Giugno 8th, 2018 Riccardo Fucile
GRILLO E FIORAMONTI DICONO SI’, ARRIVA DI MAIO, NON DICE NULLA E PRENDE TEMPO
Giuseppe Conte è autonomo, il governo Lega-M5S deve governare e c’è grande accordo sia tra
gli alleati firmatari del contratto che all’interno delle forze politiche del nuovo esecutivo.
Sarà per questo che ieri sera Beppe Grillo si è sentito in dovere di far sapere al popolo che nessuno ha mai pensato che bisogna chiudere l’ILVA anche se si parla di chiuderla su Twitter.
Grillo linka un post sul suo blog intitolato “Che il cielo sopra l’ILVA diventi sempre più blu”, in cui si parla del “Bacino della Ruhr”, in Germania, l’area finita di bonificare in dieci anni (1990-2000) a tutt’oggi un esempio seguito da tutti gli architetti, i bio-architetti e gli ingegneri del mondo industrializzato.
Secondo Grillo gli strumenti perchè «il cielo sopra l’Ilva diventi sempre più blu» sono due. Il primo: il reddito di cittadinanza. Il secondo: «I circa 2,2 miliardi, che sono stati immessi in un fondo, quando l’Europa si chiamava Ceca (Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio, ndr.) dalle imprese di settore proprio per i prepensionamenti dei lavori usuranti e per le bonifiche».
Fondi che attualmente sono gestiti dal Consiglio europeo, e che per il comico sono stati messi, «credo, all’ingrasso in qualche fondo tripla A tedesco, presumo e presumo, e danno un po’ di contentini per la ricerca al carbone».
Tutto chiaro, no? L’ILVA si bonifica con i fondi europei e tutto va a posto.
Lorenzo Fioramonti in un’intervista rilasciata a La7 aggiunge che “se a luglio dovesse esserci un non accordo tra acquirenti e sindacati noi dialogheremo con le realtà locali, la Regione il Comune e i sindacati per fare all’Ilva un’altra cosa“.
Il deputato M5S ha garantito che “lavoreremo perchè nessuno perda il posto di lavoro. Li metteremo a fare altre cose a cominciare dalle bonifiche invece di buttare dei soldi per tenere in piedi un mostro che distrugge. Quei soldi li daremo direttamente a un organismo che bonifichi e riconverta”.
Parole che scatenano la reazione dei sindacati: “Il potenziale viceministro di Luigi Di Maio dovrebbe evitare di dire furbescamente che in questa fase il governo sta alla finestra rispettando il confronto tra Mittal e sindacati perchè è il governo che ha fatto il bando di gara, e sono i loro predecessori al governo che hanno fatto l’ accordo segreto con Mittal. Il governo deve convocarci e dire se quell’accordo per loro vale visto che noi lo giudichiamo negativo e quali intenzioni ha sul futuro dell’Ilva e sulla produzione dell’acciaio”, dice il segretario della Fiom genovese Bruno Manganaro.
Anche Alessandro Vella della FIM dice la sua: “Noi pensiamo che la produzione dell’acciaio possa, come accade in tutta Europa, essere resa compatibile con la salute e l’ambiente applicando le migliori tecnologie oggi disponibili. Il nostro Paese importa acciaio dalla Germania in una fase in cui tutte le nostre aziende ne hanno bisogno per le loro produzioni. Lasciamo al professore (Fioramonti, ndr) le sue teorie benaltriste e confidiamo nel buon senso e nella ragionevolezza del Ministro Di Maio. Ci sono circa 20.000 lavoratori che aspettano”.
A schierarsi per la chiusura sono anche i Genitori Tarantini, che in una lettera aperta ai ministri della Giustizia, della Salute, dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico e del Lavoro, che in una lettera ai ministeri dell’Ambiente, della Giustizia e dello Sviluppo scrivono: “Quanto costa un chilo di acciaio prodotto a Taranto, al netto delle spese vive? Quanto costa in vite umane? Quanto in malattie e spese sanitarie? Quanto in tumori in ogni parte del corpo, senza distinzione di sesso e età ? Quanto in diritti negati, soprattutto ai bambini? Quanto in agricoltura e allevamento negati? Quanto in mare violentato? Quanto in sfregi alla bellezza e alla storia?”.
Alla luce “di queste considerazioni, immaginate — concludono — quello che si potrebbe ottenere dalla chiusura immediata delle fonti inquinanti. Quello che pretendiamo è solo quello che gli antichi latini predicavano: Fiat iustitia ruat caelum. Sia fatta Giustizia anche se i cieli cadono”.
E mentre l’ex ministro responsabile del dossier Carlo Calenda sfotte amabilmente Beppe, nella polemica finalmente interviene l’unico che dovrebbe parlare, ovvero il neoresponsabile dello Sviluppo Luigi Di Maio. Che però, ovviamente, non dice proprio niente:
“Se chiuderemo l’Ilva? Voglio dare un messaggio chiaro a tutti coloro che hanno queste preoccupazioni: qualsiasi decisione sarà presa con responsabilità e attenzione, non davanti alle telecamere, non in un’intervista”.
La decisione quindi non è stata presa.
Ma come, Fioramonti e Grillo avevano detto di sì…
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 30th, 2018 Riccardo Fucile
C’E’ UNA CONCENTRAZIONE DI MICROPLASTICHE TRA LE PIU’ ALTE D’ITALIA: “PROSSIMO PASSO SARA’ VIETARE LE BOTTIGLIE E I CONTENITORI DI POLISTIROLO”
Il Cnr di Genova denuncia che nelle acque delle Isole Tremiti c’è una concentrazione di microplastiche fra le più alte d’Italia. E il sindaco dell’area protetta, Antonio Fentini, decide di metterle al bando.
Dal 1 maggio residenti, turisti e commercianti delle Diomedee non potranno più utilizzare le stoviglie di plastica. Al loro posto potranno essere usati solo contenitori biodegradabili. Ai trasgressori, sanzioni che vanno dai 50 ai 500 euro.
L’ordinanza di Fentini è arrivata dopo che una settimana fa l’Istituto di scienze marine del Cnr di Genova, l’Università Politecnica delle Marche e Greenpeace Italia avevano pubblicato una ricerca sulla presenza di microplastiche nelle acque superficiali dei mari italiani. Dai risultati era emerso che le aree più inquinate sono quelle di Portici e delle Tremiti, con livelli comparabili a quelli “presenti nei vortici oceanici del nord Pacifico”, le cosiddette “zuppe di plastica“.
In particolare, nelle isole a largo di Foggia sono stati ritrovati 2,2 frammenti per metro cubo. “Come nuotare in mezzo a 5.500 pezzi di plastica”, avevano spiegato i ricercatori.
“Stiamo vedendo il nostro mare ucciso giorno dopo giorno dall’uomo e dovevamo fare qualcosa subito”, ha dichiarato a Repubblica il primo cittadino delle Isole Tremiti, una riserva naturale marina dove vivono poco più di 500 abitanti.
“Il prossimo passo sarà vietare le bottiglie di plastica e i contenitori di polistirolo, quelli che usano i pescatori per trasportare il pesce e che si ritrovano spesso in mare. Rivolgo un appello a tutti i sindaci delle isole e dei Comuni italiani che si affacciano sul mare a fare lo stesso”, continua Fentini. “Cerchiamo tutti insieme di fare del bene al nostro Pianeta“.
(da “La Stampa”)
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Marzo 21st, 2018 Riccardo Fucile
LA CARTA NAZIONALE SUI SITI CHE DOVREBBERO OSPITARE I RIFIUTI RADIOATTIVI PRODOTTI DA INDUSTRIE E OSPEDALI… VENTI LOCATION CHE COME AL SOLITO NESSUN COMUNE VORRA’
«Faremo il decreto ministeriale congiunto Ambiente-Sviluppo. Quindi, conto di fare il decreto tra questa e la prossima settimana»: il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda conta di pubblicare entro questa o la prossima settimana il decreto per la Carta nazionale per le aree potenzialmente idonee al deposito nucleare di superficie, che sarebbe quasi pronto: «Il documento ci sta arrivando. Ha fatto delle correzioni l’Ispra e le ha rimandate al ministero dell’Ambiente, abbiamo fatto il punto ieri. Il ministero deve rimandarla a noi».
Di cosa stiamo parlando?
Di quella che potrebbe diventare a breve l’ennesima polemica complottistica italiana dopo la fortuna che ha indubbiamente avuto il Trattato di Caen, ma anche di un problema irrisolto che pesa nelle bollette italiane per miliardi di euro.
Prima del referendum del 1987 infatti l’Italia visse una breve “stagione” di sfruttamento dell’energia nucleare, cominciata nel 1966 con la costruzione di tre centrali nucleari (Latina, Sessa Aurunca e Trino) a cui si aggiunse Caorso e, a partire dal 1982 quella di Montalto di Castro, che rappresenta un po’ l’emblema del concetto di Italiano Vero ben più che le canzoni di Toto Cutugno: fu infatti ultimata nell’anno in cui una consultazione popolare disse no all’utilizzo dell’energia nucleare, finendo di essere costruita quindi senza poter mai essere accesa.
L’eredità di quella stagione breve ma intensa e i rifiuti radioattivi prodotti attualmente in Italia dovrebbero, nelle intenzioni di molti governi che si sono succeduti in questi anni, trovare dimora in un deposito nazionale dove verrà completato il ciclo nucleare italiano iniziato con la costruzione delle centrali e la definitiva bonifica dei siti che hanno ospitato gli impianti.
Nel deposito andranno anche i rifiuti radioattivi prodotti nell’industria, nella medicina e nella ricerca che attualmente sono stoccati in decine di siti a livello nazionale.
Attualmente il decommissioning, ovvero quella procedura di smantellamento di centrali e siti nucleari retaggio del passato atomico dell’Italia, è finanziato con una voce in bolletta elettrica che ha tolto agli italiani 3,3 euro l’anno generando 1,7 miliardi di fondi per SOGIN, la società italiana che si occupa dello smantellamento, dal 2012 al 2016.
Il punto centrale è stato, da vent’anni, la mancanza di un deposito nazionale per le scorie. Il governo Berlusconi nel 2003 indicò Scanzano Jonico come sede del deposito di profondità dei rifiuti nucleari delle nostre centrali in via di smantellamento creando una vera e propria mobilitazione che investì tutto il Sud e nacque il comitato Scanziamo le scorie: alla fine il governo cedette e rinviò il problema. La stessa cosa hanno fatto gli altri governi negli anni successivi.
Nel 2014 l’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha pubblicato la Guida Tecnica n. 29, contenente 28 criteri per individuare le aree idonee ad ospitare il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi.
L’insieme delle aree che al termine della fase di indagine risultano non escluse è andato a costituire la proposta di Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) a ospitare il Deposito Nazionale.
Dopo la consegna della CNAPI dovrebbe aprirsi una fase di consultazione pubblica della durata di quattro mesi in cui le Regioni, gli Enti locali e tutti i soggetti portatori di interesse possono formulare osservazioni e proposte tecniche.
Nel documento dovrebbero essere registrate decine e decine di aree — si parla in totale di una ventina — che potrebbero essere considerate idonee a ospitare il deposito nazionale per le scorie nucleari.
Poi, si darà inizio «all’ascolto » dei territori individuati da SOGIN e Ispra (l’istituto superiore per la prevenzione e la ricerca ambientale) secondo una serie di criteri di «sicurezza». Iter che durerà altri quattro anni e mezzo.
E se alla fine un territorio sarà definitivamente scelto, sarà soprattutto conseguenza delle sollecitazioni arrivate da un altro Stato, la Francia, che vuole riconsegnare all’Italia (non oltre il 2025) i rifiuti nucleari ad alta pericolosità mandati oltralpe ormai nel lontano 2006.
Rifiuti che sono stati “riprocessati” e che per altro ci sono costati quasi un miliardo di euro (insieme all’altra parte del “riprocessamento” avvenuto in Inghilterra).
Oggi subito dopo le dichiarazioni del ministro Calenda è tornato a farsi sentire proprio il comitato Scanziamo le scorie che nel 2003 vinse la battaglia contro il deposito nucleare a Scanziano Jonico in Basilicata: secondo l’associazione il governo “va oltre il campo. Deve ancora rispondere su qual è il programma per la gestione dei rifiuti nucleari sul quale l’Italia è in procedura di infrazione europea ma pensa già dove volerle mettere”.
La Basilicata “non è disponibile ad accogliere un’area potenzialmente idonea ad ospitare il deposito di scorie nucleari: l’economia agricola e turistica del nostro territorio Capitale della cultura europea non deve essere compromessa”.
Insomma, già si capisce perfettamente il clima.
Il governo Gentiloni ormai agli sgoccioli dovrebbe quindi procedere alla pubblicazioni delle venti aree potenzialmente idonee ma è intuibile cosa potrebbe succedere dopo.
Ovvero: quando si conosceranno le venti aree potenzialmente ritenute idonee molti degli amministratori locali, spinti dalla popolazione, diranno no.
Ma qui non c’è soltanto questo rischio. Visto che il governo Gentiloni è dimissionario verrà accusato di avvelenare i pozzi e nessuno si prenderà la responsabilità di portare a compimento il dossier.
Per la gioia di chi paga le bollette.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 14th, 2018 Riccardo Fucile
MALATO DA GIOVANE DI SLA, SI E’ IMPOSTO NELLA COMUNITA’ SCIENTIFICA PER I SUOI STUDI SU RELATIVITA’, QUANTISTICA E COSMOLOGIA
Secondo i medici, la malattia che ingabbiava il suo corpo gli avrebbe impedito questa vita
durissima, ma straordinaria.
Stephen Hawking era destinato a morire in pochi anni, appena 21enne, quando gli diagnosticarono la Sla. E invece ha convissuto con la sclerosi laterale amiotrofica fino all’età di 76 anni, prima di spegnersi nella sua casa di Cambridge.
Grazie ai suoi studi su relatività , quantistica e cosmologia era il più famoso fisico al mondo, noto soprattutto per gli studi sui buchi neri e per i suoi appelli all’umanità , per un rispetto maggiore del pianeta
fisico è morto nella sua casa a Cambridge nelle prime ore della mattina.
“Siamo profondamente addolorati per la scomparsa oggi del nostro amato padre”, hanno dichiarato in un comunicato i figli Lucy, Robert e Tim. “Era un grande scienziato ed un uomo straordinario il cui lavoro e il cui lascito resteranno per molto tempo”.
I figli hanno lodato “il coraggio e la perseveranza”, del padre il cui “acume e umorismo” hanno ispirato la gente nel mondo, hanno sottolineato. “Una volta disse ‘Un universo non sarebbe molto, se non fosse la casa delle persone che ami. Ci mancherà per sempre”, hanno concluso.
Professore a Cambridge, Hawking ha ridefinito la cosmologia proponendo l’idea che i buchi neri emettono radiazioni e poi evaporano.
Lo scienziato ha infatti attuato la teoria quantistica ai buchi neri, che emettono radiazioni che li fanno poi evaporare. Questo processo aiuta a spiegare la nozione che i buchi neri sono esistiti a livello micro fin dal Big Bang e che più piccoli sono più velocemente evaporano.
Il suo libro ‘Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo’, pubblicato nel 1988, gli ha assicurato fama mondiale, con 10 milioni di copie vendute in 40 diverse lingue. Ma Stephen Hawking era diventato qualcosa di più, una vera e propria icona, aveva saputo raggiungere il grande pubblico con la sua umanità e la sua chiarezza espositiva. Membro della Royal Society, Royal Society of Arts e Pontificia Accademia delle Scienze, nel 2009 aveva ricevuto dal presidente statunitense Barack Obama la Medaglia presidenziale della libertà , la più alta onorificenza degli Stati Uniti d’America.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 24th, 2018 Riccardo Fucile
AVETE 87 ANNI, PREMIATO A VENEZIA E BERLINO PER I SUOI DOCUMENTARI
E’ morto stamattina all’ospedale di Orvieto Folco Quilici, l’ultimo dei grandi documentaristi italiani. Aveva 87 anni (ne avrebbe compiuti 88 il 9 aprile). I funerali si terranno mercoledì prossimo a Roma. Ferrarese, figlio del giornalista Nello Quilici e della pittrice Emma Buzzacchi, dopo aver iniziato un’attività di tipo cineamatoriale si è specializzato in riprese sottomarine diventando molto popolare anche al di fuori dei confini nazionali.
Scrittore, naturalista e divulgatore, uno dei più influenti pensatori al mondo (come riconobbe Forbes nel 2006) in tema di ambiente e culture, è ricordato per i suoi tanti film pluripremiati dedicati al rapporto tra uomo e mare. Nel 1971 uno dei suoi documentari della serie L’Italia vista dal cielo “Toscana” gli è valsa una candidatura agli Oscar. Con “Oceano” si era aggiudicato il Davide di Donatello.
Negli anni ’70 ha curato la rubrica “Geo” di Rai3, poi è stato conduttore per il canale MarcoPolo di un diario di viaggi e avventure, collaborava con serie televisive. E lavorava con storici, antropologi, archeologi. Per i tredici film della serie “Mediterraneo” e gli otto di “L’Uomo Europeo” Quilici ha avuto a fianco lo storico Fernand Braudel e l’antropologo Levi Strauss.
Ha viaggiato senza mai fermarsi per tutta la vita: dalle immersioni in Liguria alle Cinque Terre a Punta della Gatta riadattando una maschera antigas passando per le riprese di «Sesto Continente», il primo film al mondo in cui si offrivano documenti a colori sulla vita sotto la superficie del mare, fino ai tanti progetti realizzati.
“Tutta la vita ho viaggiato per dimenticare il mio inconscio – aveva detto in una intervista a Repubblica – Certo, non è la stessa cosa immergersi in una vasca da bagno e in un mare infestato dagli squali. Se l’ho fatto è stato esclusivamente per dare un’emozione a chi quelle cose le ha sempre sognate senza averle mai viste. Parlo degli anni Cinquanta e Sessanta. Oggi ci interessa meno il meraviglioso, l’inedito, l’irraggiungibile. Pretendiamo però di salvare il pianeta. Comodamente seduti in poltrona!” .
“Se ne va una delle figure più importanti del giornalismo, del documentarismo e della cultura italiana. Un pioniere in tutti i progetti che ha avviato, sempre anni avanti rispetto agli altri, un italiano innamorato del proprio paese e un ferrarese innamorato della propria terra in cui era l’erede della grande tradizione giornalistica del padre Nello”. Così il ministro Dario Franceschini ricorda Folco Quilici. “Ci mancherà – sottolinea Franceschini – ma i suoi lavori resteranno per sempre come guida e insegnamento per le giovani generazioni”.
(da agenzie)
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Gennaio 3rd, 2018 Riccardo Fucile
UN PICCOLO PASSO PER L’ECOLOGIA, UN GRANDE ESBORSO PER GLI ITALIANI
Italiani, popolo di santi, poeti, navigatori ed inventori. Ma soprattutto di creduloni. 
In molti infatti immaginano che dietro alla storia dei sacchetti biodegradabili ci sia un grande disegno del governo e del Partito Democratico per spremere gli italiani come arance.
Dal 1 gennaio i sacchetti per la frutta saranno biodegradabili e sarà obbligatorio indicare sullo scontrino il prezzo della busta. Non si tratta di un esborso eccessivo, mediamente siamo intorno ai due centesimi di euro a sacchetto ma per molti nostri connazionali si tratta di un costo inaccettabile.
Sembra quasi che prima i sacchetti fossero gratuiti, e molti ingenui oggi scoprono che anche il costo dei sacchetti “del vecchio conio”, quelli in plastica, veniva scaricato sull’acquirente (come è giusto che sia).
Le nuove disposizioni di legge vanno a recepire la direttiva (UE) 2015/720 del Parlamento europeo che a sua volta aveva modificato la direttiva 94/62/CE.
L’articolo 9-bis della legge di conversione n. 123 del 3 agosto 2017 (il Decreto Legge Mezzogiorno) stabilisce che «le borse di plastica non possono essere distribuite a titolo gratuito e a tal fine il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti trasportati per il loro tramite».
Non è quindi Renzi che si arricchisce con i sacchetti biodegradabili perchè una legge del genere l’avrebbe dovuta varare anche un governo di un altro colore politico per non incorrere in una procedura d’infrazione che sarebbe senza dubbio più costosa di 0,02 euro a busta.
Il tipico genio italiano si è messo subito all’opera per trovare un modo per non pagare due centesimi di euro per ogni spesa.
C’è chi ha fatto il calcoli e ha scoperto che mediamente l’incremento medio a famiglia nell’arco di un anno è intorno ai 5-7 euro.
Se una persona ad esempio utilizza tre sacchetti al giorno per cinque giorni a settimana spenderà la “bella cifra” di 60 centesimi al mese.
Insomma non si tratta di un esborso esorbitante, tenuto conto che in gioco c’è la riduzione del consumo di materiali inquinanti a favore di quelli biodegradabili.
Una delle soluzioni più gettonate è quella di pesare ed etichettare singolarmente la frutta (mele, banane, arance e così via) in modo da non dover pagare il sacchetto. In questo modo alla cassa l’operatore stornerà il prezzo dello shopper non utilizzato e si avrà anche la soddisfazione di averla messa in quel posto a Renzi e al PD (e alla casta!!).
Una trovata ineccepibile dal punto di vista tecnico ma difficilmente applicabile su larga scala. Immaginate di dover acquistare dell’insalata, magari della rucola, come fare ad etichettare il prodotto senza il sacchetto? E per le noci vendute sfuse?
Sicuramente chi avrà tempo da perdere si divertirà a pesarle una per una. Gli altri si renderanno conto che sarà molto più semplice pagare quei due centesimi.
C’è chi ci spiega che i sacchetti biodegradabili della frutta potranno essere riutilizzati, ma come?
In teoria la legge — il Ministero della Salute — vieta di poterli riutilizzare per fare la spesa. Alcune associazioni di categoria hanno però fatto richiesta al Ministero di poter derogare a quest’ultima norma.
Dal punto di vista teorico sarebbe possibile fare la spesa utilizzato sacchetti portati da casa. La procedura però è più complicata perchè prevede che il cliente pesi la merce senza sacchetto per poi imbustarla in un secondo momento in quelli da casa.
Una volta alla cassa (per quelle automatiche sarà necessario chiedere l’intervento di un addetto) il cassiere eseguirà lo storno del prezzo del sacchetto (sempre 0,02 euro). Naturalmente si dovrà insegnare al personale come “riconoscere” i sacchetti provenienti dall’esterno.
E in ogni caso dovrà essere adeguata la legge che per ora non consente l’utilizzo di sacchetti portati da casa.
Un altro vantaggio dei sacchetti biodegradabili è che potranno essere utilizzati per la spazzatura, in particolare per l’umido.
Nelle città dove non è attivo il servizio di raccolta porta a porta dell’immondizia i sacchetti per l’umido infatti non vengono forniti “gratuitamente” (in realtà il loro costo è compreso nella tassa sui rifiuti) dall’azienda dei rifiuti.
Quindi il sacchetto della spesa da due centesimi potrebbe tornare utile per buttare via la frazione umida dell’immondizia.
Se non fosse che al momento l’etichetta con il prezzo — che deve essere appiccicata al sacchetto — non è biodegradabile. Una soluzione sarebbe quella di utilizzare materiale compostabile anche per l’etichettatura, ma per il momento è solo un’ipotesi. Se non altro (etichetta a parte) potranno essere smaltiti più facilmente.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
DAL 1° GENNAIO SONO OBBLIGATORI, SONO RICICLABILI MA PER MOLTI RAPPRESENTANO UNA TASSA OCCULTA
“Gentile Cliente… ti comunichiamo che è in vigore la legge che impone che vengano
utilizzati sacchetti compostabili e biodegradabili idonei al contatto alimentare in sostituzione dei sacchetti di plastica”.
Questa la scritta che molti supermercati italiani recano all’ingresso dei loro punti vendita da oggi, giorno di riapertura della maggior parte degli store della grande distribuzione. Dal 1°gennaio è infatti scattato l’obbligo, per il cosiddetto “Decreto mezzogiorno”, di utilizzare ”bioshopper” come imballaggio primario per i prodotti di gastronomia, macelleria, pescheria, frutta verdura e panetteria.
Via dunque le buste ultraleggere in plastica (con spessore inferiore ai 15 micron) che utilizzavamo solitamente per pesare gli alimenti le quali saranno sostituite da quelle biodegradabili e compostabili, nel rispetto dello standard internazionale UNI EN 13432.
Una scelta, decisa nella lotta all’inquinamento ambientale e al problema delle microplastiche nei nostri mari, che peserà però sulle tasche degli italiani: ogni esercente venderà infatti le singole buste a un prezzo compreso fra gli 1 e i 5 centesimi.
Come stabilito per legge, inoltre, per questioni igieniche non si potrà portare il proprio sacchetto da casa e dunque, di fatto, sarà obbligatorio spendere qualche centesimo nel caso si voglia acquistare frutta, verdura o altri prodotti. In caso di inadempienze per i venditori – l’obbligo si estende dalla grande distribuzione ai piccoli negozi – sono previste multe salate che vanno da 2.500 a un massimo di 25mila euro.
La novità ha già diviso gli italiani fra coloro che sono favorevoli all’iniziativa e chi invece punta il dito contro la “tassa occulta” che dovremo pagare: ad ottobre un sondaggio Ispos Public Affairs indicava che 6 italiani su 10 si dicono favorevoli al nuovo sistema.
LA POLEMICA SUI COSTI
La legge, che vieta soluzioni diverse da quelle biodegradabili e compostabili con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40%, è stata accolta con entusiasmo dalle associazioni ambientaliste mentre da quelle dei consumatori arrivano forti critiche.
Per Legambiente non è corretto parlare di caro-spesa: perchè “l’innovazione – dichiara Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente – ha un prezzo ed è giusto che i bioshopper siano a pagamento, purchè sia garantito un costo equo che si dovrebbe aggirare intorno ai 2/3 centesimi a busta”.
Il Codacons parla invece di stangata sulle famiglie. “Significa che ogni volta che si va a fare la spesa al supermercato occorrerà pagare dai 2 ai 10 centesimi di euro per ogni sacchetto, e sarà obbligatorio utilizzare un sacchetto per ogni genere alimentare, non potendo mischiare prodotti che vanno pesati e che hanno prezzi differenti. Tutto ciò comporterà un evidente aggravio di spesa a carico dei consumatori, con una stangata su base annua che varia dai 20 ai 50 euro a famiglia a seconda della frequenza degli acquisti nel corso dell’anno” dice il presidente Carlo Rienzi definendola una “tassa occulta”. Differente invece la stima di Adoc che prevede un aggravio fra i “18 e i 24 euro l’anno per circa 600 sacchetti consumati a famiglia”.
In questa operazione di contrasto al “marine litter” ogni supermercato della Gdo (la grande distribuzione) indicherà il proprio prezzo per busta.
Per ora sono in pochi ad essersi sbilanciati, fra cui la Coop che ha fissato a 2 centesimi a busta il suo prezzo. Altri, come Esselunga o Carrefour, stanno procedendo con la sostituzione dei sacchetti ma devono ancora indicare con precisione la propria cifra.
RIUTILIZZO DEI SACCHETTI
Fra gli aspetti da considerare nella “rivoluzione dei sacchetti” c’è quello del riutilizzo delle buste biodegradabili per la raccolta dell’umido. In alcuni Comuni dove è in vigore la differenziata le famiglie acquistano i sacchetti biodegradabili in confezione con costi che oscillano fra i 10 e i 15 centesimi e dunque, se si riutilizzassero quelli dei supermercati comprati a 1-2 centesimi, ci sarebbe un risparmio. Ambientalisti e attenti osservatori ricordano però che sulle nuove buste con cui trasporteremo ad esempio verdura o pane ci sarà incollato l’etichetta con il prezzo termico che non è compostabile e dunque andrà accuratamente tolta. Catene come Lidl pesano i prodotti direttamente in cassa aggirando il problema dell’etichetta con prezzo e battendo direttamente sullo scontrino.
SISTEMI ALTERNATIVI
Ogni novità , chiaramente, scatena l’inventiva dei più creativi per trovare soluzione gratuite. Se come detto non è possibile portarsi i propri sacchetti da casa c’è chi propone il ritorno delle vecchie buste a rete o dei sacchetti di carta, questione però ancora tutta da dibattere (per i distributori).
Fra le soluzioni già in atto, per esempio per frutta o ortaggi acquistati singolarmente, come un limone, un avocado e via dicendo, c’è quella di attaccare l’etichetta direttamente sul singolo prodotto (di solito sulla buccia che poi viene tolta). Altri esempi di possibili soluzioni future arrivano poi da Coop Svizzera che da novembre ha messo a disposizione buste riutilizzabili per frutta e verdura, chiamate Multi-Bag, in alternativa ai sacchetti.
IN EUROPA
In Europa, secondo gli ultimi dati diffusi dall’EPA, si stima un consumo annuo di 100 miliardi di sacchetti, molti dei quali finiscono in mare e sulle coste. Legambiente ricorda che la messa al bando degli shopper non compostabili è attiva in Italia, Francia e Marocco e altri Paesi hanno introdotto delle tasse fisse (Croazia, Malta, Israele e alcune zone della Spagna, della Grecia e della Turchia).
Diverse iniziative sono in atto in tutto il Vecchio continente per cercare di ridurre il numero delle buste.
Secondo un report della Marine Conservation Society in Gran Bretagna la lotta ai sacchetti non biodegradabili ha portato a un drastico calo della presenza di buste sulle coste, circa il 40% in meno.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 1st, 2017 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO CLINI ROMPE IL FRONTE VERGOGNOSO: “LA PROROGA CONTRADDICE LE MIE MISURE, DITE LA VERITA’ SUL RINVIO DEI TERMINI PER IL RISANAMENTO AMBIENTALE DI TARANTO”
Corrado Clini sta con Michele Emiliano sulla questione dell’Ilva.
L’ex ministro dell’Ambiente interviene nelle polemiche scatenate dal ricorso al Tar della Regione Puglia contro il decreto del presidente del Consiglio dei ministri che ha prorogato al 2023 le misure di ambientalizzazione dell’acciaieria di Taranto. “A parte il dubbio che un decreto del Consiglio dei ministri possa modificare i termini stabiliti da una legge — dice l’ex ministro — è difficilmente comprensibile la levata di scudi contro il sindaco di Taranto e il presidente della Regione”.
Secondo Clini, sarebbe “meglio individuare misure urgenti per ‘tamponare’ le criticità ambientali ben rappresentate dalle polveri che oscurano il cielo di Taranto”.
In questa situazione, dice l’ex ministro del governo Monti, più che il Mise che sta contrastando la posizione di Emiliano, “è il dicastero dell’Ambiente che dovrebbe far sentire la propria voce” e “finalmente sarebbe ora di dire tutta la verità sulla spericolata operazione che ha portato al commissariamento dell’Ilva e al rinvio di tutti i termini per il risanamento dello stabilimento”.
Poi entra nel merito del ricorso presentato dal Comune di Taranto e Regione Puglia: “L’Autorizzazione integrata ambientale che ho rilasciato il 26 ottobre 2012, e che è stata recepita con legge del 24 dicembre 2012 — ricorda l’ex ministro — prevedeva che il piano di risanamento dell’Ilva con l’impiego delle migliori tecnologie disponibili, copertura dei parchi minerari compresa, accettato dalla proprietà , dovesse essere completato entro la fine del 2015“.
Due anni dopo quella scadenza, aggiunge Clini, la proroga al 2023 “è in aperta contraddizione con le motivazioni sanitarie e ambientali che avevano guidato la severità e l’urgenza dell’Autorizzazione integrata ambientale”.
Una posizione che ricalca, nella sostanza, quella di Emiliano.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 24th, 2017 Riccardo Fucile
DAL 1 GENNAIO ARRIVANO I SACCHETTI BIODEGRADABILI AL 40%, PAGATI DAL CONSUMATORE… VIETATO PORTARSI LE BUSTE DA CASA
Sui banchi del reparto ortofrutta è in arrivo una nuova rivoluzione: dal primo gennaio le buste di plastica che utilizziamo per pesare la frutta e la verdura diventeranno illegali.
In maniera simile a quanto accaduto nel 2011, quando le buste della spesa in plastica vennero sostituite da quelle in materiale biodegradabile è il momento dell’addio anche per quelle per frutta e verdura.
L’obiettivo è quello — giusto e doveroso — di ridurre il consumo di materiali inquinanti e di favorire la diffusione di una maggiore coscienza ecologica. Ma c’è qualche problema
Quanto costeranno i nuovi sacchetti ecologici per la frutta e la verdura?
Scompariranno quindi i sacchettini di plastica sottile e al loro posto arriveranno shopper in materiale biodegradabile.
Il decreto legge che ha bandito le normali buste di plastica stabilisce che dovranno essere compostabili e biodegradabili almeno al 40%. Non completamente biodegradabili,quindi anche se la legge prevede che la percentuale di materiale biodegradabile dovrà essere del 50% nel 2020 e del 60% nel 2021. Ma c’è di più: perchè le nuove buste saranno a pagamento.
Il prezzo non si sa ancora ma si parla di un costo tra i 2 e i 10 centesimi a sacchetto che verrà scaricato sul consumatore e c’è già chi la definisce una nuova “tassa sulla spesa”. Questo perchè una parte del ricavato andrà al negozio mentre una parte allo Stato, sotto forma di Iva e di imposta sul reddito.
Secondo il presidente di Assobioplastiche Marco Versari però è difficile che le bustine per la frutta e la verdura verranno a costare più di 2-5 centesimi per un “aumento” complessivo della spesa di al massimo 10 o 20 centesimi.
Cosa prevede la legge e cosa può fare il consumatore?
A prescriverlo è l’articolo 9-bis della legge di conversione n. 123 del 3 agosto 2017 (il Decreto Legge Mezzogiorno) che stabilisce che «le borse di plastica non possono essere distribuite a titolo gratuito e a tal fine il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti trasportati per il loro tramite».
Per i trasgressori, ovvero per gli esercizi commerciali che non applicheranno la nuova norma, sono previste multe che vanno da 2.500 a 25.000 euro.
Ma le sanzioni possono arrivare anche fino a 100.000 euro in caso di “ingenti quantitativi” di buste fuorilegge. Le nuove disposizioni di legge vanno a recepire la direttiva (UE) 2015/720 del Parlamento europeo che a sua volta aveva modificato la direttiva 94/62/CE.
È chiaro che il fatto che le buste non possano essere distribuite gratuitamente ha lo scopo di scoraggiare l’utilizzo di buste “usa e getta”.
Per le normali buste della spesa il meccanismo ha funzionato, e infatti molti consumatori ora vanno a fare la spesa portandosi i sacchetti della spesa (in tela o in materiali riciclati) direttamente da casa. Il problema è che sostituire i sacchettini leggeri dell’ortofrutta (ma anche quelli del banco del pesce) con buste non usa è getta è più complicato.
Anche perchè il Ministero dell’Ambiente ha già fatto sapere che “per motivi d’igiene” non si potranno portare le buste da casa.
Le nuove buste quindi saranno quindi monouso come quelle che vanno a sostituire.
Del resto utilizzare una busta di tela per pesare la frutta e la verdura comporterebbe anche diversi problemi per quanto riguarda la taratura delle bilance.
Un conto infatti è calcolare la tara sul peso standardizzato dei sacchettini un altro è cercare di contemplare tutte le possibili opzioni alternative e fai da te dei consumatori. Nell’immediato quindi non sembrano esserci soluzioni: l’ipotesi di mettere un addetto a pesare la frutta (o di pesarla alla cassa come avviene in certi piccoli negozi) è difficilmente praticabile per la grande distribuzione.
E sono ancora pochissimi i punti vendita “senza imballaggi”, ovvero che vendono merce sfusa e hanno eliminato completamente ogni forma di imballaggio.
Ma è evidente che la direzione da prendere è quella, solo che per la GDO ci vorrà più tempo per arrivare al “no-packaging“, e ci vorrà tempo anche per far digerire l’idea agli acquirenti.
Nel frattempo i consumatori saranno costretti a pagare qualcosa di più per avere la coscienza un po’ più pulita.
(da “NextQuotidiano”)
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