Dicembre 9th, 2017 Riccardo Fucile
UNA LUNGA CARRIERA FATTA DI DISCHI, TEATRO, TV. RADIO E VARIETA’… AVEVA 79 ANNI
È morto a Roma il cantante Lando Fiorini. Aveva 79 anni e da tempo era malato.
Una vita dedicata alla canzone romana, era stato interprete di tutti i grandi classici della tradizione che aveva portato in tv, dove aveva partecipato a tanti varietà , e a teatro, protagonista di numerosi musical.
Un artista “dal core grosso”: così lo saluta con un tweet il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.
Il “core grosso” Lando ce l’aveva davvero, era un “romano de’ Roma” ultradoc, piacione e generoso.
Aveva aperto il Puff, uno dei cabaret storici della capitale e fra i più conosciuti d’Italia, per vanità e piacere della compagnia: voleva un palcoscenico tutto suo sul quale esibirsi ma anche far esibire, trovare nuovi talenti, far divertire il pubblico, “insegnare” in qualche modo la tradizione della canzone romana alla quale non ha mai abdicato.
Gli va riconosciuto il grande merito della coerenza: non cercò mai di assecondare le mode e i gusti del pubblico ma rimase sempre fedele alla propria storia, alla propria cultura e alla storia della propria città . Anche quando lo criticavano definendolo fuori tempo o trash. Neanche a dirlo, era un romanista di ferro.
Lando Fiorini, vero nome Leopoldo, era nato a Roma, a Trastevere, nel 1938.
La famiglia era modesta, i figli erano otto, la casa in vicolo del Cinque troppo stretta.
I genitori, non potendo allevar tutti i figli come avrebbero voluto, affidarono Lando a una coppia che viveva nel Modenese, dove anche lui si trasferirà e trascorrerà l’infanzia e parte dell’adolescenza.
Quando torna a Roma il peggio è passato, l’Italia prova a rimettersi in piedi, Lando fa i lavori più disparati, l’aiutante di un barbiere, il meccanico di biciclette, dà una mano a i Mercati generali di via Ostiense.
E lì canta, canticchia, si diverte ma è evidente che dietro a quel divertimento c’è un talento. Alcuni amici lo spingono a tentare la fortuna.
Siamo agli inizi degli anni Sessanta quando partecipa con successo al Cantagiro e si piazza terzo dopo Celentano e Don Backy. Il gioco è praticamente fatto.
Il grande successo arriva nel 1962, quando mette piede nel tempio del musical e del varietà : è il Serenante nella prima edizione del celebre Rugantino di Garinei e Giovannini. La sua Ciumachella de Trastevere piace al pubblico, lo spettacolo va in tounèe negli Stati Uniti e Fiorini diventa, per gli americani, “il nuovo Claudio Villa”.
Da quel momento Lando non smetterà più di fare, partecipare, cantare, produrre.
Lo invitano a fare programmi radiofonici e televisivi da Dizionarietto musicale a Il paroliere, questo sconosciuto a Ciao mamma e Adesso musica.
Comincia a sfornare un album all’anno, Roma mia nel ’63, Passeggiate romane nel ’65, Roma sei sempre tu nel ’66.
Partecipa a Canzonissima e Un disco per l’estate e al cinema compare in Storia di fifa e di coltello – Er seguito der più con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia (la parodia di Er più – Storia d’amore e di coltello di e con Adriano Celentano), 1972, non propriamente il meglio del cinema italiano dell’epoca.
Ma qualche anno prima, nel 1968, l’ex ragazzino di Trastevere che affilava i rasoi da Mario il barbiere di via dei Ponziani realizza un sogno, apre un teatro tutto suo nella ex bottega di un fabbro dove, diceva Lando, avevano anche girato alcune scene di La ciociara.
In breve tempo diventa il cabaret più famoso di Roma e tra i più conosciuti d’Italia: il Puff, per lungo tempo sold out ogni sera, musica, canzoni e cucina romana. Il pubblico arriva da tutta Italia, tanti attori si fanno le ossa in quel locale, Enrico Montesano e Leo Gullotta, Lino Banfi e Gianfranco D’Angelo e Maurizio Mattioli. “Ho avuto fiuto”, commentava Lando, “ma anche tanta fortuna”.
Per Lando Fiorini gli anni Settanta sono quelli della televisione, gira una serie in quattro puntate, Ciao, torno subito, partecipa a Canzonissima e poi è con Maria Rosaria Omaggio a condurre il programma Er Lando furioso; anche Macario lo vuole in tv e se lo porta a MIlano per registrare due puntate del varietà Macario più.
Su musica di Stelvio Cipriani scrive la canzone Un sogno di marmo per la miniserie tv Il fauno di marmo, diventa un cult – e lo è ancora oggi – la sua cover di Cento campane, sigla dello sceneggiato Il segno del comando cantata da Nico Tirone, con la quale Fiorini qualche anno dopo parteciperà a Canzonissima, mentre nel ’74 porterà in finale, a Un disco per l’estate, Er monno, che si aggiunge ai suoi grande successi come Barcarolo romano, Pupo biondo, Ponte mollo, So’ stato er primo a fatte di’ de sì.
Così come sarà un must da ascoltare con una cassettona Stereo8 la sua versione di Lella, quella ricca, la moglie de Proetti er cravattaro.
Quello di Fiorini è un successo che non ha flessioni. In carriera ha pubblicato una trentina di album, e poi cofanetti, antologie.
Negli anni Ottanta escono raccolte e nuovi dischi, Momenti d’amore, Tra i sogni e la vita, E adesso… l’amore (con brani firmati per lui, fra gli altri, da Franco Califano, Amedeo Minghi, Renato Rascel, Carlo Rustichelli, Armando Trovaioli).
Continuerà a produrre anche per tutti gli anni Novanta e continueranno uscire dischi ancora fino al 2010.
Nel 1994 la partecipazione al Festival di Sanremo, tirato dentro a un’idea demenziale: il brano è Una vecchia canzone italiana, lo canta una formazione a cui viene dato il nome di La squadra italiana, undici artisti in omaggio alla Nazionale di calcio nell’anno dei Mondiali: Giuseppe Cionfoli, Jimmy Fontana, Rosanna Fratello, Wilma Goich, Mario Merola, Gianni Nazzaro, Wess, Toni Santagata, Manuela Villa, Nilla Pizzi.
Da tempo Fiorini combatteva contro la malattia. Talvolta è apparso in tv, ospite di programmi di intrattenimento. E ogni volta ha sempre difeso le proprie radici “perchè se le cancelli – aveva detto una volta – perdi valore, spessore, occasioni”, e quella romanità “che non ha nulla di coatto, la romanità di Anna Magnani, di Aldo Fabrizi e ora di Gigi Proietti. Fatta di pulizia e sopratutto di rispetto per gli altri. Come diceva Checco Durante, fate del bene che la vita è breve, c’è più gioia ner da’ che ner riceve”.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
SI E’ SPENTO A 74 ANNI… INTRODUSSE IL ROCK&ROLL A PARIGI E LASCIA OLTRE MILLE CANZONI
Si è spenta una delle più grandi voci francesi. Jean-Philippe Smet, in arte Johnny Hallyday, è morto a 74 anni nella notte di mercoledì.
Da circa un anno alla rockstar idolo di generazioni di francesi era stato diagnosticato un cancro ai polmoni. Ad annunciarlo, poco prima delle tre del mattino, è stata la moglie Laeticia Hallyday.
“Johnny Hallyday è andato via. Scrivo queste parola senza potervi credere. E tuttavia è proprio così. Il mio uomo non c’è più, ci ha lasciati questa notte così come ha vissuto lungo tutto il corso della sua vita, con coraggio e dignità “, scrive la moglie nel comunicato diffuso ai media.
Il cantante monumento della musica francese era stato ricoverato nella notte tra domenica e lunedì per problemi respiratori. Da mesi era sottoposto ad un trattamento anti-cancro a Parigi.
Più volte la famiglia ha cercato di smentire le indiscrezioni allarmistiche diffuse da alcuni media.
Con una carriera di 55 anni alle spalle, aveva dichiarato di recente di voler preparare un nuovo album in studio con una tournèe estiva nel 2018.
Nonostante la malattia, da lui stesso annunciata nel marzo scorso, mantenne l’impegno di cantare in tournèe con le Vieilles Canailles la scorsa estate, insieme agli storici amici e cantanti Jacques Dutronc e Eddy Mitchell. Quella resterà la sua ultima apparizione sulla scen
Johnny lascia oltre 1000 canzoni e centinaia di milioni di fan.
L’interprete di Invidia è sempre stato un combattente come dimostrato anche nel suo ultimo intervento: “Fanculo il cancro”, era la frase scritta in molti dei suoi messaggi sui social network.
Animale da placoscenico, Johnny era un’icona nazionale. Nel 1998, allo Stade de France, in tre spettacoli, attrae più di 200.000 spettatori.
Tornerà nel 2009 e nel 2012. Nella sua carriera ha venduto oltre 100 milioni di dischi.
Nato nel 1943 a Parigi, Johnny ha iniziato la sua carriera nei primi anni 60. È stato il primo a diffondere il rock in Francia, in particolare adattando le canzoni del repertorio americano.
Ha cantato diverse volte in italiano; il suo successo maggiore in Italia è Quanto t’amo (Que je t’aime); ha anche tradotto in francese alcuni brani di Adriano Celentano fra cui 24 000 baci.
Sposato dal 1965 al 1980 con la cantante Sylvie Vartan, ha avuto da lei il figlio David, anche lui cantante, mentre l’attrice Laura Smet è nata nel 1983 dalla sua relazione sentimentale – durata dal 1982 al 1986 – con Nathalie Baye.
Insieme a Laeticia Hallyday aveva anche adottato due figli, Jade e Joy.
(da agenzie)
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Novembre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
IL LIBRO “LA CAMBIO IO LA VITA CHE…”…. “DA EZRA POUND HO IMPARATO IL SILENZIO”
Anche Patty Pravo, la cantante più anticonformista d’Italia, ha avuto, come tutti i suoi connazionali, una nonna che si chiamava Maria. E che è stata decisiva per il suo destino musicale (fu lei a spingerla verso lo studio del pianoforte).
Ha contato molto anche il nonno che era direttore alla Manifattura Tabacchi «e fumava quelle sigarette che ricordavano i Baci Perugina, con il pacchetto azzurro e sopra le stelle».
Il nonno era un uomo molto bello nella teoria e nella pratica: aveva tre amanti e le manteneva, un appartamento per ognuna. Alla nonna la cosa non importava.
Nicoletta Strambelli è nata e cresciuta a Venezia. Infatti, la si capisce meglio se si pensa che è degli stessi posti in cui è stato creato Corto Maltese. C’è in lei qualcosa della gentildonna di ventura.
La casa dei nonni, che l’hanno cresciuta perchè i genitori erano troppo giovani, era frequentata da personaggi come il patriarca Roncalli o l’attore Cesco Baseggio.
Come sia passata da questo mondo a quello del Piper di Roma dove esplose la sua vocazione beat è un mistero o forse, a pensarci bene, non lo è per niente.
Ripercorrendo la sua vita, Patty Pravo riscopre dettagli che l’hanno fatta diventare quello che è diventata.
Un esempio: a tre anni fu affascinata dai tasti neri del pianoforte. Le piaceva suonare solo quelli. Ora lo addebita alla sua componente dark.
Un altro episodio che ha lasciato il segno: il primo giorno di scuola la maestra delle elementari fece cantare a Nicoletta e agli altri bambini La Marsigliese. In un certo senso quell’inno della libertà lei ha continuato a cantarlo tutta la vita.
Ma la cosa più bella che dice è questa frase: «Io da Ezra Pound ho imparato il silenzio». Del grande poeta americano Patty fu, in un modo molto speciale, amica.
Lo incontrò per caso e lo accompagnò in lunghe e mute passeggiate assieme alla moglie Olga. I Pound offrivano il gelato a quella bambina bionda.
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 13th, 2017 Riccardo Fucile
IN TESTA LAZIO, CAMPANIA E TOSCANA… LIGURIA REGIONE PIU’ VIRTUOSA, SEGUITA DA PUGLIA E VENETO
Circa 50 milioni di euro in più di incassi tra il 2013 e il 2016 (+38,4%) con un trend
ancora in crescita nel 2017 (+13,5%), mentre i visitatori passano dai 38,4 mln del 2013 ai 45,5 del 2016 (+18,5%) puntando a raggiungere i 50 mln nel 2017.
Sono i numeri dei musei statali italiani che apriranno oggi a Roma l’incontro del ministro della cultura Dario Franceschini con i direttori dei musei autonomi a tre anni dall’avvio della riforma museale. “La riorganizzazione sta dando i suoi frutti”, commenta il ministro sottolineando una “radicale inversione di tendenza”.
In testa fra le regioni c’è come sempre il Lazio i cui musei statali hanno accolto nel 2016 20,3 milioni di visitatori (erano 17,7 nel 2013) con incassi per 67,6 milioni (55,2 nel 2013).
Ma a sorpresa la Campania supera la Toscana, piazzandosi per la prima volta al secondo posto con oltre 8 milioni di visitatori (+32,6%) nel 2016 (contro i 6 del 2013) e gli introiti che, grazie anche al boom di Pompei, Reggia di Caserta, Capodimonte e Museo archeologico di Napoli, superano i 41,7 milioni di euro contro i 28,7 milioni del 2013.
Un capitolo a parte sono i 30 musei autonomi nati con la riforma Franceschini, che registrano una crescita del 28,4% degli introiti e del 19,3 dei visitatori e un trend in crescita anche nel 2017 (+14,5% introiti, +11% visitatori)
Per il 2017 in testa alla lista delle regioni più virtuose in termini di visitatori e incassi c’è la Liguria (+22,7% visitatori, +8,4% incassi), seguita da Puglia (+18,3% e +13,5%) e Veneto (+20% e +73,7%).
(da agenzie)
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Luglio 26th, 2017 Riccardo Fucile
SETTIMO TITOLO IRIDATO DOPO UNA RIMONTA INCREDIBILE NELL’ULTIMA VASCA: “VOLEVO VINCERE, ADESSO SONO IN PACE CON ME STESSA, E’ STATO IL MIO ULTIMO 200”
Immensa. Fantastica. Meravigliosa. 
Non ci sono più aggettivi per Federica Pellegrini che ai mondiali di Budapest scrive un’altra pagina di storia del nuoto azzurro.
La Fede nazionale ha vinto l’oro nei 200 stile libero grazie ad una grande rimonta che l’ha portata sul gradino più alto del podio davanti alla grande favorita della vigilia, la statunitense Katie Ledecky, campionessa olimpica uscente.
Con un’ultima vasca clamorosa la Pellegrini ha strapazzato le avversarie vincendo in 1’54”73, alle sue spalle Ledecky e l’australiana Emma McKeon, argento ex aequo in 1’55”18.
Per la Pellegrini è la settima medaglia iridata consecutiva nella stessa specialità .
Una vittoria inaspettata, che produce un annuncio altrettanto inatteso: ”Onestamente non so cosa è successo – le parole della Pellegrini al termine della gara -. Devo rendermene ancora conto, davvero non pensavo fosse possibile. Ci ho provato fino alla fine, penso di aver fatto la gara perfetta. Non so dove ho trovato l’energia nell’ultima vasca, so solo che nella mia testa volevo la medaglia. Era importante dopo quanto successo lo scorso anno a Rio (quando chiuse quarta, ndr), ma mai avrei pensato di vincere. Aver battuto la Ledecky? Indipendentemente da tutto per me era importante vincere. Nella vita non si sa mai, questi per me sono gli ultimi 200 stile libero in gare internazionali. Continuerò a nuotare facendo un altro percorso. Adesso posso dire di essere in pace con me stessa”.
“Sono senza parole, è un’emozione infinita: come il primo giorno, forse di più. Certo è la più grande atleta che io abbia visto” dice Giovanni Malagò, presidente del Coni, commentando il successo di Federica Pellegrini. “Per certi versi questa è una gioia inaspettata, ma Federica non finisce mai di stupire”.
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2017 Riccardo Fucile
CON IL TEMA “SCREAM FROM LAMPEDUSA” I DUE VINCONO IL PRIMO ORO DELLA SPECIALITA’ NELLA STORIA DELL’ITALIA
“L’impensabile è accaduto l’inconcepibile si è avverato“. La Nazionale Italiana di nuoto sincronizzato centra il primo oro della storia in un Mondiale grazie ai fantastici Giorgio Minisini e Manila Flamini, autori di una prova fantastica nella finale del duo misto della routine tecnica.
Un’interpretazione semplicemente memorabile di “A scream of Lampedusa”, con 27.2000 di esecuzione, 27.4000 di impressione e 35.6979 negli elementi, che ha consentito agli Azzurri di scrivere una pagina storica per la disciplina.
90.2979 il totale per un’esercizio da lacrime agli occhi il cui significato è tutto particolare: la rappresentazione di un dramma e della speranza di chi fugge dalla guerra e dalle sofferenze.
Un po’ quello che ha affrontato il nostro Minisini, sempre in lotta per vincere il pregiudizio ed oggi il giorno della festa e del trionfo davanti alla Russia.
Appena 3 centesimi di punto a separare le due coppie, tanto è bastato per regalare ai due ragazzi nostrani ed alla compagine guidata da Patrizia Giallombardo un’emozione indescrivibile.
Bellissimi in acqua, senza nessuna esitazione nella parte tecnica e sincronizzati come non mai negli elementi coreografici.
Un’esibizione da urlo che ha stregato anche i giudici e comportante uno score mai ottenuto dai nostri “Eroi”.
Stavolta Mikhaela Kalancha ed Aleksandr Maltsev si sono dovuti accontentare della piazza d’onore davanti agli Usa e quasi, con stupore, hanno rivolto lo sguardo ai nostri Giorgio e Manila.
Sul tetto del mondo c’è il tricolore!
(da agenzie)
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Luglio 8th, 2017 Riccardo Fucile
DALLA MAREMMA A HOLLYWOOD, ORIGINI UMILI, GRANDE CLASSE E BELLEZZA… DIVENNE MANNEQUIN GRAZIE A CAPUCCI, POI IL SALTO NEGLI STATI UNITI
È morta nella sua casa romana l’attrice Elsa Martinelli. Aveva 82 anni. Era malata da tempo. Nel corso della sua carriera aveva lavorato con registi come Orson Welles, Howard Hawks, Mario Monicelli e recitato con – fra gli altri – Marcello Mastroianni, Robert Mitchum, John Wayne.
Sposata nel 1957 con il conte Franco Mancinelli Scotti di San Vito, ha avuto una figlia, Cristiana, anch’essa attrice.
Nel 1968 si era risposata con il fotografo e designer Willy Rizzo. I funerali si terranno a Roma l’11 luglio nella chiesa di Santa Maria del Popolo.
Quella di Elsa Martinelli è una delle storie del “sogno italiano” del dopoguerra.
Di origini umili, sei sorelle e un fratello, padre ex contadino maremmano trasferitosi a Roma a fare l’usciere delle Ferrovie, era nata a Grosseto nel gennaio del 1935 ed era approdata con la famiglia nella capitale quando aveva nove anni.
Gli studi si erano fermati alla quinta elementare, poi subito al lavoro. Prima in un negozio di cappelli, poi come commessa in un bar del centro, poi cassiera in un altro bar, dalle parti di via Po.
Ma qualcosa in lei la destinava a un futuro diverso da quello di tante ragazze dell’epoca. Un fisico longilineo e lontano dal clichè della “maggiorata” che sarebbe esploso di lì a breve, un’eleganza naturale.
Rivoluzionaria fin nell’altezza, un metro e 76, non proprio una statura da italiana dell’epoca. La svolta arrivò quando – così raccontava – un giorno in una boutique di via Frattina viene notata dallo stilista Roberto Capucci. Il couturier perde la testa per lei. Il colpo di fulmine la catapulta al volo sulle passerelle dell’alta moda.
Il salto nel glamour internazionale è dietro l’angolo.
Kirk Douglas la vede sulla copertina di Life e la vuole per Il cacciatore di indiani. È il 1955 e lei conquista Hollywood a soli vent’anni. Inizia una carriera lunga una settantina di film.
Ai registi piace quella ragazza originale, quasi androgina, sofisticata e un po’ maschiaccio, che conosce le lingue ma le parla con una voce roca, profonda, sensuale, sa muoversi davanti alla macchina da presa e si mostra perfettamente a proprio agio sul palcoscenico del jet set internazionale.
È “moderna” e anticonformista, un po’ Audrey Hepburn ma decisamente molto più cool. “È stata la più sexy di tutte”, disse una volta di lei Carlo Vanzina.
Da attrice convince anche la critica più severa, nel 1956 vince l’Orso d’argento al Festival di Berlino come migliore attrice grazie a Donatella di Monicelli, in cui interpreta una ragazza romana la cui vita cambia radicalmente grazie all’incontro con una ricchissima signora americana.
Un anno dopo – è il 1957 – cambia anche la sua vita privata: sposa il conte Franco Mancinelli Scotti di San Vito dal quale ha una figlia, Cristiana, nata nel 1958, anch’essa attrice. Poi divorzia e dieci anni dopo ha un nuovo marito, il fotografo e designer Willy Rizzo.
In mezzo, una vita di viaggi, party, eventi internazionali, mondanità . Serate di champagne con Gary Cooper. Notti di passione con Frank Sinatra.
Nella sua carriera commedie e film drammatici e d’avventura, sempre in volo fra Cinecittà e Hollywood.
Un curriculum che comprende Costa Azzurra di Vittorio Sala (1959) e Un amore a Roma di Dino Risi (1960), Hatari! di Howard Hawks (1962), Il processo di Orson Welles (1962), La decima vittima di Elio Petri (1965), Sette volte donna di Vittorio De Sica (1967) per citare solo alcuni dei titoli della sua lunga filmografia.
Fra i suoi partner di scena Robert Mitchum, Anthony Perkins, Charlton heston, Richard Burton, Gerard Philiphe, Jean Marais.
Incide un disco come cantante, si cimenta come presentatrice del Festival di Sanremo nel 1971 insieme a Carlo Giuffrè, si diverte come giornalista.
Dagli anni Settanta comincia a dire molti no e lascia quasi del tutto il grande schermo ma continua a essere presente in tv, spesso ospite di talk show o con cameo di lusso nelle fiction.
Nel 1995 si racconta nell’autobiografia Sono come sono. Dalla Dolce vita e ritorno. Dopo una lunga assenza (l’ultimo film fino ad allora era stato Sono un fenomeno paranormale, 1985, regia di Sergio Corbucci) nel 2005 torna in tv, in prima serata su RaiUno nella terza stagione della miniserie Orgoglio, è una duchessa cattivissima, tessitrice di intrighi terribili.
“D’altronde – raccontò – ho il fisico del ruolo: sono così alta, così magra, così altera, non potevo certo fare la suora o la nonna…”
(da “La Repubblica”)
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Luglio 3rd, 2017 Riccardo Fucile
36 MILIONI DI EURO IL GIRO DI AFFARI… 12 MILIONI L’INCASSO AL MODENA PARK, 6 NELL’INDOTTO, 700.000 EURO DAI 48.000 BIGLIETTI DEI 197 CINEMA IN CUI E’ STATO PROIETTATO LO SHOW
Un evento da 36 milioni di euro. Dodici con gli incassi al Modena Park, sei nell’indotto del territorio, 700mila euro dei 48mila biglietti nei 197 cinema in cui è stato proiettato in diretta lo show. Senza contare diritti tv, merchandising, raccolta pubblicitaria.
Camilla Conti sul Giornale di oggi fa i conti del concerto di Vasco Rossi e arriva a contare 36 milioni di euro di giro d’affari totale.
tiamo dall’incasso dello show di sabato sera. Per i biglietti sono state previste tre fasce di prezzo, per i tre diversi pit in cui è divisa l’area dello show: si andava dal primo pit da 75 euro più prevendita a un secondo pit da 65 euro più prevendita, ciascuno da 27mila posti circa, fino al terzo pit da 50 euro più prevendita.
Risultato? Il concerto-monstre da 220mila spettatori, record storico nel mondo per data singola a pagamento, ha fatto incassare circa 12 milioni.
E secondo una stima del Sole 24 Ore il sold out di Modena equivale, per presenze e introiti, ai quattro show che il rocker di Zocca tenne l’anno scorso allo Stadio Olimpico di Roma, quando la bigliettazione era ancora affidata a TicketOne.
Questa volta l’evento è stato infatti messo in piedi dalla società bolognese Best Union di Luca Montebugnoli che fattura 62 milioni a livello internazionale, attraverso le controllate Vivaticket e Big Bang (la prima ha gestito la vendita fisica e online dei biglietti, la seconda ha curato il promoting) dopo che a gennaio il Blasco nazionale ha deciso di interrompere il rapporto storico con Live Nation dopo il servizio delle Iene sul «secondary ticketing» e lo scandalo dei biglietti per il Live dei ColdPlay esauriti in tre minuti.
Il fatturato totale di Modena Park, che sarà appannaggio di una società creata ad hoc e chiamata Big Bang bisogna aggiungere diritti televisi, ingressi nei cinema e nelle piazze, i diritti per il cibo e il merchandising.
La società di Vasco Rossi è la Giamaica SRL, dove è stata fusa l’etichetta Bollicine SRL e dove arrivano gli incassi.
L’ultimo bilancio disponibile nella banca dati della Camera di Commercio è quello 2015 che è stato chiuso con un utile di 1,5 milioni in aumento rispetto agli 1,1 milioni del 2014 e un patrimonio netto di quasi 21 milioni (19,3 milioni l’anno precedente).
Vasco Rossi, attraverso Giamaica srl, controlla poi altre tre società statunitensi, che, sostanzialmente, sovrintendono alle proprietà immobiliari del rocker in California e in Florida: Glendower Estate Inc, per un immobile civile a Los Angeles, Toffee development inc, per un terreno a Los Angeles, e Gulpging inc, per un altro immobile civile a Miami..
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 3rd, 2017 Riccardo Fucile
CRESCIUTI INSIEME ALLA FOCE, MA LA GENOVA DALLA QUALE SONO PARTITI E TRATTO ISPIRAZIONE NON ESISTE PIU’, E’ RIMASTA ORFANA DI IDEE CHE NE SEGNANO IL DECLINO
“Ciao papà ora sei di nuovo libero di volare”. Così la figlia Elisabetta ha annunciato su
Facebook la morte di Paolo Villaggio a 84 anni . Prevedibile una costernazione popolare molto forte , incerto il destinatario: Villaggio o Ugo Fantozzi, il suo impiegato maldestro e infingardo, diciamolo una buona volta, che verrà pure messo sotto torchio da super direttori e meschinerie assortite ma le meritava tutte?
Sarebbe più opportuno dire addio proprio a Villaggio, che nei suoi personaggi, Fantozzi certo, il professor Kranz, prestigiatore cattivissimo e cialtrone, Giandomenico Fracchia, un tappettino d’uomo, deprecabile anche se schiacciato dall’universo dei più furbi, metteva molto di sè.
Non giriamoci molto intorno, di persona Villaggio era molto difficile. Gran parte del mondo del cinema lo sopportava, ne riconosceva l’intuizione geniale per aver scritto la saga di Fantozzi, ma se poi andiamo a scavare nelle sue prove più convincenti, ne troviamo soprattutto due: il soldato alemanno Torz in “Brancaleone alle crociate” e l’armatore in “Il volpone” da una commedia secentesca di Ben Johnson.
E dire che aveva recitato con Federico Fellini, “La voce della luna”, Ermanno Olmi, “Il segreto del bosco vecchio”, Mario Monicelli, “Brancaleone” e “Cari fottutissimi amici”.
Diversa la prova letteraria, con i libri dedicati a “Fantozzi”, dove in terza persona porta gli italiani nello stesso territorio paludoso, l’ingiustizia sociale ma anche la carogneria dei subalterni pur di non perdere posizioni nel quadrato del lavoro.
Meglio di lui ha fatto sicuramente Alberto Sordi, che però si è limitato al cinema, l’amico Vittorio Gassman e in genere gli eletti di quella commedia all’italiana che aveva descritto in modo impietoso l’Italia prima, durante e dopo il boom.
Quell’Italia, o meglio dire Genova, che invece l’impiegato Paolo Villaggio vive da impiegato nel grande alveo delle partecipazioni statali.
È lì che nascono i suoi discutibili ma simpaticissimi eroi.
Villaggio, che è stato uno splendido “Avaro” di Molière a teatro, che nel 1992 ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera, e che tutti ricordano come un uomo che non passava di certo inosservato, aveva una predilezione artistica per il quasi fratello Fabrizio De Andrè.
Erano cresciuti insieme alla Foce, con Faber scrive le parole “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers”, e rimangono legati da quell’amore-repulsione per Genova quasi scontato in tanti transfughi.
Uno è anarchico, Villaggio è un libertario incerto fra la sinistra e i radicali. Ma non è questo il punto.
Alla morte di De Andrè ne diventa, a modo suo, un custode della memoria.
Con il tempo, però, è evidente che la Genova dalla quale sono partiti non solo non esiste più, ma è rimasta orfana di idee e risorse che ne segnano il declino.
Villaggio, invece, era legato, quando ci tornava, a quel mondo che aveva prodotto le scorie, non gli anticorpi, sulle quali erano cresciuti Kranz, Fracchia e Fantozzi.
Di certo a ha fatto ridere e sorridere almeno tre generazioni.
Ma si torna al punto di partenza: l’Italia piange Villaggio o Fantozzi?
(da “il Secolo XIX”)
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