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LA DONNA CHE NON DOVEVA CHIEDERE MAI IMPARI A CHIEDE SCUSA

Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile

MELONI HA TRASCINATO L’ITALIA TRA L’IRRILEVANTE E IL RIDICOLO… LE ISTITUZIONI E L’OPPOSIZIONE NON DOVREBBERO SOLIDARIZZARE CON MELONI IN NIME DELLA DIGNITA’ NAZIONALE MA AL CONTRARIO CHIEDERLE CONTO DELLA CLAMOROSA UMILIAZIONE DELLA DIGNITA’ NAZIONALE

“La difesa della patria è sacro dovere del cittadino”. Di fronte alla plateale umiliazione inferta da Donald Trump alla loro Giorgia Meloni, i patrioti che governano il Paese hanno calpestato anche l’unico articolo della Costituzione in cui forse si riconoscono (ovviamente fraintendendolo). Perché hanno fatto l’esatto contrario, usando prontamente la patria come scudo per proteggere Meloni: e proprio nel momento in cui è stato clamorosamente evidente che, lungi dal fare l’Italia grande di nuovo, Meloni ci ha trascinati in una condizione che oscilla tra l’irrilevante e il ridicolo.
È stata la stessa presidente del Consiglio a dare il la, concludendo il suo patetico videomessaggio con maschie parole che ricalcano lo slogan ultrasessista di un noto dopobarba: “Io e l’Italia non imploriamo mai!”. “Io e l’Italia”: sullo stesso piano, da potenza a potenza, in un debordamento dell’ego che farebbe preoccupare se oggi non facesse soprattutto ridere. La cultura del capo, quel presidenzialismo cui Meloni aspirava attraverso il premierato e che ora spera di attuare facendosi eleggere al Quirinale nella prossima legislatura, prevede esattamente la torsione personalistica che abbiamo visto. Ma c’è presidente e presidente: e la differenza si vede in occasione delle sconfitte e delle crisi. La differenza tra chi si assume le proprie responsabilità, e chi si nasconde dietro i valori e gli interessi che avrebbe invece dovuto difendere.
Fino a qualche ora prima della grottesca telefonata di Trump all’Aria che tira (o tempora, o mores…), Meloni si è dichiarata amica del presidente americano, mettendola tutta sul personale: letteralmente sul carattere forte suo e dell’amico.
Giorgia ha voluto ancora una volta volare vicinissima al sole tossico di Donald: ma quando si è bruciata le ali ed è precipitata, non ha avuto il coraggio di sfracellarsi da sola, ma con un accesso di vigliaccheria tipico della tradizione politica da cui proviene, ha voluto trascinare con sé anche l’Italia.
Lo schema di Meloni è sempre questo: il successo è merito suo personale, del suo carattere; l’insuccesso riguarda tutto il Paese, anzi la Nazione: “Io e l’Italia non imploriamo mai!”. Si chiama privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite: e il copione stavolta prevede la patria come pungiball da offrire ai pugni del bullo che fino a ieri Meloni corteggiava, nella speranza di suscitare solidarietà nascondendosi dietro al tricolore violato
Le istituzioni e l’opposizione non dovrebbero solidarizzare con Meloni in nome della dignità nazionale: dovrebbero, al contrario, chiederle conto della clamorosa umiliazione della dignità nazionale. E il conto è lungo, e doloroso: non è stata l’Italia ad essere andata a Mar a Lago a reggere lo strascico a Trump volendo accreditarsi come la più fedele suddita europea, non è stata l’Italia a proporlo per il Nobel per la Pace, non è stata l’Italia a sposarne in toto l’ideologia razzista: è stata Giorgia Meloni, e per ragioni che non hanno a che fare con l’interesse nazionale, ma con l’interesse della sua fazione politica, e dell’internazionale nera della quale lei e Trump fanno parte. Non è stata l’Italia, ma la sua presidente del Consiglio ad aver detto (nel febbraio dell’anno scorso, alla convention della destra americana): “E so che con Donald Trump alla guida degli Stati Uniti, non vedremo mai più il disastro che abbiamo seminato in Afghanistan quattro anni fa. Quindi sicurezza dei confini, sicurezza energetica, sicurezza economica, sicurezza alimentare, difesa e sicurezza nazionale, per un semplice motivo. Se non sei sicuro non sei libero. E quando la libertà è a rischio, l’unica cosa che puoi fare è metterla nelle mani più sagge”. L’interesse dell’Italia non era lì: sarebbe stato investire sull’Europa e sul
multilateralismo mediterraneo; resistere, come ha fatto la Spagna, ai diktat americani sul riarmo che minano quel che resta dello Stato e della pace sociali; non farsi complice del genocidio di Gaza; non permettere al ricercato Netanyahu di sorvolare impunemente il nostro Paese; non ringraziare servilmente Israele che torturava i manifestanti della prima Flotilla; non sbavare sulla soglia del mostruoso e fallimentare Board of Peace…
L’Italia è stata trascinata in direzione opposta a quella indicata dalla sua Costituzione, perché la sua presidente del Consiglio potesse accreditarsi personalmente alla corte di Trump: l’umiliazione del Paese non sta nel misero e ridicolo fallimento di questa strategia personale, ma nella deriva politica e morale che essa ha comportato. Uno slogan di Fratelli d’Italia chiede il voto con queste parole: “Forte, autorevole, rispettata: è l’Italia. Per chi vuole che resti così”. Se avesse un po’ di decenza, oggi Meloni dovrebbe fare solo una cosa: chiedere scusa all’Italia. Anzi, implorarla.
(da Il Fattoquotidiano)

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MELONI RIMANE ISOLATA E ADESSO TEME RITORSIONI USA SU DAZI E SPESE MILITARI

Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile

E ORDINA DI DISERTARE LA FESTA DEL 4 LUGLIO ALL’AMBASCIATA USA: ADDIO HAMBURGER A VILLA TAVERNA

Giorgia Meloni viene avvertita nella notte, mentre al Palazzo Justus Lipsius di Bruxelles i leader europei si stanno scontrando sul prossimo mediatore tra Ucraina e Russia. Non si capacita, ma la telefonata tra Donald Trump e il corrispondente di La7 Daniele Compatangelo è registrata, anche se la Casa Bianca non vuole si diffondano comunicazioni del presidente coi giornalisti. Insomma, non è una boutade di una rete di opposizione – come per qualche ora prova a far credere qualche maggiorente meloniano – ma un attacco personale, una derisione.
La premier pensa che sia un’accusa anche a tutto il Paese. Quindi bisogna reagire subito. Si consulta con lo staff, con il suo fedelissimo Giovanbattista Fazzolari. La risposta è molto dura: Meloni non solo nega totalmente di aver “implorato” Trump e di avergli “chiesto una foto”, ma gli rinfaccia di non fare la faccia dura con gli altri “nemici dell’Occidente”, intendendo Vladimir Putin pur senza citarlo. È un ribaltamento, nonostante Trump sia lo stesso da dieci anni
Nell’entourage della premier non si spiegano l’attacco se non con motivi di politica interna americana: raccontano che il video del G7 di Evian in cui Meloni parla con Trump gesticolando in maniera perentoria e decisa sia girato molto nei gruppi social dei Repubblicani. Con un messaggio in bottiglia al presidente: comanda lei. Uno di questi è il gruppo “Republicans against Trump” ma anche diversi gruppi Maga. Da qui l’attacco diretto alla premier. C’è un altro video a cui però sembra riferirsi il presidente ed è quello sul divano dell’hotel Royal con Meloni che sorride e il presidente che sembra visibilmente irritato.
Di buon mattino, la risposta. Poi la telefonata con il ministro degli Esteri Antonio Tajani con cui decidono di annullare la visita istituzionale a Miami al Business Forum di lunedì. Non sarà richiamato l’ambasciatore, fanno sapere dalla Farnesina. Le telefonate di solidarietà sono tante: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ma anche i leader dei Paesi europei, da Pedro Sanchez con cui poco prima aveva litigato sui migranti al Consiglio Europeo al presidente francese Emmanuel Macron che vedrà in settimana prima al formato E5 a Berlino e poi ad
Eppure, per quanto Meloni possa provare ad aggrapparsi ai leader europei, l’attacco di Trump la costringe a una nuova inversione a “U”. A cambiare di nuovo strategia rispetto al G7 e al Consiglio Europeo quando era arrivata provando a ricucire con Trump e a criticare i formati ristretti per la pace in Ucraina col coinvolgimento degli Usa. Difficile ora tornare a salire su quel treno.
E sarà proprio il vertice Nato di Ankara del 7-8 luglio il primo appuntamento in cui Meloni e Trump si rivedranno. Il timore della presidente del Consiglio è quello che adesso si possano consumare ulteriori strappi. Ulteriori accuse e attacchi perché da Trump “ci si può aspettare di tutto”, sospira un ministro. Le minacce si sono già viste con altri leader europei: l’imposizione di nuovi dazi ma soprattutto una reazione dura alla decisione italiana di non aumentare le spese per la Difesa e di non aderire al meccanismo Purl. A Palazzo Chigi temono nuove ripercussioni e nuove ritorsioni. Anche la missione a Hormuz sembra subire una frenata in queste ore, per volontà dell’Iran.
Resta una conseguenza immediata: come prima reazione all’attacco di Trump dai vertici del governo sarebbe arrivato l’ordine di disertare l’annuale festa del 4 luglio
all’ambasciata americana. Non solo la premier, ma anche i ministri quest’anno faranno a meno di hamburger a villa Taverna.
(da Il Fatto Quotidiano)

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TELEMELONI COLPISCE ANCORA: LA FIGURACCIA DI “FILOROSSO” CHE HA DATO SPAZIO A UN PRESUNTO SUPERTESTIMONE PATACCA DI GARLASCO

Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile

L’UOMO È STATO INTERROGATO L’ANNO SCORSO DAI CARABINIERI, CHE LO HANNO BOLLATO COME UN MITOMANE IN CERCA DI ATTENZIONE (CHE HA TROVATO A “FILOROSSO”) – CON LE TESTIMONIANZE FARLOCCHE IL PROGRAMMA HA FATTO SPROFONDARE RAI3 AL 3.7%

Si chiama Massimo Mattiuz l’ennesimo “super testimone” di Garlasco che i mesi scorsi si era presentato dai carabinieri perché, a distanza di 19 anni, si era ricordato di aver visto la mattina del 13 agosto 2007, vicino alla casa dove è stata uccisa Chiara Poggi, una ragazza bionda in bicicletta.
Le sue parole qualche giorno fa sono state trasmesse, in forma anonima, dal programma tv “Filorosso” su RaiTre. Era invece il 27 maggio 2025 quando Massimo Mattiuz si era seduto davanti ai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano per dire quello che sapeva. Per dire che quella ragazza in bici era Stefania Cappa. Ancora una volta nel mirino dei “super testimoni” ci sono le cugine di Chiara. E ancora una volta questi uomini dalla “memoria lunga” sono stati giudicati non attendibili.§
Valeria Mettica, l’avvocata di Stefania Cappa, a Fanpage.it ha rotto il silenzio e ha tenuto a precisare: “Il testimone di cui si è parlato lunedì sera a Filorosso è tutt’altro che ‘dimenticato’. La squadra omicidi di Moscova ha attentamente verificato il suo racconto e ha riscontrato che il Sig. Mattiuz è semplicemente un mitomane, speriamo l’ultimo cui sono consentiti i quindici minuti di popolarità di warholiana memoria in televisione. Parimenti warholiana sembra essere la suggestiva ripetizione seriale dell’artefatta immagine di Stefania Cappa in bicicletta, a beneficio del consumo di massa”.
Precisando inoltre che “i Carabinieri hanno scritto chiaramente nella annotazione di trasmissione delle SIT dello scorso aprile che il Sig. Mattiuz non risulta neppure essere a Garlasco la mattina del 13 agosto 2007. Stupisce che i giornalisti, che pure sostengono di aver ‘spulciato’ gli atti, non se ne siano accorti, così fungendo da cassa di risonanza per notizie false e diffamatorie”.
Ma cosa aveva detto di preciso Massimo Mattiuz nella sua deposizione in caserma? Ecco la sua dichiarazione: “Ricordo che nell’agosto del 2007 avevamo una serata in programma al locale ‘Le Rotonde’ di Garlasco per il 15 agosto. Lavoravo nell’ambito degli eventi per discoteche.Io proprio per sistemare gli ultimi dettagli di quella serata, mi ero recato a Garlasco la mattina del 13 agosto perché avevo appuntamento alle 10 alle Rotonde con la proprietà. Quella mattina sono arrivato in anticipo (…) quindi mi sono fatto una passeggiata a piedi per il paese per prendermi il caffè e fumarmi una sigaretta”.
Poi entra nel dettaglio e spiega un particolare che ha visto quella mattina: “Durante la passeggiata ho percorso una strada che era caratterizzata da tante traverse con delle casette poste a sinistra rispetto al mio senso di marcia. Ad un certo punto da una di queste traverse è uscita una ragazza in bicicletta. Era vestita con una maglietta nera e un pantalone nero. Ci siamo guardati negli occhi e poi lei ha proseguito. Pedalava velocissima anche uscendo dalla traversa e girando a destra verso di me”.
Precisa inoltre di non ricordare se avesse qualcosa in mano. Ma a chi si riferiva? Lo ha detto poco dopo: “Il 16 agosto mentre mi trovavo in hotel a Rimini con la tv mandarono in onda le immagini delle due gemelle Cappa e io dissi ai presenti ‘quella lì è quella che ho incontrato quel giorno a Garlasco in bicicletta”. Massimo Mattiuz ha detto di aver riconosciuto Stefania Cappa. Ancora una volta lei al centro delle dichiarazioni dei “super testimoni”.
In conclusione, Massimo Mattiuz non era a Garlasco la mattina del 13 agosto 2007. In trasmissione il “super testimone” ha ribadito di “ricordare bene quello che ha visto”, nonostante le conclusioni dei carabinieri. Aggiungendo anche che “sono stato anche minacciato per quello che ho detto e ho avuto paura”
Ora gli avvocati della famiglia Cappa hanno detto basta. Hanno ribadito che Stefania Cappa la mattina in cui è stata uccisa Chiara Poggi si trovava a casa a studiare per un esame universitario. Lo dimostrano anche i dati delle celle telefoniche dal momento che aveva ricevuto anche una chiamata. […]
L’avvocato di Stefania Cappa si mostra stupita, inoltre, dal fatto che né i giornalisti conduttori, né soprattutto l’avvocato Antonio De Rensis (avvocato di Alberto Stasi) ospite durante la puntata di Filorosso del 15 giugno, abbiano eccepito quantomeno l’inattendibilità di quanto dichiarato sia da Muschitta che dal Mattiuz.
(da Fanpage)

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REGOLAMENTO RIMPATRI, ANCHE IN EUROPA AVREMO IL MODELLO TRUMPIANO DEI RAID DELL’ICE ANTI-MIGRANTI

Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile

L’INTESA SOTTOBANCO TRA POPOLARI ED ESTREMA DESTRA E’ UNA SCONCIA VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

Mercoledì è arrivato l’ok finale al Parlamento europeo, con 418 sì, 218 no e 30 astensioni, sul regolamento Rimpatri, che contiene le nuove norme dell’Ue per il rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi considerati irregolari. Ora il testo adesso dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio (tredici articoli, tra cui quello sugli hub per i rimpatri, sono già in vigore). Tra le novità c’è la possibilità di utilizzare hub di rimpatrio realizzati in Paesi terzi al di fuori dei confini dell’Ue.
Cosa dice il regolamento Rimpatri approvato dal Parlamento Ue: le nuove norme sull’immigrazione
Le norme approvate tra le altre cose prevedono il riconoscimento reciproco delle decisioni di rimpatrio tra i paesi Ue e autorizzano la detenzione di un migrante in attesa di rimpatrio per un periodo che può arrivare a 24 mesi.
Inoltre le autorità nazionali potranno svolgere specifiche misure investigative per preparare o garantire l’effettivo rimpatrio, tra cui perquisizioni delle persone, delle abitazioni o di altri locali pertinenti, soggette ad autorizzazione giudiziaria o amministrativa, fino al sequestro di effetti personali e dispositivi elettronici
Sarà possibile poi trasferire i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio (tranne i minori non accompagnati), verso i cosiddetti ‘centri di rimpatrio’ situati nel territorio di un Paese terzo che accetti di accoglierli, sulla base di un accordo siglato da uno Stato membro dell’Ue. Tali accordi potranno essere conclusi solo con Paesi terzi che rispettino i diritti umani, il diritto internazionale e il principio di non respingimento, si spiega. Ma eventuali carenze riscontrate in parti specifiche del territorio del Paese terzo in questione o rispetto a determinate categorie di persone, non impediranno comunque la conclusione di tali accordi. A condizione, si precisa, che sussistano garanzie sufficienti per assicurare il pieno rispetto dei diritti dei cittadini di paesi terzi interessati. Ma per l’eurodeputata di Avs Benedetta Scuderi questa precisazione sui diritti umani non è altro che una farsa: tutta l’impalcatura del regolamento comporta la piena adozione del modello trumpiano di gestione dell’immigrazione.
“Questo regolamento è stato definito Rimpatri, ma il suo vero nome è Deportazioni. Si innesta su un’impalcatura di immigrazione completamente diversa, e chiude il cerchio aperto con il Patto sulla migrazione e l’asilo e con la lista dei Paesi di origine sicuri, che annullano il diritto d’asilo. Con il regolamento Rimpatri una persona può essere spedita in un hub per il rimpatrio esterno all’Unione europea, senza che ci sia la garanzia dell’applicazione del diritto dell’Ue. Basta che ci siano degli accordi bilaterali tra il Paese membro e il Paese terzo. Un migrante può essere mandato all’interno di campi di detenzione in Paesi come l’Egitto, che ora ufficialmente è considerato ‘sicuro’, ma è uno Stato in cui ci sono gravissime violazioni dei diritti umani, come dimostrato anche dalla vicenda di Giulio Regeni e come confermato da risoluzioni dello stesso Parlamento europeo e da diversi report. Per questo parliamo di deportazione”, dice Scuderi, contattata da Fanpage.it.
“La clausola che stabilisce che le intese potranno essere strette solo con Paesi terzi che rispettino i diritti umani è una finzione: sappiamo già che i Paesi che stiamo considerando sicuri non rispettano i diritti umani. E potranno essere deportate nei centri fuori dai confini dell’Ue anche famiglie con minori”.
Misure investigative sui migranti problematiche: i metodi dell’Ice
Per quanto riguarda le misure investigative, le modalità con cui le persone potranno essere cercate, secondo l’eurodeputata ci troviamo davanti alle stesse modalità perseguite dall’Ice, l’Immigration and Customs Enforcement di Donald Trump: “Ci potrà essere una ricerca attiva dei migranti considerati irregolari”. Come dicevamo infatti potranno essere condotte specifiche misure investigative per preparare o garantire l’effettivo rimpatrio, comprese le perquisizioni: la ricerca attiva potrà avvenire nelle abitazioni delle persone, anche senza mandato, o in altri luoghi, come scuole, luoghi di culto: “Praticamente ci saranno i raid dell’Ice, per individuare queste persone e spedirle in Paesi in cui ci sono violazioni dei diritti umani conclamate. Tutto questo non migliorerà affatto la sicurezza, non farà altro che spingere sempre più queste persone in una zona grigia, perché cercheranno di non farsi trovare”.
“Popolari hanno fatto accordi segreti con l’estrema destra”
Al Parlamento europeo tutta la destra ha votato compatta per il Regolamento: a favore il Ppe (Forza Italia), i Patrioti (Lega), Ecr (Fratelli d’Italia) ed Esn (Vannacci). Hanno votato contro invece S&d (Pd), Left (M5s e Sinistra italiana) e Greens (Verdi). “La cosa più grave è che questo testo è stato negoziato in segreto dai Popolari, il gruppo rappresentativo degli esponenti di Forza Italia che si definiscono cristiano-democratici e moderati. In Commissione LIBE si stava negoziando un testo del Parlamento, e i Popolari hanno fatto di nascosto degli accordi con l’estrema destra, cioè con Orban, i neonazisti dell’Afd e Vannacci, per distruggere il diritto d’asilo e i diritti umani. Dicono in pubblico di voler contrastare la deriva autoritaria e fascista in Europa, ma poi segretamente si trovano a rincorrere l’estrema destra sulle politiche migratorie e non solo”.
(da Fanpage)

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IN DUE ANNI SONO SPARITE DALLE SPIAGGE DELLA SARDEGNA QUATTRO TONNELLATE DI CIOTTOLI, CONCHIGLIE E ALTRO MATERIALE DAGLI ARENILI

Giugno 20th, 2026 Riccardo Fucile

A FARE RAZZIA SONO STATI I SOLITI TURISTI CAFONI, INCURANTI DELLE NORME E VOGLIOSI DI RIPORTARSI A CASA UN “SOUVENIR” A TUTTI I COSTI

Circa quattro tonnellate di sabbia, ciottoli e conchiglie sottratte dalle spiagge dell’isola, sono state sequestrate in due anni durante i controlli effettuati dal personale dell’Enac e da quello del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale, nello scalo aeroportuale Olbia Costa Smeralda.
A fare razzia dei sedimenti naturali sono stati decine di turisti che come souvenir della vacanza trascorsa in Sardegna, molto spesso hanno prelevato dagli arenili quantitativi di sabbia e conchiglie, incuranti delle norme che ne vietano la raccolta
Il dato è stato fornito nel corso della presentazione del progetto “Riportami al Mare” ospitata nella sede dell’Area Marina Protetta Tavolara – Punta Cosa Cavallo a Olbia, alla presenza del presidente Francesco Lai, del direttore Leonardo Lutzoni e di Mario Garau, routes development manager della Geasar.
“Il progetto Riportami al Mare rappresenta una delle iniziative di sensibilizzazione per la salvaguardia ambientale in cui noi crediamo molto e puntiamo da anni, – ha fermato Garau – in stretta collaborazione con l’AMP Tavolara e i Forestali.
Serve incrementare ancora di più la divulgazione del concetto della tutela del nostro ambiente”.
Giunto al suo sesto anno di attività, il progetto nasce dalla collaborazione tra Area Marina Protetta Tavolara – Punta Coda Cavallo, Geasar Spa (soscietà di gestione dello scalo di Olbia), Regione Sardegna, Enac e Corpo Forestale, con l’obiettivo di restituire alle spiagge della Sardegna i sedimenti naturali sequestrati durante i controlli effettuati negli aeroporti dell’isola e, al contempo, promuovere una maggiore consapevolezza sul valore e sulla fragilità degli ecosistemi costieri.
I materiali sequestrati rappresentano una componente fondamentale dell’equilibrio naturale delle coste e, grazie al progetto, la scorsa settimana sono stati reinseriti in natura nel sito di Tramontana, dietro l’isola di Tavolara.
Ad individuare l’area più idonea è stato un geologo incaricato dalla Geasar che ha esaminato i reperti e scelto una location in cui reimmetterli in base alla loro composizione.
(da agenzie)

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MATTARELLA LANCIA UN SEGNALE A SALVINI. MENTRE IL LEADER DELLA LEGA SMANIA PER IL RITORNO AL VIMINALE, IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA HA RICEVUTO AL QUIRINALE IL MINISTRO DELL’INTERNO, MATTEO PIANTEDOSI

Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile

“NON SERVE ESSERE PARTICOLARMENTE MALIZIOSI PER CAPIRE CHE MATTARELLA HA DECISO DI FARE DA SCUDO AL MINISTRO RENDENDO PUBBLICO L’INCONTRO”

Poche righe, diffuse dal Quirinale: Sergio Mattarella oggi ha ricevuto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Hanno fatto il punto della sicurezza nel Paese. Rientra nelle prerogative di entrambi incontrarsi periodicamente.
Ma stavolta c’è un di più che non è sfuggito agli osservatori: l’incontro rafforza la posizione di Piantedosi proprio in un momento nel quale è messo in discussione nel partito che l’ha scelto per il Viminale, la Lega.
Sono settimane che una parte del Carroccio reclama un avvicendamento, per fare tornare Matteo Salvini all’Interno, nell’ottica di rafforzarlo, viste le difficoltà in cui è precipitato dopo la scissione di Roberto Vannacci e per politicizzarne la funzione.
Dal Quirinale non filtra nessuna considerazione, zero commenti, ma non serve essere particolarmente maliziosi per capire che Mattarella ha deciso di fargli da scudo
Piantedosi non ha mai voluto fare polemiche sul possibile rimpasto. È stato solo fatto filtrare che prenderebbe atto dell’avvicendamento. Ma chi gli è vicino l’ha descritto umanamente amareggiato.
(da Repubblica)

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SALVINI HA SMANTELLATO LA MACCHINA COMUNICATIVA, DETTA “LA BESTIA”, CHE LO HA RESO POPOLARE FINO A PORTARE LA LEGA AL 34,2% ALLE ELEZIONI EUROPEE DEL 2019

Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile

CON L’ADDIO DEL PORTAVOCE MATTEO PANDINI, SOSTITUITO DA CRISTIANO BOSCO, NON RIMANE PIU’ NESSUNO DEL VECCHIO GIRO – LUCA MORISI E’ FINITO NEL DIMENTICATOIO, DOPO LO SCANDALO CON GLI ESCORT GAY; GIUSEPPE INCHINGOLO E’ IL CAPO DELLA COMUNICAZIONE DI FERROVIE DELLO STATO; IL SENATORE ANDREA PAGANELLA SI DEDICA ALLE NOMINE

Anche la mitologica Bestia è tornata nella tana. Sparita nei meandri del logorio. Le brutte notizie non arrivano mai da sole per Matteo Salvini. Prima la necessità di rifare il vertice della comunicazione, poi il sondaggio di Youtrend che annuncia il sorpasso virtuale di Futuro nazionale di Roberto Vannacci sulla Lega: 5,9 contro 5,8 per cento.
Tra i tanti nodi ai vertici leghisti, resta quello della riorganizzazione della comunicazione: la Bestia, la macchina di comunicazione organizzata per Salvini, è solo un ricordo. E ha perso anche l’ultimo pezzo. Con il saluto del portavoce Matteo Pandini, non resta più nulla della creatura forgiata da Luca Morisi, guru social, in asse con Andrea Paganella, attuale senatore della Lega.
Morisi è finito nel cono d’ombra, mentre Paganella si occupa principalmente della parte politica, a partire dalle nomine. In quella squadra spiccava anche Giuseppe Inchingolo, oggi capo della comunicazione di Ferrovie dello stato. Insomma, ognuno ha intrapreso la propria strada, capitalizzando il successo di quell’era
Comunque la si veda, al netto delle critiche sullo stile quantomeno aggressivo, la Bestia è stato un pezzo di storia della comunicazione politica. La base del successo di Salvini, che in molti hanno provato a replicare. In questo contesto Pandini è stato il motore dei rapporti con la stampa, chiamato a diffondere i messaggi del leader attraverso i giornali.
Da almeno un anno Pandini aveva confidato alle persone più vicine l’idea di voler lasciare – al più tardi – a fine legislatura. Era logorato dagli anni in prima linea. Per questo aveva già lasciato il peso dell’ufficio stampa del ministero delle Infrastrutture a Simone Rossi, in precedenza capo ufficio stampa della Lega alla Camera.
Infatti tutto intorno i vari portavoce di governo hanno lasciato, mentre lui era rimasto al fianco di Salvini. Un ruolo occupato fin dai tempi del Viminale nel “periodo d’oro”, in termini di consensi, del leader della Lega. Pandini non lo ha mai mollato nemmeno dopo il Papeete. L’anticipo dell’addio sarebbe stato dettato dall’apertura di una nuova porta (da settembre), quella all’Enav, affidata a Igor De Biasio, manager di area leghista. Certo, il commiato arriva in un momento delicat
E ora? Il sostituto prescelto è Cristiano Bosco, già capo ufficio stampa della Lega all’Europarlamento e con un lungo cursus honorum nell’inner circle salviniano. Un passaggio di consegne simbolico dal punto di vista territoriale: un lombardo passa il testimone a un ligure, regione di provenienza di Bosco, territorio dominato nella Lega da Edoardo Rixi, viceministro delle Infrastrutture e uomo di fiducia di Salvini. Bosco ha lavorato, durante il mandato da consigliere regionale, per Francesco Bruzzone, attuale deputato, da sempre legato a Rixi. L’inserimento del nuovo comunicatore non è stato improvviso, già la sua mano si era intravisto dietro alcuni cambiamenti di approccio del vicepremier leghista. Meno “bestiale” più tiktoker.
Ma nella new wave della comunicazione salviniana c’è anche la mano di un altro giornalista, Davide Vecchi. Ex firma del Fatto quotidiano, poi passato nel gruppo editoriale degli Angelucci, per cui ha diretto Il Tempo. Ora è una presenza costante alla Camera, in Transatlantico, dove tiene il polso della situazione. Vecchi ha scalato le gerarchie con le strategie che intrecciano la comunicazione e le scelte politiche.
(da agenzie)

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SCONTRO MELONI-TRUMP, RULA JEBREAL: “LA PREMIER HA BARATTATO L’INTERESSE DELL’ITALIA PER LA PREFAZIONE DI UN LIBRO”

Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile

“L’ITALIA MERITA UNA LEADERSHIP DIGNITOSA E COMPETENTE, NON SUBALTERNA ALLA CASA BIANCA”

“La propaganda sulla credibilità internazionale della Meloni è stata frantumata dal suo alleato Donald Trump”. A dirlo a Fanpage.it Rula Jebreal commentando l’incredibile botta e risposta a distanza esploso questa mattina tra la Presidente del Consiglio italiana e il Presidente degli Stati Uniti. “La Meloni invocò di dare a Trump il premio Nobel per la pace”, ha ricordato la giornalista e scrittrice di origini palestinesi. Meloni “ha barattato l’interesse nazionale dell’Italia per la prefazione di un libro”, dichiara Jebreal, riferendosi al volume autobiografico “Io sono Giorgia”, pubblicato lo scorso autunno con prefazione di Trump Junior. “L’Italia – continua Rula Jebreal – merita una leadership dignitosa, coraggiosa e competente, e all’altezza delle crisi internazionali, non subalterna alla casa Bianca di Trump. L’Italia merita di meglio rispetto a questo squallore”.
Lo scontro istituzionale senza precedenti che ha scatenato la dura presa di posizione di Rula Jebreal è divampato in seguito alle controverse dichiarazioni rilasciate dal capo della Casa Bianca durante un’intervista telefonica alla trasmissione “L’Aria che tira” su La7. Riferendosi all’incontro avvenuto a margine del recente G7 di Evian, Donald Trump ha utilizzato toni fortemente sprezzanti verso la leader italiana. “Non ero obbligato a parlarle, probabilmente è contenta che io le abbia parlato”, ha esordito il presidente degli Stati Uniti in merito alla loro conversazione. Il tycoon ha poi affondato il colpo descrivendo la (presunta) genesi di una foto insieme: “Mi ha implorato di fare una foto con lei! Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena”.
Parole alla quali ha prontamente replicato la Presidente del Consiglio italiana attraverso un video pubblicato sui suoi profili social. Meloni si è detta “francamente allibita” dall’atteggiamento dell’alleato e ha bollato le frasi pronunciate da Trump come “totalmente inventate”. Passando al contrattacco, la premier ha sottolineato con durezza una precisa linea di principio: “Io e l’Italia non imploriamo mai”.
(da Fanpage)

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DOPO LE POLEMICHE PER IL “PATTO DEL CARCIOFO” IN OSTERIA TRA SCHLEIN, CONTE, BONELLI E FRATOIANNI, DARIO FRANCESCHINI SOLLECITA LA DISCESA IN CAMPO DI SILVIA SALIS, PER FEDERARE IL CENTRO, MANDANDO IN TILT IL “CAMPO LARGO”

Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile

“IL CENTRO È FRAMMENTATO E FATICA A UNIRSI. MA TUTTI RICONOSCONO A SALIS LE CAPACITÀ NECESSARIE PER FARE QUESTO LAVORO. DIVISI SI PERDE E CI RITROVIAMO LA MELONI AL COLLE”… “DITEMI QUAL È L’ALTERNATIVA ALLE PRIMARIE. CE NE SAREBBE SOLO UNA: CHE CONTE E SCHLEIN SI ACCORDINO SU UN NOME TERZO”… APPUNTO, SILVIA SALIS E’ L’UNICA CHE PUO’ BATTERE GIORGIA MELONI, NON DEVE “FEDERARE” IL CENTRO, DEVE ESSERE LA CANDIDATA PREMIER DI TUTTI

Nell’officina meccanica adibita a studio nel cuore del rione Esquilino, Dario Franceschini ha un bel da fare con la messa a punto della coalizione progressista «Stiamo sottodimensionando il rischio che la destra resti al governo per altri cinque anni».
Cosa intende, senatore?
«Stiamo tutti dicendo che il vero pericolo è Vannacci, ma così normalizziamo Meloni, la facciamo sembrare una moderata, che è ben lontano da quel che lei è davvero».
Dove vuole arrivare?
«Se passa la nuova legge elettorale, anche con la limitata riduzione del premio, il centrodestra potrà eleggersi il presidente della Repubblica da solo. Poiché oltre ai parlamentari votano anche i delegati delle Regioni, avrebbero un margine di 44 grandi elettori sopra la soglia stabilita dal quarto scrutinio».
Non vale lo stesso se vincesse il centrosinistra?
«C’è una bella differenza. Meloni in questi quattro anni, con il premierato e la riforma della giustizia, ha dimostrato di avere un disegno: non governare ma comandare senza l’ingombro delle garanzie democratiche. E siccome dopo la batosta referendaria si è resa conto che scardinare la Costituzione non è facile, utilizza la legge elettorale per raggiungere lo stesso scopo. Perciò dico che il rischio è stato sottovalutato».
Ma quale rischio esattamente?
«Se Meloni si fa eleggere al Quirinale, controllerebbe come capo politico una maggioranza di parlamentari tutti nominati da lei, con il potere di scioglimento
delle Camere. Alla guida del governo piazzerebbe un uomo di sua fiducia e l’Italia diventerebbe una Repubblica presidenziale di fatto, senza modifiche costituzionali».
Prenderebbe i “pieni poteri”?
«Esatto, e non mi pare un rischio teorico dal momento che la legge elettorale sta andando avanti. Aggiungiamoci che i prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e che il ruolo dell’Italia sarà determinante per questo processo…».
Invece i leader Pd, 5S e Avs hanno staccato il gruppo e sono andati in fuga: le è piaciuta quella foto?
«Non l’ho trovata nuova, era già capitato altre volte. Io penso che un’alleanza per l’Italia vada fatta per cerchi concentrici. Il primo è quello della foto. E il merito è di Schlein, che ha saputo sanare le divisioni del ‘22, e di Conte che ha portato i 5S nell’alveo progressista da posizioni antieuropeiste e antisistema. Poi, man mano, questo cerchio si porterà dentro gli altri, a partire da Renzi».
Ecco, appunto Renzi: in tanti diffidano di lui. E lei, invece, si fida?
«Mi pare che sia stato uno dei primi a capire cosa rischia la democrazia se vince Meloni. Sta facendo bene l’opposizione. Ha pieno titolo di stare nell’alleanza. E non solo lui».
Il centro però è affollatissimo: ci sono Iv, +Europa, Ruffini, Onorato, Spadafora… Ce la faranno a confluire in una “casa” comune?
«Si tratta di esperienze variegate: civici, riformisti, moderati, con molte personalità e i movimenti, ma è un’area fondamentale per vincere le elezioni. Va costruita un’aggregazione. E siccome serve generosità da parte di tutti, io continuo a sperare che Silvia Salis — che sta facendo benissimo la sindaca a Genova — si metta a disposizione di questo progetto».
Salis federatrice della quarta gamba del centrosinistra?
«Se accettasse, rafforzerebbe il progetto e darebbe alla coalizione la possibilità di battere la destra. Il centro del centrosinistra è troppo frammentato e fa fatica a unirsi. Ma tutti riconoscono a Salis le capacità necessarie per fare questo lavoro.
Poi, cosa succederà in futuro si vedrà, ma intanto si salva l’Italia. Perché divisi si perde».
Conte ha già avvertito che non vuole accozzaglie, come si fa?
«Abbiamo già governato tutti insieme con ottimi risultati, non parliamo di teoria».
La politica estera dei 5S non è un ostacolo per il programma?
«Il programma parte sempre da posizioni diverse che trovano una sintesi. E io non ho nessun dubbio che si troverà. Se la pensassimo allo stesso modo staremmo nello stesso partito. Anche a destra è così».
Resta il rebus leadership: le primarie sono inevitabili?
«Ditemi qual è l’alternativa. Ce ne sarebbe solo una: che i leader si accordino su un nome terzo ma non ne vedo. Le primarie allora sono lo strumento migliore per esprimere le proprie idee in una cornice di valori condivisi che si stabiliscono prima. E dal giorno dopo chi perde sostiene chi ha vinto».
In uno scenario di forte rivalità fra Conte e Schlein non rischiano di essere divisive?
«Dipende dal comportamento di chi partecipa e io sono certo che sarà costruttivo. I gazebo possono dare un grandissimo slancio alla campagna elettorale unitaria, da avviare la sera stessa dei risultati con una grande festa di popolo».
Ma non potrebbero fare un passo indietro e scegliere un nome terzo?
«Ripeto: ci vorrebbe il nome che mette d’accordo tutti e non mi pare ci sia».
Se tuttavia non lo si cerca…
«Personalità di questo tipo non si cercano, si vedono, non le crei in laboratorio. Conte e Schlein mobiliteranno i rispettivi partiti dentro la competizione. Lui ha già fatto il premier e non ha bisogno di dimostrare nulla. Quanto a Schlein, io sono
stato al governo con cinque primi ministri, so le qualità che servono, e posso dire che lei le ha tutte per preparazione, carattere e credibilità internazionale».
C’è chi teme che in una sfida Meloni-Schlein prevarrebbe per esperienza e simpatia la prima.
«E invece si vedrebbe la diversità valoriale e di preparazione. Noi non dobbiamo cercare una Meloni di sinistra, dobbiamo mostrare le differenze. Che si vedono chiaramente».
La premier alla fine imbarcherà Vannacci in coalizione?
«Lei ha una grande opportunità: dimostrare di essere destra di governo, come accade nel resto d’Europa dove le estreme sono tagliate fuori. Ma non credo la sfrutterà, ci vorrebbero coraggio e lungimiranza. Vannacci però non so come si muoverà: se entra, farà un giro da ministro e finisce lì. Se no, purtroppo, durerà a lungo».
Se entra, Forza Italia si accoderà o romperà?
«Ci starà lo stesso, non mi sembra ci siano tanti leoni lì dentro».
(da agenzie)

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