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IL PAPA CACCIA DON MAURO INZOLI, IL PRETE PEDOFILO CHE PARTECIPAVA AI CONVEGNI DEI CATTOLICI TRADIZIONALISTI PATROCINATI DA MARONI

Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile

FAMOSA LA SUA FOTO DIETRO AL GOVERNATORE DELLA LOMBARDIA DUE ANNI FA AL CONVEGNO SULLA “FAMIGLIA TRADIZIONALE”

Il Papa ha deciso di dimettere Don Mauro Inzoli dallo stato clericale.
Il prete condannato nel giugno 2016 per pedofilia è stato ridotto allo stato laicale e il vescovo di Crema Daniele Gianotti ha comunicato la decisione del Papa ai fedeli attraverso una lettera pubblicata sul sito internet della diocesi.
Inzoli è diventato celebre quando nel gennaio 2015 la Regione Lombardia ha ospitato un convegno sulla «famiglia tradizionale» organizzato da Alleanza Cattolica e Fondazione Tempi.
Nel giorno successivo è cominciata a circolare una foto sui social network che segnalava la presenza tra il pubblico di Don Mauro Inzoli, all’epoca sospeso dallo stato clericale per ordine di Papa Francesco dopo alcune accuse di violenza su minori. Il sacerdote non era un «imbucato», ma era invece stato regolarmente accreditato da una famiglia, come disse lui stesso.
Qualche tempo dopo rivelò di essere stato invitato da amici di Costanza Miriano, l’autrice di “Sposati e sii sottomessa”.
Inzoli è stato condannato a 4 anni e 9 mesi di galera dal tribunale di Cremona per abusi sessuali nei confronti di cinque ragazzini che avevano dai 12 ai 16 anni al momento dei fatti.
Don Inzoli, detto Don Mercedes per il suo amore per le auto di lusso, ha risarcito ai cinque i danni scucendo la cifra di 125mila euro, 25mila a testa.
Il procuratore del tribunale di Cremona Roberto Di Martino aveva chiesto sei anni considerando il rito abbreviato e i risarcimenti, che gli hanno scontato un terzo della pena. Per lui c’è anche il divieto di avvicinarsi a luoghi frequentati da minori.

(da “NextQuotidiano”)

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PAPA FRANCESCO A SOSTEGNO DELLA CAMPAGNA “ERO STRANIERO” DI CARITAS E RADICALI

Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile

ALLEATI PER SCONGIURARE IL FRONTE DEI MURI: CANALI REGOLARI DI INGRESSO PER I LAVORATORI STRANIERI, PERMESSI DI SOGGIORNO PER “COMPROVATA INTEGRAZIONE”, DIRITTO DI VOTO, ABOLIZIONE DEL REATO DI IMMIGRAZIONE CLANDESTINA

Radicali e cattolici sposano la stessa battaglia in difesa dei migranti.
Nell’udienza generale di martedì Papa Francesco ha espresso “sincero apprezzamento” per la campagna promossa da Radicali Italiani e Caritas: “Ero straniero-L’umanità  che fa bene”, a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare per superare la legge Bossi-Fini.
Bergoglio ha parlato in occasione della Giornata internazionale del Rifugiato, celebrata ieri in tutto il mondo. “Ringraziamo Papa Francesco per il forte segnale di attenzione che oggi ha voluto rivolgere alla campagna”, ha detto Riccardo Magi, segretario dei Radicali, ricordando il coinvolgimento di associazioni laiche e cattoliche per “investire su accoglienza e l’inclusione”.
La proposta di legge, sostenuta fra gli altri dalla Comunità  di Sant’Egidio, dalle Acli e dalla Fondazione Migrantes, vuole introdurre canali regolari di ingresso per i lavoratori stranieri, un permesso di soggiorno “per comprovata integrazione” e il diritto di voto per chi ha un permesso di soggiorno di lungo periodo.
Inoltre chiede l’abolizione del reato di clandestinità  previsto ancora dalla Bossi-Fini, che Magi definisce “una manna dal cielo dei movimenti populisti che gongolano nella lotta tra poveri“.
Anche alcune decine di sindaci hanno aderito alla campagna.
Magi, nell’esprimere gratitudine per il sostegno del Pontefice, ha ricordato la convergenza del mondo cattolico e degli “anticlericali Radicali” su alcune battaglie fondamentali, come nel ’79 contro la fame nel mondo e più recentemente la giustizia nelle carceri.
“Oggi accade con l’immigrazione — prosegue Magi — di fronte a una politica che insegue disperatamente i sondaggi e gli algoritmi dei social network”.
Nonostante le posizioni opposte in materia di libertà  personali e fine vita “con Papa Francesco condividiamo l’obiettivo di scongiurare il rischio che nel nostro Paese prevalga il fronte dei muri, che alimenta un racconto fatto di paure e menzogne, aiutato da una legge che ha prodotto solo illegalità , clandestinità  e sfruttamento”.

(da agenzie)

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PAPA FRANCESCO IN PREGHIERA SULLA TOMBA DI DON MILANI: “ERA TRASPARENTE E PURO COME IL CRISTALLLO”

Giugno 20th, 2017 Riccardo Fucile

L’OMAGGIO DEL PONTEFICE AI PRETI SCOMODI: “HANNO CERCATO DI CAMBIARE LA CHIESA”… PRIMA A BOZZOLO PAPA FRANCESCO AVEVA VISITATO ANCHE LA TOMBA DI DON MAZZOLARI

Puntualissiumo, spaccando il minuto, l’elicottero bianco del Papa in arrivo da Bozzolo (Mantova), dove Francesco ha pregato sulla tomba di un altro grande prete misconosciuto del ‘900, don Primo Mazzolari, è atterrato fra la polvere sul campo arido di stoppie subito sotto la chiesa di Barbiana alle 11,15, come da previsione. Intorno, squadre di vigili del fuoco pronte a intervenire con gli idranti, le strade, i viottoli nei boschi, i sentieri e i guadi, presidiati da centinaia di uomini delle forze dell’ordine già  dal giorno prima e per tutta la notte, un cordone di sicurezza praticamente inviolabile.
Un rapido trasbordo sulla Panda blu scura, seguita da un’altra uguale con a bordo l’arcivescovo Giuseppe Betori e il sindaco di Vicchio Roberto Izzo, venuti a salutarlo, e il Papa è già  nel minuscolo cimitero dovere riposa don Lorenzo Milani.
Poche tombe di campagna, quella del priore con un grande mazzo di fiori di campo appena colti dai residenti di Barbiana.
Francesco si raccoglie in preghiera pochi minuti, poi entra nella cappellina dove è stata sistemata una grande croce blu, opera dell’artista barbianese Antonio Di Palma, ripercorre il vialetto di ghiaia ed è di nuovo in auto, diretto alla chiesa di sant’Andrea dove le campane suonano a distesa già  da quando l’elicottero è comparso nel cielo del Mugello.
Ad attenderlo, sul sagrato e dentro la canonica dove don Lorenzo visse e operò con i ragazzi della sua scuola, l’ottantina degli ex alunni del priore ancora in vita, fra quelli di Calenzano e quelli di Barbiana, alcune decine fra ragazzi e operatori delle strutture caritatevoli della diocesi, i preti più giovani, ordinati negli ultimi 5 anni, e i più anziani, quelli ancora vivi che erano in seminario con lui, quelli dei luoghi milaniani, Montespertoli, Calenzano, Vicchio.
Il tempo di qualche stretta di mano, ed è subito chiaro che la visita (“strettamente privata”, come voluto dal Vaticano) è ancora più ‘lampo’ del previsto, dalla chiesa il Papa sale le strettissime scale che portano dentro l’aula della scuola, con sulla porta scritto ancora “I care”, e dove l’astrolabio le cartine geografiche, i disegni dei ragazzi, i tavoli e le sedie, sono ancora dov’erano e com’erano.
Accompagnato dall’arcivescovo Giuseppe Betori Francesco osserva pochi minuti, poi passa nelal stanza a fianco, la cucina di don Lorenzo, anche quella rimasta com’era ai tempi del priore, col tavolo con la cerata, il lavandino di graniglia, il camino annerito. Qui lo aspetta l’incontro più intenso della mattinata, quello con Michele Gesualdi, il presidente della Fondazione don Milani, minato da una grave malattia invalidante, e che non può più parlare.
Sono attimi di commozione, “il babbo non parla, il Papa non ha detto nulla ma gli ha fatto due volte il segno della croce sulla fronte, e si è emozionato mentre si abbracciavano”, racconta la figlia di Michele, Sandra.
A Francesco viene consegnata una copia dell’ultimo libro dedicato a Milani del presidente della Fondazione, con una dedica che riprende alcune frasi di una lettera in busta chiusa, che gli viene consegnata a parte, e che suona come un vero appello al Papa a farsi “esecutore testamentario”: “Barbiana è un luogo di profonda preghiera, scuola attiva e profonda sofferenza che ancora oggi scuote le coscienze”, ha scritto Michele a Francesco, “so che lei ha beni chiari i valori che sono stati di don Lorenzo, e vorrei che dicesse una parola chiara alla Curia fiorentina affinchè questo non diventi luogo di turismo, mercificazione e idolatria, un mercato nel tempio”.
Il rischio, secondo il presidente della Fondazione, è che la grande notorietà  di don Lorenzo, dopo la piena riabilitazione voluta da Francesco, porti folle di visitatori in questo luogo finora protetto nella sua integrità  silenziosa, col che diventi una sorta di improprio ‘santuario’.
Il saluto a Gesualdi, e il papa è di nuovo all’aperto, diretto verso la piccola piscina di cemento dipinta di azzurro dove un tempo i ragazzi di don Lorenzo facevano i tuffi, da dove parla, protetto dal sole da un piccolo ombrellone bianco, davanti alla platea di 140 invitati con pass, seduti sotto la canicola, mentre i volontari distribuiscono acqua minerale.
Francesco parla senza mezzi termini di di don Milani come di “esempio di prete trasparente e puro come il cristallo”, concludendo con l’appello agli astanti: “Prendete la fiaccola e portatela avanti”, dopo aver citato, fra vari testi del priore, anche la lettera in cui la madre, Alice Weiss, si augura che a Lorenzo venga riconosciuto il valore del sacerdote.
Le ultime parole di Francesco sono pronunciate, come spesso gli capita di fare, a braccio: “Che anche io prenda esempio da questo prete”, dice fra gli applausi, “avanti con coraggio a tutti i preti, non c’è pensione nel sacerdozio”.
E ancora: “Non posso tacere che il gesto che ho compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà  al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. Oggi lo fa il vescovo di Roma, ciò non cancella amarezze ma dice che la Chiesa riconosce in quella via un modo esemplare di servire il Vangelo”.
Un discorso “forte e fermo, come non era scontato che facesse, e che ci fa dire che ora finalmente la Chiesa ha fatto quello che non ha fatto per 50 anni”, è il commento di Andrea Milani, figlio di Adriano, fratello maggiore di Lorenzo, presente a Barbiana con le sorelle Valeria e Flavia, “papa Fracesco ha riconosciuto che Lorenzo aveva ragione e che chi, nella Chiesa, lo ha trattato male ha sbagliato, ha disconosciuto il suo ruolo di sacerdote e ne ha messo in dubbio la fede”.
E’ appena passato mezzogiorno, quando un lungo applauso chiude il discorso del Papa, che nel giro di pochi minuti è di nuovo sull’elicottero, e si rialza in volo alle 12,10, venti minuti prima del previsto, diretto a Roma.

(da “La Repubblica”)

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“L’ILLEGALITA’ CALPESTA LA DIGNITA’ DELLA PERSONA”: IL PAPA PENSA ALLA SCOMUNICA PER CORRUZIONE E MAFIA

Giugno 17th, 2017 Riccardo Fucile

PAPA FRANCESCO: “LA CHIESA DEVE SVOLGERE UN RUOLO IN PRIMA LINEA”

Fior di politici nostrani che hanno ottenuto l’impunità  in terra potrebbero presto fare i conti con la giustizia divina. Il Vaticano sta infatti pensando di scomunicare corrotti e mafiosi.
La notizia irrompe dalla relazione conclusiva di un incontro internazionale a tema, tenutosi nei giorni scorsi in Vaticano, l”ultimo di cinque promossi in un percorso avviato dal dicastero dello Sviluppo umano integrale per elaborare un documento di proposte relative alle strategie di lotta.
“Il gruppo — si legge nella relazione — sta provvedendo all’elaborazione di un testo condiviso che guiderà  i lavori successivi e le future iniziative”. Tra le quali, appunto, la questione della “scomunica per corruzione e associazione mafiosa”.
L’ufficio per lo sviluppo   ricorda che alla riunione internazionale, che si è tenuta lo scorso 15 giugno ed è stata organizzata in collaborazione con la Pontificia Accademia per le Scienze Sociali, hanno partecipato circa 50 tra magistrati anti-mafia e anti-corruzione, vescovi, personalità  di istituzioni vaticane, degli Stati e delle Nazioni Unite, capi di movimenti, vittime, giornalisti, studiosi, intellettuali, e alcuni ambasciatori.
All’apertura dei lavori proprio Papa Bergoglio aveva indicato la strada, nel solco di un tema che è diventato sempre più centrale nel suo Pontificato.
Giusto tre anni fa nella Messa sulla Piana di Sibari, in Calabria, era arrivato l’anatema contro la ‘ndrangheta davanti a 250mila persone.
Il 22 marzo 2015 a Napoli aveva lanciato l’anatema contro lavoro nero, camorra e tangenti (“spuzzano”). E nei successivi due anni ne sono seguiti altri.
Nella prefazione al libro del cardinale Peter Turkson “Corrosione”, edito da Rizzoli, Bergoglio in persona ha scritto che la Chiesa è chiamata a svolgere un ruolo di prima linea nella ricostruzione “di un nuovo umanesimo forte e costruttivo, un rinascimento, una ri-creazione che possiamo realizzare con audacia profetica” mentre la Chiesa non deve aver paura di “purificare se stessa”.
“Abbiamo pensato questo incontro — ha spiegato il cardinale Turkoson — per far fronte ad un fenomeno che conduce a calpestare la dignità  della persona. Noi vogliamo affermare che non si può mai calpestare, negare, ostacolare la dignità  delle persone. Quindi spetta a noi, con questo Dicastero, saper proteggere e promuovere il rispetto per la dignità  della persona. E per questo cerchiamo di attirare l’attenzione su questo argomento”.
L’arcivescovo Silvano Tomasi ha poi spiegato che l’obiettivo è: “sensibilizzare l’opinione pubblica, identificare passi concreti che possano aiutare ad arrivare a delle politiche e delle leggi eventualmente che prevengano la corruzione, perchè la corruzione è come un tarlo che si infiltra nei processi di sviluppo per i Paesi poveri o nei Paesi ricchi, che rovina le relazioni tra istituzioni e tra persone. Quindi lo sforzo che stiamo facendo è quello di creare una mentalità , una cultura della giustizia che combatta la corruzione per provvedere al bene comune”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DALLA CATTEDRALE LAICA DELL’ILVA, FRANCESCO LANCIA LA SFIDA AI GRANDI DEL MONDO

Maggio 27th, 2017 Riccardo Fucile

PARLANDO AI LAVORATORI, PAPA FRANCESCO HA FATTO GIUNGERE UN MESSAGGIO FORTE SUL LAVORO AI POTENTI RIUNITI A TAORMINA

Pensavo fosse una delle tante visite a una delle Diocesi della nostra Penisola, ma le prime parole dettate a Genova a una lavoratrice inquieta e preoccupata destano attenzione e fanno sussultare le agende dei nostri politici e la classe industriale di ogni Nazione.
È come se il Papa parlando ai lavoratori volesse far giungere a Taormina, ai potenti di turno, la sua e le nostre preoccupazioni: “Quando non si lavora, o si lavora male, si lavora poco o si lavora troppo, è la democrazia che entra in crisi, è tutto il patto sociale”.
Poi ancor più forte: “Quando passa nelle mani degli speculatori, tutto si rovina. Con lo speculatore, l’economia perde volto e perde i volti. È un’economia senza volti. Un’economia astratta. Dietro le decisioni dello speculatore non ci sono persone e quindi non si vedono le persone da licenziare e da tagliare. Quando l’economia perde contatto con i volti delle persone concrete, essa stessa diventa un’economia senza volto e quindi un’economia spietata”. “Bisogna temere gli speculatori, non gli imprenditori”.
In un silenzio assordante dice ancora: “Chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando la gente, non è un buon imprenditore”.
Le nuove parabole che nascono dalla gente che incontra. Sono parole che risuonano nella cattedrale laica di Genova, l’Ilva, uno dei più importanti stabilimenti siderurgici.
Sovvengono le parole di un altro Francesco: “E io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare…Voglio che tutti lavorino”.
Così, con la scelta della prima tappa tra gli operai e al porto, papa Bergoglio dà  un segnale chiaro, dettato dalla necessità  di risolvere la questione del lavoro, dell’immigrazione, dell’economia. Invita tutti a un’apertura mentale.
La seconda tappa pone subito la questione principale dei pastori, dei religiosi. Come mettere insieme la complessità  della vita moderna e la realtà  della vita spirituale?
La strada indicata è quella del cammino vissuto dal Maestro. La maggior parte del tempo Gesù lo vive con la gente: “in strada.. non in fretta”.
Si tratta di non aver paura del movimento. La paura più grande è una vita statica e senza gente, chi sta lungo le vie del mondo è aperto alle sorprese di Dio. Prete di strada, prete di periferia dal cuore che ama.
Ecco le prime battute di Genova.
Ecco, la “porta” che dal capoluogo ligure si apre per la bella politica, per la buona Chiesa.

(da “Huffingtonpost”)

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BASSETTI E’ IL NUOVO PRESIDENTE DELLA CEI, “UN CARDINALE AL SERVIZIO DEGLI ULTIMI

Maggio 24th, 2017 Riccardo Fucile

E’ L’UOMO VOLUTO DAL PAPA FIN DAL 2014 QUANDO LO NOMINO’ CARDINALE A PERUGIA… A DIFESA DEI LAVORATORI, ATTENTO AL SOCIALE, VICINO A CHI HA BISOGNO

Francesco ha scelto. Il cardinale Gualtiero Bassetti è il nuovo presidente della Cei.
Ha avuto la meglio sugli altri due vescovi entrati ieri nella terna votata dall’assemblea generale, il vescovo di Novara Brambilla e quello di Agrigento Montenegro.
Bassetti era l’uomo voluto dal Papa fin dal 2014, quando lo creò cardinale nonostante Perugia non fosse una sede che prevedeva la berretta rossa.
Poi Francesco decise di lasciare in sella Bagnasco sino alla fine del suo mandato e tutto venne rimandato alle nuove procedure che per la prima volta hanno previsto l’elezione dopo la proposta di tre nomi al Papa.
Poco prima dell’assemblea generale Francesco ha confermato Bassetti alla guida di Perugia con la formula “donec aliter provideatur” (finchè il Papa non dispone diversamente), dopo la rinuncia da lui presentata per raggiunti limiti di età , al compimento dei 75 anni, il 7 aprile 2017.
Un chiaro segno che era su di lui che il Papa puntava per la successione di Bagnasco.
Il motto episcopale del nuovo presidente è “In charitate fundati”.
Richiama il significativo passo della Lettera agli Efesini di san Paolo e sintetizza lo stile di questo pastore della Chiesa universale.
Bassetti, già  vice presidente della Cei (2009-2014), attuale presidente della Ceu, membro delle Congregazioni per i Vescovi e per il Clero e del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità  dei cristiani, è un cardinale al servizio degli “ultimi” facendo sentire concretamente la vicinanza della Chiesa di Cristo alle persone in difficoltà , disagiate, emarginate, sofferenti, gli “scarti della società “.
Nel contempo, richiama costantemente i cristiani ai loro doveri verso i fratelli che vivono difficili situazioni di povertà  umana e materiale, oltre a non far mancare la sua attenzione a quanti sono “distanti” dalla Chiesa.
Insieme, lavora per essere fedele al suo stile di vescovo: “Operare per la comunione nella Chiesa”.
PRIME PAROLE DEL NEOPRESIDENTE
Appena saputa la nomina a presidente della Cei il cardinale Gualtieri Bassetti ha rilasciato una breve dichiarazione ringraziando la stampa: “Con tanta fiducia già  in questo piccolo comunicato stringato vi apro il cuore”. Il primo pensiero, ha detto   “va al Santo Padre per il coraggio che ha mostrato nell’affidarmi questa responsabilità  al crepuscolo della mia vita. È davvero un segno che crede alla capacità  dei vecchi di sognare: anche i vecchi avranno dei sogni e delle visioni. La cosa che mi ha dato grande gioia, in questo momento in cui è avvenuto qualcosa che è superiore alle mie forze, è stata una telefonata affettuosa dei ragazzi di Mondo X di padre Eligio, che mi hanno detto: ‘Continua a essere un papà  per noi’. Ecco l’ho ritenuta la raccomandazione più importante”.
Poi ha aggiunto: “Non ho programmi preconfezionati da offrire, perchè nella mia vita, con gli scout da giovane prete, sono sempre stato abbastanza improvvisatore. Intendo lavorare con tutti i vescovi, grato per la fiducia che mi hanno assicurato e per l’abbraccio affettuoso anche di stamane avvenuto nella sagrestia della basilica di San Pietro. Il Papa ci ha raccomandato di condividere tempo, ascolto, creatività  e consolazione. Ed è quello che cercheremo di fare insieme noi vescovi anche il Papa continua a raccomandarci: Vivete la collegialità , camminate insieme. È questa la cifra che ci permette di intepretare la realtà  con gli occhi e il cuore di Dio. Mi incoraggiano le parole del cardinale Bagnasco, a cui mi sento legato da sincera amicizia, quando ha augurato al nuovo presidente di essere se stesso. E questo è quello che io desidero nel profondo del mio cuore”.
PASTORE NELLO STILE DI FRANCESCO
Le radici di Bassetti affondano fra le montagne che dividono la Toscana e l’Emilia Romagna: nasce il 7 aprile 1942 a Popolano di Marradi, in provincia di Firenze ma nella diocesi di Faenza-Modigliana. È il primo di tre figli e viene alla luce nel comune che ha dato i natali al poeta Dino Campana. Due suoi cugini sono sacerdoti, don Giuseppe e don Luca Bassetti.
Dopo aver trascorso l’infanzia a Fantino, nell’arcidiocesi di Firenze, nel 1956 entra nel Seminario di Firenze. Il 29 giugno 1966 viene ordinato presbitero nel duomo di Santa Maria del Fiore dal cardinale Ermenegildo Florit.
Inviato come vice parroco nella comunità  di San Salvi, nel 1968 è chiamato in Seminario come assistente al Minore e responsabile della pastorale vocazionale.
Nel 1972 viene nominato rettore del Seminario Minore. Nel 1979 il cardinale Giovanni Benelli gli affida l’incarico di rettore del Seminario Maggiore, a soli 37 anni. Nel 1990 il cardinale Silvano Piovanelli lo nomina suo pro-vicario e nel 1992 lo chiama a diventare vicario generale dell’arcidiocesi di Firenze.
Il 3 luglio 1994 papa Giovanni Paolo II lo elegge vescovo di Massa Marittima-Piombino. Viene ordinato vescovo l’8 settembre dal cardinale Piovanelli nella basilica di San Lorenzo a Firenze. Il 21 novembre 1998 viene eletto vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro.
Dalla Gmg di Roma in poi, la vicinanza ai giovani sarà  una costante del suo episcopato. Promosso da Benedetto XVI alla sede metropolitana di Perugia-Città  della Pieve il 16 luglio 2009, fa il suo ingresso in diocesi il 4 ottobre dello stesso anno.
Bassetti ha molto in comune con il suo predecessore, il cardinale Gioacchino Pecci (papa Leone XIII), che fu vescovo di Perugia dal 1846 al 1878, entrato nella storia come il “Papa riformatore e sociale” e il “Papa dei lavoratori”, che, nello scrivere l’enciclica Rerum novarum, formulò i fondamenti della Dottrina sociale della Chiesa.   Bassetti è un Pastore molto sensibile alle problematiche sociali, in particolare al mondo del lavoro e al ceto meno abbiente.
Fin dal suo breve ma intenso episcopato al servizio della diocesi di Massa Marittima-Piombino, fu vicino alle famiglie dei minatori e dei lavoratori delle Acciaierie alle prese con una crisi difficile.
Vicinanza al mondo del lavoro che ebbe anche da vescovo della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro. Qui non perde occasione di far sentire la voce della Chiesa in diverse difficili situazioni accentuate dal perdurare della crisi economica.
Molto attento alla famiglia, la “Chiesa domestica”, senza la quale la società  non ha futuro, il cardinale Bassetti è stato chiamato da papa Francesco a far parte della XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia.
Ha scritto le Meditazioni della Via Crucis presieduta da Francesco il Venerdì Santo 2016 al Colosseo, sviluppando nelle quattordici stazioni il tema della sofferenza dell’uomo di oggi, della famiglia, delle persecuzioni e delle tragedie delle migrazioni, sul filo conduttore dell’amore e del perdono.
Nei piani pastorali affronta i temi della vita, della famiglia, della riscoperta dell’identità  battesimale, della parrocchia dal volto missionario e comunità  educante, della giustizia sociale.
Nei numerosi messaggi che ha rivolto ai fedeli e agli uomini di buona volontà  delle tre Diocesi da lui guidate nei suoi oltre venti anni di vescovo, si è soffermato spesso sulle morti nel lavoro e sulla crisi occupazionale, sulla politica che ha bisogno di un “sussulto profetico”, sulla legalità  nella gestione della cosa pubblica, sullo shopping domenicale che snatura il giorno del Signore, sulle gravi piaghe sociali del nostro tempo, quali la prostituzione, il consumo di sostanze stupefacenti, di alcool e il gioco d’azzardo, che rendono l’uomo schiavo e vittima di queste povertà  estreme.

(da “La Repubblica“)

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TRUMP INCONTRA PAPA FRANCESCO, BERGOGLIO GLI REGALA L’ULIVO DELLA PACE E L’ENCICLICA SULL’AMBIENTE

Maggio 24th, 2017 Riccardo Fucile

POI AL QUIRINALE VIENE RICEVUTO DA MATTARELLA E A VILLA TAVERNA VEDE GENTILONI

Un breve incontro, 30 minuti appena, all’insegna della cortesia e nel pieno rispetto del protocollo.
Si è svolto così l’attesissimo faccia a faccia tra Papa Francesco e il presidente americano Donald Trump, che stamattina presto è giunto in Vaticano assieme alla moglie Melania, alla figlia Ivanka e al genero Jared Kushner.
Più che con le dichiarazioni, è tramite i doni fatti al leader americano che Bergoglio ha scelto di far arrivare il suo messaggio.
Tra i regali del pontefice, infatti, spicca l’enciclica Laudato si’, vero manifesto ambientalista scritto da Francesco anche come appello a “prenderci cura del pianeta”, la nostra casa comune.
Un tema su cui Trump ha finora dimostrato una scarsa sensibilità , prendendo posizioni molto criticate dagli ambientalisti.
Oltre all’enciclica, Bergoglio ha donato al presidente altri due documenti – la Evagelii gaudium e Amoris Laetitia – il messaggio per la Giornata della Pace e il medaglione con il simbolo dell’ulivo.
Al termine del colloquio, i due sono apparsi più distesi dell’ingresso.
“Per me è stato un grandissimo onore incontrarla”, ha detto il leader Usa al pontefice. Prima di congedarsi, Bergoglio ha stretto la mano a Melania e Ivanka, vestite di nero con la veletta in testa, come da protocollo: molto scura quella di Melania, nera trasparente quella di Ivanka.
Dopo l’incontro con il Papa, Trump ha avuto un colloquio di 50 minuti con l cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, accompagnato dal segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Paul Richard Gallagher.
“Con il Papa abbiamo avuto un fantastico incontro. È una grande personalità ” ha commentato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. “L’Italia ci sta piacendo molto, è stato un onore incontrare il Papa”.
Ivanka Trump si era recata anche alla Comunità  di Sant’Egidio a Trastevere.
La First Daughter ha ringraziato la Comunità  per il lavoro che svolge in tutto il mondo e si è detta pronta a collaborare alle sue iniziative.
“Non vedo l’ora di dare il mio sostegno” ha detto Ivanka dopo aver incontrato il fondatore Andrea Riccardi e il presidente Marco Impagliazzo.
Ivanka ha poi incontrato un gruppo di donne vittime della tratta e che, con l’aiuto della Comunità , si sono sottratte alla schiavitù. “Sono donne notevoli”, ha aggiunto, “che hanno affrontato sfide indicibili: è un onore incontrarle, poter parlare della loro lotta e di come sono state capaci, con l’aiuto della Comunità , di ricostruire la loro vita”.
Melania invece ha visitato l’ospedale Bambino Gesù: “E’ stato bello venire a trovarvi. Siate forti e ottimisti. Con amore Melania” è la scritta in rosso sul libro delle visite della first lady statunitense.
Ai bambini ha portato dei puzzle della Casa Bianca e ha ricevuto in dono un libro sulle vite difficili che attraversano ogni giorno l’ospedale, dal titolo ‘Vite coraggiose’, e dei disegni di benvenuto in Italia.
Con loro ha parlato, si è seduta a disegnare dei fiori colorati e si è prestata a tanti selfie. “Ciao, su cosa lavori”, ha detto rivolgendosi a un’adolescente con il velo, dal Libano. Vengono da tutto il mondo a curarsi all’ospedale del Papa, e oggi ad accoglierla nella ludoteca, dopo la sua visita al reparto di terapia intensiva di cardiochirurgia, erano in venti, da nove nazionalità  diverse. La presidente Mariella Enoc l’ha accompagnata per l’intera visita, durata su per giù 40 minuti, a partire dall’accoglienza
Dopo la tappa in Vaticano, Trump si è recato al Quirinale per l’incontro con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. I due si sono stretti la mano e hanno posato per i fotografi nella sala degli Arazzi di Lille, davanti alle bandiere dell’Italia, degli Usa e della Ue.
Ultima tappa romana per The Donald è l’incontro a Villa Taverna, residenza dell’ambasciatore americano a Roma, con il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Stretta di mano, poi l’incontro bilaterale nel salone della villa. Gentiloni ha donato a Trump una cravatta rossa made in Italy.
Quella che si è aperta ieri sera è la prima visita ufficiale in Italia di Trump da presidente degli Stati Uniti.
L’attentato di Manchester ha fatto alzare un’allerta già  ai massimi livelli in vista della visita del presidente giunto a Roma con moglie e delegazione al seguito. Blindate da ieri tutte le aree della città  che ospitano i cosiddetti obiettivi sensibili: intensificati i controlli soprattutto attorno a Villa Taverna e nelle aree in cui sono in programma gli appuntamenti, a cominciare dal Vaticano e il Quirinale.
Controlli rigorosi sono in corso da giorni con artificieri, unità  cinofile e antiterrorismo.
Il corteo presidenziale si sposta nelle varie zone del centro su auto blindate, con chiusure del traffico temporanee conseguenti al passaggio dei veicoli.
Oltre alle zone interdette, attorno agli obiettivi sensibili, da ieri è in vigore un’ampia ‘zona verde’ interessata dagli spostamenti del corteo presidenziale che da piazza della Repubblica arriva sino al quartiere Parioli, comprendendo anche Villa Borghese e proseguendo per viale delle Belle Arti sino al lungotevere, e centro storico, Circo Massimo, Colosseo e Fori Imperiali.
Nella ‘zona verde’ sono vietate manifestazioni che mettano a rischio l’ordine pubblico fino alle 14, ora in cui presidente è delegazione lasceranno la capitale.
La polizia scientifica ha istallato nei giorni scorsi un’articolata rete di telecamere in tutte le aree da tenere sotto stretta sorveglianza, ed una di queste è installata in posizione rialzata sul veicolo del posto di comando avanzato, per riprendere stabilmente ogni istante del percorso presidenziale.

(da “La Repubblica”)

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CEI, LA TERNA PER IL SUCCESSORE DI BAGNASCO: BASSETTI, BRAMBILLA E MONTENEGRO

Maggio 23rd, 2017 Riccardo Fucile

PAPA FRANCESCO DOVRA’ SCEGLIERE TRA I CARDINALI DI PERUGIA, NOVARA E AGRIGENTO: ECCO CHI SONO

Gualtieri Bassetti, cardinale e arcivescovo di Perugia, è il primo candidato nella terna dei nomi votata dall’assemblea dei vescovi, riunita in Vaticano per la nomina del nuovo presidente della Cei.
Al secondo posto Giulio Brambilla, vescovo di Novara. Al terzo Francesco Montenegro, cardinale arcivescovo di Agrigento.
La decisione finale spetta ora a papa Francesco che potrà  scegliere uno dei tre indicati dall’assemblea o nominare un nome diverso. Ma ques’ultima opzione appare meno probabile.
Si tratta di tre candidati entrati in molte delle previsioni della vigilia. Bassetti, in particolare, è stato il primo caso nel quale papa Francesco ha infranto le prassi sull’assegnazione della dignità  cardinalizia: ricevette a sorpresa la porpora nel conclave del 2014, dal quale invece restarono fuori i titolari di diocesi italiane tradizionalmente più blasonate.
Nel 2016 il pontefice gli ha chiesto di scrivere le meditazioni per la via crucis al Colosseo. E di recente, ignorando un’altra consuetudine, gli è stata confermata fiducia per altri cinque anni alla guida della curia perugina nonostante Bassetti abbia compiuto i 75 anni, limite previsto dall’ordinamento canonico.
Ha un passato da vice presidente della Cei per l’Italia centrale.
Anche Montenegro rappresenta una novità  di Bergoglio. Arcivescovo di una terra in prima linea per l’accoglienza dei migranti, ha accompagnato il Papa nella suo primo viaggio fuori dal Vaticano, che avvenne proprio sull’isola di Lampedusa.
Profilo simile a quello di Bergoglio, il cardinale di Agrigento è solito indossare una croce di legno e riservare grande attenzione ai poveri.
Nel suo curriculum, spiccano ruoli di vertice nella fondazione Migrantes e nella Caritas. Brambilla, invece, è un vescovo teologo, già  vice presidente Cei per il Nord Italia, è stato vescovo ausiliare di Milano e il suo nome viene indicato anche tra i possibili successori di Scola alla guida della diocesi ambrosiana.
Il primo mini-conclave nella storia dell’episcopato si è chiuso in circa tre ore.
Una celerità  che è andata al di là  delle aspettative, se si considera che non esistevano precedenti nemmeno in termini di procedure.
Quest’anno, infatti, si è applicato il nuovo statuto che, per volontà  di Bergoglio, non prevede più la nomina diretta pontificia del presidente dei vescovi italiani.
A differenza di quanto richiesto dal Papa, però, non sono nemmeno i titolari delle 226 diocesi italiane a scegliere il presidente ma a loro spetta segnalare la terna.
E in mattinata, dopo la prolusione dell’uscente Angelo Bagnasco, si è proceduto con una serie di scrutini elettronici nell’aula del sinodo.
Si è votato per il primo nome della terna e a raccogliere preferenze sono stati soprattutto Bassetti, Brambilla e Montenegro. Uno schema che già  lasciava intuire quella che sarebbe stata la scelta finale. Stesso risultato dalla seconda votazione, che ha portato Bassetti e Brambilla al ballottaggio per il primo posto in terna, premiando poi con 134 voti l’arcivescovo di Perugia.
Nella scelta del secondo nome Brambilla si è affermato alla seconda votazione con 115 voti. Per il terzo posto in terna, infine, Montenegro ha raccolto 126 preferenze alla prima votazione. “La terna – informa la Conferenza episcopale italiana – è stata consegnata al Santo Padre, al quale da Statuto Cei spetta la nomina del Presidente della Conferenza”.
Quella di oggi è stata anche la mattinata in cui, per l’ultima volta, Angelo Bagnasco ha pronunciato la prolusione da precedente.
Il porporato ha ringaziato Benedetto XVI – che nel 2007 lo chiamò a prendere il posto di Camillo Ruini nel 2012alla presidenza Cei, per poi confermarlo nel 2012 – e Francesco sotto il quale ha vissuto la seconda parte del suo mandato.
“Non è facile lavorare con me”, gli aveva detto scherzosamente Bergoglio, nel suo intervento di ieri davanti all’assemblea. E in effetti tra i due i rapporti non sono stati sempre brillanti, senza però degenerare nello scontro, tanto che ieri il Papa lo ha definito “un amico” e sabato prossimo andrà  in visita nella sua diocesi di Genova.
Parlando oggi, Bagnasco aveva la voce rotta da una commozione che è stata spezzata dall’applauso dei vescovi.
Rivolgendosi idealmente agli emigranti e ai poveri ha sottolineato: “Noi siamo figli di operai e non pochi hanno conosciuto disagi e ristrettezze nelle loro case. Il vostro mondo non ci è sconosciuto, per questo vi diciamo una parola con rispetto e umiltà : a voi, che soffrite nella carne preoccupazioni e pene. Il lavoro, la malattia, la fuga disperata da fame, guerra, persecuzione, la solitudine che uccide, il male di vivere, il traffico di esseri umani e ogni forma di indigenza che compone la condizione umana, trovano eco nei nostri cuori”.
Ha espresso allarme per il “marcato populismo”, a proposito del quale ha detto: “Ci si chiede se serva veramente la gente, oppure se ne voglia servire; se intenda veramente affrontare i problemi o non piuttosto usarli per affermarsi. Con questo, il populismo non può essere snobbato con sufficienza”.
E ha richiamato le emergenze del Paese come “l’educazione integrale, l’accesso al lavoro, leggi che abbiano a cuore il futuro della società “, temi per i quali ha rivendicato di aver che “molte volte sollecitato la politica e la società  civile”.
E su un fronte ancora caldo, quello del testamento biologico, ha ricordato di aver “preso le distanze dal disegno di legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento”: “L’abbiamo fatto a tutela del malato e dei suoi famigliari, e del loro rapporto con i medici, i quali non possono vedersi ridotti a meri esecutori”.

(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A VERONESI: “NOI OCCIDENTALI MATERIALISTI E ARROGANTI, VEDIAMO SOLO FIAMMELLE DI RELIGIOSITA'”

Aprile 18th, 2017 Riccardo Fucile

“NON SONO CREDENTE, IN PASSATO MI SENTIVO OPPRESSO DA REGOLE CHE DOVEVO RISPETTARE”

Esclusi i valori, gli obiettivi, i metodi, il credo: “La strategia di Gesù Cristo e i dodici apostoli è uguale a quella di Al Qaeda. Certo, i cristiani delle origini erano una banda di non violenti che si scagliavano contro i codici dell’ortodossia ebraica, radicalmente anti integralisti. E questo segna una differenza abissale con il terrorismo islamico. Tuttavia, nella strategia del lupo solitario, del ‘chi non è contro di me è con me’, l’analogia è lampante”.
Sandro Veronesi sa che qualcuno potrebbe essere turbato dalle sue parole: infatti, dal monologo sul Vangelo di Marco che interpreta a teatro, ha tolto qualsiasi riferimento ai seguaci di Osama Bin Laden: “Dopo la strage del Bataclan, mi sembravano frasi troppo forti”.
Un paio d’anni fa, ha scritto un libro che ha si chiama “Non dirlo” (Bompiani), da cui ha tratto il suo spettacolo teatrale.
Racconta il Vangelo di Marco come una straordinaria macchina di conversione, un testo concepito per colpire l’immaginario dei cittadini dell’Impero Romano — con l’azione, il ritmo, la forza — e costringere i lettori a riconoscere che Gesù Cristo era il figlio di Dio e che non restava loro che venerarlo.
Bisogna considerare che per il cristianesimo conquistare il mondo romano significava conquistare il mondo. Per questo le parole di Marco hanno un’importanza vitale. Fallita questa missione, il cristianesimo sarebbe rimasto una variante dell’ebraismo. Viceversa, si sarebbe imposto universalmente.
“Ho ricevuto il Vangelo di Marco in dono da Papa Wojtyla, che lo ha spedito a tutte le famiglie romane nell’anno del Giubileo — racconta all’Huffington Post lo scrittore, seduto in una bar di Monteverde Vecchio, a Roma —. Non sono un credente, ma sono molto sensibile ai regali. Ho iniziato a leggerlo facendo la fila per il collaudo di un auto di seconda mano alla Cecchignola. Quando l’ho finito, credevo che il Papa avesse inviato un riassunto. La maggior parte delle cose che ricordavo del Vangelo — il discorso della Montagna, la Madonna, la nascita di Cristo — non c’erano. Mi sono incuriosito. Ho cercato spiegazioni. Ho studiato. E ho capito che c’era un perchè.
Quale?
Ogni Vangelo si rivolge a un popolo da convertire. Il Regno di Israele e la Giudea (Matteo), l’Asia minore (Luca), gli altri pagani (Giovanni). Marco si rivolgeva all’Impero Romano. E a un popolo dominante, brutale ma non sprovveduto, con una raffinata tradizione letteraria, non puoi raccontare stronzate. Devi coinvolgerlo, rapirlo, incalzarlo, lasciarlo senza fiato. Il Vangelo di Marco corre a una velocità  forsennata. È il più breve. Sacrifica tutto il superfluo. Tutto ciò che i romani non potrebbero capire e che li annoierebbe. Sacrifica persino le parole di Gesù. È il Vangelo dell’azione. Non della sapienza teologica. Nella versione originale, si chiude con la parola: “Paura”. Se credi in Cristo, rischi la vita: devi avere coraggio per farlo. Se non ci credi, è perchè sei pavido. Un popolo potente e fiero come quello romano cosa avrebbe dovuto scegliere?
Ha convertito anche lei?
Quando ero ragazzo, ho fatto il catechismo e ricevuto i sacramenti: il battesimo, la prima comunione, la cresima. La mia era una famiglia laica. Non c’erano nè credenti, nè ostilità  nei confronti della Chiesa. Fino a dodici tredici anni, credevo; ma credevo in maniera schematica, superficiale. Mi sentivo oppresso da tutte quelle regole che dovevo rispettare. Avevo la sensazione di essere spiato da un occhio che scrutava qualsiasi cosa facessi. Mi pesava dover render conto di tutto. E non provavo nessuna emozione nel pregare: non sentivo veramente la presenza di Cristo nella mia vita. Mi sono allontanato dalla Chiesa con un leggero senso di colpa, ma mi sono subito reso conto che non mi sarebbe successo niente. Da allora, non mi sono mai più riavvicinato. Nemmeno dopo aver studiato così tanto i testi sacri. Continuo a non credere. Però credo di più nelle persone che credono.
Avverte la presenza di Cristo nel mondo occidentale?
Noi occidentali siamo come i cittadini dell’Impero Romano. Potenti, arroganti, tecnologicamente avanzatissimi, tendenti a sentirci padroni del mondo, con un desiderio di spiritualità  che si disperde nei mille rivoli della new age, dell’orientalismo, dei karma. Vediamo fiammelle di religiosità , non la luce fortissima di Cristo. Eppure, se cerchi la spiritualità , nella tradizione ne trovi quanta ne vuoi. Ho incontrato persone che dopo aver assistito al mio monologo sul Vangelo di Marco si sono sentite stravolte. Hanno ritrovato motivazioni che stavano perdendo. Hanno sentito di nuovo la fede. Mi hanno ringraziato. Ma non è merito mio: è il Vangelo di Marco che è stato costruito per scuoterci.
Solo perchè è un grandissima storia?
Se Cristo fosse solo un fenomenale personaggio, avremmo scritto al massimo un romanzo o una serie televisiva. Nel Vangelo c’è la Croce. Il simbolo dell’infamia che si trasforma nell’icona della gloria eterna. Nel Vangelo originale di Marco la resurrezione nemmeno è raccontata. È la passione di Cristo la cosa più importante. Il fatto che egli muoia e muoia in quel modo. Questo non se l’è inventato Marco. C’era. Erano anni che veniva tramandato oralmente. Gesù Cristo muore inchiodato a una croce come i criminali più infidi. Questo semplice fatto, è sconvolgente. Accende su di lui una luce potentissima. Che nessuno può non vedere.
Però, leggendola, io ho avuto la sensazione che per lei la narrativa fosse più importante della sacralità .
Gesù Cristo non è un personaggio sacro. Quello sguardo viene dopo. Sono i pittori, i musicisti, gli artisti, che, retrospettivamente, lo raffigurano così. Gesù Cristo era un palestinese zozzo, che s’incazzava, aveva fame, morto come un delinquente. Era circondato da persone inadeguate, che la notte prima che lo arrestassero erano ubriache, simboleggiando la nostra inadeguatezza ad accogliere il figlio di Dio. Non potevi pensare che queste persone facessero la rivoluzione. Che conquistassero il mondo. Senza avere niente a disposizione. Noi ora vediamo l’aureola. Nei film, Gesù ha i denti sbiancati. È pettinato. Biondo, con gli occhi azzurri. Ma era uno straccione che non aveva nulla. È questa la forza potentissima che sprigiona il Vangelo.
Molte persone così sono morte in croce e non hanno avuto lo stesso seguito.
Cristo compie un miracolo e intima a chi lo riceve: “Non dirlo”. Non si deve sapere quello che fa. È il suo sacrificio che renderà  tutto chiaro. È la croce. Quando dicono di togliere il crocifisso dagli edifici pubblici, io capisco il senso. Una volta, portai mio figlio di tre anni in un una chiesa. Io guardavo gli affreschi, lui guardava Cristo in croce. Non riusciva a staccargli gli occhi di dosso. Quando siamo usciti, non mi ha chiesto se è risorto. Mi ha chiesto perchè, come, quando. L’immagine della croce ti mette spalle al muro. È truculenta. Ti obbliga a cercare un senso. Altrimenti, non sarebbe diventata il simbolo del cristianesimo.
Ma perchè la morte di Cristo è così forte?
Il potere uccide. E facendolo, ritualmente, rinnova il suo dominio. Per la prima volta, il cristianesimo glorifica una vittima della tortura. Quante ce ne sono nel mondo? Puoi vedere Cristo in qualsiasi condannato a morte del regime cinese, in un omosessuale ceceno seviziato, in un cristiano macellato in Nigeria. La differenza è che Cristo, di fronte al potere che minaccia di farlo fuori, sceglie la morte. E nel momento in cui io scelgo la morte che tu minacci di infliggermi, ti disarmo. Tu stai facendo quello che voglio io. Non puoi più esercitare alcun dominio su di me.
Anche i terroristi islamici scelgono la morte
È la strategia di chi non ha nulla: cosa puoi fare quando hai una banda di disperati che non hanno niente da perdere? Gesù Cristo e gli Apostoli erano non violenti e combattevano l’integralismo. Però, la loro strategia non è diversa da quella dei lupi solitari dell’estremismo islamico. Chiunque non era loro nemico, era una amico: dunque, aveva libertà  di predicare in nome di Cristo. I terroristi islamici uccidono. Reclutano persone che non hanno mai visto in faccia dicendo loro che possono lanciarsi con un camion sulla folla in nome di Allah. Siamo su due piani completamente diversi. Gli uni lasciano libertà  di diffondere il Vangelo, gli altri di ammazzare. Però, la strategia è la stessa.
Saranno pure deboli, però noi ci sentiamo assediati.
Ne è sicuro? Sono stato a Parigi la settimana scorsa. La gente riempie i caffè come se non fosse successo nulla. Se fossimo davvero terrorizzati, nessuno salirebbe più su un aereo, nè andrebbe a una partita di calcio. Non ceneremmo fuori, nè prenderemmo una metropolitana. Avremmo paura persino di passeggiare per le vie del centro. È questa la nostra forza. Hanno ammazzato centinaia di noi e noi ne offriamo altrettanti. Prego, fate pure. Tanto continueremo a vivere come vogliamo. Poi, bisognerà  vedere chi vince.
E mettiamo che vinca l’Islam, come prefigura Michel Houellebecq in “Sottomissione”.
Se dovesse succedere che fra duecento anni ci saranno più moschee che chiese, chi è nato in quel mondo troverà  il modo di adattarsi.
Non la inquieta la prospettiva?
Se qualcuno minacciasse di togliermi la libertà  d’espressione, mi preoccuperei. Ma il cristianesimo non ha il monopolio dei diritti. Potrebbe benissimo accadere che l’Europa diventasse musulmana senza che questo minasse le fondamenta laiche del nostro vivere. In questo momento, l’Islam non ha la stessa modernità  del cristianesimo, ma non è detto che sarà  sempre così.
Mi sorprende la serenità  con cui lo dice.
Se pure i cristiani dovessero diventare una minoranza nel mondo occidentale, non credo che la croce, Gesù Cristo, i Vangeli scomparirebbero. Semplicemente, conviverebbero accanto a un’altra fede. E che cosa dovremmo fare, una guerra di religione? Lei sarebbe disposto a combatterla?

(da “Huffingtonpost”)

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