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CASO ALMASRI, ECCO LA LETTERA CHE LA LIBIA HA INVIATO A ROMA PER LA RICONSEGNA DEL TORTURATORE

CONFERMATE LE PRESSIONI DELLA LIBIA… IL GOVERNO ITALIANO AVREBBE DOVUTO SEMPLICEMENTE APPLICARE IL MANDATO D’ARRESTO E CONSEGNARE IL TORTURATORE DI BAMBINI ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE.. IN UN PAESE CIVILE CHI HA DECISO DI RIPORTARLO IN LIBIA CON UN AEREO DI STATO SAREBBE IN GALERA

Due paginette e mezzo, prive di dati e circostanze specifiche, accompagnate da una cordiale lettera dell’ambasciatore libico in Italia Muhanad Seed Younous. Al governo italiano questi documenti sarebbero bastati per decidere di liberare Osama Njeem Almasri e riportarlo a casa su un Falcon di Stato.
I documenti, allegati all’istanza con cui la procura della Corte penale internazionale boccia su tutta la linea l’Italia, chiede una
formale contestazione di inadempimento e il deferimento all’Assemblea degli Stati parte e al Consiglio di sicurezza delle Nazioni, smascherano il trucco usato da Italia e Libia per dribblare gli obblighi derivanti dal mandato d’arresto. Fondamentali – e nelle 14 pagine di osservazioni la procura della Cpi lo mette ben in chiaro – sono le date.
La lettera dell’ambasciatore libico
Il 20 gennaio, due giorni dopo l’arresto di Almasri, l’ambasciatore libico in Italia, “esprimendo profondo apprezzamento per le solide relazioni bilaterali”, trasmette al ministro Tajani una nota del procuratore capo di Tripoli Siddiq Ahmad Assour indirizzata al suo omologo della Corte d’appello di Roma relativa alla presunta richiesta di estradizione per Almasri. In coda, chiede di trasmetterla alle autorità competenti e “di seguirne l’iter al fine del raggiungimento degli obiettivi comuni”.
La missiva in questione – dice la procura della Cpi – non è e non può essere una richiesta di estradizione per un motivo molto semplice: non si fa riferimento a contestazioni formali, a detta della Libia identiche a quelle mosse dalla Cpi, che renderebbero fondata la richiesta. E sostanzialmente lo “confessa” anche il procuratore libico.
Circostanze inconoscibili, richiesta infondata
Nella nota si fa riferimento alla Red note dell’Interpol, all’epoca l’unica conosciuta e conoscibile, sulla base della quale gli agenti di Torino hanno proceduto all’arresto di Almasri. “L’Ufficio del Procuratore Generale della Libia – si sostiene – aveva avviato indagini penali su fatti che potrebbero corrispondere alle contestazione presentate dalla Corte Penale Internazionale nella sua richiesta a Interpol”. E insiste, contestando alla Cpi di “non aver accertato la volontà dell’Ufficio del Procuratore Generale della Libia di attivare un’azione legale sui fatti attribuiti all’individuo di cui si chiede l’estradizione”.
Ma non solo la procedura in quella fase non prevede alcun tipo di interlocuzione fra la Corte e lo Stato di provenienza del ricercato. Di “fatti” – si spiega nella richiesta di deferimento per l’Italia – la Libia non può tecnicamente parlare. La red note conteneva semplicemente un elenco dei reati violati senza alcun riferimento a circostanze specifiche.
Solo il 24 gennaio – ecco perché le date sono importanti – sono stati resi pubblici fatti, circostanze e contestazioni. Non a caso, nella sua missiva il procuratore capo libico si limita a dire che Almasri “è tra coloro che sono oggetto delle indagini condotte dall’Ufficio del Procuratore Generale della Libia nell’ambito delle indagini sulle cause della morte dei prigionieri, oltre all’esame delle denunce presentate dalle vittime di privazione della libertà, tortura, brutalità e trattamenti degradanti”.
La presunta inchiesta libica e lo strafalcione del procuratore
L’indagine sarebbe iniziata nel 2016 e riguarderebbe “la situazione dei prigionieri nel periodo dal 2011 al 2024, anno in cui è stata presentata l’ultima denuncia”. E qui il procuratore fa un clamoroso strafalcione: nel 2011, la prigione di Mitiga, di cui Almasri sarebbe diventato il padrone incontrastato, non esisteva. Non a caso la Cpi procede contro di lui per i crimini che lì sono stati commessi a partire dal 2015. Per altro, nei tredici anni in cui Almasri sarebbe stato sotto inchiesta ha fatto carriera,
arrivando ai vertici delle massime istituzioni di sicurezza dello Stato libico, con cui la procura attivamente collaborava.
A Roma però va bene così, ma per la procura non avrebbe dovuto “accettare passivamente” la versione di Tripoli, senza per altro disturbarsi “a fare alcuna indagine al riguardo”. E sulla nascita della prigione di Mitiga basta una rapida ricerca su fonti aperte.
L’invasione di campo “confessata” da Mantovano
Secondo punto che la procura della Cpi ha segnato come errore blu. La Libia, che non è Stato parte perché non ha firmato il Trattato di Roma, si avventura in una valutazione sull’ammissibilità del mandato d’arresto. E l’Italia, che sì lo ha firmato dunque è vincolata a regole e procedure, fa lo stesso. E non può. “Solo la Corte ha facoltà di entrare nel merito”, tuona più e più volte la procura.
Per altro, il governo italiano non ha mai trasmesso la richiesta del procuratore libico alla Corte alla Corte d’appello di Roma, ma ha deciso (assai in fretta) e autonomamente. Parola del sottosegretario Mantovano che con una missiva indirizzata alla procura della Cpi, allegata alle memorie difensive, sostiene che: “La presenza di istanze concorrenti e la complessità delle valutazioni affidate al Ministro della Giustizia erano ontologicamente incompatibili con qualsiasi ipotesi di obbligo immediato – che tuttavia non si è verificato – di trasmettere gli atti in questione alla Procura Generale presso la Corte d’Appello di Roma”.
“Mancato sequestro colpa dei giudici”
La decisione è stata politica “per motivi di sicurezza nazionale”. Il provvedimento, spiega Mantovano, “era necessario e urgente a causa di una vasta gamma di fattori. In primo luogo, la pericolosità sociale di Njeem è stata desunta dalla gravità delle accuse formulate nel mandato di arresto della CPI e da quanto rinvenuto dalla polizia giudiziaria italiana al momento del suo arresto, il 19 gennaio 2025, ovvero un’ingente somma di denaro contante e un’ottica da fucile”. Tutto indebitamente restituito, rimprovera la procura della Cpi. “Così hanno deciso i giudici” si limita a rispondere Mantovano.
(da La Repubblica)

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