Aprile 20th, 2014 Riccardo Fucile
L’EX SEGRETARIO DI STATO ABITERA’ IN 700 METRI QUADRI NEL PALAZZO A FIANCO ALLA MODESTA RESIDENZA DEL PAPA
Circa 10 volte in più, comunque, di Sua Santità . 
In Vaticano, entrando dalla Porta del Perugino, la Domus Sanctae Marthae e il Palazzo San Carlo sono edifici vicini.
La prima di dimensioni ridotte, il secondo imponente. Quando Bergoglio, dopo aver osservato i complessi lavori di ristrutturazione nella struttura a fianco, è stato informato su chi sarebbe stato il suo vicino di casa, si è arrabbiato non poco.
Ora non può certo cacciare di casa l’inquilino. Ma la sua ira su chi in Curia ancora resiste al suo titanico tentativo di cambiamento non è passata inosservata il Giovedì santo prima di Pasqua quando, davanti al clero riunito in San Pietro, si è scagliato contro i preti «untuosi, sontuosi e presuntuosi», che devono avere invece «come sorella la povertà ».
La casa dove presto, prima dell’estate, il cardinale Bertone si trasferirà , ha dimensioni sontuose perchè unisce due appartamenti: quello un tempo assegnato a Camillo Cibin, capo della Gendarmeria per tutto il pontificato di Karol Wojtyla, fra i 300 e i 400 metri, da cui è stata infine sloggiata la vedova; e quello di monsignor Bruno Bertagna, vicepresidente del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi, deceduto alla fine del 2013, di metratura intorno ai 200.
A questi metri interni vanno però aggiunti circa 100 di terrazzo
In epoca ante Francesco l’assegnazione di alloggi di tutto rispetto per i prìncipi della Chiesa era una prassi consueta. Molti ricordano quando Bertone fu scelto come Segretario di Stato da Benedetto XVI, e dovette attendere quasi un anno prima che il suo predecessore, il cardinal Sodano, piccato per la rimozione, gli lasciasse l’appartamento nella Prima loggia del Palazzo Apostolico, dovendosi così l’altro accomodare nella Torre di San Giovanni.
Sodano si trasferì poi in una casa di vaste proporzioni al Collegio Etiopico. Lì, il cardinale americano Szoka, presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, dimessosi dall’incarico lo stesso giorno di Sodano (15 settembre 2006), ottenne guarda caso l’appartamento gemello di quest’ultimo sempre al Collegio.
Così quando Bertone, nel vortice delle polemiche su Vatileaks e la seguente rinuncia di Benedetto XVI al pontificato, fu in odore di lasciare la Segreteria di Stato – proposito realizzato solo dopo l’arrivo di Bergoglio – e si cominciò a parlare di dove si sarebbe trasferito lasciando la casa nella Prima loggia, furono avviate le pratiche per l’assegnazione di un altro appartamento.
L’èra di Francesco è cominciata solo dopo. Ora, nella maxi casa, il cardinale non vivrà comunque solo: con lui abiteranno le tre suore che lo seguono da quando aveva assunto l’incarico di Segretario di Stato. Il suo successore, il neo cardinale Pietro Parolin, si è conformato al nuovo corso di Bergoglio, andando ad abitare come il Papa in un bilocale nella Domus Sanctae Marthae .
L’assegnazione di appartamenti di ampia metratura agli ex Segretari di Stato, tuttavia, mostra con evidenza come in Vaticano il nuovo fatichi ancora ad avanzare, e il vecchio resista.
Facile capire dunque il disappunto di Francesco, e l’opposizione di una Curia lenta a spogliarsi degli antichi privilegi.
A meno che il Papa «venuto dalla fine del mondo» non prenda posizione, oltre le parole già pronunciate contro «i preti sontuosi».
Marco Ansaldo
(da “La Repubblica“)
argomento: Chiesa | Commenta »
Aprile 19th, 2014 Riccardo Fucile
LA DIFFERENZA TRA UN UOMO DI FEDE E UN VENDITORE DI PENTOLE BUCATE: IERI SERA CONSEGNATI A TUTTI I CLOCHARD DI ROMA UNA BUSTA SPECIALE DOPO L’ANATEMA CONTRO L’IDOLATRIA DEL DENARO
Cinquanta euro e un biglietto di auguri. Firmato: Papa Francesco. 
Ieri sera, mentre il Pontefice presiedeva la Via Crucis, l’elemosiniere del Papa, mons. Konrad Krajewski, insieme al cerimoniere pontificio mons. Diego Ravelli, si sono recati nelle zone intorno alla Stazione Termini, Santa Maria Maggiore e Ostiense per portare ai senza fissa dimora una busta con gli auguri di Pasqua del Pontefice e un aiuto finanziario, grazie al ricavato delle pergamene per le Benedizioni.
Nelle buste, riferisce Radio Vaticana, i clochard che si apprestavano a passare la notte in strada hanno trovato, oltre agli auguri di Bergoglio, anche banconote da cinquanta euro.
Stamattina, lo stesso dono è stato portato alle circa trenta donne ospiti in questi giorni della Casa Dono di Maria, in Vaticano, gestita dalle Missionarie della Carità , le suore di Madre Teresa di Calcutta.
L’iniziativa, secondo Mons. Krajewski, è stata presa ieri sera dopo aver ascoltato la predica di padre Raniero Cantalamessa durante la Celebrazione della Passione, in cui il padre cappuccino ha denunciato l’idolatria del denaro.
Mons. Krajewski ha ricordato che il Papa lo ha invitato ad andare a cercare i poveri e a non stare dietro la scrivania, anzi a vendere quest’ultima per vincere la tentazione di rimanere in ufficio.
Krajewski ha anche raccontato la gioia dei clochard nel ricevere l’inatteso regalo. Alcuni di loro, stando al racconto del monsignore, stavano già preparando i cartoni per la notte.
Ricevuta la busta, si sono messi a ballare per la felicità , ringraziando la Provvidenza divina.
Lo scorso Natale, invece, gli auguri del Papa ai barboni erano accompagnati da biglietti della metro e carte telefoniche.
(da “La Repubblica”)
argomento: Chiesa, povertà | Commenta »
Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile
LE TIPOLOGIE DI IMMOBILI ESENTI RESTANO SETTE, COME PER LA VECCHIA ICI DEL 1992
Retromarcia del governo sulla tassazione di Chiese, oratori, associazioni non profit e musei.
Il testo finale del decreto legge su «Disposizioni urgenti in materia di finanza locale», debitamente “bollinato” dalla Ragioneria generale dello Stato e in uscita sulla Gazzetta ufficiale prevede al comma 3 dell’articolo 1, in modo esplicito e dettagliato, un regime di esenzione dalla Tasi per luoghi di culto, oratori, sedi di associazioni di volontariato e tutto quanto svolge un ruolo sociale, compresi gli stabili di proprietà dello Stato, Regioni e Province.
Cambia dunque il nome della tassa, ma restano i privilegi: si applicheranno alla Tasi, come avveniva per l’Ici e per l’Imu.
La chiarificazione arriva dopo il “giallo” scoppiato in seguito al consiglio dei ministri di venerdì scorso, il primo del governo Renzi, che ha varato l’addizionale mobile dello 0,8 per mille per la Tasi finalizzata ad introdurre detrazioni per le fasce di popolazione più disagiate
Il testo del Consiglio dei ministri di venerdì prevedeva espressamente, all’articolo 4, l’esenzione limitata a 25 immobili di proprietà del Vaticano tra cui le Basiliche di San Paolo e Santa Maria Maggiore e il Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo.
Anche il comunicato stampa di Palazzo Chigi, emesso alla fine della riunione, faceva riferimento esplicito solo a questa tipologia di edifici citati peraltro dai Patti Lateranensi del 1929.
Le tipologie di immobili «esenti » sono invece sette, e sono previste dalla legge che ha istituito l’Ici (la vecchia tassa sulla casa) nel 1992: nella prima versione del decreto veniva citata la lettera «e» (relativa agli immobili di proprietà del Vaticano) ma non la precedente «d» (relativa ai fabbricati «destinati esclusivamente all’esercizio del culto»).
Tanto bastava per sollevare il caso che non veniva chiuso da una blanda rassicurazione di Palazzo Chigi giunta in serata.
Dopo un serrato confronto tecnico tra gli uffici del Dipartimento delle Finanze e Palazzo Chigi ieri si è giunti ad una soluzione.
Ma negli ultimi giorni, mentre gli ambienti del sottosegretario Graziano Delrio continuavano a mandale segnali rassicuranti al mondo cattolico e del non profit, dal ministero dell’Economia si parlava di una questione «delicata» e «in definizione ».
Ieri la correzione di rotta finale: il testo definitivo inviato alle tipografie del Poligrafico per essere stampato sulla «Gazzetta ufficiale », composto di 21 articoli, risulta abbondantemente rimaneggiato: al comma 3 dell’articolo 1 si spiega, che sono esenti dalla Tasi «gli immobili posseduti dalla Stato » e che si applicano, inoltre, le esenzioni previste dalla legge che ha istituito l’Ici.
La relazione tecnica riporta con trasparenza le fattispecie ora espressamente esenti, anche dopo il passaggio da Imu a Tasi: destinazione culturale, fabbricati appartenenti a Stati esteri e organizzazioni internazionali, immobili delle associazioni no profit (escluse le sedi di partito), immobili della Santa Sede e, infine, i fabbricati «destinati esclusivamente ai luoghi di culto».
Una chiara precisazione necessaria perchè la natura della Tasi, che si paga sui servizi comunali, indipendentemente dal possesso, è diversa da quella dell’Imu che si paga sulla proprietà .
Cambiando la motivazione, se non ribadite, sarebbero scomparse anche le esenzioni.
Per il mondo della Chiesa un sospiro di sollievo (avrebbero corso il rischio di pagare 8.340 Chiese e oltre 19 mila oratori), pericolo scampato anche per il mondo del volontariato. Per gli ambienti laici, reduci dalla polemica degli ultimi anni, sul pagamento dell’Imu sugli immobili commerciali della Chiesa, un nuovo privilegio indebito.
Per i Comuni ai quali il decreto riduce a 625 milioni (dai 700 previsti alla vigilia), invece, una mancata opportunità di gettito.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)
argomento: Chiesa | Commenta »
Gennaio 16th, 2014 Riccardo Fucile
TRATTATIVA PER TRASFERIRE ALLA DIOCESI LA GESTIONE DEGLI APPALTI SULLE CHIESE
Sul tavolo di Palazzo Chigi la disposizione perchè sia direttamente la Diocesi a scegliere le aziende che dovranno fare i lavori del post-terremoto
Ora tutto in stand-by dopo lo scandalo delle mazzette e le denunce del sindaco dimissionario Cialente
Questa è la storia di una “trattativa”, tra lo Stato e la Chiesa, sulla ricostruzione post terremoto.
Una storia che parte dal Duomo de L’Aquila e — almeno per ora — finisce in un cassetto. Un cassetto molto delicato: quello dell’ufficio legislativo di Palazzo Chigi. La vicenda riguarda un affare da 500 milioni di euro per i prossimi 9 anni: la ricostruzione delle chiese danneggiate o distrutte dal sisma del 2009.
Parliamo di 195 strutture tra L’Aquila e l’intero cratere del sisma.
L’attuale “soggetto attuatore” dell’intervento — ovvero chi gestisce la ricostruzione — è il ministero per i Beni culturali
Il ribaltone: le chiavi alla Chies
Il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare che la Presidenza del Consiglio, negli ultimi due mesi, ha provato a ribaltare la situazione con un decreto che, all’articolo 2 bis, prescrive: “Il soggetto attuatore degli interventi e il beneficiario del contributo è individuato nella diocesi competente”.
In sostanza, con questa norma, la gestione dei 500 milioni passerebbe dallo Stato alla Curia e, in questo modo, le diocesi potrebbero scegliere direttamente a chi affidare i lavori.
Il documento è però rimasto una bozza. La norma s’è incagliata nell’ufficio legislativo di Palazzo Chigi che, nonostante la benedizione del presidente Enrico Letta, non ha ancora espresso un parere positivo.
Sarà un caso ma, proprio mentre la norma veniva valutata dall’ufficio legislativo, L’Aquila è stata travolta dagli scandali sulla ricostruzione: la procura aquilana, a fine dicembre, ha disposto delle perquisizioni in un’indagine sulla ristrutturazione di alcuni beni ecclesiastici.
Da fonti politiche, al Fatto Quotidiano risulta che l’emendamento al decreto è di fatto stato “stoppato” e – nonostante le insistenze della Curia — l’operazione sembra tramontata.
I documenti in possesso de Il Fatto Quotidiano consentono di ricostruire la vicenda che ha scatenato poi l’ira dell’ex sindaco Massimo Cialente.
A dicembre, il primo cittadino aquilano, scrive direttamente al presidente Giorgio Napolitano: “Si è tentato e si sta tentando”, scrive Cialente, “d’inserire una norma di legge che vedrebbe la Curia, la più grande immobiliarista della città , diventare soggetto attuatore per la ricostruzione di tutti i suoi edifici, compresi i luoghi di culto. Abbiamo il sospetto che il disegno, non considerato pienamente nelle conseguenze, potrebbe comportare addirittura che i fondi per la ricostruzione privata delle case andranno a ricostruire le chiese”.
La curia risponde per voce di monsignor Tommaso Valentini, presidente della Conferenza episcopale abruzzese e molisana, che spiega: “In situazioni analoghe, ovvero nella ricostruzione di Umbria, Marche ed Emilia Romagna, le diocesi sono state già riconosciute come enti attuatori”.
Niente di strano, ribadisce quindi Va-lentini, ma resta un fatto: la norma è rimasta lettera morta. Eppure la trattativa è iniziata ben quattro mesi fa.
È il 3 settembre 2013 quando, nella residenza arcivescovile de L’Aquila, prende la parola l’Arcivescovo Giuseppe Petrocchi: l’obiettivo della riunione — spiega — è risolvere il problema che riguarda la ricostruzione degli edifici di culto e delle strutture ecclesiali.
“Bisogna arrivare a una strategia condivisa — dice Petrocchi — che coinvolga tutte le competenze qui presenti”.
Sono presenti sette funzionari di Stato impegnati nella ricostruzione.
È monsignor Giovanni d’Ercole, vicario dell’Arcivescovo, che mette sul tavolo le domande principali: “Come si procederà per la ricostruzione? Con quali fondi? Con quali tempi? ”.
In realtà , la legge è chiara. L’ex ministro Fabrizio Barca ha disposto che, nell’arco di 9 anni, siano stanziati circa 500 milioni.
Se non bastasse – mentre funzionari e prelati discutono – sono già stati stanziati 70,5 milioni per ben 27 chiese.
E quindi: qual è il problema? Il Duomo, per esempio. Accanto alla chiesa vi sono le canoniche, le pertinenze, le abitazioni civili: tutto nello stesso aggregato. Insomma: c’è una parte pubblica e una privata.
La Chiesa è “pubblica”: gli appalti sono gestiti e controllati dallo Stato. Il resto è privato: può essere ricostruito con affidamenti diretti. E per l’aggregato del Duomo, dove la Curia, ha già affidato la questione al “Consorzio sant’Emidio”, che si fa?
Si usano i soldi stanziati dal ministro Barca? O quelli destinati alla ricostruzione delle abitazioni? E i progettisti del Consorzio – che hanno già lavorato – chi li paga?
Libertà di scelta, cambio di strategia
Il punto è che l’affidamento diretto consente di scegliere direttamente i committenti.
E la “trattativa” inizia male. L’assessore aquilano alla Ricostruzione, Pietro Di Stefano, è netto: per le chiese esistono i 500 milioni stanziati da Barca punto e basta. E la Curia cambia strategia.
Il 30 settembre scrive una nota al Governo. Il 4 novembre, a Palazzo Chigi, vengono convocati gli esponenti della Curia, del Comune de L’Aquila, della Direzione regionale per i beni culturali e l’Ufficio speciale per la ricostruzione.
Il testo della convocazione è chiaro: la Curia — si legge – ha proposto di inserire una norma per nominare le Diocesi come “soggetti attuatori” del recupero dei beni ecclesiastici. Il governo vuole discuterne con Comuni e funzionari.
Nel frattempo l’esecutivo scrive la bozza della norma che finisce all’ufficio legislativo di Palazzo Chigi.
V’è scritto: “Il soggetto attuatore degli interventi e il beneficiario del contributo è individuato nella diocesi competente”.
E ancora: “La conferenza episcopale d’Abruzzo predispone ogni anno, in collaborazione con gli enti locali e gli uffici per la ricostruzione, il suo piano d’intervento per la ricostruzione degli edifici, di proprietà della Chiesa, distrutti o danneggiati dal sisma del 2009”.
La Diocesi può “delegare” la realizzazione degli interventi alla Direzione regionale per i beni culturali dell’Abruzzo che, nel caso, otterrebbe “il trasferimento del contributo”.
Ma la norma resta nel cassetto.
Antonio Massari
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Chiesa, terremoto | Commenta »
Gennaio 5th, 2014 Riccardo Fucile
MOSTRI DI IPOCRISIA SPARSI IN TUTTI GLI SCHIERAMENTI
I piccoli mostri, che fanno accapponare la pelle a papa Francesco, sono tra noi. In Parlamento. Da decenni.
E sono quei cattolici di convenienza o impelagati nello scambio elettorale, che da sempre bloccano qualsiasi progresso nei diritti civili.
Poi ci sono i cattolici muti, quelli che hanno tutti gli strumenti culturali per capire che lo Stato moderno deve regolare i nuovi fenomeni sociali, ma preferiscono non parlare e svicolare, agitando lo slogan che “non è il momento”, perchè temono di urtarsi con la gerarchia ecclesiastica.
Dal dopoguerra a oggi li abbiamo conosciuti tutti.
Prima c’erano i democristiani di facciata — non parliamo di quelli di convinzioni profonde alla De Gasperi o alla Dossetti o a qualsiasi corrente appartenessero — democristi di casacca, che in privato sguazzavano in ogni trasgressione come nell’indimenticabile film “Signore e Signori” di Germi, ma in pubblico plaudivano ipocritamente ai bavagli in Rai, alle censure cinematografiche e al blocco in Parlamento di leggi immorali come il divorzio e l’interruzione di gravidanza.
Svanita la Democrazia cristiana è iniziata l’era dell’alleanza tra Vaticano e Berlusconi per arginare naturalmente il “comunismo” e quel nemico per il quale si è inventato un neologismo privo di senso: il “laicismo radicale”.
Dunque, auspice il Vaticano di Wojtyla e quello ratzingeriano, andava bene il premier delle Olgettine, che produceva leggi a favore dei falsari di bilanci, evasori fiscali, delinquenti di vario tipo favoriti da prescrizioni ammazza-sentenze, purchè facesse da scudo contro le terribili leggi tipo unioni civili o testamento biologico.
Se poi, in un sussulto di decenza e ascoltando soprattutto la voce schifata di milioni di cattolici, l’Avvenire si permetteva qualche timido rimbrotto, si litigava un po’ e si decapitava il direttore Boffo. Capitolo chiuso, l’alleanza riprendeva.
La variante sofisticata era rappresentata dagli “atei devoti”, persone di allegro cinismo, ma convinte della necessità di schierarsi con il cristianesimo nella sua versione più integralista sempre per bloccare la minaccia laica.
A loro andava bene Benedetto XVI con i suoi “principi non negoziabili”, ignorati da tutte le democrazie cristiane europee, ma in Italia agitati dalla Conferenza episcopale per sabotare il referendum sulla procreazione assistita, la legge sulle unioni civili, il testamento biologico, il divorzio breve, le norme anti-omofobia.
Bisogna dire, però, che i piccoli mostri di ipocrisia si sono sparsi in tutti gli schieramenti dell’ultimo ventennio. A destra come a sinistra.
E ogni volta che arriva in parlamento un progetto di legge, che faccia uscire l’Italia dal sonno medievale, si precipitano in tv, pontificando che non è il momento, che si indebolisce la famiglia, che la vita è sacra (l’inizio e la fine, pare di capire, perchè del periodo di mezzo in termini di lavoro, di servizi, di funzionamento dello stato, di moralità pubblica, uno se ne può anche infischiare…).
Insomma, che è sempre meglio rimandare.
Ora però c’è una novità . È arrivato sul trono papale un prete di nome Francesco.
Che non ha modificato di una virgola la “dottrina” e dunque (se capita) parla del diavolo, considera negativamente l’aborto, è contrario ai matrimoni gay, ma ha chiarito nero su bianco che la Chiesa non deve svolgere “ingerenza spirituale”. Dunque basta con le manovre di una Cei che organizzi l’astensione al referendum sulla procreazione assistita o precetti l’associazionismo cattolico per indire un Family Day.
La rivoluzione di Francesco significa una cosa molto semplice: la Chiesa si impegna a formare coscienze cristiane e con il dialogo a stimolare anche quelle agnostiche, ma non vuole e non deve — il papa lo ha chiarito espressamente — mettersi a fare lobby e meno che mai alleanze partitiche per imporre il suo punto di vista in parlamento.
Non si capisce allora in nome di chi parlano i soliti improvvisati “difensori della fede”.
Se Francesco invita il clero a prendersi cura dei casi concreti delle coppie divorziate, delle donne che hanno abortito, dei bambini — lo ha detto recentemente ai superiori degli ordini religiosi — che vivono con la mamma e la “fidanzata di mamma”, a maggior ragione il Parlamento deve finalmente legiferare sui diritti civili e su fenomeni sociali che attendono di essere regolamentati.
Sapendo che da decenni la maggioranza dei cattolici in tutte le inchieste ha ribadito il suo sì al divorzio, il suo no alla restrizione della legge sull’aborto, il suo sì alle convivenze e alle unioni civili etero e omosessuali.
La verità è che i parlamentari pseudo-religiosi non hanno nessun contatto con i cittadini cattolici in carne e ossa.
Chi vuole, può anche fare un salto a Buenos Aires e informarsi. A Bergoglio non piacciono le nozze gay, ma quando nella Capitale argentina si discusse una legge locale per le unioni civili, l’arcivescovo Bergoglio non mosse un dito.
E la norma passò senza ingerenze.
Marco Politi
argomento: Chiesa, Diritti civili | Commenta »
Dicembre 15th, 2013 Riccardo Fucile
DOVE IL PONTEFICE PARLA DI NATALE, FAME NEL MONDO, SOFFERENZA DEI BAMBINI, RIFORMA DELLA CURIA, DONNE CARDINALE, IOR E DEL PROSSIMO VIAGGIO IN TERRA SANTA
“Il Natale per me è speranza e tenerezza…». Francesco racconta a «La Stampa» il suo primo Natale da vescovo di Roma.
Casa Santa Marta, martedì 10 dicembre, ore 12.50. Il Papa ci accoglie in una sala accanto al refettorio
L’incontro durerà un’ora e mezza. Per due volte, durante il colloquio, dal volto di Francesco sparisce la serenità che tutto il mondo ha imparato a conoscere, quando accenna alla sofferenza innocente dei bambini e parla della tragedia della fame nel mondo.
Nell’intervista il Papa parla anche dei rapporti con le altre confessioni cristiane e dell’«ecumenismo del sangue» che le unisce nella persecuzione, accenna alle questioni del matrimonio e della famiglia che saranno trattate dal prossimo Sinodo, risponde a chi lo ha criticato dagli Usa definendolo «un marxista» e parla del rapporto tra Chiesa e politica.
Che cosa significa per lei il Natale?
«È l’incontro con Gesù. Dio ha sempre cercato il suo popolo, lo ha condotto, lo ha custodito, ha promesso di essergli sempre vicino. Nel Libro del Deuteronomio leggiamo che Dio cammina con noi, ci conduce per mano come un papà fa con il figlio. Questo è bello. Il Natale è l’incontro di Dio con il suo popolo. Ed è anche una consolazione, un mistero di consolazione. Tante volte, dopo la messa di mezzanotte, ho passato qualche ora solo, in cappella, prima di celebrare la messa dell’aurora. Con questo sentimento di profonda consolazione e pace. Ricordo una volta qui a Roma, credo fosse il Natale del 1974, una notte di preghiera dopo la messa nella residenza del Centro Astalli. Per me il Natale è sempre stato questo: contemplare la visita di Dio al suo popolo».
Che cosa dice il Natale all’uomo di oggi?
«Ci parla della tenerezza e della speranza. Dio incontrandoci ci dice due cose. La prima è: abbiate speranza. Dio apre sempre le porte, mai le chiude. È il papà che ci apre le porte. Secondo: non abbiate paura della tenerezza. Quando i cristiani si dimenticano della speranza e della tenerezza, diventano una Chiesa fredda, che non sa dove andare e si imbriglia nelle ideologie, negli atteggiamenti mondani. Mentre la semplicità di Dio ti dice: vai avanti, io sono un Padre che ti accarezza. Ho paura quando i cristiani perdono la speranza e la capacità di abbracciare e accarezzare. Forse per questo, guardando al futuro, parlo spesso dei bambini e degli anziani, cioè dei più indifesi. Nella mia vita di prete, andando in parrocchia, ho sempre cercato di trasmettere questa tenerezza soprattutto ai bambini e agli anziani. Mi fa bene, e mi fa pensare alla tenerezza che Dio ha per noi».
Come si può credere che Dio, considerato dalle religioni infinito e onnipotente, si faccia così piccolo?
«I Padri greci la chiamavano “synkatabasis”, condiscendenza divina. Dio che scende e sta con noi. È uno dei misteri di Dio. A Betlemme, nel 2000, Giovanni Paolo II disse che Dio è diventato un bambino totalmente dipendente dalle cure di un papà e di una mamma. Per questo il Natale ci dà tanta gioia. Non ci sentiamo più soli, Dio è sceso per stare con noi. Gesù si è fatto uno di noi e per noi ha patito sulla croce la fine più brutta, quella di un criminale».
Il Natale viene spesso presentato come fiaba zuccherosa. Ma Dio nasce in un mondo dove c’è anche tanta sofferenza e miseria.
«Quello che leggiamo nei Vangeli è un annuncio di gioia. Gli evangelisti hanno descritto una gioia. Non si fanno considerazioni sul mondo ingiusto, su come faccia Dio a nascere in un mondo così. Tutto questo è il frutto di una nostra contemplazione: i poveri, il bambino che deve nascere nella precarietà . Il Natale non è stata la denuncia dell’ingiustizia sociale, della povertà , ma è stato un annuncio di gioia. Tutto il resto sono conseguenze che noi traiamo. Alcune giuste, altre meno giuste, altre ancora ideologizzate. Il Natale è gioia, gioia religiosa, gioia di Dio, interiore, di luce, di pace. Quando non si ha la capacità o si è in una situazione umana che non ti permette di comprendere questa gioia, si vive la festa con l’allegria mondana. Ma fra la gioia profonda e l’allegria mondana c’è differenza».
È il suo primo Natale, in un mondo dove non mancano conflitti e guerre…
«Dio mai dà un dono a chi non è capace di riceverlo. Se ci offre il dono del Natale è perchè tutti abbiamo la capacità di comprenderlo e riceverlo. Tutti, dal più santo al più peccatore, dal più pulito al più corrotto. Anche il corrotto ha questa capacità : poverino, ce l’ha magari un po’ arrugginita, ma ce l’ha. Il Natale in questo tempo di conflitti è una chiamata di Dio, che ci dà questo dono. Vogliamo riceverlo o preferiamo altri regali? Questo Natale in un mondo travagliato dalle guerre, a me fa pensare alla pazienza di Dio. La principale virtù di Dio esplicitata nella Bibbia è che Lui è amore. Lui ci aspetta, mai si stanca di aspettarci. Lui dà il dono e poi ci aspetta. Questo accade anche nella vita di ciascuno di noi. C’è chi lo ignora. Ma Dio è paziente e la pace, la serenità della notte di Natale è un riflesso della pazienza di Dio con noi».
In gennaio saranno cinquant’anni dallo storico viaggio di Paolo VI in Terra Santa. Lei ci andrà ?
«Natale sempre ci fa pensare a Betlemme, e Betlemme è in un punto preciso, nella Terra Santa dove è vissuto Gesù. Nella notte di Natale penso soprattutto ai cristiani che vivono lì, a quelli che hanno difficoltà , ai tanti di loro che hanno dovuto lasciare quella terra per vari problemi. Ma Betlemme continua a essere Betlemme. Dio è venuto in un punto determinato, in una terra determinata, è apparsa lì la tenerezza di Dio, la grazia di Dio. Non possiamo pensare al Natale senza pensare alla Terra Santa. Cinquant’anni fa Paolo VI ha avuto il coraggio di uscire per andare là , e così è cominciata l’epoca dei viaggi papali. Anch’io desidero andarci, per incontrare il mio fratello Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli, e con lui commemorare questo cinquantenario rinnovando l’abbraccio tra Papa Montini e Atenagora avvenuto a Gerusalemme nel 1964. Ci stiamo preparando».
Lei ha incontrato più volte i bambini gravemente ammalati. Che cosa può dire davanti a questa sofferenza innocente?
«Un maestro di vita per me è stato Dostoevskij, e quella sua domanda, esplicita e implicita, ha sempre girato nel mio cuore: perchè soffrono i bambini? Non c’è spiegazione. Mi viene questa immagine: a un certo punto della sua vita il bambino si “sveglia”, non capisce molte cose, si sente minacciato, comincia a fare domande al papà o alla mamma. È l’età dei “perchè”. Ma quando il figlio domanda, poi non ascolta tutto ciò che hai da dire, ti incalza subito con nuovi “perchè?”. Quello che cerca, più della spiegazione, è lo sguardo del papà che dà sicurezza. Davanti a un bambino sofferente, l’unica preghiera che a me viene è la preghiera del perchè. Signore perchè? Lui non mi spiega niente. Ma sento che mi guarda. E così posso dire: Tu sai il perchè, io non lo so e Tu non me lo dici, ma mi guardi e io mi fido di Te, Signore, mi fido del tuo sguardo»
Parlando della sofferenza dei bambini non si può dimenticare la tragedia di chi soffre la fame.
«Con il cibo che avanziamo e buttiamo potremmo dar da mangiare a tantissimi. Se riuscissimo a non sprecare, a riciclare il cibo, la fame nel mondo diminuirebbe di molto. Mi ha impressionato leggere una statistica che parla di 10mila bambini morti di fame ogni giorno nel mondo. Ci sono tanti bambini che piangono perchè hanno fame. L’altro giorno all’udienza del mercoledì, dietro una transenna, c’era una giovane mamma col suo bambino di pochi mesi. Quando sono passato, il bambino piangeva tanto. La madre lo accarezzava. Le ho detto: signora, credo che il piccolo abbia fame. Lei ha risposto: sì sarebbe l’ora… Ho replicato: ma gli dia da mangiare, per favore! Lei aveva pudore, non voleva allattarlo in pubblico, mentre passava il Papa. Ecco, vorrei dire lo stesso all’umanità : date da mangiare! Quella donna aveva il latte per il suo bambino, nel mondo abbiamo sufficiente cibo per sfamare tutti. Se lavoriamo con le organizzazioni umanitarie e riusciamo a essere tutti d’accordo nel non sprecare il cibo, facendolo arrivare a chi ne ha bisogno, daremo un grande contributo per risolvere la tragedia della fame nel mondo. Vorrei ripetere all’umanità ciò che ho detto a quella mamma: date da mangiare a chi ha fame! La speranza e la tenerezza del Natale del Signore ci scuotano dall’indifferenza».
Alcuni brani dell’«Evangelii Gaudium» le hanno attirato le accuse degli ultra-conservatori americani. Che effetto fa a un Papa sentirsi definire «marxista»?
«L’ideologia marxista è sbagliata. Ma nella mia vita ho conosciuto tanti marxisti buoni come persone, e per questo non mi sento offeso».
Le parole che hanno colpito di più sono quelle sull’economia che «uccide»…
«Nell’esortazione non c’è nulla che non si ritrovi nella Dottrina sociale della Chiesa. Non ho parlato da un punto di vista tecnico, ho cercato di presentare una fotografia di quanto accade. L’unica citazione specifica è stata per le teorie della “ricaduta favorevole”, secondo le quali ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sè una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. C’era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s’ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri. Questo è stato l’unico riferimento a una teoria specifica. Ripeto, non ho parlato da tecnico, ma secondo la dottrina sociale della Chiesa. E questo non significa essere marxista».
Lei ha annunciato una «conversione del papato».
Gli incontri con i patriarchi ortodossi le hanno suggerito qualche via concreta?
«Giovanni Paolo II aveva parlato in modo ancora più esplicito di una forma di esercizio del primato che si apra ad una situazione nuova. Ma non solo dal punto di vista dei rapporti ecumenici, anche nei rapporti con la Curia e con le Chiese locali. In questi primi nove mesi ho accolto la visita di tanti fratelli ortodossi, Bartolomeo, Hilarion, il teologo Zizioulas, il copto Tawadros: quest’ultimo è un mistico, entrava in cappella, si toglieva le scarpe e andava a pregare. Mi sono sentito loro fratello. Hanno la successione apostolica, li ho ricevuti come fratelli vescovi. È un dolore non poter ancora celebrare l’eucaristia insieme, ma l’amicizia c’è. Credo che la strada sia questa: amicizia, lavoro comune, e pregare per l’unità . Ci siamo benedetti l’un l’altro, un fratello benedice l’altro, un fratello si chiama Pietro e l’altro si chiama Andrea, Marco, Tommaso…».
L’unità dei cristiani è una priorità per lei?
«Sì, per me l’ecumenismo è prioritario. Oggi esiste l’ecumenismo del sangue. In alcuni paesi ammazzano i cristiani perchè portano una croce o hanno una Bibbia, e prima di ammazzarli non gli domandano se sono anglicani, luterani, cattolici o ortodossi. Il sangue è mischiato. Per coloro che uccidono, siamo cristiani. Uniti nel sangue, anche se tra noi non riusciamo ancora a fare i passi necessari verso l’unità e forse non è ancora arrivato il tempo. L’unità è una grazia, che si deve chiedere. Conoscevo ad Amburgo un parroco che seguiva la causa di beatificazione di un prete cattolico ghigliottinato dai nazisti perchè insegnava il catechismo ai bambini. Dopo di lui, nella fila dei condannati, c’era un pastore luterano, ucciso per lo stesso motivo. Il loro sangue si è mescolato. Quel parroco mi raccontava di essere andato dal vescovo e di avergli detto: “Continuo a seguire la causa, ma di tutti e due, non solo del cattolico”.
Questo è l’ecumenismo del sangue. Esiste anche oggi, basta leggere i giornali. Quelli che ammazzano i cristiani non ti chiedono la carta d’identità per sapere in quale Chiesa tu sia stato battezzato. Dobbiamo prendere in considerazione questa realtà ».
Nell’esortazione lei ha invitato a scelte pastorali prudenti e audaci per quanto riguarda i sacramenti. A che cosa si riferiva?
«Quando parlo di prudenza non penso a un atteggiamento paralizzante, ma a una virtù di chi governa. La prudenza è una virtù di governo. Anche l’audacia lo è. Si deve governare con audacia e con prudenza. Ho parlato del battesimo, e della comunione come cibo spirituale per andare avanti, da considerare un rimedio e non un premio. Alcuni hanno subito pensato ai sacramenti per i divorziati risposati, ma io non sono sceso in casi particolari: volevo solo indicare un principio. Dobbiamo cercare di facilitare la fede delle persone più che controllarla. L’anno scorso in Argentina avevo denunciato l’atteggiamento di alcuni preti che non battezzavano i figli delle ragazze madri. È una mentalità ammalata».
E quanto ai divorziati risposati?
«L’esclusione della comunione per i divorziati che vivono una seconda unione non è una sanzione. È bene ricordarlo. Ma non ho parlato di questo nell’esortazione».
Ne tratterà il prossimo Sinodo dei vescovi?
«La sinodalità nella Chiesa è importante: del matrimonio nel suo complesso parleremo nelle riunioni del concistoro in febbraio. Poi il tema sarà affrontato al Sinodo straordinario dell’ottobre 2014 e ancora durante il Sinodo ordinario dell’anno successivo. In queste sedi tante cose si approfondiranno e si chiariranno».
Come procede il lavoro dei suoi otto «consiglieri» per la riforma della Curia?
«Il lavoro è lungo. Chi voleva avanzare proposte o inviare idee lo ha fatto. Il cardinale Bertello ha raccolto i pareri di tutti i dicasteri vaticani. Abbiamo ricevuto suggerimenti dai vescovi di tutto il mondo. Nell’ultima riunione gli otto cardinali hanno detto che siamo arrivati al momento di avanzare proposte concrete, e nel prossimo incontro, in febbraio, mi consegneranno i loro primi suggerimenti. Io sono sempre presente agli incontri, eccetto la mattina del mercoledì per via dell’udienza. Ma non parlo, ascolto soltanto, e questo mi fa bene. Un cardinale anziano alcuni mesi fa mi ha detto: “La riforma della Curia lei l’ha già cominciata con la messa quotidiana a Santa Marta”. Questo mi ha fatto pensare: la riforma inizia sempre con iniziative spirituali e pastorali prima che con cambiamenti strutturali».
Qual è il giusto rapporto fra la Chiesa e la politica?
«Il rapporto deve essere allo stesso tempo parallelo e convergente. Parallelo, perchè ognuno ha la sua strada e i suoi diversi compiti. Convergente, soltanto nell’aiutare il popolo. Quando i rapporti convergono prima, senza il popolo, o infischiandosene del popolo, inizia quel connubio con il potere politico che finisce per imputridire la Chiesa: gli affari, i compromessi… Bisogna procedere paralleli, ognuno con il proprio metodo, i propri compiti, la propria vocazione. Convergenti solo nel bene comune. La politica è nobile, è una delle forme più alte di carità , come diceva Paolo VI. La sporchiamo quando la usiamo per gli affari. Anche la relazione fra Chiesa e potere politico può essere corrotta, se non converge soltanto nel bene comune».
Posso chiederle se avremo donne cardinale?
«È una battuta uscita non so da dove. Le donne nella Chiesa devono essere valorizzate, non “clericalizzate”. Chi pensa alle donne cardinale soffre un po’ di clericalismo».
Come procede il lavoro di pulizia allo Ior?
«Le commissioni referenti stanno lavorando bene. Moneyval ci ha dato un report buono, siamo sulla strada giusta. Sul futuro dello Ior si vedrà . Per esempio, la “banca centrale” del Vaticano sarebbe l’Apsa. Lo Ior è stato istituito per aiutare le opere di religione, missioni, le Chiese povere. Poi è diventato come è adesso».
Un anno fa poteva immaginare che il Natale 2013 lo avrebbe celebrato in San Pietro?
«Assolutamente no».
Si aspettava di essere eletto?
«Non me l’aspettavo. Non ho perso la pace mentre crescevano i voti. Sono rimasto tranquillo. E quella pace c’è ancora adesso, la considero un dono del Signore. Finito l’ultimo scrutinio, mi hanno portato al centro della Sistina e mi è stato chiesto se accettavo. Ho risposto di sì, ho detto che mi sarei chiamato Francesco. Soltanto allora mi sono allontanato. Mi hanno portato nella stanza adiacente per cambiarmi l’abito. Poi, poco prima di affacciarmi, mi sono inginocchiato a pregare per qualche minuto insieme ai cardinali Vallini e Hummes nella cappella Paolina».
Andrea Tornielli
(da “La Stampa”)
argomento: Chiesa | Commenta »
Novembre 26th, 2013 Riccardo Fucile
“PREGO DIO DI DARCI DEI POLITICI LUNGIMIRANTI E ATTENTI AI PROBLEMI”
Non ha parlato a braccio.
Papa Francesco ha scritto e tracciato i contorni del suo pontificato con l’Esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’, pubblicata oggi .
Un lungo documento. Una serie di puntualizzazioni, richieste. Sfide.
Tra queste il Papa non ha tralasciato l’attuale sistema economico che è “ingiusto alla radice”. “Questa economia uccide”, fa prevalere la “legge del più forte, dove il potente mangia il più debole”.
La cultura dello “scarto” ha creato “qualcosa di nuovo”: “Gli esclusi non sono ‘sfruttati’ ma rifiuti, ‘avanzi'”.
C’è la “nuova tirannia invisibile, a volte virtuale”, di un “mercato divinizzato” dove regnano “speculazione finanziaria”, “corruzione ramificata”, “evasione fiscale egoista”.
Quella di Bergolio è una chiesa aperta. Pronta a cambiare per prima,
“Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato”, ha scritto. Poi ha cominciato a chiedere.
L’appello è alla politica. “Chiedo a Dio che cresca il numero di politici capaci di entrare in un autentico dialogo che si orienti efficacemente a sanare le radici profonde e non l’apparenza dei mali del nostro mondo. La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità , perchè cerca il bene comune”, ha scritto Francesco.
“Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato”.
“La crescita in equità esige qualcosa di più. Lungi da me il proporre un populismo irresponsabile, ma l’economia non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi”.
“La necessità di risolvere le cause strutturali della povertà non può attendere: finchè non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. La ‘inequidad’ è la radice dei mali sociali”. Secondo il Papa “i piani assistenziali, che fanno fronte ad alcune urgenze, si dovrebbero considerare solo come risposte provvisorie”.
Mentre “la dignità di ogni persona umana e il bene comune sono questioni che dovrebbero strutturare tutta la politica economica, ma a volte sembrano appendici aggiunte dall’esterno per completare un discorso politico senza prospettive nè programmi di vero sviluppo integrale”.
La ricchezza. I poveri, che Francesco vuole al centro del suo pontificato e della sua Chiesa. La loro “inclusione sociale”.
“Ascoltare il grido dei poveri” è una raccomandazione che il Pontefice fa propria accogliendola dalle indicazioni di molti episcopati al Sinodo.
“E’ un messaggio così chiaro, così diretto, così semplice ed eloquente, – ha sottolineato il Papa latinoamericano – che nessuna ermeneutica ecclesiale ha il diritto di relativizzarlo. La riflessione della Chiesa su questi testi non dovrebbe oscurare o indebolire il loro significato esortativo, ma piuttosto aiutare a farli propri con coraggio e fervore. Perchè complicare ciò che è così semplice?”.
“L’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via”, ha continuato Bergoglio citando la critica di san Paolo agli stili dei vita dei pagani, ha “una notevole attualità nel contesto presente, dove tende a svilupparsi un nuovo paganesimo individualista; la bellezza stessa del Vangelo – ha concluso – non sempre può essere adeguatamente manifestata da noi, ma c’è un segno che non deve mai mancare”, e questo segno è l’opzione per gli ultimi.
Tra loro anche “i migranti”. “I più deboli, i senzatetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati”.
“Nelle nostre città – ha denunciato – è impiantato questo crimine mafioso e aberrante della tratta e molti hanno le mani che grondano sangue, a causa di una complicità comoda e muta”.
argomento: Chiesa | Commenta »
Novembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
INTERVISTA A NICOLA GRATTERI, PROCURATORE DI REGGIO CALABRIA
“La chiesa è grande perchè ognuno ci sta dentro a modo proprio”, scriveva Leonardo Sciascia ne Il
giorno della Civetta.
Accantonati scandali e anatemi, il cattolicesimo ha consolidato nei secoli la più improbabile delle alleanze: quella coi mafiosi, affezionati frequentatori di parrocchie e confessionali, che accanto ai kalashnikov conservano la Bibbia e dai cui comodini pendono rosari dai grossi grani rossi.
“Dio, proteggi me e questo bunker”, è la scritta che, tra un santino di Padre Pio e un bassorilievo raffigurante il volto di Gesù Cristo, i carabinieri del Ros hanno scovato nel rifugio del boss Gregorio Bellocco, nelle campagne calabresi di Anoia.
“Faccio il magistrato da 26 anni e non trovo covo dove manchi un’immagine della Madonna di Polsi o di San Michele Arcangelo. Non c’è rito di affiliazione che non richiami la religione. ‘ndrangheta e Chiesa camminano per mano”, dice il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri.
Che assieme allo storico Antonio Nicaso ha raccontato in un libro (Acqua Santissima, Mondadori, 204 pagine, 17,50 euro) l’incontro di due mondi che dovrebbero interagire come l’acqua e l’olio. E che invece si mescolano di continuo. “Però le cose stanno cambiando”, giura il pm.
È diventato ottimista, Gratteri?
Questo Papa è sulla strada giusta. Ha da subito lanciato segnali importanti: indossa il crocifisso in ferro, rema contro il lusso. È coerente, credibile. E punta a fare pulizia totale.
E la mafia è preoccupata da questi comportamenti?
Quella finanziaria sì, eccome. Chi finora si è nutrito del potere e della ricchezza che derivano direttamente dalla Chiesa, è nervoso, agitato. Papa Bergoglio sta smontando centri di potere economico in Vaticano. Se i boss potessero fargli uno sgambetto non esiterebbero.
Crede davvero che il Papa sia a rischio?
Non so se la criminalità organizzata sia nella condizione di fare qualcosa, ma di certo ci sta riflettendo. Può essere pericoloso.
Cosa intende quando parla di mafia finanziaria?
I padrini con la coppola non esistono più: sono morti oppure in carcere al 41-bis. Ma il mafioso che investe, che ricicla denaro, che dunque ha potere vero, è proprio quello che per anni si è nutrito delle connivenze con la Chiesa. Sono questi i soggetti che si stanno innervosendo.
D’abitudine qual è l’atteggiamento della Chiesa verso le organizzazioni criminali?
Un paio di esempi: il vescovo di Reggio Calabria, anche dopo la condanna in Cassazione di un capobastone, ha detto che non poteva schierarsi perchè magari si trattava di un errore giudiziario. Il vescovo di Locri ha sì scomunicato i mafiosi, ma solamente dopo che avevano danneggiato le piantine di frutti di bosco della comunità ecclesiastica di Platì. Solo che prima di quell’episodio, i boss avevano ammazzato migliaia di persone. Bisogna aspettare le piantine perchè i prelati si sveglino?
Che altro?
Qualche anno fa la figlia di Condello il Supremo si è sposata nel duomo di Reggio Calabria. È arrivata pure la benedizione papale. A Roma potevano non conoscere il clan, ma in Calabria tutti sanno chi sono i Condello. Eppure nessuno ha fiatato. I preti, poi, vanno di continuo a casa dei boss a bere il caffè, regalando loro forza e legittimazione popolare.
E perchè ci vanno?
Alcuni dicono che frequentano i mafiosi perchè devono redimere tutte le anime, senza discriminare. Capirei se la Chiesa accogliesse chi si pente davvero, ma così è troppo facile: continui a uccidere, a importare cocaina, a tenere soggiogata la gente e io, prete, ti do pure una mano.
Quindi i boss sono religiosi solo per convenienza?
No, c’è anche una vocazione autentica. Abbiamo fatto un sondaggio in carcere: l’88 per cento dei mafiosi intervistati si dichiara religioso. Prima di ammazzare, un ‘ndranghetista prega. Si rivolge alla Madonna per avere protezione.
Pensa di essere nel giusto?
Lo è, dal suo punto di vista. Mettiamo il caso in cui un tizio decide di aprire un bar senza chiedere il permesso al boss locale, e dunque senza rivolgersi alla sua impresa per fare gli scavi, per comprare il bancone o le bibite. Il mafioso che fa? Gli spara alle serrande, poi alle gambe e così via per convincerlo a sottomettersi. Se però il tizio rifiuta, il mafioso è “costretto” a ucciderlo. Se non hai scelta, non commetti peccato.
Che importanza hanno invece i matrimoni?
Sono centrali. Suggellano alleanze, sanciscono tregue, e al margine delle cerimonie ci sono i riti di affiliazione. Rifiutarsi di partecipare a un matrimonio può essere considerato una dichiarazione di guerra. E non essere invitati è un pessimo segno. Il boss Novelli, trapiantato in Lombardia, ha cominciato ad allarmarsi quando non l’hanno invitato a un importante matrimonio calabrese. Poco dopo, infatti, l’hanno ammazzato.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Chiesa | Commenta »
Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile
ALLE SPALLE DEL PAPA: AFFARI, DENARO E TARIFFE SPACCIATE PER OFFERTE
Ad Assisi l’accoglienza non prevede neanche la possibilità di andare al bagno gratis. Se uno ha la
sfortuna di un bisogno impellente deve sperare nella fortuna di avere sessanta centesimi brevi manu, altrimenti è inevitabile affidarsi a una preghiera per impietosire il responsabile della toilette costruita sotto il piazzale inferiore della Basilica di San Francesco. Niente da fare.
Al pellegrino gli spicci vengono donati da un benefattore.
Soldi, incasso, business, questa è la formula vincente nel paese del Poverello.
Basta camminare per le vie, inerpicarsi per le salite, prendere fiato nelle discese, leggere i prezzi (mediamente alti) fuori da negozi, bar, agenzie immobiliari, società specializzate in pellegrinaggi per capire che dello spirito evocato in questi mesi dal papa, fatto di carità , profilo basso, accoglienza, c’è veramente poco: qui è anche impossibile trovare un punto di appoggio per mangiare il proprio, tutto è organizzato per obbligare il forestiero a usufruire dei servizi locali. E spendere.
Ancora peggio se prendiamo alla lettera le parole pronunciate la settimana scorsa da Francesco: “Che i conventi siano aperti ai bisognosi, non siano alberghi”.
Bussiamo alla Casa di Santa Brigida, gestita dalle suore Svedesi: la struttura è stata restaurata magnificamente, nel totale rispetto della tradizione umbra, con mattoncini a vista, legno alle finestre, una rara vista sulla vallata e su Santa Maria degli Angeli. “Buongiorno vorrei sapere se avete posto a metà ottobre per un gruppo di venti fedeli”.
“Mi dica i giorni esatti”, risponde una suora di colore, modi bruschi, una vaga inflessione tedesca.
“Dal 14 al 16, o anche dopo, a seconda della disponibilità ”. In silenzio prende il registro delle presenze. Sfoglia. Riflette, gioca con la matita. Poi sentenzia: “È tutto pieno fino a novembre.
Per caso nel gruppo ci sono bambini o molto anziani?”. “Cosa, scusi?”. “Sì, i bambini causano confusione, mentre gli anziani creano problemi, meglio se li sistemate in una struttura più centrale. Non siamo attrezzati per gli ospiti disabili”.
“Bene, qual è il prezzo?”. “65 euro la pensione completa, 55 la mezza. Guardi che le stanze hanno ogni comfort, compreso il bagno privato. Aspetti, le do la brochure”.
La parola magica è “offerta”
Riprendiamo il cammino.
A cinquecento metri in linea d’aria incontriamo la Casa di Accoglienza di Santa Elisabetta d’Ungheria, sul portone un semplice campanello e indicazioni su orario e giorno.
“Se abbiamo posto per trenta persone? Ne accogliamo fino a sessanta”, illustra una laica davanti a un bancone con sopra una lunga serie di portachiavi a forma di croce in legno.
“Quanto costa una stanza? No, qui si va a offerta… comunque 55 euro a notte”.
Ecco la parola magica: offerta.
Ad Assisi ogni ordine ha la sua struttura, ogni ordine negli anni ha conquistato il proprio spazio per marcare una presenza in uno dei luoghi di maggior pellegrinaggio al mondo. Ogni ordine accoglie, ma solo a pagamento, un pagamento mascherato “da offerta”.
Un frate da quindici anni presente nella cittadina ci dà il buongiorno, ma in stile don Abbondio preferisce evitare la pubblicazione del suo nome di battesimo: “Non vorrei avere problemi con gli altri fratelli. Comunque sì, qui funziona così, qui è business. Cosa? Lo so, non è bello, abbiamo perso completamente la via indicata da Francesco e con l’escamotage dell’offerta alcune strutture possono usufruire di benefici fiscali, come la tassa sull’immondizia o l’Imu. Ad Assisi oltre a San Francesco, si ringrazia anche un altro beato: ‘San Terremoto’”.
Anno 1997: un sisma sconquassa Marche e Umbria. Danneggiate anche Foligno , Nocera Umbra, Preci, Sellano. E, appunto, Assisi dove muoiono in diretta televisiva quattro persone tra tecnici e frati, impegnati nella verifica dei danni.
Le immagini del crollo vennero riprese da un cameraman di Umbria Tv, in quel momento presente all’interno della basilica.
“Per la ricostruzione sono giunti miliardi su miliardi, tanti, più i fondi stanziati per il Giubileo del 2000 — spiega l’ingegner Paolo Marcucci, consigliere comunale — in ambo i casi parliamo di finanziamenti pubblici che hanno reso Assisi quello che è oggi, con qualche stortura o facilitazione a favore dei frati”.
Per scoprire a cosa si riferisce l’ingegner Marcucci, dobbiamo tornare virtualmente ai bagni sotto la Basilica, quella struttura è al centro di un contenzioso tra l’ordine religioso e la stessa Assisi: la piazza è del Comune; i frati ci realizzano dei locali a spese dello Stato, “poi con un atto arbitrario modificano a loro nome l’intestazione catastale precedentemente intestata al Comune di Assisi — continua Marcucci — il Comune fa ricorso contro questa procedura, per la quale si arriva in Cassazione. Peccato che in campagna elettorale il sindaco ha promesso di risolvere la faccenda e di rinunciare al ricorso”.
In sostanza l’amministrazione ha regalato ai frati la piazza inferiore e i suoi bagni “e poi vada a fare un salto al negozio sotto la Basilica, ogni tanto si dimenticano di battere lo scontrino”, sollecita di nuovo il nostro “don Abbondio”.
Cartoline, ovvio. Crocefissi in tutte le forme, misure, materiali. San Francesco ovunque, Francesco anche .
Calendari, tazze, ma anche vino, liquori, rossetto per le labbra, saponi e prodotti di cosmesi come il gel struccante alla calendula. A noi lo scontrino lo fanno con altri scatta la dimenticanza.
“Professore, professore!” urla un signore dall’aspetto modesto per le vie di Assisi, si rivolge a un cinquantenne dalla camminata impegnata.
“Professore per caso sa dove posso dormire questa notte? Sono disposto a pagare, anche se come al solito non ho grandi disponibilità ”.
Il professore: “Ora ho fretta, ci penso, ma queste sono giornate difficili, con il prossimo arrivo del papa è tutto pieno”.
Chi chiede aiuto si chiama Gabriele, viaggia con un paio di buste di plastica piene, si definisce un colpito dalla crisi, quindi senza lavoro.
Si arrangia, magari fa qualche lavoretto per i conventi, consegna la posta. “Ma ricevere aiuto qui — racconta — è oramai impossibile”.
Stesso refrain, simili racconti da Angela Serracchioli, bolognese di origine, da otto anni impegnata ad Assisi e autrice di una guida del pellegrino: “Non esistono posti dove si offrono pasti ai poveri. Da nessuna parte. Ma lo sa quanti pellegrini ho visto aggirarsi per la città stupiti e affranti perchè nessun convento li ha voluti ospitare? Una volta ho rifocillato anche un frate argentino…”.
Prezzi bassi, alti benefici
Direzione suore Alcanterine. Hanno un palazzo centrale, dietro un vicoletto buio, chiuso, nascosto, ecco il portone.
Dietro c’è una struttura bellissima, luminosa, curata, con un ampio chiostro.
Di lato è organizzata la cucina, le suore sono impegnate a impiattare il pranzo.
“C’è posto per una trentina di pellegrini a metà ottobre?”. “Aspetti controllo”. Solito registro delle presenze. “Tutto pieno fino a novembre, ma dopo c’è posto. Il costo è di 55 euro per la pensione completa, abbiamo anche la cappella”.
Sul loro sito è scritto: “L’offerta del nostro servizio intende rispondere alla necessità di tutti coloro che, oggi sempre più numerosi, bussano alla nostra porta”.
A quanto pare è vero, rispetto ai “numerosi”.
“Per noi albergatori tutto questo è un problema: loro hanno oggettivamente costi molto ridotti, anche solo di personale — interviene Fabrizio Leggio, proprietario dell’hotel Windsor Savoia — Le do un solo dato per farle capire: il costo vivo per ogni mia stanza è di quasi 40 euro. In sostanza non ho quasi più margine”. Ma nella zona non c’è solo il caso-Assisi.
A tre, quattro chilometri, nella vallata, a Santa Maria degli Angeli sorgono due strutture di gran lusso, la “Domus paci” e il “Cenacolo francescano”.
La seconda in particolare è stata data in gestione a una società straniera previo un generoso affitto annuale.
Così, come recita la pubblicità , tra uno snack, una passeggiata, un’escursione, magari la lavanderia, un drink per rilassarsi è possibile vivere “la splendida atmosfera del luogo con gli ampi spazi verdi che invitano alla riflessione e garantiscono un soggiorno perfetto, adatto alle esigenze di tutti i target di clientela (religiosi, turisti, uomini d’affari, famiglie, gruppi, meeting)”.
Turisti, religiosi e uomini d’affari.
Anche perchè “vicino all’albergo vive una comunità di Frati Minori disponibili a rispondere alle esigenze spirituali e morali dei pellegrini e degli ospiti”.
Insomma, pacchetto completo.
L’importante è pagare, anche qui ad Assisi.
Alessandro Ferrucci
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Chiesa | Commenta »