Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile
NON SI NASCONDONO PIU’: COMUNICATO CONGIUNTO DEI DUE PARTITI…PREPARANO UN PORCELLUM MA SENZA LISTE BLOCCATE
Allo stesso tavolo, per un’ora. Nell’ufficio di Luciano Violante, ex presidente della Camera, a
Montecitorio.
A parlare di legge elettorale, mentre altrove litigano ferocemente sulla Rai.
Questione di priorità . Alle quindici e trenta la formazione del Partito democratico è già schierata e seduta: il senatore Luigi Zanda, il deputato Gianclaudio Bressa, lo stesso Violante, che non è più parlamentare ma responsabile per le riforme del Pd.
Per il Pdl di Silvio Berlusconi (e Angelino Alfano) arrivano Ignazio La Russa, Gaetano Quagliariello (che ha avuto una lunga serie di incontri riservati con Violante nelle scorse settimane) e il previtiano Donato Bruno.
Un’ora di inciucio o di ammuina, giusto per fare “un po’ di riscaldamento in attesa che i leader entrino in campo e decidano”, come riassume un autorevole ex ministro di centrosinistra?
All’uscita, è La Russa a smentire i sospetti di ammuina: “Non facciamo ammuina: o il governo Monti va avanti e allora noi abbiamo il dovere di fare le riforme, oppure il governo non va avanti e allora c’è l’impossibilità di farle”.
I sei stendono pure un comunicato congiunto, evento impensabile quando a Palazzo Chigi c’era ancora il Cavaliere.
Ma oggi c’è il governo tecnico e il clima è cambiato, per usare una delle formule più in voga. Pd e Pdl salvano il bipolarismo come principio generale, contro la frammentazione, e bocciano il criterio dei nominati del Porcellum, l’attuale legge elettorale. Mai più.
Poi la riduzione dei parlamentari, la riforma del bicameralismo.
Accordo fatto? Quando alle otto e mezzo di sera, Lilli Gruber su La7 fa questa domanda a Pier Luigi Bersani, il segretario inizia la risposta con un verbo eloquente, declinato al plurale: “Rallentiamo”. Quindi: “Se son rose fioriranno”.
Insomma la partita è ancora lunga e ieri è andato in scena il primo round.
Il Pdl si è presentato un po’ sorpreso e spiazzato dalla decisione di Berlusconi di incontrare Bossi l’altra sera.
Per il Pd, invece, a un certo punto si è sparsa la voce che lo stesso segretario Bersani si fosse aggiunto alla riunione.
Falsa, ma che dà il quadro di un partito diviso in cui nessuno si fida dell’altro. Figuriamoci poi dell’ex nemico berlusconiano, oggi avversario e alleato allo stesso tempo sotto l’ombrello capiente della maggioranza tecnica.
Il punto è capire soprattutto la distanza che separa la difesa a parole del bipolarismo, con una legge senza più nominati, dalla convizione che taglia trasversalemente quasi tutte le forze politiche: che alla fine prevarà un sistema metà spagnolo (uninominale ), metà tedesco (liste nelle circoscrizioni), senza premio di maggioranza e senza doppio turno, in cui le alleanze di governo si fanno direttamente nelle urne. Tradotto in tre parole: grande coalizione permanente.
Dice uno dei sei partecipanti alla riunione di ieri, versante democrat: “Al Pdl abbiamo fatto capire a muso duro che non vogliamo una legge fatta contro gli altri, ma con un consenso largo”.
Poi il bicchiere mezzo pieno: “Abbiamo preso atto che nessuno ha il coraggio di presentarsi agli elettori con questo Porcellum”.
Male che vada, quindi, nonostante l’elaborazione di modelli spagnoli, tedeschi e ungheresi, potrebbe uscire un Porcellum corretto con le preferenze.
Anche se il Pd ha già detto che al posto di queste ultime, le preferenze, sarebbe meglio avere i collegi uninominali. Il caos della discussione è appena all’inizio e durerà almeno due mesi, quando ci saranno le amministrative.
E ieri i sei si sono seduti con i dati dell’ultimo sondaggio riservato, che danno il Pdl ancora più in calo. Eccoli: Pdl al 21 per cento, Pd al 29, Lega al 10, Udc all’8, Idv al 7,5, Sel al 7, Fli al 5.
Ed è per questo che per il momento, al di là degli scenari futuri e le previsioni sul ritorno del proporzionale come vorrebbero i centristi del Terzo Polo, la chiave autentica della fase apertasi ieri la offre un altro autorevole esponente del Pd, a microfoni spenti: “Questi primi incontri serviranno a far gettare la maschera a chi vuole votare ancora con questa legge , con il Porcellum”.
Magari approfittando di un incidente del governo Monti sulla riforma del lavoro.
Tra i democrat l’indiziato numero uno è proprio Bersani.
Nessuno oserebbe dirlo apertamente, ma sono in tanti a pensarlo. E ieri al tavolo chi ha fatto melina sul Porcellum è stato La Russa: conservare questo sistema consentirebbe di salvare l’alleanza con la Lega, che vuole mantenere il sistema dei nominati.
Al contrario, sullo schema bipartisan Alfano-Lupi-Enrico Letta, è stato il vicecapogruppo del Pdl al Senato Quagliariello.
Si tratta di capire chi prevarrà nei due partiti. Senza dimenticare l’eterna ambiguità di Berlusconi che, per dirla con le parole di un suo fedelissimo, “sta puntando su tutti i tavoli, sia quello bipolarista, sia quello proporzianale”.
Ieri, nel Pdl si è registrata anche un ulteriore picco di tensione contro l’ex ministro Giulio Tremonti, dopo le rivelazione del Giornale di Sallusti: “Lettera dal Quirinale, fu il ministro a opporsi al decreto salva Italia. Così il governo fallì la missione sviluppo e il Cavaliere fu costretto a lasciare”.
Da questo gigantesco clima di dialogo, a tirarsi fuori è stato Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori: “Riteniamo pericolosi e oscuri per la democrazia questi incontri da sottoscala fatti non alla luce del sole”. La risposta di Bersani è stata: “Qui non ci sono sottoscala, qui se si vuol fare una una legge elettorale bisogna parlarsi e noi stiamo parlando. Non voglio fare inciuci con nessuno, ma fare una cosa che la gente capisca”.
La sensazione è che questo sia l’incipit di una telenovela destinata a durare parecchio tempo. Ieri la prima puntata, con la comparsa dei principali protagonisti.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
MONTI: “HO BISOGNO DI TUTTI, MA SIATE PIU’ CHIARI”
Due ore a pranzo con Berlusconi e Gianni Letta. Altre due ore e mezza, la sera, con Pier Luigi Bersani.
Mario Monti, dopo gli sbandamenti sull’articolo 18 e le liberalizzazioni, dopo la polemica con il suo precedessore (che l’aveva definito «disperato»), prova a serrare i bulloni della maggioranza in vista della fase due, quella dedicata alla crescita e alla riforma del lavoro.
«Per andare avanti – chiarisce infatti il premier incontrando il Cavaliere – abbiamo bisogno di tutti, anche del Pdl. Soprattutto in questa situazione. Quindi mi dica chiaramente cosa pensa, siamo qui per questo».
E Berlusconi, abbandonando i propositi bellicosi, si mostra molto disponibile. Anzitutto smentisce di aver mai detto di voler «staccare la spina» al governo.
«Non è vero che ho minacciato la crisi, sono stati i giornali a distorcere le mie parole. Non voglio mettervi i bastoni fra le ruote in alcun modo. Anzi – ripete il leader del Pdl – noi riponiamo grande fiducia in voi e pensiamo che possiate andare avanti fino alla fine della legislatura».
Terminato l’incontro con Monti, alla quale partecipa anche Antonio Catricalà , il Cavaliere si trasferisce quindi in un locale dei Parioli per un brindisi con gli eurodeputati.
E ai suoi illustra il nuovo «metodo» suggerito al premier. «Troveremo il modo di discutere con il Governo i futuri provvedimenti in modo che gli stessi possano arrivare in Parlamento avendo avuto un nostro accordo precedente, così che l’itinerario parlamentare possa essere più agevole».
È l’idea di una “cabina di regia” per condizionare dall’esterno Monti.
«Credo sia importante che il governo – spiega infatti Berlusconi – possa approfondire i temi con i segretari dei partiti ma anche con i capigruppo ».
A sera, altro giro di spumante con i senatori e la posizione si fa quasi minacciosa: «Ci deve essere una consultazione preventiva prima dei provvedimenti altrimenti non ci staremo. Non prendiamo più niente a scatola chiusa».
E se la linea continuerà a essere quella vista finora, Berlusconi evoca di nuovo le elezioni anticipate.
«Se i sondaggi ci dicessero che possiamo vincere anche da soli – e questo è possibile se il governo continuasse con questa imposizione fiscale e se la sinistra e i sindacati continueranno sulla linea dello scontro – in questo caso si potrebbe andare alle elezioni. Noi siamo gli arbitri di questa situazione».
Ma sembrano discorsi fatti più per galvanizzare truppe allo sbando che veri propositi di guerra.
Se Berlusconi pretende di essere «consultato» in via preventiva, la posizione di Bersani è opposta.
«Il regista ce l’abbiamo già , lasciamo stare la cabina», taglia corto il segretario del Pd dopo aver visto il Professore.
«Il Pd – spiega Bersani riassumendo il contenuto del faccia a faccia – intende confrontarsi con lealtà , ma intende rendere chiari quelle che sono le sue idee, con lealtà e trasparenza».
Insomma, il discorso del segretario al capo del governo contiene il preannuncio di una maggiore libertà di manovra per il futuro. «Leali ma liberi di criticare, anche perchè i nostri elettori si aspettano da noi un discorso di verità ».
A Monti Bersani ha anche posto un altolà sull’articolo 18, suggerendo invece alcuni «driver» per aiutare la crescita senza spendere troppo: dall’ambiente all’efficienza energetica fino a un allentamento del patto di stabilità interno per dar modo ai comuni di finanziare subito piccole opere pubbliche.
Su una cosa Berlusconi e Bersani si sono comunque trovati d’accordo e l’hanno detto che con parole simili a Monti: il governo lasci alle forze politiche il tema delle riforme.
Il Cavaliere pensa che sia «un gran bene» se «il sostegno delle forze che ora appoggiano il governo può essere utilizzato per le riforme istituzionali ».
E anche Bersani, nelle due ore spese a palazzo Chigi, invita il governo a lasciare ai partiti l’agenda delle riforme.
Pessimo segnale sarebbe infatti se la politica dovesse ricorrere ai tecnici anche per autoriformarsi.
Dopo le feste ci sarà quindi un incontro dei segretari ABC (Alfano-Bersani-Casini) per iniziare la discussione nel merito.
Con i faccia a faccia a palazzo Chigi (giovedì sarà la volta di Casini, venerdì di Alfano insieme ai capigruppo Pdl), Monti intende consolidare la sua maggioranza.
Un impegno necessario di fronte all’aggravarsi della crisi e al prezzo che dovrà ancora pagare il paese.
«A Marzo – spiega il capogruppo Pdl a Bruxelles Mario Mauro – il Parlamento italiano dovrà ratificare il nuovo accordo voluto da Merkel e Sarkozy. E l’articolo 4 obbliga l’Italia a ridurre ogni anno di un ventesimo il debito pubblico fino alla soglia del 60%. Questa follia ci impone di fare una manovra da 46 miliardi di euro per i prossimi 20 anni. Qualcuno se n’è accorto?».
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 21st, 2011 Riccardo Fucile
UN ASSE CHE SI BASA SULL’ASSUNTO CHE “NESSUNO DEVE PAGARE TROPPO IL SI’ A QUESTO GOVERNO”… OGGI PRANZO DELLA PACE TRA MONTI E IL CAVALIERE
«Ministro Fornero, mi raccomando, sulla riforma del mercato del lavoro è meglio procedere con cautela». Il consiglio deve aver lasciato di stucco ieri Elsa Fornero, anche perchè a dispensarglielo, sotto le volte affrescate del Quirinale, non è stato un esponente del Pd o dei sindacati, ma il segretario del Pdl Angelino Alfano.
Un episodio sorprendente se solo si pensa alla furia ideologica anti-Cgil del passato ministro Sacconi.
Il fatto è che Alfano è ora preoccupato per la tenuta del Pd e per la concorrenza dell’Italia dei Valori.
Così come Bersani guarda con apprensione alle crescenti lacerazioni interne nel Pdl e alla deriva separatista del Carroccio.
Entrambi poi fanno i conti con la crescita del terzo polo e la concorrenza di Casini.
Un intero quadro sta smottando e i segretari dei due maggiori partiti hanno quindi stretto un patto di mutuo sostegno per non farsi travolgere.
Ora si parlano, molto più spesso di quanto non si pensi, e anche ieri–complice il ricevimento da Napoletano – un colloquio c’è stato.
L’asse segreto si base sulla reciproca convenienza sull’assunto che «nessuno deve pagare troppo il sostegno a Monti».
Anche perchè, questo lo temono sia i vertici del Pd sia a via dell’Umiltà , i prossimi mesi saranno ancora più difficili e nessuno potrà sfilarsi facilmente dalla maggioranza.
«Tra febbraio e marzo forse sarà necessaria un’altra manovra–sospira Paolo Bonaiuti – e non vedo tutta questa fretta di andare a elezioni anticipate e raccogliere l’eredità del governo tecnico. Così, anche se ci sono inevitabili maldipancia, sia noi che il Pd continueremo ad appoggiare Monti».
Frutto di questo “appeasement” è anche il pranzo della pace che vedrà oggi a palazzo Chigi Mario Monti seduto accanto a Berlusconi e Gianni Letta.
Un invito arrivato dal premier ma preparato da una telefonata tra Napolitano e Letta. Il capo dello Stato era infatti preoccupato per l’escalation di toni del Cavaliere contro il governo.
L’atteggiamento di Berlusconi preoccupa Napolitano: un esecutivo descritto come un esproprio della democrazia, guidato da un premier «disperato».
Troppo per non far scattare l’allarme rosso del Quirinale. Così, grazie anche alla diplomazia felpata del Colle, si è arrivati al pranzo di oggi.
Facilitato da quel bigliettino che Monti inviò a Berlusconi venerdì scorso in aula, un invito a «collaborare» e a lasciarsi alle spalle i diverbi.
Il ruolo “pacificatore” di Napolitano è del resto sollecitato anche da Alfano e Bersani per abbassare la temperatura politica e offrire una sponda ai partiti che stanno pagando il prezzo più alto nell’appoggio a Monti.
Non è un caso che ieri il capo dello Stato abbia elogiato quelle forze politiche che hanno votato la fiducia a Monti, « un titolo di merito,non un motivo di imbarazzo». Ora tuttavia c’è un enorme scoglio che può mettere a rischio la maggioranza: la riforma del mercato del lavoro.
Una materia incandescente per il Pd, considerato il veto posto dalla Cgil. Che infatti porta un falco come Daniela Santanchè a ipotizzare che «Monti cadrà a gennaio, da sinistra, sull’articolo 18».
È per sventare questa trappola che Napolitano ieri ha iniziato la sua moral suasion sulle riforme da fare «senza rigide pregiudiziali», aprendo così una rete di protezione sotto al governo.
E per lo stesso motivo Alfano ha consigliato «cautela» al ministro Fornero, colpevole di aver evocato il tabù dell’articolo 18.
L’uscita del ministro del Welfare ha mandare fuori dai gangheri anche un fan di Monti come il Pd Beppe Fioroni: «Il governo su una materia come il lavoro dovrebbe comunicare di meno e condividere di più».
Anche perchè, in fondo, lasciando da parte l’articolo 18 sui licenziamenti, il Pdl e il Pd sono convinti di poter reggere la riforma in arrivo. «L’intesa è possibile–spiega a sera Dario Franceschini in un Transatlantico ormai deserto – ma non si può partire dall’articolo 18, che oltretutto riguarda ormai una minoranza di lavoratori. Se non si parte da lì un accordo è a portata di mano».
Anche Monti sembra sia consapevole del rischio di procedere a spallate su questo tema.
A Walter Veltroni, davanti al buffet al Quirinale, il premier ha assicurato che sulle pensioni «siamo dovuti intervenire rapidamente, ma il lavoro è un’altra cosa». L’articolo 18, ha ripetuto il Professore a più di un interlocutore, è «un falso problema», sul quale sarebbe sbagliato andare al «muro contro muro».
Ma la riforma del lavoro si farà , su questo il premier non è disposto a subire veti.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
BERSANI TRA IL VOTO ALLA MANOVRA E LA DIFESA DEI DEBOLI….LE POLEMICHE INTERNE TRA LA LINEA DI LOTTA E QUELLA DI GOVERNO
E alla fine torna il “bersanese”. 
“Il Pd — dice il suo segretario – è un partito di governo che non perde il contatto con la realtà sociale. Chi ha più soldi non può mica mangiare dieci volte al giorno…”.
Il bersanese come tentativo di dire qualcosa di sensato mentre nel partito risuona il tana libera tutti.
Chi va a destra, chi a sinistra, chi esalta il rigore, e chi dice che bisogna cambiare finanziaria: il centrosinistra, un tempo critico, sta diventando criptico.
Dice Furio Colombo, deputato eretico del Pd: “Il governo Monti all’inizio sembrava una stanza calda, dopo l’inverno gelato di Berlusconi. E’ diventato una stanza tiepida dopo la lista dei ministri. Adesso, dopo la finanziaria, è una stanza gelida”.
Il problema, come si diceva un tempo è politico.
Quale deve essere la posizione del Pd sulla manovra? Quale è il giusto equilibro fra la legittima critica e l’opposizione pregiudiziale?
Ieri Bersani ha capito che il partito è troppo sbilanciato sulla difesa dei sacrifici e ha provato a correggere la rotta incontrando i sindacati: “Chiederemo che vengano corretti alcuni punti sulle pensioni per garantire maggiore equità – ha spiegato – Ci auguriamo che il governo faccia qualche passo avanti e per quello che non sarà fatto insisteremo, vedremo quanto sarà collaborativo, cercheremo di convincerlo e chiederemo che sia attento al Parlamento e alle forze sociali”. E poi, quasi sconfortato: “Ieri (l’altroieri, ndr.) c’è stata una mobilitazione, qualcosa il governo la deve dire”.
Era stata proprio la manifestazione unitaria Cgil — Cisl e Uil di lunedì a far deflagrare il dibattito, nel partito, tra due estremi non più conciliabili.
Da un lato i cosiddetti “montiani del Pd” (così li ha efficacemente definiti il Foglio), l’area che tiene insieme sul sì alla manovra gli ex veltroniani, i lettiani e gli ex popolari capitanati da Beppe Fioroni.
Dall’altro l’ala “laburista” del partito, raccolta sempre di più intorno ai due giovani leoni quarantenni: Matteo Orfini e il responsabile Economia Stefano Fassina. E poi a un ex ministro come Cesare Damiano.
A loro si aggiungono, anche se fuori da una logica di corrente, il parere pesante dell’ex segretario della Cgil Sergio Cofferati, e quello della sinistra interna guidata da Ignazio Marino.
In mezzo, con il compito non facile di trovare una quadra, Bersani, che ha visto slittare verso la vecchia minoranza, una parte della sua mozione congressuale.
La contesa è deflagrata quando Fassina — da tempo inviso all’ala centrista e a quella riformista del partito — ha annunciato che sarebbe stato al fianco dei sindacati in piazza. Apriti cielo.
Aveva aperto il fuoco Morando, ex leader della componente liberal: “E’ insensato opporsi alle misure di Monti. Quella seguita dal governo tecnico è la linea che dovrebbe essere di tutto il Pd”.
Ed è ancora più duro lo stesso Fioroni, che usa parole di fuoco per bollare il gesto di Fassina e di quelli che sono d’accordo con lui: “Andare a quella manifestazione è gravissimo errore. Non possiamo essere contemporaneamente pesce e carne, perchè poi finiamo per diventare una pietanza insipida”. Il ragionamento dell’ex ministro, a tratti spietatamente sarcastico, è questo: “Non possiamo sostenere la manovra e poi manifestare contro. Se ci sono dei cambiamenti da fare si fanno in Parlamento. Altrimenti si tace”. Fioroni ce l’ha, ovviamente, con i suoi colleghi: “Ci dobbiamo mettere la faccia. Non possiamo fare le ombre cinesi”.
Poi l’ex ministro annuncia una resa dei conti: “E’ ora di sciogliere quei nodi e assumere un profilo di governo”.
Fioroni — è questa la cosa più interessante – conclude prefigurando scenari futuri: “Quello che decidiamo ora è importante perchè anche dopo le elezioni servirà un governo di grande responsabilità ”.
Se ascolti Fassina e Orfini ti stupisce quanto sia opposta la loro visione.
Orfini è pacatissimo: “Suggerirei ai cosiddetti ‘montiani’ di essere più prudenti. La nostra base ritiene questa manovra iniqua e da correggere. Ed è esattamente questa la linea del partito”.
Non si sente un apostata il giovane dirigente della segreteria: “In piazza ci si va, of course. Vengo da un giro nelle sezioni del Pd, in Puglia, in cui la gente è preoccupata per quello che accade. Bisogna vedere le facce dei pensionati che si sono fatti la casa da soli e pagheranno due volte, prima di parlare. Non c’è nulla di irresponsabile nel voler migliorare la manovra. Sarebbe sbagliato se un partito come il nostro dimenticasse la sua linea per accettare acriticamente tutte le misure del governo tecnico. Quella sì, sarebbe una resa della politica”.
Sorride Orfini: “Bersani ha detto che il Pd simpatizza per chi manifesta, quindi non mi sento affatto fuori linea”.
Anche Fassina è andato. Sabato scorso era a Bruxelles, in un vertice del partito socialista europeo: “Io rimango fedele alla linea che abbiamo votato nei nostri documenti. Perchè mai dovremmo cambiarla? Il governo Monti non ha le nostre posizioni, perchè è un governo che si sostiene anche con i voti della destra e con loro deve mediare”.
Chiedi a Fassina: il segretario con chi sta? Risposta sibillina: “E’ con il Pd. Al fianco di chi paga il peso di questa manovra e chiede equità . Noi siamo con i lavoratori e i sindacati che questa equità la vogliono affermare con le giuste modifiche possibili”.
Ma prendete Marina Sereni, vicecapogruppo alla Camera: “Tutto è migliorabile, e si possono anche trovare mediazioni. Ma perchè tornare indietro? Se non si prova a rompere ora incrostazioni e rendite di posizione quando daremo all’Italia il segnale che dobbiamo cambiare per ricominciare a crescere?”.
Dicono che il colloquio tra Monti e Franceschini fosse pieno di luci ed ombre, Paolo Gentiloni mostra scetticismo su Twitter.
“Senza un coordinamento politico manca una regia e così la confusione regna sovrana”, dice Francesco Boccia.
Il problema è che se dalla dialettica D’Alema-Veltroni si passa a quella Fassina-Letta, il rischio è che il risultato — lo stallo del Pd – non cambi.
Luca Telese blog
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Dicembre 7th, 2011 Riccardo Fucile
LA PAGINA PERSONALE DI BERSANI SOMMERSA DALLE PROTESTE DEGLI ELETTORI
Delusione, rabbia, frustrazione, voglia di rivalsa: ieri la pagina Facebook di Bersani è stata invasa dai commenti di elettori del Pd ai quali l’accettazione della manovra presentata da Mario Monti proprio non va giù.
“Se non tutelerete quelli che stavano per andare in pensione, addio Pd” dice esplicitamente Giuseppe Malfitano.
E su questa linea sono in molti che — increduli — chiedono al segretario democratico di “tirare fuori gli attributi” e di tutelare i più deboli che — per inciso — sono anche la tradizionale base elettorale dei Democratici.
La Sinistra , che non lo è più, continua ancora a chiedere il voto dei lavoratori, ma quando è al potere legifera contro i lavoratori e quando è all’opposizione non si schiera apertamente con i dei lavoratori.
Ma che aspetti ad alzare la voce, hai il partito di maggioranza relativa e te la fai addosso…, e che diavolo tirate fuori gli attributi altrimenti elezioni subito e balleremo il sirtaki tutti..
Vincenzo Muzii
Come si fa a votare ancora per voi? Mi hai delusa e anche tanto. Ho il blocco sullo stipendio che tre anni fa era più alto, mi manderanno in pensione con 41 anni di contributi, mi fanno pagare ancora l’Enam che è un ex ente e ora vogliono far confluire l’Inpdap nell’Inps…Tutte rapine. Voi che fate? Il governo tecnico vi ha fatto comodo, così direte che che la colpa non è vostra. Questa volta avete toppato, abbiamo finalmente aperto gli occhi e vi vediamo per quelli che siete: inutili e dannosi!
Enza Izzo
Non capisco, siete il partito con l’elettorato che viene colpito da questa manovra e cosa fate appoggiate il governo che la fa, colpisce pensionati, lavoratori, famiglie, soprattutto i giovani che non avranno più futuro e pensione lavoreranno sempre da precari grazie per aver tolto il futuro a gran parte del paese. Dimettiti Bersani
Andrea Di Franco
Lavorate sulle pensioni: non si può spostare l’età pensionabile di botto, tenuto conto della disoccupazione al 50%. I giovani faranno i precari a vita? Aumentate tassazione su capitali scudati e in previsione operate per una convenzione con la Svizzera per tassare come si deve i capitali all’estero.
In più si può prevedere una tassa sulle transazioni finanziarie. Forza Bersani, coraggio!
Rita Rossello
Riguardo alla riforma delle pensioni. Si deve esser più flessibili non solo avendo a riguardo il reddito del pensionato, ma considerando anche la sua condizione lavorativa. In Germania vi è la possibilità di pensione anticipata per i disoccupati da lunga data e di età avanzata. Chi assume un cinquantacinquenne o un sessantenne? Penso questo sia un pensiero di tanti. Non volete ascoltarci. Bene, anzi male. Oltre al disagio materiale e morale in cui sicuramente cadrà il Paese, mettete una pietra tombale sul Pd. Guardate che fine a fatto l’estrema sinistra… Voto sinistra da quarant’anni. Se dovrò lavorare altri due anni causa le nuove norme, mi toglierò almeno l’ultima e magra soddisfazione di vedervi affondare. Anzi, mi impegnerò per questo. Con me, stavolta, saremo in tanti
Ivan Zincarli
Noi lavoratori precoci in mobilità arriviamo a 41 o 42 anni intorno ai 59 di età oltre e oltre al contributivo che ci decurta la pensione dobbiamo subire un 3% ogni anni fino ad arrivare a 62??? Ma vi rendete conto di cosa significa. O cancellate almeno questo o ci ridate un lavoro. Non siamo fantasmi!!
Ubaldina Santinelli
Se non tutelerete quelli che stavano per andare in pensione addio Pd!!!! Bersani al solito non si capisce che cosa proponete “io vorrei -non vorrei- ma se vuoi”. Prendete esempio da Di Pietro che è stato chiaro.
Giuseppe Malfitani
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 25th, 2011 Riccardo Fucile
I QUATTRO SMENTISCONO MA C’E’ CHI GIURA IL CONTRARIO: “PER NON FARSI VEDERE HANNO USATO IL TUNNEL CHE COLLEGA IL SENATO CON PALAZZO GIUSTINIANI”
A sentire Rocco Buttiglione le cose sono semplici: “Se non ora, in questo momento di estrema difficoltà , quando i leader possono incontrarsi per discutere dell’italia? E soprattutto, è normale che sia così, è nato un governo di tregua”.
Solo che questa semplice riflessione dell’esponente centrista cozza con una ridda di smentite e imbarazzati distinguo.
Per cui l’esistenza, o meno, del vertice di ieri sera tra Mario Monti e i vertici di Pd, Pdl e Terzo Polo, si tinge di giallo.
Negano i diretti protagonisti, tace Monti.
Ma le indiscrezioni si rincorrono. E spunta un tunnel galeotto. Ovvero quello che collega il Senato a palazzo Giustiniani (dove Monti ha l’ufficio).
Ed è proprio davanti a quel tunnel che sarebbe stato avvistato il segretario del Pd Pier Luigi Bersani.
Nelle stesse ore il segretario del Pdl Angelino Alfano viene visto mentre svolta verso corso Rinascimento, via che costeggia palazzo Madama.
Mario Monti, intanto, negli stessi minuti entra nel suo studio di palazzo Giustiniani. Passano tre quarti d’ora e – giurano fonti del Terzo Polo – Pier Ferdinando Casini si muove verso il Senato.
Solo casualità ?
Bersani, Casini e Alfano, però, negano.
In particolare i segretari di Pd e Pdl che non vogliono in alcun modo essere immortalati in una ‘foto di gruppo’ tra avversari-alleati che non piace ai rispettivi elettorati.
Per questo nei comunicati dei partiti, si parla semplicemente di “contatti”. Magari telefonici e, soprattutto, ‘bilaterali’.
“Non ci sono vertici, c’è il vertice che è il premier. I partiti stanno agevolando il lavoro di Monti, non ci saranno politici nel governo” dice Casini.
Anche dal Pd arrivata una smentita: “Non c’è stato nessun vertice, ma solo contatti tra i segretari fra di loro e con Monti”.
D’altronde per un governo tecnico l’esigenza di uno stretto raccordo con i leader di partito è necessaria.
Ma è altrettando palese che questi ultimi però preferiscano non rendere palese la questione. Per lo stesso motivo per il quale si opposero all’ingresso di esponenti politici.
Non a caso alcuni big del Pdl in queste ore stanno recapitando ad Alfano un messaggio chiaro: in queste vicende occorre chiarezza, non vertici segreti.
Pare che anche di questo il segretario abbia discusso animatamente con diversi dirigenti che l’hanno incontrato oggi a via dell’Umiltà .
(da “La Repubblica“)
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Novembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
PD, UDC E FLI AVREBBERO UN PROGETTO COMUNE PER FAR CADERE IL GOVERNO GIA’ LA PROSSIMA SETTIMANA, PUR APPROVANDO I DECRETI INDISPENSABILI…DAI MALPANCISTI DEL PDL A UNA MOZIONE DI SFIDUCIA, POI ELEZIONI O UN GOVERNO TECNICO CON MONTI O LETTA
Silvio Berlusconi pensa di blindare le sorti del governo con la fiducia sul maxiemendamento, ma l’opposizione avrebbe pronto un contropiano per farlo cadere.
Un contropiano che dovrebbe cominciare a realizzarsi già martedì, quando la Camera dovrà votare il rendiconto generale dello Stato, provvedimento sul quale l’esecutivo era già andato sotto qualche settimana fa.
L’approvazione è richiesta dalla Costituzione e indispensabile per la stabilità dei conti pubblici.
Il rendiconto quindi passerà , ma — ecco la strategia di cui si parla nei corridoi romani — in modo da rendere manifesta l’inesistenza di una maggioranza di governo.
Vale a dire con il voto contrario di molti “malpancisti” del centrodestra — con le ultime defezioni i sostenitori di Berlusconi a Montecitorio precipitano pericolosamente verso i 300, insufficienti a tenere — ma con le palesi (e momentanee) stampelle offerte dall’opposizione.
A questo punto, afferma la presidente del Pd Rosy Bindi, se il presidente del Consiglio non si farà da parte annunciando le proprie dimissioni, “ci sarà un atto parlamentare di fronte al quale trarremo le conseguenze che noi chiediamo da tempo: o un governo di responsabilità nazionale o le elezioni”.
Lo strumento che potrebbe essere utilizzato è una mozione di sfiducia “costruttiva” che, anche se non prevista nel nostro ordinamento, mostri la volontà politica di mandare a casa l’esecutivo per sotituirlo immediatamente con uno nuovo in grado di varare le misure anticrisi e fare le riforme.
Ovviamente la decisione dovrebbe passare per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che si troverebbe di fronte un’alternativa già discussa tra i partiti.
Tra i nomi che circolano con maggiore insistenza come guida dell’ipotetico nuovo governo ci sono Mario Monti e Gianni Letta.
Un ruolo di primo piano in questa tessitura l’avrebbe avuto Pier Ferdinando Casini, che ha appena accolto nell’Udc i transfughi del Pdl Ida D’Ippolito Viale e Alessio Bonciani.
E starebbe lavorando su altri.
Per tutti i berlusconiani convertiti — anticipa l’agenzia Ansa — sarebbe pronta una casa comune in cui convergere, la cosiddetta Costituente dei moderati, popolari e riformisti, che a breve potrebbe costituirsi come gruppo alla Camera.
Il progetto avrebbe il pieno appoggio del presidente della Camera Gianfranco Fini, e di Fli, e del Pd, i cui leader vanno ripetendo in queste ore che il governo Berlusconi ha “le ore contate”.
L’agenzia Adn Kronos riferisce di un incontro riservato avvenuto tra Casini e il segretario del Pd Pier Luigi Bersani.
All’ordine del giorno, appunto, la strategia comune da adottare nella votazioni della prossima settimana per affondare il Cavaliere.
Per Berlusconi si profilano guai anche al Senato.
Il gruppo raccolto dall’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu si starebbe allargando, in più si parla di alcuni senatori piemontesi in contatto con Luca Cordero Montezemolo, e di altri ancora tentati dall’Udc.
Lamberto Dini ha manifestato la disponibilità , all’occorrenza, di proporsi come candidato a guidare una fase di transizione.
Sul maxiemendamento i senatori ‘ribelli’ — al momento se ne conterebbero una decina — potrebbero non far mancare il proprio voto.
Ma si trattarebbe di una fiducia condizionata: per ottenere il via libera sulle misure promesse all’Europa, Berlusconi dovrebbe annunciare le dimissioni in aula.
Il presidente del consiglio, però, al momento non sarebbe intenzionato a recedere.
La linea discussa con i collaboratori sarebbe quella di resistere a oltranza.
E in caso di crisi, invocare le elezioni immediate. Se invece passasse l’ipotesi di governo tecnico, il Pdl resterebbe all’opposizione.
Intanto si fa sentire un altro “frondista”, l’ex ministro Claudio Scajola, intervenuto a Porta a porta: ”Bisogna allargare la maggioranza di governo, non attraverso un golpe di palazzo. Alcuni giornali cosiddetti amici del centrodestra hanno confuso la chiarezza del dibattito politico con un attentato alla disciplina. Berlusconi non può essere allontanato dal tradimento di qualcuno. Se ritiene di poter fare questa svolta gestendo lui stesso la presidenza del Consiglio lo faccia, altrimenti si faccia da parte”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 4th, 2011 Riccardo Fucile
IN ATTESA DELLA PRONUNCIA DELLA CONSULTA, DIETRO IL QUESITO ELETTORALE SI GIOCA LA PARTITA DELLE ALLEANZE… IL PREMIER, PER EVITARE IL REFERENDUM, POTREBBE PUNTARE A ELEZIONI ANTICIPATE
“Pungolo” o “grimaldello” che sia, il possibile via libera al referendum elettorale che punta ad abolire l’ormai famigerato Porcellum per tornare al Mattarellum, apre scenari e interrogativi su quello che potrà essere il nuovo sistema elettorale italiano.
E su chi ne beneficerà maggiormente.
Infatti, se l’attuale Porcellum sarà abolito e si ritornerà al ‘Mattarellum’, gli ingranaggi della politica potrebbero rimettersi in movimento.
Anche perchè la legge elettorale è materia delicatissima.
Al punto che la caduta del governo Prodi arrivò proprio in occasione dei negoziati sulle nuove regole elettorali (con la conseguente rivolta dei partitini).
I promotori del referendum hanno consegnato le firme in Cassazione, primo vaglio di validità , in attesa della pronuncia della Corte costituzionale.
Perchè è quella la spada di Damocle che incombe sull’iter referendario.
La possibilità che la Consulta bocci il referendum dichiarandolo incostituzionale perchè porterebbe una vacatio legis del parlamento.
Nell’attesa, però, le grandi manovre sono già in atto.
Partendo da due punti.
Il primo: il Mattarellum non piace al Pdl, alla Lega, all’Udc e anche a una parte del Pd.
Il secondo: la riforma elettorale è strettamente connessa alla precaria situazione politica.
E’ chiaro infatti che gli scenari che si aprono divergono a seconda della permanenza dell’attuale governo fino alla scadenza naturale della legislatura, della nascita di un nuovo esecutivo di larghe intese o dI elezioni anticipate.
Schierati a spada tratta per il ritorno al Mattarellum sono l’Idv di Di Pietro, Sel di Vendola, la Rete dei referendari di Segni, il Pli, Popolari (ex asinello).
La logica che si porta dietro il Mattarellum è quella delle grandi coalizioni (solo il 25% è proporzionale).
Ipotesi che a Di Pietro e Vendola piace.
Senza contare che i due hanno da tempo sposato l’onda lunga referendaria come nel caso dell’acqua pubblica.
Più complessa la posizione del Pd che, nelle settimane scorse, ha messo sul tavolo una disciplina che ricalcherebbe il sistema ungherese: in pratica un misto di maggioritario a doppio turno, proporzionale con diritto di tribuna.
Bersani, viste le divisioni interne, ha evitato di schierarsi apertamente a favore del referendum. Da una parte spiegando che “non tocca ai dirigenti di partito promuovere referendum” e ribadendo che la via maestra è quella parlamentare, dall’altra mettendo a disposizione le feste del Pd per raccogliere le firme.
Non è un mistero, però, che la freddezza del segretario sia anche legata alla nettà contrarietà dell’Udc nei confronti del referendum.
Del Mattarellum Casini non vuol sentire parlare anche perchè un sistema che privilegi le grandi coalizioni rischierebbe di mettere l’Udc (e in neonato Terzo Polo) in una situazione di marginalità .
Per questo i centristi chiedono da sempre un sistema proporzionale con ritorno alle preferenze anche se Casini, convinto che l’unica via di riforma possibile debba essere quella parlamentare, ha offerto una sponda a Bersani: “Noi siamo per il proporzionale alla tedesca ma possiamo, l’ho detto anche a Bersani, a discutere del loro disegno di legge”.
Apparentemente più netta la posizione di Fli: “Se il Pdl fosse tentato da una nuova legge elettorale contro il Terzo Polo si renderebbe inevitabile un’alleanza tecnica e costituzionale con il centrosinistra e con il Pd in tutti i collegi”.
Come dire: a mali estremi, estremi rimedi.
Eppoi c’è la Lega che, nei mesi scorsi, non ha chiuso le porte al ritorno al proporzionale anche perchè il Mattarellum obbligherebbe il Carroccio ad allearsi, in una fase in cui il dopo Pdl senza Berlusconi è tutto da disegnare.
Meglio avere le mani libere, dunque.
Chi invece non ha ancora scoperto le carte è il Pdl.
L’attuale legge ha permesso al centrodestra di poter godere su di una solida maggioranza parlamentare e, in passato il Cavaliere ha sempre detto che non aveva intenzione di cambiarla, ritenendolo un sistema in grado di garantire la governabilità e il bipolarismo.
Adesso, però, qualcosa sembra muoversi.
Non a caso il neosegretario Alfano ha tratteggiato un abbozzo di proposta articolata su due punti: stop ai parlamentari nominati, ma il bipolarismo non si discute.
In pratica si tratterebbe di un’ipotesi che, pur mantenendo in vita l’attuale sistema nei suoi aspetti fondamentali, andrebbe incontro alle richieste di correzioni che sono state avanzate da più parti, a cominciare dall’esigenza di superare il sistema delle liste bloccate o comunque di consentire agli elettori di scegliere i propri rappresentanti.
Un altro punto sul quale intervenire potrebbe essere il premio di maggioranza e anche su questo aspetto la proposta studiata dal Pdl prevede un intervento che pur non accogliendo la richiesta di abolizione del meccanismo tuttavia lo corregge.
Ma anche in questo caso, come per il Pd, la nuova legge elettorale diventa uno strumento di dialogo con l’Udc. In particolare per chi, nel Pdl, punta ad un processo di “riunificazione del centrodestra”.
I centristi, per adesso, frenano: “Il Terzo polo andrà da solo alle elezioni, perchè serve un’alternativa di serietà “.
Ed è a questo punto che occorre fare un passo indietro e interrogarsi su quelli che potrebbero essere gli scenari politici.
A partire dal fatto che Berlusconi potrebbe far saltare il banco.
Lo dice, senza mezzi termini, il presidente lombardo Roberto Formigoni: “Siccome la legge elettorale che uscirebbe dal referendum è assolutamente contraria agli interessi nostri potremmo essere portati ad andare ad elezioni nel 2012”.
Con il Porcellum, che tante gioie ha regalato al Cavaliere.
E pazienza se, a dispetto di tante promesse, gli elettori si troveranno nuovamente a “scegliere” candidati imposti dall’alto.
Matteo Tonelli
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
DA ALITALIA ALLA MANOVRA, LE LEGGI APPROVATE SENZA IL PLENUM…LA RICERCA DI OPENPOLIS SULLA ATTUALE LEGISLATURA: INTERESSATA UNA LEGGE SU TRE.. TROPPE LEGGI SONO PASSATE PERCHE’ LA MINORANZA ERA LATITANTE
Facile farsi eleggere in Parlamento, difficile andarci tutte le mattine.
Se piove e se c’è il sole, se è estate o inverno, se si è felici e anche depressi.
Dopo l’elezione c’è il periodo di buio, una cornice down che annienta le forze soprattutto in chi dal voto è stato sconfitto e produce la meraviglia di una maggioranza che governa “grazie” all’opposizione, poggia la propria fiducia sulla stanchezza e in fin dei conti sulla sfiducia altrui.
Per 5.098 volte la maggioranza ha salvato i suoi commi e i suoi articoli in ragione delle defezioni dei propri competitori.
Il 35 per cento del totale dei provvedimenti approvati in questa legislatura scaturisce da questa funzione al contrario.
Dal 2008 una legge su tre è giunta sulla Gazzetta Ufficiale grazie alle assenze di chi (a parole) si era impegnato ad opporsi alla sua promulgazione.
Le statistiche sono guidate unicamente dai numeri e questi numeri, che Openpolis, l’associazione che monitora i comportamenti funzionali e puramente meccanici della classe politica, confermano e in qualche modo aiutano a spiegare il dato assoluto: l’opposizione troppo spesso, più del prevedibile verrebbe da dire, ha salvato il governo con le proprie assenze.
Certo, sviluppati sul versante opposto, gli stessi numeri porterebbero a dire che la maggioranza, fortissima, è risultata fragilissima nel voto parlamentare.
Ma questa debolezza, qui il punto, non ha determinato le conseguenze attese.
E c’è un perchè che i ricercatori (su www. openpolis. it ogni ulteriore ragguaglio statistico) ritrovano nel fatto che l’attività parlamentare «si riduce ad essere una sorta di incombenza ben remunerata, da gestire come si può tra le altre».
La crisi della politica risiede appunto nella scarsa passione che i suoi protagonisti al più alto livello manifestano.
Impegno che viene sottovalutato o assommato ad altri.
Pesa e tanto l’abitudine, oramai consolidata a dispetto di ogni proclama e dichiarazione, ai doppi e tripli incarichi che segnano il cursus honorum di una parte cospicua degli eletti.
Sono ventidue i parlamentari che fanno anche i ministri (sottraendo così ogni presenza alle sedute d’aula), e trentuno che sono sottosegretari, e due che vestono anche la fascia tricolore di sindaci e dodici che si sono assicurati anche la poltrona di presidente di Provincia, undici quella di consigliere provinciale e quattro che sono anche assessori comunali.
La doppia poltrona fino a qualche anno fa era vietatissima, almeno nelle fila del centrosinistra.
Il tempo passa e le buone tradizioni si dimenticano.
Con gli anni la deregulation e la fuga in massa dalle proprie responsabilità .
Chi fa il parlamentare dovrebbe fare il parlamentare. Invece no.
Più spesso fa i propri affari in solitudine.
Sono in 134 a svolgere con regolarità la professione di avvocato (e già questi numeri producono sconforto e in parte spiegano l’indole ai continui microassalti ai codici). Altri 116 parlamentari erano imprenditori e continuano ad esserlo.
A Roma si va quando si può, se la fabbrica lo permette.
I danni sono cospicui.
E se il segretario del Pd Pierluigi Bersani volesse scorrere la lista dei colleghi che hanno mancato al proprio dovere non ritroverebbe – per giusta causa – solo il proprio nome in cima, ma quello di chi altro non avrebbe da fare, in teoria, che presenziare al voto.
Nomi di prima fascia (D’Alema, Fioroni, Franceschini, Livia Turco, Veltroni), raccolti intorno a una lunga lista di peones che hanno pochi impegni e però incredibilmente hanno performances mediocri.
Senza questa stanchezza così acuta la Finanziaria del 2009, approvata con 99 voti di scarto, sarebbe stata bocciata sotto i colpi dei 100 deputati dell’opposizione invece assenti.
E la legge che consegnò l’Alitalia alla cordata dei “patrioti” ce la fece per 23 voti di scarto (ventiquattro gli assenti).
Non brilla neanche il partito di Di Pietro e persino i radicali (spicca purtroppo l’andamento lento di Emma Bonino) hanno qualcosa da farsi perdonare.
Brunetta deve ringraziare il centrosinistra se la sua riforma è potuta divenire legge.
E chi aveva soldi all’estero li ha scudati perchè qualcuno di troppo nell’opposizione ha girato i tacchi e fischiettando è salito in auto ed è corso via da Roma.
Antonello Caporale
(da “La Repubblica“)
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