN LINGUAGGIO DEL CUORE. DA SCARPETTA AI DE FILIPPO, DA NINO TARANTO A LUISA CONTE, PARTENOPE HA SEMPRE AFFIDATO L’ESPRESSIONE PIÙ PROFONDA DEI SUOI SENTIMENTI, PASSIONI ED EMOZIONI ALLE TAVOLE DEL PALCOSCENICO”
Con il Sannazaro non si è incendiata una semplice sala teatrale. Ad andare in fiamme è un pezzo dell’anima della città più teatrale d’Italia. Perché il teatro per Napoli è un linguaggio del cuore. Da Scarpetta ai De Filippo, da Nino Taranto a Luisa Conte, Partenope ha sempre affidato l’espressione più profonda dei suoi sentimenti e trasalimenti, passioni ed emozioni alle tavole del palcoscenico.
Il Sannazaro incarna da sempre la forza di questo legame tra il carattere vesuviano e l’arte scenica. Soprattutto dal 1971 quando a dirigerlo era stata la grande attrice Luisa Conte con suo marito Nino Veglia. Il loro intento era quello di restituire al Sannazaro il ruolo di teatro popolare, ma nel senso più alto del termine.
Da quel momento la sala divenne un caso quasi unico nel panorama nazionale, con stagioni costruite attorno a pochi titoli di grande successo, repliche quotidiane, sale sempre esaurite e un pubblico fidelizzato. Tanto da entrare negli annali dello spettacolo come “teatro dei record”.
Negli anni Settanta e Ottanta Luisa Conte, in particolare, incarnò una figura di capocomica carismatica, nella migliore tradizione della scena partenopea, capace di coniugare rigore artistico e profonda empatia con il pubblico. Attorno a lei si formarono generazioni di attori che avrebbero segnato il teatro napoletano contemporaneo.
Ma il glorioso spazio di via Chiaia, nel cuore della Napoli storica, ha sempre avuto un ruolo di primo piano. Sin dalla sua fondazione, avvenuta il 26 dicembre 1847, quando Napoli era una delle capitali europee dello spettacolo. Fu un evento mondano di grande rilievo che rivelò immediatamente la vocazione del teatro per l’alta prosa e per un pubblico colto, composto prevalentemente dall’aristocrazia e dall’alta borghesia.
Le cronache dell’epoca descrissero il Sannazaro come un jolie bouquet, una bomboniera. In effetti la sala, progettata dal celebre architetto Fausto Niccolini, era decorata in bianco e oro, impreziosita da stucchi e affreschi di artisti di grido, capace di coniugare eleganza e raccoglimento. Nella seconda metà dell’Ottocento il Teatro Sannazaro si affermò come uno dei palcoscenici più prestigiosi della città. Nel 1888 fu il primo teatro napoletano a essere illuminato con luce elettrica, un primato tecnologico che ne consolidò l’immagine di luogo moderno e all’avanguardia.
Un’immagine destinata a rafforzarsi un anno dopo, nel 1889, quando il Sannazaro ospitò l’attesissima prima di Na Santarella di Eduardo Scarpetta. Un autentico evento teatral-mondano premiato da un successo clamoroso. Oltre cento repliche, che gli valsero la fama di spazio portafortuna.
Si può dire che il grande teatro italiano ed europeo abbia calpestato le sue tavole. Star del calibro di Eleonora Duse, Emma Gramatica e Sarah Bernhardt, Ermete Novelli, Ermete Zacconi e Ruggero Ruggeri contribuirono a fare del Sannazaro un luogo privilegiato della drammaturgia moderna.
Una tendenza destinata ad accentuarsi negli anni Trenta del Novecento quando il teatro si aprì alle nuove tendenze della scena urbana, come il cinema-varietà, che univa proiezioni cinematografiche e numeri dal vivo.
Di quegli stessi anni è l’incontro storico tra il Sannazaro e i De Filippo, destinato a lasciare un’impronta indelebile nella storia del teatro italiano. Il grande Eduardo presenta proprio nella sala di via Chiaia alcune delle sue prime commedie di successo, contribuendo alla nascita di una nuova comicità borghese. E sempre al Sannazaro Eduardo incontra per la prima volta Luigi Pirandello, un incontro
Lo ha ricordato ieri Marisa Laurito che proprio con Eduardo ha iniziato la sua carriera di attrice. Ma che ha voluto ricordare il ruolo di Luisa Conte, che nella seconda metà del Novecento ha strappato il teatro dalla decadenza cui sembrava avviato e ne ha fatto uno degli spazi più cari al cuore dei napoletani e non solo. Alla scomparsa della grande attrice e impresaria, nel 1994 il testimone artistico del teatro passò alla nipote Lara Sansone, affiancata da Salvatore Vanorio.
Che hanno contribuito a mantenere viva la bandiera della grande tradizione teatrale partenopea senza rinunciare a un dialogo con la contemporaneità. Ecco perché ieri in via Chiaia il fuoco non ha bruciato solo un edificio teatrale. Ha divorato un pezzo della memoria di Napoli. Sono andati in fumo le parole, i pensieri, le emozioni che su quelle tavole hanno preso forma. E di cui adesso sentiamo maledettamente la mancanza.
(da “la Repubblica”)
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Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
“LA VERSIONE DELL’AGENTE FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI”… ALTRI QUATTRO POLIZIOTTI INDAGATI
Lo scorso 26 gennaio un poliziotto ha ucciso con un colpo di pistola alla testa il 28enne
Abderrahim Mansouri durante un’operazione antidroga in via Giuseppe Impastato, al limitare del “bosco della droga” di Rogoredo (Milano). Ieri, mercoledì
18 febbraio, sono stati inseriti nel registro degli indagati anche altri 4 agenti, accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso.
“Questa novità rafforza quelli che sono stati i nostri dubbi sin dall’inizio, ovvero sul fatto che il nostro assistito avrebbe puntato una pistola finta contro il poliziotto, dandogli il pretesto e il motivo per ucciderlo”, ha riferito a Fanpage.it l’avvocato Marco Romagnoli, che insieme alla collega Debora Piazza rappresenta la famiglia della vittima. “Come dimostrano anche i risultati dell’autopsia, la versione resa dall’agente fa acqua da tutte le parti”. L’ipotesi dei legali, come riportato da Ansa, è che il 28enne “non avesse la pistola” e che qualcuno l’avrebbe messa lì successivamente.
La sparatoria e le indagini
Secondo la versione resa dall’agente, il 28enne avrebbe puntato un’arma – poi risultata essere una pistola a salve – contro di lui, costringendolo a sparare per difendersi. Tuttavia, secondo quanto riferito a Fanpage.it dall’avvocato Marco Romagnoli gli esiti preliminari dell’autopsia e la ricostruzione della traiettoria del colpo sembrerebbero raccontare una dinamica differente: il proiettile avrebbe colpito il giovane “di lato”, dunque, “la vittima non poteva star guardando e quindi puntando l’arma contro il poliziotto”.
Inoltre, stando ai risultati delle luci forensi, utilizzate per rilevare le tracce invisibili a occhio nudo, non sono state rilevate impronte digitali sulla replica della Beretta 92 che Mansouri avrebbe impugnato la sera del 26 gennaio. Anche se, come ha spiegato a Fanpage.it Salvatore Spitaleri, biologo forense e criminalista, ex Ris dei carabinieri di Messina, potrebbe essere dovuto anche “a causa del fango” che potrebbe “aver cancellato eventuali tracce”.
A complicare ulteriormente il quadro della vicenda è anche la ricostruzione delle ore precedenti alla sparatoria. Dopo un servizio in solitaria nella zona di piazzale Corvetto, l’agente ha riferito di essersi spostato verso il bosco di Rogoredo, dove ha poi incontrato Mansouri. Una sequenza di azioni e decisioni operative che la procura sta ora analizzando nel dettaglio, verificando la coerenza tra quanto dichiarato e gli elementi raccolti.
Tutti questi elementi hanno portato gli inquirenti a interrogarsi non solo su quanto accaduto lo scorso 26 gennaio, ma anche sulla condotta dell’agente in procedimenti passati. Per questo, la procura di Milano ha aperto un fascicolo per falso ideologico a carico del poliziotto riguardo un verbale d’arresto del 2024 a carico di un 20enne tunisino, poi assolto. Il tribunale di Milano aveva anche trasmesso gli atti ai pm per valutare “condotte penalmente rilevanti” perché erano emerse “numerose affermazioni che non coincidono con quanto si può vedere dalle immagini delle telecamere di sorveglianza”.
Oggi, a quasi un mese di distanza dalla morte del 28enne, il pm Giovanni Tarzia, che coordina le indagini insieme con il procuratore Marcello Viola, ha notificato gli inviti a comparire ai 4 nuovi indagati che saranno interrogati nei prossimi giorni. “Io e l’avvocata Piazza accogliamo con grande stupore e con la massima stima per la procura questa notizia”, ha commentato a Fanpage.it l’avvocato Romagnoli. “Questa novità rafforza i nostri dubbi sin dall’inizio. Mansouri era un ragazzo giovane, faceva lo spacciatore, ma non era uno sbandato, non faceva uso di stupefacenti, era lucido e centratissimo. Non avrebbe mai realizzato una condotta tanto irrazionale come quella di puntare una pistola finta contro un poliziotto, dandogli il pretesto e il motivo per ucciderlo”.
(da Fanpage)
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Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
CON IL LORO STIPENDIO, I GIOVANI NON RIESCONO A NEMMENO A CAMPARE: SOLO I PIU’ FORTUNATI RIESCONO A VIVERE DISCRETAMENTE GRAZIE ALL’AIUTO DELLA LORO FAMIGLIA
«Alla fine la questione è veramente semplice: bisogna mettere mano al portafoglio e fare un investimento corale sulla retribuzione fissa di ingresso dei neolaureati, alle prime esperienze professionali. Non c’è scorciatoia, in Italia vanno alzati i salari, abbiamo una fascia di ingresso che interessa i primi 2, 3 anni in azienda molto più bassa della media europea». Marco Morelli è un manager di lungo corso che parla da un osservatorio molto ricco di dati, quello di amministratore delegato di Mercer Italia, la multinazionale che fa parte di Marsh e ha tra i suoi focus la strategia sul capitale umano.
«Non dico di guardare alla Svizzera dove si sfiorano i 90mila euro, ma i 32mila euro lordi di ingresso dei neolaureati italiani sono troppo distanti dai 57.500 della Germania, dai quasi 57mila dell’Austria, o dai 47.500 dell’Olanda e questo riduce l’attrattività del nostro Paese. Poi è vero che tante aziende mettono in atto virtuose politiche di welfare e percorsi di crescita delle persone, ma questo non basta per attirare i talenti più giovani.
Dobbiamo accettare il fatto che le retribuzioni vanno alzate e portate sopra la soglia di 40mila euro lordi. Poi senz’altro i benefit e il welfare sono importanti, ma le grandi città e alcune aree del Paese sono molto costose e pongono un tema di costo della vita, tant’è che si dovrebbe tornare a ragionare anche di differenziali a seconda delle diverse aree geografiche.
Lo stesso stipendio a Palermo e a Taranto non regge lo stesso potere di acquisto a Milano o a Roma. Non possiamo dimenticare che l’Italia è un Paese che ha un potere di acquisto molto diverso a seconda dei territori. Le prime esperienze dei neolaureati, di chi ha meno di 30 anni devono contemplare l’importanza dell’esperienza professionale ma anche la necessità di sostenere il loro tenore di vita. Il livello medio italiano che oggi si attesta a 32mila euro è troppo basso, va alzato almeno del 25-30%».
Il report di Mercer, contenuto nella Total remuneration survey, ha coinvolto 735 aziende che sono presenti in Italia, per un totale di circa 270.000 osservazioni retributive. Il campione è rappresentativo di imprese di medie e grandi dimensioni, con in media un fatturato di 830 milioni di euro e circa 1.430 dipendenti.
Se prendiamo i settori, quello che paga meglio è il Life Science, con una retribuzione di ingresso media di 34mila euro, superiore del 6,25% alla media nazionale. Seguono la manifattura (33.525 euro), i beni di largo consumo (32.950 euro), l’high tech (32.825 euro) e l’energia (32.250 euro).
I servizi non finanziari restano invece il settore meno competitivo, con una retribuzione di ingresso pari a 28.400 euro, circa l’11% in meno della media. Analizzando lo storico dei dati, va detto che in Italia si osserva un’evoluzione delle retribuzioni di ingresso dei neolaureati a partire però da un livello molto più basso e non con la stessa rapidità di altri Paesi. Nel nostro Paese, secondo i dati rilevati da Mercer, parliamo di un livello di ingresso che nel 2022 era di 30mila euro e nel 2025 è salito a 32mila, con un aumento del 7%.
Nel confronto con l’Europa, insomma, l’Italia resta ancora poco competitiva. I neolaureati italiani si collocano nella parte bassa della classifica, davanti solo a Spagna e Polonia, che peraltro recentemente hanno cominciato ad accelerare.
Non solo: dalla survey emerge come solo il 16% delle aziende italiane dichiari di avere una politica specifica e strutturata dedicata ai neolaureati, e appena il 36% offre percorsi di carriera formalizzati. Meno della metà, inoltre, investe in programmi di formazione professionale o di istruzione. Morelli evidenzia che «oltre ad avere livelli salariali di ingresso più bassi, l’Italia è anche un Paese dove la crescita retributiva è molto lenta
Il gap si riduce solo nel momento in cui si arriva alle posizioni apicali dove c’è un sostanziale allineamento con le principali economie europee. Il problema quindi è sulla parte più bassa e sul suo attraversamento».
Cosa fare? Per Morelli innanzitutto bisognerebbe «provare ad adottare politiche di detassazione degli stipendi: il cuneo fiscale in Italia è molto elevato e ricade sulle imprese. Ridurlo potrebbe facilitare l’innalzamento dei livelli retributivi.
Inoltre i benefit andrebbero detassati senza fissare soglie come accade oggi: questo potrebbe portare a contratti integrativi più genorosi. A questo proposito andrebbero incentivate nella contrattazione di secondo livello politiche di pay for skill, immaginando di remunerare le competenze aggiuntive acquisite dal lavoratore. Infine resta da declinare la Pay Transparency che è una grande occasione per avere retribuzioni più eque».
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
E VERRA’ IL GIORNO CHE QUALCUNO RISPONDERA’ DEI BLOCCHI INFAMI, DEI PORTI ASSEGNATI A 1.000 MIGLIA, DEI MIGRANTI FATTI AFFOGARE: NULLA DOVRA’ RESTARE IMPUNITO
Un blocco della nave costato 76 mila euro. Lo Stato italiano dovrà risarcire la ong Sea Watch
per il fermo “illegittimo” dell’imbarcazione umanitaria capitanata da Carola Rackete, la Sea Watch 3, che il 29 giugno del 2019 ha forzato il divieto di sbarco facendo attraccare oltre 40 migranti a Lampedusa. Erano i tempi della “politica dei porti chiusi” con Matteo Salvini al Viminale.
La decisione arriva dal tribunale di Palermo, che ha optato per un risarcimento delle spese patrimoniali comprese tra ottobre e dicembre di quell’anno: una serie di costi sostenuti fra quelli legali, portuali, di agenzia e il carburante per mantenere la nave attiva.
“Il risarcimento a Sea-Watch dimostra ancora una volta che la disobbedienza civile è tutt’altro che arroganza, ma protezione del diritto internazionale dagli attacchi di chi abusa della propria posizione di potere per calpestarlo, ai danni dei diritti e delle libertà di tutti”, è il commento della portavoce dell’ong, Giorgia Linardi.
Che poi prende di mira Palazzo Chigi: “Mentre sulle coste italiane riaffiorano i cadaveri delle vittime invisibili delle ultime settimane, il governo, invece di lavorare per evitare tragedie future, individua ancora una volta nelle ong il nemico da abbattere. Noi, a differenza loro, non ci voltiamo dall’altra parte. C’è chi la chiama arroganza e chi giustizia”.
Il riferimento è ai commenti che negli anni si sono susseguiti da parte del centrodestra. In particolare da Fratelli d’Italia, con Giorgia Meloni che all’epoca propose anche un “blocco navale al largo delle coste libiche” come “unica soluzione possibile”. “Alla nostra reazione – ha aggiunto Linardi – davanti all’annuncio del cosiddetto blocco navale, Fratelli d’Italia ha risposto con l’intimidazione: ‘Basta con l’arroganza di certe ong’. Eppure quella che loro definiscono arroganza è stata riconosciuta dai tribunali competenti come rispetto del diritto internazionale”.
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
DA WEBER A MERZ, IL ”BOARD OF PEACE” È L’ENNESIMO SCHIAFFO DI TRUMP AI VALORI DELLA DEMOCRAZIA – IL TENTATIVO DISPERATO E FALLITO DELLA MELONA DI COINVOLGERE MERZ PER NON LASCIARE TAJANI AD ESSERE L’UNICO MINISTRO PRESENTE DEI GRANDI PAESI DELL’UNIONE EUROPEA
Quel merluzzo lesso di Antonio Tajani si è messo in una posizione difficilissima. Sarà lui il volto dell’Italia alla riunione del “Board of peace”, che si terrà domani a Washington.
Il paciarotto di Ferentino, che si è sempre vantato del suo europeismo senza limitismo, sarà circondato da dittatori, monarchi assoluti, autocrati d’ogni foggia, sancendo l’ingresso dell’Italia, seppure come “osservatore” (ma osservatore de che, non s’è ancora capito) nel club privato con cui Trump sogna di archiviare l’Onu.
Tajani, si diceva, è in una posizione difficilissima, per almeno due motivi. Il primo, e più evidente, è l’imbarazzo personale di fronte ai suoi elettori e “danti causa”. Chi vota Forza Italia, infatti, non guarda con simpatia a Donald Trump e ai suoi tentativi di demolire il multilateralismo che, dal dopoguerra, ha sempre governato il mondo.
Multilateralismo tanto caro anche a Silvio Berlusconi che al dialogo tra le potenze ha dedicato un po’ di tempo sottratto con difficolta’ alle cene eleganti. Il Cav fu l’artefice dell’incontro, nel 2002, a Pratica di Mare tra George W. Bush e Putin, in una prospettiva di dialogo e concerto globale dopo l’attentato alle Torri gemelle dell’anno prima.
Che a Forza Italia non piaccia il trumpismo-senza-limitismo, è confermato dalle dichiarazioni tonitruanti di Marina Berlusconi che, in un’intervista al “Corriere della Sera”, una settimana fa, sferzava lo “Sceicco” di Mar-a-Lago: “Sono sempre più preoccupata.
Prima schierarsi con gli Stati Uniti significava stare dalla parte giusta della storia. Oggi non ci sono più certezze. L’unica regola di Trump è cancellare tutte le regole. E lui la chiama libertà”.
E ancora: “Legge del più forte, prevaricazione, affarismo… Ma ci rendiamo conto che dentro il suo Paese sta provando a smontare tutti i sistemi di bilanciamento e controllo? E che dire dell’uso della violenza contro il dissenso?
Le parole di Marina sono state rinfacciate a Tajani anche alla Camera, ieri pomeriggio, dal Pd, che le ha utilizzate per “incastrare” il ministro degli Esteri di fronte all’evidenza delle sue contraddizioni.
Perdere la faccia di fronte a Marina Berlusconi, “proprietaria” del partito di cui è segretario, però, non è l’unica preoccupazione di Tajani. In pochi ricordano, infatti, che quel “Cuor di melone” del capo della Farnesina è ancora il vicepresidente del Partito popolare europeo. E per il Ppe, saldamente a guida tedesca, il “Board of peace” è una cagata pazzesca.
Lo ha fatto capire chiaramente la trimurti crucca al vertice del PPE: Manfred Weber, Friedrich Merz e Ursula von der Leyen.
Il primo è stato Weber, presidente del PPE e amico personale di Tajani. In un’intervista a “Repubblica”, che anticipava il discorso di Friedrich Merz alla Conferenza per la sicurezza di Monaco, Weber è stato chiarissimo: “I pilastri fondamentali dell’ordine mondiale stanno cambiando in modo radicale e a una velocità vertiginosa. C’è troppo affidamento su Washington. La speranza che torni la vecchia America. E lo dico chiaramente, sono un transatlantico, voglio il partenariato con l’America. Ma la vecchia America che conoscevamo non tornerà più. L’Europa deve affrontare questa realtà e acquisire finalmente consapevolezza di sé”.
Il giorno stesso, il 13 febbraio, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, è salito sul palco di Monaco e ha tenuto un discorso durissimo contro gli Stati Uniti. Parole inedite con cui Berlino archivia la storica alleanza con gli Usa: “Tra di noi e l’America c’è una frattura. L’Ue deve diventare più sovrana. La nostra vacanza dalla storia mondiale è finita”
Infine, la sempre pavida Ursula, che non ha proferito parola, ma ha voluto precisare che la scelta di inviare la Commissaria croata Dubravka Suica a Washington, alla riunione del Board of Peace, non significa che l’Ue aderirà alla congrega di puzzoni messa in piedi da Trump: “Ci saremo ma non come partecipanti e nemmeno come osservatori”.
“Insomma una vera e propria dissociazione ammantata con un velo di diplomazia. Non solo non ci sarà von der Leyen, ma nemmeno uno dei sei vicepresidenti della Commissione”, commenta Claudio Tito su “Repubblica”
E dire che Giorgia Meloni e il Governo hanno provato in tutti i modi a cavalcare la presenza di Dubravka Suica e degli altri Paesi europei alla riunione di Washington.
Giorgia Meloni voleva a tutti i costi volare fra le braccia di Trump e ha provato fino all’ultimo a convincere Merz ad aderire. Ma lo spilungone crucco ha risposto, seccamente, “Nein”, ribadendo come i valori europei siano in contraddizione con l’ideologia “Maga”, e rivendicando il suo pragmatismo diplomatico. Della serie: Io parlo con Trump, ma non vuol dire che aderisco alla sua politica. Del Board of Peace non condivido la forma e i metodi…
L’ex commissario Ue Mario Monti si è spinto oltre sostenendo che l’ideologia “Maga” dei vari Trump e Bannon sia incompatibile persino con la Costituzione italiana.
Ci sarebbe stato anche un colloquio tra il consigliere diplomatico di Meloni, Fabrizio Saggio, e il suo omologo tedesco, Günter Sautter. L’italiano avrebbe provato a sondare il collega, che per chiudere la questione avrebbe invece tirato in ballo nientemeno che il Vaticano.
Sautter avrebbe infatti riferito a Sautter che le perplessità tedesche sul Board of Peace sono condivise in toto dalla Santa sede.
Una settimana fa, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, che conosce bene il Medioriente essendo il Patriarca latino di Gerusalemme, ha definito l’iniziativa di Trump una ”operazione colonialista”, ribadendo quello che ha già detto più volte: “Non si può decidere per i palestinesi senza i palestinesi”.
Una presa di posizione così forte da parte di un cardinale molto in vista non può che essere stata pronunciata senza un “imprimatur” del segretario di Stato, Pietro Parolin. Lo stesso Parolin ieri ha voluto confermare che il Vaticano “non parteciperò al Board of Peace”: “Ci sono punti che lasciano perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni”.
La diplomazia vaticana si muove in sincrono, come non succedeva da tempo. Parolin si sente molto a suo agio con Leone XIV: i due si muovono sulla stessa linea strategica, a differenza di quanto avveniva con Bergoglio, considerato troppo “tattico” e imprevedibile in politica estera.
Non a caso oggi è stato lo stesso Papa Prevost a “scomunicare” indirettamente, con molta diplomazia, il nuovo ordine trumpiamo: “Noi oggi possiamo sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”
(da Dagoreport)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
DA GIORNI IL VICEPRESIDENTE DEL CSM ERA IN ALLERTA PER LE VERGOGNOSE PAROLE DI CARLO NORDIO SUL SISTEMA “PARA-MAFIOSO”. PINELLI SI È “COORDINATO” CON UGO ZAMPETTI, POTENTE SEGRETARIO GENERALE DEL COLLE, E I DUE HANNO PREGATO MATTARELLA DI METTERE FINE ALL’ESCALATION DI TENSIONE … IL GUARDASIGILLI NORDIO ABBASSA LA CRESTA: “MI ADEGUERÒ” … L’INCAZZATURA MAGGIORE DEL COLLE È CON GIORGIA MELONI: AVEVA PROMESSO DI FAR ABBASSARE I TONI A NORDIO, E POI È STATA LEI A TORNARE ALL’ATTACCO
Cosa ha spinto Sergio Mattarella, dopo 11 anni al Quirinale, a scendere dal Colle per andare a
presiedere, per la prima volta, un plenum del CSM?
La decisione del Capo dello Stato è una chiara conseguenza dell’escalation di invettive del Governo nei confronti della magistratura: un “clima infame”, di veleni, attacchi sguaiati e polarizzazione ben oltre il livello di guardia.
La misura è diventata colma con il video pubblicato ieri sera sui social da Giorgia Meloni: “Un cittadino algerino irregolare in Italia, che ha alle spalle 23 condanne, non potrà essere trattenuto in un CPR né trasferito nel centro di Albania per il rimpatrio. Per lui alcuni giudici hanno stabilito addirittura non solo che non ci sarà un’espulsione, ma che il Ministero dell’Interno dovrà risarcirlo con 700 euro per aver tentato di far rispettare un provvedimento di espulsione”.
Ma come, sono sobbalzati al Quirinale? La Ducetta aveva promesso di togliere lo spritz al ministro della Giustizia Carlo Nordio, invitandolo ad abbassare i toni, e poi lei stessa rinfocola la polemica contro le toghe?
Da qualche giorno a Palazzo Bachelet, dove ha sede il Consiglio Superiore della Magistratura, l’allerta era massima.
Dopo le vergognose parole di Nordio sul CSM “para-mafioso” (una sparata che ha infastidito Sergio Mattarella, il cui fratello, Piersanti, è stato ucciso da Cosa Nostra nel 1980), il telefono del vicepresidente dell’organo di autogoverno della magistratura, Fabio Pinelli, è diventato bollente.
Prima ci sono stati i contatti con molti politici di destra, area da cui proviene Pinelli (è stato nominato in quota Lega il 25 gennaio 2023), poi c’è stato un colloquio telefonico con Ugo Zampetti, potente segretario generale del Quirinale.
Pinelli, pur provenendo dalla destra, non poteva permettere che l’attacco indecente al CSM passasse sotto silenzio. Insieme a Zampetti ha pregato Mattarella di intervenire al plenum, come mai prima d’ora era successo.
Non c’è voluta troppa insistenza per convincere il Capo dello Stato, che stamani ha rifilato una rampogna a Nordio e Meloni: “Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del CSM”.
E poi ancora: “Avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza nell’interesse della repubblica”.
Mattarella ha sottolineato “il ruolo di rilievo costituzionale del Csm” e “soprattutto la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte di altre istituzioni nei confronti di questa istituzione”
Successivamente, prima dell’ora dell’aperitivo, Carlo Nordio ha risposto cospargendosi di cenere il cranio pelato, con tanto di plurale maiestatis (forse parla anche a nome della sua capa di gabinetto, la “Zarina” Giusi Bartolozzi): “Apprezziamo e condividiamo totalmente l’esortazione del Presidente della
Repubblica. E’ stata un’esortazione opportuna in questo momento in cui i toni si sono scaldati al di là della ragionevolezza” (Ma a scaldarli è stato lui!).
Poi la promessa: “Mi adeguerò, ovviamente. Cercherò di essere il più possibile aderente, come penso di essere stato in passato”.
Abbassare i toni è fondamentale anche in vista del 24 marzo. Come scriveva oggi Massimo Franco sul “Corriere della Sera”: “Il tema è proprio questo: il dopo referendum. Bisogna chiedersi se sarà possibile ricostruire un dialogo tra governo e magistratura, sul cumulo di macerie istituzionali che la campagna per ‘sì’ e ‘no’ sta creando.
La prospettiva di una gara a colpi di forzature come prolungamento di quanto si sta vedendo in queste settimane è un presagio di conflitti e di immobilismo, non di soluzione dei problemi. E, sullo sfondo, rimane l’incognita di un’astensione che promette di delegittimare qualsiasi risultato. Ma sarà difficile darne la colpa all’elettorato”.
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
“L’ASSE ITALO-TEDESCO? E’ UNA SEMPLIFICAZIONE. NON MI PIACCIONO LE PROPOSTE DI MELONI E MERZ SULLA DEREGOLAMENTAZIONE E SUL MAGGIORE SPAZIO AGLI AIUTI DI STATO DEI SINGOLI PAESI ALLE PROPRIE IMPRESE. ENTRAMBE LE PROPOSTE VANNO CONTRO IL RAFFORZAMENTO DEL MERCATO UNICO, E QUELLA SUGLI AIUTI DI STATO ANCHE CONTRO L’INTERESSE ITALIANO. IL RISULTATO SARÀ CHE I TEDESCHI AVRANNO UN VANTAGGIO COMPETITIVO A DANNO DELLE IMPRESE ITALIANE”
«La quintessenza del trumpismo». Così l’ex premier e senatore a vita Mario Monti definisce il Board of peace per Gaza a cui l’Italia parteciperà come Paese osservatore: «Un progetto che ha in sé tutta la capacità di iniziativa e la voglia di fare del presidente americano, ma anche tutta la sua insofferenza per gli aspetti istituzionali del fare».
Lei come lo valuta?
«L’uso di sforzi privati per la ricostruzione si è già fatto e se ne parla anche per l’Ucraina.
Ma questa è una gigantesca privatizzazione della politica internazionale: è un organismo voluto e presieduto da Trump, che decide chi invitare e chi no e manterrà la guida anche un domani che non fosse più presidente degli Stati Uniti. […]».
Dato questo quadro, fa bene l’Italia a partecipare come osservatore, non potendo aderire per vincoli costituzionali?
«Per una volta credo che la presidente del consiglio sia grata ai vincoli costituzionali, che di solito preferirebbe modificare o superare. Le consentono di motivare a Trump il suo no a una piena partecipazione, che le avrebbe anche fatto piacere, ma l’avrebbe esposta a sicure critiche oggi e incertezze domani».
Però ha scelto la strada del Paese osservatore.
«Se anche non ci fossero limiti costituzionali, io vedrei un grosso problema politico in una partecipazione piena. E ho dubbi anche su un’adesione come osservatori».
Secondo il ministro degli Esteri Tajani non esserci sarebbe contrario allo spirito dell’articolo 11 della Costituzione.
«La definizione “Board of peace” in effetti, presa letteralmente, è contro la guerra.
Ma tra i partecipanti ce ne sono alcuni che non rispettano lo stato di diritto o i confini nazionali, vedi il caso Groenlandia. […] governo e Parlamento devono esercitare il loro discernimento nel valutare con chi ci si accompagna per perseguire la pace. E il potere non è il solo ingrediente che può rendere efficace l’iniziativa».
Tra i Paesi europei parteciperanno Ungheria e Bulgaria, e come osservatori anche Grecia, Romania e Cipro. Non i nostri alleati Francia e Germania: è un problema?
«Io capisco che la presidente Meloni voglia attuare nel contesto europeo la sua politica […] ma la preferirei sovversiva verso soluzioni più ambiziose nel contesto dell’Unione, anziché alla ricerca di altre strade. Quest’operazione […] dimostra la forte influenza, anche fuori dagli Stati Uniti, della cultura Maga (il movimento di Trump, Make America Great Again, ndr)».
Quella che il cancelliere tedesco Merz critica mentre la nostra premier dissente.
«La nostra premier ha detto di non essere d’accordo con Merz, e che si tratta di una valutazione politica e non di un tema di competenza dell’Unione europea. Non è vero: consiglio di leggere l’intervista sull’Economist del presidente finlandese Stubb, che pure è un amico di Trump. Spiega bene come l’Europa non possa allinearsi ai Maga, che non accettano lo stato di diritto e negano i cambiamenti
climatici. La radice di quella cultura è incompatibile con l’ordinamento europeo e direi perfino con la nostra Costituzione».
Addirittura? Meloni non sarà d’accordo.
«Ma le va detto, io lo faccio anche in Aula».
Come giudica il suo atteggiamento verso Trump?
«L’aspirazione a essere ponte si è tradotta nell’esercitare una spinta dentro l’Unione affinché si reagisse con meno durezza possibile al presidente americano e alle sue richieste. È successo sui dazi, quando insieme alla Germania ha sostenuto un atteggiamento morbido, così come quando si è schierata contro l’imposta digitale che dall’opposizione reclamava a gran voce».
A proposito di Germania: la settimana scorsa si è parlato di un asse italo-tedesco. Esiste secondo lei, o l’ha già sgretolato, appunto, la divergenza di opinioni sulla cultura Maga?
«Su questi assi siamo anche noi osservatori, politici e giornalisti, che amiamo semplificare la realtà. Ci possono essere delle convergenze oggettive di interessi tra due Paesi.
Posto che i tre grandi Paesi dell’eurozona e dell’Unione europea – in rigoroso ordine alfabetico: Francia, Germania e Italia – dovrebbero cercare di lavorare il più possibile insieme e poi proporre alla Commissione soluzioni, non ho niente contro l’avvicinamento italo-tedesco in sé. Altro sono i contenuti».
Non le piacciono le proposte di Meloni e Merz?
«No, su due temi: la deregolamentazione e più spazio per gli aiuti di Stato dei singoli Paesi alle proprie imprese. Entrambe le proposte vanno contro il rafforzamento del mercato unico, e quella sugli aiuti di Stato anche contro l’interesse italiano».
Perché?
«Se si aumenta lo spazio degli aiuti di Stato alle proprie imprese, chi ha la possibilità di farlo lo farà. Il risultato sarà che i tedeschi avranno un vantaggio competitivo a danno delle imprese italiane. Così l’Italia si trova a fare sì l’interesse nazionale: ma quello della Germania».
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL “SACRIFICIO” DEL SEGRETARIO DI FORZA ITALIA, ORMAI SEMPRE PIÙ MAGGIORDOMO DI MELONI, CHE SARÀ L’UNICO MINISTRO DI UNA GRANDE DEMOCRAZIA EUROPEA IN MEZZO A SCEICCHI CHE AFFETTANO I GIORNALISTI, DITTATORELLI E AUTOCRATI
Tajani salga a Board, cazzo. Ministro, è vero che lei si immola, vola a Washington, per
partecipare al Board di Gaza? “Io sono leale”. Ministro, ma mandare qualcuno al posto suo? “Eh…”.
La verità? Non ci vuole andare nessuno. Lorenzo Guerini alla Camera dice che “i tedeschi forse inviano un diplomatico. Il Board è la privatizzazione degli istituti di multilateralismo”.
Salvate il naufrago Tajani. Il ministro è alla colonna e il Pd affonda. Provenzano gli cita Marina Berlusconi. Sembra di stare in una strofa di Paolo Conte: “Sono qui con te, sempre più solo”. Tajani lonely.
Tajani informa le Camere sulla partecipazione dell’Italia alla prima riunione del board di Gaza, come osservatori, e spiega che “non abbiamo alternative al Piano Trump” e che se c’è qualcuno, e si rivolge all’opposizione, “me lo proponga”.
Il Pd maramaldeggia su Tajani, cuore di Meloni. Arrivano accuse di “neocolonialismo”, di “scodinzolamenti”. Provenzano legge stralci di Marina Berlusconi su Trump e Tajani cambia colore. Lo cerca con gli occhi durante la risposta e se potesse gli strapperebbe tutti quei peletti fulvi, in viso, ma Tajani è “navigato”, Tajani ogni volta che lo vogliono mettere nel sacco risponde ai cronisti: “Amico, mio. Guarda che io sono vecchio”.
Alla Cavaliera non piace l’idea del viaggio da Trump, da Don Vito Trumpone, ma Tajani a quale cuore deve rispondere? Il liberale-libertario, il ministro Paolo Zangrillo gli resta vicino, in Aula, perché “Trump non è il mio modello, sia chiaro, anzi, tutt’altro, ma è giusto andare a vedere, osservare.
Siamo vicini geograficamente”, poi si butta sul referendum e le suona a Gratteri, all’Anm: “Le frasi di Gratteri? Mi sembrava che fosse l’intelligenza artificiale, ma ho scoperto che era il vero Gratteri. Nordio fa bene a chiedere la lista di chi sta donando per il comitato del ‘no’. Anche io voglio sapere. E se ci sono delinquenti?”. Si sdrammatizza.
Da Forza Italia, un consigliori propone: “Ci sarebbe la sottosegretaria Maria Tripodi e pure Edmondo Cirielli che è rimasto viceministro degli Esteri. Io l’ho detto a Tony: manda loro”.
I vannacciani si ritagliano il loro spazio con la singolare proposta del vicecapo, Edoardo Ziello: “Io sono per invitare nel board la Russia ed estromettere il Qatar che finanzia i Fratelli Musulmani”.
Non si vedono leghisti e ministri, oltre Tajani, solo due. E’ solo. Il board si mescola con il referendum, con lo sberleffo e la Rai. E’ una panna, smontata.
Si insulta che è una bellezza tanto che il capogruppo di FI, Paolo Barelli, registra “siamo ormai alla merda in faccia”. Finisce di dirlo e si sente urlare Ricciardi del M5s “perché si sta facendo un killeraggio contro Francesca Albanese”.
La più sobria è Schlein che si limita a “l’Italia non vada, non partecipi”.
Il peggio che vi possa capitare è dover masticare come Tajani, il ministro si sta come in autunno gli alberi le foglie (e Meloni). Insomma, perché ci andiamo al board?
Spiegano i diplomatici di governo che c’è molto di più di questo invito: “Abbiamo bisogno della protezione americana nel Mediterraneo. Abbiamo bisogno di contenere i flussi migratori”.
Si scrive Gaza ma si legge ricostruzione e c’è la Libia di Haftar che preoccupa il governo. In una parola: sempre sicurezza, gli sbarchi. Provenzano, è il suo giorno, sorridente, continua a pungere Tajani lonely: “Il board è una truffa. Quando ho parlato di Marina ho visto Tajani in difficoltà. Mi attendevo un Tajani che andasse contro Meloni, che facesse l’europeista, ma ho visto solo un ministro che ha deciso di tacere”.
Lo colpisce anche Enzo Amendola, ancora: “Come dice il compagno Orfini, Tajani è un osservatore ma al ministero degli Esteri”.
Nel gergo militare il gesto di Tajani si chiamerebbe lealtà alla bandiera, alla sua presidente, ma è politica e Tajani può solo rispondere: “Gli attacchi sono strumentali, noi non scodinzoliamo, non collaboriamo con Tony Blair.
Noi non siamo quelli che andavano al bar e cercavano con la Merkel”. Se proprio ci deve andare un italiano è meglio che ci vada Tajani anziché l’ambasciatore. Ormai è fatta. Se ci va qualcun altro diventa un gesto alla Schettino e Tajani non lo merita. Meglio la faccia di Tajani (o ancora meglio di Meloni) che quella di bronzo, la faccia del vacci, vacci te.
(da il Foglio)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
NON LA PENSA COSI’ LORENZO PREGLIASCO, FONDATORE DI YOUTREND: “LA POLITICIZZAZIONE, NEL COMPLESSO, AIUTA LA PARTECIPAZIONE AL VOTO” … DI CERTO LA RIMONTA DEL “NO”, CHE SECONDO SWG HA RAGGIUNTO IL “SÌ”, HA GETTATO NEL PANICO GIORGIA MELONI: PALAZZO CHIGI HA AFFIDATO TRE NUOVE RILEVAZIONI A TECNÈ, CON UN CONTRATTO DA 146 MILA EURO
Il più convinto è il sondaggista Antonio Noto: la politicizzazione, i toni aspri, financo i colpi sotto la cintura vanno a vantaggio del fronte del no al referendum del 22 e 23 marzo. La ragione sta nell’identikit dell’astensionista potenziale: «Nelle ultime settimane – spiega – stiamo registrando addirittura un calo dell’affluenza rispetto all’inizio della campagna: i più demotivati sono proprio gli elettori moderati di centrodestra».
È questo, secondo Noto, a spingere verso l’alto le stime dei voti contrari al ddl Nordio, in confronto alle prime rilevazioni. Guardando alle cifre più recenti dell’istituto: il no si attesta al 47%, il sì sfiora il 53%, ma è in calo di 6 punti rispetto a gennaio.
SWG per il Tg La7 dà persino una perfetta parità tra gli schieramenti: 38% a testa, 24% gli indecisi. Numeri che hanno messo in allarme la presidente del Consiglio: Palazzo Chigi ha affidato tre nuove rilevazioni a Tecnè, anticipa Open. Valore del
contratto: 146mila euro. Un secondo, da 48mila euro, è stato stipulato con Ipsos di Nando Pagnoncelli.
Come leggere la crescita del no? «Non si tratta di elettori che passano dall’una all’altra parte», argomenta Noto. Sono invece cittadini che «si allontanano dalle urne, lasciando spazio a chi è più convinto».
Concorda Roberto Weber, presidente dell’Istituto Ixè: «Questa volta credo che la spinta verso messaggi più viscerali pagherà di più per il centrosinistra». Con una precisazione: «Al momento il rumore di fondo rende incerte le stime sull’affluenza, i dati sono oscillanti».
E tuttavia, l’ipotesi che uno scontro infiammato possa allontanare gli elettori meno partigiani trova invece scettici Lorenzo Pregliasco e Alessandra Ghisleri.
Per il fondatore di YouTrend, «la realtà è che i confronti pacati sui temi, tanto invocati, interessano solo a piccole minoranze di appassionati del genere», mentre «il grosso dell’opinione pubblica si muove se percepisce che c’è una posta in gioco più grande rispetto alla separazione delle carriere». E dunque, non è detto che il clima surriscaldato scoraggi gli indecisi: «La politicizzazione, nel complesso, aiuta la partecipazione al voto perché lo rende più sentito politicamente».
La presidente di Euromedia Research gira la domanda: «Cosa si intende per moderati? Chi lo è – dice Ghisleri – in teoria non si fa prendere dalle parti politiche e rimane ancorato ai contenuti della riforma». È lì soprattutto che si gioca la partita dei favorevoli: «Il sì ha più difficoltà perché deve entrare nel merito del provvedimento, proporre una prospettiva concreta: più complicato perché si tratta di offrire una visione, non un vantaggio immediato».
Su un punto, però, i sondaggisti sono in sintonia: un maggiore coinvolgimento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sarebbe un game changer: «Berlusconi – ricorda Noto – riusciva a rimontare anche di 5 punti negli ultimi giorni di campagna, l’elettorato di centrodestra ha bisogno di vedere che il leader ci mette la faccia». I rischi sono alti quanto i potenziali benefici: per la premier vorrebbe dire giocarsi, politicamente, l’osso del collo.
(da La Repubblica)
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