IL PECCATO ORIGINALE
DOV’ERA MELONI QUANDO TRUMP RICEVEVA PUTIN CON TUTTI GLI ONORI DOPO AVER TRATTATO DA PEZZENTE ZELENSKY? E QUANDO INVADEVA IL VENEZUELA?
Ancora una volta, Donald Trump si offre al mondo per quello che è. Il bullo della Quinta Strada che prende a calci la ragione. Il palazzinaro megalomane al quale un’America incanaglita ha riaperto le porte della Casa Bianca, trasformata in uno sguaiato “trumpodromo” che fonde ring da wrestling e saloni da ballo. Lo Sceriffo di Washington che si sente a suo agio solo coi tiranni, mentre tratta gli amici da schiavetti o da reietti. Le parole con le quali ha liquidato Giorgia Meloni, al telefono con L’Aria che tira, si commentano da sole. Quand’anche fosse vero che la
presidente del Consiglio ha cercato in ogni modo di “fare una foto” con lui al G7, dopo il mezzo divorzio innescato dalle offese del Tycoon a Papa Leone, il tono sprezzante che ha usato lo qualifica una volta di più. Mai come in questa occasione, a “fare pena” non è lei, ma lui. La sua sfacciata diplomazia dell’insulto. Il suo machismo bugiardo e codardo che — mutuando la vecchia metafora di Robert Kagan — scarica sulla Venere europea la frustrazione del Marte americano per la beffa subita con l’Iran. Per quanto subalterna, non si può trattare così la premier di un Paese fondatore dell’Unione. E per quanto rituale, è sacrosanto lo sdegno col quale istituzioni e partiti hanno reagito allo sberleffo yankee.
Non c’è stato neanche il tempo di festeggiare la “pace di Evian”. Su Libero il direttore-biografo Sallusti aveva celebrato l’evento con la consueta sobrietà: “Giorgia-Donald, di nuovo amore”. Evidentemente il siparietto giocoso al vertice dei Sette Grandi sul Lago Lemano era puro illusionismo. L’ennesimo sketch del corrivo Trump-Show che va in onda da un anno e mezzo. “Siamo sempre stati amici…”, aveva cinguettato la Sciamana di fronte al suo ritrovato capo tribù. E adesso, invece, un altro affronto. La replica della Sorella d’Italia in video-social è corretta, tranne in un punto. Accusare Trump di essere arrogante con gli alleati e accomodante con “i nemici dell’Occidente” riflette una verità indiscutibile. Ma accorgersi solo ora di questa postura pazzotica e dispotica del Commander in Chief rivela un’ingenuità insopportabile.
Le domande sono sempre le stesse. Dov’era Meloni, quando The Donald riceveva Putin con tutti gli onori ad Anchorage, dopo aver trattato da pezzente Zelensky nello Studio Ovale? E quando annunciava l’anschluss della Groenlandia e invadeva il Venezuela, che lei considerava “operazione legittima”? Dov’era quando Jd Vance a Monaco difendeva la Russia e trattava i leader europei da “scrocconi” incapaci di difendere “i valori fondamentali”? E quando il presidente sbeffeggiava le Corti penali, sfasciava l’Onu e la Nato e tagliava gli armamenti per l’Ucraina? Dov’era quando copriva la criminale pulizia etnica di Netanyahu e si lanciava nella folle crociata contro gli Ayatollah, che lei commentava con un pilatesco “non condivido e non condanno”? Mentre l’Architetto del Kaos picconava l’ordine mondiale e
rottamava il canone occidentale, Tajani andava al Board of Peace col cappelluccio Maga in testa. E Meloni si atteggiava a Sciamana, candidando l’affarista di Mar-a-Lago al premio Nobel. Si sognava eroico “ponte” sull’Atlantico, senza vedere che dalla sponda europea nessuno la appoggiava, e dalla sponda americana nessuno la aspettava.
Per questo, ricordare all’ex Amico Amerikano «io e l’Italia non imploriamo mai» suona falso e anche un poco “fascio”. Una sparata velleitaria da regimetto tricolore — “credere obbedire combattere” — che non corrisponde alla realtà dei fatti. Con l’Impero a stelle e strisce, nell’era del kombinat militare-industriale-digitale e degli sbreghi al diritto internazionale, se non abbiamo implorato, ci siamo sempre genuflessi. Abbiamo ceduto a quello che Sergio Mattarella ha chiamato il “vassallaggio felice”, rinunciando a giocare la partita nella met campo dalla quale non saremmo mai dovuti uscire, cioè l’Europa. E invece proprio questo ha fatto la presidente del Consiglio: ha investito su Trump e ha scaricato l’Unione, che nel frattempo ha provato faticosamente ed esistere col format dei “volonterosi”. Ma anche da questo l’Underdog si è chiamata fuori: l’ultimo vertice in Montenegro, al quale ha preferito una sagra filatelica a Reggio Calabria, è un autodafé che grida vendetta.
Ora paghiamo il prezzo di tanta sottomissione. Nessuno chiedeva alla ex militante del Msi di rompere con gli Stati Uniti, opzione impensabile per qualunque governo. Ma di dissentire con dignitosa fermezza, questo sì. E adesso, incassata la giusta solidarietà per l’oltraggio subito ma persa miseramente la scommessa americana, Meloni dovrebbe riconoscere l’errore e dire agli italiani come vuole rimediare. Altro che riportare il Paese “al centro della scena internazionale”, come vaneggiano da quattro anni cantori di palazzo e cortigiani da tg. La Sciamana ha portato l’Italia nella “terra di nessuno”. Si può accontentare dell’abbraccio da telenovela con Macron, che lo lancia in rete sulle note di Albano e Romina.
Ma così non andrà lontano: se non basta la diplomazia delle pacche sulle spalle, figuriamoci se funziona quella dei baci perugina. La premier è naufragata nell’Oceano e isolata nel Continente. Continua a sproloquiare di “interesse
nazionale”, senza aver più un’idea di quale sia, al di là dei 7.400 militari italiani impegnati in 39 missioni dal Medioriente ai Balcani e i 34 mila soldati Usa dislocati sul nostro territorio. E adesso, tra tante divise sparse, arriva un generale che spara fuoco amico su Palazzo Chigi. Le scorribande a destra di Vannacci destabilizzano la coalizione proprio sul fronte più esposto della politica estera, cioè gli aiuti a Kiev e le spese per la difesa. Nell’Armata Branca-Meloni (copyright Dagospia), il bombing quotidiano dei “nazional-futuristi” del mondo al contrario sta facendo saltare i pochi punti fermi di questa legislatura: a fare la guardia al bidone Safe c’è rimasto solo il povero Crosetto, l’ultimo giapponese al quale Salvini e Giorgetti non hanno detto che la guerra è finita e che la Lega vuole solo burro e non cannoni. E ormai persino su questo la premier sceglie la tattica dell’opossum, fingendosi morta.Ma ora, che il problema sia Trump o sia Vannacci, proprio questo non le è più consentito. Il solito, ambiguo mimetismo, mascherato dalla postura muscolare di chi non sbaglia e non deve chiedere mai. Nella Prima Repubblica, c’erano statisti che cambiavano strategie e aprivano fasi nuove. Il preambolo o la solidarietà nazionale, il compromesso storico o l’alternativa democratica. Ogni svolta era preceduta da una riflessione autocritica sugli sbagli del passato e da una spiegazione pubblica sugli scenari del futuro. Oggi i trasformisti in tailleur e i populisti in orbace campano alla giornata, passando da un estremismo all’altro senza soluzione di continuità. Eppure, la parabola meloniana, dalle Tesi di Trieste del 2017 in poi, parla chiaro: una Sciamana è per sempre. Come dice quella vignetta di Stefano Disegni, dove una Giorgia stralunata grida: «Ahò, nun me potete chiede de rinnegà Trump, devo ancora finì de rinnegà Mussolini!».
(da La Repubblica)
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