Giugno 24th, 2011 Riccardo Fucile
NAPOLI AL COLLASSO, SOS IGIENE, PER NAPOLITANO SIAMO DI FRONTE A UNA “EMERGENZA ACUTA E ALLARMANTE”…SCORTA ARMATA AI MEZZI DELL’AZIENDA RIFIUTI, GUASTO AL TERMOVALORIZZATORE DI ACERRA
A Napoli la situazione è grave, l’emergenza è “acuta e allarmante”, l’intervento del governo è
“indispensabile”.
Il presidente Napolitano raccoglie e rilancia l’allarme del sindaco Luigi De Magistris, che poco prima aveva dichiarato: la situazione igienico-sanitaria “è grave”, c’è ormai “un rischio concreto per la salute dei cittadini”.
De Magistris in una conferenza stampa ha anche duramente attaccato Berlusconi: “Non ha fatto nulla per Napoli e per l’emergenza rifiuti, perchè se ne frega: altrimenti in queste ore avrebbe adottato altri provvedimenti”.
“Bisogna partire subito – ha aggiunto il primo cittadino – Le isole ecologiche devono essere immediatamente attive, non si può aspettare settembre”.
Fra le altre emergenze, “Il termovalorizzatore di Acerra è bloccato per un guasto”, ha fatto anche sapere il primo cittadino, “da ieri sera non funziona più”.
“Il Comune di Napoli ha individuato tre siti di trasferenza in città “, ha poi annunciato. In questo modo “non dovremmo più dipendere da nessuno”.
Il primo cittadino non ha voluto però svelare quali siano questi siti, “per motivi di riservatezza”. Ma è filtrato che oltre all”Ex Icm del quartiere Ponticelli già in uso, i luoghi individuati sarebbero i capannoni dismessi di Gianturco e l’ex mercato dei fiori di San Pietro a Patierno.
Sul secondo sito la Provincia avrebbe dato l’ok.
De Magistris ha anche promesso un “impegno straordinario” della polizia municipale sul fronte della repressione dei roghi, “che rappresentano un pericolo per la salute pubblica”, e contro “chi rovescia per strada i cumuli. In tal senso – ha detto – arriverà un’ordinanza tra poche ore”.
I mezzi Asia avranno scorta armata delle forze dell’ordine. Il sindaco non ha voluto svelare altri dettagli del piano anti- rifiuti.
“Non è opportuno in questa fase rendere conto di tutti i passi che stiamo compiendo”.
“No allo stato di emergenza”, ha infine chiarito il primo cittadino. “Stiamo cercando di agire nell’ambito dei poteri ordinari. Noi facciamo quello che il Comune può fare”.
“Sappiamo che i cittadini sono stremati dalla situazione – ha concluso – ma chiediamo un ulteriore sforzo per fare attenzione ai rifiuti che gettano via e all’uso della differenziata. Cercheremo di rimpinguare le casse dell’Asìa alla quale stiamo chiedendo in queste ore uno sforzo straordinario”.
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Giugno 23rd, 2011 Riccardo Fucile
AL TELEFONO CON BISIGNANI IL MINISTRO AFFERMA: “MA CHE GOVERNO DI 20 MINISTRI, QUATTRO COMANDANO E GLI ALTRI SONO DI CONTORNO”
Povera ministra Prestigiacomo che si sente sottovalutata, quasi un soprammobile.
Si sfoga con l’amico Luigi Bisignani: «O io ora sono in condizione di essere lì e di fare delle cose e di avere la mia quota di visibilità perchè faccio delle cose, oppure che ci sto a fare? Il gioco è non un governo di venti ministri, ma di quattro ministri che comandano e gli altri fanno il contorno. Io sono considerata il contorno…».
Sembra asciugarsi le lacrime, prendere fiato e poi riprendere lo sfogo, Stefania Prestigiacomo: «E’ che non mi amano, no purtroppo ci troviamo tutti in un centro destra e sono tutti referenti di Berlusconi, stanno tutti per Berlusconi… per esempio, lui si incazzerà domani perchè gli ho stoppato l’apertura della discarica di Serre… Lui non sa niente di quello che faccio io, lui non sa niente, lui domani fa, sarà a noi il problema di competere con Berlusconi».
Quanto è crudele la microspia.
Che registra i sospiri, i fruscii, i pensieri profondi.
Quello che pensa il ministro Prestigiacomo del presidente del Consiglio è disarmante: «(Denis Verdini, ndr) gli consiglia di non occuparsi (inc.) però BERLUSCONI deve essere intelligente e purtroppo non lo è..».
Ecco, quello che angoscia il responsabile del ministero dell’Ambiente è l’emergenza rifiuti in Campania, la vicenda dei termovalorizzatori.
Ne parla con il suo amico Bisignani e sembra fare riferimento alla ministra salernitana, Mara Carfagna.
«Allora, siccome lei fino a quando non si fottono a Berlusconi (inc) elezioni Cosentino deve fare cioè Cosentino deve farlo questo passo indietro….».
Considerazioni premonitrici, quelle del ministro a proposito della gestione dei rifiuti: «L’unica cosa che non si può fare è fare girare i rifiuti per le Regioni, lì si che metti in moto la criminalità organizzata cioè è una cosa enorme allora questo decreto non lo può gestire Berlusconi, lui è dannifero in queste cose».
Ecco la gelosia tra donne è un giudizio cattivo: «Lui (Berlusconi, ndr) dà ragione a Mara (Carfagna, ndr) su tutto e lui gli dice e a Salerno quindi lì bisogna già che lei ci vada con una soluzione che non fa danni, poi la perdonerà sul piano personale».
Che incubo Michele Santoro. Per Silvio Berlusconi e per tutti. Persino per Stefania Prestigiacomo.
Michele Santoro ha mandato a quel paese in diretta il direttore generale della Rai, Mauro Masi. Luigi Bisignani chiede alla ministra: «Verrà licenziato. In qualsiasi azienda al mondo uno che manda affanculo il suo direttore generale viene cacciato».
Risponde il ministro: «E’ una ulteriore prova dell’incapacità di questa maggioranza, di questo governo, di gestire ogni cosa. No, non è opportuno cacciarlo. Ma tu lo vuoi fare, no?». Risponde Bisignani: «Se non lo fai adesso non lo fai più, cioè un destro così non ti verrà mai più nella vita».
Poi, Stefania Prestigiacomo si apre, confessa le sue inquietudini e paure: «Ho fatto un sogno, un tetto di un palazzo non finito… io sono una normale».
Bisignani: «Vabbè perchè io non sono normale?».
Prestigiacomo: «Sì, ma capito… la Santanchè… tutte… le trame, ste cose, io sono una trasparente, queste cose mi mettono anche un po’ paura…».
Guido Ruotolo
(da “La Stampa“)
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Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile
NUCLEARE, ACQUA, LEGITTIMO IMPEDIMENTO: COSA HANNO ABROGATO GLI ITALIANI E COSA CI ASPETTA
E adesso che i referendum sono passati, cosa cambia davvero? Le reazioni a catena dei quattro
Sì anticipano qualcosa di nuovo sul futuro dell’Italia.
Non c’è più il legittimo impedimento“
Qui a Milano vogliono fare quattro processi contemporaneamente. Ma dovranno adeguarsi un po’ anche loro alle esigenze del premier. E soprattutto della difesa”. Come ogni lunedì, giorno fissato per le udienze dei processi milanesi a carico di Berlusconi, ieri Niccolò Ghedini era in aula.
Stakanovista, persino erculeo nel gestire tutti i filoni di difesa, deve anche pensare a fare il deputato.
E adesso, senza legittimo impedimento, cosa cambierà ?
“Niente — cantilena Ghedini —, con la corte continueremo a comportarci secondo il principio della leale collaborazione suggerito dalla Consulta”.
Insomma, chiedere di giustificare le assenze per impegni di governo ormai non si può più, e il rischio è che qualche processo possa andare a sentenza prima del previsto. A meno che, circumnavigando il referendum, si agisca su altri fronti.
Per esempio, già oggi la conferenza dei capigruppo al Senato potrebbe decidere di calendarizzare in aula il disegno di legge sulla prescrizione breve: dopo tre letture è praticamente pronto per andare al voto al Senato (dove la maggioranza non ha problemi di quorum).
Se dopo il 22 giugno la Camera si assestasse, magari puntellata da nuove nomine governative, le carte in tavola cambierebbero a favore di Berlusconi. Ancora una volta.
Niente nucleare: più rinnovabili e carbone
Al contrario, mani legatissime per esecutivo e Parlamento sulla questione nucleare. Almeno nei prossimi cinque anni non sarà possibile proporre nè legiferare sul tema, rispettando la volontà popolare che si è appena espressa.
Quindi, più investimenti sulle fonti energetiche tradizionali come carbone e gas (sempre caro a Berlusconi, specie quando arriva dall’amico Putin) e anche sulle rinnovabili.
Sarà tutto un fiorire di — inquinantissime — centrali a carbone o sboccerà una vera passione ecologista?
La Borsa di Milano ieri ha puntato sulla seconda ipotesi: in una giornata negativa per il mercato, Enel Green Power ha guadagnato bene, e tutto il comparto ha funzionato sull’onda del voto.
In difficoltà le utilities
Negativo invece in Piazza Affari l’andamento delle compagnie che gestiscono l’acqua: già nelle ultime settimane il mercato aveva subodorato la tendenza facendo perdere a titoli come Acea, Hera e Iren valori tra il 5 e il 10 per cento.
“Ed è solo l’inizio — spiega Ugo Mattei, del Comitato acqua —. Nel momento in cui la Gazzetta Ufficiale pubblicherà l’esito del risultato, dandogli valore di legge, noi chiederemo ai Comuni un calo immediato del 7 per cento sulle bollette emesse dalle società secondo la previsione del decreto Ronchi.
Dubito però sullo spirito collaborativo, i contratti firmati non prevedono l’ipotesi del cambio di legge in corsa, quindi le varie amministrazioni dovranno cercare una soluzione”.
Per i comitati, dunque, è già ora di pensare al dopo: abolito il concetto di rendimento garantito sugli investimenti, cancellato il pericolo di obbligo di gara per i servizi pubblici (inclusi trasporti e rifiuti) o di rafforzamento dei privati nell’azionariato, si ragiona sulle prospettive.
“Abbiamo restituito un pezzo di Italia agli italiani — chiude Mattei —. E vigileremo perchè nessuno faccia marcia indietro.
C’è il disegno della Commissione Rodotà in Senato, abbiamo una nostra proposta da offrire, l’importante è ci sia una volontà seria di affrontare queste tematiche. Nell’interesse comune, non di chi vuol far fruttare i capitali”.
Chiara Paolin
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile
COSTANO TROPPO, SONO PERICOLOSE, NON RISOLVONO I PROBLEMI ENERGETICI…IL RIPENSAMENTO SULL’ATOMO E’ GLOBALE
Non vi fidate di quello che dicono da sempre gli antinuclearisti?
E allora prendete in parola quello che dicono persone caute e ragionevoli come i ministri dei governi di Berlino e di Berna che, nelle scorse settimane, hanno ufficialmente annunciato la chiusura delle centrali atomiche in Germania e in Svizzera.
Se non vi bastano questi esempi, ecco dieci motivi per votare Sì al referendum e andare a tener compagnia a tedeschi e svizzeri, lontano dal nucleare.
1) Il nucleare non è sicuro.
In base al calcolo delle probabilità , ci dovrebbe essere un meltdown di un reattore (la fusione del combustibile, l’incidente più temuto) ogni 250 anni.
Ne abbiamo avuti cinque (Three Mile Island, Cernobyl e tre a Fukushima) in 50 anni.
E le ultime notizie dicono che a Fukushima il combustibile radioattivo è uscito all’aperto, la situazione più pericolosa.
Non è solo un problema di tecnologie più o meno sicure. È anche un problema di banale manutenzione quotidiana.
I rapporti delle agenzie di sicurezza nucleari sono pieni di tetti che gocciolano, tubature che perdono, valvole bloccate, controlli rimandati o trascurati, tutti potenziali motivi di disastro. Sfioriamo ogni giorno l’incidente. Come in ogni industria.
Ma quella nucleare, con il suo carico di radioattività , è la più pericolosa di tutte.
2) L’Italia è un paese sismico. Meno del Giappone, ma con la sua quota di devastanti terremoti (e tsunami, come a Messina nel 1908). La zona meno soggetta è una stretta striscia fra Piemonte e Lombardia, ma i siti previsti dal governo prevedono aree a rischio “moderato”. La scienza dei terremoti è però giovane e approssimativa, come dimostra il recente caso giapponese, dove gli scienziati non si aspettavano un sisma così violento.
3) L’incubo delle scorie. Restano radioattive e pericolose per centinaia di migliaia di anni. Oggi, nel mondo, queste “bombe sporche” sono accatastate a fianco delle centrali.
Nessuno è riuscito a trovare e costruire un deposito sicuro e permanente.
I francesi lo stanno progettando (a carico dello Stato): costerà 15 miliardi di euro, quasi quanto tre centrali atomiche.
4) Il nucleare che viene dall’estero. Assai poco. Secondo le stime ufficiali, l’1,5% dell’elettricità italiana proviene dal nucleare straniero.
E le centrali straniere sono a non meno di 100 chilometri dai nostri confini, oltre la fascia più pericolosa (circa 40 chilometri)
5) L’effetto serra. È la carta migliore a disposizione dei nuclearisti. Ma va vista in proporzione. Senza centrali atomiche, il mondo, oggi, produrrebbe 2 miliardi di tonnellate di Co2 in più. Una cifra importante, ma non decisiva: trasformare a gas le attuali centrali a carbone consentirebbe di risparmiarne di più.
6) La dipendenza energetica.
Quale? Le macchine continueranno ad andare a benzina, che il nucleare non produce. Quanto all’elettricità , il gas, oggi, con le nuove fonti non convenzionali, è diventato economico e abbondante. In futuro ne importeremo sempre di più da Usa, Polonia e Sudafrica e sempre meno da Russia e Libia.
7) Lo sviluppo delle rinnovabili. Grandi centrali nucleari presuppongono una rete di distribuzione molto concentrata, che unisce grossi centri di consumo a grossi centri di produzione. Tutto il contrario delle rinnovabili, che hanno bisogno di una rete (produzione – distribuzione) molto leggera e diffusa.
8) Costa troppo. Il prezzo di un kilowattora nucleare è dato dal costo di costruzione della centrale che lo produce. Questo costo continua a salire.
Le centrali proposte dall’Enel costerebbero, oggi, 6-7 miliardi di euro l’una, quanto basta per mettere il kw nucleare fuori mercato.
Questo sovracosto ce lo troveremmo in bolletta.
Negli Usa, negli ultimi mesi, su quattro progetti di centrali atomiche in corso, due sono stati congelati, due sono andati avanti.
Quelli congelati dovevano servire aree in cui c’è il mercato libero dell’elettricità .
Quelli che sono andati avanti serviranno aree in cui le norme consentono di caricare i costi di produzione sugli utenti. In termini generali, il solo piano Enel assorbirebbe investimenti per 25-30 miliardi di euro, circa il 2% del Pil nazionale.
9) Affari e occupazione. La metà degli appalti di una centrale riguarda, in realtà , reattore e turbine, che compreremmo chiavi in mano dall’estero. A regime, finita la fase di costruzione, una centrale impiega poche centinaia di persone. In Germania, 40 mila persone lavorano nel nucleare, 440 mila nelle rinnovabili.
10) Se ne può fare a meno.
Anche con un rilancio immediato, il nucleare non è una risposta ai problemi di oggi dell’energia italiana.
Sarebbe una risposta ai problemi di domani: con i tempi di costruzione di una centrale, il nucleare non darebbe un apporto significativo prima del 2025-2030.
A quella data, secondo il piano Enel, dovrebbe fornire il 12,5 % del fabbisogno di elettricità . Secondo alcuni studi, fra vent’anni, le rinnovabili italiane (solare, vento, piccolo idroelettrico, geotermia) potrebbero arrivare a soddisfare il 36 % del fabbisogno.
Se, a quel punto, non avremo trovato una superbatteria, per colmare i vuoti di produzione di fonti volatili come fotovoltaico ed eolico (legate, oggi, all’effettiva presenza di sole e vento) si può pensare a piccole centrali a gas di complemento.
Si può essere meno ottimisti e puntare obiettivi meno ambiziosi del 36 %.
Contro il 12,5% che dovrebbe assicurare il nucleare italiano, i tedeschi contano di portare dal 17 al 38% – venti punti in più – la loro quota di rinnovabili. Entro il 2020.
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Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile
DUE RIFORME IN QUINDICI ANNI CI HANNO LASCIATO IN EREDITA’ UN SISTEMA IDRICO PIENO DI FALLE…PER FARLO FUNZIONARE SERVONO 64 MILIARDI DI INVESTIMENTI, MA IL MERCATO NON E’ SINONIMO DI SVILUPPO
Due italiani su dieci non hanno le fogne. 
Dai rubinetti del sud, in un caso su due, esce acqua non depurata.
E i 300mila chilometri di tubi che trasportano l’oro blu alle case tricolori perdono per strada (dice il Censis) il 47% del prezioso liquido che raccolgono alle sorgenti.
Si può votare sì o no.
Sostenere che l’acqua è bene comune inalienabile o che per farla funzionare bene – vista l’inefficienza del pubblico – è meglio affidarla ai privati.
Una cosa però è certa: due riforme (incompiute) in 15 anni, prima la legge Galli e poi il decreto Ronchi, ci hanno lasciato in eredità un sistema idrico pieno di falle.
Per farlo funzionare servono (stima Utilitatis) 64 miliardi di investimenti nei prossimi 30 anni. Che qualcuno – Stato o mercato – dovrà mettere sul tavolo.
Cosa succederà consegnando nelle mani dei privati – ancorchè sorvegliati da un’authority fresca di nomina – la gestione (proprietà e reti rimarranno pubbliche) di questa montagna d’oro e del ricco business delle bollette?
Qualche parziale risposta ce la dà la storia dei primi 15 anni di semi-liberalizzazione degli acquedotti tricolori.
Un esercizio che consente di far piazza pulita di qualche luogo comune e spiegare, cifre alla mano, cosa potrebbe capitare al servizio idrico e alle nostre bollette una volta traghettati del tutto nel mondo del profitto.
Il pubblico non funziona. Falso (almeno in parte).
L’acqua italiana è ancora in buona parte in mano agli enti locali – 54 Ambiti territoriali ottimali (Ato) su 92, più altri 13 affidati a multiutility a forte presenza pubblica – e nel mazzo c’è di tutto.
Enti inefficienti trasformati in poltronifici e macchine da voti sul territorio.
Ma anche aziende che funzionano come orologi: Milano ha l’acqua (pubblica) meno cara d’Italia e perde dai tubi 11 litri su 100, livelli quasi tedeschi.
L’Acquedotto pugliese, una volta simbolo della malagestio degli enti locali, è diventato oggi un’azienda sana che investe, promossa a più riprese persino dalle arcigne agenzie di rating. La Smat di Torino è uscita alla grande da uno studio comparativo sull’efficienza pubblico-privato dell’Istituto Bruno Leoni, think tank iper-liberista.
Tra i privati (basta chiedere ai cittadini di Agrigento) ci sono gestioni che faticano ancora a portare l’acqua ai rubinetti tutti i giorni della settimana.
E in fondo persino Parigi e Berlino, dopo aver provato sulla loro pelle gioie e dolori dell’acqua privata, hanno deciso di fare marcia indietro rimettendo le mani sulla gestione dei loro acquedotti.
Tariffe più alte con i privati. Vero.
Ma con una parziale spiegazione. Dal 2002 al 2010, con lo sbarco del mercato negli acquedotti, le bollette degli italiani sono cresciute del 65%.
Nove anni fa ogni italiano pagava in media 182 euro l’anno, oggi siamo a 301.
Colpa della privatizzazione? A guardare la classifica delle città più costose, verrebbe da dire di sì: 21 dei 25 Ato più cari d’Italia sono in mano a privati o in gestione mista.
I cittadini di Latina lamentano aumenti fino al 3000% dopo il parziale ritiro del pubblico, rialzi a tre cifre si sono registrati anche in Liguria e Toscana.
Un’enormità .
La ragione, sostengono i diretti interessati, è semplice: le bollette più alte sono quelle che scontano i maggiori investimenti. I privati ne mandano in porto in media l’87% di quelli previsti (che però faticano a tradursi in reali recuperi d’efficienza, dice il Forum dei movimenti per l’acqua).
Il pubblico molto meno del 50%.
Un po’ perchè mancano i fondi, ma pure per evitare impopolari aumenti delle bollette.
Il saldo dare/avere dei primi 15 anni di liberalizzazione idrica è però sconfortante: negli anni ’90 l’Italia dell’acqua pubblica – all’epoca pagava Pantalone, alias lo Stato, attraverso la fiscalità – investiva ogni anno 2 miliardi sui suoi acquedotti.
Oggi siamo scesi a 700 milioni.
Il nodo di investimenti e controlli.
Da dove arriveranno allora i 64 miliardi necessari per rimettere in sesto i tubi d’Italia?
Pubblico o privato, meglio rassegnarsi: lo Stato, calcola il Censis, sarà in grado di mettere sul piatto circa il 14% di questa cifra. Il resto, se si vorrà spenderlo, dovrà arrivare dalle tasche della collettività .
Solo i lavori previsti tra il 2011 e il 2020, calcola Utilitatis, le faranno salire del 18% portandole comunque, assicura l’organizzazione delle utility nazionali, ben al di sotto della media dei prezzi pagati nel resto d’Europa.
I privati scaricheranno i costi sull’utente finale.
Comuni o enti locali – già oggi in condizioni finanziarie da incubo – potranno al limite tagliare investimenti altrove o finanziarsi su altre voci del bilancio pubblico.
Alla fine però il conto lo salderanno sempre i cittadini.
Chi controllerà il mercato dell’acqua che uscirà dal referendum?
Per vegliare sul settore è stata appena creata – con colpevole ritardo – un’authority.
I cui poteri però sono ancora in buona parte da definire.
Il problema – vista la stretta correlazione tra quantità e bontà degli investimenti e aumenti delle bollette – sarà di dotarla degli strumenti necessari per una reale attività di supervisione. La torta in ballo vale 64 miliardi e ha scatenato l’appetito di molti profeti (non proprio disinteressati) del libero mercato.
E visti i risultati, anche tariffari, delle privatizzazioni degli altri monopoli naturali italiani, non c’è da essere troppo ottimisti.
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Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile
MALAGESTIONE E SCANDALI: LE BOLLETTE ALLA FINE ERANO CRESCIUTE DEL 260%… LE AZIENDE NON REINVESTIVANO I LORO GUADAGNI PER MIGLIORARE IL SERVIZIO
Acqua privata, andata e ritorno.
Viaggio nel tempo della privatizzazione di una rete idrica: vedi alla voce Parigi.
Nel 1984 la capitale francese è stata tra le prime in Europa a dare in appalto il servizio.
E adesso è considerata pioniera nella difesa del pubblico.
Malgestione, accuse di corruzione, scarsa manutenzione e infrastrutture che cadono a pezzi, tariffe che in venticinque anni sono aumentate del 260%.
«Ci è sembrato doveroso offrire a tutti i cittadini un bene primario come l’acqua potabile alla migliore qualità e minor costo possibile» sintetizza Anne Le Strat, 43 anni, vicesindaco di Parigi.
Dal gennaio 2010 presiede la nuova compagnia “Eau de Paris” che ha riunificato sotto l’egida del Comune l’intera filiera idrica locale, con 861 dipendenti e un patrimonio stimato a 5 miliardi di euro.
Sul referendum di domani ha le idee chiare. «Serve un doppio sì» commenta Le Strat che è anche presidente del consorzio europeo Aqua Publica ed è venuta qualche giorno fa in Italia per partecipare alla mobilitazione.
La battaglia contro la privatizzazione dell’acqua è partita anni fa proprio in Francia, dove hanno sede alcuni dei giganti mondiali del settore come Veolia e Suez, presenti anche sul mercato italiano.
«Da noi le privatizzazioni sono andate molto avanti, ormai 70% della rete idrica nazionale è in appalto. Ma la controtendenza è cominciata» assicura Le Strat.
La marcia indietro di Parigi è stato un segnale forte.
L’allora sindaco Jacques Chirac aveva spartito la città . La rive droite a Veolia, la rive gauche a Suez.
Dal 1987 si era aggiunto un terzo operatore, Sagep, che in teoria avrebbe dovuto controllare i distributori privati.
In pratica, l’ente misto era partecipato dalle stesse imprese.
«Era un assetto illogico, che disperdeva le competenze, le responsabilità , e non garantiva trasparenza» ricorda Le Strat.
Sulla manutenzione, spiega, c’erano molte disfunzioni. «I privati non reinvestivano i loro guadagni per migliorare il servizio. Intanto, tutti i grandi lavori su acquedotti o infrastrutture continuavano a gravare sulle casse pubbliche».
Con l’elezione del socialista Bertrand Delanoe è arrivata la “rivoluzione blu”.
Fuori le multinazionali dell’acqua, avanti il nuovo ente pubblico.
«Abbiamo dimostrato che il privato non è più efficiente del pubblico e che, a parità di prezzo, siamo almeno allo stesso livello di qualità ».
Le Strat smentisce l’idea che rimunicipalizzare il servizio idrico abbia pesato sulle casse del comune.
Nel primo anno, “Eau de Paris” ha anzi realizzato un risparmio stimato a 35 milioni di euro rispetto alla gestione privata.
Delanoe aveva promesso ai 3,3 milioni di consumatori parigini di mantenere le tariffe bloccate fino al 2014.
«Ma i nostri risultati operativi sono stati talmente buoni che dal 1 luglio potremo già abbassare le tariffe dell’8%».
Le Strat ricorda con qualche ironia il momento in cui gli operatori privati hanno capito che non sarebbero più stati i padroni del ricco mercato parigino dopo un quarto di secolo.
«Erano scioccati dalla nostra decisione, ci hanno fatto molte pressioni».
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Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile
VARATA LA LEGGE PER CHIUDERE TUTTE LE CENTRALI ENTRO IL 2022…LA MERKEL ACCELLERA I TEMPI…SUBITO 5 MILIARDI DA INVESTIRE IN FONTI RINNOVABILI
Oggi forniscono ancora circa un quinto del fabbisogno d’energia alla prima economia europea,
dal 2022 non saranno altro che ruderi, come vecchie fabbriche ottocentesche chiuse e in rovina, o parchi giochi come già è il caso dell’ex reattore a Kalkar.
Ieri la Germania di Angela Merkel ha definitivamente voltato pagina: con un segnale e una sfida esemplare al mondo, la potenza industriale numero uno indiscussa nel Vecchio continente e quarta a livello mondiale, la patria delle migliori eccellenze tecnologiche europee, ha varato a livello ufficiale il preannunciato addio all’atomo civile.
Non importa se costerà caro: la gente lo vuole, dopo Fukushima il “rischio residuo” di incidenti e tragedie è ritenuto troppo importante sia dai politici sia da chi li elegge.
Nessuno ci aveva mai provato, a restare potenza industriale con i massimi livelli di competitività globale senza più un kilowatt di energia nucleare.
Nessuno, o meglio nessuno a parte un precedente governo tedesco, quello di sinistra (Spd-Verdi) eletto nel settembre 1998.
Il cui piano di addio a tappe all’atomo, inizialmente rinnegato dal centrodestra con uno spettacolare riavvicinamento alla lobby atomica (2009), è ora riabilitato alla grande, e anzi accelerato rispetto a quanto annunciato la settimana scorsa.
Il progetto di legge dovrà ora andare all’esame del Bundestag, la prima camera del Parlamento federale, e del Bundesrat, la Camera degli Stati.
Per le sinistre ora all’opposizione – i Verdi in ascesa, in alcuni sondaggi primo partito nazionale o quasi, la Spd debole e senza strategia – è una vittoria morale postuma. Angela Merkel lo riconosce con umiltà , scrive la Sueddeutsche Zeitung, pur di seguire timori e dubbi del paese dopo la tragedia giapponese.
È insieme un messaggio al mondo e una scommessa esposta al rischio di costi pesanti, l’addio tedesco al nucleare, in controtendenza assoluta rispetto a Francia e Usa, Regno Unito o nuove potenze come Cina India o Brasile.
I costi, a seconda delle diverse valutazioni degli esperti, oscilleranno tra i 90 e i 200 miliardi di euro.
Il solo spegnimento e smantellamento dei reattori costerà 28,7 miliardi.
Il piano è rapido: dei 17 reattori tedeschi, otto sono già spenti (sette per controlli di sicurezza ordinati dopo Fukushima, uno già prima per manutenzione) e non verranno riaccesi.
Già ora dunque la percentuale di energia fornita dall’atomo all’economia-modello del mondo industriale scende allo stesso livello delle rinnovabili.
Dei nove reattori ancora attivi, uno sarà spento nel 2015, uno nel 2017, uno nel 2019, tre nel 2021 e tre nel 2022.
Solo un reattore verrà tenuto in “standby”, per eventuale produzione in caso di emergenze come blackout, aumento del fabbisogno per inverni rigidi o altri casi-limite.
Ma le energie rinnovabili dovranno fornire nel 2022 il 35 per cento del fabbisogno, nel 2030 il 50 per cento, il 60 per cento nel 2040 e l’80 per cento nel 2050.
Addio all’atomo, ma non per vivere al buio, nè per rinnegare l’obiettivo globale di produrre ed esportare sempre di più o la priorità strategica ai primati d’eccellenza da global player e all’occupazione.
Il governo Merkel vuole investire a breve 5 miliardi di euro per enormi parchi eolici marini, 1,5 miliardi per il risanamento degli edifici onde ridurre il consumo per il riscaldamento.
Vuole costruire in corsa nuove centrali a carbone e a gas e nuove linee ad alta tensione, e venire incontro alle industrie per compensare aumenti del caro-energia derivanti dall’addio al nucleare, e accelerare al massimo nello sviluppo delle nuove tecnologie.
Il “big dream” del centrodestra tedesco potrà costare caro al contribuente, ma vuol fare della Bundesrepublik il numero uno mondiale anche nelle tecnologie verdi: il meglio delle tecnologie nelle rinnovabili, da vendere ovunque come oggi le Bmw e le Mercedes.
Andrea Tarquini
(da “La Repubblica“)
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Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile
FENOMENI PARANORMALI: PER CONVINZIONE O PER INTERESSE SONO TANTI I POLITICI CHE HANNO CAMBIATO OPINIONE
“Il nucleare è secondario, il mio vero tema sono i tumori”.
Umberto Veronesi, presidente della mai del tutto operativa Agenzia per il nucleare, ora, si sfila.
Proprio lui, che lo scorso 30 novembre — tra lo sconcerto dei più — dichiarò: “Potrei dormire in camera da letto con le scorie”.
Non è dato sapere se l’ex ministro della Sanità sia andato fino in fondo al suo esperimento, tuttavia la risposta sbrigativa del celebre oncologo ai cronisti che ieri reclamavano una sua opinione sul referendum del 12-13 giugno, sembra quasi provenire da un “mutante”, categoria che, trattandosi di nucleare, non è del tutto inappropriata: “Senza il nucleare l’Italia muore”, dichiarò Veronesi pochi giorni prima il disastro di Fukushima, “Rimango convinto che per risolvere il drammatico problema energetico del futuro dovremo pacatamente valutare i rischi e i benefici di tutte le fonti di energia, senza escludere il nucleare”, ribadì un mese dopo lo tsunami.
Il terremoto in Giappone, insomma, non gli ha fatto cambiare opinione; la possibilità del raggiungimento del quorum (forse) sì.
Chi non ha mai mutato i suoi convincimenti pro atomo è il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, ma poco tempo fa il ministro è stato pizzicato da un cronista dell’Ansa mentre, in una conversazione con il collega Tremonti, confidava: “È finita, non possiamo rischiare le elezioni per il nucleare. Non facciamo cazzate”, fino ad augurarsi, pochi giorni fa sul Mattino, che “l’evoluzione tecnologica possa un domani far fronte con le rinnovabili alla quantità di energia che il Paese richiede”.
Chi dal Pdl dice no senza se e senza ma è il fedelissimo berlusconiano Ugo Cappellacci, presidente della Regione Sardegna: “Voterò contro il nucleare ma non mi sento un traditore”, dichiara a Repubblica.
In effetti le sue posizioni sul tema erano note e un eventuale mutamento sarebbe stato difficile da conciliare con il 97,13% di voti contrari al nucleare del referendum consultivo tenutosi in Sardegna poche settimane fa.
Tra i colleghi di Cappellacci si attendono notizie di Roberto Cota che, non appena insediato alla presidenza della Regione Piemonte, ritirò il ricorso della precedente Giunta alla Corte costituzionale contro il programma nucleare del governo (salvo poi escludere subito dopo la disponibilità del Piemonte ad accogliere nuove centrali).
Il Veneto Luca Zaia, invece, ha già detto che voterà “sì” ai quesiti su acqua e nucleare: “Il sentimento del popolo è quello di difendere fino in fondo questi due grandi valori”.
Idea condivisa — oltre che dal sindaco leghista di Varese — anche dal collega di partito Angelo Alessandri, presidente della commissione Ambiente della Camera: “Ormai il nucleare in Italia non c’è più, il referendum è inutile. Quanto all’acqua sto pensando se andare a votare per il primo quesito”. Posizione simile a quella già resa nota dal leader di “Forza Sud” Gianfranco Miccichè: “Sono per l’acqua pubblica”.
Sul quarto quesito, quello sul legittimo impedimento, non si registrano mutanti in circolazione.
Per il momento.
Stefano Caselli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Ambiente, Costume, denuncia, emergenza, Energia, governo, LegaNord, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Giugno 11th, 2011 Riccardo Fucile
“GUAI A IGNORARE LA LEZIONE DI FUKUSHIMA, PER ARRIVARE AL 25% DI ELETTRICITA’ DAL NUCLEARE IL COSTO E’ DI 100 MILIARDI, MA DOVE SONO I PRIVATI DISPOSTI AD INVESTIRLI?”
«Fukushima ha rappresentato una grande sorpresa perchè ha evidenziato uno scollamento tra
le previsioni e i fatti. E’ stata una lezione ed è pericoloso non imparare dalle lezioni. Soprattutto per un paese come l’Italia che con il Giappone ha molti problemi in comune: non solo la sismicità ma anche gli tsunami prodotti da un terremoto, come l’onda gigante che ha distrutto Messina nel 1908. E’ ragionevole fare una centrale atomica in Sicilia?».
Carlo Rubbia, il Nobel che in Italia ha inventato il progetto pilota per il solare termodinamico, osserva il panorama energetico a tre mesi dall’inizio di un incidente nucleare che non si è ancora concluso.
Dopo Fukushima tutto il mondo s’interroga sul futuro del nucleare e paesi come la Germania e la Svizzera hanno deciso di uscire dal club dell’atomo. Il governo italiano invece vuole rientrare. Le sembra una buona scelta?
Non si può rispondere con un sì o con un no. Bisogna esaminare i problemi partendo da una domanda fondamentale: quanti soldi ci vogliono e chi li mette. Si dice che una centrale nucleare costa 4-5 miliardi di euro. Ma senza calcolare gli oneri a monte e a valle, cioè le spese necessarie per l’arricchimento del combustibile e per la creazione di un deposito geologico per le scorie radioattive come quello che gli americani hanno cercato di fare, senza riuscirci ma spendendo 7 miliardi di dollari, a Yucca Mountain.
Insomma quanto costerebbe il piano italiano che punta ad arrivare al 25 per cento di elettricità dall’atomo?
Per raggiungere un obiettivo del genere, e o si raggiunge un obiettivo del genere oppure è inutile cominciare perchè si hanno solo i problemi senza i vantaggi, serviranno una ventina di centrali e quindi possiamo immaginare un costo diretto che si aggira sui 100 miliardi di euro. Il punto, come dicevo, è chi li mette sul tavolo.
In tutto il mondo i capitali privati tendono a tenersi lontani dal nucleare, li spaventa il rischio.
Proprio così. Nei paesi che hanno scommesso sull’energia nucleare questa scelta è stata finanziata, in un modo o nell’altro, dallo Stato, spesso perchè lo Stato era impegnato nella costruzione di bombe atomiche. Per questo le centrali francesi sono costate tre volte meno di quelle tedesche: buona parte degli investimenti strutturali erano a carico della force de frappe. Ora se in Italia ci sono – e sarebbe una novità – privati interessati a investire in questo settore, bene: si facciano avanti. Altrimenti bisogna dire con onestà che i soldi vanno presi dalle tasse.
La Germania ha deciso di chiudere le centrali nucleari perchè considera più conveniente investire nelle fonti rinnovabili. Condivide il giudizio?
Io ho parlato a lungo proprio con le persone che hanno preso questa decisione. E’ stato un passo importante perchè il futuro è lì, ma bisogna tener presenti i tempi dell’operazione: le fonti rinnovabili per esprimere a pieno il loro potenziale, arrivando a sottrarre quote importanti ai combustibili fossili, hanno bisogno ancora di 10-15 anni. Quindi bisogna pensare a una transizione.
Per questo il centrodestra italiano parla di nucleare.
«Non diciamo sciocchezze, una centrale nucleare approvata oggi sarebbe pronta tra 10-15 anni, alla fine del periodo di transizione. Noi abbiamo bisogno di impianti con un basso impatto ambientale e tempi di costruzione rapidi. Penso a un mix in cui l’aumento di efficienza gioca un ruolo importante, sole e vento crescono e c’è spazio per due fonti che possono produrre subito a costi bassi».
Quali?
Innanzitutto il gas, che è arrivato al 60 per cento di efficienza e produce una quantità di anidride carbonica due volte e mezza più bassa di quella del carbone: il chilowattora costa poco e le centrali si realizzano in tre anni. E poi c’è la geotermia che nel mondo già oggi dà un contributo pari a 5 centrali nucleari. L’Italia ha una potenzialità straordinaria nella zona compresa tra Toscana, Lazio e Campania, e la sfrutta in maniera molto parziale: si può fare di più a prezzi molto convenienti. Solo dal potenziale geotermico compreso in quest’area si può ottenere l’energia fornita dalle 4 centrali nucleari previste come primo step del piano nucleare. Subito e senza rischi.
Antonio Cianciullo
(da “La Repubblica“)
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