Destra di Popolo.net

ALFANO AIR, OGNI FINE SETTIMANA IN VOLO DI STATO SICILIA-ROMA

Agosto 22nd, 2015 Riccardo Fucile

NON C’E’ WEEKEND IN CUI IL MINISTRO NON SIA CHIAMATO IN SICILIA DA “IMPEGNI ISTITUZIONALI” A NOSTRE SPESE

Angelino Alfano fa una vitaccia. Lavoro, lavoro, sempre lavoro. Specialmente in Sicilia, specialmente nei weekend.
Il lettore potrebbe obiettare: è la sua regione, ha casa ad Agrigento, magari torna a riposarsi dalle pesanti responsabilità  settimanali di ministro dell’Interno.
E invece no: lavora, è fatto certo.
Se non lavorasse, infatti, se non avesse inderogabili impegni istituzionali regolarmente certificati, non avrebbe potuto volare con “l’aereo blu” da Roma a Catania e da Catania a Roma tutti i weekend da fine giugno a oggi, com’è facile constatare dall’elenco che l’Ufficio voli di Palazzo Chigi pubblica (per legge) online.
Testimoni degni di fede sostengono che poi — espletate presto o tardi le sue delicate funzioni di capo del Viminale— Alfano passi in barca gran parte del weekend, ma secondo noi sta ancora lavorando: pattuglia le coste sicule, ad esempio quella della riserva naturale di Punta Bianca, per evitare che militanti dell’Isis, travisati da richiedenti asilo o clandestini,penetrino nel suolo patrio.
La Sicilia ha bisogno di     lui, soprattutto d’estate
Certo Alfano non si occupa di Sicilia solo d’estate.
Un sindacato di polizia, il Coisp, segnalò la sua presenza in regione con apposito comunicato già  il 27 febbraio, un venerdì: “Alfano crede fermamente nella spending review e nell’inasprimento dei tagli alla Polizia. La spending review, però, non trova riscontro nelle sue trasferte istituzionali: oggi, alle 14:00 circa, è atterrato a Fontanarossa (Catania) con volo di Stato proveniente da Roma”.
A marzo, però, dall’elenco di Palazzo Chigi non risultano trasferte di Stato catanesi del nostro.
Ad aprile una sola: atterraggio giovedì 2 a Catania, ripartenza alla volta di Roma lunedì 6. È il fine settimana di Pasqua e il povero ministro, oltre a dover lavorare in Sicilia, non può nemmeno riposarsi nel dì di festa che segue la Resurrezione, d’ora in poi detto “lunedì dell’Angelino”.
A maggio, poi, la situazione in Sicilia deve essersi fatta più difficile.
Sicuramente l’emergenza sbarchi, forse i problemi al Cara di Mineo: Alfano, infatti, arriva a Catania domenica 3 e riparte da Palermo lunedì 4; torna a Palermo venerdì 9 e riparte da Catania lunedì 11; fa una capatina da e per Palermo venerdì 22 e sabato 23 e pure il weekend successivo (ripartenza da Catania).
A giugno la situazione in Sicilia si tranquillizza fino al primo fine settimana d’estate, in cui compare un volo “Alfano” da Catania a Roma (lunedì 22 giugno).
Da allora, tutti i weekend, compresi quelli di luglio, Angelino Alfano vola a Catania o Palermo il venerdì e da lì riparte il lunedì successivo (tranne domenica 12, durante la quale, tapino, è dovuto tornare a Roma).
Se ad agosto la situazione si sia calmata o meno, non si sa: ad oggi su governo.it   è disponibile l’elenco dei voli solo fino al 31 luglio.
Va detto che il ministro dell’Interno ha una idea vasta dell’impegno istituzionale.
A giugno, per dire, la mattina di sabato 6 per la precisione, Alfano s’è recato a Stoccarda per un trilaterale coi ministri tedesco e francese su immigrazione e lotta al terrorismo. Finito quello, però, il nostro s’è fatto gli oltre 500 chilometri tra Stoccarda e Berlino (la distanza da Roma, per dire, è 800 km) col volo di Stato e la sera ha potuto così accomodarsi in una poltrona vip dell’Olympiastadion per godersi la finale di Champions League tra Barcellona e Juventus (squadra di cui è “tifoso sfegatato”, dice Matteo Renzi). Qualche maligno, per finire, notò pure che a maggio — prima delle Amministrative — gli impegni istituzionali di Alfano lo costringevano a volare, oltre che in Sicilia, proprio dove si votava (Puglia, Veneto, Toscana, Liguria, Campania).
Un caso, sicuramente.     Angelino lavora sempre, è fatto certissimo
C’è chi dice che la preferenza di Sergio Mattarella per i voli di linea o il Frecciarossa sia un’ostentazione di pauperismo.
Altri sostengono che il costo dei voli non sia così alto, visto che l’equipaggio lo paghiamo comunque.
Obiezioni legittime, per carità : sicuramente non andremo in rovina per i weekend estivi in cui Alfano va a lavorare in Sicilia.
Qui infatti, oltre a compatire il povero ministro dell’Interno, costretto ogni fine settimana d’estate ad avere qualche importante riunione in Sicilia, ci limitiamo a ricordare due cose: l’incredibile aumento (quasi il 20%) delle ore volate dagli “aerei blu” nel 2014 rispetto al 2013 e cosa dicono le regole al riguardo.
La direttiva che norma la materia in dettaglio è del 23 settembre 2011, firmata dal premier Silvio Berlusconi.
L’ex Cavaliere, intanto, ha pensato di tutelarsi escludendo dall’obbligo di trasparenza le prime 5 cariche dello Stato: presidente della Repubblica, del Senato, della Camera, della Consulta e, ovviamente, del Consiglio.
I ministri, però, non sono così fortunati: per ottenere il volo di Stato, dice l’articolo 2, “debbono, congiuntamente, sussistere: a) comprovate, imprevedibili e urgenti esigenze di trasferimento connesse all’efficace esercizio delle funzioni istituzionali e l’impossibilità  di provvedere ai trasferimenti con volo di linea; b) l’accertata indisponibilità  di altre modalità  di trasporto compatibili con lo svolgimento di dette funzioni”.
Insomma, solo per lavoro e solo se proprio non c’è un volo di linea o un treno.
Di più: una circolare del 10 maggio 2013 (governo Letta) chiede che gli impegni istituzionali dei ministri e l’impossibilità  di svolgerli senza “volo blu” venga messa per iscritto in una “sintetica ma dettagliata relazione”.
Certo, potrebbero esserci motivi di sicurezza (articolo 3), che vanno però formalizzati dagli “organi preposti alla sicurezza nazionale”, vale a dire il sottosegretario con la delega ai servizi segreti, e “trattati con modalità  adeguate alla classifica di sicurezza loro apposta”.
Cioè secretati e dunque con ogni probabilità  esclusi dalla lista pubblicata online.
Per questo diciamo che Angelino Alfano fa una vitaccia: lavora tuttivitaccia: lavora tutti i fine settimana.

Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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QUEL RITO CHE DIVENTA UNA PROVA DI FORZA

Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile

PIU’ IL FUNERALE ERA SOLENNE, PIU’ LA FAMIGLIA MAFIOSA ERA RISPETTATA

Devono vivere per sempre, per l’eternità . E devono essere ricordati onnipotenti come lo erano in terra. Perchè, loro, si sentono eletti di Dio. E non uomini “qualunque”, come tutti gli altri.
Quelli che non fanno parte della speciale razza mafiosa.
Ci vogliono i cavalli neri e ci vuole la carrozza anch’essa nera.
Ci vuole la croce che manifesta la religiosità  del caro estinto. Più forte di tutto e di tutti, più della giustizia terrena c’è solo quella divina.
I Casamonica — zingari di origine abruzzese e senza grandi quarti di nobiltà  mafiosa — hanno imparato la lezione non tanto dai padrini hollywoodiani ma dai “patriarchi” che infestavano la Sicilia fin dal secondo dopoguerra.
Più il funerale era solenne e più il popolo avrebbe ricordato colui che se andava come il più amato, l’avrebbero rispettato anche oltre la vita.
Un funerale con sei cavalli neri e con una carrozza nera l’avevamo visto quasi quarant’anni fa davanti alla cattedrale di Caltanissetta, l’ultimo saluto al capostipite dei Pirrello della Valle del Besaro.
Erano pastori quei Pirrello, non aristocrazia mafiosa.
E avevano bisogno di celebrare e celebrarsi con uno sfarzoso rito funebre per prendersi una rivincita davanti a tutti.
Ma questo di Vittorio Casamonica ricorda di più — per la partecipazione di pubblico, per l’“ignaro” sacerdote che ha officiato la cerimonia — un altro funerale mafioso.
Più vero, più di sostanza.
Quello di Giuseppe Di Cristina, boss di Riesi ucciso il 30 maggio del’78. Il giorno dopo il suo paese si fermò.
Scuole chiuse, gli impiegati dell’ufficio postale postali inginocchiati nelle prime panche della chiesa madre di Riesi, le saracinesche dei bar calate.
Sul balcone della sezione della Dc sventolava una bandiera tricolore listata a lutto.
“La mafia sua non fu delinquenza: fu amore”, era scritto sul santino che i familiari dei Di Cristina distribuirono a una folla commossa proprio come quella che è arrivata ieri davanti alla chiesa di Don Bosco a Cinecittà .
È il rapporto diretto con Dio che impone a piccoli e a grandi boss funerali sempre solenni.
Lo sono stati quelli nel 1962 a Napoli di Lucky Luciano, trasportato al cimitero su una bara barocca ricca di fregi.
Lo sono stati quelli di Carlo Gambino, il capo dei capi delle 5 “famiglie” di New York, con corone di fiori e migliaia di siciliani a riverire il vecchio Charles.

Attilio Bolzoni
(da “La Repubblica“)

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AZZOLLINI SACRIFICATO SULL’ALTARE DEL GOVERNO

Luglio 8th, 2015 Riccardo Fucile

SI COMPIE IL PATTO ALFANO-RENZI PER SALVARE CASTIGLIONE E IL GOVERNO

È un grande scambio tra Renzi e Alfano quello che si compie sugli imbarazzi giudiziari del partito del ministro dell’Interno: la testa di Azzolini, dopo che era stata salvata, qualche settimana fa, quella di Castiglione e, con essa, la stabilità  di governo, appesa al destino del sottosegretario indagato sul Cara di Mineo.
È questo lo scambio.
A ore, nella Giunta per le autorizzazioni, sarà  votato, su proposta del presidente Dario Stefà no, il sì all’arresto di Antonio Azzollini, sul quale pende un’ordinanza di custodia cautelare per il crac del polo ospedaliero della Divina provvidenza.
E certo non si può dire che Ncd stia facendo le barricate per difendere il suo senatore. Che ha un ruolo di peso, come presidente della più importante delle commissioni. Parole morbide, quelle espresse dai suoi compagni di partito: “rammarico”, “solidarietà ”, accompagnate da grandi lodi alla “nobiltà  del gesto” dopo che lo stesso Azzollini, a poche ore dal voto della Giunta, si è dimesso da presidente della Commissione.
Lo scambio si materializza plasticamente quando, nelle stesse ore, prende la parola in Aula Angelino Alfano sul Cara di Mineo, le sue prime parole dopo un silenzio assordate.
In Aula il ministro dell’Interno si limita a dire poco, anzi praticamente nulla sull’inchiesta che coinvolge il suo braccio destro in Sicilia Castiglione, indagato per turbativa d’asta.
Ma la notizia — fino a un certo punto perchè il copione non è nuovo — è l’indulgenza del Pd, anche della sua sinistra che, nel giorno in cui vota un arresto, non rivolge al ministro dell’Interno nemmeno una domanda.
Eccolo il “patto” con palazzo Chigi, che si fonda sulla ragion di governo. Perchè, sussurrano i renziani, “Castiglione è Alfano e se salta lui salta Ncd, per questo l’abbiamo salvato”.
E allora il ministro dell’Interno, in Aula, si limita a fare un po’ di propaganda: “Con il commissariamento dei centri di Roma e di Mineo, su suggerimento di Cantone, abbiamo confermato quanto avevamo detto: non avremmo mai consentito che l’accoglienza potesse trasformarsi in territorio di caccia per gli affaristi e in situazioni in odore di corruzione”.
Propaganda anche sul ruolo del Viminale nella vicenda: “Il Viminale – dice Alfano – è organo garante della trasparenza e della legalità , come dimostrato dal ruolo incisivo giocato dai prefetti di Catania e Roma, attraverso il commissariamento di due delle società  coinvolte nella gestione del Cara”.
Peccato che, come al solito, i magistrati sono arrivati con le inchieste prima di tutti, della politica e del Viminale.
E la notizia del dibattito in Aula è dunque nel non detto, anzi nel non chiesto ad Alfano, ad accezioni di alcuni parlamentari come Peppe De Cristofaro di Sel proprio sulle responsabilità , anche del ministero e sue personali.
Per dirne una, Alfano non spiega come mai, dopo Mafia Capitale 1, e preso atto che Odevaine (arrestato) era componente della Commissione che ha aggiudicato la gara, non ha fatto alcun atto a Cara di Mineo, tipo ispezioni e controlli?
Oppure per dirne un’altra perchè il ministro dell’Interno sia rimasto sempre silente dopo che Cantone dice che la gara è illegittima.
Oppure, perchè non ha risposto alla lettera del 27 maggio di Cantone, che in sostanza chiede: che cosa ne pensa il ministro dell’Interno dell’appalto di Mineo per il quale Odevaine pretendeva mazzette di 10-20mila euro mensili, dai manager della Cascina grazie a una gara “illegittima”?
Chissà  se è davvero possibile che al Viminale nessun funzionario lo avesse informato del ruolo di Odevaine. Silenzio.
È l’ora dello scambio. Ncd non dice nulla su Azzollini (in nome della stabilità  di governo) e il Pd tace su Alfano (e Castiglione).

(da “Huffingtonpost”)

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LUPI INDAGATO PER ABUSO D’UFFICIO CON DUE DIRIGENTI E DUE APPALTATORI

Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile

LA SUA POSIZIONE AL VAGLIO DEL TRIBUNALE DEI MINISTRI

“Lascio il governo a testa alta”. Il 20 marzo scorso Maurizio Lupi annunciò alla Camera le dimissioni da ministro delle Infrastrutture rivendicando di non essere indagato: “Dopo due anni di indagini i pm non hanno ravvisato nulla nella mia condotta da perseguire”.
A travolgere Lupi era stato soprattutto il Rolex regalato al figlio da Stefano Perotti, l’ingegnere arrestato con Ercole Incalza dalla procura di Firenze.
Ma le parole di Lupi erano viziate da un vago eccesso di ottimismo.
Lupi infatti risulta indagato per abuso d’ufficio, e la sua posizione è al vaglio del Tribunale dei ministri di Roma.
Nel mirino c’è dunque un reato ministeriale.
La vicenda è ben riassunta dalla lista degli altri indagati. Giacomo Aiello è stato fino al 20 marzo scorso capo di gabinetto di Lupi al ministero. Roberto Linetti è il Provveditore alle Opere pubbliche di Lazio, Abruzzo e Sardegna.
Ci sono poi due imprenditori delle costruzioni, Lupo Rocco, titolare dell’omonima impresa con sede a Gaeta, e Francesco Bachetoni, titolare della Inteco di Roma.
L’ipotesi è dunque che il ministro delle Infrastrutture abbia commesso un abuso d’ufficio in concorso con due dirigenti e due appaltatori.
L’inchiesta parte dalla complessa vicenda dell’ex Provveditore del Lazio Donato Carlea, nominato a settembre 2010 dall’allora ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli al posto di Giovanni Guglielmi.
Quest’ultimo, oggi direttore generale per l’edilizia statale nonostante i diversi procedimenti penali a suo carico, aveva lasciato in eredità  a Carlea la grana della ristrutturazione della Questura dell’Aquila, danneggiata dal terremoto del 2009.
I lavori erano stati affidati con procedura “fiduciaria” a un raggruppamento di imprese composto da Lupo Rocco e Inteco, per un importo di 3 milioni di euro.
Nel giro di poche settimane l’appalto si era gonfiato fino a 18,5 milioni, provocando la reazione della Corte dei Conti che sollevò corpose obiezioni di legittimità .
Per quella vicenda Guglielmi e altri sono stati indagati nel 2011.
Fu Carlea, appena subentrato, a bloccare l’appalto e a fare rapidamente una nuova gara, aggiudicata al prezzo di 5,4 milioni.
A testimonianza del clima val la pena ricordare un articolo pubblicato su Repubblica da un giornalista esperto come Alberto Statera a fine 2010, nelle more della seconda gara: “Vogliamo fare una scommessa? La garetta riparatrice sarà  vinta dalla stessa Inteco, che magari è un’ottima impresa corretta e timorata. Ma la parabola della questura dell’Aquila rivela i danni delle procedure emergenziali introdotte dalla coppia Balducci-Bertolaso, con il fattivo sostegno della presidenza del Consiglio e segnatamente del supersottosegretario Gianni Letta”.
La maliziosa scommessa di Statera è stata persa, così come l’Inteco ha perso l’affare.
Carlea ha raccolto un centinaio di offerte per il lavoro e l’ha aggiudicato a un’altra impresa.
A fine 2011 Lupo Rocco e Bachetoni hanno cercato di rifarsi partecipando alla gara bandita dal Provveditore per le opere pubbliche di Firenze per il restauro dell’ex caserma De Laugier, e hanno avuto successo.
A febbraio 2013 il Provveditore, Roberto Linetti, cresciuto al provveditorato di Roma nella squadra di Angelo Balducci, in seguito onnipotente dominus della cosiddetta “cricca”, ha aggiudicato alle due imprese un appalto da 12,8 milioni.
A settembre 2013 Lupi e Aiello hanno deciso di far fuori Carlea, che pure rivendicava importanti risultati soprattutto nella ricostruzione dell’Aquila.
Tanto che il suo siluramento provocò la protesta del sindaco del capoluogo abruzzese, Massimo Cialente.
Lo stesso Carlea apostrofò senza mezzi termini Lupi e Aiello: “Quella che voi chiamate rotazione è invece una restaurazione”.
Al posto di Carlea è stato nominato Linetti, oggi indagato con Lupi, Aiello e i due imprenditori.
In seguito si è aperto uno scontro senza esclusione di colpi tra Carlea e i vertici del ministero.
Il primo ha denunciato con un certo vigore l’andazzo incline alla corruzione che vigeva alle Infrastrutture. Lupi e Aiello per tutta risposta lo hanno sospeso dall’incarico di Provveditore della Campania verso il quale lo avevano dirottato.
Mesi prima dell’arresto di Ercole Incalza, l’uomo forte del ministero che ha trascinato nella sua disgrazia anche Lupi, Carlea ha scritto al presidente dell’Autorità  Anticorruzione Raffaele Cantone che, a fronte della sua sospensione, “all’interno del ministero che Lupi e Aiello stanno distruggendo ci sono decine di casi di gente, dirigenti generali e non, che hanno in corso procedimenti penali per reati gravissimi”.

Giorgio Meletti
(da “il Fatto Quotidiano“)

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AVANTI UN ALTRO: RICHIESTA DI ARRESTO PER SENATORE NCD PIERO AIELLO

Giugno 29th, 2015 Riccardo Fucile

ALTRA GRANA PER LA MAGGIORANZA: L’ACCUSA E’ CORRUZIONE ELETTORALE

Tre anni di reclusione. Questa la richiesta di condanna in abbreviato che il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Elio Romano ha formulato nei confronti del senatore Pietro Aiello, accusato di corruzione elettorale.
Lo stesso pm ha poi chiesto il rinvio a giudizio per Giovanni Scaramuzzino, avvocato di Lamezia Terme accusato anch’egli di corruzione elettorale, ma con l’aggravante del metodo mafioso.
L’episodio contestato ai due imputati nasce nell’ambito dell’indagine “Perseo” dalle testimonianze dei collaboratori di giustizia Giuseppe Giampà , reggente dell’omonima cosca, e Saverio Cappello.
Il senatore, con l’aiuto del legale, avrebbe chiesto appoggio elettorale per le regionali del 2010, inquinando così il voto, in cui ottenne 10mila preferenze.
In cambio del sostegno elettorale dei Giampà  l’ex consigliere regionale si sarebbe dovuto mettere “a disposizione” della cosca favorendola nell’affidamento degli appalti e la fornitura di materiale.
La decisione del gup è prevista per il 26 ottobre.
Si tratta di una nuova grana per la maggioranza che proviene da Ncd, dopo le note vicende dei senatori Azzollini, Bilardi e Castiglione.
Se Giuseppe Castiglione, sottosegretario all’Agricoltura coinvolto nell’inchiesta di Mafia capitale – e in particolare nelle indagini sul Centro di accoglienza siciliano di Mineo – è stato salvato dal voto del Senato, che ha respinto la mozione di sfiducia presentata da M5S, è ancora in discussione in Giunta per le immunità  la posizione di Antonio Azzollini, che rischia l’arresto per il crac della clinica Divina Provvidenza.
Su Luigi Bilardi pende una richiesta d’arresto, invece, per una vicenda di rimborsi elettorali e presunte spese pazze.

(da “Huffingtonpost”)

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SCUOLA, MINACCIA NCD SUL VOTO DI FIDUCIA: “EDUCAZIONE DI GENERE? PRONTI A VOTARE NO”

Giugno 25th, 2015 Riccardo Fucile

NOTTE DI FUOCO AL SENATO, TRATTATIVE ANCORA IN CORSO

Una notte da incubo e un patatrac in vista del voto di fiducia, con la possibilità  che il governo traballi fino a cadere.
E tutto ad opera del Nuovo Centrodestra.
Tuona il senatore Carlo Giovanardi: “Il provvedimento così com’è non lo voterò mai, o lo cambiano o farò mancare la fiducia“.
E come lui altri colleghi del partito, componente del gruppo Ap-Area popolare. Ma oltre al governo, la “Buona Scuola” al Senato rischia di fare un’altra vittima eccellente: il ministro dell’Interno Angelino Alfano.
Il maxi-emendamento presentato martedì 23 giugno dai senatori Francesca Puglisi (Pd, responsabile scuola del partito) e Franco Conte (Ap), e su cui Renzi ha posto la fiducia, comprende infatti un comma che per la maggioranza rischia di essere deflagrante: “l’educazione di genere“.
Un tema che per l’elettorato conservatore è materia incandescente, soprattutto a a pochi giorni da un Family Day dove la star assoluta è stato il leader dei neocatecumenali Kiko Arguello (“Il femminicidio è colpa delle donne che non amano i mariti”) e il più gettonato   lo slogan “No al gender nella scuola, sì alla famiglia naturale”, che era l’alternativa moderata al più drastico e definitivo “Gender sterco del demonio”.
Già  il 3 maggio l’A.Ge., Associazione italiana genitori, insieme ad altre 40 associazioni tutt’altro che progressiste (ProVita, Movimento per la Vita, Giuristi per la Vita) si era presentata al Quirinale per consegnare a Sergio Mattarella oltre 180mila firma a sostegno della petizione “sull’educazione affettiva e sessuale nelle scuole”. Ossia, contro quella parte della riforma Buona Scuola che prevede l’introduzione di insegnamenti sulla “parità  di genere” e la “prevenzione della violenza di genere” nelle classi di ogni ordine e grado: un modo, secondo i firmatari, per introdurre di soppiatto tra i banchi di scuola quella che chiamano “teoria del gender“, un’ideologia “che nega la differenza fra i sessi e la riduce a un fenomeno culturale”.
Che c’entra Alfano con il “genderismo”? Apparentemente nulla.
A introdurre “l’insegnamento di genere” nel dibattito alla commissione Cultura di Montecitorio era stata Giovanna Martelli, deputata Pd e soprattutto consigliera per le Pari Opportunità  di Matteo Renzi, autrice di un emendamento per arricchire i Pof, i piani di offerta formativa delle scuole, con una materia nuova e ben precisa: “L’educazione alla parità  tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori” contro femminicidio, omofobia, transfobia.
Roba indispensabile per un Paese dove ogni due giorni una donna viene assassinata dal marito o dal partner; ma per le associazioni ultra-cattoliche l’articolo 12 della riforma Buona Scuola è stato come un drappo rosso agitato davanti al toro e lo hanno ampiamente dimostrato durante il Family day.
E adesso? Al Senato, la riforma della scuola non è riuscita ad essere nè discussa, nè modificata, nè approvata in commissione Cultura perchè alla maggioranza mancavano i numeri per farla passare.
Su 15 senatori di maggioranza, ce n’erano ben tre (il premio Nobel Carlo Rubbia più due ribelli del Pd, Walter Tocci e Corradino Mineo) che si erano dichiarati indisponibili a votare a favore della figura del cosiddetto “preside sceriffo”.
Per evitare al governo di finire sotto su un punto considerato chiave da Matteo Renzi e da Maria Elena Boschi (la cui madre, Stefania Agresti, è preside a San Giovanni Valdarno) martedì pomeriggio la commissione è stata annullata e il parere (obbligatorio) è saltato.
In Aula la Buona Scuola è arrivata solo grazie a quella che i critici più feroci definiscono una forzatura della prassi e del regolamento di Palazzo Madama su cui il presidente Pietro Grasso avrebbe dato personalmente il via libera: non solo la riforma è approdata al voto senza il parere della commissione competente, ma la fiducia viene posta proprio sul maxi-emendamento che in pratica sostituisce l’intero testo uscito dalla Camera.
Firmato dai due relatori in commissione, il maxi-emendamento riprende i punti fondamentali votati a Montecitorio, compresi quelli su cui, in realtà , tutti si aspettavano (o speravano) modifiche alla camomilla da parte di Palazzo Madama. Educazione di genere compresa.
Ed ecco il rischio patatrac.
La fiducia che Renzi ha posto sul maxi-emendamento, rendendolo non modificabile, mette brutalmente Alfano e l’Ncd davanti a una sorta di aut aut suicida: o tiene in piedi il governo votando un emendamento che all’articolo 2 “assicura l’attuazione dei princìpi di pari opportunità  promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità  tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119″ (quella contro femminicidio, stalking, violenza domestica…) e mettendosi contro un bel pezzo del suo stesso elettorato, oppure non vota la fiducia e allora addio: Renzi, Alfano e il governo tutto se ne vanno a casa.
Cosa è meglio per Angelino? Cosa è peggio per il suo partitino?
Quali speranze hanno, l’uno e l’altro, di sopravvivere a un’elezione non prevista, non cercata e non voluta da nessuno?
E Renzi, ecco: cosa significherebbe per Renzi il naufragio della Buona Scuola, cioè il primo, clamoroso fallimento di quella politica muscolare che lo ha caratterizzato finora?
Tutte domande che tra palazzo Chigi e palazzo Madama in molti si sono posti durante la notte, cercando freneticamente una via d’uscita all’impasse.
La seduta al Senato è finita alle 23.53 con un nulla di fatto. E ora si ricomincia con una riunione tra Ncd e il governo per cercare di fare il miracolo. Che per Giovanardi può essere uno solo: “Cambiare il testo, assolutamente“, dice.
Ma bisognerà  vedere se il presidente Grasso accetterà  di riformulare un testo sul quale il governo ha già  posto la fiducia. “Per noi non ci sono alternative”, dice Giovanardi: “O si toglie quella norma oppure Renzi non avrà  la fiducia”

Anna Morgantini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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RENZI DÀ L’ORDINE “SALVATE CASTIGLIONE”: RESPINTA LA SFIDUCIA, 108 A 304

Giugno 23rd, 2015 Riccardo Fucile

DIRE CASTIGLIONE E’ COME DIRE ALFANO, RENZI SALVA LA POLTRONA E PERDE LA FACCIA

L’ordine parte da palazzo Chigi: salvare Castiglione. E, soprattutto, tenerla bassa. Senza tanto clamore, nell’era di Mafia Capitale.
Col Pd che cala a picco nei sondaggi.
Già : è avvolto da un alone di silenzio il salvataggio “democratico” del sottosegretario Castiglione, indagato per turbativa d’asta sull’appalto per la gestione del Cara di Mineo.
Un’inchiesta sulla quale ha pronunciato parole durissime lo stesso presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone, che scrisse anche al ministro dell’Interno lo scorso 27 maggio senza ricevere risposta.
Sentite Ettore Rosato, neo capogruppo del Pd, come sul caso più imbarazzante prova, come si dice in gergo, a tenerla bassa: “La nostra linea è chiara ed è quella di sempre in questi casi, basta andarsi a rileggere la dichiarazione fatta ieri in aula dal rappresentante Pd. Quindi non c’è altro da aggiungere”.
Il capogruppo neanche nomina il nome “Castiglione”, o la parola “inchiesta”, per evitare che monti la polemica.
E fa riferimento alla dichiarazione che il deputato Marco Miccoli aveva fatto nel corso della discussione generale.
Questa: “Saranno i processi, che speriamo vengano celebrati presto, a stabilire le responsabilità . Per noi un avviso di garanzia è un atto dovuto, non è una condanna e come tale va trattato”.
Toni bassi, anche alla riunione del gruppo del Pd, convocato per una “informativa” sulla vicenda più che per una discussione.
Il sottosegretario Scalfarotto dà  parere contrario, perchè — spiegano al Pd — “in fondo è normale che il governo respinga le mozioni delle opposizioni”.
Dunque il Pd vota contro le mozioni che chiedono il ritiro delle deleghe al sottosegretario. Ce ne sono tre alla Camera. Quella di Sel, della Lega e dei Cinque stelle.
Tutte respinte: alla mozione dei grillini i si sono stati 108, i no 304 e 2 astenuti; la mozione di Sel è stata respinta con 92 sì e 303 no, quella della Lega con 86 si e 306 no.
Poche, pochissime le dichiarazioni. Neanche una parola da palazzo Chigi.
Vuoti i banchi del governo, come durante un noioso question time.
C’è un solo ministro: Angelino Alfano, arrivato ad assistere al salvataggio del suo braccio destro.
Parola d’ordine: minimizzare, evitare di enfatizzare il passaggio parlamentare.
Basta fare qualche domanda in Transatlantico, per capire l’aria. Alessia Rotta, renziana doc, sorride: “Vuole parlare del Veneto?”.
Poco più in là  Valentina Paris, giovane turca, a domanda (“salvate Castiglione?”) risponde con un sorriso.
Si capisce che il “garantismo” non c’entra nulla. In parecchi ricordano le parole, minacciose, che dal carcere Buzzi consegnò ai pm: “Mi ci dovete far pensare un attimo, perchè su Mineo casca il governo”.
E il primo a sapere che la posizione del sottosegretario è imbarazzante è Renzi.
Il quale sa bene che Cantone definì “illegittima” la gara. E sa che Cantone scrisse lo scorso 27 maggio al ministero dell’Interno.
E che ha annunciato il commissariamento di Mineo, nonostante gli attacchi dei Castiglione boys.
Anche Gennaro Migliore, circa un mese fa, dopo che era andato in Sicilia con la sua commissione per una verifica diretta, spiegò al premier che Castiglione aveva pesantissime responsabilità  sul Cara di Mineo.
Pochi giorni dopo sarebbe arrivata la seconda puntata di Mafia Capitale.
La verità  è che, in questa storia, le responsabilità  di Castiglione portano alla “copertura politica” della casella più delicata del governo, quella di Angelino Alfano: “Castiglione — ripetono i renziani — è Alfano. E se salta a quel punto salta Ncd, nel senso che si sfaldano i gruppi e il governo non ha più certezza dei numeri”.
È questo il grande scambio in nome della governabilità .
Tanto che, pure nella sinistra del Pd, prevale il silenzio. E il primato della ragion di governo sulla questione morale.
In pochi pronunciano parole nette.
Come Alfredo D’Attorre: “Io — dice all’HuffPost — non voto contro la mozione di sfiducia. Penso che il sottosegretario si sarebbe dovuto dimettere da tempo e penso che si sarebbe dovuto evitare di mettere il Parlamento e il gruppo del Pd in questa situazione”.
Il massimo del dissenso è l’uscita dall’Aula, di qualcuno della minoranza.

(da “Huffingtonpost”)

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IL PD PRONTO A SALVARE CASTIGLIONE, INDAGATO PER IL CARA DI MINEO

Giugno 22nd, 2015 Riccardo Fucile

I DEM VOTERANNO CONTRO LE MOZIONI DELL’OPPOSIZIONE

L’ordine di scuderia è già  partito.
È nel corso della discussione generale alla Camera che viene affidato al parlamentare del Pd Marco Miccoli il compito di dire di no alle dimissioni del sottosegretario Castiglione, indagato per turbativa d’asta sulla vicenda del Cara di Mineo: “Saranno i processi, che speriamo vengano celebrati presto, a stabilire le responsabilità . Per noi un avviso di garanzia è un atto dovuto, non è una condanna e come tale va trattato”. Parole concordate col capogruppo Ettore Rosato.
Dunque il Pd voterà  contro le mozioni che chiedono il ritiro delle deleghe al sottosegretario.
Ce ne sono tre alla Camera. Quella di Sel, della Lega e dei Cinque stelle.
Il voto è previsto per martedì 22, ma potrebbe anche slittare di un giorno.
Cambiando l’ordine dei giorni, però, il risultato non cambia: “È un voto scontato — spiegano fonti del Pd vicine a Rosato — perchè da che mondo è mondo la maggioranza respinge le mozioni delle opposizioni”.
Parole dietro le quali si capisce che l’altro ordine di scuderia è “minimizzare”, tenere basso il passaggio parlamentare.
Perchè il salvataggio di Castiglione è la vittoria della ragion di governo sulla questione morale: “Non ci sono alternative” dicono nel Pd.
In parecchi ricordano le parole, minacciose, che dal carcere Buzzi consegnò ai pm: “Mi ci dovete far pensare un attimo, perchè su Mineo casca il governo”.
Attorno all’inchiesta aleggia un alone di tensione. Il primo a sapere che la posizione del sottosegretario è imbarazzante è Renzi.
Il quale sa bene che Cantone definì “illegittima” la gara.
E sa che Cantone scrisse lo scorso 27 maggio al ministero dell’Interno. E che ha annunciato il commissariamento di Mineo, nonostante gli attacchi dei Castiglione boys.
Anche Gennaro Migliore, circa un mese fa, dopo che era andato in Sicilia con la sua commissione per una verifica diretta, consegnò al premier un giudizio assai preoccupante: “Castiglione — questo il senso del ragionamento – ci sta dentro fino al collo”. Pochi giorni dopo sarebbe arrivata la seconda puntata di Mafia Capitale (leggi qui l’articolo sul “sistema Castiglione”).
Il problema però è che, in questa storia, le responsabilità  di Castiglione portano alla “copertura politica” della casella più delicata del governo, quella di Angelino Alfano: “Castiglione — ripetono i renziani — è Alfano. E se salta a quel punto salta Ncd, nel senso che si sfaldano i gruppi e il governo non ha più certezza dei numeri”.
È questo il grande scambio in nome della governabilità .
Mentre su Azzollini il partito del ministro dell’Interno non si è immolato, su Castiglione la questione è stata chiarita il giorno in cui è uscita la notizia che il sottosegretario era indagato. In un primo momento a palazzo Chigi era stata valutata la richiesta di un passo indietro del sottosegretario.
Dopo un pomeriggio difficile, la parola d’ordine diventò: “linea garantista”. In mezzo la valutazione del sisma sulla maggioranza di governo.
E oggi, dopo il silenzio, arriva il “salvataggio” del sottosegretario. E il colpo di spugna anche sulle sue responsabilità  politiche.

(da “Huffingtonpost“)

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CASE PER I ROM, TENDE PER I PROFUGHI: L’ESITO DELLA RIUNIONE SINDACI E GOVERNATORI CON ALFANO

Giugno 17th, 2015 Riccardo Fucile

CAMPI ROM VERRANNO SMANTELLATI E FAMIGLIE RICOLLOCATE IN ABITAZIONI…. ACCORDO SUL REALIZZARE HUB PER PROFUGHI, MA CON LA UE E’ TUTTO DA CHIARIRE

Un passo avanti sui campi rom. Sempre più soli e ancora divisi sull’emergenza immigrazione.
Il ministro Alfano vende via tweet l’accordo raggiunto nel pomeriggio al Viminale al tavolo con i sindaci sulla chiusura dei campi (“occorre smantellarli”) non certo con le ruspe come vorrebbe Salvini.
Ma resta in stallo sull’emergenza profughi, stretto tra il monito di papa Francesco (“perdono per chi chiude le porte a questa gente in cerca di una nuova famiglia”), la pressione che arriva dal territorio, dai comuni e dalle regioni, e le porte chiuse in faccia in Europa.
Se la riunione in serata al Viminale tra ministro dell’Interno, i sottosegretari Gian Claudio Bressa e Domenico Manzione, il prefetto Mario Morcone, sindaci e governatori doveva essere l’inizio di un nuovo accordo almeno nazionale dopo le tensioni dei giorni scorsi, sugli appunti di giornata restano qualche passo in avanti ma anche un nuovo rinvio.
Al consiglio europeo del 25 giugno e ad un nuovo incontro tra il premier e i governatori.
Non una bella notizia con 56 mila sbarchi dall’inizio dell’anno e tutta l’estate davanti. Una notizia, soprattutto, che ci fa essere sempre più bisognosi di quel Piano B muscolare e interventista che il premier Renzi tiene pronto se tutte le porte, europee ma anche quelle interne, dovessero chiudersi. Come si stanno chiudendo.
Cameron in visita all’Expo ha ribadito a Renzi il suo no alle quote nel Regno Unito, in cambio ci potrebbe dare intelligence e mezzi per bloccare gli sbarchi.
L’Ungheria pensa di alzare un muro alto quattro metri lungo il confine con la Serbia. Nella riunione al Viminale, quella successiva ai campi rom, il governatore Zaia ribadisce: “Ho già  detto che in Veneto ci sono 3.966 immigrati. Basta, di più non possiamo”.
Persino la governatrice del Friuli Debora Serracchiani, vicepresidente del partito, ricorda al tavolo che nella contabilità  di chi ospita chi, per quello che riguarda il Friuli vanno considerati “gli arrivi via terra” dai confini con Austria e Slovenia.
Giovanni Toti, abbronzato che neppure si riconosce, sembra un po’ più morbido rispetto ai leghisti e la mette così: “Le regioni collaborano ma il governo ci deve dire qual è il progetto per provare a fronteggiare questa emergenza”.
Dopo i chiaro-scuri della tornata elettorale, non c’è dubbio che palazzo Chigi ha messo il dossier sicurezza e immigrazione in cima all’agenda. Renzi e Alfano marciano separati sperando di colpire uniti. Di portare cioè in fretta a casa qualche risultato.
L’Europa pretende che l’Italia faccia quello che non ha mai fatto: hot spot, centri dove trattenere gli immigrati per identificarli. Bruxelles vuole che siano “chiusi”.
L’Italia non ci sta, non vuole centri che sono carceri dove centinaia di persone attendono un’identificazione che li bloccherebbe (per colpa del trattato di Dublino) in un paese dove non vogliono stare.
La mediazione raggiunta in serata (la riunione è finita alle 21 e 30) riguarda la costruzione di hub, luoghi di smistamento per i richiedenti asilo, in ogni regione.
I governatori portano a casa anche la promessa di “tempi più veloci per le procedure legate all’asilo” (adesso servono in media 215 giorni).
Una fonte del Viminale presente alle riunione si dichiara “soddisfatta” perchè in ogni caso “tutti i presenti, governatori e sindaci, hanno condiviso e ribadito il principio dell’accoglienza proporzionata”.
Sono già  state assegnate le nuove quite, regione per regione. Tutti d’accordo, tranne i soliti tre, Zaia, l’assessore lombardo Baronale (Maroni non è venuto) e Toti, che con toni diversi continuano invece a puntare i piedi. Un incontro costruttivo, insomma, ma non risolutivo.
Il vero passo avanti Alfano lo porta a casa sul fronte rom.
Tutti i sindaci sono d’accordo sulla necessità  di smantellare i campi rom, criminogeni di per sè. Piero Fassino, che è anche presidente dell’Anci, chiarisce che “non si tratta di prendere le ruspe come vorrebbe Salvini”.
Bensì di dare corso a una vecchia idea: un piano per separare i vari nuclei famigliari e poter così lavorare meglio sulla loro integrazione.
Chi ha reddito si procurerà  una casa. Chi non ce l’ha, potrà  beneficiare di un piano abitativo.
Sulla carta tutti d’accordo. Poi bisogna trovare i fondi.
“Il Governo – dice Fassino – si è fatto carico di predisporre un fondo apposito, sulla base del quale Comuni e prefetture metteranno in campo un programma di superamento dei campi a vantaggio di una soluzione più civile e più sicura dal punto di vista della legalità “.

(da “Huffingtonpost“)

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