Ottobre 27th, 2015 Riccardo Fucile
IL “DON CIOTTI SICILIANO” IMPEGNATO NELLA LOTTA ALLA MAFIA E IL “BERGOGLIO ITALIANO” CHE GIRA ROMA IN UTILITARIA PER AIUTARE I POVERI
Due parroci alla guida delle arcidiocesi di Palermo e Bologna.
È la rivoluzione di Papa Francesco che, contrastando il più classico “spoils system ecclesiale”, ha deciso di affidare la guida del clero dei capoluoghi della Sicilia e dell’Emilia Romagna nelle mani di due “pastori con l’odore delle pecore”.
Per Palermo, Bergoglio ha scelto don Corrado Lorefice, 53 anni, nativo di Modica in provincia di Ragusa.
Attualmente è vicario episcopale della diocesi di Noto guidata da monsignor Antonio Staglianò, divenuto famoso per le sue prediche in musica con brani di Noemi e Marco Mengoni. Lorefice è soprannominato “il don Ciotti della Sicilia” per la sua lotta alla mafia e i suoi scritti su don Pino Puglisi.
Succederà al cardinale Paolo Romeo che guida l’arcidiocesi siciliana dal 2006 e che ha raggiunto da tempo ormai l’età canonica della pensione.
Teologo molto stimato, Lorefice è autore anche di un libro su “Dossetti e Lercaro: la Chiesa povera e dei poveri” in cui analizza gli interventi del “progressista” cardinale di Bologna negli anni Sessanta in cui il porporato chiedeva con forza al mondo ecclesiale di tornare al Vangelo delle origini spogliandosi del lusso e della mondanità della corte papale.
Temi e lotte oggi al centro del pontificato di Francesco. Una nomina, quella di Lorefice, che ha stupito lui stesso.
“Quando il nipote gli ha telefonato per dirgli che lo avevano fatto arcivescovo di Palermo — racconta a ilfattoquotidiano.it il fratello maggiore Michelangelo — lo zio prete gli ha risposto meravigliato: ‘Dove lo hai letto?’. Mio fratello non mi aveva detto niente e in famiglia siamo rimasti tutti molto stupiti di questa decisione del Papa”.
Per Bologna, invece, Bergoglio ha scelto monsignor Matteo Maria Zuppi, romano, 60 anni, dal 2012 vescovo ausiliare di Roma per il settore Centro, ma per numerosi anni parroco ed esponente della Comunità di Sant’Egidio fondata dall’ex ministro Andrea Riccardi.
Succederà al cardinale Carlo Caffarra che guida l’arcidiocesi emiliana dal 2003 e che, come Romeo, ha raggiunto da tempo l’età canonica della pensione.
Zuppi, che gira per Roma con la sua semplice utilitaria, è soprannominato “il Bergoglio italiano” per la sua modestia e la sua attenzione ai poveri e agli ultimi.
Due nomine inattese che lasceranno l’amaro in bocca a molti vescovi che negli ultimi mesi hanno sperato di essere promossi a Palermo e Bologna.
Due sedi tradizionalmente cardinalizie, ma non è detto che ciò avverrà anche in futuro con Lorefice e Zuppi nel ribaltamento dei criteri voluto da Francesco che non ha ancora voluto dare la porpora al patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, e all’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia.
Anzi, Bergoglio, lasciando delusi molti carrieristi, ha voluto nominare cardinali i vescovi di diocesi più piccole, come Perugia con Gualtiero Bassetti, Agrigento con Francesco Montenegro e Ancona-Osimo con Edoardo Menichelli.
Tre uomini di cui il Papa si fida moltissimo e che ha voluto accanto a sè nel Sinodo dei vescovi sulla famiglia che ha aperto le porte della Chiesa ai divorziati risposati.
I criteri con i quali Bergoglio sta rinnovando l’episcopato mondiale, creando non pochi mal di pancia, sono stati indicati chiaramente da lui stesso.
Parlando alla Cei Francesco ha sottolineato che “i laici che hanno una formazione cristiana autentica, non dovrebbero aver bisogno del vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo! Hanno invece tutti la necessità del vescovo pastore!”.
Così come il Papa ha chiesto alla Congregazione per i vescovi, “nel delicato compito di realizzare l’indagine per le nomine episcopali”, di essere “attenti che i candidati siano pastori vicini alla gente: questo è il primo criterio. Pastori vicini alla gente. È un gran teologo, una grande testa: che vada all’università , dove farà tanto bene! Pastori! Ne abbiamo bisogno! Che siano, padri e fratelli, siano miti, pazienti e misericordiosi; che amino la povertà , interiore come libertà per il Signore e anche esteriore come semplicità e austerità di vita, che non abbiano una psicologia da ‘principi’. Siate attenti che non siano ambiziosi, che non ricerchino l’episcopato. E che siano sposi di una Chiesa, senza essere in costante ricerca di un’altra”.
Francesco Antonio Grana
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 26th, 2015 Riccardo Fucile
COSI’ PAPA FRANCESCO APRE LA FASE 2 DEL PONTIFICATO
Un complotto non riuscito. Un tentativo di indebolire il Papa e bloccare gli sforzi innovativi del
Sinodo. Un’operazione fallita per provare a tenere una sorta di referendum sul Pontefice argentino.
Chiusi i lavori dei padri sinodali, le persone più vicine a Francesco tracciano un primo bilancio di quel che è avvenuto nelle ultime tre settimane. E nel quadro, nonostante l’esito finale che il Santo Padre considera sufficientemente positivo, non mancano le pennellate con le tinte più oscure. «Ora però – spiega chi ha consuetudine con le stanze più riservate del Vaticano – si apre la fase due».
A cominciare dai temi discussi in questi giorni, come la famiglia e i divorziati, appunto. Il Sinodo propone ma poi decide il Papa.
E l”Esortazione apostolica”, che generalmente segue l’adunanza, non sarà una sintesi pedissequa di quel che è avvenuto in queste tre settimane. Ma conterrà uno sforzo ulteriore. Insomma, “cum” ma anche “sub” Petro
Anche perchè, dopo gli eventi traumatici di queste due settimane, Francesco non ha nascosto ai suoi interlocutori e ai suoi collaboratori di essere rimasto piuttosto dispiaciuto, anche se non sorpreso, di alcuni comportamenti nel perimetro curiale.
Ha temuto fin dall’inizio che il messaggio teologico del Sinodo non fosse in grado di tracciare un nuovo orizzonte per la Chiesa.
E allora, quel principio noto a tutti i padri sinodali, diventerà pratica per il Pontefice: deciderà lui, nell’anno giubilare, cosa può e deve cambiare. Nella sua autonomia.
Con un modello ben chiaro ai vescovi: quello con il quale il Santo Padre ha riformato l’iter per l’annullamento del matrimonio.
Due leggi che hanno rivisto completamente la procedura rotale. «Il Sinodo non è un parlamento, dove per raggiungere un consenso si patteggia, si negozia e si cerca un compromesso», aveva avvertito nei primi giorni di ottobre.
Un modo per dire che non si poteva risolvere tutto in una semplice sintesi in grado solo di non scontentare i sedicenti conservatori e progressisti. «L’unico metodo è quello di aprirsi allo Spirito Santo». E la relazione introduttiva del cardinale ungherese Erdo non rappresentava certo un buon viatico
Anzi, il Papa aveva previsto che prima e durante il Sinodo si sarebbero consumati diversi tentativi di inquinamento e provocazione per bloccarne l’esito sperato.
Dalle “lettere segrete” al suo stato di salute. Lettere di cui si è data notizia solo in parte.
Da tempo, erano state individuate le diverse filiere di attacco.
L’esempio che viene citato è quello di monsignor Charamsa che prima dello scandalo alla vigilia del Sinodo, era stato addirittura inserito tra le ipotesi di nomina a sottosegretario della Congregazione della Dottrina della Fede.
E fu proprio Francesco, evidentemente ben informato, a bloccarla. Anche perchè il Papa, memore delle vecchie guerre tra “corvi”, ha iniziato a servirsi in autonomia di tante persone che offrono informazioni e riflessioni al di là dei canali ufficiali.
Riferiscono direttamente a lui e agiscono in perfetta lealtà e riservatezza. Lui sente chi vuole senza filtri, ed è lui a governare la sua “sicurezza” e la sua “salute”.
Non è privo di significato il cambiamento del suo medico personale e basti pensare che la Santa Sede era a conoscenza martedì scorso della possibilità che un giornale pubblicasse notizie sulla salute di Francesco. E il portavoce dalla Sala stampa vaticana, padre Lombardi, ha aspettato la prima edizione per smentire con una tempestività inedita per quel mondo
Da mesi molti uomini vicini al Santo Padre erano convinti che una parte dei padri sinodali, e non solo, puntava a creare un clima di sfiducia.
Per dimostrare che la “maggioranza” formatasi nel conclave del 2013 era svanita. Un messaggio che molti, speravano di far rimbalzare “intra ed extra” la Santa Sede. Francesco ha allora capovolto il tavolo: il Sinodo non era un voto sul suo pontificato, ma un orientamento messo a sua disposizione per la Chiesa universale.
Nel Sinodo dello scorso anno quello stesso gruppo aveva provato senza riuscirci anche a coinvolgere il Papa emerito Benedetto XVI.
Ma sul soglio pietrino tutti erano convinti che anche in questa occasione Ratzinger non avrebbe mai acconsentito ad alcuno di appropriarsi della sua autorevolezza teologica per scalfire l’approccio pastorale del successore.
Non si è fatto usare prima, non si farà usare mai.
Benedetto del resto rappresenta un punto di gravità e un riferimento per lo stesso Francesco. Tra gli interlocutori sta crescendo la sensazione che gli attuali nemici di Francesco siano gli stessi di Benedetto. Quelli che tre anni fa rimarcavano l’anzianità del Papa e la conseguente incapacità di governare la Curia.
Non a caso Bergoglio ha definito le dimissioni del suo predecessore Benedetto non una scelta, ma una “istituzione”.
E proprio per questo motivo non ha mai anticipato la volontà di dimettersi, ma ha sempre sottolineato che di fronte a quel precedente è necessario comunque interrogarsi.Anche da parte sua.
Per fermare gli avversari, allora, il Papa ha utilizzato la struttura del Concilio Vaticano II.
I tempi e gli spazi tra una sessione e l’altra, quelli intermedi.
Claudio Tito
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 25th, 2015 Riccardo Fucile
“NON VINCONO GLI ATEI DI SINISTRA, MA LA STRATEGIA GESUITA UNITA ALLA TRADIZIONE MISTICA”
«Tra forti resistenze, Francesco ricompone un’antica disputa». Il filosofo Massimo Cacciari
attribuisce al fondatore dei gesuiti, Sant’Ignazio «questa vittoria al Sinodo»
Riammissione ai sacramenti caso per caso. Cosa significa?
«Un nobile compromesso della Compagnia di Gesù. Il Sinodo ha seguito le orme di Sant’Ignazio. Non è mettersi d’accordo fingendo di ignorare le differenze. È il riconoscimento della complessità civile ed etica del contesto mondano, con la necessità di accompagnarlo nelle valutazioni. Non è cedere a principi e comportamenti mondani. È riconoscere la realtà per cambiarla»
Una strategia «politica»?
«Sì. Francesco non si confonde con l’etica mondana, ma si colloca all’interno per influenzarla. È la linea dei gesuiti in Sud America, Cina, India: sempre avversata da reazionari e radicali come Giansenio e Pascal, per i quali il Vangelo è una spada: o sì o no. In Curia ci sono ostilità di cui si fa portavoce anche Giuliano Ferrara, contro la presa d’atto delle trasformazioni etiche e comportamentali. Accusano il Papa di cedimento, di resa al mondo moderno. Non è così»
Non condivide queste critiche?
«No. La Chiesa è più complessa della riforma del Senato o della minoranza Pd. Francesco applica la comprensione ignaziana della contemporaneità . Non è tatticismo politico come pensano i suoi nemici interni: viene dalla grande mistica umanistica. Sant’Ignazio aveva come riferimento Erasmo da Rotterdam e venerava San Francesco. Bergoglio non ha scelto il nome del santo di Assisi per arruffianarsi il moderno ecologismo. Sa sciogliere lentamente i nodi, ha una prospettiva di secoli. La Chiesa termina con la fine dei tempi. Lo scontro emerso al Sinodo è vero, reale, profondo. Non finirà col Sinodo, non si può prevedere come andrà a finire. La pazienza è virtù raccomandata dai Padri della Chiesa, insieme a un’obbedienza non passiva e servile, ma consapevole che la Chiesa ha tutto il tempo per formare i fedeli all’ascolto. Si giudica Francesco solo da questa prospettiva».
Cosa minaccia il pontificato?
«L’eterogenesi dei fini è un pericolo sempre presente nella storia della Chiesa. Bergoglio deve affrontare due tipi di ostilità alla sua azione. Un’opposizione reazionaria trova espressione in una fronda minoritaria destinata all’irrilevanza: sono pezzi di vecchio apparato che provano a boicottare Bergoglio per spirito di conservazione e che sono arroccati in trincee devastate. C’è poi una resistenza più intelligente che ho riscontrato in dialoghi con alcuni vescovi. Mi dicono che di fatto la comunione ai divorziati risposati la danno già e che è una prassi diffusa. Però temono di metterla nero su bianco come se sancire la riammissione ai sacramenti faccia venir meno la sacralità del matrimonio. Un salto che, per loro, depotenzia un principio se non viene collocato in un adeguato contesto teologico»
La dottrina è solo un pretesto?
«Negare l’Eucarestia ai divorziati risposati non ha un fondamento dogmatico. Si basa sulla tradizione. Chi non è d’accordo con le aperture di Francesco denota un eccesso di timore e di prudenza. Ma avere paura è un errore.
Al Sinodo si è riproposto un secolare dissidio nella Chiesa.
Francesco è coerentemente un gesuita, nella sua accezione più nobile. Alla fine è riuscito a trascinare con sè la maggioranza dei padri sinodali.Ora il Papa è più forte, ma l’esito della partita rimane imprevedibile. Deve diffidare dell’appoggio laicista di quanti vogliono appropriarsi del Papa per ecologismo o altre battaglie che nulla hanno a che vedere con la profondità del suo messaggio di fede. Gli atei di sinistra rischiano di provocare al pontificato di Bergoglio gli stessi danni che gli atei devoti e i tecon hanno causato a quello di Ratzinger».
Giacomo Galeazzi
(da “La Stampa”)
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Ottobre 21st, 2015 Riccardo Fucile
L’OSSERVATORE ROMANO: “INTENTI MANIPOLATORI”… PAPA FRANCESCO STA FACENDO PULIZIA SENZA GUARDARE IN FACCIA NESSUNO E VOGLIONO FARGLIELA PAGARE
La “nostalgia” del Papa infermo è l’unica, vera sindrome inguaribile, magari non maligna ma
di sicuro maliziosa, che emerge da una radiografia multistrato, condotta in profondità fra le righe, e pieghe, dello “scoop” che ha turbato all’alba il risveglio dei vescovi, per riassopirsi e spegnersi all’ora della siesta pomeridiana: la quale peraltro, sulle sponde vaticane del Tevere, rimane in ogni caso un must irrinunciabile, anche in tempi di Sinodo e turbolenze epocali.
Non c’è nessuna “ombra” nel cervello, e nella mente, di Bergoglio, lucido e determinato, nonchè in salute nel portare avanti la propria rivoluzione, ma solo il rimpianto dei tempi che furono da parte di un ceto ecclesiastico che, “all’ombra” dei papi anziani, era de facto avvezzo a governare, in autonomia e per lunghi periodi, una delle maggiori potenze del pianeta, tra cerchi magici ed eminenze grigie.
Un destino a cui Ratzinger, avendolo vissuto e aborrito da vicino durante la malattia e agonia di Giovanni Paolo II, ha sottratto per sempre la Chiesa, con la più grande riforma costituzionale dai tempi dal Concilio a oggi.
Le dimissioni di Benedetto XVI, più volte indicate dal successore come modello da seguire, al quale intende lui stesso adeguarsi, hanno debellato strutturalmente il morbo di Vatileaks che tuttavia si riaffaccia in chiave congiunturale, quanto meno in funzione destabilizzante.
Anzi “manipolatoria”, chiosando le parole dell’Osservatore Romano, con spregiudicatezza e senza esclusione di colpi.
Non vogliamo alimentare dietrologie, di pessimo gusto quando si chiama in causa la salute, ma l’intervento esplicito e senza precedenti del quotidiano della Santa Sede le autorizza, in qualche modo le obbliga.
Non possiamo pertanto astenerci dal cogliere e rilevare che, a “fronte” della popolarità crescente del Pontefice, il “fronte” dell’opposizione si ingrandisce di giorno in giorno, in misura direttamente proporzionale, dentro e fuori la Chiesa.
Si tratta di un esercito variegato, che per adesso lascia uscire allo scoperto solamente una parte dei suoi effettivi, ma che annovera sin d’ora interi episcopati, settori della stampa, centrali economiche e finanziarie, movimenti cattolici e partiti politici: accomunati dal fatto di considerare il pontificato argentino un incidente di percorso, una parentesi e una nemesi, a scelta tra una tentazione del demonio e una distrazione dello Spirito Santo, nel peggiore o nel migliore dei casi.
La lettera dei tredici cardinali, numero fatidico, sancisce del resto, come abbiamo scritto subito, la rottura della maggioranza che il 13 marzo 2013 elesse Francesco, candidato di minoranza, in nome di una discontinuità geopolitica e territoriale, non certo ideologica e dottrinale.
Status di cui Bergoglio è perfettamente conscio e che lo ha spinto, sabato mattina, commemorando il cinquantesimo anniversario del sinodo, a stringere le redini, pronunciando un discorso apparentemente decentratore, ma in realtà preannunciando una svolta accentratrice.
E’ stata una risposta agli avversari, senz’altro, ma soprattutto a se stesso, alla fragilità che aveva evidenziato tre giorni prima, nell’udienza del mercoledì.
Per la prima volta dopo due anni e mezzo, che coincidono temporalmente, e probabilmente, con il giro di boa di un mandato breve, Francesco ha tradito il timore di non farcela, guardando fisso all’orizzonte, verso le sfide che lo attendono e che d’improvviso gli saranno sembrate immani.
Alla stregua di Mosè quando vide da lontano la Terra Promessa, sul Monte Nebo, sapendo che c’era una guerra da combattere, ancora lunga, e non sarebbe toccato a lui di raggiungerla.
Il suo, mentre chiedeva perdono ai fedeli per gli scandali di Roma e della Chiesa, non era il volto di Roncalli e Wojtyla, trionfatori politici e mediatici, ma di Montini e Ratzinger, i grandi sconfitti della storia.
Come “Ulisse “ che di ritorno dall’Odissea americana, dopo aver superato le prove, nella terra dei giganti, trova una reggia insidiata da usurpatori che ambiscono alla mano della sua Chiesa, sposa di Cristo.
Poi però deve essergli tornato a mente il congedo di Ratzinger, quando radunò i cardinali giunti a Roma per il conclave, giovedì 28 febbraio: “Vorrei lasciarvi un pensiero semplice…la Chiesa vive lungo il corso del tempo, in divenire, trasformandosi”.
Un incipit che Bergoglio avrebbe ripreso esattamente due settimane dopo, a mo’ di testimone, nella prima omelia da Successore di Pietro: la Chiesa si trasforma, è “in movimento”.
E due millenni di storia stanno lì ad assicurare che finora non è mai tornata indietro.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
PRIMA DELLA VISITA ALL’ONU, IL PAPA SI E’ RECATO AL CENTRO DI ST. PATRICK
Dopo aver visitato, da vero leader di livello globale, le sedi più alte della democrazia americana, ieri la Casa Bianca e oggi il Congresso, papa Francesco chiude i suoi due giorni a Washington con l’abbraccio ai più poveri e agli esclusi.
Prima di partire per New York, dove lo aspettava l’assemblea generale dell’Onu, ha visitato infatti il centro caritativo di una parrocchia, quella di St.Patrick, dove ha incontrato un gruppo di senzatetto.
È noto quanto papa Bergoglio, anche a Roma, abbia a cuore la situazione di chi non ha un tetto e deve passare i giorni e le notti per strada in ripari di fortuna.
E parlando in spagnolo al gruppo assistito dal centro cattolico nella capitale Usa, tradotto sul posto anche in inglese, spende parole altamente toccanti: “Voi mi ricordate San Giuseppe – dice -. I vostri volti mi parlano del suo”.
Nell’immagine usata dal Pontefice c’è il ricordo delle “situazioni difficili” che San Giuseppe affrontò, e soprattutto il fatto che Maria dovette dare alla luce Gesù “senza un tetto, senza una casa, senza alloggio”.
“Il Figlio di Dio – rimarca parlando agli homeless – è entrato in questo mondo come uno che non ha casa. Il Figlio di Dio ha saputo che cos’è cominciare la vita senza un tetto”.
La figura di San Giuseppe, spiega ancora il Papa, rappresenta “una persona a cui voglio bene, che è stata molto importante nella mia vita. E’ stata sostegno a fonte di ispirazione. E’ uno – aggiunge – a cui ricorro quando sono un po’ ‘inguaiato'”.
E sicuramente “inguaiate” sono soprattutto le persone a cui parla nella parrocchia. “Perchè siamo senza casa? – si chiede – Perchè siamo senza un tetto? Sono domande che molti di voi possono farsi ogni giorno. Come Giuseppe vi domandate: perchè siamo senza un tetto, senza una casa? Sono domande che sarà bene farci tutti: perchè questi nostri fratelli sono senza casa, perchè questi nostri fratelli non hanno un tetto?”.
E la sua diventa una denuncia contro queste “situazioni ingiuste, dolorose”.
“Non troviamo nessun tipo di giustificazione sociale, morale, o di altro genere per accettare la mancanza di abitazione”, rimarca davanti agli homeless, che comunque incoraggia dicendo che ingiustizie come queste “Dio le sta soffrendo insieme a noi, le sta vivendo al nostro fianco. Non ci lascia soli”.
La parrocchia di St. Patrick assiste nel suo centro caritativo un gran numero di senza fissa dimora, duecento dei quali sono riuniti per la visita del Papa. Francesco, tra l’altro, benedice la cappella e poi la mensa.
E stringendo la mano agli homeless prima di tornare in Nunziatura e poi partire per New York, augura loro anche “buon appetito”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 24th, 2015 Riccardo Fucile
AL CONGRESSO USA: “ABOLIRE LA PENA DI MORTE E IL COMMERCIO DELLE ARMI”.. STANDING OVATION PER BERGOGLIO E BAGNO DI FOLLA PER LE STRADE DI WASHINGTON
Di fronte al mondo dilaniato dai conflitti e dal fondamentalismo non bisogna fare l’errore di semplificare la realtà vedendo solo buoni o cattivi.
La politica non può essere sottomessa al servizio dell’economia e della finanza.
Non dobbiamo lasciarci spaventare dal numero di immigrati ma guardare i loro volti. La vita umana va difesa «in ogni fase del suo sviluppo», la pena di morte abolita. Bisogna far di più per combattere la povertà nel mondo, senza dimenticare quei poveri che vivono sotto casa nostra.
Va continuato il cammino di riconciliazione iniziato con il disgelo tra Stati Uniti e Cuba, dialogando e costruendo ponti. Per mettere fine ai conflitti bisogna fermare il commercio delle armi. È necessario aiutare la famiglia «minacciata, forse come mai in precedenza».
I quattro modelli
È un’agenda che riecheggia i valori dei padri fondatori della nazione quella che i membri del Congresso si sono sentiti proporre da Francesco questa mattina a Washington in un lungo e appassionato discorso.
Il primo Papa invitato a parlare a Capitol Hill ha cercato di parlare al cuore dell’America, proponendo i modelli di quattro grandi suoi figli: «Una nazione può essere considerata grande quando difende la libertà », come ha fatto il presidente Abraham Lincoln; «quando promuove una cultura che consenta alla gente di “sognare” pieni diritti per tutti i propri fratelli e sorelle, come Martin Luther King ha cercato di fare»; quando «lotta per la giustizia e la causa degli oppressi, come Dorothy Day ha fatto con il suo instancabile lavoro», frutto di una fede che «diventa dialogo e semina pace nello stile contemplativo» di padre Thomas Merton.
Secondo la tradizione, Francesco è stato accompagnato nell’emiciclo dallo speaker del Congresso, John Andrew Boehner.
Prendendo la parola, ha detto di essere anche lui «un figlio di questo grande continente, da cui tutti noi abbiamo ricevuto tanto e verso il quale condividiamo una comune responsabilità ».
Ha ricordato che «l’attività legislativa è sempre basata sulla cura delle persone», specialmente le più vulnerabili.
«Attraverso di voi vorrei rivolgermi – ha continuato – all’intero popolo degli Stati Uniti» per dialogare con tutti gli americani.
Non dividere il mondo in buoni e cattivi
Il mondo è «sempre più luogo di violenti conflitti, odi e brutali atrocità , commesse perfino in nome di Dio e della religione». Nessuna religione, aggiunge, «è immune da forme di inganno individuale o estremismo ideologico. Questo significa che dobbiamo essere particolarmente attenti ad ogni forma di fondamentalismo, tanto religioso come di ogni altro genere».
Ma allo stesso tempo, dice Francesco, bisogna guardasi anche da un’altra tentazione: «il semplicistico riduzionismo che vede solo bene o male, o, se preferite, giusti peccatori». È quella semplificazione che invece di leggere la complessità della realtà , sbrigativamente divide il mondo in bianco e nero: «Il mondo contemporaneo, con le sue ferite aperte che toccano tanti dei nostri fratelli e sorelle, richiede che affrontiamo ogni forma di polarizzazione che potrebbe dividerlo tra questi due campi. Sappiamo che nel tentativo di essere liberati dal nemico esterno, possiamo essere tentati di alimentare il nemico interno. Imitare l’odio e la violenza dei tiranni e degli assassini è il modo migliore di prendere il loro posto. Questo è qualcosa che voi, come popolo, rifiutate».
La risposta giusta per risolvere le molte «crisi economiche e geopolitiche di oggi» è invece quella di «restaurare la pace, rimediare agli errori, mantenere gli impegni, e così promuovere il benessere degli individui e dei popoli». Anche negli Usa è «importante che la voce della fede continui ad essere ascoltata», perchè «potente risorsa» nella lotta contro «le nuove forme globali di schiavitù» e le «nuove ingiustizie».
La politica non sia al servizio dell’economia e della finanza
Dopo aver citato la Dichiarazione di Indipendenza, Francesco osserva: «Se la politica dev’essere veramente al servizio della persona umana, ne consegue che non può essere sottomessa al servizio dell’economia e della finanza. Politica è, invece, espressione del nostro insopprimibile bisogno di vivere insieme in unità , per poter costruire uniti il più grande bene comune: quello di una comunità che sacrifichi gli interessi particolari per poter condividere, nella giustizia e nella pace, i suoi benefici, i suoi interessi, la sua vita sociale».
I volti dei migranti: «Molti noi eravamo stranieri»
Pensando a Martin Luther King e al suo «sogno» di pieni diritti civili e politici per gli Afro-Americani, il Papa aggiunge: «Negli ultimi secoli, milioni di persone sono giunte in questa terra per rincorrere il proprio sogno di costruire un futuro in libertà . Noi, gente di questo continente, non abbiamo paura degli stranieri, perchè molti di noi una volta eravamo stranieri. Vi dico questo come figlio di immigrati, sapendo che anche tanti di voi sono discendenti di immigrati».
Francesco ricorda che «tragicamente, i diritti di quelli che erano qui molto prima di noi non sono stati sempre rispettati», riaffermando la sua «più profonda stima e considerazione» per i nativi americani. «Quei primi contatti sono stati spesso turbolenti e violenti», tuttavia, quando lo straniero in mezzo a noi ci interpella, non dobbiamo ripetere i peccati e gli errori del passato.
Forte è all’accenno agli immigrati che premono sulla frontiera con il Messico.
«Anche in questo continente, migliaia di persone sono spinte a viaggiare verso il Nord in cerca di migliori opportunità . Non è ciò che volevamo per i nostri figli? Non dobbiamo lasciarci spaventare dal loro numero, ma piuttosto vederle come persone, guardando i loro volti e ascoltando le loro storie, tentando di rispondere meglio che possiamo alle loro situazioni. Rispondere in un modo che sia sempre umano, giusto e fraterno. Dobbiamo evitare una tentazione oggi comune: scartare chiunque si dimostri problematico».
Proteggere la vita, abolire la pena di morte
Il Papa richiama «la Regola d’Oro» evangelica: «Fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te». Una norma che ci indica una chiara direzione. Trattiamo gli altri con la medesima passione e compassione con cui vorremmo essere trattati. Cerchiamo per gli altri le stesse possibilità che cerchiamo per noi stessi. Aiutiamo gli altri a crescere, come vorremmo essere aiutati noi stessi. In una parola, se vogliamo sicurezza, diamo sicurezza; se vogliamo vita, diamo vita; se vogliamo opportunità , provvediamo opportunità ».
E qui Francesco parla della «responsabilità di proteggere e difendere la vita umana in ogni fase del suo sviluppo» e all’impegno per abolire la pena di morte, come chiesto anche dai vescovi del Paese.
Lotta alla povertà , difesa dell’ambiente
Sulla lotta alla povertà estrema, il Papa riconosce che tanto è stato fatto, ma dice che «va fatto ancora molto di più», senza dimenticare «tutte quelle persone intorno a noi, intrappolate nel cerchio della povertà ».
E la lotta fa affrontata intervenendo specialmente nelle sue cause. Qui Bergoglio introduce un ampio paragrafo dedicato al «corretto uso delle risorse naturali», all’«appropriata applicazione della tecnologia» e alla «capacità di ben orientare lo spirito imprenditoriale», per costruire «un’economia che cerca di essere moderna, inclusiva e sostenibile».
Serve uno sforzo «coraggioso e responsabile» per cambiare rotta ed evitare «gli effetti più seri del degrado ambientale causato dall’attività umana» Il Papa si dice fiducioso nel ruolo del Congresso e nel contributo delle istituzioni di ricerca e accademiche americane.
Dialogo e riconciliazione
Francesco, con un implicito riferimento al disgelo con Cuba applicabile anche al trattato sul nucleare dell’Iran, riconosce «gli sforzi fatti nei mesi recenti per cercare di superare le storiche differenze legate a dolorosi episodi del passato».
Quando «nazioni che erano state in disaccordo riprendono la via del dialogo — un dialogo che potrebbe essere stato interrotto per le ragioni più valide — nuove opportunità si aprono per tutti. Questo ha richiesto, e richiede, coraggio e audacia, che non vuol dire irresponsabilità ». Un buon leader politico, sottolinea, «è uno che, tenendo presenti gli interessi di tutti, coglie il momento con spirito di apertura e senso pratico».
Basta guerre e commercio di armi
Essere al servizio del dialogo e della pace «significa anche essere veramente determinati a ridurre e, nel lungo termine, a porre fine ai molti conflitti armati in tutto il mondo. Qui dobbiamo chiederci: perchè armi mortali sono vendute a coloro che pianificano di infliggere indicibili sofferenze a individui e società ? Purtroppo, la risposta, come tutti sappiamo, è semplicemente per denaro: denaro che è intriso di sangue, spesso del sangue innocente. Davanti a questo vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il problema e fermare il commercio di armi».
Sostenere la famiglia minacciata
Infine, la famiglia. «Quanto essenziale è stata la famiglia nella costruzione di questo Paese! – dice il Papa – E quanto merita ancora il nostro sostegno e il nostro incoraggiamento! Eppure non posso nascondere la mia preoccupazione per la famiglia, che è minacciata, forse come mai in precedenza, dall’interno e dall’esterno. Relazioni fondamentali sono state messe in discussione, come anche la base stessa del matrimonio e della famiglia. Io posso solo riproporre l’importanza e, soprattutto, la ricchezza e la bellezza della vita familiare».
(da “La Stampa”)
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Settembre 14th, 2015 Riccardo Fucile
“ANCHE IN QUEI LUOGHI C’E’ LA TENTAZIONE DEL DIO DENARO”
“Un convento religioso è esentato dalle imposte, però se lavora come un albergo paghi le tasse,
altrimenti l’impresa non è molto sana”.
E’ quanto afferma Papa Francesco, nell’intervista rilasciata all’emittente portoghese Radio Renascenca.
“Ci sono conventi che sono quasi vuoti – ricorda il Papa – e anche lì può esserci la tentazione del dio denaro. Alcune congregazioni dicono: ora il convento è vuoto, facciamolo diventare un albergo e possiamo ospitare persone, mantenerci e guadagnare denaro. Bene, se desideri questo paga le tasse. Un collegio religioso è esente dalle imposte, ma se lavora come un hotel è giusto che paghi le imposte”.
In base al decreto del Ministero dell’Economia firmato da Padoan il 26 giugno del 2014, gli spazi organizzati “non in forma imprenditoriale” per la ricettività , come appunto le stanze affittate nei conventi o collegi, possono essere esenti dalle tasse sugli immobili, a condizione che ci sia “discontinuità ” nell’apertura.
Dunque, che l’attività ricettiva non copra l’intero anno solare.
Soprattutto, a condizione che quegli alloggi accolgano “destinatari propri delle attività istituzionali”, quindi alunni e famiglie degli istituti scolastici, iscritti al catechismo, appartenenti alla parrocchia, membri di associazioni, e tutti coloro desiderosi di compiere ritiri spirituali.
(da agenzie)
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Settembre 4th, 2015 Riccardo Fucile
GLI OCCHIALI DI PAPA FRANCESCO
Il Papa che va in un negozio di via del Babuino per cambiare le lenti degli occhiali («la montatura no, non voglio spendere») provocherà il solito mezzo infarto in qualche miope della Curia che gli occhiali se li farebbe arrivare volentieri in Vaticano su un baldacchino portato a braccia da quattro ottici.
Francesco è come Gorbaciov, che piaceva più agli anticomunisti che all’apparato del partito.
L’ala conservatrice della Chiesa gli imputerà di avere ostentato un atto di normalità e di avere sacrificato il buon senso economico sull’altare del pauperismo: quanti operai perderebbero il lavoro se nessuno cambiasse più le montature?
Ma a un laico allergico alle gerarchie il gesto di questo Papa che vede lontano piace moltissimo.
Il mondo degli uomini è un luogo ridicolmente pomposo, dove le persone vengono valutate in base alla poltrona che occupano, e i privilegi sono impugnati come clave da qualunque nullità sia riuscita a strappare a suon di lappate uno strapuntino di potere.
L’ultimo dei mediocri in possesso di una mostrina si sente in diritto di guardarti dall’alto in basso, tranne strisciare come un verme quando i casi della vita gli strappano le insegne di dosso.
Bergoglio manda un messaggio rivoluzionario: non conta che ruolo hai, conta chi sei. Tanto che lui è disposto ad abdicare al ruolo di Papa pur di rimanere se stesso.
Proprio vero che l’abito non fa il monaco.
Con Francesco è il monaco che torna a fare l’abito.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO DELLA CEI AL MEETING DI RIMINI RACCOGLIE OVAZIONI: “PAPA FRANCESCO CI VUOLE MISSIONARI E DALLA PARTE DEI POVERI”
Nunzio Galantino non arretra dalle sue posizioni. Contesta le “scelte, individuali e pubbliche” del
nostro tempo, che, dice, “sono guidate per lo più dal perseguimento di interessi e fini immediati e poco meditati, dettati spesso dalla ricerca dell’utile e meno da un progetto consapevole e a lunga scadenza”.
E chiede che “chi sperimenta qualche forma di difficoltà venga integrato e non scartato” e che “quanti sono ai margini dello sviluppo siano coinvolti e le loro potenzialità messe a frutto”.
L’atteso discorso che il segretario Cei pronuncia al Meeting di Comunione e Liberazione è un ragionamento antropologico, ma in controluce nasconde tutte le risposte alle polemiche dei giorni scorsi, dopo le sue frasi che hanno innescato una fibrillazione nei rapporti con il mondo politico e all’interno della stessa Conferenza episcopale.
Il presule scherza con i fotografi ma scansa i cronisti nel giorno del suo ritorno in pubblico, dopo il forfait all’appuntamento trentino dedicato ad Alcide De Gasperi nel quale il suo messaggio scritto etichettava la classe politica contemporanea come un “harem di cooptati e furbi”.
E se aveva fatto discutere in precedenza l’appellativo di “piazzisti da quattro soldi”, rivolto a chi “specula sul dramma dei migranti”, a Rimini Galantino parte teorizzando un umanesimo basato sull’equilibrio tra senso del limite e fascino delle frontiere, ma arriva, in forma più felpata e filosofica, a ribadire il concetto di accoglienza e condivisione come contraltare all'”istinto a difendersi dagli altri”.
Si tratta, spiega, di costruire una società che “non considera i gruppi e gli Stati per quanto sanno produrre o per le risorse finanziarie di cui dispongono, e tenta anzitutto e con i mezzi di cui realisticamente dispone di risollevare i poveri, per non creare un mondo a due velocità “.
Come nei giorni scorsi, Galantino sottolinea ancora che è il Vangelo a “intendere gli ultimi non più come scarti ma come persone da sollevare e delle quali condividere la sorte”.
Un messaggio che Galantino chiede di attualizzare. “A noi sta di coglierne i riflessi per l’oggi e di tradurla nel nostro tempo”, dice il presule, subito prima di invocare “attenzione a tutti i poveri, a quelli che non hanno il lavoro o lo hanno perso, a quelli che provengono da zone più povere ed economicamente arretrate, a quelli che non sono in grado di difendersi perchè attendono di nascere e godere della vita”.
Con lo stesso stile e sempre riflettendo sul concetto di limite come risorsa, il numero due della Cei regola anche le scosse sismiche sotterranee che si registrano all’interno dell’episcopato italiano.
Chiarisce di essere in sintonia con il pontefice affermando che “una Chiesa che fa del limite una risorsa, assume lo stile missionario tanto invocato da papa Francesco divenendo sempre meno dispensatrice di servizi e sempre più ‘ospedale da campo’, chinata sugli ultimi”.
E in questo senso affonda il colpo affermando la volontà di proseguire sulla linea del cambiamento.
Proprio dall’antropologia del limite, incalza infatti Galantino, “anche la Chiesa è sollecitata a rinnovarsi nelle sue strutture, nelle dinamiche decisionali e nelle prassi delle comunità “.
E aggiunge: “Le comunità ecclesiali e le associazioni già sono, per il nostro tempo, un mirabile segno della presenza di Dio e della carità che da lui promana. Queste giornate di incontro e riflessione ne sono un esempio. Tuttavia, ancora tanto dobbiamo fare nella via della testimonianza”.
Non c’è da scoraggiarsi, lascia poi intendere in un altro passaggio Galantino, davanti a chi contesta la posizione dei credenti rispetto al relativismo.
“A partire dagli anni Settanta – osserva il presule – abbiamo assistito a un radicale mutamento del paradigma antropologico, che ha contribuito a mettere al centro, talvolta enfatizzandola in maniera esclusiva, la libertà individuale, quasi rappresentasse l’unico vero valore” e oggi, aggiunge, “è tacciato di essere retrogrado, repressivo e fuori dal tempo chi tenta di metterlo in discussione e mostrare, argomentando, che la persona non è solo libertà assoluta”.
L’uomo però, insiste l’ex vescovo di Cassano, “è tante altre cose ancora: ricerca di Dio e della verità , responsabilità , accettazione del sacrificio, alle quali è intimamente legato il raggiungimento di una libertà vera”.
Ed è in questo senso, appunto, che viene mostrato il concetto di limite che “non è semplicemente sinonimo di imperfezione ma è la radice stessa dell’apertura dell’uomo” perchè porta al “fascino delle frontiere”: “Il limite allora è una scuola capace di insegnarci quale sia il segreto della vita. Chi è appagato non cerca, nè lo fa chi è disperato. Cerca invece chi è povero, cioè chi percepisce il limite come caratterizzante la natura umana e ne fa motivo di crescita”.
Andrea Gualtieri
(da “La Repubblica”)
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