Agosto 10th, 2026 Riccardo Fucile
ALLA GUIDA DELLA SCUOLA NAZIONALE DELL’AMMINISTRAZIONE (SNA) E’ STATO PIAZZATO GENNARO TERRACCIANO, VICINISSIMO A GAETANO CAPUTI, CAPO DI GABINETTO DI MELONI. SU SPINTA DI FRATELLI D’ITALIA PIETRO DI PAOLANTONIO (“DI PAOLO” PER GLI AMICI) E’ DIVENTATO PRESIDENTE DELL’ISTITUTO POLIGRAFICO ZECCA DELLO STATO… L’ECONOMISTA LEGHISTA “NO-EURO” BAGNAI E’ FINITO ALL’ANTITRUST. SALVINI HA INDICATO COME COMMISSARIO DEL PIANO CASA FELICE SQUITIERI, ESPONENTE LAZIALE DEL PARTITO … FORZA ITALIA GIOISCE PER LA CONFERMA DI SESTINO GIACOMONI (STORICO BERLUSCONIANO DI FERRO) ALLA GUIDA DELLA CONSAP
Una campagna di conquista di poltrone nelle società e negli enti pubblici. Dall’energia alle
banconote, l’appetito di posti da spartire è diventato sempre più vorace a destra. Anche perché la legislatura volge al termine e si punta a garantire uno strapuntino a esponenti di partito, ex parlamentari o semplicemente dei dirigenti “d’area”. L’ultima nomina, in ordine cronologico, è stata quella di Gennaro Terracciano alla presidenza della Sna, la Scuola nazionale dell’amministrazione. Non si tratta di un militante di partito, ma un profilo – con varie esperienze – molto vicino al capo di gabinetto di Palazzo Chigi, Gaetano Caputi. È stato lui a prendere il posto lasciato vuoto dall’ex ministra, Paola Severino. Ma si tratta, appunto, solo dell’ultimo tassello del mosaico.
All’Antitrust è approdato il senatore della Lega, Alberto Bagnai, l’economista teorico del sovranismo di Matteo Salvini. […] Il leader leghista è stato molto attivo nell’ultima settimana. Ha affidato a Elisabetta Pellegrini, suo braccio destro al ministero delle Infrastrutture (i dossier cruciali passano tutti dalla sua scrivania), il ruolo di commissaria con la specifica competenza di seguire il piano Casa nelle grandi città.
Il commissario straordinario “generale” del piano Casa è invece Felice Squitieri, altro esponente della Lega nel Lazio. Sempre in tema di commissari, Salvini ha firmato il decreto per azzerare i vertici dell’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac), piazzando un profilo a lui gradito: Carlo Mearelli.
Alla presidenza dell’Istituto poligrafico zecca dello Stato (Ipzs) è approdato Pietro Di Paolantonio, “Di Paolo” per gli amici, con un pedigree politico tutto legato alla fiamma. È stato dirigente di Azione giovane, giovanile di An, poi consigliere regionale, prima di Alleanza nazionale e poi del Popolo della libertà. Poi il salto: assessore nella giunta Polverini.
A giugno ha preso il posto di Paolo Perrone, l’ex sindaco di Lecce (legato a Raffaele Fitto), passato nel frattempo al ruolo di presidente di Cdp Equity. Al rinnovo del consiglio di amministrazione dell’Ipzs è stato poi confermato l’ex senatore della Lega, Stefano Corti, entrato la prima volta nel cda nel 2023, pochi mesi dopo la mancata rielezione in Parlamento.
L’ad dell’Ipzs è sempre Michele Sciscioli, uomo di fiducia del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Al Gse, altra società del Mef che gestisce servizi energetici, è stata inserita a fine luglio nel consiglio di amministrazione Roberta Nelly Spada, fino allo scorso anno capo segreteria di Gilberto Pichetto Fratin, poi passata negli uffici di Fratelli d’Italia alla Camera sotto la guida del capogruppo meloniano, Galeazzo Bignami.
Una vita a destra, insomma. Ora uno scatto di carriera: il posto da consigliera nel Gse. La società è da tempo un’emanazione politica della destra. Nel cda siedono, già dal 2024, anche Giovanni Quarzo, capogruppo di Fratelli d’Italia al comune di Roma, e Roberta Toffanin, ex deputata di Forza Italia, nonché attuale consulente di Pichetto Fratin.
La presidenza è andata, nello scorso febbraio, alla Lega con la nomina di Alfredo Maria Becchetti, il “notaio” di Matteo Salvini, candidato a Montecitorio non eletto alle politiche del 2022.
A fine giugno è stato rinnovato anche il cda di Consap, con Alessandro Moricca indicato ad della società che si occupa di servizi assicurativi. Un nome riconducibile al sottosegretario meloniano, Giovanbattista Fazzolari. Alla presidenza confermato Sestino Giacomoni, berlusconiano di ferro, ex deputato di Forza Italia e anche consulente di Antonio Tajani. Ha ottenuto la conferma come consigliere l’ex parlamentare leghista (con un passato nei 5 stelle), Antonio Zennaro, rientrante nella folta schiera dei non rieletti nel partito di Salvini. […]
Alla Sogesid, altra società che si occupa di tematiche ambientali, è rimasto nel cda Massimiliano Panero, volto noto della destra in Piemonte, che nel 2019 aveva unito il simbolo del proprio movimento politico a quello di Casapound. Alla presidenza della spa pubblica, invece, è approdata Silvia Paparella, profilo tecnico, ma molto apprezzata dal ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, che vigila sulla società. […]
L’amministratore delegato è Stefano Acanfora, in quota FdI (con la benedizione del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari), alla presidenza è arrivata Daniela Faraoni, ex assessora alla Salute della giunta Schifani in Sicilia, dietro volere della Lega. Mentre Forza Italia ha ottenuto la conferma nel cda di Gregorio Fontana, ex deputato. Chi più poltrone ha, più ne prenda.
(da Domani)
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Agosto 10th, 2026 Riccardo Fucile
“NESSUN VETO A RENZI, LA COALIZIONE DEVE ALLARGARSI AL CENTRO”
«Schlein o Conte? Sono due figure che hanno tutti i titoli per candidarsi al governo del Paese ma non escludo che Avs possa esprimere una sua proposta». Nicola Fratoianni, co-leader di Alleanza Verdi e Sinistra, interviene così sul nodo della leadership del centrosinistra e invita a non trasformare la scelta del candidato in una gara interna. «Serve responsabilità, perché non siamo di fronte a una corsa podistica», dice in un’intervista del direttore del Gruppo Corriere, Sergio Casagrande, sottolineando che «il tema di chi arriva primo non può essere prioritario rispetto all’obiettivo di vincere le elezioni». Per Fratoianni, dunque, il centrosinistra non può rimanere bloccato in attesa di una soluzione. «Non si può restare fermi in attesa che il nodo si sciolga. Se dovesse crescere la percezione che c’è difficoltà di sciogliere un nodo che ha a che fare solo con ambizioni personali, comunque legittime, potrebbe nascere un problema per far comprendere la vera efficacia di una proposta alternativa», chiosa.
L’apertura a Renzi
Il leader di Avs non pone veti a un possibile allargamento della coalizione verso il centro, compreso un eventuale coinvolgimento di Matteo Renzi e di altre forze dell’area centrista. «Quando avremo un indirizzo al quale inoltrare un invito sarà più facile», precisa. Sul fronte della politica estera, Fratoianni conferma invece la linea del partito sulla difesa comune europea e sull’esercito europeo, distinguendola dal riarmo dei singoli Stati. In caso di un futuro governo di centrosinistra sostenuto da Avs, sulla questione degli aiuti militari all’Ucraina «non» ci sarebbe il rischio di una rottura interna, spiega, perché «quando si entra in un governo c’è già un’intesa tra le forze politiche anche sui temi che riguardano la politica estera».
La replica alle accuse di Gaia Tortora
Nell’intervista, che verrà pubblicata domani mattina, trova spazio anche la polemica sulla mancata approvazione alla Camera della proposta di istituire una Giornata della memoria per le vittime degli errori giudiziari, dopo le accuse rivolte al centrosinistra da Gaia Tortora.
Fratoianni sceglie di non alimentare lo scontro. «Non intendo fare alcuna polemica», dice, pur definendo «sbagliato» il giudizio della giornalista e difendendo il voto contrario come «una scelta corretta», per evitare «l’ennesima occasione di una campagna di delegittimazione della magistratura» da parte della destra.
(da agenzie)
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Agosto 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO SI ERA IMPEGNATO A 16.000 ESPULSIONI, MA L’ANNO SCORSO NE HA FATTE MENO DI 7.000
La Germania di Friedrich Merz vuole che l’Italia si riprenda i migranti secondari. Cioè quelli
transitati nei land tedeschi dopo l’arrivo da noi. Insieme a noi, con lo stesso problema c’è la Grecia. Mentre la Commissione Europea dice che dall’entrata in vigore del nuovo patto migranti, il 12 giugno, 8 paesi hanno chiesto a Roma di riaccogliere 12 migranti. Ma nessuno è rientrato.
Il Viminale dice che l’accordo che l’8 dicembre scorso in sede di Consiglio Ue ha di fatto azzerato il contenzioso sui cosiddetti “dublinanti” (circa 60 mila). Prevedendo un bilanciamento con la mancata solidarietà dell’Europa a fronte dei 340 mila ingressi irregolari avvenuti in Italia da quando c’è il governo Meloni. Ma questo riguarda il pregresso. Dal 2026 l’accordo non c’è più. E Berlino fa sapere: «Ci aspettiamo che l’Italia se li riprenda».
Il problema dei Dublinanti
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, scrive Repubblica, solleva ancora l’argomento della compensazione. Sostenendo che molte imbarcazioni di Ong che battono bandiera di paesi europei come la Germania fanno sbarcare poi i migranti sul loro territorio. Ma le Ong sono organizzazioni private, che non prendono ordini dal governo tedesco e quindi non si capisce la ratio della compensazione.
C’è anche una contestazione sull’intesa stessa. Secondo Berlino la Germania può rimandare in Italia i migranti arrivati dopo la firma dell’intesa a dicembre 2025. Secondo Roma la data giusta è il 12 giugno, ovvero quando è entrato in vigore il nuovo patto. C’è anche un caso zero. Una cittadina somala che la Germania vorrebbe riconsegnare all’Italia all’alba del prossimo 19 agosto: era arrivata in Assia il 31 marzo. Per Roma, non ci sono le condizioni per l’espulsione.
Abdirisaq
Lei si chiama Abdirisaq, fa sapere oggi Repubblica. Secondo la quale l’impegno rischia di diventare un boomerang per il governo Meloni. Perché impegna l’Italia a 16 mila procedure accelerate di frontiera (cioè espulsioni) solo nel primo anno. Ma l’Italia nel 2025 ne ha fatte 6.772. Ovvero il 10% degli sbarcati. La Somalia è la seconda nazionalità tra gli sbarcati. E il paese non è tra quelli sicuri. Nei primi sette mesi dell’anno ne sono arrivati duemila. Secondo l’accordo per avere la solidarietà degli altri paesi sotto forma di redistribuzione o di contributo economico l’Italia deve rispettare i nuovi obblighi. Per esempio la responsabilità dello Stato di sbarco sui richiedenti asilo si allunga da 12 a 20 mesi. E l’eventuale respingimento in Italia di chi verrà lasciato andare altrove sarà possibile per i successivi tre anni.
Pull effect
Mentre il trasferimento dei Dublinanti allo Stato competente si può fare ora attraverso tramite una semplice notifica Eurodac. Detlef Seif, responsabile dell’attuazione della Riforma europea dell’Asilo per il gruppo della Cdu/Csu al Bundestag, spiega al quotidiano che le condizioni sono cambiate dal 2022, quando l’Italia con Meloni ha deciso di fermare i ritornanti: «In quegli anni, la Germania sulle politiche migratorie era parte del problema. Esercitavamo un cosiddetto “pull effect”: non lanciavamo segnali chiari per arginare l’immigrazione irregolare. Pensi alla differenza con la situazione attuale: respingiamo anche ai confini tedeschi».
L’Italia e la Germania
Per questo sarebbe molto importante, per la Germania, «che l’Italia mantenga questo impegno sui trasferimenti dei “dublinanti“». Se l’Italia non lo facesse «qualsiasi altra cosa sarebbe una sorpresa, perché a livello governativo c’è una stretta collaborazione basata sulla fiducia. In realtà, ormai da diversi mesi remiamo tutti nella stessa direzione in materia di politica di asilo e immigrazione. Mentre vede, nel caso della Spagna di Pedro Sánchez e di Ceuta, il problema è proprio questo: le persone pensano di poter venire se c’è una cultura dell’accoglienza. E per anni la Germania ha effettivamente lanciato segnali sbagliati, segnali in quella direzione. Tutto questo ora è finito. E credo che lo abbia capito anche il governo italiano».
(da Repubblica)
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Agosto 10th, 2026 Riccardo Fucile
SALVINI VIENE SFIDUCIATO DAL DIRETTIVO LOMBARDO
«Come leader sei affaticato». «I militanti vogliono un rinnovamento». O ancora: «Ormai è troppo lo scollamento nelle sezioni». I cahiers de doléances leghisti sono lunghi e nelle quattro ore e mezzo di dibattito il direttivo lombardo è stato un miscuglio di lamentele, a volte anche confuso, con poche soluzioni. Ma un filo rosso ha guidato per la prima volta la maggioranza, forse anche i due terzi, dei circa 30 interventi: le seconde linee leghiste in Lombardia hanno chiesto un passo di lato di Matteo Salvini. […]
La verità è che nelle quasi cinque ore di confronto i toni non si sono alzati quasi mai, non ci sono state liti, però le parole sono state pesanti come macigni. È stato lo showdown che Salvini non si aspettava, arrivato con numeri alla mano per dimostrare che non è vero che la Lega al governo ha trascurato la questione settentrionale.
Non sono bastati 45 minuti di discorso su opere e risultati portati a casa per il Nord: insomma, uno tra i più lunghi dei suoi famosi elenchi (la modalità di narrazione più amata dal segretario e allo stesso tempo ridicolizzata dai suoi detrattori).
Quando ha deciso di convocare il direttivo il 7 agosto a Milano, l’intenzione del capo di via Bellerio era di mettere a tacere le lamentele dei nordisti guidati dal segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo e dal governatore Attilio Fontana. L’esito invece è stato deflagrante. Forse Salvini non aveva “ripassato” bene la composizione del direttivo o non si aspettava tanto coraggio dai suoi dirigenti. […]
Gli unici che si sono apertamente schierati con lui – è stato riferito da diverse fonti a Lettera43 – sono stati la ministra Alessandra Locatelli, il capo dei Giovani Luca Toccalini, il capogruppo al Pirellone Alessandro Corbetta e il responsabile Esteri Paolo Formentini. Il ministro Roberto Calderoli si è limitato a ricordare che il congresso è stato fatto un anno fa e che forse era allora che si sarebbero dovute avanzare queste istanze, prima di impegnarsi nell’unica lite della serata, ossia quella con Silvia Sardone sulla necessità di concludere il processo di approvazione della riforma sull’autonomia prima delle elezioni politiche del 2027.
Pur dopo aver ricordato l’impegno politico del marito Davide Caparini per la causa leghista, la pasionaria ha detto di ritenere che alla gente «non freghi niente dell’autonomia», ma sia preoccupata dai temi della mancanza di sicurezza e della paura dell’islamizzazione. «L’autonomia è il fine ultimo della Lega», ha puntualizzato Calderoli, dicendo di avere «un’idea ben precisa» di coloro che cambiano i partiti con facilità (e il riferimento era al passato di Sardone in Forza Italia).
Gli altri interventi sono stati caotici nelle lamentele e nelle proposte, ma tutti con un fil rouge: la richiesta di un passo di lato di Salvini e di un rinnovamento nella leadership che porti a crescere nuovamente nei consensi. A favore di questa tesi si sono schierati in diversi, soprattutto esponenti delle province storicamente più rappresentative per la Lega, cioè Bergamo, Brescia e Varese.
Tra i più duri il segretario bergamasco Fabrizio Sala, da sempre critico con i salviniani, e Daniele Belotti, storico presentatore del raduno di Pontida, che Salvini ha “rottamato”, non volendolo più ricandidare in parlamento. «Ti chiedo di farti da parte e lo faccio nell’interesse della Lega», ha azzardato Belotti. […]
Quando qualcuno ha parlato di «leader affaticato», Salvini lo ha stoppato dicendo: «Veramente io non mi sento affaticato, in pieno agosto, sono qua da ore che vi ascolto». E poi, quando un altro si è lamentato constatando che però non c’è nessuno nel partito che vuole sostituirlo alla guida della segreteria, il capo ha risposto con tono puntuto: «È un concetto che non mi piace. Io non voglio fare il segretario solo perché non c’è nessuno che può sostituirmi».
Critico anche Romeo che, come spesso accade, ha però indorato la pillola con il suo tipico spirito ecumenico: «Matteo, fatti aiutare». Durissimo l’assessore lombardo agli Enti locali, Massimo Sertori da Sondrio, tra i dirigenti più vicini ad Attilio Fontana. Il governatore, dal canto suo, ha chiesto che la Lega torni a essere un partito «di lotta e di governo» con politiche più incisive attorno alle battaglie storiche, federalismo e autonomia, sicurezza e immigrazione.
Ed è abbastanza curioso che Salvini abbia preso in prestito questo concetto e fatto suo nella versione fatta trapelare a giornali e agenzie. Il segretario ha chiuso la riunione dicendo di aver «ascoltato tutto», anche le critiche «più severe».
«Vediamo se riusciamo a proporre una squadra per Pontida», ha detto, parlando dell’ipotesi di una sorta di direttorio. «Ma io rimango alla guida e procedo». Poi ha aggiunto: «Dipende anche da chi dovrà essere coinvolto, se vorrà accettare o meno», alludendo all’ormai celebre ritrosia di Luca Zaia a una partecipazione in tal senso.
(da agenzie(
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Agosto 10th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTE LE FAKE DI FDI PER RIPRENDERE QUOTA
L’eurodeputato meloniano Carlo Fidanza non è affatto pentito, anzi. E pace se il suo j’accuse
contro i delegati della Cgil (incolpati di aver voltato le spalle durante la commemorazione delle vittime di Marcinelle) era una bufala che ha fatto infervorare sui social pure la premier Giorgia Meloni, prontissima a infiocinare il sindacato di Maurizio Landini. Ma quale pentimento, che abbaglio! Figurarsi chiedere scusa. “Magari i (sindacati) belgi si sono autodenunciati per togliere le castagne dal fuoco a una Cgil in evidente imbarazzo” ha rilanciato dalle pagine del Corriere della Sera il capo delegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, campione di una giornata vissuta pericolosamente. Ma dove c’è gusto, come si dice, non c’è perdenza. Anche se l’attacco ha rischiato, causa contorsioni necessarie ad aggiustare – giusto un poco – il tiro, di aprire un altro fronte diplomatico, questa volta con il governo della destra fiamminga di Bart De Wever. Non bastasse quello, caldissimo, con il governo di Pedro Sánchez dopo i fatti di Ceuta. Per la verità l’abbaglio di Marcinelle e l’approccio meloniano all’invasione dell’exclave spagnola in terra d’Africa si tengono, almeno a sentire il deputato del Pd Toni Ricciardi che la mette così: “Sono arrivati a strumentalizzare Marcinelle per distogliere l’attenzione dalle polemiche sulla sospensione di Schengen con la Spagna”.
Ma la decisione del governo Meloni, oltre a scatenare la reazione del governo spagnolo pare aver innescato una reazione a catena in Europa: la Germania del cancelliere tedesco Friedrich Merz, in affanno per i sondaggi che danno in ascesa il partito di estrema destra Alternative für Deutschland ha deciso la linea dura sui migranti in particolare nei confronti dell’Italia: Berlino rimanderà in Italia i clandestini in nome del principio del primo paese di sbarco. “Altro grande successo del governo Meloni” chiosa il capogruppo in commissione esteri del M5S, Francesco Silvestri per una volta d’accordo con Enrico Borghi di Italia Viva che sintetizza: “Giorgia Meloni, per rincorrere Vannacci e per sognare il ricongiungimento con Trump, è riuscita a spararsi sui piedi: rotta la solidarietà europea, ogni paese si chiude e naturalmente i più esposti torniamo ad essere noi italiani, insieme agli spagnoli e ai greci”.
Tra bufale, scivoloni e polemiche interessate del resto, le ultime settimane per il partito della premier sono state mirabolanti. Che dire di Carlo Nordio? Il Guardasigilli ha tentato di giustificare il no opposto dal centrodestra ai magistrati di Roma (che avevano chiesto di sequestrare le chat dell’ex sottosegretario alla giustizia Delmastro con l’uomo del clan Senese) con uno sfondone che però non ha destato grandi imbarazzi. “Io che garanzia ho che una volta sbloccato il telefonino il pm non apra anche le chat fra Delmastro e Meloni o fra Delmastro e Nordio, o tra Delmastro e il suo collegio elettorale o magari con l’opposizione?” ha detto cercando di convincere i lettori del Corriere che nelle mani dei pm di Roma ci sia lo smartphone del meloniano Delmastro anziché quello di Mauro Caroccia. Ma vale tutto, specie il diversivo. Che dire della manifestazione organizzata da FdI a Castellammare di Stabia per denunciare le “cattive” compagnie del Pd in Campania giusto all’indomani dello scudo per quelle di Delmastro alle latitudini romane? Ma poi c’è tutto il resto, a partire dalle imprese della commissione Covid a guida meloniana: dopo due anni di inchiesta sul banco degli imputati però è finito il governo Meloni e il bonifico da 100 milioni al grande accusatore di Giuseppe Conte.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 10th, 2026 Riccardo Fucile
LA SINDACA DI GENOVA RIPETE DI VOLER CONTINUARE A FARE IL PRIMO CITTADINO, IL COLLEGA DI ROMA, ROBERTO GUALTIERI, PIACE AL M5S ED E’ REDUCE DAL SUCCESSO DEL GIUBILEO … IL GRIGIO SINDACO DI NAPOLI GAETANO MANFREDI HA IL CARISMA DI UN BACCALÀ. E IL GOVERNATORE DELLA PUGLIA? IL RIFORMISTA DECARO, CHE ALLE EUROPEE HA FATTO MANBASSA DI PREFERENZE (UN VOTO SU TRE DEL PD NEL MEZZOGIORNO ERA SUO), NEGA TUTTO: “MI STO DEDICANDO ALLA MIA REGIONE DOVE HO GIÀ TANTI PROBLEMI”
Mentre Giuseppe Conte ed Elly Schlein, come i duellanti del film di Ridley Scott, si studiano, si provocano, ma continuano a rinviare il combattimento finale alle primarie, nel campo largo il brusio di sottofondo sulle possibili alternative non è mai cessato. Tutt’altro. Il ragionamento è strettamente legato alla nuova legge elettorale la quale, come è noto, prevede l’indicazione di un candidato premier.
La prima carta è la regina di quadri, Silvia Salis. È vero che, ogni volta che le mettono un microfono davanti, ripete di voler continuare a fare la sindaca di Genova. Però lo dice ora, quando ha finalmente capito la regola numero uno del fight club, che impone di non parlare del fight club, ovvero di negare sempre di essere in corsa.
Lo scorso aprile, quando ancora la regola non le era troppo chiara, aveva ammesso a Bloomberg: «Se mi chiedessero di candidarmi contro Meloni? Sarebbe una bugia dire che non lo prenderei in considerazione. Quest’attenzione nazionale mi lusinga». E cosa fa il politico che vuole proiettarsi sul piano nazionale? Scrive un libro e inizia a portarlo in giro per l’Italia. Quello della Salis uscirà a ottobre e si intitolerà come lo slogan della campagna elettorale che nel 2025 l’ha proclamata sindaca di Genova, “È già domani”. Scrive lei stessa nella premessa: «Questo libro nasce per raccontare il giorno in cui non ti domandi più dove stai andando, ma ci vai e basta, perché il domani non aspetta».
L’altra carta coperta è il re di cuori, Roberto Gualtieri. A Roma è reduce dal successo del Giubileo, dove ha portato a conclusione una quantità impressionante di cantieri, e con il tempo è diventato una star dei social, dopo una vita passata da timido secchione. I cinque stelle romani hanno smesso di fargli la guerra, anzi hanno persino isolato Virginia Raggi che si ostinava a fare l’ultima giapponese.
Dalla sua ha anche il curriculum che lo rende adatto a gestire un’eventuale coalizione con il M5S come premier “tecnico”, avendo fatto il ministro dell’Economia nel Conte II. L’ultima battaglia, quella a favore dello Spin Time, l’immobile sgomberato che il sindaco ha provato invano ad acquistare, lo ha reso il beniamino anche dell’area a sinistra del Pd. Il problema è che a Roma si vota nella primavera del prossimo anno e per Gualtieri, lanciato verso un secondo mandato ci sarebbe un problema di tempi.
Un altro profilo “tecnico” a cavallo tra dem e cinque stelle è il re di picche, Gaetano Manfredi. Sindaco di Napoli e presidente dell’Anci, a maggio scorso, da vero professionista, lasciò intendere pur negando: «Oggi – disse intervistato da Marco Damilano – abbiamo due leader forti nel centrosinistra, Schlein e Conte, e penso che si debba partire da loro per quello che sarà il futuro. Io non penso che sarò chiamato a fare il candidato premier, sono molto concentrato sulla mia città. Poi dipende da quali sono le condizioni e da chi chiama».
Ecco, appunto. Manfredi non è un fan delle primarie, sostiene che «se si trova una soluzione unitaria attraverso un patto tra le forze politiche è ancora meglio», ma intanto in città allarga il più possibile la sua coalizione, senza tralasciare Azione: giorni fa ha incontrato Carlo Calenda ed Ettore Rosato, che non lo avevano sostenuto nella precedente corsa a Palazzo San Giacomo, e la prossima volta potrebbero essere anche loro della partita.
Il re di fiori è Antonio Decaro, forte del boom di consensi registrato al Sud. Alle Europee un voto su tre del Pd nel Mezzogiorno era suo. Anche come presidente della Puglia, dove governa insieme ai cinque stelle pur essendo vicino ai riformisti dem , è riuscito a mietere oltre 900 mila voti. Lui naturalmente nega tutto: «Mi sto dedicando alla mia regione dove ho già tanti problemi». Ma se la patria chiamasse…
(da Repubblica)
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Agosto 10th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO DA FORZA ITALIA ERA STATA TRAGHETTATA NEL CARROCCIO, A PROPOSITO DI MIGRANTI, PROCLAMAVA: “I RIMPATRI SONO AUMENTATI, QUEST’ANNO SONO STATI SETTEMILA”. POI HA RICAMBIATO CASACCA E IN UN LAMPO PURE IL GIUDIZIO: “LA LEGA MI MANDAVA IN TV A DIFENDERE CERTE CAZ… 6.700 RIMPATRI? UNA MISERIA…”
«Premesso: io sono una signora, quando mi attaccano non replico mai…». La deputata
vannacciana di Fn, Laura Ravetto, arrivata ieri a Forte dei Marmi con la figlioletta Clarissa Delfina, ha trascorso il suo primo giorno di ferie in cerca di relax, dopo gli scontri avuti negli ultimi tempi con molti suoi ex colleghi della Lega.
Da Riccardo Molinari, il capogruppo alla Camera, all’europarlamentare Susanna Ceccardi, al Caffè della Versiliana. Tutti amici fino a tre mesi fa, poi lei ha lasciato la Lega, dopo aver lasciato già Forza Italia, è passata con Vannacci e adesso è lite continua.
Ha cambiato amicizie e pure idea su tante cose. Esempio? Quando stava con la Lega, a proposito di migranti, diceva: «I rimpatri sono aumentati, quest’anno sono stati 7 mila». Poi ha ricambiato casacca e in un lampo pure il giudizio, giustificandosi: «La Lega mi mandava in tv a difendere certe caz… 6.700 rimpatri? Una miseria…».
Così con Molinari, ad Agorà Estate su Rai 3, la miccia si è accesa parlando degli ultimi video realizzati con AI del generale Vannacci vestito da antico romano: «Il tuo segretario ha fatto i video pure con le bambole gonfiabili…» ha eccepito Ravetto a Molinari, ricordando un comizio di Matteo Salvini del 2016 con tanto di bambola sul palco.
Molinari non l’ha presa bene e ha replicato: «Te ne sei andata dalla Lega solo perché pensavi che non saresti stata ricandidata». Su due piedi, Ravetto non ha risposto al colpo basso ma già ieri al Forte, riparlandone in spiaggia, avrebbe detto: «Lui non mi avrebbe ricandidato, già, per fare spazio di nuovo alla sua fidanzata…». Cioè la deputata leghista Rebecca Frassini.
Ma anche con Susanna Ceccardi giovedì scorso son volati gli stracci, perché Ravetto continuava a dirle che nel 2027 «senza Fn voi farete vincere la sinistra» e Ceccardi, allora, l’ha interrotta: «Laura con me stai rigirando la frittata. Ti ricordo che siete stati tutti eletti, compreso Vannacci, con la Lega!». Risposta pronta: «Ma quale frittata, siete voi leghisti che rompete le uova».
Senza dimenticare lo sbotto di rabbia in diretta social dal treno per Eurodisney, 8 ore di ritardo, il 24 giugno, contro il ministro dei Trasporti , («Grazie Matteo!», ironica), un tempo il suo leader. Gli addii hanno quasi sempre una coda di veleni: «Alla Lega gli rode, non hanno più nessuna come me da mandare in tv». Lei ne è convinta.
(da Corriere della Sera)
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Agosto 10th, 2026 Riccardo Fucile
“RINFORZARE LA SUA RETORICA SULL’IMMIGRAZIONE LE PERMETTE ANCHE DI STRINGERE I RANGHI A DESTRA. PERCHÉ VANNACCI HA INIZIATO AD ATTACCARLA PROPRIO SU QUESTI FRONTI”
“Il presidente del Consiglio italiano torna sull’immigrazione per riconquistare l’iniziativa politica”. Lo scrive El Pais in un lungo articolo sottolineando che “dopo aver goduto di una stabilità raramente vista nella politica italiana per gran parte del suo mandato, negli ultimi mesi hanno iniziato ad emergere delle crepe nella sua posizione, che minacciano di complicare la fase finale del suo mandato, che si concluderà nel 2027.
Al momento, Meloni mantiene un comodo vantaggio nei sondaggi. Tuttavia, le recenti battute d’arresto e le crescenti tensioni all’interno della coalizione fanno presagire un autunno più complicato del solito” e “per contrastare questa erosione di consensi, si è nuovamente rivolta alla politica migratoria, sfruttando la crisi di Ceuta”.
“Ad aggravare queste difficoltà si aggiunge l’ascesa del generale in pensione Roberto Vannacci, il cui nuovo partito, Futuro Nazionale, minaccia di sottrarre consensi al Primo Ministro a destra e sta cercando di conquistare gli elettori più radicali. Sebbene Meloni mantenga una posizione dominante e i sondaggi diano il suo partito come il più votato, pur senza alcuna possibilità di governare da sola, non gode più dello stesso margine di manovra di cui disponeva all’inizio del suo mandato”.
In questo contesto, “la crisi migratoria di Ceuta ha assunto una dimensione che trascende la politica spagnola”. Meloni “ha colto l’occasione per promuovere il suo approccio in Europa: non è la prima volta che trasforma un’emergenza migratoria in un’opportunità politica”.
“Ora, ha cercato di presentare il massiccio afflusso di migranti dal Marocco a Ceuta come un monito su ciò che potrebbe accadere in altri paesi europei se le politiche contro l’ingresso irregolare di stranieri non verranno inasprite, come lei stessa chiede da anni”, prosegue El Pais. “Meloni è riuscita a riportare l’immigrazione al centro del dibattito politico italiano. È uno dei suoi temi prediletti e solitamente gode di un ampio consenso tra i suoi elettori.
Rinforzare la sua retorica sull’immigrazione le permette anche di stringere i ranghi a destra. Perché Vannacci ha iniziato ad attaccarla proprio su questi fronti, sfidandola su alcuni dei temi più noti della destra italiana, come l’immigrazione, la sicurezza e l’identità nazionale, sostenendo che chi è salito al potere promettendo una linea dura ha finito per ammorbidire significativamente le proprie posizioni”.
(da agenzie)
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Agosto 10th, 2026 Riccardo Fucile
ALLA CASA BIANCA C’È UN CLIMA DI TERRORE: TRUMP CACCIA CHIUNQUE DICA LA VERITÀ, E CIOÈ CHE IL CONFLITTO HA FATTO ESAURIRE LE SCORTE AMERICANE… IN TEORIA GIAPPONE E GERMANIA POTREBBERO PRODURRE IL GIOIELLINO “PATRIOT”, MA NON HANNO LA CAPACITÀ INDUSTRIALE CHE HANNO I COLOSSI STATUNITENSI – IL DILEMMA SULLE LICENZE ALL’UCRAINA, I SEGRETI DI STATO E LA DIFFICOLTÀ NELLA REALIZZAZIONE
Il Pentagono sta facendo pressione sull’industria della difesa statunitense affinché acceleri la
produzione di armamenti, nel tentativo di ricostituire le scorte di munizioni, comprese quelle esaurite durante l’attuale guerra con l’Iran.
Il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, ha dichiarato che il Dipartimento della Difesa è fortemente impegnato ad aumentare l’acquisizione di munizioni, così da garantire “le armi di cui i nostri combattenti hanno bisogno, al ritmo imposto dalla minaccia”.
Ha confermato che nell’ultima settimana il dipartimento ha lavorato per accelerare significativamente il processo, sottolineando però che si tratta di una parte di un più ampio programma di modernizzazione avviato prima del conflitto, che dura ormai da cinque mesi.Donald Trump ha ordinato la caccia ai “traditori divulgatori”, quelli che in altri tempi e in altri luoghi, erano bollati come “disfattisti”. Accusati di diffondere informazioni fuori dal coro, spesso sgradite.
Venerdì 7 agosto il Pentagono ha punito l’ex segretario dell’aviazione, Fran Kendall, revocandogli l’accesso a dati sensibili e imponendogli un veto su futuri incarichi. Una misura legata alle sue presunte rivelazioni sull’Air Force One. L’indiscrezione è minore rispetto a quanto sta uscendo da mesi dai corridoi della Difesa sull’andamento della guerra. Fenomeno identico emerso a Gerusalemme, l’altro partner di Epic Fury, con altre ricostruzioni sul perché le cose siano andate non come previsto.
Sempre venerdì ha fatto notizia un articolo della Cnn sulle mosse attribuite al Capo di Stato Maggiore Dan Caine per trovare una via d’uscita alla guerra. Il generale, secondo l’emittente, ha spiegato che la sola arma aerea non basta per piegare l’Iran ed ha ribadito il problema della mancanza di munizioni, specie di intercettori. Problema che affligge sia gli Stati Uniti che gli alleati del Golfo.
E sempre per la Cnn Caine avrebbe esplorato strade alternative con il capo della Cia John Ratcliffe, con il segretario di Stato Marco Rubio e con il vice presidente Vance. Tre personaggi consultati non solo per il loro ruolo istituzionale: infatti il trio aveva accolto con molto scetticismo – sostengono altre “soffiate” – il piano presentato dal Mossad alla Casa Bianca a febbraio, operazione complessa che aveva come target ambizioso il crollo del regime iraniano.
È evidente l’intenzione di far capire a Trump che l’opzione militare non porterebbe al successo, anche se i generali non sottovalutano la forza di eventuali bombardamenti e neppure l’impatto sull’Iran che nasconde dietro propaganda e bluff conseguenze pesantissime (i dati dell’economia sono spaventosi).
Un sistema di difesa aerea molto complesso da fabbricare, con componenti sofisticate che richiedono linee di produzione industriali di alto livello, dai sistemi di guida ai propulsori fino alle tecnologie radar.
I Patriot sono sempre più indispensabili per gli equilibri mondiali, un’arma che dagli anni Ottanta definisce lo standard di difesa degli Stati Uniti e dei suoi alleati contro missili balistici e missili da crociera in arrivo. A 35 anni dal suo primo impiego in combattimento nell’operazione Desert Storm del 1991 per abbattere in volo missili Scud iracheni, accelerare i tempi di produzione di intercettori Patriot è ancora oggi una delle sfide decisive che può cambiare l’andamento degli scenari di guerra.
Kiev non riesce più a intercettare missili in arrivo dalla Russia. Nella notte tra il 4 e il 5 agosto, la Russia ha lanciato 28 missili – 24 balistici e 4 ipersonici – e nessuno di questi è stato abbattuto.
«Gli intercettori contro i missili balistici avrebbero potuto salvare la vita delle persone uccise oggi», ha scritto Volodymyr Zelensky su Telegram, chiedendo agli alleati missili o più sanzioni alla Russia. Nell’attacco del 1 agosto, su 27 missili balistici ne è stato abbattuto solo uno. «Semplicemente perché non ci sono intercettori disponibili per il sistema Patriot», ha spiegato il presidente ucraino dopo l’attacco. Il giorno prima, su nove missili balistici, ne è stato colpito solo uno.
L’Ucraina è in balìa degli attacchi missilistici russi da un lato, e delle dichiarazioni di Trump dall’altro. La concessione delle licenze per i Patriot resta al momento sospesa tra annunci e smentite del presidente Usa e dei suoi collaboratori più stretti.
Intanto gli Stati Uniti contano i colpi che sparano. Il 28 luglio hanno respinto un attacco multiplo con missili balistici lanciati dall’Iran verso le basi Usa in Medio Oriente. Tutti sono stati intercettati, secondo quanto riportato dallo Us Central Command. Le scorte restano al minimo, con meno di mille intercettori disponibili, e più di 1.400 già usati nella guerra con l’Iran da fine febbraio a oggi.
Gli unici due paesi che hanno avuto fin qui le licenze per produrre Patriot e missili intercettori – Germania e Giappone – non riescono a tenere la scalabilità industriale che hanno le aziende Usa, tra ritardi e difficoltà logistiche di vario livello. Il Giappone ha le licenze per i Pac-3 dal 2005, ci ha messo tre anni per cominciare a fabbricarli e oggi ne produce circa 30 all’anno. La Germania ha avuto le licenze da Biden nel 2022, ma non ha ancora fabbricato un solo Patriot.
La questione è che la fabbricazione di un intercettore Pac-3 è un processo molto lungo con diversi passaggi di certificazione e collaudo, e decine di aziende diverse che forniscono parti e componenti. Per produrre un missile intercettore Pac-3 ci possono volere due anni, per produrre il motore a razzo a propellente solido che ne fa parte anche due e mezzo. Attualmente gli Usa ne riescono a consegnare circa 600 all’anno. C’è urgente necessità di velocizzare le consegne, ma anche di ripensare tutto il sistema delle forniture.
Il Pentagono il 3 agosto ha annunciato di aver raggiunto una intesa con Lockheed Martin e con Northrop Grumman, definendoli «accordi storici» e che prevedono di «triplicare la produzione dei Patriot Advanced Capability-3 (Pac-3) e di quadruplicare quella dei Terminal High Altitude Area Defense (Thaad)», si legge nella nota ufficiale.
Intese strategiche «Invece di affidarsi esclusivamente ai principali appaltatori, il Dipartimento sta stipulando accordi strategici con i fornitori di componenti essenziali», scrivono dal Pentagono.
Tutto questo movimento di accordi – e di miliardi di dollari – certifica che la possibile licenza Usa all’Ucraina, qualora dovesse effettivamente essere avallata da Trump, risolverà la questione sul piano politico, ma non sul piano pratico e sulla carenza di intercettori. Produrre i Patriot resta una sfida cruciale per l’industria militare ucraina. Che ha già dato e continua a dare grande prova di efficienza nella produzione di droni e sistemi d’arma scalabili. E ha messo insieme un cluster della Difesa come Brave1 dove sono registrate più di 2.300 aziende della difesa ucraine.
Il 21 luglio Kiev ha siglato un accordo con il colosso della difesa Bae Systems per la fabbricazione in Ucraina di obici L119 calibro 105 mm. Il Wall Street Journal ha definito l’accordo «un possibile banco di prova della capacità del paese di fabbricare altre sofisticate armi straniere» come i missili Patriot. Sono comunque livelli di produzione totalmente differenti, e il vero ostacolo sta nella complessità di tutta la parte di tecnologia che sta dentro un Patriot rispetto a un sistema di artiglieria.
In una intervista del 29 luglio a Breaking Defense, Micheal Cadenazzi – che al Pentagono è Assistant Secretary of War for Industrial Base Policy – ha spiegato come stiano lavorando per capire con quali modalità trasferire le licenze Patriot all’Ucraina.
Come certificare la filiera produttiva che fabbricherà gli intercettori, girando loro i segreti industriali di un’arma del genere. «Gli ingegneri che sanno fare questo tipo di lavoro sono in numero limitato. E anche i componenti già qualificati disponibili sono limitati», ha detto Cadenazzi. Che ha anche parlato di una possibile licenza per un Pac-3 less capable, meno potente di quello standard, ma che potrebbe anche complicare ulteriormente tutto il processo di certificazioni e collaudi per avere la stessa efficacia contro un missile balistico. Se anche Trump dovesse dare il suo via libera definitivo, il processo per produrre i Patriot in Ucraina è quindi ancora in una fase iniziale.
Ecco perché il 3 agosto il presidente Zelensky è tornato a sottolineare l’importanza e l’urgenza di sviluppare Freyja, il sistema ucraino di protezione aerea che andrebbe a sostituire i Patriot. E il missile intercettore FP-7.x, che andrebbe a sostituire i Pac-3.
«Freyja sarà rapido da produrre e collaudato sul campo di battaglia. L’Ucraina è in grado di fabbricare sia il missile sia il lanciatore», ha detto Zelensky. Il primo prototipo di Freyja dovrebbe essere pronto entro metà 2027, ma l’urgenza è immediata. La Russia a luglio ha lanciato 381 missili verso l’Ucraina, segnando un altro record. I missili balistici in un mese sono stati 126, un numero che continua ad aumentare da marzo a oggi.
(da agenzie)
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