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I TRE OSTACOLI SULLA STRADA DI BERSANI

Marzo 20th, 2013 Riccardo Fucile

SUL VOTO ANTICIPATO PESANO LA CRISI DI CIPRO, I SONDAGGI E IL REBUS DEL QUIRINALE

Bersani corre verso l’incarico di governo, che Napolitano difficilmente gli potrà  negare dopo la doppia vittoria Pd sulla presidenza delle Camere.
Il suo leit-motiv resta sempre lo stesso: serve un governo, anche di minoranza, sostenuto dai grillini; in alternativa, nuove elezioni immediate.
Sulla possibilità  di coinvolgere i Cinque Stelle, qualcosa si capirà  già  domattina, quando sul Colle si presenterà  la delegazione M5S.
Per quanto riguarda le eventuali nuove elezioni, viceversa, Bersani sa di dover superare tre ostacoli grandi così.
Il primo ostacolo si chiama crisi, Europa, mercati. Tanto più alla luce di quanto accade dalle parti di Cipro.
Fino ad ora la speculazione internazionale ci ha dato tregua, così come la Merkel e gli altri partner Ue, sul presupposto che le nostre istituzioni meritino rispetto, per fare il nuovo governo dobbiamo poterci prenderci il tempo necessario.
Ma l’atteggiamento di questi signori cambierebbe il giorno in cui apprendessero che l’Italia torna alle urne senza la minima garanzia (causa Porcellum) che il nuovo voto possa superare l’impasse al Senato.
Un clima di tregenda finanziario andrebbe messo, prudentemente, nel conto prima di ipotizzare scenari elettorali.
L’ostacolo numero due, in grado di rendere poco credibile la pistola puntata di Bersani, sono i sondaggi.
Lasciano il tempo che trovano, è vero; anzi spesso vengono smentiti.
Tuttavia i politici continuano a commissionarli perchè non è stato ancora inventato niente di meglio. Ebbene: al momento non sembra che le rilevazioni promettano grandi colpi di scena.
Di sicuro, nessun sondaggio vede un’alleanza Pd-Sel in grado di riuscire là  dove ha fallito neppure un mese fa. Semmai, il contrario.
Viene dunque da chiedersi se davvero Bersani insisterebbe per elezioni, casomai tra dieci giorni scoprisse di non avere la vittoria in tasca.
Terzo e ultimo inciampo, per la strategia del segretario Pd. Per non essere costretto a sostenere qualche governo di tregua «contaminato» dal Pdl, Bersani dove ottenere le elezioni subito, cioè prima dell’estate.
Entro giugno, perchè a luglio molti (beati loro) saranno già  partiti per i monti e per il mare. Ma per ottenere le urne l’ultima o la penultima domenica di giugno, occorre la fattiva collaborazione del nuovo Presidente, quello che sarà  eletto dopo Napolitano.
La sua elezione è in calendario dal 15 aprile.
Strategico, per Bersani, è che si tratti dunque di un Capo dello Stato eventualmente disposto a sciogliere le Camere.
Ma non gli sarà  facile portarlo a casa.
La scelta verrà  fatta a scrutinio segreto; e si può già  scommettere che molti grandi elettori, specie quelli entrati in Parlamento grazie ai premi e premietti di maggioranza, prima di votare il nuovo Presidente si faranno due conti.
Privilegiando un candidato al Quirinale che si orienti, casomai, a proseguire la legislatura per un ulteriore tratto di strada.
Piaccia o meno, così va la politica, a ogni latitudine.

Ugo Magri
(da “La Stampa“)

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LA DOPPIA PARTITA DI PIERLUIGI: “HO I NUMERI PER ANDARE ALLE CAMERE”

Marzo 20th, 2013 Riccardo Fucile

IL SEGRETARIO STUDIA LA LISTA DEI MINISTRI, SACCOMANNI ALL’ECONOMIA

È anche il passaggio chiave che lo divide dal presidente della Repubblica.
Perchè appare ormai chiaro: dalle consultazioni che cominciano oggi, non uscirà  una maggioranza certificata al Senato.
Il Movimento 5stelle e la Lega infatti non daranno un via libera ufficiale.
Solo Scelta civica è pronta a pronunciare il suo sì davanti al capo dello Stato. A questo punto, non è difficile pronosticare un braccio di ferro tra il Colle e il centrosinistra.
Per allentare la tensione, Napolitano sta già  pensando a un secondo giro di consultazioni
Sul piano formale il rapporto col Quirinale è stato ricucito negli ultimi giorni da Bersani e da altri interlocutori democratici.
Ma la sostanza dei numeri non è cambiata, nemmeno dopo il colpo di scena dell’elezione di Laura Boldrini e Pietro Grasso.
Con i senatori di Mario Monti, il Pd può contare su 146 voti (il neopresidente non vota). Ne mancano 12 per avere la maggioranza assoluta.
Questo “buco”, il segretario è convinto di poterlo colmare col programma e con una lista di ministri ispirata al metodo “Grasso-Boldrini”: volti nuovi e a sorpresa.
Con una sola eccezione: la casella dell’Economia è già  sicura per Fabrizio Saccomani, attuale direttore generale di Bankitalia.
Rappresenta la polizza di garanzia presso i mercati e la Bce
Al centrosinistra non mancano gli esterni e le competenze, anche fra i neoeletti.
Non si va lontano dalla realtà  indicando come possibili ministri Carlo Petrini, inventore di Slow Food e padre fondatore del Pd; Giampaolo Galli, ex direttore generale di Confindustria e neodeputato; Massimo Mucchetti, senatore ex editorialista del Corriere; Fabrizio Barca.
Accanto a loro resistono gli identikit di Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà , graditi ai movimenti e ai 5stelle
Profili e programma però non sono sufficienti.
Il rischio della falsa partenza, ossia di un governo che si presenta in Parlamento ma non ottiene la fiducia, resta alto. Bersani si richiamerà  ad alcuni precedenti.
A cominciare dal primo governo Berlusconi, partito nel 1994 senza la maggioranza al Senato, maggioranza strappata grazie al voto di tre senatori a vita.
«Ma c’è anche il De Gasperi VIII nel ’53, che non ottenne la fiducia – ricorda ai suoi il leader del Pd –. E nel ’76, Andreotti non era certo di avere l’astensione del Pci per l’esecutivo di solidarietà  nazionale».
Saccomani è certamente la figura giusta per confermare gli impegni internazionali e la stabilità  economica in vista «della scadenza di un pacchetto enorme di titoli pubblici tra maggio e luglio», spiega Bersani.
Ma ancora non basta.
In Parlamento, il premier designato si presenterebbe annunciando non un governo di legislatura, ma un esecutivo a termine, «anche di un anno. Poi si verifica se ci sono le condizioni per andare avanti».
Sono argomenti che Napolitano ha già  avuto modo di ascoltare nei colloqui informali, ma che non allontano lo spettro di un salto nel buio.
Per agganciare i grillini, il Pd è pronto a votare i loro candidati questori e vicepresidenti senza chiedere in cambio il sostegno ai propri candidati.
Le dichiarazioni di Roberto Maroni, che pure si presenterà  al Colle con Berlusconi, vengono considerate a Largo del Nazareno un’apertura, seppure timida.
Su Monti, invece, si può contare da subito: i parlamentari di Scelta civica voteranno Bersani.
In questo modo, il premier conta di rientrare nel gioco, dopo il pasticcio sulle presidenze delle Camere.
Nel suo mirino infatti c’è sempre l’elezione del nuovo capo dello Stato, anche se al Pd considerano in ascesa le quotazioni di Grasso.
Un candidato da offrire anche al Pdl, molto pentito di aver puntato su Schifani sabato, e che ha avviato il dialogo con Grillo tagliandosi l’indennità  del 30 per cento
Il sentiero stretto preoccupa anche il Partito democratico. Soprattutto quelli che puntano a un “dopo”, se Bersani fallisce. «Il timore c’è», ammette un bersaniano.
Da Massimo D’Alema a Matteo Renzi, una parte del Pd considera sbagliato entrare in carica senza avere la fiducia.
Un primo segnale di dissenso alla linea del segretario è stato registrato ieri durante la votazione del capogruppo alla Camera Roberto Speranza.
Novanta voti dispersi su 290 sono tanti, anche se non è insolito lo “sfogatoio” nel segreto dell’urna.
Chi scommette su elezioni vicine, come il sindaco di Firenze, non è convinto che il modo migliore per arrivarci sia avere Bersani a Palazzo Chigi, sconfitto nelle urne e nelle aule parlamentari.
Altri, come D’Alema, continuano a non escludere il piano B, ossia un governo del Presidente con il Pdl, sapendo che il Quirinale comincia il giro di consultazioni con una sola certezza: «Il presidente farà  tutto il possibile per evitare un altro scioglimento delle Camere».

Goffredo De Marchis
(da “la Repubblica“)

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BERSANI ADESSO APRE AL PDL: “DIALOGO PER IL QUIRINALE MA NON SARA’ SILVIO A SCEGLIERE”

Marzo 19th, 2013 Riccardo Fucile

DA AMATO A GRASSO. SI ALLARGA LA LISTA DEI NOMI

«Il problema esiste. Non è un’invenzione di Berlusconi». Al netto dei toni e delle minacce del Cavaliere, Pier Luigi Bersani sa che il Pd non può permettersi un’occupazione militare delle cariche istituzionali, tanto più dopo una mezza vittoria. E che sul nuovo presidente della Repubblica «occorre cercare una soluzione anche con il Pdl. Non su un nome loro, ovviamente. Ma si deve provare a condividere una proposta».
È un passo che segue la difficile partita del governo, per il quale rimane il veto assoluto di Largo del Nazareno a una collaborazione con il centrodestra.
Però il Quirinale è chiamato a rappresentare, per i prossimi sette anni, il Paese. Compresi gli otto milioni di elettori berlusconiani.
Il segretario del Pd è convinto che il voto del 24 e 25 febbraio abbia cambiato radicalmente la geografia del Parlamento.
La massiccia presenza dei 5stelle «modifica il concetto stesso di condivisione e di unità  nazionale che abbiamo conosciuto nelle precedenti legislature».
Eppure il centrodestra è ancora lì, sconfitto ma vivo.
Per questo, escludendo figure di parte come quella di Gianni Letta, andrà  aperto un confronto con il Cavaliere. Con una variabile nuova e non di poco conto: il Movimento di Grillo.
Nell’ottica di un dialogo con il Pdl, riaffiora subito il nome di Giuliano Amato, una storia iscritta nella sinistra italiana, con molti passaggi contrastati nel rapporto con Ds, Ulivo e Partito democratico.
L’ex premier può contare sul sostanziale sostegno del centrodestra, ma resta l’incognita 5stelle, dei quali Bersani non vuole e non può fare a meno.
Il Pd perciò si prepara a lavorare su altri nomi che appaiono lontani dal mondo di Berlusconi.
«Ma facciamo l’esempio di Grasso – ragionano a Largo del Nazareno – . Certo, è un senatore eletto nel Pd. Allo stesso tempo è una personalità  che ha collaborato con i governi di tutti i colori. Ed è un nome che avrebbe potuto raccogliere voti del centrodestra anche al Senato».
Trovare un punto d’incontro in questo Parlamento appare un’impresa impossibile, più della formazione di un esecutivo.
Altri candidati in campo sono Stefano Rodotà , Gustavo Zagrebelsky, Giuseppe De Rita. E Romano Prodi, naturalmente.
Su Massimo D’Alema, che avrebbe il sostegno dell’intero centrosinistra da Nichi Vendola a Enrico Letta, si ipotizza una sponda con il Pdl, come per Amato.
Anche se dalla Bicamerale in poi, Berlusconi è sempre riuscito a scottare il presidente del Copasir uscente.
E Mario Monti, da tempo, lo vede come il fumo negli occhi.
Il riferimento del Pd a Grasso, alla sua possibilità  di allargare il consenso (la prova è il voto di sabato) non è casuale.
Il neopresidente del Senato è di diritto nella rosa dei papabili.
Mentre, secondo Bersani, non potrà  essere utilizzato per un governo di larghe intese o del Presidente «che non esiste perchè dalle urne non è uscito uno schema Pd-Pdl-Monti».
Il segretario punta a un incarico che gli consenta di cercare la maggioranza in Parlamento.
Aprendo a Monti «in continuità  con gli impegni internazionale assunti», alla Lega se cerca «un filo di interlocuzione istituzionale», ai 5stelle «puntando su proposte e scadenze come quella del conflitto d’interessi».
A questi partiti il Pd è pronto a concedere posti-chiave in Parlamento. «A Grillo vogliamo dare i vicepresidenti alla Camera e al Senato. E due questori, che hanno in mano la cassa del Palazzo. Vogliono controllare? Possono farlo. Ma ci vuole un accordo. Devono sapere che se votano solo i nomi loro, come hanno fatto sabato, non otterranno nulla».
È questa la sfida di Bersani. Avere il via libera del Colle per andarsi a cercare una maggioranza al Senato sulla base del programma.
Un precedente c’è: quello del primo Berlusconi, 1994, che strappò la fiducia al Senato senza avere la certezza dei voti.
Ma i dubbi di Napolitano, alla vigilia delle consultazioni che cominciano domani, non sono sciolti. «Le elezioni dei presidenti delle Camere non hanno cambiato il dato oggettivo – è il ragionamento del capo dello Stato – . Il centrosinistra ha una maggioranza assoluta a Montecitorio e una relativa a Palazzo Madama. Ha dimostrato però che non esiste una maggioranza contrapposta».
Significa che se il Pd «lo chiede», avrà  l’incarico per il suo leader.
Poi, la palla passa a Bersani, tocca a lui «fare le sue consultazioni». Se il segretario non porta i numeri (ed è consapevole di non averli), Napolitano avrebbe molte remore a mandarlo alle Camere.
Bersani però insiste: punta sulla qualità  delle proposte, sui nomi della squadra (da Barca, agli stessi Rodotà  e De Rita).
Ma se fallisce e l’unica strada alternativa è quella del voto?
Napolitano non vuole che sia un governo guidato dal leader che ha semivinto le elezioni e senza fiducia a portare l’Italia al voto.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)

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NEL “GOVERNO BERSANI” LA CARICA DELLE DONNE: IN PISTA TINAGLI, MOSCA, MARZANO, CARROZZA, MUTI

Marzo 18th, 2013 Riccardo Fucile

ACCANTONATI I POLITICI DI PROFESSIONE PER DARE UN SEGNALE FORTE DI CAMBIAMENTO E IMBARAZZARE I GRILLINI… TRA GLI UOMINI RODOTA’, GALLI, SETTIS, FERRARI, GOTOR E FIANO

«Ho buttato via due ministri!». Nella battuta con cui Bersani commenta l’elezione di Boldrini e Grasso c’è in nuce la lista che spera di consegnare al Quirinale, se e quando sarà .
Dopo aver portato «una boccata d’aria fresca» in Parlamento, il segretario del Pd progetta la stessa rivoluzione per Palazzo Chigi.
Un «governo di cambiamento» dove al posto di D’Alema, Veltroni, Fioroni, Bindi, Vendola o Visco siedano talenti che poco o nulla hanno a che fare con la politica di professione.
«Gente nuova e di esperienza», è la formula magica che ronza nella testa di Bersani.
I nomi? Lui non li fa, ma al Nazareno le voci si rincorrono.
Il leader vuole «giovani sperimentati» e molte donne ed ecco che nel totoministre entrano Maria Chiara Carrozza, rettore del Sant’Anna di Pisa e la filosofa Michela Marzano, Paola Muti del Regina Elena e Irene Tinagli: l’onorevole economista montiana potrebbe tornare utile nella chiave della «corresponsabilità ».
Se mai toccherà  a lui il segretario si muoverà  con il «metodo Boldrini» cercando figure autorevoli come Stefano Rodotà , figure che possano incrinare la rigida obbedienza dei grillini.
Intelligenze esterne alla logica partitocratica: da Gianpaolo Galli a Salvatore Settis. Il socialista Riccardo Nencini ha in tasca una rosa di papabili: il campione delle nanotecnologie applicate alla medicina Mauro Ferrari per la Sanità  e Alessandro Cecchi Paone per un futuribile ministero dei Diritti civili.
E i «giovani turchi»? Matteo Orfini e Stefano Fassina, pur apprezzati da Bersani, pensano più alla segreteria che al governo.
E Andrea Orlando, il cui nome riecheggiava per la Giustizia, è in corsa per guidare il gruppo alla Camera: sfida ardua, perchè la sua area ha giocato duro nella partita delle presidenze. Si dice che Bersani abbia proposto a Franceschini e Finocchiaro di restare ai loro posti almeno per un po’, ma tra i giovani bersaniani c’è chi propone di sparigliare lanciando due renziani: Richetti e Marcucci.
Per lo storico Gotor si parla dell’Istruzione, mentre il cammino verso Palazzo Chigi di Errani e Migliavacca è tutto in salita: con Bersani vittorioso sarebbero entrati al governo da sottosegretari alla presidenza del Consiglio, ma col nuovo schema anche «gli emiliani» rischiano di dover fare un passo indietro.
Bersani è stato chiaro: «Io, Franceschini e Finocchiaro siamo di una generazione che è capace di non mettersi davanti al bene collettivo…».
La novità  è che ora il leader include anche se stesso nel novero dei «rottamandi» e apre all’ipotesi di gazebo in estate: «Spero che non si vada a votare a giugno. Quanto alle primarie, siamo talmente collaudati che non vedo problemi».
Gli elettori potrebbero trovare sulla scheda due nomi, Matteo Renzi e Fabrizio Barca, che è in corsa anche per i ministeri economici.
Ma se gli elettori del centrosinistra fossero chiamati a scegliere il candidato premier anche Laura Boldrini potrebbe essere un bel nome.
Per gli Interni si è vociferato di Emanuele Fiano e per il Lavoro di Guglielmo Epifani, ma chissà : forse anche l’ex leader della Cigl appartiene ormai ad un’altra era…
E se pure Enrico Letta dovesse fare le spese del nuovo che avanza, il vicesegretario ha due discepoli che godono della stima di Bersani, Francesco Boccia e Alessia Mosca.

Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera“)

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BERSANI TEME L’EFFETTO BOOMERANG, VITTIMA DEL “METODO GRASSO” PER PALAZZO CHIGI

Marzo 18th, 2013 Riccardo Fucile

LA CANDIDATURA RODOTA’ POTREBBE ESSERE GRADITA AI CINQUESTELLE

Bersani è sicuro di essere sul Frecciarossa, direzione palazzo Chigi.
«Venerdì ci davano già  per morti — scherza il segretario con i suoi — adesso mi sa che devono spostare un po’ la data del funerale».
E tuttavia il segretario rischia di essere la prima vittima del suo successo: se infatti il “metodo Grasso” ha funzionato per individuare i presidenti delle Camere, in molti nel Pd iniziano a chiedersi perchè non applicare lo stesso schema anche per il premier.
L’idea di trovare un outsider per palazzo Chigi, un Rodotà  o un Prodi, che spiazzi i cinque stelle e li costringa a uscire dal loro splendido isolamento si va facendo strada.
Ne parlano in molti sottovoce, ma nessuno esce allo scoperto finchè è in campo il segretario.
L’unico che ha il coraggio di teorizzarlo è Pippo Civati, che nel suo blog l’ha definito il Piano C: «Si fa un governo a tempo determinato, un governo del Parlamento, sulla base dei punti che si stanno discutendo in questi giorni, e si cerca una figura che piaccia al Pd e al M5S, se a quest’ultimo non dovesse andare bene il governo Bersani».
Una prospettiva che, al momento, il leader del Pd non prende in considerazione.
Anzi, è deciso a sfidare la sorte e lo «scetticismo» della gerarchia del partito in nome del «rinnovamento ».
Prossima stazione la composizione dell’ufficio di presidenza di Camera e Senato, dove il Pd darà  spazio ai candidati vicepresidenti di cinque stelle, Scelta civica, Lega e Pdl. Per ampliare la capacità  di attrazione in vista della prova più difficile, quella della fiducia.
Galvanizzato dal successo di sabato sulle presidenze parlamentari, Bersani è infatti determinato ad andare avanti e per farcela intende applicare integralmente il “metodo Grasso” anche per la formazione del governo.
Costituire un «dream team» di personalità  di altissimo profilo, con un programma inattaccabile dai grillini (prova ne è la nuova proposta sul finanziamento pubblico ai partiti, prima difeso ora sostanzialmente superato).
I nomi che circolano per la squadra Bersani sono già  un manifesto: da Carlin Petrini (il fondatore di Slow Food, per l’Agricoltura) a Milena Gabanelli, da Fabrizio Barca a Don Ciotti, dallo stesso Stefano Rodotà  a Giuseppe De Rita.
Che il criterio sia quello della massima apertura a personalità  esterne lo dimostra, del resto, una battuta fatta ieri dal leader del Pd a Maria Latella su SkyTg24: «Grasso e Boldrini? Ho buttato via due ministri».
Il punto fermo, ovviamente, è che il numero uno debba essere proprio lui, nonostante il veto assoluto di Grillo a un governo guidato dal Pd.
L’incarico insomma Bersani lo pretende per sè, «non per ambizione ma per senso di responsabilità ».
E a questo punto, dopo aver eletto il presidente di palazzo Madama, ritiene di aver silenziato chi nel partito puntava ancora sulle larghe intese. «Bersani – riconosce Walter Verini – ha fatto una mossa intelligente. Se avesse presentato Finocchiaro o qualunque altro nome politico la crepa nel M5S non si sarebbe mai aperta».
Ma l’apertura ai bei nomi della società  civile non è l’unica arma su cui intende puntare Bersani.
Per assicurarsi il sostegno dei senatori di Scelta Civica, raccontano che il segretario abbia riaperto alla grande il canale con Pierferdinando Casini.
Riavutosi dalla botta del risultato elettorale, il leader dell’Udc è infatti di nuovo in campo come mediatore per portare i montiani verso il sì alla fiducia.
Del resto la leadership di Monti sulla sua formazione politica, dopo i passi falsi sulle presidenze, è in questo momento un po’ appannata.
Anche i parlamentari di Italia Futura sono rimasti senza parole quando il premier, durante l’assemblea (infuocata) del gruppo che doveva decidere come comportarsi sulle presidenze, ha tirato fuori il suo iPhone e ha letto davanti a tutti un Sms ricevuto dal capo dello Stato.
Nel messaggio Napolitano sollecitava Scelta Civica ad apprezzare l’offerta del Pd per mandare un montiano alla presidenza della Camera.
Ma, al di là  del contenuto, tutti i presenti sono rimasti colpiti dal fatto che Monti rivelasse una comunicazione tanto riservata del presidente della Repubblica.
Insomma, con il Pdl ormai sulle barricate e proiettato verso le elezioni anticipate, Casini è certo di poter convincere le truppe sbandate di Monti a seguirlo verso la fiducia al governo Bersani.
Anche la Lega, con i suoi diciassette senatori, resta un interlocutore del Pd.
Quanto meno per ottenere una fiducia “tecnica” che consenta alla legislatura di partire. Insomma, il governo Bersani potrebbe assomigliare al calabrone, che riesce a volare nonostante le leggi della fisica dicano il contrario.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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E IL PD SI RICOMPATTA, I RENZIANI: “CHAPEAU”

Marzo 17th, 2013 Riccardo Fucile

IL SI’ DI GIOVANI TURCHI E RENZIANI

La ruota gira, direbbe Bersani. I renziani sono i più entusiasti della mossa del segretario. «Scelte ottime, personalità  nuove e straordinarie. Magari durano due mesi, ma tanto di cappello».
Lo dice Luca Lotti, neodeputato, quasi un fratello del sindaco di Firenze.
La senatrice umbra Nadia Ginetti ha un sorriso largo così: «Questo è il cambiamento che vogliamo noi. Oggi si può essere orgogliosi di rappresentare il Pd».
Quando è ancora in corso il ballottaggio al Senato, Bersani già  vola verso Milano, tappa intermedia prima di tornare a casa a Piacenza.
Vuole solo dormire, dopo una notte in bianco, la notte «in cui abbiamo dimostrato che cambiare si può».
Poi, l’esito del voto a Palazzo Madama lo spinge a valutare la decisione dei grillini. «C’è gente che comincia a capire che vogliamo davvero il cambiamento. Non a chiacchiere, coi fatti. Dimostreremo che siamo pronti a seguire ancora questa strada».
Nessuna concessione all’antipolitica, sia chiaro.
«Semmai, Boldrini e Grasso dimostrano che la polita sa offrire un’immagine nobile dell’Italia, che le istituzioni sono vive. È tutta salute, vedrete».
Il nodo politico del governo però sta ancora lì, grande e intricato.
Bersani cercherà  di scioglierlo con la politica dei piccoli passi, ricostruendo innanzitutto il rapporto con Napolitano.
Ieri lo ha fatto con una telefonata «delicata» che ha sorpreso il presidente della Repubblica, che ha registrato qualche lungo secondo di silenzio dopo l’annuncio.
Ma alla fine la tensione si è sciolta.
Sono le otto di mattina, la decisione finale presa da Bersani, Dario Franceschini, Enrico Letta e Nichi Vendola è diventata concreta da appena mezz’ora.
Il leader del Pd chiama il Quirinale. «Abbiamo deciso per Boldrini e Grasso ».
Il capo dello Stato è spiazzato, ma non si perde d’animo. «Sono due scelte importanti. Conosco bene Grasso e lo stimo. Conosco meno la Boldrini, ma so del suo impegno». È il via libera definitivo.
A notte fonda, dopo la riunione di Scelta civica che rinuncia a candidare un montiano, solo in pochissimi conosco i presidenti in pectore. Il “cambiamento” prevede il passo indietro dei candidati di partenza, Franceschini e Finocchiaro. Il primo partecipa all’indicazione di Laura Boldrini. E gestisce la comunicazione ai parlamentari democratici con un discorso alto.
Tra i dirigenti del Pd è quello che conosce meglio Boldrini. La voleva candidata nelle liste democratiche, ma arrivò prima Vendola.
Anna Finocchiaro viene avvertita intorno alle 8 da Bersani.
Reagisce da professionista e da signora, senza nascondere l’amarezza. Per questo Bersani la invita alla Camera e all’ora di pranzo l’accompagna sottobraccio nel Transatlantico, come se fosse lei la vincitrice.
Intorno alle 4 di notte, tanti sono ancora svegli. Si sparge la voce che il Pd vira su una donna giovane e nuova a Montecitorio. Per questo alcuni pensano a Marianna Madia anche se il suo nome non è mai stato nella testa del segretario.
Per qualche ora, sembra che possa tenere la coppia rosa Boldrini-Finocchiaro. Ma qui entra in ballo il braccio di ferro, ormai scoperto, con i tifosi interni delle larghe intese, primo fra tutti D’Alema.
Escludendo la capogruppo del Senato, Bersani, raccontano i suoi fedelissimi, manda un messaggio chiaro a quella fetta del partito che pensa a «manovrette »: «C’è solo Pier Luigi in campo per il governo. Non esistono piani B».
Lo schema del piano B prevedeva infatti il rapido trasferimento da Palazzo Madama a Palazzo Chigi per la Finocchiaro in caso di fallimento del tentativo Bersani.
La senatrice finisce stritolata in questo vortice e non è la prima volta che le capita.
Il segnale arriva anche ai giovani del Pd, alle new entry, sui diffonde attraverso i social network che festeggiano i volti inattesi.
È la vittoria dei “turchi” di Stefano Fassina, Matteo Orfini e Andrea Orlando, dei deputati liberi pensatori come Andrea Martella, dei figli delle parlamentarie come Pippo Civati, dei renziani.
Ora Bersani è chiamato a tenere unito il Pd dei giovani e i “maggiorenti”, mentre gli equilibri cambiano e i nomi dei presidenti sono lì a testimoniare la rivoluzione in atto. Correnti, scettici, ambizioni.
Il Pd è anche questo, anche se da Largo del Nazareno spiegano che tutti sono «in grado di leggere il livello delle reazioni su Internet».
Quindi si daranno una regolata.
È la vittoria del nucleo emiliano: Vasco Errani, Miro Fiammenghi e Maurizio Migliavacca, sostenitori.
C’è però da allontanare il fantasma di una vittoria di corto respiro.
La posta vera è il governo, è Bersani premier. «Se si valutano bene i numeri si vedrà  che lo spiraglio c’è», dice Migliavacca con la valigia in mano. «Torno a casa di corsa. Ho fatto il mio lavoro, mi pare», dice soddisfatto.
Non ci sono alternative al segretario: «Il cambiamento può guidarlo solo lui», ripetono quelli che gli sono più vicini.
Ma i sostenitori di un accordo con il Pdl aspettano un passo falso del leader.
Anche piccolo.
Il sentiero del resto rimane stretto e pieno di ostacoli.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)

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ORA BERSANI CHIEDERA’ A NAPOLITANO UN MANDATO PIENO DA PREMIER

Marzo 17th, 2013 Riccardo Fucile

“FACCIAMO NASCERE IL GOVERNO, VEDRETE CHE VA AVANTI”

È notte fonda, quando i vertici del Pd decidono la svolta.
Pier Luigi Bersani capisce che per uscire dall’angolo sono necessari due nomi nuovi per Camera e Senato. «Ci vuole uno come Piero Grasso, ragazzi. Uno che può mettere in difficoltà  i grillini, che li può far riflettere. Uno a cui è difficile per loro dire di no».
L’idea viene accettata subito dal gruppo dirigente.
«E ora ci vuole una donna per la Camera». L’immancabile rappresentante femminile, quella che serve per non farsi dire che i partiti, anche a sinistra, sono tutti maschilisti. Potrebbe essere Marianna Madia, propone qualcuno. Ma alla fine la scelta cade su Laura Boldrini. Vasco Errani la conosce bene. E anche Dario Franceschini che dovrà  cederle suo malgrado il posto.
È stata eletta con Sel, ma va più che bene al Pd, che avrebbe dovuto candidarla ma, non avendo più posti sicuri nelle liste, ha lasciato che fosse il movimento di Vendola a candidarla. «Perfetto», mormora Bersani mentre morde il sigaro.
Il compito forse più difficile è quello di comunicare la notizia a Giorgio Napolitano. Ma tocca farlo. Dall’altro capo del filo, dopo aver sentito i nomi, il capo dello Stato fa una pausa.
Silenzio, poi: «Ottima scelta».
Bersani sa che il presidente della Repubblica avrebbe preferito una soluzione condivisa e gli spiega: «Concordo con i tuoi appelli, ma in queste condizioni l’unità  nazionale non è proprio possibile».
No, da quell’orecchio il segretario del Partito democratico non ci vuol sentire. Per lui ci sono solo due strade: o il governo da lui presieduto, o il voto.
Possibilmente il 30 giugno e il primo luglio. Perchè a ottobre è tardi. Si rischia di più.
In autunno le primarie saranno inevitabili: questa volta bisognerà  farle vere, allargate, e Matteo Renzi è pronto.
Per quella data Bersani potrebbe non essere più in campo.
Ma nel Pd si è già  individuata la possibile avversaria del sindaco di Firenze, nel caso in cui Bersani si faccia da parte: Laura Boldrini.
Sì, proprio lei: «Sarebbe un’ottima candidata e fossi in Renzi ne avrei paura», spiega ai suoi, Beppe Fioroni, assiso su un divanetto del Transatlantico.
Ma questo eventuale scenario riguarda il futuro, per adesso il segretario pensa di aver fatto «la mossa del cavallo».
E intende chiedere nuovamente, e con maggior forza, il mandato a Napolitano.
Forte del fatto che i grillini non si sono mostrati più una falange compatta e ostile al dialogo con il Pd.
Alla Camera, dove pure non hanno votato per Boldrini, l’hanno applaudita e poi incontrata.
Al Senato il gruppo del Movimento 5 Stelle si è spaccato. Più di dieci parlamentari nel segreto dell’urna hanno votato Grasso. Insomma, secondo Bersani in quel fronte «qualcosa si potrebbe muovere»: «Cerchiamo di far nascere questo governo, e poi vedrete che va avanti».
Anche perchè Bersani potrebbe proporre altri nomi adatti per un confronto con i grillini. Potrebbe indicare Stefano Rodotà  per la presidenza della Repubblica, o inserirlo nel suo governo insieme ad altre personalità  che non dispiacciono a quel mondo.
Si vocifera che anche Luigi Ciotti potrebbe dare una mano per aprire un canale di comunicazione tra Partito democratico e 5 Stelle.
Ma c’è chi ritene che in realtà  questa mossa di Bersani porti soltanto alle elezioni.
«Due nomi degnissimi, però si sembra che siano due nomi da campagna elettorale», osserva Ermete Realacci. E Rosy Bindi confida a un amico: «Questa legislatura dura poco».
Già , anche perchè, per dirla con il veltroniano Andrea Martella, «i problemi restano tutti».
Nel senso che questa soluzione per le presidenze delle due Camere non ha creato una maggioranza autosufficiente.
Inoltre quelli di Boldrini e Grasso sono due nomi difficili da usare per un governo istituzionale perchè incontrerebbero il no del centrodestra: segno, secondo alcuni Democrat, che Bersani sta facendo di tutto per ridurre a due le possibili alternative: o un governo da lui guidato, o le elezioni il prima possibile.

Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)

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BERSANI PROVA A SPIAZZARE GRILLO E MONTI: “DUE DEI NOSTRI PER CAMERA E SENATO”

Marzo 14th, 2013 Riccardo Fucile

IL SEGRETARIO INSISTE SUL GOVERNO CON I CINQUESTELLE, MA NEL PD C’E’ FRANCESCHINI IN POLE PER MONTECITORIO… IPOTESI APPOGGIO DELLA LEGA A UN ESECUTIVO GUIDATO DAL PD

Bersani resta aggrappato all’idea di un’intesa con Grillo.
Ma già  domani il voto sulle presidenze delle Camere segnerà  il suo destino.
Al segretario del Pd non è andato giù il diktat di Mario Monti: niente Grillo, al paese servono le larghe intese.
Confermando ciò che aveva detto al leader democratico nel loro incontro a quattr’occhi a palazzo Chigi: «Io ti sostengo Pierluigi, ma è difficile unire i nostri voti a quelli di chi vuole uscire dall’euro ».
Adesso che la posizione del Professore è ufficiale, Bersani è costretto a registrare un problema in più: «Il ragionamento di Monti non semplifica il cammino della legislatura».
Oltretutto anche nel suo partito stanno cambiando gli equilibri faticosamente stabiliti appena una settimana fa in direzione.
Oggi il Pd riunisce i gruppi di Camera e Senato.
Lì Bersani dovrà  indicare ai suoi parlamentari i nomi da votare il giorno successivo a Montecitorio e Palazzo Madama.
Se non ci saranno aperture inaspettate da parte dei 5stelle, molti deputati sono pronti a mettere in minoranza l’eventuale indicazione di un presidente della Camera grillino.
I democratici hanno un nome per quel posto: Dario Franceschini.
E in queste ore si sta saldando un asse interno che punta a questa soluzione. Senza se e senza ma.
A Largo del Nazareno stanno prendendo atto di essere stretti nella morsa tra Grillo e Scelta civica.
I montiani, dopo le dichiarazioni del premier, sono diventati improvvisamente una variabile incontrollabile e al Senato potrebbero convergere i loro voti su un candidato Pdl se il Pd non mollasse definitivamente il sogno a 5stelle.
I nomi su cui si potrebbe costruire un’intesa tra Scelta Civica e Pdl?
Gaetano Quagliariello, che però ha l’handicap di aver partecipato alla “marcia” anti-pm fin dentro il Tribunale di Milano.
Oppure Renato Schifani, una conferma.
A questo punto, il Pd è chiamato a sciogliere il nodo nel giro di ore, minuti.
La tenaglia può alla fine premiare la scelta più semplice, la strada maestra.
«Votare alla Camera e al Senato due dei nostri », dicono ora a Largo del Nazareno.
I candidati sono in pista da giorni: Franceschini e Anna Finocchiaro.
Sicuramente, aiuterebbe l’orgoglio del Pd, dopo la vittoria dimezzata. È un sentimento che si è avvertito forte e chiaro durante l’assemblea degli eletti, lunedì. Anche Matteo Renzi, che oggi riunirà  all’hotel Cavour i suoi cinquanta parlamentari, continua a martellare contro Beppe Grillo e “tifa” per non lasciare Montecitorio nelle mani del M5S.
Se da una parte il segretario Pd continua in pubblico a puntare unicamente sulla carta Grillo, il tam tam romano rilancia l’ipotesi di una nuova, clamorosa, sponda.
E proprio nel giorno dell’incontro tra gli sherpa del Pd e quelli del Carroccio.
La possibilità  cioè di un’apertura alla Lega in vista del voto di fiducia.
«Loro – spiega una fonte democratica – sono interessati a far partire la legislatura ed evitare nuove elezioni a breve. A Maroni serve tempo per consolidare il suo progetto di trasformare il Carroccio in un partito come la Csu bavarese».
Per questo i leghisti, senza rompere con Berlusconi, potrebbero concedere una fiducia “tecnica” a Bersani per iniziare il suo cammino a palazzo Chigi.
Ipotesi quasi fantascientifica, ma che rende bene la dimensione della difficoltà  che incontra il segretario nel suo tentativo. §
Chi ha parlato con Bersani lo descrive sempre più pessimista, ma determinato comunque a provarci e a chiedere a Napolitano un «mandato pieno» per potersi presentare in Parlamento e ricevere un voto.
Consapevole della “mission impossible” che si è caricato sulle spalle, il leader del Pd è già  pronto comunque a passare la mano.
Ma prima ha in mente di «proiettare il film fotogramma per fotogramma: tutti i passaggi di questa vicenda dovranno essere giudicati dagli italiani ».
E se dovesse fallire ha in mente un’ultima mossa per aiutare il suo successore a formare una maggioranza, «lasciando una porta aperta alle larghe intese per chi verrà  dopo di me».
Insomma sarebbe proprio Bersani a certificare l’impossibilità  di coinvolgere i grillini in un progetto di governo e a orientare la bussola del partito in un’altra direzione. Verso Monti e, necessariamente, il Pdl.
Nel Pd, nel caso il segretario dovesse gettare la spugna, si ipotizza un incarico ad un altro esponente del partito, uno dei due presidenti delle Camere: Anna Finocchiaro o Dario Franceschini.
Mentre l’idea di affidare di nuovo palazzo Chigi a un tecnico – si fanno i nomi di Fabrizio Saccomanni (Banca d’Italia) o Pier Carlo Padoan (Ocse) – non trova alcun consenso. «Già  ci siamo dissanguati con Monti – dicono al Nazareno – il governo dei tecnici ha fatto il suo tempo».
Ma alla fine di una giornata complicata, i fedelissimi di Bersani non smettono di guardare al Movimento.
Hanno seguito con il fiato sospeso la riunione dei grillini tenuta al Senato, soprattutto la sua durata. È stata molto lunga.
«Non significa che andrà  in porto il nostro tentativo – dice un bersaniano – . Ma significa che c’è una discussione aperta nei 5stelle, un confronto vero ».
E che se al voto sulle Camere mancano solo 24 ore, per l’inizio delle consultazioni al Quirinale ci sono ancora quattro giorni.
È uno spiraglio.

Francesco Bei e Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)

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BERSANI AFFRONTA IL CASO RENZI: “VUOLE SABOTARMI, LO DICA APERTAMENTE”

Marzo 12th, 2013 Riccardo Fucile

IL SINDACO: “NO, ESTERNO CIO’ CHE PENSO”… CAOS NEL PD

Rapporti morti e sepolti.
Un altro giorno di incomunicabilità , nonostante la tensione esplosiva nel bel mezzo di una situazione buia.
Da giorni Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani evitano contatti. Eppure il segretario del Pd avrebbe qualcosa da chiedere al sindaco.
La domanda suona più o meno così: «Al di là  delle critiche e dei dubbi, stai mettendo in piedi un sabotaggio? Vuoi che vada a sbattere contro il muro sul governo con Grillo?».
È un interrogativo fondamentale perchè nel Pd le uscite di Renzi stanno seminando il panico e indebolendo il progetto, miracolistico, di coinvolgere i 5 stelle.
Come succede da molto tempo in qua è toccato al governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani parlare con il primo cittadino e girargli il quesito.
«No, non voglio fottere Pier Luigi. Ma sono libero di dire quello che penso», è stata la risposta di Renzi. Il filo è sottilissimo.
Ci si può aggrappare, con qualche timore (giustificato?) sulla sincerità  delle garanzie, per continuare il lavoro intorno agli 8 punti, alle presidenze delle Camere, alla formazione dell’esecutivo.
E per sperare in una moratoria da parte del sindaco che duri almeno fino ai giorni delle consultazioni.
La telefonata tra Errani e Renzi va letta in questa chiave.
Ma a nessuno sfugge l’improvvisa fretta del sindaco di appiccare l’incendio quando «gli basterebbe attendere una settimana, dieci giorni, mica anni, per capire come va a finire e lanciare la sua corsa».
A Largo del Nazareno, i bersaniani non capiscono «cosa sia scattato a Matteo », non comprendono «il senso della battaglia in questo momento ».
Con una buona dose di realismo un dirigente ammette: «Siamo confusi noi ed è confuso anche lui». La risposta più gettonata a questi interrogativi è: «Cerca di sfasciare tutto e di mettersi subito al centro dei giochi».
Come Renzi veda il futuro lo ha spiegato con franchezza ai suoi interlocutori. «Penso che alla fine si andrà  a un governo tecnico. Durerà  poco, non più di un anno. Io mi preparo a correre la prossima volta».
Non è solo una previsione, chiaramente.
È molto di più. È un auspicio, è la porta girevole che cambia il destino in pochi mesi: dalla sconfitta delle primarie alla rivincita.
Evitando Bersani, il rottamatore, in questi giorni, ha parlato spesso con Dario Franceschini, il favorito per la presidenza di Montecitorio, condividendo analisi e pronostici.
Ha registrato le aperture alla sua leadership di Enrico Letta e Francesco Boccia. Controlla la pattuglia di 51 renziani in Parlamento che ieri, all’assemblea degli eletti, si è tenuta visibilmente in disparte, soprattutto le new entry, quelle scelte di persona dal sindaco.
Il tentativo di Bersani si sta sbriciolando giorno dopo giorno anche nel partito, tra dubbi, perplessità  e un pizzico di orgoglio contro «i grillini che ci sputano in faccia». Perfino Lapo Pistelli, del quale Renzi è stato l’assistente parlamentare in un’altra epoca prima di batterlo nella sfida per Palazzo Vecchio, ha chiarito i suoi dubbi sul Movimento invitando il Pd «a non dare le presidenze delle Camere a quelli lì». Insomma, Renzi può diventare centrale nel dopo Bersani fin da subito, entrando nella cabina di regia di un governo di scopo a tempo.
Ma perchè tanta fretta di attaccare frontalmente il segretario?
Renzi aveva ricucito un rapporto con il “popolo” del Pd mettendosi a disposizione di «Pierluigi » durante la campagna elettorale, accettando il risultato delle primarie, offrendo la sua collaborazione incondizionata al candidato premier.
Sembrava al tempo stesso una prova di generosità , di buona politica e una mossa strategica per gli anni a venire: l’offerta di un federatore, di un pacificatore per il nuovo Pd.
Poi sono arrivate le interviste, le smentite, la “fuga” dalla direzione, gli attacchi all’apparato, la rottura con la partecipazione a Che tempo che fa.
Da sabato scorso, a Largo del Nazareno è spuntata la parola «sabotaggio», è ripartita una caccia alle streghe.
Il tutto in un Pd che già  vive un clima di assedio. «La fretta è una cattiva consigliera», si limita a dire Enrico Letta.
Ma il sindaco ha annusato la chiusura a riccio del corpaccione democratico, capace ancora una volta di escluderlo o di stritolarlo.
Così ha deciso di rispolverare il linguaggio della rottamazione.
Perchè quando anche Massimo D’Alema osserva «dopo Bersani c’è solo Renzi» non fa un’investitura.
Semmai segnala un pericolo, lancia l’allarme rosso.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)

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