Agosto 14th, 2014 Riccardo Fucile
IL 40% SCARICA ANCORA NEI FIUMI E IN MARE, IN ARRIVO MAXIMULTA DALLA UE… MAGLIA NERA AL FRIULI VENEZIA GIULIA
Zero carbonella: ecco i soldi spesi dalla Sicilia di quel miliardo e 96 milioni di euro che aveva ricevuto per depurare le acque.
Un danno e una beffa: sta per arrivare, da Bruxelles, una sanzione pesante. Che non colpirà solo l’isola.
È l’Italia tutta, infatti, a essere lontana dagli standard dei Paesi di punta: il 36% dei cittadini scarica direttamente nei fiumi e in mare. Una vergogna.
Che ci può costare quasi un miliardo di maximulta. Soldi buttati per «sciatterie, inefficienze, mancati controlli…».
La tabella di confronto col resto d’Europa fa arrossire: dietro di noi, che arranchiamo con solo 64 cittadini su cento dotati d’un sistema fognario, ci sono l’Estonia, il Portogallo, la Slovenia…
Ma siamo staccati di 9 punti dal Belgio, 17 dalla Repubblica Ceca, 20 dalla Francia, 22 dalla Spagna, 33 dalla Finlandia, 34 dalla Lituania e dalla Gran Bretagna, 36 dall’Austria, dalla Germania o dall’Olanda
Certo, i dati della «Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e lo sviluppo delle infrastrutture idriche», voluta da Renzi per accorpare il tema delle acque e unificare ad esempio sei banche dati diverse «dove non c’era un numero che tornasse», dicono che è il Mezzogiorno l’area più critica: la metà dei cittadini scarica senza filtri.
A dispetto di certi stereotipi anti-meridionalisti, però, spiega Erasmo D’Angelis, che guida la Struttura, la regione più esposta alla stangata europea per l’assenza di depurazioni è il Friuli Venezia Giulia.
Dove la multa in arrivo da Bruxelles il 1° gennaio 2016, secondo le previsioni calcolate dalla Struttura di missione dovrebbe essere di 66 milioni di euro pari a 53,6 euro pro capite.
Il doppio della multa alla Calabria, quasi il quintuplo rispetto alla Liguria, sette volte la media nazionale (8,1 euro), il decuplo della Puglia.
Seconda, per sanzione pro capite, è un’altra regione settentrionale, la Val d’Aosta: 39 euro pro capite.
Terza la Sicilia, che pagherà complessivamente la somma più alta: 185 milioni. Ma è tutta la penisola, accusa D’Angelis, ad essere in ritardo: «Perfino in Lombardia (dico: in Lombardia!) i fiumi e i laghi sono per il 40% gravemente inquinati».
Totale della maximulta in arrivo per i depuratori, secondo la Struttura: 482 milioni di euro.
Più altrettanti o poco meno per l’inquinamento di corsi d’acqua, laghi, lagune..
Sono strettamente collegati il rischio idrogeologico, lo sviluppo delle infrastrutture idriche e l’adeguamento del sistema della depurazione delle acque e della bonifica delle discariche. Senza equilibrio, addio.
Come ricorda una relazione della «Struttura» alla Camera, il nostro è uno dei Paesi più franosi del mondo: «486.000 delle 700.000 frane in tutta l’Ue sono in 5.708 Comuni italiani, 2.940 a livello di attenzione molto elevato».
E questo «si intreccia con una impressionante carenza pianificatoria di superficie, la quasi scomparsa delle manutenzioni, abuso del suolo e fiumi incanalati in piste da bob o intubati sotto le città pronti ad esplodere al primo nubifragio come il Seveso».
E si intreccia ancora «con un generale fatalismo e la scarsa percezione della dimensione dei rischi e di conoscenza dei fenomeni».
Va da sè che la potenza distruttiva della natura (Dante stesso pare accennare alle «bombe d’acqua» ma ce n’erano molte meno di oggi) «viene moltiplicata dai nostri errori fatali, primo fra tutti la caparbietà con la quale il territorio più fragile» e più abitato (189 abitanti per chilometro quadrato contro i 114 della Francia e gli 89 della Spagna) «è stato spremuto» senza tener conto della «regola base della prevenzione strutturale».
Un esempio? Su 16.700 chilometri di binari ferroviari 6.700 sono esposti a rischio: «Non occorrono esperti amministrativisti o contabili ma di psichiatria».
Basta, sostiene il documento, «non è più accettabile vedere l’Italia che crolla, frana e si allaga così facilmente e non poter far nulla o poco perchè pur in presenza di risorse bisogna aspettare firme, timbri e pareri per tempi indefiniti.
E assistere a Conferenze di servizi dove i poteri di veto di ogni partecipante sono simili a quelli del Consiglio di Sicurezza Onu, facendo passare 3-6 anni dalla progettazione all’inizio di lavori anche banali».
Matteo Renzi assicura di voler accantonare «un miliardo l’anno del Fondo per lo sviluppo e la coesione (FSC) 2014-20 per il finanziamento di interventi infrastrutturali di messa in sicurezza di territori e in particolare a difesa delle aree metropolitane».
Ma poi, sarà possibile spendere quei soldi o resteranno appesi al soffitto come caciocavalli?
La domanda non è retorica: negli ultimi 16 anni, accusa il documento consegnato a Montecitorio, non sono stati usati un sacco di quattrini destinati alla messa in sicurezza idrogeologica e alla depurazione delle acque, che come abbiamo visto nel caso del Seveso o del Sarno sono strettamente legate.
Colpa di «procedure burocratiche abnormi», di ricorsi infiniti dopo ogni appalto (perfino i lavori sul Bisagno, protagonista di disastrose inondazioni a Genova, sono bloccati…), di veti incrociati, di «ritardi ed eccessiva complessità delle procedure di valutazione di impatto ambientale».
Totale dei soldi non spesi, in tre blocchi principali di finanziamenti: due miliardi e 273 milioni. Tutti denari già disponibili, cash, per i quali non sono mai stati aperti i cantieri.
E qui sono sotto accusa soprattutto tre regioni meridionali. «Sicilia, Calabria e Campania hanno in comune l’impressionante incapacità di spesa e l’inefficienza della Pubblica amministrazione a partire dai livelli regionali», scrive D’Angelis in una lettera al presidente del Consiglio.
Un esempio? I soldi stanziati con gli accordi di programma 2009/10.
In Calabria, su 185 interventi programmati, solo cinque cantieri aperti e manco uno chiuso nonostante il territorio sia così fragile da aver vissuto dal 2010 a oggi «454 nuove emergenze».
In Campania su 97 programmati solo quattro cantieri aperti e solo due chiusi. In Sicilia 194 programmati, 43 cantieri già chiusi e 71 aperti ma la Regione, che avrebbe dovuto sborsare 172 milioni accanto a quelli statali, ha scucito solo «lo 0,1%»
Quanto al Report delle opere idriche, «la Delibera Cipe 60/2012 impegnava 1,6 miliardi per le Regioni del Sud per un totale di 183 interventi (depuratori, collettori, reti fognarie). Ad oggi nessuna opera è conclusa». Nessuna.
Maglia nera, come dicevamo, la Sicilia che grazie anche a Stefania Prestigiacomo era stata benedetta da una pioggia di quattrini: «Su 96 opere programmate per 1.096 miliardi appena 5 opere al preliminare e zero fondi impegnati».
Ulteriore conferma di una certezza: non è (solo) una questione di soldi…
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 11th, 2014 Riccardo Fucile
META’ DEL DEMANIO MARITTIMO OCCUPATO PER USI PRIVATI
I recenti dati sullo stato delle coste italiane sono terribili.
Probabilmente nessun Paese, con uno sviluppo costiero così cospicuo (quasi 8000 km), ha maltrattato e distrutto il fulcro del suo patrimonio turistico.
E lo ha fatto con una perseveranza che non trova riscontro neppure in Grecia o in Spagna, e che non si ferma nemmeno davanti ai ripetuti allarmi per l’eccessivo consumo di suolo lanciati negli ultimi anni.
In Italia l’occupazione delle coste è al 60% contro una media mediterranea del 40%, ma raggiunge vette dell’85% nel Lazio; in Liguria solo 19 km di coste su 135 sono liberi dal cemento, in Emilia Romagna 24 su 104.
Il tutto aggravato da una feroce erosione delle coste che le ha ridotte del 40% negli ultimi decenni; erosione che trova la sua ragione nella moltitudine di dighe e cave lungo il corso dei fiumi che così non possono ripascere le spiagge.
Con le spiagge ce la siamo presa particolarmente: su circa 3500 km, quasi 1000 sono occupati dagli stabilimenti ufficiali, poi bisogna aggiungere campeggi, villaggi turistici, infrastrutture varie e le opere residenziali (molte abusive), arrivando a circa una buona metà del demanio marittimo occupato per usi privati.
Solo il 29% delle coste italiane (circa 2200 ettari) è libero da insediamenti e integro.
Quasi il 60% è invece stato già fatto oggetto di occupazione intensiva che ha comunque sempre comportato almeno la cancellazione della duna e della macchia. Come se non bastasse, il restante 11% è in via di occupazione.
Una volta la grande bellezza italica era anche il mare, ma negli ultimi 25 anni le nostre coste si sono sostanzialmente trasformate in aree urbane.
Se aggiungiamo che siamo il paese più caro del Mediterraneo, per quale ragione i turisti stranieri dovrebbero venire, e soprattutto tornare, al mare da noi?
E’ vero, il patrimonio artistico, storico e monumentale dell’ex Belpaese è ancora attraente, ma è sommerso dalla grande bruttezza di periferie inguardabili o assediato da costruzioni moderne nemmeno completate.
Il valore di contesto, quello che rendeva unico un paese in cui, passeggiando in riva al mare, trovavi il teatro greco o il porto romano, le tagliate etrusche e i villaggi padani, è sfregiato orribilmente.
Soprattutto è l’ambiente a essere stato improverito e distrutto, così la qualità dei soggiorni, soprattutto dei turisti nord-europei è scaduta e ci lasciano a favore delle mete tradizionali (Grecia, Croazia e Spagna) o di quelle nuove (Cina e Sudest asiatico).
Perchè dovrebbero cercare una natura che non esiste più in Calabria o in Sicilia quando in Thailandia o Indonesia è ancora in gran parte intatta, costa molto meno e viene offerta con una ospitalità che noi abbiamo dimenticato?
Forse fra dieci anni anche questi luoghi saranno ricoperti di costruzioni, ma questo è il nodo cruciale del turismo mondiale, la legge non scritta per cui, quando l’infrastrutturazione supera un certo limite, allora il godimento si abbassa in maniera intollerabile e arrivano le infiltrazioni malavitose.
E la costa perduta è perduta per sempre.
Se vogliamo conservare e potenziare il motore economico del nostro sistema turistico estivo, abbiamo davanti una strada obbligata, che serve anche a tutelare natura e ricchezza della vita. Portare a 1000 metri dal mare il divieto di costruire (oggi è di 300) e applicare una moratoria di almeno cinque anni alle nuove costruzioni.
Le coste sono i nostri gioielli di famiglia esattamente come i monumenti, per via di un legame fra cultura e natura che è da noi più stretto che altrove.
Il nostro patrimonio non è tanto la somma dei monumenti, ma il contesto: quello che rende(va) unico in tutto il mondo un Paese che dovrebbe ancora porre a perno della propria identità nazionale e della propria memoria collettiva i valori culturali e naturalistici.
Mario Tozzi
(da “La Stampa“)
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Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile
“E’ GIUNTO IL MOMENTO DI DIRE LE COSE FINO IN FONDO: DA INIZIO ANNO REGISTRATI 20 STATI EMERGENZA E UN COSTO DI 3,7 MILIARDI”
Dai 100 eventi meteo all’anno con danni ingenti registrati fino al 2006 siamo passati al picco di 351
del 2013 e ad oltre 100 nei soli primi 20 giorni del 2014.
Da ottobre 2013 all’inizio di aprile 2014 sono stati richiesti dalle Regioni 20 Stati di emergenza, con fabbisogni totali per 3,7 miliardi di euro.
Soprattutto, ci sono ancora una volta le perdite umane, per le quali abbiamo sempre espresso cordoglio e il massimo rispetto.
Proprio per loro rispetto le nostre dichiarazioni, per quanto forti, non sono mai state incentrate su questioni che avrebbero potuto far pensare ad dichiarazioni di circostanza o ancora peggio di sciacallaggio.
Sempre con immutato rispetto delle vittime, è ora giunto il momento di dire le cose sino in fondo, di segnalare l’immutata mancata attenzione per il territorio e l’incapacità persino di comprendere il concetto di prevenzione.
Se così non fosse, forse piuttosto che occuparsi della riforma del Senato il Parlamento avrebbe dato priorità ad altre norme, dai presidi territoriali all’inserimento del geologo di zona negli organici dei comuni.
Se un esperto avesse potuto valutare lo stato dei nostri corsi d’acqua, ne avrebbe segnalato le ostruzioni come elemento di forte pericolosità .
Gian Vito Graziano
presidente del Consiglio nazionale dei geologi
(da greenreport.it)
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Luglio 28th, 2014 Riccardo Fucile
DECRETO ANTI-INCHINI GIA’ ANNACQUATO: A RISCHIO VENEZIA, CAPRI E PORTOFINO
Con un po’ di anticipo sulla tabella di marcia, grazie al meteo favorevole e all’ottima tenuta del progetto
ingegneristico che ha rimosso il relitto, la Concordia è arrivata a Genova.
Si conclude la vicenda che è costata la vita a 33 persone e ha inflitto una ferita all’ambiente del Giglio e dell’Arcipelago Toscano e all’immagine del nostro Paese.
I nostri monitoraggi non hanno fatto emergere alcun sversamento di idrocarburi o sostanze inquinanti.
Adesso però dobbiamo rivitalizzare il Santuario dei cetacei, rendere efficace il “Decreto anti-inchini” e inaugurare una nuova stagione dello smantellamento delle navi europee nel vecchio continente.
Ogni giorno, insieme a Legambiente, abbiamo raccontato cosa accadeva nel tragitto, monitorando il convoglio a bordo della Maria Teresa, l’imbarcazione della Fondazione Exodus di Don Mazzi
Ora, vogliamo augurarci che il buon esito della rimozione del relitto possa essere un trampolino per rivitalizzare il Santuario dei cetacei.
Politiche di gestione attente e tutela del mare, avrebbero potuto prevenire questa tragedia. Dopo il naufragio, con fin troppe resistenze, è stato varato un “Decreto anti-inchini” che è stato però già annacquato dalle pressioni delle lobby dei trasporti marittimi.
Ci sono infatti i “passaggi ravvicinati” davanti a Venezia, Capri e Portofino, con la speranza che non si ripresenti l’ennesima emergenza annunciata.
D’altra parte è significativo che per la prima volta, da decenni, una grande nave venga smantellata in Italia: non possiamo aspettare tragedie come queste per fermare la vergognosa pratica dello smantellamento delle navi in cantieri fatiscenti in Paesi come la Turchia, l’India e il Bangladesh.
Ci auguriamo che questa sia l’occasione per ripensare un modello industriale aberrante e garantire sul serio lo smaltimento in Europa delle imbarcazioni comunitarie.
Il nostro monitoraggio, tuttavia, non si conclude con l’arrivo della Concordia a Genova: insieme a Legambiente continueremo a vigilare sullo smaltimento della nave e sulle operazioni di bonifica e ripristino dei fondali del Giglio e chiediamo di partecipare come osservatori in questo delicato processo.
Tutto questo, per chiedere anche un adeguato risarcimento del danno ambientale senza sconti per la proprietà
Mai più un’altra Concordia.
(da “Greenpeace.org”)
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Luglio 12th, 2014 Riccardo Fucile
INCOGNITA SICUREZZA: LE ESPLORAZIONI SONO SPACCIATE PER INNOCUE
A ben vedere qualcosa s’è mosso, anche nella parte italiana dell’alto Adriatico e sono le carcasse di delfini e tartarughe marine, a centinaia, trasportati un anno fa dalle correnti sulle spiagge italiane, dal Veneto alle Marche.
Per i biologi cetacei e caretta sono stati uccisi dalle onde d’urto utilizzate per setacciare i fondali a caccia dei giacimenti di gas e petrolio che fan gola al governo dalmata (e ora pure a quello italiano).
La prova autoptica – se ce ne fosse bisogno – che il mito dell’esplorazione “pulita” è un falso, così come quello delle trivelle che non provocano danni all’ambiente.
Un pozzo esplorativo “tipo”, per dire, scarica tra le 30 e le 120 tonnellate di sostanze tossiche nell’arco della sua (breve) vita, spiegano gli esperti che lavorano per Onu, Fao e Oms. Soprattutto fanghi sintetici utilizzati nelle ordinarie attività di trivellazione e produzione.
E tuttavia la Strategia energetica nazionale, che punta al raddoppio della produzione di gas e petrolio entro il 2020, sembra non tenerne conto ed evoca una fantomatica “produzione sostenibile di idrocarburi”.
I rischi dell’offshore
Sono 105 le piattaforme di produzione disseminate lungo i 7.500 km di coste italiane.
Da 67 pozzi di coltivazione estraggono 4,9 milioni di tonnellate di olio e 6 Msm3 di gas.
Presto potrebbero essere molte di più.
Ad oggi si contano 20 permessi di ricerca nei fondali cui si aggiungono 44 istanze di permesso di ricerca (6 in fase decisoria) e 6 di prospezione in aree marine ancora libere da attività mineraria.
Il governo punta sbloccarle per rilanciare l’offshore italiano, un’espressione che subito evoca i grandi disastri ambientali che hanno impressionato il mondo (British Petroleum, 2010 e Pi-per Halfa del ’88).
Per stare in casa nostra, l’incidente alla piattaforma Paguro (Agip) nel ’65 che costò la vita a tre persone.
Proprio un anno fa, l’affondamento della Perro Negro 6 (Saipem, Eni) durante le operazioni di posizionamento della piattaforma tra Angola e Congo.
La sicurezza di questi giganti del mare è dunque un altro mito da sfatare. “Non è vero che gli incidenti sono rarissimi, sono invece numerosi”, spiegava il dirigente di ricerca dell’Ispra, Silvio Greco, a commento della tragedia messicana.
“Negli ultimi vent’anni se conta uno all’anno. Può succedere anche da noi, solo che i nostri mari hanno un ricambio minimo, sono bacini chiusi, e l’impatto anche minore potrebbe essere devastante”
Il gigante malfermo
Altri due esempi, recenti e nostrani , sul “trivellare senza rischi”.
La Scarabeo 9 è l’unità di perforazione Saipem di ultima generazione che ha inaugurato l’attività estrattiva al largo di Cuba (in predicato di scavare il pozzo Vela 1 nel Canale di Sicilia, al largo di Licata).
Ebbene durante il suo trasferimento da Yantai (Cina) a Singapore ha imbarcato acqua, “cosa che ha causato forzatamente lavori di riparazione e un’approfondita ispezione per assicurare la sua capacità di stare in mare”, racconta un rapporto sulla sicurezza citato da Greenpeace Italia (“I vizi di Eni”, 2013).
Un’altra piattaforma, la Scarabeo 8, nel 2012 si è inclinata di 7 gradi perforando il campo “Salina” nel mare di Barents, in Norvegia.
Senza conseguenze, ma ottenendo un ordine dell’autorità di controllo norvegesi di assicurare “la gestione dei processi in conformità con la salute, la sicurezza e l’ambiente”.
Parole come pietre. Del resto, c’è chi ha apertamente messo in dubbio gli standard di sicurezza della flotta italiana. E dice di aver subito per questo pesanti rappresaglie, fino al licenziamento.
Denunce zittite
Due ex dirigenti Saipem, Gianni Franzoni e Giulio Melegari, hanno trovato sponda nel M5S e in particolare nel senatore Vito Petrocelli che ha portato la loro vicenda in Parlamento. Denunciano di essere stati allontanati dopo le loro denunce sulle procedure di sicurezza dentro Saipem (trasmesse anche all’ex ad Eni, Paolo Scaroni, una delle ragioni del licenziamento). Nelle rispettive cause di lavoro hanno presentato documenti a sostegno della tesi secondo cui “Saipem avrebbe eseguito operazioni navali, di perforazione petrolifera e lavori industriali in acque profonde, senza il personale idoneo, in violazione delle certificazioni emesse o addirittura senza i certificati necessari come richiesto dalla legge italiana e dalle normative internazionali”, come si legge nell’interrogazione del M5S.
Tra i dettagli che sottolineano i due dirigenti: i mezzi Saipem battono bandiera delle Bahamas, dove si applica un codice marittimo che rende difficile perseguire i tecnici che fanno certificazioni di sicurezza disinvolte.
“Le denunce non hanno avuto alcun impatto sul loro licenziamento”, replica l’azienda. “Le loro segnalazioni sono sempre state prese in seria considerazione e verificate con audit che hanno avuto esito negativo”.
Ma Franzoni e Melegari non si arrendono. Ora il nuovo ad di Eni Claudio Descalzi pare intenzionato a mettere sul mercato una quota di Saipem, per fare cassa.
S. Feltri e T. Mackinson
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
SEI MILIONI DI ITALIANI VIVONO ACCANTO A BOMBE ECOLOGICHE… STUDIO SENTIERI: + 90% DI TUMORI IN 10 ANNI
Ci siamo spesso occupati, e a ragione, della situazione di Taranto: inquinamento, morti, vite sequestrate dalle polveri, istituzioni prigioniere della propria inconsistenza, un rapporto perverso tra Stato e grandi aziende che sopravvive sull’equivoco della scelta obbligata tra vita e lavoro.
Eppure quel che abbiamo raccontato per Taranto può essere moltiplicato almeno per 57 (e questo senza tener conto dei siti militari).
Tecnicamente si chiamano SIN, siti di interesse nazionale: sono quel che resta di qualche decennio di industria chimica, di petrolio, di metallurgia, di una vecchia fiducia nel progresso buono di per sè.
Ora stanno lì, spesso abbandonati, e continuano in silenziosa osmosi a vendicarsi della terra che li ospita senza che nessuno – governo, regioni, privati – faccia niente.
Anzi no, per non generalizzare va detto che Mario Monti è riuscito a ridurli di ben 18 unità : non facendo le bonifiche, per carità , ma semplicemente affidando 18 bombe ecologiche alla cura delle regioni e togliendola a quella dello Stato .
Un pezzo di decrescita non proprio felice in quello che fu chiamato decreto Crescita. Fuori dalle magie burocratiche, però, fanno sempre 57 siti e – se si eccettua l’Acna di Cengio, in Liguria, e poco altro – non c’è uno di questi posti in cui si possa dire che siano iniziati davvero i lavori di messa in sicurezza del territorio
Non solo Taranto e Brindisi in Puglia, non solo Priolo e Gela in Sicilia, non solo Bagnoli o il martoriato litorale Domizio: ci sono Brescia, Mantova, Trieste, Trento, Massa Carrara, Milano e Sesto San Giovanni, Fidenza, Venezia, la laguna di Grado e decine di altri luoghi che l’immaginario collettivo non associa a disperazione e morte. La pianura padana e persino su fino alle Alpi sono punteggiate di Sin.
Circa sei milioni di italiani — facendo un conto a spanne — vivono in zone contaminate, in cui l’incidenza delle malattie è straordinariamente più rilevante che nel resto della penisola.
Un solo dato. L’ultimo aggiornamento dello studio Sentieri (acronimo che sta per Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) rivela che nei Sin i tumori sono aumentati fino al 90% in soli dieci anni (almeno a stare ai dati dei 18 siti in cui esiste il Registro dei tumori, che pure sarebbe obbligatorio per legge).
Anche i ricoveri in eccesso aumentano esponenzialmente: a Milazzo (+55% per gli uomini e +24% per le donne) e a Taranto (+45 e +32), ma pure nella ricca Brescia dell’area Caffaro (+79 e +71%) e ai Laghi di Mantova (+84 e + 91), a pochi chilometri dalle dolcezze metafisiche del Festivaletteratura.
Di fronte a questi dati, correre a bonificare sarebbe una priorità morale, oltre che un obbligo di legge, eppure non c’è traccia di fretta nell’atteggiamento delle autorità .
I soldi pubblici sono pochi e spesso male usati (alla Procura di Palermo è aperta un’inchiesta sull’uso dei fondi europei per le bonifiche in Sicilia), i responsabili privati difficilmente pagano per i danni arrecati alla collettivita.
Forse il motivo risiede nel fatto che a scorrere l’elenco delle aziende coinvolte si trova un bel pezzo del capitalismo che opera in Italia: oltre all’Ilva, l’Eni (un po’ dovunque nella penisola), l’Enel, la Ies a Mantova, Thyssen Krup a Terni, Nuovo Pignone e Solvay in Toscana, Erg, Tamoil, Eternit, la Saras dei Moratti in Sardegna.
Di fronte a questa situazione “la reazione dei governi, invece di far rispettare la legge, è quella di cercare un’alleanza con la grande industria”, dice Angelo Bonelli, portavoce dei Verdi italiani: “In una serie di provvedimenti si è cercato, con la scusa delle semplificazioni, di ridurre la portata del principio ‘chi inquina paga’, caricando sulla collettività spese che andrebbero sostenute da chi è responsabile del problema”. Enrico Letta tentò il colpo di mano diretto proprio sulle bonifiche dei Sin, ma pure il governo di Matteo Renzi non sembra essersi liberato dalla sindrome dell’appeasement con la grande industria: “Nell’ultimo decreto Ambiente firmato dall’attuale ministro Gian Luca Galletti — spiega Bonelli — si alzano i livelli tollerati di inquinamento per i siti militari col risultato che ora le bonifiche in molti posti si potrà evitare di farle addirittura per legge. E pure sugli scarichi in mare si consente di elevare i limiti in rapporto alla produzione: quando in futuro andremo a chiedere agli inquinatori di bonificare le acque, ci diranno che hanno inquinato a norma di legge”.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile
DALLA PUGLIA ALLA SICILIA TUTTI CHE VOGLIONO PERFORARE, MA BENEFICI E DANNI NON SONO CHIARI
Un’esca che galleggia lenta nell’Alto Adriatico rischia di provocare una marea nera lungo tutte le coste italiane, dal Veneto alla Sicilia.
A lanciarla è stato l’ex premier Romano Prodi che, in una lettera al Messaggero, ha chiesto al governo di darsi una mossa per cogliere un’occasione d’oro.
In questo caso l’oro è nero, come petrolio.
Proprio lungo la linea di confine delle acque territoriali della Croazia, sotto 12mila km quadrati di mare, si nasconderebbero enormi giacimenti di gas e oro nero.
Basterebbe prenderli — assicura il professore — per migliorare la bilancia dei pagamenti, aumentare le entrate fiscali, ridurre la bolletta energetica e la dipendenza da Russia, Libia, Algeria.
Problema: rientra tra i tesori che l’Italia non sfrutta, scrive Prodi, per il principio di precauzione che tutto blocca.
Nel caso del Golfo di Venezia, le attività di esplorazione e coltivazione di idrocarburi sono bloccate dal 1991 per il rischio di subsidenza delle coste e lo rimarranno finchè Regione Veneto e Consiglio dei Ministri — supportati dagli enti di tutela ambientale — avranno accertato l’assenza di rischi in via definitiva. Ma in Italia, si sa, nulla è più definitivo del provvisorio.
La gara con la Croazia
Ecco servita, allora, l’altra ragione per trivellare in quell’area: se non lo facciamo noi, comunque lo fa la Croazia.
Il nostro dirimpettaio, quel tesoro, non intende farselo sfuggire. E corre tanto che a gennaio ha concluso la fase di prospezione dei fondali, entro fine anno assegnerà le concessioni di sfruttamento delle 19 piattaforme che dal 2019 inizieranno a pompare, secondo le stime, fino a 3 miliardi di barili.
La mossa, ragiona Prodi, mette due volte in difficoltà l’Italia: se non fa nulla rischia di condividere tutti i rischi dell’impresa croata (già evidenziati dal ritrovamento di carcasse di delfini e tartarughe lungo le coste italiane) e di lasciare tutti i vantaggi al governo di Zagabria; se si muove in ritardo rischia poi l’effetto “granita”, per cui chi succhia per primo dallo stesso giacimento mette in pancia la parte più nobile e ricca di idrocarburi. L’idea di uscire dall’angolo deferendo il vicino a un arbitrato internazionale non sfiora il governo. E non solo per le scarse possibilità di successo.
Il fatto è che la contesa a largo di Chioggia, con le sue contraddizioni, potrebbe segnare il match point di una partita ultraventennale che vede contrapporsi, anno dopo anno, gli evocatori della nuova Dallas italiana e le associazioni di ambientalisti, pescatori e cittadini non arresi all’imperio del petrolio.
Una tempesta perfetta in un bicchier d’acqua, vista l’estensione dell’area marina, che consentirebbe però ai primi di schiacciare le resistenze dei secondi sotto il peso di mirabolanti vantaggi economici.
Prodi ricorda, ad esempio, che se l’Italia accelerasse su progetti e giacimenti già individuati “potrebbe produrre 22 milioni di tonnellate entro il 2020, con investimenti per 15 miliardi di euro e dare lavoro a decine di imprese”.
Messaggio diretto anche a Palazzo Chigi: “Come i governi precedenti non sa dove trovare i soldi per fare fronte ai suoi molteplici impegni…”.
E che fa il Governo? Al richiamo della sirena risponde subito Federica Guidi, ministro del Petrolio in pectore.
“Non solo in Adriatico ma in diverse zone del Paese, spesso localizzate nelle regioni più svantaggiate del Mezzogiorno, abbiamo importanti giacimenti. Non capisco perchè dovremmo precluderci la possibilità di utilizzarli, pur mettendo al primo posto la tutela dell’ambiente e della salute”, ha detto all’ultimo G7.
Il governo ha dunque intenzione di dar seguito agli strampalati obiettivi della “Strategia energetica nazionale” che un dimissionario governo Monti ha lasciato in eredità , con l’indicazione di raddoppiare la produzione di idrocarburi nazionali entro il 2020, tornando ai livelli degli anni Novanta, e di portare il loro contributo al fabbisogno energetico dal 7 al 14 per cento.
La leva individuata nella Sen per “liberare” questo potenziale imprigionato nella roccia è la stessa chiesta a gran voce dai petrolieri: accelerare e semplificare le procedure di rilascio dei titoli minerari.
La risposta è un “nuovo modello di conferimento dei permessi che preveda un titolo abilitativo unico per esplorazione e produzione, con anche un termine ultimo per gli enti interessati dalle procedure di valutazione”, fanno sapere dal Mise.
Una volta passato il termine, la decisione spetta solo al Consiglio dei Ministri (come previsto dal DL 83/2012).
In pratica si ridimensiona, fino a estrometterli del tutto dai processi di valutazione, proprio quegli enti, territori e associazioni che negli ultimi 20 anni hanno dato battaglia contro la devastazione ambientale e accresciuto la sensibilità pubblica in tutto il Paese
Lo sblocco delle piattaforme
“L’effetto sarebbe devastante”, spiega Giorgio Zampetti di Legambiente. In una manciata d’anni, dalla dorsale adriatica alle coste dell’Abruzzo, fino al tratto di mare tra Sicilia e Malta, si assisterebbe a un’epopea delle trivelle in mare che non ha precedenti.
Alle 105 piattaforme e ai 366 pozzi attivi oggi nell’offshore italiano si aggiungerebbero quelli derivanti dallo sblocco di 44 istanze per permesso di ricerca e 9 istanze di coltivazione depositate dalle compagnie.
Per non dire dell’effetto-calamita che una regolazione del settore ancor più favorevole ai produttori avrebbe sulla presentazione di ulteriori richieste.
Senza scomodare gli scenari dei rischi e dei costi ambientali che tutto questo comporta tocca chiedersi: a che pro?
Alessandro Giannì, direttore della campagne di Greenpeace, non ha dubbi. “Questa campagna per le perforazioni si basa su presupposti falsi. I nostri fondali marini non sono poi così ricchi di giacimenti, come si vuol far credere. Le riserve certe ammontano a soli 10,3 milioni di tonnellate di petrolio che, ai consumi attuali, sarebbero sufficienti a coprire il fabbisogno nazionale per qualche mese. Alla luce di questo vorrei che qualcuno ci spiegasse che senso ha questa corsa al raddoppio delle produzioni che espone le nostre coste, soprattutto quando i consumi nazionali di idrocarburi sono in costante calo”.
Obiezione cui ministero (e petrolieri) rispondono all’unisono: “Lo Stato avrà sempre valori delle riserve sottostimati se agli operatori non viene concessa la possibilità di condurre operazioni di accertamento e quantificazione delle potenzialità del sottosuolo”, replica Franco Terlizzese, capo della direzione per le risorse minerarie ed energetiche del Mise.
“Anzichè ragionare su come aumentare la produzione d’idrocarburi — insiste Zampetti — potremmo mettere in campo adeguate politiche di riduzione di combustibili fossili, a partire da settori arretrati come l’autotrasporto cui in 10 anni abbiamo regalato qualcosa come 4 miliardi tra buoni carburante, sgravi fiscali e bonus pedaggi autostradali. Basterebbe usare diversamente quei soldi per incentivare il trasporto merci su rotaia e ridurre senza sforzi la nostra bolletta petrolifera”.
Ma su questi temi la “svolta buona” sembra lontana.
Far consumare carburante in Italia – attraverso tasse, accise e Iva — resta il modo più comodo per ripagare buona parte della spesa corrente dello Stato.
Il petrolio, a suo modo, è welfare.
Rendere altrettanto profittevole l’oro blu richiederebbe ai decisori pubblici ben altro impegno.
Thomas Mackinson
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile
“TARANTO, STRAGE DEI BAMBINI, REATI REITERATI PER ANNI”
“Presenterò un esposto per omicidio e disastro ambientale continuato. Chiedo alla Procura di Taranto
di aprire un nuovo filone d’inchiesta, ora che i dati dell’Istituto Superiore della sanità hanno dimostrato che questi reati sono stati reiterati per anni”. Per il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, i responsabili non sono più, solo, i dirigenti dell’Ilva: “È colpevole anche lo Stato”.
Cosa contesta, Bonelli, allo Stato?
Di non aver fatto nulla, di essere stato inadempiente. Questo immobilismo ha consentito all’inquinamento di perdurare. E ora a Taranto vediamo un incremento della mortalità infantile per tutte le cause: il 21 per cento in più rispetto alla media regionale. È il dato più alto che si sia mai registrato. E l’eccesso dell’incidenza dei tumori nella fascia 0-14 anni è addirittura del 54 per cento. Sono studi che si riferiscono al 2011, mentre il processo “ambiente svenduto” si ferma prima. Tocca ai magistrati agire.
Eppure erano stati stanziati 119 milioni di euro per le bonifiche.
Ne hanno usati solo 15, per interventi marginali. Intanto però il decreto del ministro Galletti alza il limite degli scarichi tossici a mare, e la ministra Guidi vuole ammazzare le energie rinnovabili. Il governo di Matteo Renzi ha ben poco di ambientalista. Preferisce fare i regalini alle acciaierie e alle centrali a carbone. E poi, se la mortalità infantile di Taranto è cresciuta in media del 21 per cento, immaginate quanto è salita nel quartiere Tamburi. Il sub-commissario Ilva Edo Ronchi dice che qui l’aria è più pulita che a Milano? Sono senza parole.
Ronchi, nell’intervista rilasciata al Fatto, spiega che in Lombardia si sfora il limite delle polveri sottili più che nel capoluogo pugliese.
Peccato che questo non voglia dire nulla. L’aria di Roma o Milano è sicuramente avvelenata dallo smog, ma le polveri di Taranto hanno una composizione chimica che non si può paragonare ad altre città : dentro ci sono metalli pesanti, cromo, benzo(a)pirene. È altamente tossica .
Questo però, ribatte il sub-commissario, non è regolato da alcuna normativa.
È vero: la legge non ne parla. Ma che quelle polveri siano pericolose per la salute, pure in quantità ridotte, lo sa benissimo anche Ronchi. Persino quando indagava la procura, non c’erano particolari sforamenti di polveri.
Il sub-commissario cita dati dell’Arpa, che sono ufficiali.
L’Arpa l’ha pure smentito. E noi abbiamo assistito alla trasformazione di un ambientalista in un tecnocrate, che deve dimostrare a chi l’ha messo su quella poltrona di essere affidabile, sulla falsariga di chi sosteneva che i tumori dei tarantini sono dovuti alle sigarette. La diminuzione della polvere non è figlia del risanamento: è la diretta conseguenza della riduzione della produzione. Non sono stati applicati i filtri perchè costano 70 milioni di euro . A Taranto si accumulano veleni da decenni.
Infatti Ronchi dà la colpa all’inquinamento storico.
E dice pure che non gli risulta che dall’Ilva esca piombo, il che fa rabbrividire. In Italia, secondo i dati del registro Ines — che quantifica le emissioni inquinanti in atmosfera — vengono sparsi nell’aria quasi 100 mila chili di piombo ogni anno. L’Ilva Spa, proprio quella di Taranto, ne spara circa 75 mila chili. Il che significa che il coefficiente d’incidenza dell’Ilva sulla quantità di piombo che si respira è quasi del 70 per cento. Che un sub-commissario non sappia queste cose fa accapponare la pelle.
Ronchi sostiene però che il piombo — ritrovato anche nel sangue dei bambini di Tamburi — non sia particolarmente dannoso per la salute.
Uno studio di Oxford ha testato 141 tarantini, metà uomini e metà donne. Il valore medio di piombo nel loro sangue è di 10,8 microgrammi al litro, mentre la quantità tollerabile per l’organismo è tra gli 0,5 e i 3,5 microgrammi al litro.
Quali sono gli effetti del piombo sull’organismo umano?
Agisce sul sistema nervoso, provoca danni renali ed è molto pericoloso per le donne incinte, perchè causa deficit neurologici sui nascituri. Infatti a Taranto l’incidenza di queste patologie è molto alta.
Quindi lei sostiene che i dati Arpa non siano indicativi?
Sì, e non sono solo: anche il direttore generale di Arpa Giorgio Assennato, quando gli hanno fatto notare che l’aria dentro l’acciaieria risulta meno contaminata di quella di Taranto, ha detto che quei dati non sono attendibili. Come si spiega questo fenomeno? Vogliamo dire che è la città di Taranto ad avvelenare l’Ilva?
Beatrice Borromeo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 4th, 2014 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI GREENPEACE A PALERMO: “DUE ANNI FA IL GOVERNATORE FIRMO’ IL NOSTRO APPELLO CONTRO LE TRIVELLAZIONI, ORA FIRMA L’ACCORDO CON ENI PER LO SFRUTTAMENTO DEI GIACIMENTI DI GAS E PETROLIO”
La spiaggia di Mondello è un posto da sogno, ma che incubo potrebbe essere se in quel mare stupendo si verificasse uno sversamento di petrolio
Disastro petrolifero in Sicilia?
Per fortuna quella di stamattina era solo una simulazione per dimostrare a tutti che le fonti fossili sono un vero pericolo: all’alba i nostri attivisti hanno inscenato un incidente petrolifero per denunciare i rischi che corre il mare siciliano a causa della firma di un protocollo di intesa tra la Regione e Assomineraria, Eni, Edison e Irminio per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio nel Canale di Sicilia.
Già il mese scorso avevamo chiesto conto al Governatore Rosario Crocetta del suo clamoroso “voltagabbana”, e oggi abbiamo srotolato un banner con il messaggio “Un mare di bugie — Crocetta regala il nostro mare ai petrolieri“.
Solo 2 anni fa infatti, da candidato alla Regione Crocetta aveva firmato il nostro appello contro le trivellazioni nel Canale di Sicilia.
Ci chiediamo come mai la Regione Sicilia sia passata improvvisamente dalla parte del mare a quella dei petrolieri!
Anche se è chiaro che sulla Regione non possiamo più contare, sono tanti, circa 50, i Comuni Siciliani che due anni fa si sono schierati contro le trivelle.
Ora bisogna passare dalle parole ai fatti: per questo sono tutti invitati domani a bordo della nostra Rainbow Warrior a Palermo, dove la nave si fermerà sabato e domenica.
Vogliamo denunciare i rischi dei progetti di trivellazione appena autorizzati nel Canale di Sicilia e chiamare i Sindaci della costa siciliana a intervenire per proteggere il proprio mare.
L’Italia non è un Paese per fossili, e vogliamo dimostrarlo.
Già più di 32mila persone hanno aderito al nostro appello: FIRMA anche tu la nostra dichiarazione di indipendenza dall’energia sporca.
(da greenpeace.org)
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