Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
DISEGNARE UNA SOCIETA’ DOVE UNA CASTA DI “INTOCCABILI” VIVRA’ SEPARATA DAGLI INDIGENI, PRIVA DI DIRITTI FONDAMENTALI… UN TIPICO DISEGNO CRIMINALE AL SERVIZIO DI LOBBIE E DEL PEGGIORE CAPITALISMO
La remigrazione è ormai una parola entrata stabilmente nel dibattito pubblico italiano, assieme all’irruzione del ciclone Vannacci ad agitare le acque del centrodestra. Sondaggi, dibattiti televisivi, cortei neofascisti e dichiarazioni in doppio petto, tutti parlano di remigrazione. Così un’agenda elaborata da gruppi razzisti ed estremisti, è diventata patrimonio condiviso della destra mainstream, costretta ormai a inseguire ogni volta l’idea più estremista spunti sul mercato politico. D’altronde dopo due decenni di avvelenamento del dibattito pubblico sulle migrazioni e di manipolazione dell’opinione pubblica, non c’è certo da stupirsi che questo avvenga, e Salvini e Meloni non hanno di che lamentarsi: la radicalizzazione del loro elettorato di riferimento non è che colpa loro
A leggere il libro di colui che si presenta come il teorico della remigrazione, il neofascista austriaco Martin Sellner ,il cui libro/manifesto è stato distribuito in edicola come allegato a La Verità, con pregevole prefazione di Francesco Borgonovo, l’idea di fondo è quella di ristabilire l’identità tra eredità
biologico/culturale e cittadinanza (con il tempo che ci vuole badate bene, mica si tratta di un’idea estremista, ma anzi di pratico buon senso). Via i clandestini quindi, ma soprattutto via tutti coloro che sono ritenuti “inassimilabili”, anche se hanno la cittadinanza o se risiedono regolarmente. Prima quelli che si comportano male, che non vogliono integrarsi etc, ma in caso via anche gli altri. Quanti afgani può assimilare la Germania nel corpo della nazione? Quanti francesi? Quanti brasiliani? Quanti siriani? Sellner si fa sul serio questa domanda e la risposta è: dipende da gruppo etnico a gruppo etnico. Più sono bianchi e simili ai tedeschi, più ne possono essere integrati garantendo l’identità biologica/culturale del popolo tedesco.
L’imporsi della remigrazione nell’agenda politica di molti paesi europei, da già i primi risultati, ad esempio nel nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e il regolamento rimpatri approvati dall’Europarlamento. Si tratta di due testi che demoliscono il diritto d’asilo così come era stato definito nel dopoguerra, aprono alle deportazioni di massa, ai respingimenti collettivi, alle retate in stile ICE, allargano le maglie della detenzione amministrativa delle persone migranti e rendono possibile l’apertura di centri di detenzione in paesi terzi. Tutto ciò è stato possibile, è importante sottolinearlo, grazie a un accordo di ferro tra il Partito Popolare Europeo e i partiti dell’estrema destra, e in particolare tra la CDU tedesca e Alternative für Deutschland. Ma non sono mancati molti voti a favore dal gruppo dei liberali. In aula molti europarlamentari hanno festeggiato al grido di “è l’inizio della remigrazione”.
Dobbiamo però guardare ancora oltre: l’ulteriore spostamento a destra del dibattito pubblico sulle migrazioni, oltre a prendere di mira i soggetti più fragili, ricattabili e vulnerabili, punta a cambiare per sempre lo status delle persone migranti nel nostro paese e nell’Occidente Globale. L’idea di fondo è che chi arriva da un altro paese, tranne alcune eccezioni, di fatto non potrà essere mai diventare un cittadino. La proposta politica delineata da Sellner e soci punta a rendere semplice revocare la cittadinanza e a fare diventare un percorso a ostacoli ottenerla, con precise e stabilite quote di persone straniere assimilabili, diverse a seconda dei gruppi etnici
di provenienza, per non snaturare l’identità nazionale (inutile dire: cittadini provenienti da paesi africani o asiatici sono di fatto escluse dal conteggio).
Dunque non importa se lavori, paghi le tasse, ti comporti onestamente e così via: non potrai mai avere accesso ad alcuni diritti. E qui avviene un passaggio importante, fondamentale, che fa dell’agenda “remigrazionista” una proposta profondamente razzista e pericolosa: non credete che davvero la remigrazione punti a eliminare la presenza di persone straniere in Italia, semplicemente le vuole rendere schiave, vuole una società separata composta da lavoratori e lavoratrici usa e getta, impedendogli la costruzione di una vita piena.
Già nel cosiddetto Dl Immigrazione del Governo Meloni, con cui vengono recepite le nuove indicazioni europee, i ricongiungimenti familiari di chi lavora regolarmente nel nostro paese diventano un miraggio. Un messaggio chiaro: puoi abitare e lavorare qua da noi finché ci è utile, perché d’altronde la tua forza lavoro serve, ma non potrai mai essere un cittadino con pari diritti o vivere assieme ai tuoi cari. La remigrazione non è un progetto che va discusso nel merito (costa troppo, non ci sono gli accordi con i paesi terzi, come si fa a deportare tutta questa gente etc), ma va respinto per quello che è: un progetto razzista che mira a fare delle persone di origine straniera una casta di intoccabili da sfruttare.
(da Fanpage)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
MOLTI LO CONSIDERANO L’UNICO IN GRADO DI CONTRASTARE L’ASCESA DI FARAGE E CHIEDONO A KEIR STARMER DI FARE UN PASSO INDIETRO (MA LUI VUOLE RESTARE IMBULLONATO ALLA POLTRONA)
Il Regno Unito si accinge ad avere il quinto primo ministro in quattro anni. Il settimo premier
nei dieci anni che lo hanno sconvolto, dal referendum che approvò la Brexit fino a oggi. Con la schiacciante vittoria di giovedì a Makerfield, nell’elezione per un seggio vacante alla camera dei Comuni, il 56enne Andy Burnham, sindaco uscente di Manchester, ribattezzato “il re del Nord” […] annuncia «l’ultima occasione di invertire la rotta e di una svolta per il Labour».
Era noto che aspirava a rimpiazzare l’opaco Keir Starmer a Downing Street, ora può provarci avendo soddisfatto la condizione necessaria: essere un parlamentare. Per adesso sir Keir promette battaglia: «Se verrò sfidato, mi candiderò», afferma, esortando i laburisti a unire le forze anziché «gettare il partito e la nazione nel caos con una lotta intestina».
Starmer si dice pronto a offrire un posto a Burnham nel proprio governo. Ma le indiscrezioni indicano che saranno proprio i suoi deputati e ministri a premere per convincerlo a dimettersi (ha già cominciato la ministra dei Trasporti Heidi Alexander), evitandogli quella che secondo sondaggi e bookmaker sarebbe un’umiliante sconfitta in un voto per sostituirlo. «I suoi fedelissimi gli hanno dato il weekend per preparare il calendario di un’ordinata uscita di scena», riporta il Guardian.
Queste, tuttavia, sono le regole della democrazia britannica. Se il primo ministro in carica è costretto a dimettersi, il partito con la maggioranza assoluta nomina un nuovo leader che assume automaticamente pure l’incarico di premier.
Naturalmente, Starmer potrebbe insistere e competere nelle primarie del Labour, a cui parteciperebbe probabilmente anche il blairiano Wes Streeting, ex-ministro della Sanità: voterebbero 250mila iscritti al partito e alcune decine di migliaia di sindacalisti e membri “affiliati”.
Per quanto abbia brillato come sindaco e in precedenza se la sia cavata come
deputato e ministro, Burnham non è stato ancora messo veramente alla prova: qualcuno ricorda che di primarie per la leadership laburista ne ha già perse due, nel 2010 (battuto da Ed Miliband) e nel 2015 (battuto da Jeremy Corbyn). Da allora però è maturato e la situazione comunque non offre nulla di meglio per arginare il populismo che scommettere su un volto nuovo: «Andy rappresenta la speranza di un cambiamento», commenta il Financial Times.
Rappresenta in realtà anche qualcosa di più concreto, perché a Makerfield ha prevalso in un seggio difficile, dove la Brexit passò con il 70 per cento nel referendum del 2016 e alle regionali del mese scorso ha trionfato Reform, il partito di Nigel Farage, che della Brexit è stato il promotore, con il 51 per cento contro appena il 24 per il Labour.
Nell’elezione suppletiva di questa settimana, invece, Burnham è riuscito a imporsi con quasi il 55 per cento, superando sia il candidato di Reform, fermo al 34, sia quello di Restore Britain, nuovo partito ancora più a destra di Farage, che ha preso meno del sette. Neppure coalizzandosi le due formazioni nazionaliste avrebbero potuto dunque sconfiggerlo: più popolare e carismatico di Starmer, il “re del Nord” sembra il solo in grado di creare problemi al filotrumpiano Farage nelle elezioni in programma fra tre anni, a fine legislatura
Tutto deve cambiare», dice a Repubblica il “re del Nord”, ovvero il sindaco di Manchester Andy Burnham, che ieri ha iniziato la sua marcia su Londra. «So che cos’è l’alienazione qui nel Nord dell’Inghilterra. Nella capitale si prendono le decisioni e spesso si discrimina il resto del Paese».
Del resto, Burnham vuole abolire i Lord per una seconda Camera regionale, e destina il 15% del suo stipendio annuo di 118mila sterline alla lotta contro la crisi abitativa. «La Brexit, che ho sempre contrastato, è arrivata soprattutto per queste discriminazioni», sottolinea. Perché lui è un europeista di ferro, e sua moglie Marie-France van Heel, con la quale ha tre figli, è olandese
Sono frasi di una lunga conversazione inedita che abbiamo avuto l’anno scorso con Burnham, nel suo ufficio di Manchester […]. Una città che Burnham sostiene di aver rigenerato, fondando il culto del “manchesterismo” e rinazionalizzando l
flotta di bus: «L’economia di mercato ha fallito in questo senso», ci dice, «c’è una redistribuzione delle risorse ineguale nel Regno Unito, mentre le disuguaglianze crescono»
Burnham non è un mezzo comunista come l’ex leader laburista Corbyn — contro il quale perse le primarie nel 2015 — ma vuol far pagare più tasse ai ricchi. Ora il “King of the North” — citazione da Game of Thrones per la rivolta contro l’allora premier Johnson per le restrizioni anti-Covid «discriminatorie verso il Nord» — vuole spodestare l’attuale primo ministro Keir Starmer.
La maggioranza dei deputati è con lui. Perché Burnham, sindaco di Manchester per nove anni, è un “uomo del popolo”. Ha bussato personalmente a tutte le case della circoscrizione di Makerfield dove giovedì ha vinto il seggio a Westminster. Sa parlare agli operai ma anche ai radical chic. È spontaneo e non impacciato come Sir Keir. Si è intestato battaglie popolari come la giustizia per i tifosi del Liverpool nella strage di Hillsborough del 1989.
Andrew Murray Burnham, nato 56 anni fa ad Aintree (sobborgo di Liverpool), da papà Roy tecnico telefonico e mamma Eileen segretaria, potrebbe essere il primo cattolico a Downing Street. Il che innescherebbe un problema costituzionale perché, per alcune leggi risalenti allo scisma di Enrico VI, non potrebbe “consigliare” al sovrano la nomina di vescovi e arcivescovi della Chiesa d’Inghilterra.
Ma una soluzione si troverà, anche perché Burnham venera una trinità chiara: “La squadra di calcio dell’Everton, il Labour e la Chiesa Cattolica”. E poi ovviamente “hope”, la “speranza”, nonostante vesta sempre di nero, come i suoi occhiali nerd e spessi e come “la classe operaia”.
«Nel 2017 lasciai Westminster perché il sistema era marcio», ci dice Burnham, «volevo fare politica vera, per la gente. Cosa che non mi era stata possibile nemmeno da ministro con Gordon Brown». Ora Burnham, laurea in letteratura inglese a Cambridge, iscritto al partito da quando aveva 15 anni e deputato già nel 2001, vuole ribaltare il Labour. Ce la farà? I suoi critici gli rinfacciano che il miracolo di Manchester — l’economia con la maggiore crescita del Regno — non è opera sua, ma di una congiunzione favorevole tra imprenditoria, politica e società
Ricordano che Andy ha già perso due primarie alla leadership — anche contro Ed Miliband nel 2010. Che i sindaci troppo ambiziosi hanno fallito in Europa, vedi Renzi in Italia. Che ai mercati non piacerà. E che il suo “dream”, il sogno, presto si infrangerà contro la dura realtà.
(da agenzie)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
“MELONI OGGI SE LA PRENDE PERCHÉ TRUMP L’HA MALTRATTATA, MA PERCHÉ NON HA DETTO NULLA QUANDO LUI INSULTAVA COME “SCIMMIE” GLI OBAMA O ATTACCAVA MACRON E SANCHEZ? PER UN ANNO E MEZZO HANNO FATTO I PAGGETTI DI TRUMP E ORA RIVENDICANO DI AVERE LA SCHIENA DRITTA. NON È MELONI CHE ABBANDONA TRUMP, È IL CONTRARIO. LEI FINO A DUE GIORNI FA STAVA ANCORA DISPERATAMENTE CERCANDO DI RICUCIRE IL RAPPORTO”
“Politicamente, dobbiamo prendere atto che la rottura tra Donald Trump e Giorgia Meloni segna il fallimento della destra in Italia: ci hanno raccontato per anni che il nostro compito era fare il ponte con Trump, che Meloni era decisiva a livello internazionale, la grande mediatrice, adesso la realtà è sotto gli occhi di tutti».
Matteo Renzi, nello strappo tra il leader Usa e la premier italiana vede la conferma di quello che va dicendo da tempo sull’irrilevanza di Meloni
Una rottura così clamorosa non era prevedibile. Cosa è successo per lei?
«Meloni si accorge solo oggi di ciò che a noi è evidente da sempre: Trump è dannoso. Non più tardi di qualche mese fa, però, Antonio Tajani andava alla Casa Bianca con il cappellino rosso Maga e Meloni proponeva Trump per il Nobel per la pace. Non è cambiato Trump, è Meloni che ha cambiato idea, ben svegliata!».
Meloni stavolta ha reagito duramente, ha fatto bene?
«Oggi se la prende perché Trump l’ha maltrattata, ma perché non ha detto nulla quando lui insultava come “scimmie” gli Obama o attaccava Macron e Sanchez? Perché non ha detto una parola quando gli agenti dell’Ice arrestavano i bambini? Per un anno e mezzo hanno fatto i paggetti di Trump e ora rivendicano di avere la schiena dritta. Attenzione, non è Meloni che abbandona Trump, è il contrario. Lei fino a due giorni fa stava ancora disperatamente cercando di ricucire il rapporto ed era tutta contenta dell’incontro»
È possibile che la brutalità con cui Trump l’ha scaricata sia dovuta al fatto che Meloni non sta investendo quanto pattuito sulla difesa?
«Meloni non mantiene mai gli impegni, dunque ci sta. Ma capire come ragiona Trump è impossibile»
(da agenzie)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
INOLTRE, SONO PILOTATI DALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E VOLANO SENZA LASCIARE TRACCE ELETTRONICHE… QUELLO CHE STA ACCADENDO FRENA L’ARMATA RUSSA E SGRETOLA LA CREDIBILITÀ DI PUTIN
I video della periferia di Mosca sotto attacco mostra scene grottesche. Un intercettore russo
lanciato contro i droni ucraini che invece centra in pieno una cisterna con 30 milioni di litri di petrolio: l’esplosione infernale fa saltare in aria la copertura come un disco volante.
Miliziani della Rosgvardia – la Guardia Nazionale che obbedisce direttamente a Putin – sparano missili terra-aria tra le auto in coda nel traffico, incuranti del fatto che la traiettoria sfiora le vetture. Pretoriani che, tra l’altro, provengono dal Caucaso o dalla Cecenia e accompagnano le loro prodezze con il grido di «Allah Akhbar».
Sembrano le immagini di un film comico, invece sono un documento sconvolgente: testimoniano come le poderose difese contraeree schierate intorno alla capitale non solo siano inutili ma pure controproducenti. Fanno piovere ordigni dovunque e finiscono per aumentare il panico tra i residenti: amplificano la paura per i raid di Kiev.
Sulla carta, Mosca oggi è protetta da uno scudo impressionante: nessuna città al mondo ha una barriera così potente. È stata articolata su più strati. Ci sono le batterie di missili a lungo raggio S300 e S400, questi ultimi con prestazioni simili ai Patriot americani. E ci sono dozzine di più piccoli sistemi Pantsir, concepiti proprio per fermare le bombe volanti di Kiev a distanza ravvicinata. In più, intorno alle
infrastrutture sensibili ci sono i pretoriani della Guardia Nazionale con i missili portatili Igla
Nella metropoli l’allarme è scattato già all’inizio del 2023. Due minuscoli velivoli ucraini pochi mesi prima hanno raggiunto le mura del Cremlino, generando fiamme simboliche. Nell’arsenale di Kiev stavano però comparendo mezzi più insidiosi: aerei da turismo della Skyeton modificati con una guida automatica. Ai generali russi hanno fatto venire un brivido […] E sono state messe in campo forze straordinarie.
Una colossale gru ha issato un semovente Pantsir sul tetto del ministero della Difesa. Un elicottero Mi26 ne ha deposto un altro sopra un grattacielo di 42 piani. Un altro ancora su una terrazza nel distretto Sokolniki, dove abitano magnati e alti papaveri. Da allora si sono moltiplicati: gli ultimi quattro sono stati issati a fine maggio
All’inizio, i russi si sono affidati al semovente con otto ruote motrici: dispone di un radar, otto missili e due cannoni a tiro rapido. Ha ingaggiato i primi duelli contro i droni in Libia nel 2019 ma la comparsa dei Bayraktar turchi lo ha surclassato obbligando la Wagner alla ritirata da Tripoli. Poi nel 2024 gli ingegneri russi ne hanno realizzato una variante più piccola: un istrice, con 24 missili a corto raggio e altri sei in grado di arrivare a venti chilometri.
Gran parte di quelli consegnati sono finiti sui tetti della capitale. Uno sforzo che non ha prodotto risultati. I droni ucraini costruiti in vetroresina sfuggono ai radar: piombano invisibili sugli obiettivi e solo il ronzio dell’elica innesca una reazione tardiva. Hanno motori solo elettrici o a basso consumo e i sensori all’infrarosso dei missili portatili Igla non li agganciano: gli intercettori sfrecciano impazziti tra i palazzi moscoviti. Inoltre, sono pilotati dall’intelligenza artificiale e volano senza lasciare tracce elettroniche.
È un problema drammatico, non solo a Mosca. Sulle strade e sui binari che riforniscono la prima linea ormai i droni fanno il tiro al bersaglio contro ogni veicolo. Ora autocisterne e camion delle munizioni vengono scortati da furgoni zeppi di mitragliatrici. Ma ci sono troppi passaggi sensibili ed è impossibile sorvegliarli tutti. Quello che sta accadendo frena l’armata russa e sgretola la credibilità di Putin. Allo stesso tempo, però, rappresenta un monito per l’Occidente: nessuno oggi dispone di antidoti contro il dilagare dei droni.
(da Repubblica)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
“POSSIBILE CHE NON ABBIA RIVALI O SOSTITUTI NÉ IN PATRIA NÉ FUORI? QUANDO L’INCANTESIMO POP DEL BEL CANTO ALL’ITALIANA SI SPOSA CON IL POTERE, QUEST’ULTIMO PERDE IL SUO LATO OSCURO E RISPLENDE QUEL POCO CHE DURA UNA ROMANZA, POI RICOMINCIA IL TRAN-TRAN”
Quando le stelle vengono a contatto, la luminosità non si somma ma si moltiplica, ed è quanto accaduto sotto il baldacchino della parata militare del 2 giugno allorché Andrea Bocelli ha salutato le autorità e con Giorgia Meloni c’è scappato un abbraccio, un bacetto e un bisbiglio di parole che non è dato di conoscere.
Con lieve ingenuità o innocua malizia, dopo aver cantato Fratelli d’Italia per l’80° della Repubblica, si potrebbe ritenere che il grande tenore sia ormai definitivamente entrato nel protocollo istituzionale e nel palinsesto dei grandi eventi. Bocelli si è infatti esibito alla Camera intonando il Nessun dorma per il 75° della Costituzione, ha poi cantato al G7 di Borgo Egnazia e a quello di Pompei, alle Olimpiadi invernali di Cortina, al galà della Biennale, all’inaugurazione dell’anno accademico dell’ateneo di Napoli, al sorteggio per i Mondiali, all’anniversario del terremoto a Gemona, a un’iniziativa sociale per il disagio giovanile al Circo Massimo, quest’ultima per via dell’accordo tra la fondazione Bocelli e il ministero dell’Istruzione in ambito educativo, oltre al festival di Sanremo, dove si è presentato in groppa al suo cavallo bianco di nome “Caudillo”.
Ma perché? E qui le risposte venute in mente al tenutario di questa rubrichetta impicciona sono diverse, per quanto non riescano a spiegare tale regime di monopolio. E dunque Bocelli è ovunque perché è bravo e perché, come gli ha detto Trump, «hai una voce angelica, tanto dolce quanto quella di Pavarotti era potente».
Quindi perché è sempre ottimista e rappresenta lui stesso un messaggio di speranza. Infine perché guadagnerà pure un sacco di soldi, ma parecchi milioni li devolve in donazioni e progetti filantropici – e in questo senso il beneficio si è tradotto nella strana circostanza che l’ospedale di Massa ha fatto omaggio al Maestro di un modello in 3d del suo cuore, realizzato dai bio-ingegneri sulla base di una vera Tac.
Non c’è italiano al mondo la cui fama varchi così frequentemente i confini nazionali, per cui Bocelli ha cantato all’Onu, al giubileo di Queen Elizabeth, all’incoronazione di Carlo, a Villa La Certosa per Putin, a Capitol Hill per l’insediamento di Biden e nello Studio Ovale a favore di Trump, al Borgo Beato sia per papa Francesco e a piazza San Pietro prima dello spettacolo dei droni allestito dal fratello di Elon Musk.
Possibile che non abbia rivali o sostituti né in patria né fuori? Possibile, evidentemente. Quando l’incantesimo pop del bel canto all’italiana si sposa con il potere, quest’ultimo perde il suo lato oscuro e risplende quel poco che dura una romanza – poi ricomincia il tran-tran.
(da Repubblica)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
“LA STAMPA” ROMPE IL FRONTE CONFORMISTA: “E’ COME SE LA PREMIER AVESSE L’ANSIA DI CONTROLLARE IL RACCONTO DEI SUOI SCAMBI CON TRUMP. NELLE IMMAGINI DEI CIRCUITI INTERNAZIONALI LA SI VEDE CERCARE IL TYCOON, RAGGIUNGERLO OVUNQUE, AFFIANCARSI A LUI, PARLARGLI CON FAMILIARITÀ. MELONI PERO’ NON PUÒ CONTROLLARE COSA VIENE REGISTRATO A SUA INSAPUTA DAI CANALI INTERNAZIONALI. COME QUANDO CON LE BRACCIA SUI FIANCHI, IN UNA POSA INQUIETA, COME STESSE SULLE SPINE, SI PIAZZA DAVANTI A TRUMP E A MERZ AD ATTENDERE IL SUO TURNO PER PARLARE IL TYCOON
La diplomazia ha i suoi codici e i suoi artifici: Donald Trump li infrange sistematicamente
tutti. è interessante capire cosa c’è dietro l’immagine incriminata di Giorgia Meloni e Donald Trump seduti su un divanetto al termine del G7 di Evian, e perché il presidente americano ha detto quello che ha detto, e cioè che la premier lo ha «implorato» di fare una foto con lei, che se la voleva risparmiare ma che gli «ha fatto pena», a tal punto da aver ceduto.
Noi eravamo là, nella località turistica francese al confine con la Svizzera che si affaccia sul lago Lemano, e lungo i tre giorni del vertice abbiamo intuito, come anche altri colleghi, che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Le versioni fornite sui primi brevi scambi a margine tra Meloni e Trump, appena arrivati all’Hotel Royal, apparivano confuse e divergenti: «Hanno riso e scherzato», «No, si sono chiariti. Gli argomenti sono seri».
La premier sapeva che, da subito, l’attenzione si sarebbe concentrata sui suoi rapporti con il tycoon, su come sarebbe stato il primo contatto, e su come sarebbe apparsa lei. Più dura? Più accomodante? Ancora offesa? Pronta a ricucire dopo mesi di gelo? E sapeva che ogni sfumatura sarebbe stata usata contro di lei dall’opposizione che ancora la considera «troppo subalterna» a Trump.
Durante la conferenza stampa, al termine del G7, Meloni dirà di non riconoscersi nelle ricostruzioni giornalistiche. Sosterrà che non ci sono state «battute scherzose», come è stato scritto da tutti, né che «c’è stato bisogno di chiarimenti», che il rapporto con Trump «è immutato», e che le incomprensioni sul pontefice, sullo Stretto di Hormuz, sulla base militare di Sigonella non concessa all’esercito Usa, sono la conseguenza di «due caratteri forti» che «difendono» il proprio interesse
nazionale. Meno di 48 ore Trump smentirà queste dichiarazioni di Meloni, umiliandola pubblicamente.
Va detto che è la premier ad annunciare personalmente, sempre in quella conferenza, di aver avuto un incontro con il leader statunitense, poco prima, proprio al termine dei lavori. Subito dopo, sarà sempre la parte italiana a diffondere fotografie e video di Trump e Meloni sul divanetto. La richiesta era partita da Palazzo Chigi. Uno scambio di pochi secondi, in cui si vede la premier sorridere insistentemente, l’americano dire qualcosa, poi alzarsi, stringere la mano di lei e andare via.
Una situazione quasi identica a quella dell’anno scorso, al G7 in Canada: stessa strategia, stessa foto tra i due, in disparte, fornita dallo staff italiano, lei che parla e lui che ascolta. In un clima diverso: di amicizia e fiducia, prima dello strappo dei mesi scorsi.
Per tutte le quasi 72 ore di G7 filtra una certa agitazione nella cerchia di Meloni: come se la premier avesse l’ansia di controllare il racconto dei suoi scambi con Trump. Nelle immagini dei circuiti internazionali la si vede spesso cercare il tycoon, raggiungerlo ovunque sia, affiancarsi a lui, parlargli con una spigliata familiarità, modi che faranno anche discutere i media in Giappone perché paragonati a quelli invece descritti come più remissivi della premier Sanae Takaichi.
Ma così come possono esaltare un momento di confidenza, le immagini possono anche essere traditrici. E Meloni non può certo controllare cosa viene registrato a sua insaputa dai canali internazionali. Come quando con le braccia sui fianchi, in una posa inquieta, come stesse sulle spine, si piazza davanti a Trump e al cancelliere Friedrich Merz ad attendere il suo turno per parlare il tycoon.
O, poco dopo, quando il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa scherzando chiede: «Siete ancora amici?», lei risponde: «Siamo sempre stati amici» e con una risata piena di complicità accoglie quella battuta maliziosa di Trump: «Mi hai abbandonato». Battuta che ora assume tutt’altro significato, dopo la rottura definitiva, e rivela quello che ieri ha detto il magnate repubblicano: «Era una mia
fan, non lo è più». È la maniera di intendere i rapporti di fedeltà del leader Usa. Chi indossa il cappellino Maga, chi ha sposato la dottrina del Make America Great Again, come Meloni, è considerato un seguace, non un alleato.
(da La Stampa)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
UN EVENTO SU CUI LA NOSTRA DIPLOMAZIA AVEVA INVESTITO PARECCHIO, ORA SALTA DEFINITIVAMENTE DOPO CHE IL MINISTRO TAJANI HA ANNULLATO LA SUA PARTECIPAZIONE
Questa volta le conseguenze sono evidenti, destabilizzanti sull’asse delle relazioni bilaterali fra Stati Uniti e Italia. L’attacco di Trump a Meloni – rilasciato in una telefonata con l’inviato de La7 a Washington – e la replica della premier italiana si riverberano su Miami dove lunedì avrebbe dovuto svolgersi il Business Forum fra Italia e Stati Uniti alla presenza di investitori e aziende italiane e Usa, e con la presenza del segretario di Stato Marco Rubio.
Un evento su cui la nostra diplomazia aveva investito parecchio e che già una volta era saltato a causa dello spostamento a metà maggio del viaggio del presidente Usa in Cina. Ora la parola è: «Cancellato». Lo ha fatto sapere la Farnesina dopo che il ministro Antonio Tajani qualche ora prima aveva annullato la sua missione.
Al Dipartimento di Stato le bocche sono cucite, si è lavorato con la controparte italiana per trovare una via d’uscita. Ore di confronti e telefonate fra diplomatici italiani e gli americani. L’assenza di Tajani – che offriva la cornice politica
all’evento – toglieva senso alla presenza di Rubio e a una conferenza stampa in programma che avrebbe elevato ulteriormente il livello del summit.
Ma fuori dei contorni ufficiali, a Washington più di un funzionario esprime riserve su certi atteggiamenti di Trump. Nessuno entra nel merito sulle esternazioni anti-Meloni e nemmeno si parla del suo ribadire alla Nbc in un’altra telefonata di «non essere interessato ad avere lei (Meloni, ndr) come fan perché lei non c’era, insieme al gruppo Nato, perché non era lì a confrontarsi con lo Stretto di Hormuz».
Sono le modalità, ovvero quell’andare a ruota libera a spiazzare. «Sono cose che non ci piacciono, che mettono in difficoltà», fa sapere un diplomatico Usa. […] Quando Trump attaccò per la prima volta Meloni – sull’onda delle critiche della premier nei confronti del leader Usa per le parole espresse contro il Papa definite «inaccettabili» – la diplomazia italiana passò giornate difficili, ma nessuno, nemmeno sul fronte Usa, aveva osato parlare di relazioni bilaterali intaccate. I progetti di cooperazione su tutta una serie di temi sono proseguiti senza sosta.
Alcuni diplomatici europei a Washington, già avvezzi a reagire alle esternazioni di Trump contro i loro capi di governo, avevano assunto una posizione attendista. «Un conto sono le parole, un altro le azioni e le politiche».
La Casa Bianca non ha commentato la reazione di Meloni e piuttosto Trump ha rinfocolato le critiche parlando alla Nbc. Il presidente Usa si è legato al dito il no italiano all’uso per i bombardieri americani coinvolti in Iran della base di Sigonella avvenuto a fine marzo.
(da La Stampa)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
LO STORICO: “IL RAPPORTO CON TRUMP SI E’ RIVELTATA UNA TRAPPOLA, E NEMMENO GLI ELETTORI DI FDI SONO COSI’ TANTO ATLANTISTI”
La premessa è doverosa: “Con Trump ormai tutto è possibile, mi sembra un pazzo a fare una
dichiarazione del genere”. Ma Franco Cardini, storico tra i più ascoltati a destra, non ignora il significato politico del durissimo scontro tra la Casa Bianca e Giorgia Meloni: “La presidente del Consiglio in passato ha tenuto un comportamento fin troppo atlantista, ora dovrebbe approfittare di questa rottura”.
Professor Cardini, pare di capire che lei non sia disperato per le bizze americane.
Ovviamente gli americani non vanno dimenticati, perché ci saranno gli Stati Uniti anche dopo Trump, il quale mi sembra già in declino, ma Meloni dovrebbe imparare a guardare anche altrove, soprattutto a ciò che sta a Est dell’Europa. Finora si è dimenticata della Cina e di tutto il mondo Brics, e lo stesso ha imposto al suo partito. Magari ora riuscisse a riallacciarsi a una tradizione sì europeista, ma non così atlantista, almeno nel senso di un patto tra diseguali come è stato finora.
La premier si è illusa di poter coltivare un buon rapporto con l’imprevedibile Trump?
Volendo fare un gioco di parole, i primi anni al governo Meloni ha visto Trump come un trampolino, ma si è rivelato una grossa trappola. Non si va da nessuna parte se si accetta di essere Paesi vassalli, vale per noi come per il resto dell’Europa.
Meloni ha capito tardi che le conveniva riposizionarsi rispetto all’amato Trump?
Mi pare che negli ultimi tempi Meloni abbia tentato un riavvicinamento con l’Europa, almeno rispetto ai momenti di rottura soprattutto con Macron. Io credo che all’inizio del suo mandato si sia spinta un po’ troppo oltre nel suo atlantismo e a un certo punto abbia dovuto correggere la linea anche perché Giorgia è una persona intelligente e sa che nel suo partito, specialmente tra i più giovani, non c’è affatto questo sentimento così filo-americano e filo-israeliano, figurarsi quello filo-Netanyahu.
Gli attacchi di Trump le fanno male dal punto di vista del consenso, visto che il voto si avvicina?
Credo che Meloni sarà giudicata dagli italiani soprattutto sulla politica economica e su come saprà gestire la crisi da qui alle elezioni. Ha il problema di Vannacci, certo, ma credo che lo si stia ingigantendo. È normale che la destra si preoccupi, ma non lo vedo in grado di continuare per molto questa crescita. Dopodiché con Trump non
si sa mai: magari domani ci svegliamo e tornerà a dire che Meloni è bella e brava. Proprio per questo, però, l’Europa farebbe bene a crearsi una sua autonomia e non dipendere da Washington.
In che modo lo può fare?
Il disimpegno americano nella Nato è un’occasione, a patto che l’Europa non si faccia carico di portare avanti le vecchie politiche Usa senza gli Usa, perché allora saremmo da capo. Negli anni da militante ero circondato da chi diceva “fuori l’Italia dalla Nato e fuori la Nato dall’Italia”. Non siamo mai andati oltre le scritte sui muri, ma magari adesso capiremo che per l’Europa è il caso di aprirsi ad altri Paesi e ad altri mercati
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile
DOV’ERA MELONI QUANDO TRUMP RICEVEVA PUTIN CON TUTTI GLI ONORI DOPO AVER TRATTATO DA PEZZENTE ZELENSKY? E QUANDO INVADEVA IL VENEZUELA?
Ancora una volta, Donald Trump si offre al mondo per quello che è. Il bullo della Quinta Strada che prende a calci la ragione. Il palazzinaro megalomane al quale un’America incanaglita ha riaperto le porte della Casa Bianca, trasformata in uno sguaiato “trumpodromo” che fonde ring da wrestling e saloni da ballo. Lo Sceriffo di Washington che si sente a suo agio solo coi tiranni, mentre tratta gli amici da schiavetti o da reietti. Le parole con le quali ha liquidato Giorgia Meloni, al telefono con L’Aria che tira, si commentano da sole. Quand’anche fosse vero che la
presidente del Consiglio ha cercato in ogni modo di “fare una foto” con lui al G7, dopo il mezzo divorzio innescato dalle offese del Tycoon a Papa Leone, il tono sprezzante che ha usato lo qualifica una volta di più. Mai come in questa occasione, a “fare pena” non è lei, ma lui. La sua sfacciata diplomazia dell’insulto. Il suo machismo bugiardo e codardo che — mutuando la vecchia metafora di Robert Kagan — scarica sulla Venere europea la frustrazione del Marte americano per la beffa subita con l’Iran. Per quanto subalterna, non si può trattare così la premier di un Paese fondatore dell’Unione. E per quanto rituale, è sacrosanto lo sdegno col quale istituzioni e partiti hanno reagito allo sberleffo yankee.
Non c’è stato neanche il tempo di festeggiare la “pace di Evian”. Su Libero il direttore-biografo Sallusti aveva celebrato l’evento con la consueta sobrietà: “Giorgia-Donald, di nuovo amore”. Evidentemente il siparietto giocoso al vertice dei Sette Grandi sul Lago Lemano era puro illusionismo. L’ennesimo sketch del corrivo Trump-Show che va in onda da un anno e mezzo. “Siamo sempre stati amici…”, aveva cinguettato la Sciamana di fronte al suo ritrovato capo tribù. E adesso, invece, un altro affronto. La replica della Sorella d’Italia in video-social è corretta, tranne in un punto. Accusare Trump di essere arrogante con gli alleati e accomodante con “i nemici dell’Occidente” riflette una verità indiscutibile. Ma accorgersi solo ora di questa postura pazzotica e dispotica del Commander in Chief rivela un’ingenuità insopportabile.
Le domande sono sempre le stesse. Dov’era Meloni, quando The Donald riceveva Putin con tutti gli onori ad Anchorage, dopo aver trattato da pezzente Zelensky nello Studio Ovale? E quando annunciava l’anschluss della Groenlandia e invadeva il Venezuela, che lei considerava “operazione legittima”? Dov’era quando Jd Vance a Monaco difendeva la Russia e trattava i leader europei da “scrocconi” incapaci di difendere “i valori fondamentali”? E quando il presidente sbeffeggiava le Corti penali, sfasciava l’Onu e la Nato e tagliava gli armamenti per l’Ucraina? Dov’era quando copriva la criminale pulizia etnica di Netanyahu e si lanciava nella folle crociata contro gli Ayatollah, che lei commentava con un pilatesco “non condivido e non condanno”? Mentre l’Architetto del Kaos picconava l’ordine mondiale e
rottamava il canone occidentale, Tajani andava al Board of Peace col cappelluccio Maga in testa. E Meloni si atteggiava a Sciamana, candidando l’affarista di Mar-a-Lago al premio Nobel. Si sognava eroico “ponte” sull’Atlantico, senza vedere che dalla sponda europea nessuno la appoggiava, e dalla sponda americana nessuno la aspettava.
Per questo, ricordare all’ex Amico Amerikano «io e l’Italia non imploriamo mai» suona falso e anche un poco “fascio”. Una sparata velleitaria da regimetto tricolore — “credere obbedire combattere” — che non corrisponde alla realtà dei fatti. Con l’Impero a stelle e strisce, nell’era del kombinat militare-industriale-digitale e degli sbreghi al diritto internazionale, se non abbiamo implorato, ci siamo sempre genuflessi. Abbiamo ceduto a quello che Sergio Mattarella ha chiamato il “vassallaggio felice”, rinunciando a giocare la partita nella met campo dalla quale non saremmo mai dovuti uscire, cioè l’Europa. E invece proprio questo ha fatto la presidente del Consiglio: ha investito su Trump e ha scaricato l’Unione, che nel frattempo ha provato faticosamente ed esistere col format dei “volonterosi”. Ma anche da questo l’Underdog si è chiamata fuori: l’ultimo vertice in Montenegro, al quale ha preferito una sagra filatelica a Reggio Calabria, è un autodafé che grida vendetta.
Ora paghiamo il prezzo di tanta sottomissione. Nessuno chiedeva alla ex militante del Msi di rompere con gli Stati Uniti, opzione impensabile per qualunque governo. Ma di dissentire con dignitosa fermezza, questo sì. E adesso, incassata la giusta solidarietà per l’oltraggio subito ma persa miseramente la scommessa americana, Meloni dovrebbe riconoscere l’errore e dire agli italiani come vuole rimediare. Altro che riportare il Paese “al centro della scena internazionale”, come vaneggiano da quattro anni cantori di palazzo e cortigiani da tg. La Sciamana ha portato l’Italia nella “terra di nessuno”. Si può accontentare dell’abbraccio da telenovela con Macron, che lo lancia in rete sulle note di Albano e Romina.
Ma così non andrà lontano: se non basta la diplomazia delle pacche sulle spalle, figuriamoci se funziona quella dei baci perugina. La premier è naufragata nell’Oceano e isolata nel Continente. Continua a sproloquiare di “interesse
nazionale”, senza aver più un’idea di quale sia, al di là dei 7.400 militari italiani impegnati in 39 missioni dal Medioriente ai Balcani e i 34 mila soldati Usa dislocati sul nostro territorio. E adesso, tra tante divise sparse, arriva un generale che spara fuoco amico su Palazzo Chigi. Le scorribande a destra di Vannacci destabilizzano la coalizione proprio sul fronte più esposto della politica estera, cioè gli aiuti a Kiev e le spese per la difesa. Nell’Armata Branca-Meloni (copyright Dagospia), il bombing quotidiano dei “nazional-futuristi” del mondo al contrario sta facendo saltare i pochi punti fermi di questa legislatura: a fare la guardia al bidone Safe c’è rimasto solo il povero Crosetto, l’ultimo giapponese al quale Salvini e Giorgetti non hanno detto che la guerra è finita e che la Lega vuole solo burro e non cannoni. E ormai persino su questo la premier sceglie la tattica dell’opossum, fingendosi morta.Ma ora, che il problema sia Trump o sia Vannacci, proprio questo non le è più consentito. Il solito, ambiguo mimetismo, mascherato dalla postura muscolare di chi non sbaglia e non deve chiedere mai. Nella Prima Repubblica, c’erano statisti che cambiavano strategie e aprivano fasi nuove. Il preambolo o la solidarietà nazionale, il compromesso storico o l’alternativa democratica. Ogni svolta era preceduta da una riflessione autocritica sugli sbagli del passato e da una spiegazione pubblica sugli scenari del futuro. Oggi i trasformisti in tailleur e i populisti in orbace campano alla giornata, passando da un estremismo all’altro senza soluzione di continuità. Eppure, la parabola meloniana, dalle Tesi di Trieste del 2017 in poi, parla chiaro: una Sciamana è per sempre. Come dice quella vignetta di Stefano Disegni, dove una Giorgia stralunata grida: «Ahò, nun me potete chiede de rinnegà Trump, devo ancora finì de rinnegà Mussolini!».
(da La Repubblica)
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