Marzo 28th, 2013 Riccardo Fucile
NUMERI CERTI O IL CAPO DELLO STATO NEGHERA’ L’OK FINALE
E adesso, se come tutto lascia immaginare Bersani nel pomeriggio si presenta al Colle senza una maggioranza, Giorgio Napolitano lo fermerà : niente numeri certi, dunque nessun altro passaggio successivo in Parlamento.
Non può affrontare il rischio di un naufragio sulla fiducia, privo di quel «sostegno parlamentare certo nelle due Camere» che gli aveva chiesto il presidente della Repubblica.
Ma proprio dal rapporto-consultazioni che il leader pd metterà sulla sua scrivania, il capo dello Stato pensa di prendere le mosse per il suo passo successivo.
L’obiettivo del Colle è di avviare un nuovo tentativo per dare un governo un paese, provare con un altro incarico.
E tuttavia nelle intenzioni del capo dello Stato proprio dal presidente pre-incaricato, prima di abbandonare la missione, potrebbe arrivare un’indicazione sul percorso e sul nome o la rosa di nomi giusti per provarci ancora.
Un gesto di responsabilità , e anche di altruismo politico, da parte di Bersani ma anche un modo per rimettere nelle mani del partito di maggioranza relativa il “pallino” delle trattative.
Ed evitare, così, contraccolpi e spaccature fra i democratici.
Verrà dal segretario questa investitura di un suo successore nella missione Palazzo Chigi, oppure Bersani getterà la spugna spiegando al capo dello Stato che non c’è spazio per nuove esplorazioni e che non resta che pensare alle elezioni anticipate?
Dalla risposta, dipendono mosse e calendario di Napolitano nei prossimi giorni.
Se Bersani “candida” dopo di sè un uomo del Pd (Enrico Letta? Matteo Renzi?), si apre la strada per un nuovo tentativo politico.
Ma con un segno diverso: quello di una grande coalizione.
Sei giorni fa, prima ancora di affidare il pre-incarico, Napolitano aveva insistito «sulla necessità di larghe intese, a complemento del processo di formazione del governo che potrebbe concludersi anche entro ambiti più caratterizzati e ristretti».
Quella strategia del doppio binario, osservano dal Colle, qualche passo avanti l’ha fatta, sulle riforme le convergenze sono arrivate.
E anche sul programma, sui punti presentati dal Pd, sono venuti dei sì dal centrodestra, e anche dai grillini.
Spiragli insomma si sono aperti, lo scoglio resta la fiducia.
E la trattativa sul nuovo inquilino del Colle, strettamente intrecciata alla questione governo, arenata in un muro contro muro.
Non mancano pericoli in questo scenario post-Bersani, col Pd che rischia di spaccarsi fra l’ala che insiste sul governo e la sinistra interna che pensa al voto anticipato.
Si tratta di un cammino tuttavia che il capo dello Stato può anche perseguire mettendo mano alla fatidica ipotesi B: il governo del presidente, centrato su un paio di obiettivi: crisi economica e riforma elettorale.
A tempo, un anno, per arrivare alle elezioni anticipate nella primavera prossima (magari insieme alle Europee).
I nomi in campo vanno dal presidente del Senato Grasso (che avrebbe però perso quota) al ministro Cancellieri, passando per Rodotà e Zagrebelsky (ma nel caso di un’apertura ai 5Stelle).
Cercando, in ogni caso, di far presto.
Napolitano, chiuso il tentativo Bersani, potrebbe far partire a ridosso di Pasqua un suo nuovo giro di consultazioni o magari affidare direttamente nelle mani del nuovo incaricato il giro di colloqui con i partiti.
A patto però di aver qualche garanzia che non si bruci anche questa avventura. Difficilmente ci sarebbe un terzo tentativo.
E a quel punto Napolitano potrebbe anche dimettersi qualche giorno prima, e affidare al successore la carta delle elezioni anticipate.
Umberto Rosso
(da “La Repubblica“)
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Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile
IL CENTROSINISTRA PUO’ CONTARE SU 122 VOTI CERTI… LA VARIABILE DEGLI AUTONOMISTI DI GAL
Le dimissioni annunciate del ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata ora rischiano di scompaginare i piani del Pd che, venuta meno la «stampella» del M5S, punta a una «pax berlusconiana» e a una non belligeranza della Lega per superare la difficile prova della fiducia a Palazzo Madama.
Lo schema di gioco, nelle intenzioni del presidente incaricato Pier Luigi Bersani, è ricollegabile a quello della «non sfiducia» già sperimentata nella sua forma più eclatante nel 1976 dal monocolore Andreotti: quel governo, infatti, prese il via solo perchè i parlamentari di Pci, Psi, Pri, Psdi e Sinistra indipendente si astennero alla Camera mentre al Senato (dove l’astensione vale per un voto contrario) uscirono in parte dall’aula però garantendo il numero legale.
Nel ’76, i no ad Andreotti arrivarono soprattutto dal Msi.
Tuttavia, oggi a Pier Luigi Bersani serve una «maggioranza certificata» in tutte e due le Camere per poter rispettare le condizioni imposte dal Quirinale: «E questo – puntualizza il costituzionalista Francesco Clementi – vuol dire che il presidente incaricato deve avere i voti necessari in entrata, cioè prima di presentarsi davanti al Parlamento».
Detto questo, lo scossone inferto dal responsabile della Farnesina al governo Monti (in carica per gli affari correnti) fa sembrare ancora più contorto il labirinto di contatti non ufficiali, anche con il centrodestra, che nelle intenzioni dei colonnelli di Bersani dovrebbero portare il centrosinistra a quota 159 voti.
Cioè, appena sopra la soglia minima per ottenere la fiducia.
Tra gli scenari possibili, infatti, ce ne è solo uno in cui non è prevista la regia di Silvio Berlusconi: Pd, Sel e l’alleato Sà¼dtiroler Volkspartei possono infatti contare su 122 senatori (il 123° è il presidente Pietro Grasso che, per prassi, non vota) che sommati ai 54 grillini (presto verrà sostituita la dimissionaria Giovanna Mangili) assicurerebbero al centrosinistra un maggioranza autonoma.
Ma questa, come confermato ieri sera dal voto dei gruppi parlamentari dei grillini, è un’ipotesi della irrealtà .
Per cui gli ufficiali di collegamento di Bersani coordinati dal capogruppo Luigi Zanda – ieri pomeriggio sono stati inviati al Senato pure Dario Franceschini e Gianclaudio Bressa – stanno lavorando per rosicchiare quei 37 voti che separano il presidente incaricato dalla «maggioranza certificata» anche al Senato.
Per riuscire nell’impresa, Bersani deve innanzitutto ottenere l’appoggio dei 21 centristi e l’innesto di almeno un’altra ventina di voti.
Che potrebbero arrivare dai banchi della Lega (16 senatori) e da una metà di quello strano gruppo (10 senatori) composto da fedelissimi di Renato Schifani, e dunque di Berlusconi, da un paio di leghisti, siciliani che fanno capo (rispettivamente) a Lombardo e a Miccichè.
Sono loro i parlamentari schierati dal Cavaliere e da Maroni con la sigla Grandi autonomie e libertà : «Noi ci muoviamo solo se Berlusconi ce lo chiede, anzi a me lo deve chiedere tre volte…», dice il socialista craxiano Lucio Barani che non stima Bersani («Mi ricorda un salumiere…») e dice di avere parecchi «conti in sospeso con i comunisti».
Anche Luigi Compagna, repubblicano e pidiellino doc, conferma che «votare la fiducia a Bersani non sta nè in cielo nè in terra se non si muove il Cavaliere».
Il capogruppo del Gal, Mario Ferrara è un fedelissimo di Schifani e lo stesso discorso vale per la senatrice Laura Bianconi.
E il leghista targato Gal Jonny Crosio prende le distanze: «Io sono maroniano praticante, leghista ortodosso, e mi muovo in sintonia con la Lega. Per me non si pone il problema di cosa chiederà di votare Miccichè».
Per cui, fatte tutte le sottrazioni, senza il placet di Berlusconi e di Maroni, dal Gal potrebbero arrivare a Bersani giusto 3 o 4 voti: quelli dei «siciliani» Antonio Scavone, Giuseppe Compagnone, Giovanni Mauro e Giovanni Bilardi (eletto in Calabria).
In ogni caso, precisa il leader del Grande Sud, Gianfranco Miccichè, «Bersani deve avere il coraggio di proporre al centro destra un governo di pacificazione….»
L’ultimo, residuale scenario chiama in causa anche quell’aliquota di grillini che ha già votato per Grasso contro gli ordini dei vertici del M5S: «Ai grillini chiedo pragmaticamente di votare la fiducia al governo Bersani», ha detto Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso dalla mafia insieme a 5 agenti di scorta nel ’92, che vanta un discreto ascendente sugli eletti del M5S in Sicilia.
I senatori grillini «dissidenti», tuttavia, possono essere 5 o 10 ma da soli non sono sufficienti. Per questo, in questo secondo schema, Bersani dovrebbe ottenere la «non sfiducia» anche da settori della Lega e da quelli dei gruppi fiancheggiatori del Pdl.
E c’è da giurarci che, pure in questo caso, Berlusconi avrebbe da dire l’ultima parola su come devono votare i «suoi» senatori.
Dino Martirano
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile
“PER LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA IL NOME SPETTA A NOI”
Lo spiraglio si apre appena. Pidiellini e leghisti lo lasciano intravedere a Bersani nell’ora scarsa di
confronto, il più delicato.
Uscita dall’aula in cambio di garanzie su Quirinale, riforme e salvaguardia di Berlusconi: niente conflitto di interessi, niente ineleggibilità .
Ma rientrati al partito, Alfano, Schifani e Brunetta si sentono ripetere dal loro leader in collegamento in viva voce da Arcore che «sulla presidenza della Repubblica questa volta non si cede, il nome deve essere nostro, non ne accetteremo uno loro condiviso».
Quella sul Colle è la principale ma non unica condizione dettata dal segretario Pdl e dal leader del Carroccio Maroni al premier incaricato.
Nella sala del Cavaliere, Bersani ha messo sul tavolo la disponibilità a un «pieno coinvolgimento sulle riforme».
Tutti insieme al tavolo della Convenzione, sorta di assemblea costituente. Con riconoscimento della presidenza allo stesso Pdl. Angelino Alfano candidato naturale alla guida.
Ma per lui, certo, nessuna vicepresidenza del Consiglio, come suggeriva Berlusconi.
Il governo di «minoranza» sarebbe formato da nomi indicati e scelti da Pd, Sel e montiani.
Convenzione che dovrebbe occuparsi della riforma complessiva dello Stato, non solo della legge elettorale.
Con l’introduzione del presidenzialismo in testa alla carta delle priorità del centrodestra. E poi legge elettorale, fosse pure un ritorno al Mattarellum, o a una qualche forma di ritorno alle preferenze, comunque un sistema che seghi le gambe a Grillo e al suo M5s.
Una qualche disponibilità a consentire la nascita di questo esecutivo dai numeri condizionati Alfano e Maroni l’avrebbero data.
Un governo che si occupi di «rilancio dell’economia, riapertura del rubinetto del credito alle imprese, una correzione sull’Imu e uno stop all’aumento dell’Imu», è la lista della «spesa» targata Pdl. Terreno sul quale i democratici sono pronti al confronto.
Quello sul quale un governo Bersani così nato – pena la sfiducia – non dovrà avventurarsi, è quello minato del conflitto di interessi, di una restrizione delle maglie sulla ineleggibilità e incompatibilità , con l’obiettivo di mettere in fuorigioco il Cavaliere.
Che farebbero deputati e senatori di centrodestra, dunque?
Uscirebbero dall’aula al momento della fiducia o deciderebbe per il «non voto» (l’astensione al Senato equivale a voto contrario, dunque sfiducia). Alfano con Bersani è stato assai schietto: «Non poniamo veti e condizioni. Tu puoi fare il governo che vuoi, con tutti gli otto punti che ritieni. Noi non pretendiamo nostri ministri, li sceglierai tu» è stata la premessa.
«Ma vogliamo indicare noi il presidente della Repubblica. Magari un nome che vada bene a voi, ma non accetteremo una rosa di nomi avanzata da voi, all’interno della quale scegliere. Se non accettate, per noi l’alternativa è il voto».
È la linea dura dettata da Arcore.
Anche Roberto Maroni, uscito dall’incontro e riferendo ai suoi deputati, è stato possibilista: «L’accordo penso che si possa fare. Oggi lo darei al 50 per cento. Noi vogliamo un governo a guida politica e Bersani capisce la mia lingua». Ma la strada resta in salita. Berlusconiani e leghisti si son dati con Bersani 48 ore di tempo, adesso ormai ridotte quasi a 24. Prima che il premier incaricato torni al Colle. Il Pd attende aperture e segni concreti di disponibilità dal Pdl. Berlusconi da Arcore ha invitato fino a sera i suoi a tenere il punto, a restare in trincea, a non cedere.
Vuole comunque tenere alta la tensione da campagna elettorale, con l’ultimo sondaggio che ancora ieri avrebbe dato il centrodestra oltre il 30 per cento.
Non a caso il Cavaliere è già alle prese con la pianificazione della nuova manifestazione di piazza il 13 aprile a Bari.
«Uscire o meno dall’aula a me non interessa, sono tecnicismi romani» è stato il suo commento telefonico in una giornata per il resto abbastanza concitata, sul piano personale e familiare.
Una riunione con i suoi avvocati civilisti per cercare di trovare una nuova intesa in termini economici con l’ex moglie Veronica Lario ed evitare così il giudizio d’appello di Milano nella causa di separazione non consensuale.
Altre tensioni invece maturano a Roma, al gruppo della Camera. Ieri mattina ha fatto la sua comparsa nei locali del Pdl a Montecitorio Renato Farina, ex deputato ora ingaggiato dal nuovo capogruppo Renato Brunetta per curare i rapporti con la stampa. Stanza e segretaria (e lauto compenso da consulente) per lui, nonostante la sospensione dall’Ordine dei giornalisti dopo lo scandalo che lo ha svelato quale informatore dei Servizi col codice “Betulla”.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile
SPIRAGLI PER L’INTESA, BERLUSCONI STUDIA L’USCITA DALL’AULA
Fra numeri, date, scadenze e quorum che stanno in bella vista sulla scrivania del premier incaricato, Pierluigi Bersani tira fuori il succo dell’accordo in extremis che serve ad avviare il suo esecutivo.
Domani torna al Quirinale: o ha in mano l’intesa o getta la spugna. «Non parlatemi di governissimi – dice ad Alfano e Maroni quando vengono ricevuti nella sala di Montecitorio –. È una formula che per me significa una sola cosa: pretendere l’impossibile per non fare il possibile».
Parliamo invece, spiega il leader democratico, della Convenzione per le riforme istituzionali. La chiama «Costituente », senza tanti giri di parole.
«In quella sede tutte le forze politiche devono avere una responsabilità . Io e il governo ci mettiamo al servizio di questa grande operazione di cambiamento. Si lascia inalterata la prima parte della Costituzione e si modica la seconda. Con il contributo di tutti».
Questa è la proposta. Che in concreto, il giorno dell’eventuale voto di fiducia a Bersani, si realizzerebbe con l’uscita dall’aula di Pdl e Lega al Senato.
La soglia della maggioranza si abbassa, il governo ottiene i voti necessari.
E il miracolo si compie.
Il segretario del Pdl e il governatore lombardo ascoltano. Bersani ha appena cominciato il suo ragionamento. «Un mio fallimento è possibile, l’ho messo nel conto. Ma levatevi dalla testa che se si arriva a un secondo giro, il Pd porta di nuovo la croce. A questo, non ci stiamo. Posso consentire la nascita di un altro esecutivo, ma subito dopo, ve lo dico chiaro, noi prendiamo le distanze. Ci mettiamo alla finestra e al primo provvedimento che non piace al Pd, stacchiamo la spina. Se si torna a votare, il mio partito un piano B ce l’ha. E voi?».
Bersani sa che esiste un solco tra la Lega e Berlusconi.
«Il Cavaliere punta sparato alle elezioni, ma Roberto si è già messo di traverso.
Non vuole tornare alle urne e spinge da giorni per consentire la partenza del governo». Infatti Maroni fa pressioni su Alfano perchè il Pdl accetti l’offerta di Bersani: la presidenza della Convenzione a un uomo del centrodestra, il nuovo capo dello Stato che non sia ostile al Cavaliere, la grande occasione di partecipare alla costruzione della Terza repubblica con un occhio attento al federalismo (questo dal suo punto di vista).
Con il Carroccio, il Pd ha messo giù le basi della legge costituzionale che darebbe vita alla “Costituente”.
Una legge che affida al Parlamento la decisione finale sul testo della nuova Carta, senza emendamenti: o si approva o si respinge.
Un percorso non breve, ma con qualche certezza sull’esito finale.
Da qui si parte.
Ventiquattro ore di tempo per riuscire, dopo la giornata in cui le carte sono state scoperte.
«Il governo avrebbe la sua autonomia – spiega Bersani –. Lavorerebbe sugli 8 punti e voi dovreste consentire la sua nascita, con le forme parlamentari possibili. Ci vuole fantasia. Ma le larghe intese non esistono. L’abbiamo già visto con Monti, questo film. Con il Pdl e la Lega non possiamo stare insieme. Niente inciuci. Riforme e Palazzo Chigi sono due binari diversi. Così rimangono».
Il punto chiave, il terzo binario, è il nuovo inquilino del Quirinale, poche storie. Bersani detta la linea: «Se nasce un governissimo, il Pd si sente disimpegnato, questo è evidente. E faremo valere le logiche dei numeri nell’elezione del presidente della Repubblica. Ci muoviamo su un nome nostro, i numeri dicono che possiamo farlo da soli. O quasi».
L’avvertimento deve arrivare forte a Berlusconi.
C’è una rosa del Pd, con Franco Marini in testa, che può essere condivisa dal Pdl.
Ce n’è un’altra che cercherebbe consensi e sostegno da altre parti, tagliando fuori il centrodestra.
«Però non si può discuterne adesso o fare degli scambi. Detto questo, sui temi istituzionali si discute, nessuno vuole escludere il Pdl. E la scelta del presidente della Repubblica sta in questo campo».
L’apertura a tutto campo sulla Convenzione verrà offerta oggi anche al Movimento 5stelle.
Ma è dal centrodestra che Bersani si attende, questo pomeriggio, un pronunciamento pubblico, un sì alle riforme istituzionali condivise. Sarebbe il viatico con cui strappare a Giorgio Napolitano il mandato pieno.
«Domani salgo al Colle e porto quello che posso portare – spiega ancora il segretario del Pd –. Se non ci sono le condizioni, al capo dello Stato dirò che non è il caso di andare in aula. Ma se il quadro cambia nelle prossime ore, allora il governo nasce». Un governo alle sue condizioni, certo.
«Il coinvolgimento politico del Pd finisce con il mio incarico. Ci si inventa qualcos’altro? In quel caso teniamo le mani libere. Su questo punto sto fermo, non cedo. Questo è il mio inizio e la mia fine per quello che riguarda un progetto che sia politico».
Un ultimatum rivolto al centrodestra ma anche a una parte dei democratici.
«Dentro le larghe intese – dice ancora il segretario – io e il Pd non ci staremo mai. Non farò fare al mio partito la fine del Pasok, dei socialisti greci».
Sono i toni e le parole di chi sta giocando la partita della vita.
E che coinvolge tutti secondo Nichi Vendola. «Il Paese sta esplodendo, la disperazione è ovunque. Se questo governo non nasce, tra un mese dovremo girare con i giubbotti antiproiettile».
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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Marzo 26th, 2013 Riccardo Fucile
DAI BIG DEL PD NON SONO ARRIVATI SEGNALI DI PARTICOLARE INCORAGGIAMENTO A BERSANI
Venerdì 22 marzo magari era tardi, Bersani ebbe l’incarico al calar del sole e forse qualcuno non ebbe
tempo o era impegnato in riunioni chissà dove.
Ma poi vennero il sabato e la domenica: e tutto, però, continuò a tacere.
Silenziosa Rosy Bindi, silenzioso Massimo D’Alema, zitti altri leader del peso di Walter Veltroni e Franco Marini.
A volte, la solitudine di un leader la si può far trasparire anche così: evitando qualunque commento, e perfino un semplice augurio – un in bocca al lupo – al segretario che parte in guerra per la sua missione impossibile.
Anche la Direzione di ieri – che pareva esser diventata la sede madre di ogni decisione, il luogo in cui il Pd avrebbe dovuto dire «o Bersani o morte», ha trasmesso la stessa sensazione: un solo intervento, meno di un’ora in tutto (comprese introduzione e replica), assenze numerose e alcune eccellenti, Renzi (a fare il sindaco), D’Alema (a Parigi per impegni), Veltroni (ancora con qualche problema di salute) e si potrebbe continuare.
Qualcuno si attendeva battaglia intorno alla domanda delle domande: ma se Bersani fallisse, che si fa?
La battaglia non c’è stata: tutto rinviato alla prima occasione utile…
Non è un mistero, infatti, la circostanza che nel Pd le acque siano agitate e molti non abbiano condiviso granchè la linea proposta da Bersani subito dopo il voto: e cioè, un governo per il cambiamento, che vuol dire mai più con Berlusconi, a meno che nella partita non ci siano anche i voti di Beppe Grillo.
E ancor di meno hanno condiviso l’approdo che il segretario vorrebbe per tale linea: se io fallisco si torna al voto.
Qualcuno (D’Alema) non ha condiviso per ragioni politiche, considerando un errore dire pregiudizialmente no ad un confronto con il Pdl.
Altri non hanno condiviso – ma hanno taciuto – per ragioni che vedono sommate perplessità politiche e delusioni e rancori difficili da digerire.
Non c’è da scandalizzarsene, visto che la strategia che ha portato Bersani fino all’incarico di formare un governo, ha lasciato morti e feriti nel quartier generale del Pd.
C’erano state – all’inizio – «rinunce elettorali» (Veltroni, D’Alema, Turco…) faticose da metabolizzare; poi la vicenda dei nuovi presidenti di Camera e Senato (con la grande delusione subita da Dario Franceschini e Anna Finocchiaro), infine l’elezione dei nuovi capigruppo, con la scelta a sorpresa di Zanda e Speranza , che ha infoltito la schiera di chi oggi ce l’ha con Bersani.
Ma poichè – come Enrico Letta ha annotato aprendo la Direzione – «il tentativo di Bersani senza unità del Pd è impossibile», nemmeno ieri malesseri e dissensi sono venuti allo scoperto.
E in fondo, solo di questo si tratta: di farli emergere. Perchè che esistano, Bersani lo sa: meglio ancora, lo considera scontato. Del resto, far «girare la ruota» – come il segretario ripete – è operazione spesso dolorosa. E talvolta perfino rischiosa.
E così, il Pd osserva Bersani alle prese con la sua missione impossibile e lo fa con una passione e una partecipazione impalpabili.
Cosa spera la maggioranza del partito?
Difficile dirlo, in considerazione delle tante partite aperte tra i democratici (dal Quirinale fino alla possibilità di elezioni a giugno).
E in fondo, la forza del segretario oggi sta soprattutto qui: nelle debolezze e nelle divisioni di chi – più o meno scopertamente – lo avversa.
C’è chi vorrebbe che il governo nascesse (i bersaniani) ma magari per durare pochi mesi (è quel che sperano i «giovani turchi» ed i renziani); c’è chi vorrebbe che il governo non nascesse affatto e se ne varasse uno «del Presidente» (i veltroniani, i dalemiani e gran parte di quella che fu la maggioranza che elesse Bersani e lo ha poi sostenuto alle primarie), e c’è – infine – chi direbbe sì a qualunque ipotesi che tenga Renzi lontano (ma fino a quando?) dal quartier generale…
Una pentola a pressione, insomma, nella quale alle delusioni da «ruota che gira» si vanno sommando preoccupazioni politiche e timori personali.
Ma è già noto a tutti il passaggio nel quale il coperchio della pentola potrebbe saltare: l’eventuale naufragio del tentativo Bersani.
A quel punto, il Pd si ritroverà di fronte a un bivio micidiale: seguire Napolitano nel probabile tentativo di dare comunque un governo al Paese o stare sulla linea del segretario (dopo di me, solo il voto).
Difficile dire come finirà : ma secondo alcuni, in nome della chiarezza,sarebbe già molto farlo cominciare…
Federico Geremicca
(da “La Stampa“)
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Marzo 25th, 2013 Riccardo Fucile
MARINI E MATTARELLA IN POLE…MA NEL PDL SPUNTA DINI
Un sottile filo bianco che porta ai nomi di Franco Marini, Sergio Mattarella e Pierluigi Castagnetti.
Eccola la squadra a tre punte sulla quale il segretario dei Democrat e i suoi «ambasciatori» si stanno spendendo nelle trattative assai riservate che vanno avanti sotto il manto delle consultazioni ufficiali.
Le due partite del resto si intersecano, impensabile chiudere quella per Palazzo Chigi tenendo fuori il Colle.
E lo schema di gioco non può prescindere da un accordo di massima con Berlusconi e i suoi, ma anche con Maroni e la Lega.
Con l’obiettivo di strappare la loro «non sfiducia», la mancata partecipazione al voto che consenta a Bersani di strapparla, quella benedetta fiducia al Senato, e salpare. Ipotesi che ancora in queste ore, a sentire dirigenti di prima fascia Pdl come Maurizio Lupi o Mariastella Gelmini, non vengono prese nemmeno in considerazione dal Pdl.
In casa democratica sono convinti invece che sulla tattica del Cavaliere «pronto alle urne» prevarrà il suo istinto di sopravvivenza, la voglia di non essere tagliato fuori dai giochi che contano.
Il premier incaricato Bersani va ripetendo ai suoi che con la bandierina Pd a Palazzo Chigi e i presidenti delle Camere espressione del centrosinistra, non potrà non trattare sul Colle con l’emisfero destro delle Camere.
E offre perciò una terna.
Tutta di illustri “ex”, ai quali i grillini potranno opporre come al solito la clausola generazionale, ma tenendo pur conto – è il ragionamento – che la soglia del Quirinale la si varca solo se si sono compiuti i 50 anni e con qualche gallone sulle spalle.
Franco Marini è stato presidente del Senato, figura di moderato e, come dicono anche dal Pdl, «di buon senso».
Quando nel 2008 venne incaricato dopo le dimissioni di Prodi, non si accanì oltre e gettò la spugna aprendo la strada verso il voto.
E ancor più apprezzata perchè il 26 luglio del ’90, in occasione dell’approvazione della legge Mammì ad opera del sesto governo Andreotti, nella spaccatura che seguì nella Dc, Marini si schierò col presidente del Consiglio e non con gli «indignati».
Su di lui pesa forse la mancata rielezione alle ultime Politiche.
Proprio quel lontano trascorso della Mammì è invece l’handicap, visto da destra, che grava sul secondo petalo della rosa bersaniana, Sergio Mattarella: giudice costituzionale, è stato ex ministro, nonchè padre della legge elettorale post Tangentopoli.
Ma nel luglio del ’90 lui è uno dei ministri diccì che ha preferito dimettersi piuttosto che approvare la norma che spalancava l’etere alle tv del Biscione.
Berlusconi, raccontano, non gliel’ha mai perdonata.
E infine Pierluigi Castagnetti. Ha fatto un passo indietro, non si è ricandidato, ex segretario del Ppi, vicepresidente della Camera nella passata legislatura, un cattolico con ottimi e longevi rapporti con le gerarchie vaticane.
Per non dire del gradimento di Matteo Renzi, che in questa fase conta non poco.
Fin qui l’offerta della trattativa sottotraccia.
Se Berlusconi e Maroni dovessero rigettarla, si aprirebbe tutta un’altra partita.
In Largo del Nazareno ragionano in queste ore anche dell’eventuale ipotesi “B” che in realtà implica due strade distinte.
La prima conduce su un sentiero “istituzionale”. E porterebbe i democratici a giocare la carta Pietro Grasso, attuale presidente del Senato, che ha già ottenuto il consenso (e il voto) di una parte del M5s.
Ma potrebbe avere la stessa veste super partes e perseguire le medesime finalità il nome di Emma Bonino, già commissario europeo, ex vicepresidente del Senato, madre di tante battaglie sul fronte dei diritti civili, matrice in tal caso spiccatamente laica.
In alternativa all’opzione “istituzionale” viene tenuta invece in serbo – e com’è ovvio sponsorizzata ancora da Scelta civica – la pedina Mario Monti, sebbene parecchio segnata dalla campagna elettorale.
Silvio Berlusconi non ci sta tuttavia a giocare di rimessa. Lo ripeterà anche oggi ai parlamentari convocati d’urgenza alla Camera.
Il Pdl, sulla carta, avrebbe una sua rosa. Il Cavaliere insisterà ancora pro forma sulla conferma di Napolitano, nonostante l’ultima chiusura di ieri.
Nè l’ex premier spera realmente che Gianni Letta possa spuntarla: nessun candidato Pdl viene considerato «potabile» dal centrosinistra.
Il nome di Franco Marini è stato fatto sabato a Palazzo Grazioli, nei conciliaboli seguiti alla manifestazione di Piazza del Popolo.
Come pure, a sorpresa, quello di Lamberto Dini, altro ex a suo modo «trasversale». Sarebbe pure gradito al capo ma scarsamente giustificabile al suo elettorato il voto per Luciano Violante.
Sullo sfondo, restano le nebbie dell’eventuale impasse. Se il gioco dei veti incrociati dovesse paralizzare la scacchiera, lo sbocco potrebbe essere un nome esterno alla politica.
Espressioni della società civile, outsider ma di assoluto prestigio come il giurista Gustavo Zagrebelsky, l’ex garante per la Privacy Stefano Rodotà , l’ex presidente del Cnel e attuale del Censis, Giuseppe De Rita.
Pedine sulle quali, proprio per la loro natura, i Cinque stelle potrebbero alla fine convergere.
Il 15 aprile in teoria si va in aula per votare, ma le regionali in Friuli del 21 aprile costringeranno allo slittamento a fine mese, dieci giorni di tempo per le tre minoranze finora disaccordi su tutto.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Marzo 22nd, 2013 Riccardo Fucile
SCONTRO TRA PRESIDENTE E SEGRETARIO: “SENZA DI ME, IL VOTO”
La faccia di Pier Luigi Bersani, quando esce alle sette e venti di sera dalla porta sorvegliata da due corazzieri, la faccia, dicevamo, è la stessa di questi giorni.
Contrita, pensosa, senza un sorriso che sia uno.
Lo scatto d’orgoglio arriva nelle dichiarazioni alla stampa. Per la serie: “Voglio l’incarico”, anche se non lo dice esplicitamente.
Nella sala della Vetrata si sente solo il ronzio dei clic fotografici. Bersani parla.
Dietro i capigruppo parlamentari del Pd, Luigi Zanda e Roberto Speranza, più defilato il portavoce Stefano Di Traglia.
L’attesa consultazione con il capo dello Stato, l’ultima di questa due giorni al Quirinale, si può riassumere in questa formula densa di superlativi: “cordialissima” nella forma, “malissimo” nella sostanza politica.
L’eterno scontro, da un anno e mezzo da questa parte, tra il segretario del Pd e il capo dello Stato si è espresso nei tanti “non detto”, da una parte e dall’altra.
Uno su tutti, nella testa di Bersani: “O me o il voto”.
Che poi dopo, davanti ai giornalisti, abbia precisato che l’incarico “non è un problema personale”, questo appartiene più alla forma che alla sostanza.
Oggi, sia chiaro, il candidato premier del centrosinistra si aspetta un mandato dal Quirinale per varare il governo di minoranza di cui tanto si discute.
Un mandato esplorativo almeno, nel senso che poi dovrebbe ritornare da Napolitano e riferire sul giro di incontri.
Al momento è questa l’unicai potesi in campo, al netto di scenari e retroscena, che Bersani difende con una frase dall’incipit paradossale: “Non ho piani B ma non ho neanche un piano A, ho portato la nostra riflessione e poi rispetto il ruolo del presidente della Repubblica per dire come uscire da soluzione difficile. Non abbiamo avanzato subordinate se stiamo alla politica, questo è uno ragionamento per l’avvio della legislatura”.
Senza “subordinate”, significa che oggi eventuali nomi diversi fatti dal capo dello Stato per un incarico sarebbero interpretati come “uno schiaffo” al maggior partito del Paese.
Ne sono convinti tutti nel Pd, anche chi non è troppo vicino a Bersani ammette: “Domani mattina (oggi per chi legge, ndr) è impensabile che Napolitano dia l’incarico a Grasso per un governo di scopo o del presidente”.
Su questo si scommetterà per tutta la notte nel partito, centellinando e interpretando, ancora una volta, il resoconto del colloquio durato più di un’ora al Quirinale.
Il segretario del Pd a Napolitano ha ribadito che “governabilità e cambiamento” sono “inscindibili”.
Sulle strategie e sulle valutazioni di Napolitano, teorico delle larghe intese, in questa lunga partita a scacchi che sta per concludere la sua prima fase, Bersani ha piantato un paletto grosso: “Io sento, e il mio partito sente, di avere una responsabilità da esercitare per fare qualcosa per il Paese. La nostra intenzione è di mettersi al servizio per trovare una soluzione non qualsiasi, un governo che non è di cambiamento porterebbe il Paese a guai peggiori”.
Evidente la chiusura al Pdl in quella “soluzione non qualsiasi”.
L’unico punto di contatto tra Quirinale e Pd è quando Bersani introduce il tema delle riforme istituzionali e della legge elettorale perchè su “certi temi si parla con tutti”. Ma quando poi chiede “corresponsabilità a tutte le forze” sul programma di “cambiamento” del suo progetto di governo di minoranza, anche qui ritorna la pregiudiziale sul partito di Silvio Berlusconi: “Ci rivolgiamo a tutto il Parlamento anche per quel che riguarda i punti del cambiamento. Naturalmente ci sono punti che dalla destra sono stati impediti in questi anni, anche in quest’ultimo anno, quindi immagino che su questi punti di governo sarebbe una singolare via di Damasco”.
La navigazione a vista del segretario democratico resta la stessa della vigilia.
Giocarsi in Senato le sue carte, sperando in una non ostilità di quasi tutti i partiti, compresa la Lega, evocata ieri implicitamente con la proposta di una Camera delle autonomie.
La partita delle prossime ore dovrebbe essere questa, se Napolitano cederà alla richiesta di Bersani.
Per un giorno, massimo due, si allontana l’ipotesi di un governo istituzionale da affidare al neopresidente del Senato Piero Grasso.
Nell’incontro di ieri, nessuno ha fatto questo nome. Nè altri.
È stato un match a due. Bersani e Napolitano e a questo punto inizia a profilarsi seriamente l’orizzonte delle elezioni anticipate in estate.
Perchè su un punto il Pd non si smuove: nessun dialogo con il Pdl per un governo di larghe intese.
La direzione è opposta. E anche se ieri il M5s ha chiuso di nuovo tutti i varchi, Bersani è consapevole in giro ci sono solo “debolezze”, compresa la sua.
Di qui nasce l’insistenza del governo di minoranza, “debolezza per debolezza”. Osserva un bersaniano: “Perchè un governo Grasso, magari con il sostegno del Pdl, dovrebbe essere forte quando nessuno di noi lo voterebbe?”.
Già , perchè? Bersani si sente a tutti gli effetti il primo non vincitore: “Il Pd è la prima forza checchè ne dica qualcuno. Noi siamo il primo partito, la prima coalizione e ci mettiamo al servizio del Paese e dell’Europa che guarda attenta e preoccupata la situazione italiana”.
Una “forza” che non insegue nessuno.
Il riferimento, stavolta, è ai grillini: “Ho sentito questa curiosa affermazione del Movimento 5 stelle in questi giorni, che noi dobbiamo votare i loro per rispetto ai loro elettori, ma loro non votano i nostri. Allora noi oggi abbiamo dimostrato rispetto per i loro elettori, loro non hanno mostrato rispetto per i nostri. Punto”.
Oggi Bersani conoscerà il suo destino.
In cima alla sua agenda di premier incaricato o di esploratore ci saranno punti come la moralizzazione e la lotta alla corruzione.
A sinistra non accadeva da tempo.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 22nd, 2013 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO PD AVRA’ DUE-TRE GIORNI PER DIMOSTRARE DI AVERE L’AUTOSUFFICIENZA
Lo stallo è continuato fino a sera.
La strada per risolvere il rebus del dopo voto da stretta, anzi, strettissima, sembrava diventata un vicolo cieco.
Eppure Pierluigi Bersani non si rassegnava e non si rassegna: è pronto a combattere fino in fondo e rivendica il diritto di imboccarlo, quel sentiero.
Per quanto impervio e buio possa essere.
Attraverso un richiamo alla corresponsabilità , vuole provare a mettere in piedi il suo «governo di cambiamento».
Insomma: è determinato ad aprire la sfida (sul proprio progetto, il proprio programma, i propri nomi) a «tutte le forze parlamentari», a costo di farsi dire pubblicamente di no e di non raggiungere così l’autosufficienza di cui avrebbe bisogno in Senato.
E in ogni caso senza digerire l’idea di un passo indietro per carità di patria.
Ecco l’aggrovigliato nodo che ieri sera Giorgio Napolitano si è trovato a sciogliere, al termine di due giorni di consultazioni, facendo ricorso a tutta la sua esperienza politica e istituzionale.
È difficile, per lui, non concedere al segretario del Partito democratico questa chance, attraverso un incarico.
Difficile, per non dire impossibile, anche se sa bene – e lo sa Bersani – che un simile tentativo è esposto al rischio del fallimento e potrebbe dunque rivelarsi un azzardo, oltre che una perdita di tempo.
Tuttavia il presidente della Repubblica un tale passo lo deve fare, in forza del responso delle urne, in base al quale il Pd può vantare la vittoria, seppur mutilata.
Ora, a parte lo scatto d’orgoglio politico e personale del candidato premier, a parte il suo bisogno di tenere unita una dirigenza in tensione e sotto stress, a parte il vago sapore pre elettorale che questa mossa si porta dietro, ciò su cui ci si è interrogati a lungo era la natura del mandato.
Che, si può anticipare, non sarà pieno.
Qualcuno azzardava che potrebbe essere «esplorativo», così che Bersani in persona verificasse se è in grado di ottenere i numeri dei quali ha bisogno: ma gli «esploratori» sono di solito figure terze, quasi sempre alte cariche dello Stato, e tale scelta non si applica mai a chi deve poi mettere in piedi il governo.
Sarà quindi, comunque il Quirinale decida di qualificarlo (e la definizione risulterà dagli stessi contenuti con cui il presidente lo configurerà ), un mandato «condizionato», e in un passaggio come il nostro la condizione regina è ovviamente che ci sia una maggioranza per la fiducia.
Sarà questo il primo, e provvisorio, giro di boa del consulto quirinalizio.
Napolitano lo formalizzerà nel pomeriggio di oggi, dopo aver completato in solitudine le sue riflessioni e tratto un bilancio dal faticoso confronto che ha avuto con tutti gli attori in campo.
Il primo dato sensibile raccolto è che esiste una larga maggioranza che, nonostante le minacce incrociate dei giorni scorsi, non vuole tornare al voto: risultato scontatissimo, se non altro per l’istinto di autoconservazione che percorre un Parlamento appena insediato.
Ha poi dovuto affrontare l’atteso faccia a faccia con il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo (e c’è stata molta curiosità reciproca e qualche ironia sdrammatizzante), dopo il quale ha dovuto verbalizzare quel che in rete era stato già ripetuto infinite volte dal blogger: nessuna stampella al Pd, nessuna foglia di fico, nessuna fiducia a governi dei vecchi partiti.
A parte il copione già recitato del centrodestra berlusconiano, l’autentico scoglio da aggirare era l’incontro delle 18 con Bersani.
Dal Pd erano stati fatti filtrare segnali duri e preoccupanti anche per il Quirinale. Dall’entourage del vertice si continuava a bocciare qualsiasi scenario di larghe intese con il Pdl.
Un arroccamento fondato su un vero ukase: se si insiste per un accordo con Berlusconi, si deve capire che, a parte una quarantina di renziani e una decina di veltroniani, gli altri 290 parlamentari del partito si schiereranno compatti contro.
E non resterà altro che il voto.
Una pressione finalizzata a scoraggiare Napolitano e chiunque coltivi l’ipotesi di un esecutivo «del presidente», «istituzionale», «di scopo», o comunque lo si chiami (ipotesi sposata dal centrodestra nel tentativo di rimettersi in gioco), e sulla quale si erano sprecati gli identikit del possibile premier.
Da stasera toccherà a Bersani, provare a far uscire il Paese dall’impasse.
Non avrà molto tempo: due o tre giorni al massimo.
Dopo di che, se tornerà sul Colle senza dimostrare – carta alla mano – di essersi guadagnato l’autosufficienza, l’ultima mossa sarà del capo dello Stato.
E, contro ogni obliqua minaccia, c’è da giurare che un impensabile deus ex machina per un suo governo lui lo scoverà .
Marzio Breda
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO PD POTREBBE LIMITARSI A FARE DA “REGISTA”
L’obiettivo resta chiarissimo, e non muta: un governo per il cambiamento. 
Di tutto il resto – a chi l’incarico, in che tempi e con quale mandato – Pier Luigi Bersani discuterà oggi al calar del sole con Giorgio Napolitano: senza rigidità o, addirittura, impuntature.
«Pier Luigi, naturalmente, se la sente di gestire questa fase – annota Stefano Di Traglia, fidatissimo portavoce -. Ha inviato a tutti i parlamentari gli otto punti base del possibile programma, e questo vuol dire che vuole ed è pronto a governare. Ma adesso occorre abbassare la tensione su chi e quando avrà un mandato dal Quirinale: perchè questo è compito di Napolitano, di cui ci fidiamo pienamente».
E così, alla vigilia dell’incontro che Bersani, Zanda e Roberto Speranza avranno oggi col Capo dello Stato, il Pd sembra correggere un po’ quella che era parsa, fin qui, la linea da tenere: e cioè, incarico pieno al segretario dei democratici per tentare di formare subito un governo.
L’operazione-«sfondamento» nei confronti dei parlamentari del Movimento Cinque Stelle, infatti, non è riuscita.
Nonostante l’elezione di Grasso e Boldrini – presidenti più che nuovi – Beppe Grillo insiste nel no alla fiducia ad un esecutivo Bersani: e dunque occorre battere altre strade.
Martedì sera, il leader Pd ne ha discusso fino a notte fonda con alcuni fedelissimi (Errani e Migliavacca) oltre che con Enrico Letta e Dario Franceschini.
Approdi definiti ancora non ce ne sono: ma più d’uno dei partecipanti all’incontro avrebbe consigliato a Bersani di far precedere il suo tentativo dalla ricognizione di un “esploratore” (e il nome di Piero Grasso continua ad esser il più accreditato).
Se la correzione di rotta venisse oggi confermata nel colloquio tra la Napolitano e la delegazione Pd, la novità troverebbe un positivo riscontro al Quirinale.
Sul Colle, infatti, l’idea resta quella di avvio: seppur insufficiente ad assicurargli una maggioranza, il risultato elettorale ha indicato in Bersani il leader della coalizione vincente: e se dunque chiedesse per sè l’incarico per tentare di formare un governo, non vi sarebbero obiezioni.
Ma il punto è: troverebbe poi una maggioranza in Parlamento?
E in un quadro così, al segretario del Pd non converebbe – forse – una esplorazione preventiva, o addirittura ritagliare per se stesso il ruolo di king maker in una fase tanto complessa?
Bersani e Napolitano ne discuteranno appunto oggi: e l’incontro servirà , magari, per chiarire altre questioni sul tappeto.
Una su tutte, forse: e cioè l’ipotesi che, di fronte al perdurare di una situazione di stallo, Napolitano possa passare la mano con un po’ di anticipo al suo successore. «Possibilità inesistente – spiegano fonti del Quirinale -. Il presidente ha più volte ripetuto che resterà al suo posto fino all’ultimo giorno. A meno di situazioni imprevedibili e, soprattutto, ingestibili».
Come, per esempio, quella di un presidente incaricato che sciolga la riserva, vada alle Camere ma poi non ottenga la fiducia del Parlamento.
Ipotesi più di scuola che concreta: ma eventualità impossibile da escludere in una situazione ancora così confusa.
Tutti i partiti, per altro, cominciano a fibrillare: Pd compreso, naturalmente, soprattutto in ragione della linea proposta da Bersani (e accolta dalla Direzione) circa l’impossibilità di unire i voti dei democratici a quelli di Berlusconi.
Di fronte al perdurare del no di Grillo a qualunque alleanza, infatti, sullo sfondo comincerebbero a stagliarsi con nettezza le elezioni anticipate.
Ed è questa la seconda partita che potrebbe lacerare il Pd.
Al voto quando? Alleati con chi? E con quale candidato premier?
Bersani immagina di poterci riprovare, se si votasse a giugno: anche per l’impossibilità di fare nuove primarie.
Ma Matteo Renzi non è d’accordo: «In un paio di settimane potremmo organizzarle», ha spiegato ai suoi.
Si profila un nuovo braccio di ferro, insomma: come a dire sale su ferite ancora aperte.
Federico Geremicca
(da “la Stampa“)
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