Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
I DIPARTIMENTI DI GEOLOGIA PASSANO DA 38 A 27 E ORA A 8
Qual è il Paese europeo più colpito dai terremoti? L’Italia. 
Quello più colpito dalle frane? L’Italia.
Quello più colpito dall’emorragia di geologi? L’Italia.
È tutto in questo paradosso, insensato, uno dei grandi problemi che ci affliggon
Via via che il territorio si rivelava più a rischio, le opportunità per i giovani di studiare geologia sono diventate sempre meno, meno, meno..
Il colmo è stato toccato all’università di Chieti. Dove, a causa prima delle spaccature interne e poi della necessità di trovare una scappatoia alla rigidità della legge voluta nel 2009/2010 da Maria Stella Gelmini, decisa (con buone ragioni, anche) ad arginare l’eccesso di dipartimenti spesso mignon con la soppressione o l’accorpamento di quelli più piccoli, è nato il «Disputer».
Dipartimento di Scienze Psicologiche Umanistiche e del Territorio.
Che tiene insieme gli psicologi che indagano nel sottosuolo delle menti umane e geologi che studiano il suolo e il sottosuolo della terra.
Un capolavoro.
Come se, per sopravvivere a una spending review, si fondessero insieme una carpenteria navale e un quartetto di violini
Eppure quali siano le estreme fragilità geologiche del nostro territorio è sotto gli occhi di tutti.
Lo dice il sito ufficiale della Protezione civile: «L’Italia è uno dei Paesi a maggiore rischio sismico del Mediterraneo, per la frequenza dei terremoti che hanno storicamente interessato il suo territorio e per l’intensità che alcuni di essi hanno raggiunto, determinando un impatto sociale ed economico rilevante. La sismicità della Penisola italiana è legata alla sua particolare posizione geografica, perchè è situata nella zona di convergenza tra la zolla africana e quella eurasiatica ed è sottoposta a forti spinte compressive… ».
Lo ripete l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ricordando che sul territorio Italiano (in Francia c’è solo il Puy-de-Dà’me che dorme da sei millenni, in Grecia solo Santorini) «esistono almeno dieci vulcani attivi» e cioè i Colli Albani, i Campi Flegrei, il Vesuvio, Ischia, lo Stromboli, Lipari, Vulcano, l’Etna, Pantelleria e l’Isola Ferdinandea. Più, se vogliamo, il Marsili che, adagiato nel mare tra il golfo di Napoli e le Eolie, è il più esteso del continente. La storia conferma: come scrivono nel volume «Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni» Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise, «dal 1861 ad oggi nel nostro paese, tra i più martoriati, ci sono stati 34 terremoti molto forti più 86 minori» per un totale di almeno 200 mila morti e 1.560 comuni, tra cui 10 capoluoghi, bastonati più o meno duramente. Uno su cinque.
Non bastasse, la relazione al Parlamento della «Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico» ricorda che oltre ai terremoti c’è il resto: «486.000 delle 700.000 frane in tutta l’Ue sono in 5.708 comuni italiani». Quasi il 69%.
Con un progressivo aggravarsi della situazione, denunciata da Paola Salvati e altri nello studio «Societal landslide and flood risk in Italy»: tra il 1850 e il 1899 l’Italia è stata colpita da 162 frane più gravi, triplicate nel mezzo secolo successivo (1900-1949) salendo a 509 per poi aumentare a dismisura tra il 1950 e il 2008 fino a 2.204. E in parallelo crescevano morti, dispersi, sfollati…
A farla corta: avremmo bisogno di un esercito di geologi schierato sulle trincee della ricerca, dei piani urbanistici, delle mappe delle aree a rischio da aggiornare diluvio dopo diluvio.
E invece la geologia è sempre più ai margini dell’università italiana.
Una tabella del Cun (Consiglio universitario nazionale) dice tutto: dal 2000 al 2014 i professori ordinari di Scienze della Terra hanno avuto un crollo del 44,4%.
E i dipartimenti «puri» di geologia, senza gli accorpamenti con altre materie magari a capriccio, sono scesi in una mappa drammatica di confronto che pubblichiamo nel grafico sotto, da 27 (in origine erano 38) a 8. Con la prospettiva di ridursi fra tre anni, visti i numeri, a cinque: Milano, Padova, Firenze, Roma, Bari.
Un delitto.
Tanto più che, dopo essere precipitati tra il 2003 e il 2008 da 1490 a 1064, gli studenti a che hanno deciso di immatricolarsi nelle materie geologiche sono poi impetuosamente aumentati fino a sfondare nel 2012 il tetto di 1541.
Con un aumento del 46%. Prova provata che negli ultimi anni cresce una nuova consapevolezza di quanto il nostro Paese abbia bisogno di quei giovani da mandare al fronte contro il dissesto del territorio.
Sono anni che il Parlamento è stato chiamato a correggere le storture create dalla rigidità esagerata, in settori come questo, della riforma Gelmini.
Ed è dall’estate del 2013 che giace in Parlamento una proposta di legge, prima firmataria la pd Raffaella Mariani, per riscattare «la sostanziale scomparsa dei dipartimenti di scienze della terra».
La denuncia di «un grave degrado della qualità della vita e della tutela della pubblica incolumità » e di inaccettabili anomalie («a volte strutture pubbliche, quali scuole, ospedali e stazioni, vengono costruite in aree a rischio») è rimasta però, per ora, lettera morta.
«Oggi i 1.020 docenti e ricercatori dell’area delle scienze della terra risultano dispersi fra 50 atenei in 94 dipartimenti diversi con una media di meno di 11 unità per dipartimento», denunciava un anno e mezzo fa la Mariani, «Il caso più eclatante è quello dell’Emilia-Romagna, regione con grandissimi problemi geologici e con quattro università . In nessuna di queste è sopravvissuto un dipartimento di scienze della terra.
A Bologna, nell’università più antica del mondo dove nel 1603 Ulisse Aldrovandi coniò il termine “geologia”, oggi non esiste più un dipartimento… »
Sulle proposte tecniche lanciate per restituire nuova vita alla materia così essenziale per la salute del territorio e degli italiani non vi vogliamo annoiare.
Si va da una maggiore elasticità sul numero minimo di iscritti alla richiesta di una piccola quota del Fondo per la prevenzione del rischio sismico da destinare «al finanziamento di progetti di ricerca finalizzati alla previsione e prevenzione dei rischi geologici».
Possono bastare? Boh… Ma certo occorre una svolta.
O i lamenti che si leveranno davanti alle macerie e ai lutti del prossimo terremoto o della prossima frana suoneranno ancora più ipocriti…
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
VINCE LA RIVOLTA POPOLARE CONTRO LA REALIZZAZIONE DEL SISTEMA DI COMUNICAZIONI SATELLITARI DELLA MARINA AMERICANA
Il Muos è pericoloso per la salute dei cittadini.
Con questa motivazione i giudici del Tar di Palermo hanno accolto il ricorso presentato dal Comune di Niscemi (Caltanissetta) contro la realizzazione del sistema di comunicazioni satellitari della Marina militare statunitense che sorge in contrada Ulmo.
Nella sentenza della prima sezione del Tribunale amministrativo regionale, presieduta da Caterina Criscenti, si legge che lo “studio dell’Istituto superiore di sanità costituisce un documento non condiviso da tutti i professionisti che hanno composto il gruppo di lavoro e — fatto ancor più significativo — risulta non condiviso proprio dai componenti designati dalla Regione siciliana, Mario Palermo e Massimo Zucchetti“.
I due esperti, con una loro autonoma relazione allegata allo studio Iss, evidenziano, fra l’altro, che rimangono aperte le valutazioni predittive in campo vicino, per le quali la stessa relazione principale dell’Iss dà atto trattarsi di un campo molto esteso vista la dimensione delle antenne e di non avere a riguardo informazioni specifiche. Inoltre, non sarebbe stata ben indagata nello studio Iss neppure la reale dimensione del rischio alla salute”.
L’impianto, in corso di realizzazione da parte della Marina militare statunitense, inizialmente è stato avversato anche dal presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta, che aveva sospeso i lavori, in attesa di un’analisi da parte dell’Iss.
Arrivate le valutazioni dell’Istituto, la Regione aveva ridato l’autorizzazione all’impianto.
Non solo: la sentenza dei giudizi amministrativi non solo sottolinea che l’autorizzazione paesaggistica concessa nel 2008 “sarebbe irrimediabilmente scaduta”, così come il nulla osta dell’Azienda Foreste demaniali, ma evidenzia la mancanza anche di “indagini preliminari circa le interferenze del Muos rispetto alla navigazione aerea relativa all’aeroporto di Comiso e studi in materia di tutela della salute dalle esposizioni elettromagnetiche e di tutela ambientale”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile
NIENTE PROCESSI AL COMMISSARIO E AI SUOI UOMINI SE COMMETTONO REATI…BONIFICHE RIDOTTE ALL’80%
Approvato la vigilia di Natale, l’ennesimo decreto “Salva Ilva” è legge da lunedì scorso. 
E da ieri se ne conoscono i pesanti effetti.
Dopo che Monti stabilì che l’acciaieria restava aperta contro la decisione della magistratura, Letta che tagliava fuori i Riva — commissariandola — il settimo decreto di Matteo Renzi li estromette definitivamente.
Lo fa, però, mettendo pochissimi soldi sul piatto delle bonifiche, dando carta bianca al commissario e con pesanti deroghe al rispetto delle prescrizioni ambientali.
Quelle che fanno infuriare gli ambientalisti, Verdi in testa, che parlano di “condono”. Promemoria: il premier si è convinto della necessità di una nuova “operazione Alitalia”. Tradotto: con una piccola modifica alla legge Marzano (fatta per Parmalat), parte l’amministrazione controllata su richiesta del commissario Piero Gnudi.
Poi lo schema è noto: la parte sana — la good company — va in mano al futuro commissario (stando al testo, lo stesso Gnudi), mentre debiti e contenziosi finiscono in una bad company, con la garanzia dello Stato. Questo, però, nel testo del governo non c’è. C’è però molto altro.
COMMISSARIO-IMPUNITà€
Viene lasciata carta bianca al nuovo commissario e ai suoi incaricati nell’attuazione del piano ambientale previsto dall’Autorizzazione integrata, quella che dovrebbe fare in modo che l’Ilva non uccida più i tarantini: non rischieranno nulla sul piano penale e civile.
Il perchè è presto detto: stando al testo, molte delle prescrizioni sanitarie non verranno rispettate. Il cavillo disinnesca così qualsiasi iniziativa della Procura di Taranto.
Obiettivo manifesto, peraltro, dei precedenti decreti.
PRESCRIZIONI, C’È TEMPO
Qui si sfiora il condono. L’articolo 2 stabilisce infatti che per rispettare le 94 prescrizioni previste dall’Aia c’è tempo fino al luglio 2015.Mac’è un di più: basterà che per quella data ne siano state realizzate almeno l’80% per non bloccare tutto.
Toccherà al Ministero, con apposito decreto, fissare il termine per le restanti.
Quali? Stando ai tempi fissati dal testo quelle più importanti: la copertura del parco minerali (considerato il principale responsabile del sollevamento delle polveri verso il rione Tamburi), e la numero 16: agglomerato cokeria altiforni.
Entrambe scadono a ottobre e la prima ha tempi lunghi: circa due anni e mezzo. I lavori però, non sono ancora iniziati e il progetto esecutivo ancora non ha l’ok definitivo.
Il rischio è che i due più importanti paletti a tutela della salute non vengano rispettati.
SALUTE, INSOMMA
Più che sottostimarli, il decreto sembra ostacolarli. Sempre all’articolo 2 si decide che la valutazione del danno sanitario non può modificare le prescrizioni che devono essere adottate sugli impianti.
Perchè? La risposta, forse, è nello studio della valutazione del danno sanitario redatto dall’Arpa Puglia: in caso di non applicazione delle prescrizioni sarebbero a rischio cancro 25 mila persone, che in caso di piena applicazione si ridurrebbe solo del 50%.
Dettaglio inutile, visto che non potranno incidere sulle bonifiche.
GLI SPICCI (DI LETTA-MONTI)
Renzi ha parlato di 2 miliardi di euro. Soldi che però non ci sono, almeno non tutti. 1,2 miliardi, per dire, sono quelli sequestrati ai Riva dalla procura di Milano.
Sequestrati, non confiscati (serve una sentenza definitiva): in pratica i soldi sono ancora bloccati in Svizzera.
Proprio in questi giorni i pm stanno dialogando con le autorità elvetiche per riportarli in Italia, ma l’operazione non è semplice e i soldi sono a rischio contenzioso.
Di sicuri, ci sono solo 486 milioni. Cifre non stanziate da Renzi, ma dai governi precedenti al suo, e finora mai spesi (ci sono anche fondi di Fintecna: 150 milioni).
Il premier ha promesso poi 375 milioni di fondi europei.
Nel testo, però, la cifra non compare. I custodi giudiziari della Procura di Taranto avevano stimato il danno ambientale in 8 miliardi.
Dei 30 milioni per la ricerca sui tumori infantili, promessi dal premier, invece, non c’è traccia. Renzi sembrava tenerci in modo particolare: “L’Europa non ci impedisca di salvare i bambini di Taranto”, ha spiegato nelle scorse settimane.
Ieri, il sottosegretario Graziano Delrio ha assicurato che ci saranno. Secondo uno studio dell’Istituto superiore della sanità del 2014, la mortalità per tumore della popolazione tarantina da zero a 15 anni è risultata del 21% superiore alla media della Puglia, mentre l’incidenza delle malattie tumorali è superiore del 54%.
IL FUTURO
Accollate le perdite allo Stato, l’acquirente c’è già : la multinazionale Arcelor Mittal e il gruppo Marcegaglia, in difficoltà e in conflitto d’interessi in quanto fornitore dell’Ilva.
La cifra, stando al testo, è stata già fissata da una valutazione indipendente (che non è dato conoscere).
Proprio come chiesto da Mittal.
Carlo Di Foggia
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 1st, 2015 Riccardo Fucile
LE SFIDE ANNUNCIATE DAL DIRETTORE DELLE CAMPAGNE DI GREENPEACE ITALIA
Primo auspicio per il prossimo anno è “che a Parigi (al vertice sul clima che si terrà a dicembre,
ndr) si arrivi a un accordo serio e vincolante che porti a una prospettiva risolutiva riguardo alla principale emergenza ambientale che è il cambiamento climatico. Cambiamento che è già in atto, dunque si tratta di evitare il peggio”, spiega Giannì ad Adnkronos.
Alla riunione di Parigi “si dovrebbero fissare degli obiettivi molto importanti di riduzione delle emissioni di gas serra, questione non più rinviabile”.
Per il direttore delle Campagne di Greenpeace Italia, “si può fare di meglio su efficienza energetica e rinnovabili e quindi sulla dismissione delle peggiori fonti di emissione di gas serra, cioè carbone e petrolio. Quello che ancora non si è capito, sicuramente non lo si è capito in Italia, è che questa è anche un’enorme occasione di sviluppo, occupazione e tecnologia”.
Altro tema chiave del prossimo anno è l’Expo 2015. “In Italia avremmo una grandissima occasione per parlare di una questione molto importante che è il modo in cui produciamo gli alimenti: l’Expo — spiega Giannì -. Ma per ora non è stata minimamente utilizzata. Io immaginavo che potesse essere l’occasione per riflettere sul ruolo di noi singoli consumatori riguardo a produzione, acquisto, consumo e uso degli alimenti, sul modo in cui vogliamo produrre il cibo nei prossimi 50 anni e tante altre cose”.
“Il made in Italy — sottolinea — dovrebbe essere l’affermazione di un certo tipo di produzione basata sulla qualità che vuol dire tipicità ma anche sostenibilità . Perchè è inutile avere un prodotto tipico poi contaminato da pesticidi o altro. Spero che si parli di questo”.
Nella lista dei ‘desideri’ di Greenpeace c’è anche l’auspicio che ci si occupi di più di “sicurezza in mare e del mare”.
“Mi aspetterei che di questi temi riuscissimo a parlare anche lontano dai mesi estivi — osserva Giannì — In questo Paese se ne discute solo durante le vacanze quando ci si lamenta del mare sporco o in caso di incidenti come quello della Norman Atlantic. Questo episodio potrebbe essere un’occasione per parlare di come noi tuteliamo la sicurezza in mare e del mare. Perchè ci vuole pochissimo per fare danno”.
( da “Adnkronos.com”)
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Dicembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
PROVOCHERA’ EFFETTI NEFASTI SUL NOSTRO TERRITORIO
Sono già 6 le Regioni — Abruzzo, Campania, Lombardia, Marche, Puglia e Veneto — che, entro il
10 gennaio, hanno deciso di impugnare di fronte alla Corte Costituzionale la legge 166/2014 di conversione del decreto 133/2014, in particolare l’articolo 38 del decreto Sblocca Italia che sceglie le trivelle per fare cassa a spese dell’ambiente.
Come sostenuto e richiesto da Legambiente, Fai, Greenpeace, Marevivo, Touring Club Italiano e Wwf ed associazioni e comitati locali, le Regioni stanno decidendo di contrastare la forzatura, voluta dal Ministero dello Sviluppo Economico, e secondi gli ambientalisti e le Regioni «Contraria al Titolo V della Costituzione, che bypassa l’intesa con le Regioni e stabilisce corsie preferenziali e poco trasparenti per le valutazioni ambientali e per il rilascio di concessioni uniche di ricerca e coltivazione di idrocarburi. Trivellazioni che potrebbero interessare anche il territorio piemontese con diverse richieste di ricerca ed estrazione di idrocarburi».
Fabio Dovana, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, sottolinea: «Siamo fortemente preoccupati per i contenuti di questo decreto, che non solo su alcune questioni strategiche esautora di fatto le competenze delle Regioni, ma ripropone una visione vecchia del Paese, che non coglie le sfide del XXI secolo e sbaglia la scelta delle priorità senza individuare criteri di utilità effettiva per il territorio e i cittadini. Siamo convinti che il nostro Paese debba essere “sbloccato”, incidendo strategicamente nel quotidiano dei cittadini e delle pubbliche amministrazioni, con un effettivo snellimento delle procedure e una reale delegificazione, puntando alla realizzazione delle opere veramente utili a modernizzare l’Italia, ma non nella direzione individuata dallo Sblocca Italia. Speravamo —sottolinea ancora il presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta- che il decreto potesse essere uno strumento utile per modernizzare il nostro Paese, in realtà si sta rivelando una scommessa persa che rischia di avere effetti nefasti sul nostro territorio».
Per questo Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta ha chiesto al Consiglio regionale e al presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino di impugnare il decreto di fronte alla Corte Costituzionale.
Chiamparino è in una evidente difficoltà , visto che è presidente della Conferenza delle Regioni e delle province autonome e non può stare ancora molto tra coloro che gli ambientalisti ed i sindaci accusano di tentennare, come il presidente della Regione Siciliana e quello della Basilicata.
Dovana evidenzia che «il Consiglio regionale ha già avuto una prima occasione per esprimersi favorevolmente al nostro appello ma ha preferito astenersi a larga maggioranza. Chiediamo ora alla Giunta e ai consiglieri di ritornare sulla questione impugnando entro il 10 gennaio il decreto così come fatto già da altre sei Regioni. Per Legambiente col decreto Sblocca Italia si rischia una nuova ondata di trivellazioni petrolifere con irrilevanti benefici economici e sociali ed elevati pericoli ambientali per aree di pregio naturalistico e paesaggistico. Agli attuali tassi di consumo e valutate le riserve certe a terra e a mare censite dal Ministero dello Sviluppo Economico, il petrolio estratto potrebbe coprire il fabbisogno nazionale per soli 13 mesi. Secondo le stime di Assomineraria, l’upstream, cioè la filiera di esplorazione e produzione (E&P) in Italia e estero, vale il 2,1% del Pil italiano e con lo Sblocca Italia comporterebbe un aumento sul Pil dello 0,5%, mentre secondo il rapporto “World Travel & Tourism Council”, l’Italia ha ricavato nel 2013 dalle attività turistiche (compreso l’indotto) il 10,3% del proprio Pil». Ribadendo che la via maestra per l’uscita dalla crisi in Italia si chiama manifattura verde e di qualità — e non turismo — sono queste cifre che si commentano da sole.
(da “greenreport.it”)
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Dicembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
TRA ETERNIT, BUSSI E MARLANE, TUTTI PRESCRITTI O ASSOLTI… AMBIENTE, LEGGI E PROCESSI INUTILI
Quanto costa allo Stato la prescrizione per i reati ambientali? 
Secondo il calcolo dei Verdi 220 miliardi di euro.
Tra il 2004 e il 2013, i procedimenti penali di questo tipo chiusi con prescrizione sono stati circa 50 mila.
Sostiene il portavoce dei Verdi Angelo Bonelli: “Dopo la prescrizione penale c’è la prescrizione economica”.
Lo studio prende in considerazione i costi delle bonifiche, di ospedalizzazione dei cittadini ammalati a causa dell’inquinamento e i costi ambientali come previsto dalla direttiva europea che applica il “principio chi inquina paga”.
In Italia, i siti nazionali e regionali da bonificare sono 57 e hanno un’estensione di circa 180mila ettari.
A questi vanno aggiunti i siti inquinati non inseriti negli elenchi del ministero.
Dal 2002 al 2013 i fondi stanziati per le bonifiche sono stati 4 mila miliardi di euro con risultati spesso poco soddisfacenti .
Per esempio, il danno ambientale del Sin di Taranto è stimato dai custodi giudiziari della Procura della Repubblica in 8,5 miliardi di euro.
Stessa cifra per la discarica di Bussi in Abruzzo per la quale sono stati assolti per prescrizione 19 tra ex amministratori, ex dirigenti e tecnici.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
PER I GIUDICI NESSUNO AVVELENà’ L’ACQUA DISTRIBUITA A 700 MILA PESCARESI, NONOSTANTE IL PARERE CONTRARIO DELL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITà€: 19 ASSOLTI
Il disastro ambientale l’hanno causato, sì, ma senza averne intenzione.
E nel frattempo è arrivata la prescrizione.
L’acqua sarà pure stata contaminata, come dimostrano le analisi dell’istituto superiore della Sanità , ma loro non l’hanno mai avvelenata: assolti.
Il processo sulla mega-discarica di Bussi e sul disastro ambientale causato dal polo chimico della Montedison — Ausimont vedeva imputate 19 persone, tra le quali dirigenti e tecnici della Montedison, ritenute responsabili dello sversamento dei veleni nelle falde acquifere.
L’epilogo
S’è chiuso con con 19 assoluzioni. Eppure, che fino al 2007 l’acqua sia stata “compromessa” e “contaminata da sostanze di accertata tossicità ”, l’aveva certificato l’Istituto superiore di Sanità .
Carta straccia — dobbiamo dedurne, in attesa della motivazione — visto che ieri la Corte d’Assise di Chieti ha assolto tutti gli imputati perchè il “fatto” — ovvero l’avvelenamento delle acque — “non sussiste”.
La sentenza arriva intorno alle 5 del pomeriggio, quando la Corte legge un dispositivo di sei righe che, da un lato, derubricano il disastro ambientale — dichiarandolo già prescritto — da doloso in colposo e, dall’altro, sentenziano che non vi fu alcun avvelenamento delle acque.
Sconfitta l’accusa, sostenuta dai pm Annarita Mantini e Giuseppe Bellelli, può esultare la difesa.
E tra i vincitori, in questo processo, c’è una donna in corsa per la candidatura al Quirinale, Paola Severino, che difende Mauro Molinari, geologo e consulente della Montedison.
L’ex ministro aveva sostenuto in aula e davanti alle telecamere che “non è con i processi penali che si ottengono i risultati in tema di ambiente, non basta trovare il capro espiatorio”, aggiungendo che la responsabilità delle bonifiche deve essere estesa allo Stato.
La linea Severino — e degli altri difensori — ha evidentemente convinto la corte d’assise presieduta dal giudice Camillo Romandini, subentrato a Geremia Spiniello, ricusato perchè aveva osato dichiarare, in un’intervista, che la Corte avrebbe “reso giustizia al territorio”.
Un affermazione che, secondo i difensori, preordinava un giudizio di colpevolezza. Il “caso” Flick
La tensione nel processo è stata costante. Anche ieri mattina, quando in aula è stato menzionato il nome di un altro ex ministro che, seppure indirettamente, ha avuto un peso nell’ultima discussione: parliamo di Giovanni Maria Flick e del suo “parere pro — veritate” in materia di disastro ambientale.
Un parere che non gli è stato commissionato nell’ambito del processo Bussi, ma che ha scatenato una polemica arrivata comunque in aula, ieri, a pochi minuti dalla sentenza, con tutto il suo peso della sua analisi, considerata l’autorevolezza di chi lo firmava: il reato di disastro ambientale — sostiene Flick in sintesi — potrebbe risultare incostituzionale e aver bisogno, quindi, del parere della Consulta.
L’ex presidente della Corte Costituzionale, contattato dal Fatto quotidiano, non ha voluto rivelare chi gli ha commissionato il parere: “Non posso rivelarlo, ma vi assicuro che la richiesta non è giunta da nessuna delle parti in causa, del processo Bussi io non conoscevo neanche l’esistenza”. Flick — senza alcun riferimento espresso al processo Bussi — ha pubblicato il suo parere proprio sul sito http://www.penalecontemporaneo.it  : l’editore della rivista è l’avvocato Luca Santa Maria, difensore della Solvay che, in questo processo, s’è costituita parte civile contro la Montedison.
La rivista ha poi deciso di rimuovere il “parere” (non in quanto “incompatibile” con la linea difensiva di Santa Maria, come abbiamo scritto erroneamente nell’articolo di ieri) perchè la linea editoriale prevede di non pubblicare documenti redatti in favore o comunque su incarico di una parte processuale.
L’avvocato dello Stato Cristina Gerardis aveva sostenuto in aula che il parere di Flick fosse un “messaggio” alla Corte, ieri la difesa ha reagito ribaltando l’accusa, prima che la Corte si riunisse in consiglio per emettere la sentenza.
Il disastro ambientale c’è stato, sostiene la sentenza, ma soltanto colposo e comunque prescritto.
Nessun avvelenamento delle acque, invece, nonostante una mole di documenti e verbali di interrogatori raccolti dall’accusa certificassero il contrario.
Scienza e sentenza
I pm hanno sostenuto che alcuni imputati sapevano che l’acquedotto Giardino, a partire dal 1992, fosse stato inquinato.
E l’acquedotto riforniva acqua a un bacino di 700mila persone in tutta la Val Pescara. E ancora: documenti sul mercurio ritrovato nel 1972 nei pesci e nei capelli dei pescatori del porto di Pescara.
E le dichiarazioni di una dirigente dell’Arpa, messe a verbale dal comandante della Guardia Forestale, Guido Conti: “… è stata accertata la presenza di sostanze potenzialmente a rischio per la salute umana… Sarebbe stato necessario vietare l’erogazione e la distribuzione delle stesse acque…”.
Resta in piedi la partita per il ripristino ambientale dell’area. “Dall’esito di questa sentenza — dice l’avvocato dello Stato Gerardis che ha chiesto 1,8 miliardi di risarcimento — non dipende per lo Stato alcuna decisione per ottenere il ripristino ambientale dell’area: il procedimento del ministero dell’Ambiente, nei confronti della Montedison, pende tuttora davanti al Consiglio di Stato. È già pronta la citazione civile, nei confronti dell’azienda, per il ripristino dell’ambiente e gli eventuali danni economici laddove non fosse possibile fermare l’inquinamento”.
“Sulla discarica di Bussi — ha dichiarato il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti — ricorriamo in appello. Chiediamo la condanna dei responsabili e il risarcimento per danni ambientali”.
Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
56 MILIONI TRA CAMPAGNA DI COMUNICAZIONE PER RISOLLEVARE IMMAGINE E SOSTEGNO ALLE AZIENDE LOCALI, SOLO 42 PER LE BONIFICHE
Quando l’immagine del malato è più importante della sua guarigione.
La Regione Campania guidata dall’azzurro Stefano Caldoro, attraverso la partecipata Campania Sviluppo, ha stanziato 23 milioni di euro per una campagna di comunicazione che risollevi l’immagine dei prodotti agricoli della Terra dei Fuochi, il perimetro di territorio inquinato da decenni di interramenti tossici e dalla pratica criminale dei roghi abusivi di rifiuti.
Altri 33 milioni sono destinati al sostegno economico delle aziende agricole locali.
Il totale è 56 milioni di euro. Circa 14 milioni in più dei 42 stanziati per le bonifiche delle discariche e dei siti inquinati, a cominciare dalla “bomba ecologica” della Resit di Giugliano.
Tra i fondi per le campagne promozionali (tra i quali spiccano 2 milioni di euro per il rilancio del logotipo Campania Sicura), sbucano anche 4 milioni e mezzo di euro da drenare nelle casse delle società sportive campane.
La fetta più grande della torta, circa 3 milioni e mezzo, andrà al Napoli calcio, la spa presieduta da Aurelio De Laurentiis.
Ma sono previsti finanziamenti a pioggia, anche di poche decine di migliaia di euro, per decine di squadre di calcio, di basket, pallanuoto e rugby.
L’assessore regionale all’Ambiente Giovanni Romano prova a spiegare così il senso dell’operazione in un’intervista a Il Mattino: “Affidarsi alle società sportive che giocano su tutto il territorio nazionale rientra in una strategia che ha come obiettivo la promozione del Made in Campania in vista dell’Expo 2015 che è finalizzata proprio al cibo”.
Peccato però, come sottolinea il giornalista Paolo Mainiero, che le risorse siano state dirottate anche su squadre di calcio che giocano in Eccellenza e non escono dal territorio campano.
Il comunicato diffuso dall’ufficio stampa della giunta regionale a nome di Sviluppo Campania precisa che “la campagna di comunicazione per la tutela dei prodotti che vede protagoniste le società sportive pesa 4,5 milioni di euro ed è parte, la meno consistente visti i numeri, di una molto più ampia strategia di contrasto alla crisi economica del valore di 150 milioni di euro e di uno specifico piano di azione per supportare i produttori dei settori agricolo e agro-alimentare della Campania del valore di 65 milioni di euro.”
“Il supporto che la Regione Campania ha immaginato di dare ai produttori agricoli e di prodotti agroalimentari del nostro territorio è doverosamente concentrato sugli aspetti essenziali del problema che li ha afflitti: un inesatto e ingeneroso demarketing e che va sotto il nome di Terra dei Fuochi”.
“Abbiamo previsto — fanno sapere da Sviluppo Campania — 10 milioni di servizi reali di affiancamento alle imprese per l’internazionalizzazione e per investimenti nella promozione dei propri prodotti; 15 milioni di contributi per sviluppare in proprio azioni di certificazione e rilancio commerciale dei propri prodotti; 18 milioni di contributi per analizzare i terreni (in collaborazione con l’istituto zooprofilattico) e per investire in sistemi tecnologici di tracciabilità dei prodotti. Tutto per un totale di interventi a favore delle imprese per 43 milioni”.
Sullo sfondo, la questione delle bonifiche.
Il ministero dell’Ambiente aveva stanziato 49 milioni di euro, ma 13 sono stati dirottati alla copertura dei contenziosi dell’ex commissariato per l’emergenza rifiuti. Al commissario straordinario per la bonifica della Resit, l’ex sindaco Ds di Salerno Mario De Biase, restano 36 milioni.
Ed il compito di arduo di farseli bastare.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
ORA SI CHIEDE L’APPROVAZIONE RAPIDA DEL “DDL REALACCI”, MA ECOLOGISTI E MAGISTRATI HANNO GIà€ DETTO CHE PEGGIOREREBBE SOLO LA SITUAZIONE
È arrivato il momento di approvare in Senato il ddl sui delitti contro l’ambiente”.
Il renziano Ermete Realacci, che di quella legge è il primo firmatario, la mette così: se ci fosse stata, il processo Eternit sarebbe finito diversamente.
È solo la voce più autorevole di un coro che chiede l’accelerazione su quel ddl, già approvato dalla Camera e parcheggiato in Senato da mesi.
Le cose, però, non stanno proprio così: il ddl salvifico, se fosse approvato com’è, sarebbe una sorta di pietra tombale su quel poco che resta del contrasto ai reati ambientali.
Se quel testo fosse legge, le difese dei 50 indagati nel “processo madre” sull’Ilva di Taranto — che riprende oggi davanti al gup Wilma Gilli — potrebbero legittimamente festeggiare.
È vero che, ad esempio, quel ddl punisce tanto “l’inquinamento ambientale” che il “disastro ambientale” con pene severe, ma è anche vero che le fattispecie di reato sono scritte in modo da essere sostanzialmente inapplicabili.
Una sorta di rinuncia preventiva alla sanzione, un condono per via di insipienza legislativa. Vediamo perchè.
Ad oggi l’inquinamento, ad esempio, sarebbe punibile solo in caso di “compromissione o deterioramento rilevante” dell’ambiente.
Ha scritto il pm Maurizio Santoloci, esperto di reati ambientali, su dirittoambiente.net  : “Che vuol dire rilevante? Un concetto astratto, che si presterà alle più disparate interpretazioni”, creerà i soliti cumuli di “giurisprudenza controversa” con “effetto deterrente e repressivo irrilevante”.
Di più: il disastro è definito “l’alterazione irreversibile dell’equilibrio dell’ecosistema” o un danno “la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa” o “l’offesa della pubblica incolumità ” per “l’estensione della compromissione o per il numero delle persone esposte”.
Commenta Santoloci: “Tutti principi e concetti sempre astratti, che si prestano a prevedibili battaglie giudiziarie infinite” destinate a finire nel nulla.
Ad aprile, il pg di Civitavecchia, Gianfranco Amendola, storico “pretore verde”, spiegò un’altra grave lacuna a ilfatto quotidiano.it  : il nuovo reato di disastro può essere contestato solo nelle ipotesi in cui sia prevista una “violazione di disposizioni legislative, regolamentari o amministrative, specificamente poste a tutela dell’ambiente”.
Insomma, si fa “dipendere la punibilità di un fatto gravissimo dall’osservanza o meno delle pessime, carenti e complicate norme regolamentari e amministrative esistenti”: ambiente e salute, però, sono “beni costituzionalmente garantiti” e non possono essere legati a questo o quel codicillo amministrativo.
Questo senza contare la possibilità di “ravvedimento operoso” dell’inquinatore con riduzioni fino ai due terzi della pena: nuove maglie in cui far sfuggire i responsabili come se non fosse già successo con decine di false bonifiche di questi anni.
E non è finita perchè — scrive ancora Santoloci — va letta “attentamente” la seconda parte del ddl che “è una rivoluzione totale (negativa) in tutto il settore degli illeciti penali vigenti”. In sostanza si crea una corsia parallela (all’acqua di rose) per “i reati contravvenzionali” — che, in materia ambientale, sono quasi tutti, compresa la realizzazione di una discarica abusiva — “che non hanno cagionato danno o pericolo concreto e attuale”.
Formula che comprende, a questo punto, tutti i comportamenti criminosi ai danni dell’ambiente, il cui specifico è proprio il fatto che il danno si manifesta nel tempo. “Scrivere una norma preliminare del genere — spiega Santoloci — vuol dire ignorare totalmente la realtà storica e giuridica”.
Qui la chicca: per “eliminare la contravvenzione” per questi reati e uscirne immacolati basterà infatti rispettare le prescrizioni… della polizia giudiziaria: insomma sarà la pattuglia della Forestale o dei Carabinieri a dare al responsabile le “specifiche tecniche” e i “tempi massimi” per rimettere tutto a posto.
“Il reato ambientale — è la conclusione del pm — finisce a tarallucci e vino”.
Ne è convinto anche Angelo Bonelli, portavoce dei Verdi: “Dopo la scandalosa sentenza Eternit, ora altri processi per disastro ambientale salteranno grazie al Parlamento. Saremo davanti al Tribunale di Taranto per il processo Ilva: con le vittime pugliesi faremo un minuto di silenzio per quelle di Casale”.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Ambiente | Commenta »