Destra di Popolo.net

LO STATO SI COMPRA L’INCENERITORE DI ACERRA PER 355 MILIONI DI EURO, I PRIVATI RINGRAZIANO

Gennaio 21st, 2012 Riccardo Fucile

IL GOVERNO HA AUTORIZZATO L’ACQUISTO DA PARTE DELLA REGIONE CAMPANIA DELL’IMPIANTO AL CENTRO DI   UN PROCESSO A CARICO DI IMPREGILO… UTILIZZATI I SOLDI DEL FAS, QUELLO DEI FONDI DESTINATI ALLE AREE SOTTOSVILUPPATE CHE ANDREBBERO COSI’ NELLE CASSE DEI PRIVATI

La questione rifiuti campana entra nell’agenda del governo, lo schema di decreto legge su “misure urgenti in materia ambientale” contiene un comma che dovrebbe sancire la conclusione della querelle sulla proprietà  dell’inceneritore di Acerra, oggetto di polemiche nel recente passato.
Per quell’impianto e per l’intero ciclo di gestione dei rifiuti in Campania c’è un processo in corso davanti al Tribunale di Napoli a carico dei manager di Impregilo e dei vertici del commissariato di governo, a partire dall’ex governatore Antonio Bassolino.
Ma, nonostante tutto, il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, richiamando il decreto che sancì la fine dell’emergenza rifiuti, apre all’acquisto con fondi pubblici dell’inceneritore.
Sarà  la Regione Campania a comprare il forno mentre la gestione è affidata, ormai dal 2008 e per 15 anni, alla multiutility bresciana A2 attraverso la controllata Partenope ambiente.
Le modalità  che sanciranno il passaggio da una spa ad un ente di stato con soldi pubblici vengono chiarite al comma 3 dell’articolo 1 della bozza di decreto: “La Regione Campania è autorizzata ad utilizzare le risorse del Fondo per lo Sviluppo e coesione sociale 2007-2013 relative al programma attuativo regionale, per l’acquisto del termovalorizzatore di Acerra ai sensi dell’articolo 7 del decreto legge n.195 del 2009. Le risorse necessarie vengono trasferite alla stessa regione”.
In realtà  il fondo per lo sviluppo altro non è che, sotto altro nome, il fondo per le aree sottoutilizzate che verrà  utilizzato per compare l’impianto di incenerimento al costo di 355 milioni di euro, secondo una valutazione dell’Enea del 2007, oggetto anche di un ricorso pendente presso la Corte Costituzionale.
I dettagli della vicenda vengono chiariti da Gianfranco Polillo, sottosegretario all’economia, che, in commissione bilancio della Camera, ha spiegato: “Il decreto si limita a prorogare il termine per il trasferimento della proprietà  dell’impianto” da fine dicembre 2011 a fine gennaio 2012. La cessione dovrebbe prevedere anche la risoluzione del contenzioso ancora pendente tra Impregilo e protezione civile.L’inceneritore napoletano usufruisce dei Cip 6, gli incentivi destinati, solo in Italia, a chi produce energia bruciando rifiuti, incentivi che il primo ministro Mario Monti da Commissario Europeo definì “droga illiberale nel mercato delle tecnologie ambientali”.
All’inizio del 2008, A2a rinunciò alla gestione dell’impianto perchè privo dei Cip6. Successivamente un decreto del morente governo Prodi introdusse i benefici pubblici, per un periodo di 8 anni, e A2a tornò interessata assumendone la gestione.
La multiutility spiega che il contratto, compresa la gestione dello Stir di Caivano, prevede che “La società  venga remunerata con una quota pari al 49% dell’energia elettrica prodotta dal termovalorizzatore tramite la combustione dei rifiuti ad esso conferiti a seguito del trattamento negli Stir”.
Produzione incentivata dal Cip6 di cui la A2a beneficia per la quota di energia che le spetta come compenso.
I ricavi per A2a nel 2010 sono intorno ai 57 milioni di euro da cui vanno sottratti i costi di gestione degli impianti.
Un dato in crescita nel 2011 visto che l’inceneritore ha raggiunto il 100% della capacità  produttiva bruciando 600mila tonnellate di rifiuti.
Un ottimo investimento per A2a nella gestione del forno di Acerra così come Impregilo nella vendita.
A perderci saranno le tasche dei cittadini che vedranno volatilizzarsi 355 milioni di euro di denaro pubblico destinato al fondo per le aree sottoutilizzate.

Nello Trocchia e Matteo Incerti
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL TERZO VALICO, SOLDI BUTTATI DA 20 ANNI DI LOBBY

Dicembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile

IL CANTIERE CHE NON SERVE COSTA SEI MILIARDI… LE FERROVIE NON SANNO NEANCHE FORNIRE IL PIANO FINANZIARIO DELL’OPERA

Ci sono 6 miliardi di euro da risparmiare all’istante senza toccare le pensioni.
Basta che il governo fermi il progetto per il cosiddetto Terzo Valico, la linea ad alta velocità  che da Genova attraversa l’Appennino per sboccare sulla Padana.
Lunedì prossimo le Fs si aspettano che il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) vari la seconda tranche di finanziamento dell’opera, un miliardo e cento milioni.
Una prima tranche di 500 milioni è stata già  stanziata. Allo stato attuale è più che lecito ipotizzare che siano soldi buttati, in ossequio alla regole aurea del partito del cemento: l’importante è aprire i cantieri. Ecco una breve lista di ragioni per cui il governo Monti potrebbe dare prova di serietà  fermando lo sperpero di denaro a cui una potente e caparbia lobby sta lavorando da vent’anni.
1) È un’opera assurda.
Una ferrovia che parte da Genova per collegare il porto della Lanterna con il nord Europa, andandosi a ricongiungere al nuovo traforo svizzero del Gottardo. Solo che i 6,2 miliardi servono per arrivare fino a Tortona, in mezzo alla pianura Padana, 53 chilometri di nuova ferrovia veloce al costo di 115 milioni di euro a chilometro. Da Tortona i treni torneranno sulla vecchia ferrovia.
2) Non si sa a che cosa serva.
Le Fs, committenti dell’opera, non sanno dire se servirà  per i passeggeri (collegamento veloce Genova-Milano) o per le merci. È noto che una ferrovia del genere non si può utilizzare per entrambi i servizi, bisogna scegliere, e sarà  fatto dopo aver deciso di spendere i soldi. La stessa commedia della Val di Susa.
3) È un’opera inutile.
Fu inserita nel programma Alta velocità  in un secondo momento, quando la Montedison di Gardini pretese un posto a tavola nel grande affare che si erano spartiti Fiat, Eni e Iri. Da vent’anni si cerca di dimostrare che c’è una grande quantità  di container da prendere al porto di Genova-Voltri per portarli in Europa.
Si era previsto che nel 2006 il traffico di Voltri raggiungesse i 5 milioni di teu (l’unità  di misura dei container). A fine 2011 si arriverà  a 1,8 milioni. Le linee già  esistenti per i valichi dell’appennino ligure sono in grado di trasportare oltre 3 milioni di teu.
Le Fs non rendono note le previsioni di traffico per la nuova linea.
4) È un ‘opera costosa. Le Fs vogliono spendere 6,2 miliardi di euro per una linea che secondo le loro stesse previsioni non andrà  oltre i 40-50 milioni di euro all’anno.
Da vent’anni si fanno i conti e non tornano. Il traffico, nella migliore delle ipotesi, coprirà  i costi di gestione e manutenzione.
Il nuovo vice ministro delle Infrastrutture, Mario Ciaccia, è colui che come manager della Banca Intesa Sanpaolo ha predicato per anni che si poteva fare l’opera con il project financing, cioè capitali privati ripagati con i profitti del servizio.
Alla fine era tanto convincente il modello che si è deciso di far pagare tutto allo Stato, punto.
Quanto costa e come si ripaga ? Le Fs non sono in grado di fornire alcun piano finanziario sull’opera.
5) A chi conviene. C’è però il consorzio Cociv, il general contractor. La poetica creazione indicava chi si assumeva tutti i rischi della realizzazione dell’opera e anche del finanziamento.
Come si è visto con la Tav, il modello è servito a ingrassare i costruttori scaricando sullo Stato circa 90 miliardi di debito pubblico.
Il Cociv è oggi formato dalla solita Impregilo (Benetton, Ligresti, Gavio) dalla Condotte del gruppo Ferfina e dalla Civ.
Tra gli azionisti anche la Biis, la Banca guidata fino a lunedì scorso dal vice ministro Ciaccia.
Anche i 6,2 miliardi del Terzo Valico andranno a carico del debito pubblico che Monti deve disperatamente riassorbire, ma lascerebbe dissennatamente crescere se non fermasse opere come questa.
6) Non finiranno mai.
Venti giorni fa il Commissario governativo per la realizzazione del Terzo Valico, Walter Lupi, ha detto: “Nel contratto appena firmato è previsto di concentrare i materiali da scavo delle gallerie, qualcosa come 800 mila metri cubi, nella discarica di Scarpino.
Ma visto quello che è appena successo a Genova, mezzo metro di pioggia in quattro ore, credo che questa decisione vada rivista”.
Cominciamo bene: ufficialmente per i 53 chilometri servono otto anni, fino al 2019. Sulla base dell’esperienza storica, vuol dire che dovrebbero finirli attorno al 2030. Quando i container magari non esisteranno più.

Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“SPERO CHE L’AUTOSTRADA VI PORTI COSE BUONE”: COSI’ SILVIO AVEVA DETTO…E L’AUTOSTRADA INAUGURATA E GIA’ CROLLATA

Novembre 26th, 2011 Riccardo Fucile

A CAUSA DEL MALTEMPO   CEDE UN TRATTO DELLA MESSINA-PALERMO

Destino o segno premonitore non sappiamo dirlo.
“Spero che quest’autostrada vi porti soltanto cose buone”, diceva Silvio Berlusconi durante all’inaugurazione dell’autostrada Messina — Palermo.
Parole sicuramente pronunciate in buona fede che però oggi suonano quasi come una iattura.
Sì, perchè durante l’ondata di maltempo che ha investito la Sicilia, l’opera che collega le due città  si è trasformata in una specie di tappo, bloccando il normale deflusso dell’acqua piovana. Ed ecco che all’altezza di Milazzo sulla corsia in direzione di Messina si apre una voragine e un intero quartiere viene sommerso da un mix di acqua e fango: autovetture distrutte, strade sottosopra e abitazioni allagate.
“Quando non c’era l’autostrada, l’acqua scendeva dritta”, dicono gli alluvionati ora gli alluvionati che ricordano la cerimonia sfarzosa di inaugurazione.
Evidentemente qualcosa non ha funzionato, non trattandosi di un tratto logorato dal tempo e dall’uso, ma di una strada costruita in teoria tra mille attenzioni e opportuni rilievi geologici. E quelle parole del premier oggi finiscono per risuonare come una beffa atroce sia per i soldi impiegati che per il modo di eseguire certi lavori.

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ALLUVIONE DI GENOVA, DICIAMO QUALCHE VERITA’ SU CAUSE E RESPONSABILITA’

Novembre 11th, 2011 Riccardo Fucile

DITTE CHE NON POTREBBERO LAVORARE SONO INVECE AL SERVIZIO DI ENTI PUBBLICI, COLLAUDI MAI FATTI, UN’EMERGENZA CHE CREA BUSINESS…E UN GOVERNATORE CHE DIVENTA ANCHE COMMISSARIO DI SE STESSO

Vediamo di porre in luce alcune questioni:
1) con l’emergenza arrivano più soldi da gestire e chi li gestisce lo può fare in deroga a molte norme, come ben sappiamo per le ormai note vicende della Protezione Civile tra Bertolaso & Balducci;
2) Burlando era il Commissario per l’emergenza prima e lo è di nuovo per quella nuova;
3) le opere che lui dichiara effettuate per la “messa in sicurezza” del Fereggiano (quelle della ditta del Furfaro Antonio già  citato negli atti dell’Antimafia e che, al quotidiano Il Secolo XIX qualche mese fa, dichiarava che lui fa offerte con ribassi altissimi perchè non partecipa per guadagnare ma per “cambiare i soldi”), ovvero copertura e parcheggio sul torrente, NON SONO STATE ANCORA COLLAUDATE, visto che la stessa Regione Liguria dice che il collaudo è ancora in corso!
Chiaro?
Se non arrivano i soldi per le emergenze, i soldi in cassa sono pochi e certi appalti e incarichi proprio non si possono dare.
Con le emergenze i soldi da distribuire sono di più… molti di più e, con gli incarichi di somma urgenza e le procedure “semplificate”, tutto si svolge in modo sempre più lontano dal possibile controllo da parte dei cittadini.
La notizia che il collaudo delle opere sul Fereggiano non sia stato ancora concluso è stata scritta e data ieri, nero su bianco, dalla Regione durante la Conferenza Stampa di Burlando, ma pare che questo “dettaglio” non abbia attirato molta attenzione.
Ora vediamo quanto ci vuole anche per far emergere la questione della ditta incarica per i lavori annunciati e lodati dallo stesso Burlando, Commissario Delegato della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Protezione Civile, ovvero quella del Furfaro… oltre al fatto che la Eco-Ge dei Mamone, per cui il Prefetto di Genova, nel luglio 2010, ha trasmesso agli Enti Appaltanti un’informativa antimafia atipica, finalizzata ad evitare che a questa società  venissero dati e confermati incarichi pubblici, continua a lavorare alla grande con incarichi diretti da parte delle Società  pubbliche, con subappalti di lavori delle Società  pubbliche e con incarichi di somma urgenza per l’emergenza alluvione di questi giorni.
A Genova le misure interdittive, tipiche o atipiche che siano, sono sistematicamente ignorate… un dato inquietante che pare non interessi ai più!
Deve esserci una allergia inguaribile rispetto al termine ed alla pratica della “prevenzione”… ma così qualcuno, alla fine, può gestire più soldi e seguire meno vincoli, mentre altri possono incassare ben di più di quanto le povere casse degli Enti locali possono offrire in assenza dei disastri che, con distruzione e drammi, portano anche stanziamenti straordinari!
Prima creo il danno e poi riparo il danno, spendo soldi pubblici prima e ne se spendo di più dopo… che bel modo di Amministrare!

Ufficio di Presidenza
Casa della Legalità 

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VICENDE SURREALI ALL’ITALIANA: VARIANTE DI VALICO, UNA GALLERIA CONTINUA A FRANARE MA IL PREFETTO ORDINA “NIENTE STOP AI LAVORI”

Novembre 11th, 2011 Riccardo Fucile

ACCADE NELLA FRAZIONE DI RIPOLI, IN COMUNE DI SAN BENEDETTO DEL TRONTO, IN VAL DI SAMBRO…I LAVORI HANNO PORTATO ALL’EVACUAZIONE DI SETTE FAMIGLIE

I lavori del tunnel della variante di Valico che si sta scavando ai piedi di una frana a Ripoli, tra Bologna e Firenze, vanno avanti.
A dirlo è il Prefetto di Bologna, Angelo Tranfaglia, affiancato da tutti gli enti locali e naturalmente da Autostrade, committente della grande arteria che collegherà  il nord col sud Italia.
I lavori, che hanno già  provocato l’evacuazione di sette famiglie e che da alcuni mesi stanno mettendo in allarme tutta la piccola frazione di Ripoli-Santa Maria Maddalena, in comune di San Benedetto in Val di Sambro, dopo il vertice di oggi avranno solo, secondo quanto emerso dall’incontro, un monitoraggio più ampio in cui saranno coinvolti tutti gli enti locali e le istituzioni che si occupano di infrastrutture o di territorio: Comune, Regione, Vigili del fuoco, Anas, provveditorato per le opere pubbliche e via discorrendo.
Rimarrà  a guida delmonitoraggio anche l’Osservatorio ambientale che da anni segue i lavori della Variante.
Un osservatorio non proprio affidabilissimo, smentito nelle sue valutazioni dalla stessa Regione Emilia Romagna.
In una lettera al sindaco di San Benedetto Val di Sambro di qualche settimana fa i tecnici della protezione civile regionale dichiaravano: “Si sottolinea che la nota dell’Ing. Ricceri, presidente dell’Osservatorio Ambientale, inviata al comando dei Carabinieri di Vergato e a noi resa nota, non può essere dagli scriventi condivisa nella affermazione: ‘Le conclusioni di merito scaturite nell’incontro portano ragionevolmente ad escludere pericoli per l’incolumità  dei cittadini’ per il fatto che la vulnerabilità  degli edifici dipende dai fattori sopra esposti non interamente noti in mancanza di valutazioni tecniche puntuali e qualificate”.
Ma come dicono gli inglesi The show must go on.
Gennarino Tozzi di Autostrade, in prima linea nella difesa della grande opera non ha dubbi: “E’ un’opera che va conclusa subito. Nella vecchia autostrada del sole l’incidentalità  è in fase crescente e la sua capacità  di traffico è ai limiti”.
E se il monitoraggio darà  esiti negativi, preoccupanti, l’opera si fermeranno i lavori? “Sono sicuro che non darà  esito negativo”, ha risposto oggi ai giornalisti.
Autostrade, per bocca dello stesso Tozzi, si è detta oggi disponibile e già  attiva per dare tutti i rimborsi necessari o per ristrutturare le case che dovessero venire danneggiate “Abbiamo già  messo in campo circa 900 mila euro”.
Secondo l’intesa trovata oggi, ogni metro di scavo sarà  preceduto da un controllo degli edifici.
“Verranno monitorate tutte le case con la loro capacità  di resistere ai movimenti prevedibili. Quelle che non ce la dovessero fare verranno rinforzate. A garanzia di tutto poi ci sarebbero le delocalizzazioni”.
Cioè nuovi sgomberi, ma solo provvisori secondo Ricceri.
Per il già  citato ingegnere capo dell’osservatorio ambientale infatti, “finite quelle opere questi movimenti andranno attenuandosi fino a scomparire e il paese resterà  dov’è”. Diverso il parere del comitato dei cittadini secondo cui, come ha spiegato in un nostro precedente servizio l’ingegnere di Ripoli, Marco Ricci, “ci sono dei movimenti franosi ancora in atto iniziati con la costruzione dell’attuale Autosole diversi decenni fa”.
A proposito del comitato: loro, oggi, al vertice non sono stati invitati.
I cittadini della piccola frazione di San Benedetto Val di Sambro, 400 abitanti abbarbicati nell’appennino bolognese, ieri avevano hanno inviato una lettera al prefetto di Bologna per dire: “Quelli che incontrerà  domani, compresi gli enti locali, non ci rappresentano”, anzi, sono conniventi con Autostrade e “del tutto allineati alle posizioni e alle richieste della Società  Autostrade per l’Italia”.
La lettera al prefetto, Angelo Tranfaglia, racconta della leggerezza nell’affrontare un’opera così complessa e di forte impatto ambientale: “In corrispondenza dell’abitato di Santa Maria Maddalena per circa 500 metri non era stato eseguito ante operam alcun sondaggio, e solo a seguito della campagna di indagini integrative eseguite a partire dalla scorsa primavera (…) i progettisti hanno finalmente riconosciuto l’esistenza dell’enorme frana quiescente su cui da sempre sorge il paese e che pure era (…) segnalata sulla cartografia tematica”.
Fino a pochi mesi fa infatti la frana e i pericoli per Ripoli non erano stati presi in considerazione e solo a gennaio scorso il sindaco di San Benedetto Val di Sambro, Gianluca Stefanini, aveva chiesto che Autostrade monitorasse quello che stava avvenendo a Ripoli. Ciononostante i lavori di scavo dell’imbocco nord della galleria erano andati avanti fino a poche settimane fa, quando sono stati sospesi dalla Cmb, l’azienda che sta lavorando all’imbocco nord.
Una sospensione che era stata attuata anche sull’onda del clamore che le case evacuate e le crepe decimetriche che attraversano il paese stanno creando.
I movimenti di questo mostro franoso da due milioni di metri cubi di terra starebbero poi intaccando lo stesso lavoro della galleria (cosa che oggi Tozzi ha decisamente smentito). Secondo quanto scritto dal comitato nella lettera di ieri a Tranfaglia infatti, “gli spostamenti franosi attivatisi stanno coinvolgendo la stessa galleria in costruzione con valori di deformazione dei rivestimenti definitivi di ordine centimetrico per gli avanzamenti da nord (impresa CMB) e decimetrico per gli avanzamenti da sud (impresa Toto) e con diffuse fessurazioni nelle murature”.
Nella lettera del comitato, l’accusa ad Autostrade è di essere passata sopra la vita dei cittadini pur di finire al più presto: “L’ unico scopo della Società  Autostrade per l’Italia è palesemente quello di pervenire nel più breve tempo possibile al completamento dei lavori (…) indipendentemente dalle pesantissime ripercussioni che si sono prodotte a partire già  dall’avvio dei lavori, nel 2007, in tutta le porzioni di versante sino ad ora interessate dagli scavi per la galleria Val di Sambro, con il progressivo danneggiamento anche totale di tutte le abitazioni sino ad oggi incontrate, delle strade, delle reti di distribuzione (elettricità  e gas)”.
Il comitato Autosole-Ripoli, guidato dalla combattiva famiglia Ricci ci tiene a non passare per un comitato che non vuole la Variante di Valico.
Il problema per Dino Ricci, un geometra in pensione che in passato costruiva autostrade, è quello di questa galleria, che potrebbe avere, se Autostrade volesse, un tracciato alternativo.
Ma Tozzi non ne vuole sentire parlare: “L’idea di pensare a una variazione del tracciato comporterebbe difficoltà  tecniche, economiche e di tempistica assolutamente onerose per l’intera economia del Paese che rischierebbe di non risolvere l’attuale problema dell’attraversamento appenninico non prima di ulteriori 5-10 anni.
Oggi il prefetto ha anche detto che incontrerà  il comitato. “Società  Autostrade ci ha fatto un resoconto. Dagli elementi che ci ha portato emerge che allo stato pericoli per la pubblica e privata incolumità  non ne esistono, sicuramente non ne esistono con urgenza, ma nemmeno allo stato dell’avanzamento dei lavori in maniera prevedibile. I cittadini si fidino delle istituzioni”.
Intanto l’inchiesta della magistratura per disastro colposo, prosegue.
Questa è l’Italia…

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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I TAGLI AL MINISTERO HANNO DATO IL COLPO DI GRAZIA ALLA TUTELA AMBIENTALE

Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

UN MINISTERO “CHIUSO PER LIQUIDAZIONE”: CON I TAGLI OPERATI DA TREMONTI A MALAPENA SI RIESCONO A PAGARE GLI STIPENDI AL PERSONALE…NESSUN INTERVENTO A TUTELA DEL PATRIMONIO NATURALE, TUTTO VIENE LASCIATO NEL DEGRADO

Con quelle che si possono considerare le dimissioni virtuali del ministro Stefania Prestigiacomo, tra un’ondata di maltempo e l’altra che minaccia di nuovo Liguria e Toscana, l’emergenza ambientale del Malpaese esplode in tutta la sua gravità .
“«il Piano straordinario per il dissesto è ancora fermo al palo», ammette la stessa Prestigiacomo in commissione al Senato, aggiungendo che a tutt’oggi «non è stata assegnata alcuna risorsa» al suo ministero e che il decreto legge di agosto «ha cancellato tutti i fondi statali».
A questo punto, non resterebbe che appendere sulla porta dell’Ambiente un cartello con la scritta «Chiuso per liquidazione»: nè possono bastare gli stanziamenti d’emergenza annunciati ora per «mitigare l’elevatissimo rischio» che incombe sulla città  di Genova, a salvare la coscienza del ministro e del governo a cui appartiene.
Sono proprio “lacrime di coccodrillo” — come dice il nuovo capo della Protezione civile, Franco Gabrielli – quelle che stiamo versando per le dieci vittime della recente alluvione in Lunigiana e nelle Cinque Terre, come le altre che abbiamo già  versato o purtroppo dovremo ancora versare in futuro per analoghi disastri ambientali.
Morti e danni provocati non tanto dalla fatalità , ma innanzitutto dalla nostra incuria e irresponsabilità .
E cioè, dall’abbandono delle campagne e delle montagne; dalla cementificazione selvaggia e dagli abusi edilizi; dal dissesto idrogeologico; dalla “politica del condono” e così via.
A questo scempio sistematico, favorito nel tempo dai vari governi della Repubblica, il governo terminale di Silvio Berlusconi ha deciso di dare il colpo di grazia con i cosiddetti “tagli lineari” che hanno ridotto drasticamente i fondi per il prossimo triennio.
Oltre 228 milioni di euro in meno: più di 124 nel 2012, 45 e quasi 59 rispettivamente nei due anni successivi.
E ciò limita la dotazione del ministero a 421 milioni complessivi per l’anno prossimo, rispetto ai 545 previsti dalla stessa Legge di Stabilità .
Basti pensare che nel 2008 il bilancio del ministero era di un miliardo e 649 milioni.
Escluse le spese di funzionamento, il taglio di 124 milioni inciderà  nel 2012 sui circa 180 milioni destinati ogni anno agli interventi sul territorio: ne restano disponibili, quindi, una sessantina scarsi.
Un obolo, una miseria.
«In sostanza — denuncia Gaetano Benedetto, responsabile delle Politiche ambientali per il Wwf — abbiamo un dicastero che sopravvive a se stesso, con i soldi a malapena sufficienti per pagare gli stipendi del personale, ma con una capacità  operativa praticamente azzerata».
Ecco perchè l’associazione presieduta da Stefano Leoni ha predisposto un documento con le sue osservazioni e proposte di emendamento alla cosiddetta Legge di Stabilità  che rischia di decretare la definitiva instabilità  del territorio nazionale.
Al primo punto, si chiede al governo ancora in carica o a quello che verrà  di mantenere per i prossimi due anni — come per il ministero dei Beni culturali — almeno gli stanziamenti originariamente previsti.
Secondo il Wwf, è necessario confermare inoltre l’accantonamento di 210 milioni di euro per interventi a favore della difesa del suolo che nel frattempo sono stati cancellati.
Poi, c’è il capitolo degli incentivi fiscali per il settore edile, in funzione del risparmio e dell’efficienza energetica: qui si tratta di ripristinare le agevolazioni del 55%(riqualificazioni) e del 36% (ristrutturazioni), recuperando i fondi dai 400 milioni previsti per l’autotrasporto. E infine, il Wwf sollecita la “stabilizzazione” del 5 per mille dell’Irpef, a sostegno delle associazioni senza scopo di lucro che svolgono funzioni di utilità  e promozione sociale, insieme agli enti di ricerca scientifica o sanitaria e alle università .
Era un volontario Sandro Usai, l’eroe quarantenne travolto dall’acqua a Monterosso, dopo aver salvato la vita a due persone.
Il presidente della Repubblica ha già  annunciato l’intenzione di conferirgli alla memoria la medaglia d’oro al valor civile.
Ma sono in tanti a lavorare in silenzio, e a rischiare la pelle ogni giorno, per difendere il nostro ambiente e la nostra salute.

Giovanni Valentini
(da “La Repubblica“)

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DISSESTI ITALIANI: NEL FANGO DI GENOVA SI NASCONDONO I MALI DELLA POLITICA

Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

DALL’ALLUVIONE DEL 1970, QUARANT’ANNI TRASCORSI INVANO: TROPPE SPECULAZIONI IMMOBILIARI FAVORITE SIA DAI PARTITI DI CENTROSINISTRA CHE DI CENTRODESTRA…NON SI INVESTE IN PREVENZIONE E SICUREZZA, SI PENSA SOLO A CEMENTIFICARE

I salvati non si contano. I fiumi ripuliti non si inaugurano con il taglio di un nastro.
Le alluvioni hanno ucciso venti persone e ricoperto di fango la Liguria, ma mettono a nudo mali dell’Italia.
La tragedia che si compie sotto i nostri occhi è il paradigma della crisi morale e politica del Paese.
Certo, sono caduti 300 millimetri d’acqua. Il clima è cambiato.
Ma non è cambiato il clima umano.
Basta sovrapporre le fotografie di Genova ieri e nel 1970, quando il Bisagno uccise più di venti persone: in mezzo ci sono 40 anni passati invano e tante vite perse.
Vero, ci sono mali tipicamente liguri.
Con responsabili — morali e politici, se non penali — precisi.
C’è stata la dissennata corsa al mattone sulle alture.
L’acqua sul cemento corre veloce, raggiunge in pochi minuti i fiumi. Uccide.
Di questo è responsabile parte della classe politica ligure, di centrosinistra e di centrodestra, che ha dato via libera alla speculazione immobiliare, che ha costruito porticcioli alle foci.
Parliamo del passato, come del presente, con outlet pronti a sorgere a Brugnato, nella zona alluvionata (operazione voluta dalla Lega e sponsorizzata da amici nel Pd).
Con porticcioli da mille posti barca che stanno per nascere alle foci del Magra, per la gioia di società  e politici di centrosinistra.
Intanto, denuncia il Wwf, la Regione Liguria riduce la distanza dai fiumi per le nuove costruzioni.
Ma una mano sulla coscienza dovrebbero mettersela anche gli imprenditori, le attivissime cooperative, pronti a costruire senza curarsi delle conseguenze.
I mali di Genova, però, toccano corde non solo locali.
La politica, quella vera, dovrebbe valutare il bene collettivo, prendere decisioni anche impopolari, non favorire i costruttori amici.
Guardare al futuro.
La politica deve salvaguardare l’ambiente, la terra, nostra identità  anche culturale e pegno per le generazioni future.
Fonte di ricchezza, ma soprattutto garanzia di vita.
In Italia non è così.
Ci tocca ascoltare la lezione di Berlusconi contro il cemento. Soltanto in un Paese senza memoria, senza rigore, un cementificatore padre di condoni può pontificare sulla pelle dei morti.
Accade, perchè pochi possono scagliare la prima pietra.
Si costruisce e non si investe nella prevenzione. Con fiumi puliti e bonificati, non ci sarebbero milioni di tonnellate di fango, detriti e alberi a bloccare i corsi d’acqua.
No, la morte delle donne e dei bambini a Genova non viene solo dalla tremenda pioggia, ma anche da decenni di speculazioni, di sprechi che portano consenso sottraendo risorse all’essenziale cura del territorio.
La politica è altro.
È investire nella prevenzione i 10 miliardi per la messa in sicurezza di tutto il territorio nazionale, invece di spendere molto di più per rimediare ai danni.
E le vite non si recuperano: in cinquant’anni le frane hanno ucciso 4.000 persone.
Due volte gli attentati dell’11 settembre.
Non vogliamo il solito spettacolo: gli amministratori che con la stessa mano abbracciano i parenti delle vittime e firmano nuovi progetti.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL VESUVIO DI GENOVA: SCATTA IL RIMPALLO DELLE RESPONSABILITA’ PER LA MANUTENZIONE DEI FIUMI

Novembre 6th, 2011 Riccardo Fucile

MANCANO 400 MILIONI PER IMBRIGLIARE IL BISAGNO CON LA COSTRUZIONE DI UN CANALE SCOLMATORE… SONO 40 ANNI CHE SE NE PARLA E NESSUNO HA FATTO NULLA

Lo dice la parola stessa: la piena cinquantennale dovrebbe arrivare una volta ogni mezzo secolo.
Invece il Bisagno ne ha regalate tre in quarant’anni.
Il Bisagno per Genova è come il Vesuvio per Napoli, una bomba pronta a esplodere intorno a cui, follemente (ma con le approvazioni delle autorità ) è cresciuta la città . Il fiume oggi, dopo gli ultimi interventi, può reggere 710 metri cubi d’acqua al secondo.
Le piene più devastanti ne portano 1. 300. I seicento di troppo devastano la città .
Uccidono.
Ecco la bomba del Bisagno e del Fereggiano che venerdì è esplosa.
E adesso tutti a Genova temono di restare con il cerino in mano.
La posta in gioco è alta. C’è in ballo anche la guida della città  e della regione. Così ieri in molti hanno cominciato a puntare il dito contro Marta Vincenzi.
Un po’, forse, perchè il sindaco è il parafulmini.
Non solo: siamo alla vigilia delle elezioni, Vincenzi è sola.
Di fronte ha il centrodestra, alle spalle una parte del suo centrosinistra, che sarebbe lieto di togliersela dai piedi.
Poi Vincenzi ci ha messo del suo, con le dichiarazioni della prima ora: “Se qualcosa abbiamo sbagliato, è stata la scelta di fare poco terrorismo”. Ancora: “Non mi sento responsabile. I genovesi devono capire che l’allerta 2 è una cosa seria”.
Le scuole aperte? “Pensate se i bambini fossero stati in giro per la città  invece che in luoghi sicuri”.
Nessun mea culpa.
Così gli abitanti della val Bisagno l’hanno contestata.
Venerdì a Genova qualcosa non ha funzionato: le scuole erano aperte. All’una, quando il Bisagno e il Fereggiano hanno invaso il centro, c’erano migliaia di ragazzi per strada.
A Brignole il traffico era congestionato come in un giorno qualsiasi.
Se il Bisagno fosse esploso come nel 1970 oggi conteremmo decine di morti. Ma la tragedia del Bisagno, e l’alluvione di polemiche che in Italia segue sempre quella di fango, ci raccontano altro.
Dalle nostre parti la matematica è un’opinione.
È vero, c’è la crisi, ma per il Ponte sullo Stretto targato Berlusconi sono previsti 10 miliardi.
Per l’autostrada Mestre-Civitavecchia, cara al centrosinistra, siamo oltre i 15 miliardi.
Mentre a Genova mancano 400 milioni per imbrigliare il Bisagno, un torrente d’estate invisibile che in autunno si ricorda di essere un fiume.
Così si fanno i risparmi in Italia: “Le alluvioni dal 1945 al 1970 sono costate molto più di quanto sarebbe stato necessario per mettere in sicurezza il fiume”, assicura Paolo Tizzoni, dirigente Area Sviluppo Urbanistico del Comune.
E non contiamo le alluvioni dei primi anni Novanta e quella di venerdì. Insomma, se si fosse intervenuti per tempo, si sarebbero risparmiati centinaia di milioni.
Senza contare le vite umane: più di trenta dal 1970 a oggi.
Ma i morti non entrano nei bilanci dello Stato.
La storia del Bisagno dice molto dello spirito con cui si affrontano — o meglio, non si affrontano — le emergenze in Italia: soldi cacciati al vento, opere lasciate a metà , interventi tampone, competenze divise tra una miriade di enti. E morti.
A Genova la parola magica è “scolmatore”, l’opera che risolverebbe la questione.
In pratica è una bretella che raccoglierebbe 450 metri cubi d’acqua del fiume e li devierebbe altrove.
Se ne parla dagli anni Settanta, è stata avviata, poi lasciata a metà , con un seguito di inchieste giudiziarie.
Poi ripresa nel 1998, ma mancano i fondi.
A chi tocca, però, curare i fiumi liguri che si trasformano in killer ogni autunno, dal Vara al Magra, passando per il Bisagno?
“La legge è un labirinto”, allarga le braccia Sebastiano Sciortino, assessore all’Ambiente della Provincia di Genova.
“La parte alta dei fiumi toccherebbe alla Provincia, quella bassa a Regione e Comuni. E poi ci sono anche i frontalisti”.
Cioè? “Gli abitanti”. Sembra fatto apposta per perdersi.
Così nello stesso ente c’è un assessore che parla di investimenti per 160 milioni e un altro che si limita a 10.
Ma che cosa è stato fatto davvero?
Mario Margini, assessore ai Lavori Pubblici del Comune, mostra i suoi dati: “Per l’assetto idrogeologico abbiamo lavori in corso per 132 milioni. La nostra Giunta ha ultimato cantieri per 81 milioni”.
Ma il Bisagno e il Fereggiano? “Sono stati oggetto di importanti e recenti interventi”, ha assicurato Claudio Burlando, presidente della Regione.
Già , interventi alla foce e a monte.
Sono stati abbattuti palazzi che rischiavano di formare una diga in caso di alluvione. Lo scolmatore è stato approvato, ma resta al palo dopo i tagli selvaggi di Berlusconi.
E la pulizia del fiume? “Dire che l’alluvione è stata provocata dalla sporcizia è una fesseria”, è perentorio Margini.
Aggiunge: “I rivi erano stati appena puliti”.
Gli abitanti della Val Bisagno non sono tutti d’accordo: “C’erano tronchi e rifiuti di ogni genere”.
Una cosa è certa: i soldi sono pochi.
“Noi ce la mettiamo tutta. Per la pulizia dei fiumi abbiamo stanziato circa due milioni l’anno”, racconta Paolo Perfigli, assessore alla Pianificazione di Bacino della Provincia.
Pochi soldi, tante polemiche.
Spesso nessun responsabile.
Il presidente Giorgio Napolitano ieri ha sollecitato chiarezza: “Cerchiamo ancora di capire quali siano state le cause della tragedia”.
Beppe Grillo, che è originario dei quartieri alluvionati, è duro: “L’Italia del fango sta mostrando il suo ghigno. Il cittadino è solo. L’Italia del cemento lo sta seppellendo vivo. Non c’è governo, non c’è opposizione, ma un comitato di affari che si spartisce il Paese. Oggi mi sento impotente, la distruzione di Genova era annunciata. Ho visto la mia città  trasformata in fanghiglia”.
Ma non c’è solo il Bisagno.
Il Wwf lanciano altri allarmi: “La Regione Liguria ha ridotto il limite previsto per le nuove costruzioni lungo i fiumi. Erano dieci metri, adesso sono tre. Si rischiano nuovi disastri”.
La Liguria continua a crescere intorno al suo Vesuvio.
In attesa che esploda ancora.

(da “Il Fatto Quotidiano)

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L’ALLUVIONE DI GENOVA: FUORI DA SCUOLA L’APPUNTAMENTO CON LA MORTE

Novembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

GIOIA E JANISSE DI 8 E 1 ANNO NON CI SONO PIU’, TRAVOLTE DALL’ONDATA DI ACQUA E FANGO CHE HA DEVASTATO GENOVA, MA ANCHE VITTIME DELLA CATTIVA GESTIONE DELL’EMERGENZA…LA RABBIA DEL PERSONALE DELLA SCUOLA

L’inferno di acqua, fango e detriti ancora negli occhi. Lacrime che scorrono sulle guance.
«È una nostra bambina, Gioia, veniva a scuola qui e ora non c’è più», si dicono insegnanti, bidelli e amministrativi nell’atrio della Giovanni XXIII, materna, elementari e medie, in piazza Ferraris, alla fine di via Fereggiano, nel cuore della tragedia.
Gioia, otto anni, ieri mattina era al sicuro nella sua classe, la III B.
Ma la mamma, Shiprese Djala, 28 anni, albanese, preoccupata per quell’apocalisse di pioggia, è corsa a scuola a prenderla, con la piccola Janissa, un anno, tra le braccia.
Tutte e tre sono morte nell’androne di un palazzo a pochi metri dalla scuola, travolte dall’onda di piena.
Alla Giovanni XXIII non si danno pace. «Arrivavano i genitori lividi dalla paura e dall’apprensione per i loro bambini. Cercavamo di convincerli a restare, di trattenerli, ma molti temevano di rimanere bloccati – racconta il segretario della scuola, Tommaso Pezzano -, allora per non lasciarli andare li mandavamo dai vigili urbani, lì fuori, che fossero loro a persuaderli. Altri invece si sono fermati con noi, abbiamo raccolto i panini e l’acqua che c’erano ancora nel refettorio e lo abbiamo diviso. Un papà  ha racimolato tre candele e con quelle ci siamo aiutati fino a sera quando la cinquantina di persone, adulti e bambini che erano rimasti qui sono stati portati via dai soccorritori».
«Un padre – ricorda Pezzano con gli occhi che si riempiono di lacrime – è venuto a piedi da Nervi, chilometri di marcia sotto la pioggia, mi ha guardato con il terrore negli occhi: la mia bambina?, mi ha chiesto. L’ho rassicurato, la piccola era con noi, ai piani alti della scuola. Quel pover’uomo ha camminato per due ore per la sua bambina».
Ma tra il personale della scuola c’è anche tanta rabbia.
«Ci hanno mandato una nota dal Comune – racconta Pezzano -, poche righe: stato di allerta meteo, ma che cosa significa? Tutto e nulla. E noi cosa avremmo dovuto fare?. Nessuno ci dava indicazioni».
Nella comunicazione scritta del Comune di Genova, testualmente, «si invitano pertanto le famiglie a connettersi tempestivamente con i mezzi di comunicazione pubblici per acquisire informazioni su eventuali provvedimenti adottati a tutela della pubblica incolumità ».
«Si’, peccato che alle 11 luce e quindi tv e internet sono saltati, neppure i cellulari funzionavano e anche per questo molti genitori sono corsi a scuola per prendere i loro bambini, per portarli a casa, per averli sotto gli occhi – dice Pezzano amaramente -. Abbiamo deciso noi autonomamente di tenere i bambini rimasti e di accogliere quelli che volevano entrare. Ma nessuno per ore e ore si è presentato per chiederci come andava. Eppure noi eravamo al centro dell’inferno. Solo alle 13 una vigilessa, disperata perchè aveva perso il suo collega e non riusciva a trovarlo, è entrata nella scuola e ci ha detto di andare ai piani alti per metterci in salvo».
All’interno della scuola, dunque, i bimbi erano effettivamente sicuri ma molti sono convinti che la chiusura degli istituti avrebbe potuto evitare la tragedia, «dando ai cittadini – dice un insegnante – il vero senso dell’allarme e della preoccupazione delle autorità ».

(da “Il Secolo XIX”)

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