Agosto 21st, 2012 Riccardo Fucile
L’ATTIVITA’ DI LOBBY DELL’AZIENDA SIDERURGICA E IL RUOLO DI ARCHINA’
Due pagine, ottanta righe.
Ogni riga una data, un nome e una cifra.
C’è la parrocchia dei Santissimi Angeli Custodi (2.500 euro il 19 ottobre 2010), c’è l’Unione italiana per il trasporto degli ammalati a Lourdes (5.000 euro il 23 luglio 2010), compare la Banda municipale del Comune di Crispiano (2.750 euro, il 31 dicembre del 2010), il Lions Club locale (2.500 euro il 15 giugno del 2011), piccole società sportive come la Okinawa karate (4.000 euro il 31 maggio 2011) o la Triton Taranto che si occupa di football (2.000 euro il 30 giugno 2011) o un’associazione tarantina di pattinatori (2.000 euro il 31 luglio del 2011).
E poi società per azioni, aziende informatiche, il Politecnico di Bari, centri culturali, un comitato per un non meglio precisato festeggiamento, anche un omaggio floreale da 50 euro, il 5 aprile del 2011.
GLI OMAGGI
Eccola qui la lista Ilva degli «omaggi e regalie» 2010-2011.
Soldi regalati a questo o quello oppure spesi per comprare pacchi dono. Gesti che non comportano alcun reato, ma che secondo la Guardia di finanza indicano quanto elevato fosse il budget a disposizione di Girolamo Archinà , il capo delle relazioni pubbliche dell’azienda accusato di fare pressioni sulle istituzioni per favorire in ogni modo l’acciaieria.
E la lista indica anche quanto estesa fosse la rete di contatti «sociali» dell’Ilva nel territorio.
LA RETE
L’elenco è stato consegnato agli inquirenti da Francesco Cinieri, dal 1986 responsabile della contabilità dello stabilimento siderurgico.
Secondo i magistrati in quella lista di donazioni e acquisti di regali per amici e giornalisti, è stata contabilizzata come «spese di direzione» anche la mazzetta da diecimila euro che Archinà avrebbe pagato al consulente tecnico della procura, Lorenzo Liberti, perchè «addolcisse» le sue considerazioni sull’inquinamento. Circostanza che Liberti (filmato mentre ritira una busta da Archinà ) nega («conteneva il testo di un accordo-quadro»).
Nelle carte contabili dell’Ilva c’è un documento di due righe (anche quello consegnato ai finanzieri da Cinieri) allegato ad una delle informative del caso giudiziario.
È un foglio con il quale Archinà chiede a Cinieri di «predisporre 10 mila euro da utilizzare per offerta alla Chiesa di Taranto in occasione della Pasqua».
La data è del 25 marzo 2010, lo scambio della presunta mazzetta avviene il giorno dopo e anche se lo stesso arcivescovo conferma la donazione, secondo i finanzieri quelle due righe sono il sotterfugio usato da Archinà per giustificare il prelievo dei soldi e nasconderne il vero motivo.
LE EROGAZIONI
Sentito come testimone, Cinieri dice: «posso pensare che la somma che mi fu richiesta, essendo periodo pasquale, potesse essere consegnata all’Arcivescovato».
Per aggiungere poi che «almeno una volta all’anno, o a Natale o a Pasqua, viene fatta una erogazione, anche se per cifre che normalmente non superano i 5.000 euro.
Se non erro non è mai avvenuto che ne sia stata fatta una da 10.000 euro».
I magistrati lo convocano il 25 novembre scorso.
Lui spiega come recuperò frettolosamente i 10.000 euro che Archinà voleva subito (prima di partire per l’incontro con Liberti) e poi dice che in ufficio ha quel che serve per dimostrare come finiscono in bilancio le spese del capitolo «omaggi e regalie».
Il verbale viene interrotto e i finanzieri vanno assieme a lui negli uffici della direzione Ilva. Cinieri passa in rassegna i file del computer e stampa le due pagine dell’argomento. «Ecco» spiega.
«Se la descrizione del beneficiario è ben specificata è perchè da loro stessi è arrivata una richiesta formale. E in quel caso l’erogazione avviene tramite bonifico o assegno circolare non trasferibile».
Ma c’è una seconda opzione. «Se la descrizione del beneficiario non è specificata – racconta il contabile – allora si tratta di uscite di cassa per contanti e significa che non c’è una richiesta preventiva ma che la richiesta avviene direttamente dalla direzione, per questo la causale è “spese di direzione”».
Proprio come quella spesa di 10 mila euro registrata lo stesso giorno della presunta bustarella. O come un’altra dazione, per la stessa cifra, contabilizzata il 14 aprile 2011 come «erogazione della direzione».
Sospetta come la prima, secondo gli inquirenti.
IL CASO
Fra i nomi delle società del capitolo «omaggi e regalie» dell’Ilva ce n’è una, la Semat Spa, che vanta le cifre più alte: da un minimo di 1.286 euro a un massimo di 64.341. Ovviamente le cifre accanto ai nomi non significano sempre che si sia trattato di una donazione.
In alcuni casi, per esempio con la «D’Erchie Srl» (un’azienda che produce olio d’oliva) e la «Longo, un mondo di specialità » (vini e prodotti alimentari) le migliaia di euro accanto al nome indicano le spese sostenute per i pacchi-regalo di fine anno, moltissimi ai giornalisti.
La cifra più piccola 72.69 euro, la più alta 8.400.
Giusi Fasano
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Agosto 21st, 2012 Riccardo Fucile
“E’ UN DISASTRO PER TUTTI, I BAMBINI LE PRIME VITTIME”
«In questi giorni in tanti parlano di Taranto. Vorrei sentir dire con la giusta
chiarezza, però, che in questa parte d’Italia c’è un vero disastro. Per la salute della gente e per l’ambiente».
Il professor Annibale Biggeri, docente dell’università di Firenze e direttore del centro per lo studio e la prevenzione oncologica, è uno dei tre saggi ai quali il gip Patrizia Todisco ha affidato il compito di radiografare il dramma di Taranto.
Quel pool ha firmato la perizia epidemiologica che è una pietra angolare nei provvedimenti di sequestro degli impianti dell’Ilva che inquinano la città pugliese. Professore, nelle conclusioni siete perentori. Scrivete che le emissioni di Ilva provocano malattie e morti.
«Conoscevo già la realtà di Taranto. Ma del nostro lavoro che è andato avanti per un anno, mi ha colpito la chiarezza con la quale sono emersi gli effetti dannosi per la salute e la possibilità di evidenziare i rioni in cui gli inquinanti incidono in maniera più drammatica».
La vostra ricerca su quali dati si è basata?
«Abbiamo analizzato la storia clinica degli abitanti di Taranto negli ultimi tredici anni. Si è evidenziato che all’incremento di pm10 industriale corrisponde un aumento della frequenza di ricoveri e di decessi. E abbiamo notato che il picco di ricoveri e l’eccesso di mortalità per patologie riconducibili alle emissioni di polveri industriali si acuisce nel rione Tamburi e nel Borgo, ovviamente i più vicini agli impianti, con un morto ogni tre mesi. Stesso discorso al Paolo VI nel quale risiedono molti operai dello stabilimento siderurgico».
L’aspetto che colpisce di più è l’incidenza dei tumori sui bambini di Taranto.
«In età pediatrica si è accertato un eccesso di tumori maligni del 25%. E questo è uno degli aspetti che consente di affermare che gli effetti sulla salute sono prodotti dall’inquinamento attuale e non solo da quanto avvenuto in passato».
Ma quali sono i killer silenziosi che arrivano dalla grande fabbrica?
«Parlerei di un cocktail di sostanze. Certamente il benzoapirene, ma dagli impianti industriali di Taranto fuoriescono anche tanti altri inquinanti come i metalli».
L’Ilva si difende sostenendo che oggi la fabbrica inquina meno rispetto al passato… «Le rilevazioni delle centraline di Taranto confermano ancora oggi, a sequestro notificato, che le emissioni sforano la soglia di legge. Basta consultare il sito dell’Arpa. Dal 2004 gli sforamenti sono stati sempre oltre i limiti di legge tranne che nel 2009 quando sono stati leggermente al di sotto. Ma in quell’anno c’è stato un calo della produzione per motivi di mercato».
Uno degli avvocati dell’Ilva ha argomentato che i livelli di pm10 di Taranto sono inferiori a quelli delle grandi città del nord.
«Argomentazione che si sgonfia se si valutano le rilevazioni nel quartiere Tamburi. Ci si può girare intorno se si vuole, ma l’attuale situazione di quegli impianti non è compatibile con la salute della gente”.
Cosa farebbe se vivesse a Taranto?
«Pretenderei i rimedi, anche se sono complicati e costosi. I tarantini meritano un’opportunità e non una condanna irreversibile ».
Mario Diliberto
(da “la Repubblica”)
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Agosto 20th, 2012 Riccardo Fucile
NEL DISPOSITIVO SI LEGGE CHE I CUSTODI DEVONO GARANTIRE “LA SICUREZZA” DEGLI IMPIANTI E DEVONO UTILIZZARLI “IN FUNZIONE DELLA REALIZZAZIONE DELLE MISURE TECNICHE NECESSARIE PER ELIMINARE LE SITUAZIONI DI PERICOLO”
Conferma su tutta la linea delle decisione del gip di Taranto Patrizia Todisco e, quindi, nessuna possibilità di utilizzo degli impianti a cui sono stati posti i sigilli.
Il Tribunale del Riesame, infatti, ha depositato stamane le motivazioni in base alle quali il 7 agosto scorso ha confermato il sequestro degli impianti a caldo dell’Ilva.
Il provvedimento non è stato ancora notificato alle parti. Confermato, come si diceva, il sequestro degli impianti a caldo dell’Ilva senza concedere la facoltà d’uso, che peraltro — viene sottolineato — non era stato richiesto neppure dai legali del Siderurgico.
Secondo fonti giudiziarie, inoltre, il Riesame ha disposto che non si continuino a perpetrare i reati contestati nel provvedimento cautelare.
Sul percorso da seguire per interrompere i reati, i giudici invece non si sbilanciano e affidano il compito ai custodi nominati dal gip e alla procura.
Il provvedimento — notificatoall’Ilva — è di circa 120 pagine.
Nel dispositivo della propria decisione (depositato il 7 agosto scorso), il tribunale del Riesame scriveva: “I custodi garantiscano la sicurezza degli impianti e li utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti”.
Per rafforzare questa disposizione, il tribunale aveva nominato custode giudiziario proprio il massimo rappresentante Ilva, Bruno Ferrante, “nella sua qualità — precisa il tribunale nel dispositivo — di presidente del Cda e di legale rappresentante di Ilva spa”.
La nomina di Ferrante quattro giorni dopo la decisione del Riesame è stata revocata dal gip Patrizia Todisco.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
LA SICCITA’ PROVOCA IN ITALIA DANNI PER MEZZO MILIARDO DI EURO… RICHIESTO LO STATO DI CALAMITA’ NATURALE
Fa quasi paura, il campo di granoturco. 
Dovrebbe essere ancora fresco e verde, con le piante alte più di due metri. E invece è giallo e ocra e soprattutto secco.
Tocchi una pianta e scende la polvere.
Le pannocchie dovrebbero essere lunghe almeno una spanna e ancora con i grani teneri.
Ma al loro posto ci sono “cartocci” vuoti o con aborti di pannocchie, quando va bene 30 grani invece di 700-800.
«In questo campo – racconta Paolo Minella, perito agrario e responsabile Ambiente della Coldiretti di Padova – il danno è del 100%. Invece della mietitrebbia qui entrerà il “trincia stocchi”, una macchina che frantuma le piante. Poi l’aratro seppellirà il tutto. Il “raccolto” di quest’anno servirà soltanto a concimare il terreno».
“Siccità ” non è certo una parola nuova, nelle campagne italiane.
«Abbiamo avuto la grande secca nel 2003 – dice Paolo Minella – ma quest’anno purtroppo sta andando peggio. Come Coldiretti, proprio per studiare questo fenomeno, abbiamo installato i nostri pluviometri. Ebbene, nella bassa padovana in tutto il 2003 erano caduti 448 millimetri di pioggia, ma a fine luglio i millimetri erano 218. Quest’anno, alla fine dello stesso mese, i millimetri erano 179».
I dati dell’Arpav (Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto) confermano: su queste campagne a giugno sono arrivati 10,2 millimetri di pioggia, a luglio appena 2 millimetri.
«I danni sono già pesantissimi. Il mais perde fra il 30 e il 100%, la soia e le barbabietole il 40%. Solo per la bassa padovana prevediamo un danno di 100-120 milioni di euro. Dove ancora il mais non è completamente perduto, si va nei campi a trinciare tutto. Piante e pannocchie servono poi a preparare l’“insilato” per l’alimentazione delle vacche. Ma se le pannocchie sono troppo scarse, il trinciato non va bene per il bestiame e nemmeno per gli impianti di biogas. Dentro ci sono solo fibre, e non le proteine dei grani di mais».
Sembrano bollettini di guerra, i comunicati delle associazioni degli agricoltori. Secondo la Coldiretti nazionale, i danni sono quantificabili già in mezzo miliardo di euro, ma purtroppo siamo solo all’inizio e basta mettere in fila i deficit previsti nelle diverse zone per ipotizzare bilanci ancor più pesanti.
La bassa padovana è solo una delle “secche”che a macchia di leopardo stanno coprendo pianure, colline e montagne.
«Nella zona sud del Veneto – dice Tiziano Girotto, direttore di Condifesa (Consorzio di difesa dalle avversità atmosferiche) di Padova – ci sono danni pesanti anche nel veronese, nel veneziano e in tutto il Polesine. Per cercare di salvare il salvabile, si anticipa ogni raccolto. Oltre al mais è già iniziata la raccolta delle barbabietole, che di solito si avvia ai primi di settembre. Anche con l’uva ci sarà un mese di anticipo. I colpi di calore hanno già danneggiato i grappoli, disidratandoli nella delicata fase della maturazione».
Sali sui colli Euganei e anche qui il color seppia ha invaso prati e boschi.
Sotto il grande fiume Po – dal ponte si vedono più distese di sabbia che acqua – si chiede la dichiarazione dello stato di calamità naturale.
«La siccità – ha dichiarato Stefano Calderoni, assessore alla Provincia di Ferrara – si somma agli sbalzi termici di fine aprile, quando le temperature si abbassarono: già allora furono colpite le colture della mela, della pera e del kiwi e oggi le perdite sfiorano l’80%. Con il grano abbiamo perso il 20-30% ma anche da noi è drammatica la situazione del mais, con raccolti ridotti del 70%. Calcoliamo che i danni da siccità arriveranno nella nostra provincia a 200 milioni, da sommare ai 150 milioni tolti all’agricoltura dal terremoto di maggio. Il prodotto lordo vendibile della nostra provincia è solitamente di 700 milioni: questo significa che nei campi avremo un reddito complessivo dimezzato».
Il caldo non fa bene nemmeno agli animali.
I maiali mangiano il 30% in meno di mangime, le vacche producono il 20% in meno di latte.
Ma la siccità non è problema solo per i contadini.
I prezzi stanno aumentando in modo pericoloso.
Nelle ultime sei settimane alla Chicago Board of Trade, causa siccità negli Usa e in Russia e alluvioni in Ucraina, il grano è aumentato del 50%, la soia del 26%, il mais del 55%.
I contadini italiani riceveranno prezzi più alti ma per quantità estremamente ridotte.
A pagare il conto del caldo saranno dunque anche i consumatori, già nel prossimo autunno.
«Con il nostro Condifesa, che è stato organizzato da noi contadini – dice Tiziano Girotto – assicuriamo le imprese contro grandine, siccità , gelo, alluvioni… Ma se per la grandine il rimborso è del 100%, per il mais si arriva soltanto al 50%. Soldi che sono comunque preziosi (l’assicurazione è pagata al 40% dai coltivatori e al 60% dalla Comunità europea) per evitare il fallimento delle aziende».
Hanno un peso diverso, le previsioni del tempo, in città o nelle campagne.
Il cittadino vuol sapere se può andare al mare o a prendere una boccata d’aria in collina.
In campagna si vuole sapere se, quando si chiuderanno i conti a ottobre, ci saranno i soldi per mantenere le famiglie fino ai prossimi raccolti.
Jenner Meletti
(da “La Repubblica“)
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Agosto 7th, 2012 Riccardo Fucile
IL RIESAME CONVALIDA LA MISURA DECISA DAL GIP PER L’IMPIANTO SIDERURGICO, IL FINE DEVE ESSERE LA MESSA A NORMA DEGLI IMPIANTI
Il tribunale del Riesame di Taranto ha confermato il sequestro delle aree a caldo dello stabilimento Ilva concedendo la facoltà di uso esclusivamente per la messa a norma impianti.
I giudici hanno anche confermato la misura degli arresti domiciliari per Emilio Riva (ex patron dell’Ilva), per il figlio Nicola (ex presidente del consiglio d’amministrazione) e per Luigi Capogrosso (ex direttore dello stabilimento).
Il tribunale ha invece disposto la revoca degli arresti e la rimessa in libertà , invece, per Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Di Maggio, Salvatore De Felice e Salvatore D’Alò, dirigenti e funzionari dello stabilimento.
Il collegio di giudici — presidente Antonio Morelli, a latere Rita Romano e Benedetto Ruberto — ha deciso che sia il presidente Bruno Ferrante e non il dottor Mario Tagarelli, nominato dal gip Patrizia Tudisco, a risolvere le problematiche occupazionali relative al personale impiegato nelle 6 aree coinvolte dal sequestro.
Il tribunale ha nominato Ferrante anche custode e amministratore di aree e impianti sotto sequestro in aggiunta ai tre ingegneri nominati dal gip per le procedure tecnico-operative.
Intanto la Camera dei deputati, questa sera o domani, potrebbe essere riconvocata per l’annuncio del decreto legge ad hoc.
E’ quanto è emerso dalla riunione dei capigruppo di Montecitorio, mentre a Bari si lavorava per impedire la chiusura dello stabilimento perchè – aveva spiegato stamani il ministro Passera – “se fermi quegli impianti non si riaprono più”.
L’Ilva da parte sua sembrerebbe intenzionata ad attuare le misure necessarie per ridurre l’impatto ambientale, con misure adottate “spontaneamente” (chissà come mai non lo ha fatto prima n.d.r.)
I fondi per la bonifica e i tempi per raggiungere standard diversi “sono dati che tutti insieme portano a evitare la chiusura”.
Sulla vicenda dello stabilimento siderurgico colpito dai provvedimenti della magistratura è intervenuto anche il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera: L’alternativa pane-veleno “è inaccettabile”.
“Non possiamo però neppure dire che gli impianti dell’Ilva vanno tenuti aperti a qualsiasi condizione – ha puntualizzato Passera – in quanto i criteri salute pubblica devono essere considerati”.
“Ci deve essere l’impegno di tutti a non chiudere, ne va di mezzo – ha detto il ministro – non solo il gruppo Riva ma tutta la filiera”
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Agosto 6th, 2012 Riccardo Fucile
LA DIREZIONE DI TARANTO VOLEVA CONDIZIONARE LE VALUTAZIONI DEI TECNICI ARPA, QUELLE DEL GOVERNO E DEI GIORNALISTI
Al quartier generale dell’Ilva avevano un’ ossessione: controllare tutto.
I tecnici dell’Arpa, l’agenzia regionale per l’ambiente, quelli del ministero, e i giornali.
Regista dell’operazione era il dottor Girolamo Archinà , l’uomo delle pubbliche relazioni della famiglia Riva.
E’ lui che parlando con un consulente nel 2010, vanta amicizie eccellenti negli uffici della Regione a Bari, e più in alto, al ministero dell’Ambiente. “Corrado Clini (all’epoca direttore generale del ministero) è un uomo nostro”.
Ma al lavoro per l’Ilva c’era anche un esercito di legali, consulenti ed esperti.
E’ il 9 giugno del 2010 quando a scendere in campo è l’avvocato Perli, di Milano, in buoni rapporti, a quanto risulta dalle intercettazioni della Guardia di Finanza, con i vertici del ministero dell’Ambiente.
In ballo c’è il rilascio dell’autorizzazione Aia, essenziale per il funzionamento dello stabilimento.
L’avvocato Perli chiama Fabio Riva, il padre Emilio è agli arresti domiciliari per il disastro ambientale di Taranto, e gli preannuncia un incontro con Luigi Pelaggi, capodipartimento del ministero dell’Ambiente.
L’avvocato informa Riva junior che l’alto funzionario “ha dato disposizione a Ticali di parlare con Assennato”.
Il primo è un ingegnere esperto in pavimentazioni stradali nominato dall’allora ministro Stefania Prestigiacomo presidente della Ipcc, la commissione che concede l’Aia.
Il secondo è il presidente dell’Arpa Puglia. L’avvocato Perli è raggiante e tranquillizza Fabio Riva: “Non avremo sorprese e comunque la visita della Commissione allo stabilimento va un po’ pilotata”.
Un ostacolo al lavoro dell’apparato Ilva, può essere costituito dal direttore dell’Arpa. “Quello si comporta così perchè ha ambizioni politiche”.
Poveri tarantini che affidavano la loro salute agli organi di controllo.
“Il fatto che la commissione Ipcc debba essere pilotata — scrive la Guardia di Finanza di Taranto — e che, comunque, sia stata in un certo qual modo in parte avvicinata”, si rileva anche da altre intercettazioni telefoniche.
Quale sia stata la scelta della famiglia Riva di fronte a controlli, articoli di giornali, minacce di referendum degli ambientalisti, lo si capisce da questa intercettazione del luglio 2010.
Girolamo Archinà , l’uomo delle pubbliche relazioni, parla con Ivo Allegrini, ex membro del Cnr e consulente Ilva. Allegrini: “Le amministrazioni pubbliche fanno il loro dovere, pure gli ambientalisti, ma quando si esagera si esagera”.
Archinà detta la linea: “Ivo, il discorso è questo, se noi siamo convinti di avere di fronte i tribunali, il Tar, io sono il primo a dire facciamo la guerra a tutto spiano”.
E quando i giornali danno fastidio, scrivono, danno voce alla gente di Tamburi stanca di respirare veleni (“fanno da cassa di risonanza” alle inchieste, per il manager Ilva), lui sa come fare. “Bisogna pagare la stampa per tagliargli la lingua. Cioè pagare la stampa per non parlare”.
È questa la democrazia a Taranto dell’impero Riva intollerante ai controlli.
Quando l’Arpa calca la mano su una relazione che descrive le quantità di benzoapirene emesso dall’Ilva, Archinà alza il telefono e chiama il professor Giorgio Assennato. Lo rimprovera.
Le emissioni sono sopra il limite, “potrà rilevarsi necessaria imporre altre misure di riduzione”, dice Assennato. “Lo so, lo so, ma questo ci crea grossi problemi. Così chiudiamo” .
Uomo dalla stazza massiccia, Archinà , quando non poteva comprarseli giornali e giornalisti (ieri l’Ordine della Puglia ha chiesto di acquisire tutti gli atti della procura), gli strappava il microfono.
È successo nel 2009, Luigi Abate, cronista di una tv locale, sta tentando di parlare di morti e tumori con il vecchio Riva.
“Ve li inventate voi, i morti”, risponde infastidito il patron, a quel punto interviene Archinà , strappa il microfono al giornalista, lo butta via e si piazza come un armadio davanti alle telecamere.
L’uomo delle pubbliche relazioni, indagato per corruzione in atti giudiziari, non sarà più la voce dell’Ilva. Licenziato.
“Clini è nostro” è la frase che ha scatenato polemiche feroci.
In una durissima nota Clini giudica il deposito dell’intercettazione “una grave violazione della deontologia processuale”.
Il ministro “non si è mai occupato della procedura Aia dello stabilimento Ilva, come risulta anche dall’istruttoria pluriennale condotta dal Ministero, nè ha mai avuto a tal proposito rapporti con la dirigenza Ilva”.
Perchè si pubblica una intercettazione “irrilevante ai fini del procedimento, nel momento in cui il Ministro Clini è impegnato a nome del Governo a ricercare soluzioni positive per il risanamento ambientale di Ilva, la continuazione produttiva dello stabilimento e la salvaguardia dell’occupazione?”.
Il ministro, “ha segnalato la situazione al Presidente della Repubblica ed al Ministro della Giustizia”.
Durezza che non ha impressionato più di tanto la procura.
Il procuratore Franco Sebastio, in una nota si è limitato a dire che “in nessuna di tali intercettazioni risulta, direttamente o indirettamente, il nome del ministro Clini”. Polemica chiusa?
Forse, perchè stando a rumors e indiscrezioni, ci sarebbero altri fascicoli aperti sul “sistema Ilva”.
La città aspetta.
Mercoledì il Tribunale del Riesame deciderà se confermare gli arresti di Riva padre e figlio e il sequestro degli impianti.
Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 5th, 2012 Riccardo Fucile
IL SISTEMA DI POTERE MESSO IN PIEDI DAL DIRIGENTE DEL SIDERURGICO ARCHINA’… LA FINANZA SPULCIA IN NOVE MESI DI INTERCETTAZIONI
La “repubblica indipendente dell’Ilva” tutto vedeva e a tutti provvedeva. 
Dagli uomini politici ai sindacalisti, dagli alti prelati ai giornalisti.
Tremano gli operai, perchè i magistrati sequestrano l’area “a caldo” del più grande centro siderurgico d’Europa.
Ma adesso trema anche tutta Taranto, perchè dalle carte di un’altra inchiesta penale tuttora coperta dal segreto istruttorio potrebbe saltare fuori l’immagine di una città più o meno compromessa col re dell’acciaio, Emilio Riva.
L’indagine la coordina il pm Remo Epifani, che chiede sei mesi di proroga.
Il reato è quello di corruzione in atti giudiziari.
Si tratta della stessa indagine da cui il procuratore Franco Sebastio e il sostituto Mariano Buccoliero stralciano tra le dieci e le quindici intercettazioni per dimostrare che gli otto indagati accusati di disastro ambientale devono rimanere ai domiciliari perchè potrebbero continuare, se fossero in libertà , a inquinare le prove.
Ma ci sono altre decine di telefonate ascoltate dagli investigatori della Finanza e tuttora riservate, che raccontano della capacità di Ilva di tessere una impareggiabile rete di rapporti, ma pure dell’insistenza di chi dall’Ilva reclama piaceri, favori, un occhio di riguardo o solo un’attenzione particolare.
Uomini politici che favorirebbero assunzioni, sindacalisti o ex sindacalisti che non disdegnerebbero promozioni aziendali o l’assegnazione di premi di produzione, preti altolocati che porgerebbero l’altra guancia se riuscissero a ottenere il contributo richiesto, cronisti disposti a diventare malleabili.
Nei documenti nascosti di un processo destinato a prendere forma, si materializza lo spaccato di una comunità ostaggio nel bene come nel male dei “padroni delle ferriere”.
Tutto ruoterebbe attorno alla figura di Girolamo Archinà , da ieri ex responsabile delle relazioni istituzionali di Ilva nel capoluogo ionico.
Era, perfino inevitabilmente, arruolato per chiacchierare con tutti.
Ma non per questo autorizzato ad alzare la voce, come fa invece col direttore generale dell’Arpa, il professor Giorgio Assennato: protesta dopo l’uscita di un dossier dell’agenzia per l’ambiente che “a suo dire porterebbe alla chiusura dello stabilimento” annotano le fiamme gialle.
La conversazione telefonica risale al 21 giugno del 2010.
Dodici giorni prima, un avvocato dell’Ilva, Francesco Perli, spiegava a Fabio Riva che la visita della commissione istruttoria l’autorizzazione ambientale integrata “va un po’ pilotata” e che la pignoleria di Assennato “è dettata da ambizioni politiche”.
Tutto parte proprio dall’eclettico Archinà , filmato mentre consegna all’ombra di una stazione di servizio di Acquaviva delle Fonti una busta bianca al professore universitario Lorenzo Liberti. Non un professore qualsiasi, ma il consulente della procura ingaggiato per mettere a nudo presunti giochi di prestigio dell’Ilva lungo il fronte della tutela ambientale.
Lo sospettano tuttavia di avere intascato denaro per 10mila euro.
Comincia così questa storia, tenuta insieme dalle maledette-benedette intercettazioni andate avanti per nove mesi, nel 2010.
Due anni più tardi Bruno Ferrante, nuovo presidente di Ilva, taglia la testa al toro: “La società ha interrotto ogni rapporto di lavoro con il signor Girolamo Archinà che pertanto in alcun modo e in nessuna sede può rappresentare la società stessa”.
E’ la linea riveduta e corretta impressa alla multinazionale dall’ex prefetto di Milano: patti chiari e amicizia lunga.
Con tutti.
Per “abbassare i toni e essere meno conflittuali”.
Lello Parise
(da “La Repubblica”)
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Agosto 4th, 2012 Riccardo Fucile
COME SI MUOVEVA LA DIRIGENZA DELL’ILVA… I PM: “COSI’ L’AZIENDA HA TENTATO DI ALTERARE I DATI DEL’INQUINAMENTO AMBIENTALE”
Un dirigente dice a un altro: «La stampa dobbiamo pagarla tutta».
I pm si presentano con un faldone di intercettazioni. Che compromettono pesantemente le posizioni degli indagati, lo staff dell’Ilva di patron Emilio Riva.
Che dimostrano l’inquinamento probatorio, e cioè il tentativo di alterazione dei dati sulla emissione dei veleni prodotti dallo stabilimento.
Ci sono intercettazioni in cui l’Ilva chiede conto al direttore dell’Arpa, Giorgio Assennato, dei risultati di una campagna di rilevamenti.
Questo avviene nel giorno in cui l’Ilva si presenta al Riesame (con il suo nuovo presidente Bruno Ferrante) perchè vuole contestare le conclusioni a cui è giunta l’accusa.
L’udienza fiume iniziata alle 9 del mattino in un clima surreale, con il Tribunale completamente isolato dalle forze dell’ordine, e un corteo “solidale” con gli imputati bloccato dallo stesso presidente Ferrante che non intende più «manovrare» i suoi dipendenti, e si è conclusa alle 9 di sera.
I giudici hanno tempo fino al 9 agosto prima di decidere sulla scarcerazione degli indagati e sul dissequestro degli impianti.
Udienza drammatica di un’inchiesta giudiziaria dagli esiti imprevedibili, perchè il Riesame potrebbe confermare il sequestro degli impianti e far accelerare le procedure di spegnimento degli impianti, rompendo così quell’«armonia» costruita tra Bari e Roma di attiva convergenza tra governo, regione, azienda ed enti locali.
Nel giorno in cui Palazzo Chigi nomina un commissario per bonificare Taranto, l’acciaieria più grande d’Europa rischia la chiusura se la proprietà non rispetterà le prescrizioni stabilite dal gip Todisco.
«Non ci dormo la notte al pensiero che 20.000 persone rischiano di non lavorare più». Francesco Sebastio, procuratore di Taranto, in una pausa del Riesame, risponde alle domande dei giornalisti.
Mentre un legale degli imputati commenta amaro: «Dopo sei ore di discussione, le posizioni sono cristallizzate. Non si fanno passi avanti».
I legali dell’Ilva si presentano con le memorie e controperizie da depositare: «Lo stabilimento Ilva di Taranto esercisce nel pieno e indiscusso rispetto di una legittima Autorizzazione integrata ambientale, emessa dalla competente pubblica amministrazione nell’agosto 2011. Anche le contestazioni elevate in passato non hanno mai individuato presunti sfondamenti dei limiti di emissione. Dal 1998 al 2011 lo Stabilimento Ilva di Taranto ha investito, solo in tecnologie finalizzate alla tutela dell’ambiente e della salute, circa un miliardo e centouno milioni e 299 mila euro, pari al 24% degli investimenti totali. Le polveri? I livelli di Taranto sono considerevolmente inferiori a quelli medi annui registrati nelle aree urbane del Nord Italia, e anche a Firenze o Roma».
Insomma, una radicale contrapposizione rispetto ai dati emersi dall’incidente probatorio, i cui esiti, dice il procuratore Sebastio, sono ormai «una prova del processo».
Naturalmente il «processo» avviene nell’aula del Tribunale del Riesame.
E le affermazioni di accusa e difesa raccolte nei corridoi del Tribunale ne sono una fedele rappresentazione.
Sebastio sostiene che la ricostruzione della memoria dell’accusa fatta ai giudici dal pm Buccoliero è molto netta: «L’Ilva sostiene di aver rispettato i parametri indicati dall’Aia, dall’Autorizzazione integrata ambientale. In realtà l’Aia fa riferimento alle emissioni convogliate, cioè quelle che escono dal camino E 312. Ma noi invece abbiamo dimostrato che il problema è rappresentato dalle emissioni diffuse (parchi minerari) e fuggitive. In un anno i controlli effettuati sono stati soltanto tre e preavvisati. Occorrono campionamenti continui. Dove sono stati scaricati i sacchi di diossina presi e caricati a spalle?».
Il procuratore aggiunto Pietro Argentino aveva presentato un’istanza per spostare a metà settembre la decisione sul sequestro dello stabilimento.
Istanza respinta dal Riesame per gli evidenti «rilevanti interessi socio economici» che impongono una decisione immediata.
L’accusa si è rivolta ai giudici del Riesame con un quesito: «A Genova è sorto lo stesso problema di Taranto. Tra il 2002 e il 2005 l’area a caldo è stata sequestrata (ottenendo le conferme del Riesame e della Cassazione) ed è stata trasformata in area a freddo. Perchè non si può fare la stessa cosa a Taranto?».
La nuova Ilva di Bruno Ferrante è ottimista.
Anche se quelle intercettazioni telefoniche depositate ieri mattina sono compromettenti, l’importante è guardare al futuro, voltare pagina.
Che ha deciso di ritirarsi da tutti i contenziosi sollevati, e con la presenza del suo presidente Ferrante nell’aula del Riesame conferma la volontà di difendersi «nel processo e non dal processo».
Guido Ruotolo
(da “La Stampa”)
argomento: Ambiente, Lavoro, Politica, sanità, Sicurezza, sindacati | Commenta »
Luglio 31st, 2012 Riccardo Fucile
DALLA TOSCANA ALLA PUGLIA SI PARLA DI 4.000 ROGHI… BRUCIANO 19.000 ETTARI, LA META’ SONO BOSCHI, IL 165% IN PIU’ RISPETTO AL 2011
Cresce l’allarme incendi in Italia. 
Sono più di 3.900 quelli che hanno interessato la penisola dal primo gennaio al 15 luglio 2012, secondo i dati del Corpo forestale dello Stato nell’attività di prevenzione e contrasto.
Oltre 19mila ettari di superficie percorsa dal fuoco, di cui 11mila di boschi.
Dal confronto con lo scorso anno, si evidenzia un aumento rilevante dei roghi, circa il 165% in più di incendi rispetto al 2011.
A questo si associa un significativo aumento del terreno colpito dalle fiamme, circa il 196% in più, con un prevalente aumento di superficie boscata pari a oltre il 200%.
Attualmente le maggiori criticità riguardano Sardegna, Campania, Calabria, Puglia, Toscana e Lazio.
Inoltre ancora una volta viene evidenziata l’elevata incidenza di cause dolose, all’origine degli incendi boschivi.
Ed è per questo che la Forestale ha intensificato i propri presidi in quei territori considerati più a “rischio” grazie al personale del Nucleo investigativo antincendio boschivo (Niab) che dall’inizio dell’anno ha denunciato a piede libero per il reato di incendio boschivo 263 persone e ne ha arrestati 6 in flagranza di reato.
Intanto, desta particolare preoccupazione l’incendio sprigionatosi dalla discarica Bellolampo di Palermo.
Sono in azione elicotteri e canadair per spegnere le fiamme e una nube ha messo in allarme una grossa porzione della città , ma il Comune esclude un rischio diossina.
Tre squadre dei Vigili del Fuoco del Comando di Crotone sono, invece, sono intervenute ieri a Strongoli per domare un rogo di alberi e sterpi adiacenti alle abitazioni. Il fuoco, alimentato dal forte vento, ha coinvolto un casa temporaneamente disabitata.
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