Aprile 1st, 2015 Riccardo Fucile
“LA FIDUCIA E’ STATA POSTA SU QUESTI ARGOMENTI SOLO SULLA LEGGE TRUFFA NEL 1953”
La risposta di Bersani a Renzi è una sfida. 
«Non sono così convinto che abbia i numeri per approvare l’Italicum. A partire dalla commissione Affari costituzionali. Ne dovrà sostituire tanti di noi per arrivare al traguardo. E se continuerà a fare delle forzature, io stesso chiederò di essere sostituito ».
Sarebbe il primo vero strappo dell’ex segretario nella storia del conflitto con Matteo Renzi.
La prima plastica trasgressione alla filosofia della Ditta, che va difesa a prescindere.
Dopo la direzione di lunedì, Pier Luigi Bersani non ha cambiato idea: se la legge rimane così com’è, non la vota.
Lo ripete a un gruppo di deputati che lo accompagna verso il suo ufficio al quinto piano di Montecitorio.
Due stanzette prese in prestito dal gruppo di Sinistra e libertà , in un labirinto di scale e ascensori, strategicamente piazzate molto lontano dal Pd e questo è un altro brutto segno.
Bersani non parla di scissione.
Quando il fantasma si affaccia, nel corso della conversazione, divaga, non risponde, guarda da un’altra parte.
«Vediamo se si fa carico del problema – spiega riferendosi al segretario –. Noi abbiamo detto: concordiamo alcune modifiche e poi votiamo l’Italicum tutti insieme sia alla Camera sia al Senato. E lui che dice? Non mi fido. Ho trovato questa risposta offensiva, molto più di tante battutine personali che riserva a chi dissente. Non mi fido di Berlusconi, lo puoi dire. Ma se non ti fidi del tuo partito, è la fine».
Nell’appassionato ragionamento di Bersani, la battaglia è molto più profonda di un bilanciamento tra preferenze e nominati.
«Le preferenze sono un falso problema. Fanno schifo anche a me, io sono per i collegi. Ma tra nominati e preferenze, scelgo le seconde. Se non piacciono a Renzi mi chiedo perchè non aboliscono le primarie dove le preferenze raggiungono l’apice. Dicono: ma diventano uno strumento del malaffare. Allora io dovrei pensare che tanti parlamentari del Pd li ha portati qui la mafia?».
Non sta in piedi neanche la ricostruzione di Roberto Giachetti.
Bersani sorride: «Il Mattarellum è un sistema imperfetto, ma se me lo danno lo firmo subito. Giachetti purtroppo ha la memoria corta. Non avevamo i numeri per far passare la sua mozione, forse non si ricorda com’era diviso il Parlamento in quella fase. Io comunque andai dai grillini e chiesi: voi lo votate il Mattarellum? Mi risposero: sosteniamo la mozione Giachetti. Insistetti: ma la votate sì o no? Facevano i vaghi, dovevano sentire Grillo e Casaleggio. Ci avrebbero mandato sotto, ecco cosa sarebbe successo».
Il punto però non sono le polemiche interne.
«I giornali – dice Bersani – sono pieni di veline. Le facevo anch’io quando ero segretario, ma un po’ mi vergognavo e dicevo ai miei: andiamoci piano. L’Italia adesso si prende questa legge elettorale e nessun commentatore sottolinea il pericolo cui andiamo incontro. Vedo un’ignavia diffusa. L’establishment italiano è una vergogna. Sono 4-5 poteri che dicono: andiamo avanti, corriamo. E non si chiedono se andiamo avanti per la strada giusta o verso il precipizio. Potrei fare nomi e cognomi di questi poteri e scrivere accanto le rispettive convenienze che hanno nel tacere, nel sostenere questa deriva».
Ecco il cuore del ragionamento bersaniano: la descrizione di questa deriva.
«Renzi vuole l’abolizione della rappresentanza. Punta a una sistema che non esiste da nessun’altra parte al mondo e che non ci copierà proprio nessuno perchè l’Europa ma anche gli Stati uniti non sono governati da baluba. Lì si rispetta il voto popolare e si cerca di comporre le forze e i programmi per rappresentare società complesse in un momento molto difficile. Qui da noi no».
Il ballottaggio, che nella narrazione di Renzi è una grande vittoria della sinistra, per Bersani è «un vero pericolo. Non ha niente a che vedere con il doppio turno francese dove ci sono i collegi. Qui lo facciamo su base nazionale e serve solo a incoronare un leader, a creare un presidenzialismo di fatto, una democrazia plebiscitaria.
Può capitare che un partito del 27 per cento prenda tutto il potere in un Parlamento di nominati al servizio del capo. E l’altra metà del Paese la consegniamo ai populisti con un esito simile a quello francese. In quel sistema presidenziale, che pure è molto bilanciato, non dai sfogo alla rappresentanza e carichi una molla che alla fine scatta, esplode. Così ti ritrovi Marine Le Pen. In Italia può succedere la stessa cosa. Si ammucchiano i populisti, Grillo e Salvini, e non sai come finisce».
La risposta a questa obiezione manda ai matti Bersani.
«Dicono: tanto Renzi dura 20 anni. Ne siamo proprio sicuri? Secondo me no. La situazione è ancora fluida, la crisi non è finita. Avete visto i dati sulla disoccupazione? Ci siamo ancora dentro e non è detto che gli elettori vorranno uscirne con Renzi e con il Pd. Non dimentichiamo l’esempio di Parma. Disaffezione per la politica, crisi economica e al ballottaggio vincono i 5 stelle. E’ il modello che vogliamo per l’Italia? Se l’onda è questa, io non la seguirò».
L’alternativa andrebbe trovata insieme.
«Una correzione che permetta l’apparentamento al ballottaggio sarebbe già un passo avanti». Se Renzi mette la fiducia? «E’ stata messa una sola volta sulla legge elettorale e dopo un ostruzionismo feroce. Era il ’53, la legge truffa. Sono cambiati i regolamenti, non so se Renzi si spingerà fino a quel punto».
Ma se lo fa, che succede alla Ditta?
«Stavolta prima viene il Paese, poi la Ditta».
Goffredo De Marchis
(da “la Repubblica”)
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Febbraio 28th, 2015 Riccardo Fucile
“IL TRADIMENTO SUL JOBS ACT PESA ANCORA”
Stavolta è diverso. Non si tratta solo di correnti che si sbranano o leader che si accoltellano. C’è dell’altro
dietro l’escalation guidata da Pierluigi Bersani.
È la fregatura sul Jobs act ad aver scassato il Partito democratico, portando la minoranza sul piede di guerra.
«Sì – ammette l’ex segretario, appoggiandosi a una colonna del Transtlantico – Avevamo discusso durante la direzione del partito, era stato preso un impegno. Le due commissioni avevano espresso un parere, anche se non vincolante. E nelle commissioni ha votato tutto il Pd: non solo i bersaniani, ma i bersaniani i renziani e tutti quanti gli altri. Poi però si è deciso di non tenerne conto. Ma insomma, ma come si fa…».
Una sberla che brucia. Un tradimento, per la sinistra del Pd.
«Ma non è solo questo – ricorda a due passi dall’Aula – Sulle istituzioni, ad esempio, avevamo lavorato seriamente. Subito dopo Mattarella, però, non ho visto altro che smentite a quel metodo, che pure aveva funzionato ».
È un Bersani trasformato. Sereno, però più aggressivo. Combattivo.
Interventi, uscite pubbliche, ieri pure un’intervista al giornale radio Rai.
Nulla a che vedere con il solito risiko del Pd, ragiona mentre attraversa il lungo corridoio che porta a piazza del Parlamento.
«Non se ne può più di queste veline che circolano sui media e che dipingono quanto accade come una questione di potere».
È piuttosto uno scontro tra due mondi che non si riconoscono più.
«Io sono un deputato semplice. Non ho nulla da chiedere, non reclamo posti. Bisogna che si convincano che è esclusivamente un problema di idee. Possiamo confrontarci? Possiamo almeno discutere sul serio e non per spot?».
Non fa altro da giorni, l’ex segretario. In Aula con tanti dei suoi colleghi, mentre tutto attorno sbocciano aree a differente tasso di renzismo pronte a farsi la guerra.
In Transatlantico, con pazienza, mentre le minoranze tornano a parlarsi. E pure al cellulare, con i vecchi amici che gli chiedono consigli: “Pierluigi, dove stiamo andando?”.
Alla convocazione di Matteo Renzi non ha risposto. Si tormenta gli occhiali rossi, poi tutto d’un fiato: «Certo che no. Le riunioni vanno fatte per davvero. Convocare i gruppi parlamentari per discutere di fisco e altri tre temi per quattro ore non va bene. Il confronto deve essere serio. Nè è accettabile che parta subito il giochino di quelli che dicono: “Quando facciamo le riunioni e vogliamo la discussione, voi vi sfilate”». È comunque agli atti la clamorosa mossa di boicottare il seminario promosso dal premier in persona.
Il rischio di delegittimare il leader non ha frenato le minoranze, anche se a disertare è un ex segretario del Pd.
«Veramente all’epoca Renzi non è mai venuto a una riunione e io ho fatto il segretario tranquillamente. Mai venuto a una riunione, mai… Comunque lui ha detto: “Fatevi venire un po’ di idee”. Me le sono fatte venire e le ho mandate».
Palazzo Chigi ha già fiutato il cambio di passo.
E a nessuno dei quattrocentosedici parlamentari dem è sfuggito quel passaggio di Bersani sull’Italicum. Una mina piazzata tra le fondamenta della legislatura, si allarmano i renziani.
«Da quanto tempo è che lo dico? Da tempo avverto: “Guarda che in queste condizioni non si vota questa legge elettorale”. Se poi il tema diventa Bersani contro Renzi e nessuno si preoccupa di come si organizza la democrazia, allora vabbè….».
Riflette solo un attimo, inforca gli occhiali rossi: «Però, ecco, sollevo questo punto: che tipo di democrazia stiamo costruendo? Non mi sembra esattamente irrilevante, anche se nessuno ne parla».
Stavolta l’offensiva dell’opposizione interna non provoca l’immediata reazione di Renzi. Anzi, due sere fa l’unico passaggio davvero polemico è stato il riferimento del premier ai vecchi caminetti della Ditta.
«Vabbè, lasciamo stare i vecchi caminetti che sono cretinate… Se continua a rispondere in quel modo lì non si va da nessuna parte».
Appunto, che si fa? Come se ne esce?
«Il segretario prenda in mano la situazione. Dica che si vuol parlare di quale democrazia va costruita con un approccio serio. Di liberalizzazioni, ma sul serio. Perchè è giusto discutere e poi decidere: e però sul lavoro abbiamo discusso, discusso e ancora discusso, ma poi ha fatto come gli pare… ».
Una tregua, comunque, sembra distante anni luce.
Quando Massimo D’Alema promette una dialettica interna sempre più vivace, a qualcuno vengono i brividi.
Bersani invece evita previsioni. Auspica, al massimo: «Bisogna capire che è necessario tener conto delle idee degli altri. Se facciamo con il metodo Mattarella, va benissimo. Se al contrario facciamo finta di discutere e poi uno tira dritto – sospira mentre lascia la Camera – allora è un problema».
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 26th, 2015 Riccardo Fucile
“JOBS ACT RIPORTA AGLI ANNI ’70″… LA MINORANZA DEM DISERTERA’ L’INCONTRO CON I PARLAMENTARI
Non andrà all’incontro con Matteo Renzi e se nulla cambia nelle riforme costituzionali, Pier Luigi Bersani
non voterà la riforma della legge elettorale.
L’ex segretario Pd, in un’intervista che uscirà su Avvenire, dà il suo aut aut al governo.
“Polemiche ingiustificate”, lo liquida il presidente del Consiglio. “Noi siamo per il dialogo”.
Nuovo scontro, ma la scena è sempre la stessa. La pax tra Renzi e la minoranza Pd nata con l’elezione compatta di Sergio Mattarella è solo un ricordo.
E nella routine di riforme e decreti, si riaprono i vecchi fronti.
L’ultimatum viene questa volta da Bersani.
“Il combinato disposto”, dice, “tra ddl Boschi e Italicum rompe l’equilibrio democratico. Se la riforma della Costituzione va avanti così io non accetterò mai di votare la legge elettorale“.
La ferita che più fa soffrire l’esponente della minoranza Pd è la riforma del mercato del lavoro, approvata nei giorni scorsi nonostante le perplessità di parte del partito: “Mette il lavoratore in un rapporto di forze pre-anni ’70 e perciò si pone fuori dall’ordinamento costituzionale”.
Ma questa volta il motivo della lite con il presidente del Consiglio è stata la convocazione di un incontro con i parlamentari Pd, a cui l’ex segretario e altri membri della minoranza non parteciperanno.
“Non ci penso proprio”, dice Bersani. “Perchè io m’inchino alle esigenze della comunicazione, ma che gli organismi dirigenti debbano diventare figuranti di un film non ci sto”.
Il presidente del Consiglio risponde poco dopo e dice di essere “stupito” per le “polemiche ingiustificate”.
Bersani, punto di riferimento della minoranza Pd, aveva parlato di una mediazione possibile con Renzi dopo la prova dell’elezione del presidente della Repubblica.
Il partito si era ricompattato intorno al nome di Sergio Mattarella. A quello si era aggiunta la fine del patto del Nazareno che aveva fatto sperare la sinistra democratica di poter aprire un nuovo tavolo di trattative con il presidente del Consiglio.
Niente di tutto questo. Renzi è andato avanti per la sua strada e le ultime settimane hanno fatto tornare lo scontro ai vecchi tempi.
Prima l’approvazione del ddl Boschi davanti a un parlamento con le opposizioni in Aventino (il voto finale a Montecitorio è atteso a marzo) e poi il dibattito sul Jobs act.
Che la situazione fosse arrivata ad uno dei punti più tesi degli ultimi mesi si era già capito nelle scorse ore.
“Siamo al limite, è ora di fare le cose seriamente”, aveva commentato Bersani dopo l’annuncio della riunione tra i gruppi Pd e Renzi.
“I gruppi li convocano i capogruppo, stabiliscono gli odg e invitano il segretario. Non c’entra il Pd, non c’entrano i bersaniani o i renziani”.
L’ex segretario è stato anche tra i primi del Pd a criticare l’offerta di Mediaset per Rai Way: “Ora il Milan”, ha scritto su Twitter, “si comprerà l’Inter”.
In tanti nella minoranza però non si presenteranno all’incontro: “Non vado”, commenta l’ex presidente Pd Gianni Cuperlo, “perchè aspetto ancora di capire perchè il governo non abbia tenuto in nessun conto il parere unanime del Pd in commissione sulla delega lavoro e moltissime altre proposte avanzate in questi mesi. Massimo rispetto per l’iniziativa di Renzi ma è bene prima chiarire che tipo di rapporto c’è tra governo e Parlamento”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 21st, 2015 Riccardo Fucile
“NON SI PERMETTA DI DEFINIRCI PARASSITI O E’ FINITA”
Tira aria di scissione nel partito democratico dopo lo strappo consumato in mattinata tra la maggioranza
di Matteo Renzi e la minoranza.
“Renzi lo sa benissimo: c’era una possibile mediazione sull’Italicum e loro non hanno voluto mediare. Ora spetta a lui dire se si può partire dall’unità del Pd”, ha risposto Pierluigi Bersani risponde al giornalista sulla spaccatura dentro il Pd sulla riforma della legge elettorale.
“Dare del parassita a Corsini, Gotor, Mucchetti, è pericoloso. E’ gente per bene che non chiede niente e va trattata con rispetto. Se viene meno il rispetto, è finita”.
Il maxi-emendamento Esposito che segna un deciso passo avanti verso l’approvazione dell’Italicum è stato approvato al Senato e 140 esponenti della minoranza interna del Partito Democratico sono in riunione nella sala Berlinguer di Montecitorio.
L’idea era quella di discutere di riforme e legge elettorale, ma la riunione si è trasformata in un’assemblea delle anime non-renziane del partito.
Tra i presenti, oltre a Pier Luigi Bersani, ci sono Rosy Bindi, Gianni Cuperlo, Pippo Civati, Stefano Fassina, Sesa Amici, Francesco Boccia, Miguel Gotor, Corradino Mineo, Nico Stumpo, Cesare Damiano, Francesco Russo.
Per sentire che aria tira è presente anche il capogruppo Pd alla Camera Roberto Speranza. “Non è una riunione di corrente, è una riunione di partito”, ha ironizzato Giacomo Portas.
La situazione è fortemente tesa e lo scontro è andato oltre le intenzioni dello stesso Matteo Renzi, che non ha gradito l’epiteto “parassiti” con cui il senatore Esposito ha appellato i membri della minoranza in un’intervista su La Repubblica.
Non arriva per caso, poco dopo le 13, il richiamo di Lorenzo Guerini, fedelissimo del premier: “Il Pd discute anche aspramente, ma sempre con senso di lealtà e di responsabilità . I toni non devono andare oltre misura”.
Ora Renzi comincia a tenere il peggio.
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Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI TEME AGGUATI E PROPONE SCHEDA BIANCA AI PRIMI TRE TURNI
Da un lato, Matteo Renzi posticipa a lunedì l’assemblea con i senatori del Pd prevista per domattina.
Dall’altro, il senatore bersaniano Miguel Gotor annulla la conferenza stampa sul suo ‘bellicoso’ emendamento contro i capilista bloccati dell’Italicum, firmato da ben 37 senatori di minoranza.
Nel giorno in cui Giorgio Napolitano lascia il Quirinale, tutto si muove e tutto si sospende nel Pd. Renzi e Bersani, ovvero i players principali della partita sul nuovo presidente della Repubblica, si posizionano ai blocchi di partenza.
Palla al centro. Obiettivo: stanarsi.
Almeno da parte di Bersani, che non a caso mette allo scoperto i suoi interrogativi: “Se c’è la volontà di arrivare ad una intesa con tutti che sia con tutti, perchè aspettare la quarta votazione e lasciar perdere la prima, la seconda e la terza?”, domanda l’ex segretario del Pd a sera.
E’ il campanellino che a Palazzo Chigi conferma il nuovo allarme nato in giornata: l’incubo dei primi tre scrutini con tutte le trappole anti Patto del Nazareno che possono comportare.
Pippo Civati non fa mistero del fatto che sta tentando di mettere su l’operazione Romano Prodi insieme a Sel.
Cioè candidare il professore bolognese ai primi tre scrutini, contando anche sui voti degli ex grillini più di sinistra, magari anche gli altri pentastellati o forse lo stesso Beppe Grillo se decide, magari i fittiani.
Quanto ai bersaniani, vero ago della bilancia nel Pd sul Quirinale, Civati specifica: “Io sono favorevole ad un’iniziativa politica comune, ma Bersani non mi sembra si sia ancora deciso. Con lui, comunque, devo ancora parlare…”.
Insomma, per Civati “Prodi è il miglior presidente possibile: se riusciamo a fargli prendere un bel pacco di voti nei primi tre scrutini, come si può ritirarlo dalla corsa alla quarta votazione, quella ‘buona’?”.
E’ questa terribile congiuntura tra minoranze che Renzi vuole spezzare sul nascere.
La mission è impedire che riescano a compiere il miracolo di ritrovarsi insieme contro il segretario nella partita sul Quirinale.
Per ora, il premier è convinto che Bersani giochi una partita diversa e distinta dai civatiani sul Quirinale: prova ne è la collaborazione offerta al governo sul Jobs Act dall’ala bersaniana del partito prima di Natale.
Da parte sua, però, l’ex segretario lavora per stanare il segretario del Pd, far venir fuori le sue reali intenzioni, i perchè dei suoi no a questo o quello, svelare i bluff del capo del governo.
E’ per questo che i suoi al Senato alzano il prezzo sulla legge elettorale, pur avendo appreso dai renziani che sull’Italicum il premier non è disposto a trattare.
Piuttosto, l’idea del capo del governo è di convincere Bersani e le sue truppe parlamentari facendo leva sul “senso di responsabilità verso l’unità del Pd e verso il Paese in un momento così delicato…”.
Chissà se basterà . Anche perchè di candidati ‘anti Patto del Nazareno’ ne girano altri, oltre a Prodi.
Per esempio, l’ex ministro della giustizia Paola Severino, autrice della legge che rende Berlusconi incandidabile per via della condanna per frode fiscale. Anche Severino riscuote consensi nella minoranza Pd.
Il punto per il premier è fare in modo di arrivare senza trappole e insidie alla quarta votazione, quella a maggioranza assoluta di 505 voti, quella per la quale Renzi ha promesso il suo nome che prima passerà per una “rosa di nomi che proporrò al Pd”. Così ha assicurato oggi nella riunione di segreteria al Nazareno.
Insomma, Renzi punta a fare in modo che il grosso dei Dem — a parte i civatiani considerati “irrecuperabili” e magari anche Stefano Fassina, segnalano dal quartier generale renziano – rispetti l’indicazione di votare scheda bianca ai primi tre turni, quelli a maggioranza dei due terzi, ovvero ben 672 voti.
In questo Parlamento non ce ne sono così tanti intorno ad un unico nome. “Bersani propone di votare il Presidente della Repubblica dal primo scrutinio. Visti i precedenti, questa volta meglio prediligere ascolto, sicurezza e coesione vera…”, taglia corto il senatore renziano Andrea Marcucci su twitter.
Non succederà mai il miracolo che, segnalano i renziani, nella storia è avvenuto solo per due presidenti: Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi, entrambi eletti al primo scrutinio.
Ed è proprio per questo che la domanda serale di Bersani suona tendenziosa dalle parti del premier. E scatta l’allerta: iniziano i giochi.
E poi c’è anche che, fanno notare nei circoli renziani, il premier-segretario non può che proporre scheda bianca ai primi tre scrutini.
Perchè non può correre il rischio di farsi bocciare dall’aula, non è più il libero rottamatore del Pd che alle presidenziali del 2013 lanciava liberamente i suoi assi per giocare la partita da Firenze.
Successe per esempio con il nome di Sergio Chiamparino e non solo. Tutto questo oggi non è possibile. E poi, spiegano i renziani, “votare scheda bianca è un modo per controllare che la disciplina di partito venga rispettata: chi tradisce, si ferma a scrivere un nome nell’urna e si vede”.
“Prodi è un candidato pericoloso…”, ammette un renziano fedelissimo a taccuini chiusi. “Non possiamo candidarlo perchè non avrebbe i voti, verrebbe affossato di nuovo come nel 2013: non si può…”.
Ma non si può soprattutto perchè il professore bolognese resta escluso da quella rosa di nomi che Renzi vuole proporre al Pd all’assemblea dei grandi elettori, a ridosso dell’inizio delle votazioni il 29 gennaio.
Prodi non è tra i ‘graditi’, troppa storia alle spalle, troppo peso, ti spiegano i Dem di maggioranza, soprattutto non sarebbe gradito a Silvio Berlusconi.
E Renzi è interessato a difendere con le unghie il Patto del Nazareno, croce e delizia della sua ascesa politica.
Ma nemmeno quello di Walter Veltroni è una carta certa tra i Dem. “Ha troppi nemici nel Pd: magari dicono di sì e poi lo affossano dietro il voto segreto, come è successo con Prodi”, spiega un renziano di rango.
Un ragionamento che, al di là dei nomi e dei cognomi, segnala quanto sia fragile il terreno sul quale il premier deve muoversi nelle prossime due settimane.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
“NON SI POSSONO ACCETTARE PREDICHE DA OGNI PULPITO”
«La lealtà al governo è fuori discussione». Pierluigi Bersani parla di lealtà , come ha già fatto
Renzi nell’Assemblea dem di domenica.
L’ex segretario non c’era; colpa di un mal di schiena. Ma torna ieri da Piacenza a Roma per la presentazione del libro di Luigi Agostini (“Ripensare la sinistra”) e non risparmia critiche al premier.
A cominciare dalla battuta sulla lealtà , appunto: «Non da tutti i pulpiti si possono accettare prediche… il Pd deve essere un partito organizzato e plurale, senza padroni».
È la prima stoccata. Ed è anche il segnale che la tregua natalizia che ha concluso la riunione del “parlamentino” democratico, è in realtà assai fragile. La sinistra dem non s’arrende.
Basta vedere gli emendamenti all’Italicum, la nuova legge elettorale, presentati dai bersaniani al Senato.
C’è quello contro i capilista bloccati, sottoscritto da una trentina di senatori dem e l’altro — primo firmatario Miguel Gotor, a seguire altre 33 firme, praticamente un terzo del gruppo del Pd — che prevede il sistema per quote, cioè il 25% di candidature bloccate e il restante 75% con le preferenze.
«Ma non facciamo per favore psicodrammi sulle minoranze… », esorta Bersani e ricorda l’episodio che ha portato i dem sull’orlo della rottura, perchè in commissione alla Camera la sinistra del partito aveva votato contro i 5 senatori nominati dal capo dello Stato.
«Cos’è, li vogliamo ammazzare? Nei paesi democratici le Costituzioni non le fa il governo. Di riforme ce n’è da fare, nessuno frena ma bisogna migliorarle dove si può. Il Patto del Nazareno con Berlusconi non è obbligatorio, ma ampiamente facoltativo anche per i numeri».
Ecco quindi che sul nuovo Senato e sulla legge elettorale la battaglia della minoranza dem è solo all’inizio, Renzi lo sappia. «L’Ulivo ad esempio, ha fatto il Mattarellum che è meglio del Porcellum e, secondo me, un filino meglio dell’Italicum », ricorda Bersani.
Anche questa è la risposta alle critiche mosse da Renzi alle troppe nostalgie uliviste, che hanno però dimenticato la palude in cui il centrosinistra si mise.
Bersani non ci sta. «Siamo tutti figli dell’Ulivo, tutti quanti anche Renzi lo è. L’Ulivo ha avuto la magia di mettere insieme diverse culture riformiste nel reciproco rispetto e dignità , non dividendo tra innovatori e cavernicoli ».
Un’altra frecciata a Renzi. Un appello affinchè il Pd sia un partito di sinistra, figlio appunto dell’Ulivo e della distinzione tra il berlusconismo che ha imperato per oltre dieci anni e i tentativi prodiani di cambiare il paese.
L’ex segretario del Pd — che del governo Prodi fu ministro — ricorda le “lenzuolate”, le sue riforme di politica industriale. Non gli piace il “grillismo” del premier che fa di tutta l’erba un fascio.
Del resto Prodi ha incontrato Renzi a Palazzo Chigi. «Bene, così il premier avrà avuto una visione più vera sugli ultimi 20 anni», ironizza il bersaniano Alfredo D’Attorre.
Ma è la partita intorno al Colle, per la successione a Napolitano, che quell’incontro apre.
Al Pd spetterà indicare un nome, utilizzando il “metodo Ciampi”: è la riflessione di Bersani.
Ai cronisti che gli chiedono cosa deve fare Renzi per evitare i 101 “franchi tiratori” che impallinarono Prodi, Bersani risponde con una battuta: «Renzi trovi parecchi Bersani in giro». Trovi, in pratica, dirittura di comportamento. Sul Quirinale però non si sbilancia: «Mi fa molto piacere, davvero che si siano incontrati. Non chiedete a me se possa correre di nuovo Prodi per il Colle», si sottrae.
La controffensiva dell’ex segretario comunque è a 360 gradi.
La politica non può ridursi a semplice comunicazione, deve essere altro. Insiste sull’autonomia e la necessità di guardarsi in faccia: «Bisogna essere un collettivo. Chiedo troppo?».
Racconta di quando disse a Giuliano Ferrara che un partito non può essere liquido: «Se è liquido, facciamoci una bella bevuta e non se ne parli più…».
Replica a stretto giro del ministro Maria Elena Boschi: «Sì, serve confrontarsi, ma anche comunicare bene, mentre il Pd precedente considerava di destra la comunicazione ».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
“HA CREATO UNA ENORME ASPETTATIVA, MA NON SI ESCE DAI GUAI CON IMPROVVISI MIRACOLI”
Renzi ha preso il 40%? “Con il mio 25% Renzi sta governando. Io non ci sono al governo, mi va bene, non chiedo riconoscenza ma rispetto”.
Così l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani a Dimartedì, in onda questa sera su La7. L’ex segretario Pd non ha risparmiato affondi nei confronti del premier: “Dall’entourage di Renzi mi vogliono spiegare, a me, come si sta in un partito. Ma vorrei chiedere: dove sta scritto nel programma di cancellare l’articolo 18?”.
L’articolo 18, ha proseguito. “non è certamente un simbolo ma un suo aspetto simbolico sicuramente lo ha: non si può buttarlo via perchè il lavoro non può essere inteso totalmente solo come salario ma è anche diritti e dignità delle persone. Il lavoro, ha detto ancora Bersani, “si dà con gli investimenti e servono regole precise per l’occupazione”.
Renzi, ha continuato l’ex segretario Pd, “è svelto, intelligente, impaziente” ma deve avere “un rapporto più colloquiale e meno aggressivo”.
Anche perchè “non usciamo dai guai con improvvisi miracoli”.
Il presidente del Consiglio, ha continuato Bersani, “ha creato un’enorme aspettativa e ora deve cominciare a tirare qualche somma”.
Sul fronte economico, ha proseguito, “a fine anno saremo ancora con il segno meno ed è troppo facile dire che la soluzione sono i tagli alla spesa pubblica”.
Quindi Bersani ha ripreso, con ironia, uno degli slogan più famosi del premier: “Leggo che avrei chissà quale obiettivo, di stare lavorando per chissà quale piano. A Renzi e agli altri dico, state sereni. Serenità veramente…”.
Sul Jobs Act infine ha messo in guardia su possibili alleanze con Forza Italia: “Si parla con tutti. Ma la parola patto è troppo stretta. Non c’è alcun motivo, nè politico nè numerico, per rivolgersi ad altri”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
LA REPLICA: “C’ERANO MEMBRI NON PARLAMENTARI E BISOGNAVA PAGARLI”
Pare destinata a non finire mai, la polemica tra partito pesante e partito leggero. Tra una formazione
politica che per sopravvivere ha bisogno di strutture a tempo pieno, e un’altra che se la cava tranquillamente tra whatsApp, telefonini e riunioni di segreteria saltuarie.
Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd targato Renzi, ha detto ieri – dal palco della festa dell’Unità di Firenze che la segreteria di Pier Luigi Bersani costava al Pd un milione di euro all’anno.
Si parlava del buco di bilancio di 11 milioni di euro, ed è stato a quel punto che Bonifazi ha tirato fuori i numeri: «Tutti i componenti della segreteria Bersani godevano di 3.500 euro di indennità -rimborso. Due avevano anche appartamenti». Solo per le auto blu, «sono stati spesi nel 2012 450mila euro. Scesi a 124mila nel 2013».
Per il sito web «servivano 373mila euro».
E i costi complessivi del partito, quindi non solo della segreteria, compresi viaggi, bar e ristoranti, «sono stati di 1 milione e 62mila euro».
Ma il predecessore di Bonifazi, l’ex tesoriere Antonio Misiani, non ci sta: «Le spese le abbiamo tagliate noi già nel 2013, dopo il dimezzamento dei rimborsi elettorali. Nel 2011 la segreteria costava 863mila euro, passati a 462mila nel 2012 e 100mila nel 2013. Io ho lasciato a chi è arrivato dopo di me 9 milioni in cassa».
Certo, prima era diverso: «L’attuale segreteria è composta solo da parlamentari, il team di Bersani era invece fatto da persone che lavoravano al partito a tempo pieno. Non avevano alcuna carica istituzionale, venivano retribuiti come quadri in un’epoca in cui c’era un budget per l’attività politica. E se ne faceva tanta».
Quel budget era dato dai 60 milioni di rimborsi elettorali che il Pd incassava prima del taglio: «Era un partito che faceva i conti su risorse enormemente superiori a quelle attuali – spiega Misiani – e che chiudeva il bilancio in pareggio. Di auto blu non ne avevamo neanche una, usavamo il noleggio con conducente quando era necessario». «Non è che arrivi ovunque in treno», gli fa eco Chiara Geloni, già direttrice di YoudemTv e tra i più fidati collaboratori dell’allora segretario.
«Le auto si prendevano per andare nei paesini e lo facevano tutti, non solo la segreteria. Matteo Orfini, Stefano Fassina, Francesca Puglisi allora non erano parlamentari e avevano bisogno di rimborsi per fare attività politica, a Roma e in giro per l’Italia. Io di sprechi non ne ho visti»
Del resto, chi era a fianco di Bersani ricorda che la segreteria precedente costava anche di più, «ma non è che abbiamo passato quattro anni a dire quanto spendeva Veltroni, o a vantarci di aver tagliato volantini e manifesti. È una questione di stile». Quanto alla segreteria Epifani, Misiani ricorda che era anche quella costo zero, «perchè una volta intervenuti i tagli ci siamo adeguati. I numeri sono pubblici e certificati, le polemiche senza senso lasciano il tempo che trovano, il punto vero per il Pd oggi è l’autofinanziamento. Bisognerà capire che fine fa la raccolta fondi, ormai indispensabile. Bisognerà avere un’idea di che fine fanno L’Unità ed Europa».
Sulla prima, Bonifazi ieri ha detto: «Sono ottimista, c’è un interessamento di più solidi soggetti economici italiani, con tre proposte più credibili».
Se la trattativa andrà in porto, «in 120 giorni l’Unità potrebbe tornare in edicola».
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
I MAGGIORI APPLAUSI SONO ANDATI A CHI HA CONTESTATO IL PREMIER
“Se perfino con un’osservazione garbata, banale, dando atto al Governo dei suoi sforzi, se persino citando dati Istat si corre il rischio di essere insultati, non eÌ€ facile avere una discussione democratica in un grande partito”.
Massimo D’Alema in diretta al Tg3 ha il sorrisetto a mezza bocca delle grandi occasioni e lo sguardo brillante di chi eÌ€ pronto a rimettersi in gioco.
Alla festa nazionale di Bologna l’altroieri al governo e a Matteo Renzi non le ha mandate a dire. Alzata di scudi dei renziani, che hanno attribuito la sua vis polemica piuÌ€ che altro alla mancata nomina a Mr Pesc (il ministro degli esteri europeo) a favore di Federica Mogherini .
A Bologna la platea, piena, ha riso e applaudito.
Mentre lui, che ormai non ha piuÌ€ niente da perdere, si toglieva qualche sassolino dalla scarpa. “Le principali funzioni in Europa, la presidenza della Commissione, la presidenza del Consiglio Ue e la presidenza dell’Eurogruppo sono finite nelle mani dei conervatori.
La cancelliera Merkel ha ancora una volta conquistato una posizione dominante in Europa, questo non eÌ€ un grande risultato per i socialisti”.
L’aveva detto a Bologna e lo ripete in tv. Palcoscenico piuÌ€ ampio: bisogna sfruttare la ribalta. O battere il ferro fincheÌ eÌ€ caldo o fino a farlo diventare tale.
La Festa nazionale ha da sempre fornito un trend, un’indicazione all’anno che verraÌ€.
E quella che arriva da Bologna per ora è chiara: grande accoglienza per Pier Luigi Bersani, che da qui ci ha tenuto a ribadire che se lui fosse diventato premier si sarebbe dimesso da segretario.
Calore sincero per D’Alema.
Dibattito semi-deserto per l’asse del Nazareno, nelle persone di Lorenzo Guerini e Giovanni Toti.
Dibattito semi-deserto pure ieri per Dario Nardella, renzianissimo sindaco di Firenze, Virginio Merola, renziano delle ultime ore, sindaco di Bologna, Maria Carmela Lanzetta, ministro per gli Affari regionali.
EÌ€ il Pd che fu quello che infiamma i militanti. Non a caso, Renzi quest’anno la Festa l’ha ribattezzata non “democratica” ma”dell’UnitaÌ€” (mentre il giornale chiudeva).
Non a caso ha cercato fino all’ultimo di evitare le primarie per la presidenza dell’Emilia Romagna, pronto pure a cedere alle richieste di Vasco Errani e Bersani e imporre un candidato in continuitaÌ€ con la Giunta uscente, Daniele Manca, sindaco di Imola.
Non ci eÌ€ riuscito e nella contesa tra Stefano Bonaccini, ora nella sua segreteria nazionale, ma fino a ieri bersaniano, e Matteo Richetti, con lui fin dall’inizio, non si schiera: il primo ha dalla sua l’apparato del partito, proprio quello a cui il premier non puoÌ€ rinunciare, il secondo batte sulle parole d’ordine che hanno portato avanti la corsa della rottamazione, dal cambiamento in poi. Problemi.
A Bologna è stata accolta da folle deliranti la Boschi, tailleurino blu elettrico e passeggiata da tappeto rosso.
Renziana o no l’impressione eÌ€ che con la politica l’entusiasmo c’entri poco.
E il pieno l’ha fatto Oscar Farinetti, patron di Eataly, che ora si accinge a varare il consorzio Fico, una sorta di Disneyland del cibo, insieme alle Coop.
Contestato all’esterno, dentro l’hanno ascoltato in molti. Pubblico variegato, ma nel quale non mancavano rappresentanti di punta delle cooperative.
Tanto per restare al mondo precedente a Renzi, che questi non si puoÌ€ inimicare. Farinetti peraltro ha liquidato i problemi dei suoi dipendenti: “Lo sciopero? Lo hanno fatto in 3 su 100. E comunque, sono disposto a incontrare i lavoratori”. Con un autunno piuÌ€ che caldo alle porte, il dubbio sorge spontaneo: D’Alema e Bersani riusciranno di nuovo a intestarsi la battaglia contro il premier? I gruppi parlamentari sono quelli portati dall’ex segretario.
Per ora, le minoranze marciano divise, più occupate da questioni di leadership interne che da battaglie comuni.
Stefano Fassina ha capitanato un gruppetto di persone che ha presentato un emendamento per togliere il pareggio di bilancio dalla Costutuzione.
E D’Alema? “Noi parliamo di temi concreti”, dice. Lo stesso LiÌ€der Maximo cosiÌ€ ha liquidato l’iniziativa: “Altro che Costituzione, cominciamo ad allentare i vincoli di bilancio”.
In Senato eÌ€ in arrivo l’Italicum, alla Camera, la riforma costituzionale.
La battaglia eÌ€ assicurata. Fino a dove si spingeraÌ€? Difficile prevederlo oggi, molto dipenderaÌ€ da come va l’economia.
Se dovesse peggiorare ancora, tutto è possibile.
“Per ora, Renzi lo lavoriamo ai fianchi – spiega una cuperliana – non ci sono le condizioni per rompere. Per ora, peroÌ€”.
Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)
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