Aprile 1st, 2014 Riccardo Fucile
IL VERBALE DELL’INTERROGATORIO DI LORENZO COLA: TUTTI I DETTAGLI DELLA CENA IN CUI ALEMANNO INDICA A CHI VERSARE IL “RESTO” DELLA MAZZETTA PER I FILOBUS
Un verbale di interrogatorio di otto pagine (sin qui inedito in quelle sue parti rimaste a lungo
protette da omissis) dimostra che ci sono uomini politici decisamente più fortunati di altri quando inciampano nel codice penale.
E che Gianni Alemanno è uno di questi.
Le carte in questione, che documentano come, quando e in che modo l’ex sindaco di Roma pretese un finanziamento illecito di 200 mila euro in una nota e macroscopica vicenda di corruzione (l’appalto per una fornitura di 45 filobus destinati al cosiddetto “corridoio Laurentina” per la quale la Breda-Menarini, controllata di Finmeccanica, pagherà una tangente di 700 mila euro, 500 mila dei quali destinati al ventriloquo e tesoriere del sindaco, Riccardo Mancini), portano infatti la data del 1 marzo 2013 e tuttavia rimangono per un anno esatto un “mistero glorioso”.
Di più, l’iscrizione al registro degli indagati con altri 19 dell’allora sindaco, ancorchè un segreto di Pulcinella, diventa di pubblico dominio solo nell’ottobre del 2013, nel momento in cui il nostro è politicamente morto (ha lasciato il Pdl ed è stato sconfitto qualche mese prima da Ignazio Marino) e la Procura di Roma chiede una proroga delle indagini sul suo conto.
Insomma, poco più che una curiosità , che Alemanno, in quei giorni, può serenamente liquidare con il distratto fastidio con cui si scaccia un moscerino: «Per quello che mi risulta – scrive in una nota alle agenzie di stampa – si tratta della coda di una vecchia inchiesta. Un atto dovuto per i necessari approfondimenti da parte degli inquirenti. Sono sereno e ho fiducia nel lavoro della magistratura».
«Un atto dovuto», «una coda di una vecchia inchiesta». Insomma, roba da niente.
Poco più che una formalità . Bene.
Le cose stanno davvero così?
Il verbale di otto pagine documenta il contrario.
Interrogato dal pm Paolo Ielo, a parlare è Lorenzo Cola, il facilitatore della Finmeccanica di Guarguaglini e Borgogni, l’ex estremista di destra con una passione per i cimeli del Fascio e del Terzo Reich, travolto, a partire dal 2011, nelle inchieste sugli appalti Enav.
Ebbene, nel tirare i fili di una vicenda di malversazione in cui gli viene chiesta da Finmeccanica una «facilitazione gratuita» per il pagamento di una tangente su appalto (i filobus, appunto) ritenuto dalla holding il passepartout per sedersi al ricco tavolo dei lavori per la linea C della Metropolitana, Cola svela come a Roma, negli anni della giunta di centro- destra, il Sistema prevedesse che non si muovesse un mattone e comunque un centesimo di spesa pubblica senza dover pagare dazio all’uomo battezzato dall’allora Sindaco come grande collettore, Riccardo Mancini.
E ancora: che quel Sistema fu personalmente “aggiornato” da Alemanno, con l’indicazione di un altro tragitto per le tangenti, allorchè il Sindaco scoprì che Mancini non rispondeva più con la fedeltà che era pretesa.
Forse perchè ingolosito. O, più probabilmente e come le indagini della Procura stanno verificando, perchè chiamato a rispondere anche ad altri padroni, meno malleabili e più cattivi di Alemanno.
Diciamo pure vecchi fantasmi di un lontano passato datato anni ’70-’80, in “batterie” dove criminalità organizzata e violenza politica (i Nar) avevano trovato la loro sintesi.
Cola, dunque.
Nel suo racconto, la scena madre che ha come protagonista Alemanno si consuma una sera di «fine 2009», nell’elegante appartamento che in quel momento abita ai Parioli. Anna, la domestica polacca, e Canti, la cuoca indiana, servono a tavola cinque uomini. Cola e i suoi quattro ospiti. «Pier Francesco Guarguaglini (allora presidente di Finmeccanica), il sindaco Gianni Alemanno, Fabrizio Testa (suo uomo e allora presidente di Technosky, controllata Enav), e Pietro Di Paoloantonio (altro suo fedelissimo, futuro assessore regionale con la Polverini e oggi consigliere regionale del Ncd)».
Racconta Cola: «Alemanno mostra di essere a conoscenza dei pagamenti intervenuti a favore di Mancini (i 500 mila euro per i 45 filobus, ndr), ma il tipo di reazione che ha evidenzia che non erano pagamenti con lui concordati e manifesta molto fastidio per ciò che è avvenuto».
Un fastidio, evidentemente, che non ha a che fare con l’indignazione di chi scopre le stimmate della corruzione nel suo cerchio magico.
Al contrario, la furia di chi ha scoperto di essere stato “fottuto”. E infatti, prosegue Cola, ecco cosa accade a quel tavolo.
«In quella sede, si modifica l’originario accordo, per cui i residui 200 mila euro dell’accordo originario saranno pagati a Di Paoloantonio, rappresentante dell’articolazione del Pdl riconducibile al sindaco Alemanno nel consiglio regionale ».
In realtà , Di Paoloantonio (o se si preferisce Di Paolo, perchè è il nuovo cognome che ha scelto da qualche tempo) è qualcosa di più per Alemanno.
È un affare di famiglia. Ha sposato infatti Barbara Saltamartini, oggi deputata del Nuovo Centro-destra di Alfano e alla fine degli anni ’90 legata sentimentalmente ad Alemanno, che la “inventa” politicamente dal nulla.
Di Paolo, in altri termini, è Alemanno.
Se possibile, quanto e più di Mancini. Con il vantaggio di non dover rispondere ad altri inconfessabili padroni.
E infatti «il nuovo accordo » non conosce imprevisti. I 200 mila euro chiesti dal Sindaco arrivano.
Ricorda Cola: «Parlai con Testa che mi confermò che i soldi erano stati consegnati a Di Paoloantonio, cosa che mi confermò a sua volta Maurizio Iannilli. Mi disse anche che la provvista era stata realizzata da Subbioni, amministratore di Electron, controllata Finmeccanica, con operazioni su san Marino, anche se non so in che modo».
Ora, una domanda: quante altre “operazioni” in conto Alemanno sono passate per Di Paoloantonio dal 2010 in avanti?
Carlo Bonini
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 21st, 2014 Riccardo Fucile
UNA PROVVISTA DI 30.000 EURO DESTINATO A UN FALSO SONDAGGIO SUI SERVIZI SCOLASTICI
L’ex presidente della Regione Lazio Renata Polverini e l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno
sono indagati dalla procura di Roma per finanziamento illecito dei partiti. Due persone, Fabio Ulissi, già collaboratore dell’ex sindaco, e Giuseppe Verardi, ex manager della società di consulenza Accenture, sono finiti agli arresti domiciliari.
Le misure sono state emesse nell’ambito dell’inchiesta dei pm Paolo Ielo e Mario Palazzi.
A eseguire le ordinanze ai domiciliari gli uomini del nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza ed i carabinieri del Ros.
FALSE FATTURE
L’accusa, secondo quanto si è appreso, fa riferimento ad una provvista di danaro di circa 30 mila euro, realizzata con false fatture di Accenture e destinata ad un falso sondaggio sulla qualità dei servizi scolastici, in prossimità delle elezioni regionali del Lazio vinte dalla Polverini.
L’inchiesta prese le mosse da una denuncia della stessa società di consulenza. Nell’ordinanza sono citati sette indagati, alcuni per frode fiscale, ma complessivamente le persone iscritte nel registro degli indagati sono nove.
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 9th, 2013 Riccardo Fucile
O FORSE NON HA AVUTO GARANZIA DI UNA CANDIDATURA SICURA ALLE EUROPEE ED E’ PASSATO A FRATELLI D’ITALIA? … IL DILEMMA: TRASLOCA CON O SENZA PARENTI?
Addio al Popolo della Libertà .
L’ex sociale Gianni Alemanno ha deciso di lasciare il partito per entrare ufficialmente in Officina Italia, il nuovo laboratorio politico di Fratelli d’Italia.
Nel suo ultimo giorno da membro del Pdl, l’ex esponente di Alleanza nazionale ha telefonato a Silvio Berlusconi, a cui ha augurato in “bocca al lupo” e ribadito (in modo disinteressato, ovvio) la propria fiducia, rimandando a una collaborazione futura come appartenenti alla stessa coalizione.
In pratica lascia il Pdl pr poi allearsi con il Pdl.
Nel corso di Agorà su RaiTre, Alemanno ha specificato che il Cavaliere sapeva della sua scelta da “inizio estate” (povero Silvio, sarà rimasto tormentato per mesi alla prospettiva…)
E aggiunge: “Sono uscito dal Pdl anche perchè ero stanco di un partito che non faceva i congressi. Per la nuova Forza Italia ci sarà un futuro solo se diventerà un partito normale, che come tutti i partiti normali fa i congressi”.
E qua si rasenta l’umorismo, come se lui non fosse rimasto nel Pdl, anche con compiti di governo, pur senza congressi.
Non solo, finge di dimenticarsi che ha passato anni in An senza che si facessero congressi veri: gli ultimi congressi reali a cui ha partecipato sono stati quelli del Msi dove i congressi erano spesso lacrime e sangue, passione politica e cuori che battevano forte.
Ma era un altro Alemanno: forse un suo parente?
Quanto all’iniziativa lanciata da Fratelli d’Italia, ha specificato che “è il tentativo di creare un nuovo un nuovo soggetto politico di centrodestra, che non si chiamerà però Alleanza nazionale” e che non vedrà coinvolto Gianfranco Fini.
L’essenziale è che sia alleato con Berlusconi.
Infatti, alla domanda del conduttore Gerardo Greco sul possibile coinvolgimento del fondatore di Fli, risposta netta di Alemanno: “No, Fini ha deciso di uscire dalla politica, e di scrivere libri”.
Oguno avrà la propria specializzazione insomma: Fini scrive di politica italiana, Alemanno si è invece specializzato in umorismo…
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Ottobre 9th, 2013 Riccardo Fucile
SI TRATTA DELL’INCHIESTA SULLA PRESUNTA MAZZETTA VERSATA DALLA MENARINI BUS PER LA FORNITURA DI 45 MEZZI
L’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno è indagato dalla procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta mazzetta versata da Menarini Bus per la fornitura di 45 bus alla società Roma Metropolitane.
Finanziamento illecito il reato ipotizzato dal pm Paolo Ielo.
Nel fascicolo della procura di roma in cui sono iscritti i nomi di Alemanno e Pierfrancesco Guarguaglini, sono chiamati in causa tra gli altri il commercialista Marco Iannilli, già coinvolto nelle inchiesta sugli appalti di Finmeccanica o quella riguardante l’acquisto di filobus per il cosiddetto ‘corridoio Laurentina’; come l’ex amministratore delegato dell’ente Eur, Riccardo Mancini; gli imprenditori Roberto Angelo Ceraudo; Edoardo D’Incà levis; Francesco Subbioni e Fabrizio Franco Testa.
A seconda delle posizioni processuali i reati vanno dall’estorsione all’emissione di fatture per operazioni inesistenti, alla corruzione, al favoreggiamento e finanziamento illecito.
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Luglio 25th, 2013 Riccardo Fucile
IL TENTATIVO DI RECUPERARE UN RUOLO NAZIONALE, MA ALFANO GLI HA CHIUSE LE PORTE… AUGELLO E SALTAMARTINI RESTANO NEL PDL… RESISTENZE DELLA MELONI CHE TEME DI ESSERE OSCURATA, MA LA RUSSA E CROSETTO SONO FAVOREVOLI
La data per lo “sganciamento” non è ancora stata fissata e anche sull’approdo desiderato, per adesso, ci sono delle resistenze.
Ma ormai l’addio di Gianni Alemanno al Pdl sembra proprio cosa fatta.
Un mese e mezzo dopo la bruciante sconfitta elettorale, l’ex sindaco di Roma ha deciso che il suo futuro non coinciderà con quello della formazione fondata da Silvio Berlusconi.
Una frattura maturata nell’arco di poche settimane, in coincidenza con la scelta del Cavaliere di trasformare il Pdl in una Forza Italia 2.0.
Alemanno l’aveva spiegato proprio a Repubblica un mese fa: “Se l’idea è tornare a Forza Italia, al partito-azienda, per me non resterebbe altro che pensare a un soggetto politico nuovo”.
Da allora, da metà giugno, Alemanno ha ragionato con i suoi fedelissimi, ha avuto colloqui con pezzi importanti del centrodestra, ha incontrato sia Angelino Alfano sia lo stesso Berlusconi per cercare di spuntare la collocazione interna al partito che ritiene di meritare dopo i 5 anni alla guida della capitale.
Dal segretario del Pdl ha trovato porte sbarrate, dal leader, invece, quasi una “benedizione” davanti alla sua prospettiva-minaccia di lasciare il partito.
E così, dopo aver esplorato con Italo Bocchino (ex braccio destro di Gianfranco Fini dentro Fli) la possibilità di mettere in piedi una formazione nuova per intraprendere un percorso fino alle Europee del 2014 (dove però esiste uno sbarramento del 4%), Alemanno ha deciso di riavvicinarsi al vecchio “colonnello” di An, Ignazio La Russa, oggi una delle tre gambe di Fratelli d’Italia.
Sarebbe, infatti, proprio la formazione guidata anche da Fabio Rampelli e Guido Crosetto l’approdo auspicato dall’ex sindaco di Roma.
Il suo ingresso non è stato ancora ufficializzato e sembra che Alemanno voglia comunque aspettare qualche settimana prima dell’annuncio che avverrà , in ogni caso, dopo la sentenza della Cassazione sul processo Mediaset che pende sul capo di Berlusconi.
Un altro po’ di tempo servirà a smorzare le resistenze di Rampelli ad accogliere nella sua formazione l’ex primo cittadino, la cui presenza dentro Fdi rischia di oscurare Giorgia Meloni.
Dall’altra parte, a spingere per l’ingresso di Alemanno sarebbero invece Crosetto e La Russa che sul territorio romano e laziale si sentono in minoranza.
In ogni caso, il passaggio sarebbe “personale”.
Nessuno della vecchia “corrente” alemanniana del Pdl sarebbe pronto al salto con il leader. Nè Vincenzo Piso nè Barbara Saltamartini nè Pietro Di Paolantonio lo seguirebbero in Fratelli d’Italia, pronti invece a giocarsi la loro partita restando nel Pdl.
E anche Andrea Augello, coordinatore della campagna elettorale dell’ex sindaco, disapproverebbe il cambio di casacca.
Dopo anni di immobilismo, dunque, si scompone la geometria sulla quale si reggeva il centrodestra romano.
Sulla reale trasformazione, però, c’è chi resta scettico: “Non cambierà nulla, figuriamoci. Non vedo nessun terremoto alle porte”, afferma un dirigente pidiellino.
E mentre dai Fratelli d’Italia si limitano a confermare solo alcuni colloqui con Alemanno, dal Pdl sono molto più pronti ad annunciare, sotto anonimato, che “lui per noi è già fuori dal partito. Non c’è più spazio. Anzi, abbiamo proprio cambiato le serrature”.
Mauro Favale
(da “La Repubblica”)
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Luglio 24th, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI: “ANCHE SE CONDANNATO TERRO’ IN VITA IL GOVERNO PER ALMENO DUE ANNI”… L’EX SINDACO DI ROMA RITROVA UNA SORELLA E TANTI FRATELLI
Il ritorno a Forza Italia a settembre è cosa fatta.
Non si torna più indietro, avverte Silvio Berlusconi.
Interdizione o no, quel grande comitato elettorale che è sempre stato il partito in stile ’94 dalla ripresa sarà di nuovo su piazza.
Addio Pdl, coi suoi organi dirigenti, addio segretario, solo facce nuove, giovani, abili manager a caccia di fondi e un coordinatore unico nazionale.
Il Cavaliere resta blindato ad Arcore, ormai proiettato solo sulla sentenza di Cassazione della settimana prossima.
Sempre più convinto di un esito nefasto ma non per questo a far cadere il governo: «Lo terrò in vita comunque, almeno due anni».
Ad ogni modo, per ogni evenienza, rilancia il partito personale.
«Nulla è escluso dopo il 30 luglio, di certo non resteremo mani nelle mani, non accetteremo una sospensione della democrazia» ripetono i più “interventisti” tra chi gli parla in queste ore da Roma.
Ad Arcore invece per tutto il pomeriggio sono stati con lui Daniela Santanchè e Denis Verdini per valutare il da farsi dopo la sentenza e i dettagli organizzativi del “lancio” forzista.
Anche perchè, come sostiene nelle stesse ore al Tg3 Renato Brunetta, con la condanna di Berlusconi «la parola torna al popolo sovrano: di fronte a una ferita del genere, il problema non è il governo, l’imu, l’iva, ma la democrazia nel nostro paese».
Quello stesso capogruppo che pure in mattinata aveva proposto un «patto di legislatura» che blindi il governo Letta per i prossimianni.
Linea ondivaga, come l’umore a fasi alterne del Cavaliere, racconta chi lo frequenta. In mattinata, il leader si è affidato a Facebook per confermare: «Abbiamo deciso di tornare a Forza Italia perchè vorremmo rivolgerci, come ci riuscì 20 anni fa, ai giovani e ai protagonisti del mondo del lavoro per chiedere di interessarsi al nostro comune destino. Spero che con il lancio di settembre possano aggiungersi a noi tanti italiani». Confortato del resto dagli ultimi sondaggi consegnati da Alessandra Ghisleri: il nuovo-vecchio partito sarebbe già a ridosso del 30 per cento, spingendo il centrodestra al 35, col centrosinistra un soffio dietro.
Venti elettorali che stridono con la tesi di chi sostiene che Berlusconi, al contrario, si sia convinto della necessità di reggere anche in caso di interdizione un governo Letta destinato, in assenza di incidenti, a proiettarsi fino al 2015, dopo il semestre di presidenza europea.
«Il capo, come Grillo, si prepara a restare il leader fuori dal Parlamento, per consolidare nel frattempo Mediaset portandola fuori dalla tempesta finanziaria» spiega uno dei dirigenti Pdl di primo piano.
Non a caso, colombe come l’altro capogruppo, Renato Schifani, spiegano in serata al Tg1 che «gli italiani si aspettano grande senso di responsabilità e il Pdl è pronto a fare la sua parte».
C’è però chi lascia già il partito, come Gianni Alemanno per approdare a Fratelli d’Italia, con la sponsorizzazione di La Russa.
Annuncio ufficiale rinviato di qualche settimana per evitare concomitanze con la sentenza di Cassazione.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Giugno 11th, 2013 Riccardo Fucile
LACRIME E CASTA: LICENZIATO LUI, SISTEMATA LEI
Tra la tangenziale di Roma e piazzale delle Province, il civico uno di via Giano della Bella è un
sito di archeologia industriale.
Da ieri è anche un simbolo di archeologia politica.
Perchè è qui che Gianni Alemanno ha organizzato il suo comitato elettorale ed è qui che il sindaco uscente si mette a piangere quando il disastro delle urne è chiaro da subito.
Alemanno, che i suoi camerati definiscono “un combattente con due palle così”, si abbatte tra le braccia di Antonio Lucarelli, il capo della sua segreteria, ed esplode in un pianto dirompente. Sconforto, rabbia, stress.
Qualcuno, sottovoce, azzarda una battuta consolatoria: “Poteva andare peggio”.
Cioè, non arrivare nemmeno al trenta per cento.
Ma anche quando capitola, il potere nero della Capitale mantiene la sua sfrontatezza. Stavolta al fianco di Alemanno c’è la moglie Isabella Rauti fu Pino. Dio, casta e famiglia. Nel giorno in cui il marito perde la poltrona, lei ne guadagna una grazie al ministro amico dell’Interno.
Angelino Alfano, del Pdl come Alemanno, la nomina consulente contro i femminicidi “per l’alta professionalità e l’impegno costante nel settore”.
Formuletta di prammatica per giustificare l’incarico alla Rauti. Almeno potevano scegliere un giorno diverso. Poi dici l’arroganza della casta.
Le agenzie battono la notizia che l’intera famiglia Alemanno (Gianni, Isabella e il figlio adolescente Manfredi) è radunata nel comitato elettorale.
Sono le 13 e 30. Una pausa pranzo comunque mesta.
Da giorni i fatidici sondaggi che non si possono divulgare sui media annunciano la catastrofe del sindaco uscente.
Il primo ad ammetterlo, a urne chiuse, è Andrea Augello, sveglio senatore del Pdl con la nomea del Goffredo Bettini di destra.
Il modello Alemanno, però, tramonta dopo soli cinque anni a colpi di astensionismo e scandali.
Augello è il coordinatore della campagna elettorale e fa il profeta di sventura che sono le 15 e 30: “La sconfitta è evidente, Marino è il nuovo sindaco”.
Qualche ora più tardi integrerà , tra calcoli di voti e astensioni, tra realtà e autoconsolazione: “È l’unico sindaco al mondo con l’opposizione al 70 per cento”. L’ormai ex sindaco è circondato da fedelissimi e alleati.
È il momento di cominciare a mettere la faccia sulla sconfitta. Tra le prime, al comitato, a farsi intervistare dalle tv è Barbara Saltamartini, deputata del Pdl e alemanniana d’acciaio.
Ripete come un mantra le due parole d’ordine che poi saranno riprese da tutti gli altri: “Aprire una riflessione” e “Pensare al radicamento”.
Riflessione e radicamento, a oltranza. Lo stesso Alemanno vuole riflettere. La sala stampa è quasi all’aperto. C’è il sole.
Il marito della nuova consulente di Alfano si presenta alle sedici passate: “Ho appena telefonato a Marino per fargli le mie congratulazioni e per mettermi a disposizione. Il risultato è netto, è evidente che l’astensionismo è stato troppo forte, il numero delle persone che hanno votato per me è sostanzialmente lo stesso tra primo e secondo turno. Il problema vero è il comprendere l’allontanarsi dei romani dalla partecipazione politica. Occorre aprire una riflessione nella destra su Roma e sul piano nazionale”.
Per il comitato vagano tante facce note della politica nazionale e romana.
C’è l’ex finiano Andrea Ronchi che parla con due donne.
Più in là , l’ex udc Luciano Ciocchetti, ras delle preferenze, non smentisce la sua fama di uomo concreto. Tiene banco in un capannello e chiede brusco ai suoi: “Ahò, Marchini quando seggi ha preso? Se lui rinuncia chi entra in consiglio? ”.
Ognuno ha un orto da curare e sorvegliare. Alemanno ritorna dai giornalisti dopo le diciotto. Mostra il petto agli sfottò della sinistra. Vuole morire in piedi: “Mi assumo io tutte le colpe e le responsabilità , non voglio fare lo scaricabarile. Ma questo non è un De Profundis, non scompariremo, c’è ancora bisogno di noi”.
Saluta e ringrazia l’onnipresente moglie Isabella e l’applauso finale è quasi un’ovazione.
Il convitato di pietra in questo comitato è Silvio Berlusconi.
Salvezza e dannazione, allo stesso tempo, del centrodestra.
Il solito Augello chiarisce: “Non è colpa di Berlusconi questa sconfitta. Sono tutte speculazioni tattiche. Un nuovo partito? Non serve e Gianni rimarrà a fare il consigliere comunale. Qui il problema è recuperare i delusi. E lo fai se crei reti nuove, non altri partiti”.
Vincenzo Piso è un duro che viene dalla destra sociale di An, la stessa corrente di Alemanno. Oggi è coordinatore regionale del Pdl. Dice: “Il Pdl mi ricorda il Napoli di Maradona e quando Maradona non giocava erano guai”.
Maradona, ovviamente, è il Cavaliere
Alle sette di sera si smobilita ed ecco materializzarsi un’altra scena forte del disastro romano.
La sala stampa è vuota e Francesco Storace della Destra si siede dove prima c’era Alemanno. Si mette a scrivere sull’Ipad.
Un editoriale per il suo quotidiano online, il redivivo Giornale d’Italia.
Ha le idee chiare: “È mancata la faccia del Capo. Qui c’è gente che se farebbe ammazzà pè lui e lui invece se n’è fregato”.
Il Capo è il Maradona di prima.
Alemanno ha perso. Di chi è la colpa?
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 11th, 2013 Riccardo Fucile
LA CITTà€ VOTA A METà€ E SCEGLIE MARINO
Ha stravinto lui, il chirurgo che pareva un marziano. 
Capace di doppiare l’avversario, e di prendersi tutti i (nuovi) 15 municipi della Capitale.
Vittoria da record in riva al Tevere, da quando esiste l’elezione diretta del sindaco: come da primato è stata l’astensione.
Ignazio Marino è il nuovo sindaco di Roma, eletto con il 63,93 per cento, a fronte del 36,07 dell’uscente Gianni Alemanno.
Sarà l’ex senatore a caricarsi sulle spalle una città stufa della politica, dove nel ballottaggio ha votato solo il 45,05 per cento dei romani.
Sufficiente per mostrare il cartellino rosso al sindaco uscente, l’Alemanno che il 28 aprile di cinque anni fa era entrato in Comune tra i saluti romani.
Marino ha subito chiarito: “Stasera (ieri, ndr) non andrò in Campidoglio, quel palazzo ha una sua sacralità e i cambi di consegna debbono avvenire in maniera formale”. Ovvero, non ha fatto come Alemanno, che nel 2008, a urne ancora calde, si presentò davanti al Palazzo Senatorio.
Festeggiava i suoi oltre 780 mila voti, e un’impresa storica per la destra ex missina. Questa volta, nel secondo turno, Alemanno ha raccolto solo 374 mila consensi: praticamente gli stessi che aveva preso il 26 maggio (364 mila), con 19 candidati in corsa.
L’astensione, il nemico che il sindaco aveva provato a battere con appelli e manifesti disseminati per tutta Roma (“Vince chi vota”), gli è stata fatale.
Quel poco che è rimasto nelle urne si è spostato verso Marino, passato dai 512 mila voti del primo turno agli oltre 664 mila di domenica e lunedì.
Parte degli elettori di Cinque Stelle e Alfio Marchini ha scelto il chirurgo. Ma in tanti sono rimasti a guardare.
E il conto finale ricorda che Marino è stato scelto dal 28 per cento dei romani.
Poca gente alle urne, insomma, sia in centro che in periferia. Ma ovunque lo stesso risultato: municipi al centrosinistra.
Vittorioso persino nel XV (Salario-Tor di Quinto) roccaforte della destra, dove al primo turno il candidato del Pdl era in testa di 15 punti.
Ieri è stato ribaltone, grazie al traino di Marino: addirittura al 69 per cento, nella “rossa” Garbatella (VIII) dove pochi giorni fa Alemanno era stato contestato.
“Meglio di Veltroni nel 2006” ricordavano ieri dal Pd. Perchè quella volta il sindaco venne rieletto con il 61 per cento, proprio contro Alemanno, e tutti i municipi andarono a sinistra, tranne uno.
Ma in quel caso, prima del recente accorpamento, erano 19. Bene Marino, comunque. Vincitore chiaro sin dai primi minuti dopo la chiusura dei seggi. “Mi pare evidente che abbia vinto lui” ammetteva alle 15,26 Andrea Augello, il coordinatore del comitato Alemanno.
In tv e sulle agenzie, gli instant poll anticipavano che la partita non poteva riservare sorprese.
Poco dopo le 16, in grande anticipo sull’orario previsto, Alemanno si presentava davanti ai microfoni nel suo comitato: “Ho appena chiamato Marino per congratularmi”.
Riconosceva che “il risultato è netto” e prometteva “un’opposizione seria e non distruttiva, nell’interesse di Roma.
Al sindaco lasciamo un Comune risanato”. Soprattutto, precisava: “Dobbiamo fare autocritica, ma mi prendo tutte le responsabilità . Ringrazio il Pdl, e non ho recriminazioni verso Berlusconi: c’è stato con i suoi mezzi come le videointerviste”. Poi abbracci ai collaboratori e qualche lacrima. P
oco dopo, Marino ha pronunciato le sue prime parole da sindaco.
L’uomo che ha vinto da candidato simil-civico, lasciando spesso il Pd sullo sfondo, ha ringraziato subito “il partito e i partiti: dicono che sono stati lontanti ma è proprio l’opposto, quelle persone le ho viste lavorare anche per 36 ore”.
Marino vuole vedere “la gente che torna a sorridere per strada”. E promette: “Almeno una volta alla settimana girerò per la città . I nuovi bus, quelli più belli, dovranno andare nelle periferie”.
Chiosa con slogan: “Abbiamo liberato Roma, e ora daje”. In serata, il neo-sindaco ha festeggiato con famiglia e staff.
Enrico Gasbarra, segretario Pd Lazio e cerniera tra Marino e i moderati del partito, celebra: “Con Marino le istituzioni tornano patrimonio di tutti: e poi il Pd ha vinto in tutto il La-zio”.
Enrico Letta, da buon premier delle larghe intese, ha telefonato a Marino e Alemanno. Ma sulle agenzie ha insistito molto sull’astensione.
Da oggi, parte il toto giunta. Marino aveva assicurato: “Sceglierò gli assessori fuori dai partiti, mandate i curricula”.
Ma qualche nome alle liste lo concederà . Probabile che peschi anche tra i 29 consiglieri di maggioranza, nel primo consiglio comunale con 48 membri dopo la riforma di Roma Capitale. Ricorre il nome di Gemma Azuni (Sel), già candidata alle primarie del centrosinistra.
Forte anche l’ipotesi Paolo Masini, consigliere uscente del Pd, zingarettiano.
Possibile Andrea Mondello, ex presidente della Camera di commercio, vicino a Marchini.
Voci sul deputato Walter Tocci (Pd), vicesindaco con Rutelli.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 9th, 2013 Riccardo Fucile
DOMANI ROMA RISCHIA DI PERDERE IL SUO PRIMO SINDACO DI DESTRA… QUANDO FU ELETTO I TASSISTI FECERO I CAROSELLI IN CITTà€… ORA, TRA PARENTOPOLI E AMICI INDAGATI, È DATO IN FORTE CALO
Entrò in Campidoglio più incredulo che felice, con tanti saluti romani a fargli da ala e i clacson dei
tassisti a strombazzare come colonna sonora.
Cinque anni dopo quel 28 aprile 2008 in cui venne eletto sindaco di Roma, battendo il favorito Francesco Rutelli, Gianni Alemanno deve guardare negli occhi la sua grande paura.
Quella di perdere il Palazzo Senatorio: forse l’ultimo fortino della destra figlia più o meno diretta dell’Msi di cui Alemanno fu orgoglioso dirigente.
La destra che Berlusconi ha sempre sopportato come un passeggero che non si può far scendere, ma a cui non si possono lasciare i comandi.
Il sindaco, orfano di B., dei tassisti e di tanta destra spera ancora nella rimonta su Marino. E forse ripensa agli anni della sua giunta.
Tali da riempire un dizionario degli errori.
Camerati
Durante il lustro di Alemanno, le società comunali hanno accolto tanti reduci dell’estrema destra. Come Stefano Andrini, nominato nel settembre 2009 ad dell’Ama Multiservizi, municipalizzata che si occupa di rifiuti.
L’avventura di Andrini come ad è finita pochi mesi dopo: coinvolto nell’inchiesta sul senatore Pdl Di Girolamo (accusato di riciclaggio e compravendita di voti), si è dimesso.
In Campidoglio sbarcò anche Mario Vattani. Venne scelto da Alemanno come consigliere diplomatico, ma ruppero nel maggio 2010.
Tanti altri i nomi: da Francesco Bianco, ex Nar assunto dall’Atac (municipalizzata dei trasporti) e sospeso per aver ospitato insulti antisemiti su Facebook (è stato poi riassunto), a Gianluca Ponzio, ex Terza Posizione, capo servizio relazioni industriali in Atac.
Mancini
Solo a sentirne il cognome, Alemanno s’infuria. Riccardo Mancini, ex ad di Eur Spa ed ex tesoriere del comitato Alemanno, è stato arrestato in marzo con l’accusa di aver intascato una mazzetta da 600mila euro per pilotare un appalto da 45 filobus in favore della Breda Menarini.
Ha ammesso di aver ricevuto 80mila euro, che ha poi restituito alla Breda, ottenendo i domiciliari.
Alemanno ripete da mesi: “Mancini non era il mio braccio destro”. Ma come tesoriere scelse proprio l’ex Avanguardia Nazionale, condannato nel 1988 a un anno e 9 mesi per violazione della legge sulle armi. Colpisce un’intercettazione dello scorso settembre, in cui Alemanno strapazza così Mancini: “Perchè non m’hai chiamato? Ma che cazzo c’avete nel cervello? Uno vi aiuta, non c’è niente da fa’, capito? Siete scemi”.
Metro
L’ha inaugurata nel giugno 2012, convinto che fosse il volano per recuperare consensi.
Ma la metro B1, prolungamento della linea B con 3 fermate in 4 chilometri, è stata una Caporetto per Alemanno.
Già il giorno dopo il varo, la linea si è bloccata per 40 minuti: il primo di innumerevoli guasti e ritardi.
L’Atac ha puntato subito il dito contro i macchinisti, accusandoli di sciopero selvaggio. E il sindaco si è accodato, invocando il prefetto.
Ma il personale ha sempre smentito: “Gli straordinari sono all’ordine del giorno”. Alemanno ha nominato una commissione sul caso, che ha dato una chiara risposta: “Le cause sono imputabili a problematiche organizzative e tecniche che avrebbero dovuto trovare soluzione prima dell’apertura degli impianti”.
Tradotto, la B1 è stata aperta troppo presto, senza personale e mezzi necessari.
Neve
Nel febbraio 2012, su Roma cadono tra i 30 e i 60 centimetri di neve: abbastanza per paralizzare la capitale d’Italia, con code di decine di chilometri sul raccordo anulare e mezzi pubblici in gran parte fermi.
Il sindaco se la prende con la Protezione Civile: “Ci avevano annunciato 35 millimetri di neve”.
Il capo Dipartimento, Franco Gabrielli, replica: “I 35 mm sono riferiti a cumulate di precipitazione di acqua equivalente: se riferiti a neve si trasformano in centimetri”. Nel frattempo, criptiche ordinanze sull’obbligo o meno delle catene per le auto e caos nelle scuole: aperte, ma con dentro solo insegnanti e impiegati.
Una foto impietosa ritrae gli operatori comunali con pacchi di sale da cucina.
Pajata
L’ha ammesso persino lui: “Il pranzo con Bossi non lo rifarei”. Il pasto, consumato nell’ottobre 2010 in piazza di Montecitorio, doveva sancire la pace tra Roma e Padania dopo una battutaccia del senatur: “Sono porci questi romani”.
Alemanno e Renata Polverini mangiarono pajata e coda alla vaccinara assieme al padre della Lega. La governatrice imboccò più volte Bossi.
Parentopoli
Nell’era Alemanno, Atac e Ama hanno assunto circa 2000 persone: in parte con chiamata diretta, con buona pace di bandi.
Negli atti dello scorso settembre, la procura elencava 49 casi sospetti in l’Atac: dalla moglie di un assessore al nipote dell’ex ad Adalberto Bertucci, sino a diversi dirigenti Pdl.
Ma il volto simbolo rimane un’ex cubista, segreteria di un dirigente.
L’Ama ha dato un lavoro, tra gli altri, al genero dell’ex ad Franco Panzironi e alla figlia del caposcorta del sindaco, Giorgio Marinelli, dimessosi dopo l’esplodere del caso (il figlio era stato assunto in Atac).
In tv, Alemanno ha rivendicato: “Su 2000 assunzioni i casi su cui si indaga sono solo 80”.
Gli 850 assunti in Atac costano decine di milioni, a un’azienda che nel 2012 ha chiuso con perdite per 157 milioni e che in 5 anni ha cambiato sei ad.
Sicurezza
Per Alemanno fu la chiave per arrivare al Campidoglio.
Nella campagna contro Rutelli, l’ex An parlò di “una città in pericolo”, visitando i luoghi di aggressioni e omicidi.
Ma nei suoi anni da sindaco è esplosa la guerra tra bande, con sangue a profusione.
E Alemanno ha scoperto una verità : “Non esiste la bacchetta magica, sulla repressione dei reati ho le mani legate”.
La nemesi, per il sindaco che prometteva ordine.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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