Novembre 30th, 2015 Riccardo Fucile
“IL GOVERNO CONTINUA A DARE NUOVI PERMESSI PER TRIVELLARE”
“L’Italia sta facendo la sua parte? Non mi pare proprio. La strategia energetica nazionale prevede
sì un capitolo rinnovabili ma si basa ancora sul petrolio. Nell’ultimo anno, il governo sta facendo fioccare i decreti di compatibilità ambientale per nuovi permessi di ricerca ed estrazione petrolifera. Sono i fatti che parlano. Ed è per questo che abbiamo pensato ad un referendum anti-trivelle: chiediamo un election day, consultazione e amministrative insieme nell’interesse dell’ambiente e degli italiani”.
Enzo Di Salvatore, professore di diritto costituzionale a Teramo, è la mano che ha scritto i quesiti referendari anti-trivelle che abrogano alcuni articoli del decreto Sblocca Italia.
I quesiti hanno appena ricevuto l’ok della Cassazione.
A gennaio sarà la Corte Costituzionale a dire la sua. Ma intorno all’idea di consultazione popolare — da tenersi nella prossima primavera – si è già raccolto un fronte largo che comprende ben 10 amministrazioni regionali, forze politiche dal M5s, alla sinistra italiana, a pezzi di Lega (il Veneto di Luca Zaia è tra le Regioni che appoggiano l’iniziativa).
E poi, presente in massa, è il mondo cattolico, particolarmente sollecitato da Papa Francesco alla cura delle questioni ambientali.
“Noi parliamo con tutti, anche con il Pd se vuole: non abbiamo e non vogliamo steccati politici, stiamo al merito delle questioni”, ci dice Di Salvatore in questa intervista.
All’inaugurazione di Cop21, la conferenza Onu sul clima in corso a Parigi, Renzi difende l’impegno italiano in materia di riduzione delle emissioni inquinanti e per quanto riguarda gli investimenti in energie rinnovabili. “L’Italia fa la sua parte”, dice il premier. E’ così?
Dico di no. La Tap (Trans Adriatic Pipeline, corridoio meridionale del gas dal Mar Caspio al Salento, passando per Azerbaijan, Georgia, Turchia, Grecia e Albania, ndr.) è in dirittura d’arrivo e pone grandi problemi di ordine ambientale. ‘Ombrina mare’, progetto di estrazioni petrolifere nell’Adriatico al largo dell’Abruzzo, è alle battute finali: la concessione dovrebbe arrivare a giorni. L’attuazione della strategia energetica nazionale prevede sì un capitolo sulle rinnovabili, ma si basa ancora sul petrolio: i nuovi progetti petroliferi si stanno concludendo. Cito il ‘Vega b’ nel Canale di Sicilia, che è quasi fatto. Tempa Rossa che sicuramente arriverà a conclusione e che comporterà il raddoppio delle estrazioni petrolifere in Basilicata. In questo caso, il primo trattamento di raffineria sarà a Taranto: ciò comporterà la costruzione di un oleodotto, non si sa poi dove questo petrolio verrà invece ulteriormente raffinato e dunque è lecito presupporre un notevole incremento del traffico di navi nel golfo di Taranto. Tutte questioni che pongono notevoli problemi di ordine ambientale.
Dunque non ci siamo.
No. Le dico che nell’ultimo anno stanno fioccando i decreti di compatibilità ambientale per nuovi progetti di ricerca ed estrazione petrolifera. Ultimamente ne sono arrivati due per la Shell nel Golfo di Taranto che si aggiungono a quelli che già ci sono. Solo la Puglia è stata interessata ultimamente da 4-5 decreti di compatibilità ambientale e da qui alla conferenza di servizio e quindi alla concessione vera e propria il passo è breve. Posso andare avanti con gli esempi.
Prego.
Lo Spectrum nel Mare Adriatico è il più grande in assoluto. Va dall’Emilia Romagna fino alla Puglia, riguarda ben 5 regioni. Per ora prevede solo la ricerca di idrocarburi. Ma, se la ricerca va a buon fine, lo Spectrum prevede l’estrazione in alcuni casi entro le 12 miglia dalla costa e in altri casi addirittura entro le 5 miglia dalla costa. Non mi pare che stiamo andando nella riduzione delle emissioni inquinanti: perchè questo tipo di strategia energetica incide anche in questo senso.
E’ di oggi la notizia che l’Italia è il primo tra i paesi Ue per morti per inquinamento atmosferico. Un triste primato.
Sì, è il rapporto dell’Agenzia europea dell’Ambiente (Aea). Nel 2012 in Italia ci sono stati 84.400 decessi su un totale di 491mila vittime a livello Ue. Dati alla mano, questi sono i fatti che parlano.
Quanto ai referendum, la Cassazione ha accolto i quesiti. Una decisione che depone bene in vista della sentenza della Corte Costituzionale, secondo lei?
E’ un buon segno non solo perchè la Cassazione ha detto sì, ma perchè ha mantenuto distinti i sei quesiti. Io spero che la Consulta li dichiari ammissibili tutti e sei, ma allo stesso tempo penso che sia altamente improbabile che vengano bocciati tutti. Comunque la Corte Costituzionale dovrà esprimersi entro la metà di gennaio ed entro il 10 febbraio ci sarà la sentenza. Quindi, il consiglio dei ministri dovrà deliberare e il capo dello Stato dovrà emettere il decreto che fissa la data della consultazione popolare nel periodo tra il 15 aprile e il 15 giugno, come dice la Costituzione. E su questo noi avanziamo una richiesta al governo
Quale?
Che indica un election day: amministrative e referendum insieme nello stesso giorno. Per il bene dell’ambiente, degli italiani e della spending review. Perchè accorpare le elezioni significa anche risparmiare soldi pubblici.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Ambiente | Commenta »
Novembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
449.000 SMOTTAMENTI CENSITI, IL 69% DI TUTTI QUELLI CHE AVVENGONO IN EUROPA
«Se ti addiviene di trattare delle acque consulta prima l’esperienza e poi la ragione», spiegava Leonardo: è la storia dei disastri già avvenuti che dice dove si corrono rischi gravissimi.
Macchè: mai ascoltato. Nè a Messina, come dimostrano le cronache di oggi, nè in tutto il Paese. L’avessero fatto non avremmo pianto migliaia di morti e non avremmo speso almeno 49 miliardi per le sole frane e alluvioni. Quattro nel solo 2014.
Va temuta, l’acqua. E il genio da Vinci l’aveva capito bene: «L’acqua disfa li monti e riempie le valli, e vorrebbe ridurre la terra in perfetta sfericità , s’ella potessi».
Va rispettata, l’acqua. Temuta e rispettata. Ce lo ricorda un libro che esce oggi, «Un Paese nel fango», edito da Rizzoli e firmato da Erasmo d’Angelis, direttore dell’ Unità ma fino a pochi mesi fa capo a Palazzo Chigi della Struttura di missione sul dissesto idrogeologico.
Ruolo che gli ha permesso di raccogliere numeri, statistiche, studi e dossier per tracciare un quadro d’insieme dell’Italia. Quadro a tinte fosche.
Certo, non siamo gli unici ad avere stuprato la natura nè gli unici a subirne le vendette.
«Dieci anni fa l’economista Sir Nicholas Stern, già responsabile finanziario della Banca Mondiale», spiega D’Angelis, seminò il panico «con il suo report The Economics of Climate Change , dimostrando ai signori della finanza che se i mutamenti climatici non verranno arginati costeranno tanto da mettere in ginocchio l’economia mondiale».
L’Intergovernmental Panel on Climate Change, un’organizzazione scientifica dell’Onu, «ha da poco quantificato l’impatto delle catastrofi future in oltre mille miliardi di dollari. Nel 1980 il costo ammontava a 50 miliardi l’anno, oggi a 200».
Noi, però, stiamo messi perfino peggio degli altri. Basti dire che le nostre 499.511 frane censite (di cui 2.940 attive) rappresentano il 69% di tutte quelle mappate in Europa.
O che 21,8 milioni di italiani vivono in 5 milioni e mezzo di edifici privati (la metà del totale: 11,2) «ubicati in zone a pericolosità sismica».
E che «nelle stesse condizioni ci sono altri 75.000 edifici pubblici strategici come scuole, ospedali, caserme, municipi…».
Va da sè che, con un patrimonio immobiliare così esposto alla violenza della natura aggravata da decenni di incuria, abbiamo pagato prezzi altissimi.
Almeno 200 mila morti dall’Unità a oggi sotto le macerie di 43 terremoti principali e decine di «minori». Almeno «5.455 morti, 98 dispersi, 3.912 feriti e 752.000 sfollati» in 2.458 comuni nei disastri causati nell’ultimo mezzo secolo dall’acqua
Per non dire degli altri costi. «Gli economisti dicono che i fiumi di denaro versati dallo Stato attraverso i ministeri, le tesorerie comunali, provinciali, regionali, i consorzi di bonifica, le aziende di servizi pubblici e le donazioni private, e gli ulteriori costi per i danni e i disagi alle famiglie a fronte dei gap infrastrutturali e dei servizi, e per le perdite delle attività produttive private, superano la cifra attendibile di 7 miliardi l’anno dal dopoguerra a oggi».
Fate i conti. Partissimo pure dal 1951 segnato da alluvioni disastrose, sarebbero 448 miliardi di euro. Con una accelerazione di anno in anno più marcata.
Ovvio: anno dopo anno si è continuato a costruire, costruire, costruire. Spessissimo abusivamente. In aree a rischio.
Spiega uno studio di Bernardino Romano e Francesco Zullo, che per il report 2014 del Wwf «Riutilizziamo l’Italia» hanno messo a confronto la cartografia dell’Istituto geografico militare 1949-1962, le carte dei suoli regionali del 2013 e la crescita della popolazione, che dal censimento del 1951 gli abitanti sono cresciuti del 26% scarso e l’urbanizzazione del 367%. Ancora più impressionante (nonostante la crisi) la quota di cemento pro capite dopo il 2000: 369 metri quadri a testa. Il consumo di suolo è di 73 ettari al giorno. O, come dice d’Angelis, «8 metri al secondo».
Nelle pianure, che rappresentano meno di un terzo del territorio e coincidono in pratica con la Val Padana, «se negli anni Cinquanta, dei 2.489 comuni 571 erano sotto il 2% di urbanizzazione e solo 11 sopra il 45%, nel 2015 troviamo solo 3 comuni sotto il 2%, mentre 163 sono sopra il 45% e 14 oltre il 75%».
L’Istat conferma: siamo di fronte a un «impatto ambientale negativo in termini di irreversibilità della compromissione delle caratteristiche originarie dei suoli, dissesto idrogeologico e modifiche del microclima».
Accusa D’Angelis: «Sono stati ricoperti di asfalto e cemento persino 34.000 vietatissimi ettari all’interno di aree protette e il 9% delle zone a pericolosità idraulica». Racconta l’ex governatore pugliese Nichi Vendola: «Eletto presidente nel 2005, chiesi a tutti i comuni le mappe del rischio idrogeologico. Li convocai, e mi portarono solo le vecchie carte pluviometriche del 1911. Dico: il 1911! Mancavano almeno tre quarti di aree urbanizzate. Nessuno le aveva mai aggiornate».
Avete presente Olbia, che nell’alluvione del 2013 vide morire tutte quelle persone e a ogni acquazzone va sotto? «Tutti i problemi nascono dai tre condoni edilizi degli ultimi trent’anni, che hanno sanato situazioni di palese e pericolosa illegalità (…) con case costruite nell’alveo dei fiumi», si sfoga nel libro il sindaco Gianni Giovannelli, «la città ha sedici quartieri abusivi: sedici. Dovrei espropriare le case di migliaia di persone e abbatterle: è impossibile».
Matteo Renzi, nella prefazione, ostenta ottimismo. E dice che i cantieri come quello genovese del Bisagno sono stati sbloccati e «oggi vediamo al lavoro operai e ingegneri e non più solo avvocati e giuristi» e «girano betoniere e camion e non soltanto le carte dei ricorsi e dei controricorsi». C’è da sperarlo. Perchè, come scrive D’Angelis, «anche in una visione strettamente ragionieristica, sarebbe stato salutare per le casse dello Stato e l’occupazione investire in prevenzione. Quante vite, strazi, rovine, vergogna ci saremmo risparmiati?».
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Ambiente | Commenta »
Ottobre 18th, 2015 Riccardo Fucile
SONO 14 LE REGIONI FUORILEGGE, ARRIVANO LE MULTE EUROPEE… EPPURE CI SONO 3,5 MILIARDI NON SPESI DA ANNI PER I DEPURATORI
Gli antichi romani sì che ci sapevano fare.
L’acquedotto dell’Acqua Vergine, inaugurato nel 19 avanti Cristo da Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, alimenta ancora la fontana di Trevi per la gioia di tre milioni di turisti ogni anno.
Venti secoli di onorato servizio non sono un miracolo, ma il frutto di costante manutenzione: da Tiberio nel 37 dopo Cristo a Claudio e Teodorico, fino a Papa Adriano nel Medioevo.
Per la stessa ragione la cloaca maxima, realizzata da Tarquinio il Superbo nel VII secolo a.C., è l’unica opera idraulica del mondo antico ancora funzionante. Immeritata eredità , per un’Italia che maltratta la sua acqua e il suo territorio, pagando un prezzo altissimo. Non più solo ambientale e sanitario, ma anche finanziario.
Tutto in mare
Diversi quartieri di Catania, nonchè le città limitrofe, non sono allacciati al depuratore. Le fogne scaricano in mare.
D’estate, per evitare bagni nei liquami, i collettori vengono tappati con sacchi di sabbia e disperdono nel sottosuolo.
D’inverno, quando ci sono nubifragi, l’acqua si convoglia lungo via Etna, il salotto cittadino che si trasforma in un torrente furioso, trascinando in mare anche le auto.
In Sicilia, il 60% della popolazione scarica in mare.
Da anni sono disponibili 1,1 miliardi di euro per i depuratori, ma su 94 cantieri previsti ne sono stati aperti solo tre.
È la situazione più grave, non l’unica.
In Italia ci sono 3,5 miliardi stanziati negli ultimi quindici anni e mai spesi. E l’Authority calcola che solo il 55% delle opere necessarie e pianificate è stato realizzato.
Cause: ricorsi giudiziari, errori progettuali, conflitti politici, inedia burocratica, incapacità , ruberie.
Conseguenze: un terzo dell’Italia vive con un sistema idrico fuorilegge.
Depuratori inesistenti, inadeguati, insufficienti. Liquami in mare, nelle falde acquifere che ci dissetano, nella terra che ci nutre.
L’Unione europea si è stufata di concederci proroghe e all’inizio del 2016 scatteranno le sanzioni fino a 500 milioni l’anno.
Norme e illegalita’
«Ce lo chiede l’Europa» e non da oggi, di restituire alla natura acqua pulita come quella che prendiamo.
È del 1991 la prima direttiva. L’Italia l’ha ignorata per otto anni.
Ed è del 2000 la direttiva che impone di raggiungere un buono stato delle acque entro il 2015. Quindici anni non ci sono bastati.
L’Italia ha subìto la prima condanna nel 2012 e la seconda nel 2014. La terza e più pesante arriverà prossimamente.
Siamo già in mora, è questione di mesi. Bisognerà pagare subito 200 milioni, ma il conto può sfiorare i 500 milioni l’anno.
La cosa che fa più rabbia è che nell’ultimo decennio politici, amministrazioni pubbliche e burocrazie assortite non sono riuscite a spendere pacchi di miliardi per evitare quelle sanzioni. Solo nei paesi ex sovietici si riscontrano arretratezze analoghe a quelle italiane.
Un sistema marcio
Chi deve organizzare il servizio idrico? Prima lo facevano i Comuni, ciascuno per conto proprio, ma così il sistema è inefficiente.
Non si può fare un depuratore per 550 abitanti.
Dal 1994 la legge obbliga le Regioni a dividere il territorio in Ambiti Territoriali Ottimali (Ato) con caratteristiche omogenee. Ogni Ato, formato dai Comuni della zona, si rivolge a un gestore unico che organizza tutto il servizio idrico, dalla fonte al depuratore.
Per questo riscuote dai cittadini la tariffa, che incorpora gli investimenti per la manutenzione. Per le opere straordinarie ci sono finanziamenti statali.
Non è difficile: funziona così in tutta Europa. E anche in Italia, dove è stato fatto. Ma pochi l’hanno fatto.
Ci sono ancora 2500 gestori, ne basterebbero meno di cento.
Le condanne europee riguardano Abruzzo, Calabria, Campania, Friuli Venezia-Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Valle d’Aosta e Veneto: quattordici regioni su venti.
E 2500 Comuni su circa ottomila, tra cui capoluoghi come Trieste, Imperia, Napoli, Reggio Calabria, Agrigento, Messina e Ragusa e località turistiche come Capri, Ischia, Rapallo, Santa Margherita ligure, Porto Cesareo, Soverato, Cefalù e Giardini Naxos. Non rispettano le regole 175 Comuni in Sicilia, 130 in Calabria, 128 in Lombardia e 125 in Campania.
Fanalino di coda
Nei giorni scorsi, dati inequivocabili sono stati presentati a Milano durante il Festival dell’Acqua.
In Europa per il sistema idrico si investono in media 50 euro ad abitante ogni anno. In Francia 88, in Olanda e in Inghilterra 100, in Danimarca 126. In Italia 34 euro, i Comuni peggiori meno della metà . Terzo mondo.
Non a caso i nostri acquedotti perdono oltre il 30 per cento (il 50 nel Mezzogiorno), contro il 21 della Francia, il 15 della Gran Bretagna e il 6,5 della Germania.
Un anno fa, il dossier «acqua pulita» è stato preso in carico da Italia Sicura, la task force installata a Palazzo Chigi.
La ricognizione degli esperti ha svelato un quadro disastroso. Non solo all’acqua, primario elemento vitale («L’acqua è democrazia», diceva Nelson Mandela), dedichiamo pochi quattrini. Ma nemmeno li spendiamo.
Su 12 miliardi di finanziamenti stanziati negli ultimi quindici anni, ce ne sono 3,5 non spesi. Gran parte – 2,8 miliardi – nel Sud che più avrebbe bisogno delle opere. Ora partono i commissariamenti degli enti inadempienti.
Nella siciliana Acireale come nel Tigullio ligure litigano da anni per decidere dove costruire il depuratore.
La Calabria è piena di lunari appalti con il project financing, naufragati tra buchi finanziari e scartoffie di un certo interesse per le Procure.
Solo in provincia di Catania ci sono 40 gestori, anzichè uno, a spartirsi centinaia di milioni. Cantieri aperti: zero.
Ma che importa: anche la prossima estate tutti al mare, illudendosi che sia pulito.
Giuseppe Salvaggiulo
(da “La Stampa“)
argomento: Ambiente | Commenta »
Ottobre 5th, 2015 Riccardo Fucile
“I CANTIERI ATTIVI? 642 DAL 2014″… “NON ESISTE UNA STRUTTURA DI CONTROLLO DELLA QUALITA’ DEI LAVORI”
L’80% dei Comuni in Italia ha case, scuole, ospedali in zone a rischio idrogeologico, franose o tra letti e rive dei canali.
Fosse solo questo: un terzo è stato costruito negli ultimi dieci anni, cioè quando erano già in vigore i vincoli dettati dal Piano per l’assetto idrogeologico, cioè lo strumento che le Regioni utilizzano per la programmazione degli interventi per la difesa del territorio.
Strumento, a quanto pare, inutile.
Secondo l’ultimo rapporto di Legambiente infatti sono 186 i Comuni in cui si è edificato in aree a rischio nell’ultimo decennio.
Nel 79% dei casi si tratta di abitazioni, nel 17% di interi quartieri. E peggio ancora: meno del 5% dei Comuni con zone abitate a rischio ha iniziato delocalizzazioni.
Così la “missione prevenzione” del governo Renzi è già una corsa contro il tempo. Italia Sicura, il programma di Palazzo Chigi, prevede 7100 interventi in tutta Italia, per un totale di 21 miliardi di euro, di cui, per il momento, disponibili poco più di due, dice Gian Vito Graziano, presidente del consiglio nazionale dei geologi e membro della cabina di regia di Italia Sicura.
Un piano che parte però con un handicap: quello di non avere una struttura di controllo della qualità dei progetti presentati dalle Regioni. Il rischio quindi, spiega Graziano, è che “diventi un distributore di soldi senza risolvere il problema”.
Graziano, in Italia lo stato di dissesto si è sempre scontrato con una forte carenza pianificatoria. Lei crede che Italia Sicura sia un efficace strumento di prevenzione?
Credo che uno Stato serio dovrebbe saper far funzionare la propria macchina amministrativa senza il bisogno di creare strutture di missione come questa, che comunque agisce in maniera emergenziale. Ma purtroppo queste sono le condizioni in cui ci siamo trovati e dovevamo intervenire. Come struttura, con tutti i limiti di una struttura piccola, come personale intendo, sta funzionando bene per tutta una serie di risultati che è già riuscita a ottenere. E non parlo solo di reperimento di fondi, ma anche quello di aver creato un unico database con le diverse necessità delle venti regioni sotto un unico standard di lavoro. Quando abbiamo iniziato a chiedere le carte del rischio idrogeologico ai vari enti per capire quale fosse la situazione in Italia, abbiamo trovato il caos; c’erano carte una diversa dall’altra e alcune completamente in contrasto con la realtà : zone a alto rischio idraulico, ad esempio, risultavano non a rischio. Da questa attività è emerso tuttavia che i famosi 44 miliardi di euro che si diceva fossero necessari, perlomeno dal ministro Prestigiacomo in poi, per mettere in sicurezza l’Italia non hanno senso, perchè siamo complessivamente davanti a una spesa di 21 miliardi di euro.
E quanti ce ne sono a disposizione?
Per il momento abbiamo reperito quasi 2,2 miliardi di euro delle risorse non spese dal 1998. In più ci sono i 654 milioni di euro già stanziati dal Cipe per il piano delle aree metropolitane, che è un piano più piccolo ma estremamente importante perchè stiamo parlando di Genova, Milano, Torino, Firenze, Roma, Catania e via dicendo, ossia le aree più densamente popolate.
Quindi mancano finanziamenti?
Per il momento il problema è un altro: i soldi ci sono ma i progetti no. La maggior parte delle Regioni, che sono quelle incaricate di presentare il piano delle opere di mitigazione del rischio, è alla fase dei progetti preliminari, che, detta in maniera un po’ volgare, sono quattro fogli con delle linee generali. Per poter sbloccare finanziamenti servono progetti esecutivi che non stanno arrivando. In Italia in questo momento non abbiamo la capacità di progettare. In parte per incuria delle pubbliche amministrazioni, in parte per limiti burocratici: oggi, per le procedure di legge per le opere pubbliche, se un Comune non ha la copertura finanziaria non può incaricare la progettazione. Di fatto non abbiamo più progetti e quando ci sono la qualità è spesso bassa, proprio perchè non ci sono i finanziamenti che permettono al progettista di fare le dovute analisi. E succede che alcuni progetti, non solo non hanno raggiunto l’obiettivo, ma hanno anche creato grossi problemi.
Un esempio?
Olbia: una zona dove storicamente c’erano tutti questi corsi d’acqua che però non davano problemi, nemmeno in caso di piogge abbondanti. Ora ci sono alluvioni ogni anno. C’è sicuramente il cambiamento climatico da tenere in considerazione, ma il punto è che hanno realizzato una serie di opere dentro gli alvei che sono state dannose.
Italia Sicura non ha una struttura di controllo dei progetti che vengono presentati dalle Regioni; non si rischia di finanziarne altri dannosi?
Sì, il rischio c’è. Da geologo, questo è l’aspetto per me più interessante, tanto che quando sono arrivato nella cabina di regia ho posto subito il problema, chiedendo appunto “ma sappiamo cosa finanziamo?”, “non si rischia di diventare distributori di soldi, senza risolvere il problema?”. Oltretutto se arriva un progetto cantierabile, dobbiamo sbloccare subito i finanziamenti per non rallentare il progetto. Quindi abbiamo pensato di intervenire a monte cercando di creare delle linee guida per i progettisti in modo che sappiano che se il progetto non ha tutti i requisiti non può essere finanziato. Il documento con le linee guida dovrebbe essere pronto entro fino ottobre e a quel sta al presidente del consiglio trasformarlo in un’ordinanza.
Quanti cantieri sono stati aperti ad oggi e riuscirà Italia Sicura a terminare la sua “missione” entro i sette anni come da progetto?
Da giugno 2014 sono partiti 642 cantieri per una somma complessiva di 1,49 miliardi di euro, ma il piano nazionale è ancora in fase di redazione proprio perchè non arrivano i progetti. Non so quanto tempo ci vorrà per chiuderli tutti, se 7 o 17 anni. Tutto dipende dalla volontà politica e dalla priorità che i governi danno al tema. Questo governo sembra aver dato attenzione, ma anche perchè non era possibile girarsi dall’altra parte. Certo, per la buona riuscita del piano, conta anche l’informazione. Se infatti si costruisce un’opera che riduce il rischio del 60 per cento, perchè non potrà mai eliminarlo del tutto, il restante lo deve mettere il cittadino. C’è l’abusivismo sì, ma anche il comportamento. Cito spesso Fukushima: quando c’è stato il terremoto le persone sono andate tutte sul tetto perchè sapevano che sarebbe arrivato lo tsunami. Da noi succede il contrario: la gente va negli scantinati.
Melania Carnevali
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Ambiente | Commenta »
Ottobre 5th, 2015 Riccardo Fucile
LA SICILIA E’ DIVISA IN TRE: DOPO IL CROLLO DEL VIADOTTO SULLA PALERMO CATANIA, ORA UNA FRANA INTERROMPE PURE LA CATANIA-MESSINA
Dopo il crollo del viadotto Himera sull’autostrada Messina-Catania, ora è una frana a mettere in
ginocchio la viabilità tra Catania e Messina.
La Sicilia è divisa in tre parti, con tutti i mezzi pesanti fermi perchè lungo la statale 114, sulla quale viene deviata la circolazione, c’è un angusto sottopasso che rende arduo il transito ai camion.
Il percorso alternativo varato dalla Prefettura è infatti impraticabile per i mezzi pesanti. “Da oggi tutte le derrate alimentari saranno portate al macero – dice l’Ance Sicilia, l’associazione dei costruttori edili – e quasi tutte le province dell’Isola soffriranno per la difficoltà di approvvigionamento di merci e generi di prima necessità , di materie prime e semilavorati per l’industria manifatturiera e di materiali per il settore delle costruzioni”.
Stamane nel corso di una riunione del Comitato Operativo Viabilità , si è convenuto di deviare provvisoriamente il traffico veicolare in transito sulla SS 185 di Sella Mandrazzi che collega Barcellona P.G. a Giardini-Naxos.
“Dopo approfondito esame della situazione – si legge in una nota della Prefettura di Messina – nelle more di conoscere gli esiti di un accertamento tecnico in corso, volto a stabilire l’eventuale possibilità di apertura della carreggiata autostradale a valle, si è convenuto di deviare provvisoriamente il traffico veicolare in transito sulla strada statale 185 di Sella Mandrazzi che collega Barcellona Pozzo di Gotto a Giardini-Naxos, con ingresso a Giardini per i mezzi provenienti da Catania e con ingresso a Barcellona Pozzo di Gotto per i mezzi che provenendo da Messina e da Palermo siano diretti a Catania”.
Per Leoluca Orlando e Mario Emanuele Alvano (Anci Sicilia), “la Sicilia si sta sbriciolando e assistiamo a continui attentati alla sicurezza dei siciliani e a continue minacce ad un’economia che, oltre alla crisi, deve fare i conti con queste emergenze che la penalizzano ulteriormente. L’inadeguatezza del sistema viario rappresenta, infatti, un colpo mortale all’economia degli enti locali e una dimostrazione dell’incapacità della Regione di fronteggiare con azioni mirate una situazione insostenibile che va a sovrapporsi ad altri problemi irrisolti”.
“I trasporti in Sicilia – concludono – stanno attraversando un periodo nero, prova ne sia l’ulteriore sciopero che domattina coinvolgerà i lavoratori impegnati nel trasporto pubblico locale. A loro, che protestano contro l’immobilismo regionale e contro i tagli dei trasferimenti ai comuni e alle aziende, esprimiamo la solidarietà dell’associazione”.
Per l’Ance, la situazione “mette a nudo la gravissima responsabilità dei governi centrale e regionale e della deputazione nazionale e dell’Ars, che hanno tutti sottovalutato l’importanza di completare l’anello autostradale siciliano e di investire in maniera efficace sulla prevenzione del dissesto idrogeologico”.
E ancora: “Proprio adesso la giunta regionale per pagare spese correnti e assistenziali ha sottratto risorse al completamento della Nord-Sud, mentre il governo nazionale ha appena sfiorato la Sicilia col piano “#Italia Sicura” e la stessa Regione ha previsto pochissime risorse nella scheda sul dissesto idrogeologico presentata a Bruxelles per la nuova programmazione dei fondi europei”.
“Cosa dovrà accadere ancora – si chiede Santo Cutrone, presidente facente funzioni di Ance Sicilia – perchè l’intera classe politica capisca che la situazione del territorio siciliano non può essere più presa sottogamba? Dobbiamo sperare ancora una volta in interventi ‘fai da te’ dei cittadini e dei Comuni che evidenziano tutta la sfiducia nella politica? Non possiamo e non dobbiamo”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Ambiente | Commenta »
Settembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
LA LOTTA DI GREENPEACE IN DIFESA DEL POLO NORD, MINACCIATO DALLE TRIVELLAZIONI DELLA GAZPROM E DEI PIANI DELLA SHELL
Esattamente due anni fa, il 19 settembre 2013, l’Arctic Sunrise e il suo equipaggio, 28 attivisti di Greenpeace — tra cui l’italiano Cristian D’Alessandro — e due giornalisti freelance, venivano arrestati illegittimamente dalle autorità russe nel Mare di Pechora, mentre protestavano pacificamente contro le trivellazioni petrolifere di Gazprom nell’Artico.
Prima accusati di pirateria, poi di vandalismo, gli Arctic30 restarono in carcere per due mesi, per crimini mai commessi.
Come stabilito poche settimane fa dalla Corte permanente di arbitrato dell’Aja, le autorità russe infatti non potevano abbordare la nave e la protesta, avvenuta ben al di fuori delle acque territoriali russe, non poteva essere configurata in alcun modo come pirateria o vandalismo.
Le accuse nei confronti degli Arctic30 restarono in piedi fino a che la Duma, il parlamento russo, non votò nel dicembre 2013 un provvedimento di amnistia che permise loro di tornare a casa.
Due mesi di carcere, per delle accuse inventate.
Due mesi drammatici, raccontati da Ben Stewart, direttore della Comunicazione di Greenpeace UK, in “Non fidarti. Non temere. Non pregare.”, libro edito da E/O che sarà presentato ufficialmente in Italia il prossimo 3 ottobre a Ferrara, durante il Festival di Internazionale.
La mobilitazione globale in difesa dei 30 fu fortissima.
Da Paul McCartney (autore della prefazione del libro di Ben Stewart) a Madonna, da Desmond Tutu a Dario Fo, si alzò fortissima un’unica grande voce globale per chiedere la liberazione di Cristian e di tutta la crew dell’Arctic, e rivendicare il diritto di poter manifestare pacificamente per la salvaguardia del nostro Pianeta.
E, in particolare, per la tutela di un bene unico, essenziale per il futuro di tutti noi: l’Artico.
Oggi il Polo Nord resta ancora in grave pericolo, minacciato dalle trivellazioni della stessa Gazprom e dai folli piani di Shell.
Ma grazie al coraggio, alla determinazione degli Arctic30, e alla tenacia dei sette milioni di persone che da tutto il mondo hanno aderito alla campagna #SaveTheArctic diGreenpeace, la battaglia è più viva che mai.
La lotta pacifica in difesa dell’Artico è una lotta per il futuro di tutti noi. Non ci fermeremo fino a che non avremo vinto. #SaveTheArctic!
(Da “greenpeace.org“)
argomento: Ambiente | Commenta »
Agosto 15th, 2015 Riccardo Fucile
LO STUDIO DELLA COMMISSIONE EUROPEA
Ci sono turisti che non demordono: armati di cappellino e ventaglio, visitano le nostre città anche sotto il sole cocente, incuranti delle temperature torride.
I cambiamenti climatici dell’ultimo periodo (e quelli che verranno, probabilmente, in futuro), potrebbero però mettere a dura prova il coraggio anche dei più tenaci. Secondo uno studio della Commissione Europea, intitolato “Time is of the essence: adaptation of tourism demand to climate change in Europe”, il turismo in Paesi dell’area mediterranea, come Spagna e Italia, potrebbe essere condizionato, negativamente, dalle estati sempre più calde.
“L’aumento delle temperature semplicemente rende poco piacevole visitare queste zone durante alcuni periodi dell’anno”, hanno affermato gli esperti.
Se le estati fossero sempre più calde, i turisti si allontanerebbero.
Non perderebbero interesse per le mete in sè, ma sarebbero spaventati da altri fattori, tutti collegabili all’incremento di temperature, come un possibile aumento del numero di incendi della vegetazione, la morte della fauna selvatica e, in generale, la siccità .
Lo studio mira ad analizzare gli effetti a lungo termine che un potenziale cambiamento climatico potrebbe avere sul turismo: prendendo in considerazione clima, durata e frequenza delle vacanze, i ricercatori hanno stimato che nel 2100 molte delle più note località del Sud del Mediterraneo potrebbero essere penalizzate economicamente dal calo del turismo.
Al contrario, le regioni del Nord Europa, con estati più miti, potrebbero invece trarre giovamento dalle mutate condizioni climatiche.
Secondo la previsione degli esperti, a subire le conseguenze peggiori sarebbero Bulgaria e Spagna: quest’ultima perderebbe almeno 5,6 miliardi all’anno.
Estonia, Lettonia, Slovenia e Slovacchia potrebbero invece registrare un boom nel turismo.
Dovremmo, dunque, riscrivere la classifica delle nostre mete preferite e, possibilmente, andare altrove.
Ma quando partire e quanto spesso?
Per i ricercatori, potrebbero esserci dei mutamenti anche in questo senso: “I turisti – dicono – potrebbero iniziare a programmare più vacanze brevi durante l’anno, per beneficiare di un tempo più clemente rispetto a quello di altre stagioni”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Ambiente | Commenta »
Agosto 15th, 2015 Riccardo Fucile
CENTINAIA DI CHILOMETRI DI LITORALE CANCELLATI DALL’URBANIZZAZIONE
Siete in vacanza al mare? Ci siete già stati o siete in procinto di andarci? In ogni caso, potrà
interessarvi sapere che nella nostra amata penisola “spariscono” 20 metri di costa in media al giorno
Più precisamente, vengono “divorati” da un mostro famelico che si chiama urbanizzazione e ha le sembianze del cemento. E purtroppo c’è da temere che la riforma della Pubblica amministrazione approvata recentemente dal Parlamento, introducendo il meccanismo del silenzio-assenso se le Soprintendenze non esprimono il proprio parere entro 90 giorni, finisca per alimentare questa voracità .
I dati raccolti da Legambiente a partire dal 2012 compongono un quadro allarmante sul “consumo delle aree costiere italiane”.
Da Ventimiglia a Trieste, il dossier traccia il profilo dell’intera penisola e sarà completato l’anno prossimo con lo studio di Sardegna e Sicilia
Ma la situazione risulta già ora impressionante: sui 3.902 chilometri di costa analizzati, oltre 2.194 sono stati trasformati dall’urbanizzazione selvaggia in palazzi, alberghi, ville e porti, con una percentuale del 56,2 per cento sul totale.
Dal 1985 a oggi, cioè da quando la legge Galasso impose la distanza minima di 300 metri dal mare per le nuove costruzioni, sono stati praticamente “cancellati” 222 chilometri di litorale, al ritmo di quasi otto all’anno
La lava di cemento non distingue fra i tre mari che ci circondano: 1.257,3 chilometri su 1.784,9 trasformati sul Tirreno; 706,2 su 1.309 lungo l’Adriatico e 485,7 su 808,5 nello Jonio. Nè la colata fa differenza tra Nord, Centro e Sud.
Nella classifica generale delle regioni, il record negativo spetta nell’ordine a Calabria, Liguria, Lazio e Abruzzo, dove si salva ormai appena un terzo del paesaggio costiero.
Dal 65 per cento di litorale calabrese cancellato, per un totale di 523 chilometri su 798 di cui 11 dopo il 1988, si varia al 36 per cento del Veneto (sei chilometri su 170 dopo l’entrata in vigore della legge Galasso): qui, però, ha fatto da argine la particolare morfologia della costa, tra laguna di Venezia e delta del Po. E ciò vale anche per il tratto che va dal Conero (Marche) al Gargano (Puglia)
Nel Lazio, su un totale di 329 chilometri e 208 cancellati, in questi ultimi anni sono stati distrutti 41 chilometri di paesaggi costieri con caratteristiche naturali o agricole.
La Puglia ha eroso addirittura 80 chilometri, per un totale di 455 su 810.
Ma è stato il piccolo Molise a registrare l’aggressione più violenta, con il 28,6 per cento della costa trasformata in tempi più recenti: dieci chilometri cementificati dopo l’introduzione della legge Galasso, per una somma di 17 sul totale di 35
Il consumo delle coste non è solo un problema di ordine estetico o paesaggistico. È in senso più ampio una questione ambientale.
Un’emergenza che compromette l’assetto idro-geologico del territorio: quando i fiumi non trovano più sbocchi sufficienti nel mare, ingabbiati o bloccati dalla barriera di cemento, allora esondano e provocano alluvioni, com’è avvenuto nei giorni scorsi in Calabria.
E quindi, parliamo anche di una minaccia per quella risorsa nazionale che è costituita dal turismo.
«Il silenzio-assenso previsto dalla legge Madia — avverte il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza — mette ancora più a rischio le coste italiane ed è l’esperienza di decenni a dimostrarlo. Da un capo all’altro della penisola, sono troppi i casi di opere eseguite forzando i vincoli delle procedure, anche senza questo meccanismo automatico. Eppure, per impedire ulteriori scempi,basterebbe limitare il silenzio-assenso alle regioni che hanno già approvato Piani pae-saggistici, ai sensi del Codice dei Beni culturali, come Puglia, Toscana e Sardegna».
Oltre a questa prima misura immediata, gli autori del Rapporto propongono di «aprire i cantieri di riqualificazione delle aree costiere », nel quadro del programma europeo 2014-2020
Il patrimonio edilizio lungo le coste è generalmente obsoleto e malandato.
Qui si tratta innanzitutto di favorire la rigenerazione energetica, come s’è cominciato a fare adesso per 11 fari marittimi, in modo da incrementare l’offerta turistica.
Giovanni Valentini
(da “La Repubblica”)
argomento: Ambiente | Commenta »
Agosto 14th, 2015 Riccardo Fucile
NON E’ VERO CHE SENZA NUOVI IMPIANTI NON RESTANO CHE LE DISCARICHE
A ben vedere, sembra proprio che gli inceneritori previsti da un dlgs dello Sblocca Italia, non siano
poi tanto necessari.
Nonostante ieri, sul Fatto Quotidiano,il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti abbia citato la necessità di evitare procedure di infrazione Ue e di offrire un’alternativa alle discariche, si può fare a meno di bruciare i rifiuti. Per tanti motivi. Bruciare non è necessario Non per evitare le sanzioni.
L’Ue in realtà ,ci sanziona non perchè mancano inceneritori , ma per il mancato rispetto dell’obbligo di pre trattamento del rifiuto che va in discarica.
“Il Decreto proposto-spiega Enzo Favoino, ricercatore della Scuola agraria del Parco di Monza ed esperto che lavora con le istituzioni europee e diversi governi nazionali nella definizione delle strategie di settore — considera invece l’incenerimento come necessario”.
Ma è solo uno dei pretrattamenti possibili, quello con i tempi più lunghi di realizzazione e il più esigente in termini di risorse finanziarie, quattro volte superiori rispetto agli impianti di trattamento a freddo.
Costa tanto e richiede garanzie per il ritorno degli investimenti.
“Se vengono meno, c’è un rischio finanziario per i costruttori privati. Così, per sfamare gli inceneritori, le amministrazioni pubbliche devono rallentare i programmi di espansione della raccolta differenziata oppure incorrere in penali ne i casi di contratti ‘vuoto per pieno’, spesso adottati a garanzia, che costringono a conferire all’incenerimento tonnellaggi prefissati per garantire il ritorno dell’investimento iniziale”.
I termovalorizzatori non sono l’unica alternativa
Ci sono gli impianti di trattamento a freddo, con recupero di materia dal rifiuto.
Si combinano sistemi di selezione e stabilizzazione biologica: “Questo consente in seguito di convertire i rifiuti: trattare l’organico pulito per farne compost e i materiali provenienti dalla raccolta differenziata per valorizzarli sul mercato delle materie di recupero. E consente, poi, quella flessibilità che permette la crescita progressiva della differenziata”, dice Favoino.
Ma la precondizione è una buona raccolta dell’organico, in grado di rendere il rifiuto residuo meno ‘sporco’ e più lavorabile: “In Italia questa condizione c’è e va diffusa dovunque. I modelli di raccolta dell’organico italiani sono i più efficienti, tanto da essere stati esportati in vari altri Paesi”.
Non è vero che bruciare alla fine riduce le discariche
La critica mossa ai sistemi di smaltimento alternativo è di non riuscire ad evitare la discarica, ma anche l’incenerimento ha bisogno di discariche.
Spiega Favoino: “Anzi, due tipologie di discarica: per le ceneri volanti e per le scorie. Ci sono invece distretti in cui il rifiuto che arriva in discarica è minimo grazie al lavoro a monte”.
Come si fa? “Con l’ottimizzazione continua della raccolta differenziata, i programmi di riduzione di produzione dei rifiuti, l’introduzione dei sistemi di tariffazione puntuale”. Ma questo richiede appunto quella flessibilità che viene messa a rischio dalla presenza di inceneritori sul territorio.
La Ue non finanzierà più discariche e incenerimento
“È facile prevedere una forte stretta nella concessione di finanziamenti a inceneritori e discariche, a cui finora è andata gran parte dei fondi strutturali. Un’opzione già valutata da Europarlamento e Commissione”, commenta Favoino.
L’idea è che tali finanziamenti comportino un sovvertimento delle priorità nella gestione dei rifiuti.
Non solo: “C’è anche il parallelo restringimento dei sussidi alla produzione energetica da incenerimento. La conseguenza è un aumento delle tariffe per i conferimenti dei rifiuti agli inceneritori”.
Virginia Della Sala
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Ambiente | Commenta »