Marzo 7th, 2011 Riccardo Fucile
ERA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO COMUNALE, MA LA CARICA FU REVOCATA A MAGGIORANZA PER “INADEMPIENZA E ATTACCAMENTO ESCLUSIVO ALLE CARICHE”… E ORA PARLA DI MERITOCRAZIA
Salta fuori un’altra perla dalla sorprendente biografia del ministro
dell’Istruzione Maria Stella Gelmini.
Risale al lontano 2000.
A Desenzano sul Garda, allora, era presidente del consiglio comunale e i colleghi la chiamavano Maria Star (era stata eletta nel ’98, con il suo voto determinante).
Ma accumulava assenze su assenze, al punto da meritarsi una mozione di sfiducia.
Tra le accuse riportate, questa: “Ha dimostrato scarsa sollecitudine nell’adempimento dei suoi doveri, è venuta meno ai compiti istituzionali e alle funzioni attribuitele”.
Le critiche più pesanti arrivarono dalla stessa maggioranza, da tre consiglieri di Forza Italia, che parlarono di “inspiegabile attaccamento esclusivo orientato alle cariche”.
Messa ai voti, nel 2000, la revoca da presidente passò con 13 favorevoli, cinque contrari e due astenuti.
Contro di lei, non solo la minoranza di sinistra, ma pure i suoi alleati, sia di Forza Italia sia della Lega Nord.
Caduta Maria Star, ebbe inizio una seconda vita, che avrebbe portato la giovane avvocatessa prima alla Camera, poi, nel 2008, sullo scranno di ministro.
Ma la delibera di Desenzano, da allora, è introvabile: sparita dall’albo pubblico del Comune, negata a chi la chiede.
(da “L’Espresso“)
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Marzo 5th, 2011 Riccardo Fucile
LA GUARDIA DI FINANZA VERIFICA NELLA NOTTE LA CASA DI GABRIELE MORATTI: 500 METRI QUADRI A MILANO, ACCATASTATI COME LABORATORIO, POI PASSATI A UNITA’ COMMERCIALI, MA IN REALTA’ TRASFORMATI IN ABITAZIONE DI LUSSO, CON PISCINA DI ACUQA SALTA, POLIGONO DI TIRO, BAGNO TURCO E IMMENSE CAMERE DA LETTO
Mezzo migliaio di metri quadri ristrutturati, cinque capannoni trasformati sulla carta in «laboratorio» ma di fatto in una specie di reggia residenziale abusiva, magari con la garanzia di regolarizzarla senza problemi grazie al nuovo Piano del territorio appena approvato dal Comune: è questo il sospetto che ha fatto finire sotto inchiesta il 32enne Gabriele Moratti, figlio del sindaco milanese Letizia, con l’ipotesi di violazione edilizia.
Sospetti – appunto – di cui non solo si parlava ma erano anche già finiti sui giornali da tempo, salvo prendere improvvisamente corpo formale nel pomeriggio di ieri allorchè i militari della Finanza si sono presentati all’ingresso dell’edificio in questione con un mandato per entrare, fotografarlo, compiere tutti i rilievi del caso e acquisire i relativi documenti.
Di lì a poco, sulla base del loro rapporto, il procuratore aggiunto Alfredo Robledo ha valutato che l’iscrizione di Moratti Jr. nel registro degli indagati non fosse rinviabile neppure di un giorno.
I cinque (ex) capannoni che oggi hanno comunque l’aspetto di un unico complesso da 447 metri quadri stanno al numero 30 di via Ajraghi, appena fuori dal centro storico di Milano in direzione nord-ovest: ristrutturati nel 2009, fin da subito oggetto di polemica in consiglio comunale, accatastati come laboratori.
Senonchè l’architetto Gian Matteo Pavanello, artefice del progetto, contestualmente a una lite giudiziaria tra lui e i Moratti sul mancato pagamento dei lavori pubblica un libro per dire che non di laboratorio si trattava bensì di magione «in stile Batman» con «bagno turco, piscina salata, camere da letto immense» e persino «poligono di tiro» sotterraneo.
Nel 2010, con 102mila euro di oneri, l’accatastamento si trasforma in commerciale.
Mai in abitativo, anche se l’architetto accusava già allora il giovane Gabriele di «averci abitato».
I tentativi di ispezione fatti in passato si erano fermati contro una porta chiusa: ma le foto scattate ieri dalla Finanza potrebbero finalmente aiutare a capire come stanno veramente le cose.
Nel frattempo l’ultimo capitolo – di questi giorni – è che l’approvazione del Piano generale del territorio consentirebbe comunque di regolarizzare tutto quanto con un semplice timbro.
Esplosa mentre ancora è ben vivo a Milano il rumore sulle case degli enti a vip e affini – il cui fascicolo è in mano allo stesso Robledo – la vicenda ha ovviamente mandato la politica locale in ulteriore fibrillazione.
Il Pd ha chiesto inutilmente al sindaco Letizia Moratti di presentarsi in Consiglio: «Se i sospetti fossero confermati – dice il capogruppo Pierfrancesco Majorino – la Moratti non dovrebbe presentarsi alle elezioni». «Ben venga la chiarezza ma così come le colpe dei padri non ricadono sui figli – ha replicato Giulio Gallera per il Pdl – al sindaco non possiamo certo imputare niente».
Sulla stessa linea il capogruppo della Lega, l’europarlamentare Matteo Salvini.
Nessun commento dal candidato del centrosinistra, Giuliano Pisapia.
Paolo Foschini
Rossella Verga
(da “Il Corriere della Sera“)
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Marzo 4th, 2011 Riccardo Fucile
IL CASO SCOPERTO A CAUSA DEL MANCATO PAGAMENTO DI UNA RATA AL PROGETTISTA…LA TRASFORMAZIONE DI CINQUE CAPANNONI IN PERIFERIA IN UNA MEGAVILLA SENZA PERMESSI… IL COMUNE AVREBBE CONDONATO TUTTO
Il figlio del sindaco di Milano, il trentaduenne Gabriele Moratti, avrebbe trasformato
cinque capannoni alla periferia nord-ovest di Milano in una villa ispirata a quella di Batman – senza permessi – e il nuovo piano regolatore del Comune avrebbe di fatto condonato tutto.
E’ quanto sostiene L’Espresso nel prossimo numero.
Secondo la ricostruzione del settimanale, Gabriele Moratti ha comprato in via Cesare Ajraghi 30 cinque capannoni coperti da vincolo di destinazione industriale e il 4 agosto 2009 ha chiesto di accorparli in un unico laboratorio, pagando al Comune oneri per 6.687 euro.
A lavori quasi ultimati il gruppo Hi-Lite/Brera 30, specializzato in interni per case di lusso, ha accusato Moratti di non aver pagato l’ultima rata pattuita e l’architetto Gian Matteo Pavanello avrebbe ottenuto un decreto ingiuntivo per 127mila euro e avrebbe portato in tribunale carte dove sarebbe risultato che al posto dei capannoni c’era una villa, ispirata alla casa di Batman.
Poi, aggiunge L’Espresso, la proprietà ha versato 102mila euro di oneri urbanistici e il 12 agosto l’immobile è diventato commerciale.
Il Comune allora avrebbe mandato i controlli, ma senza trovare traccia della villa che, secondo Pavanello, sarebbe stata risistemata con strutture in cartongesso in vista dell’ ispezione.
Il nuovo Pgt milanese, approvato in febbraio, avrebbe inserito l’immobile di via Ajraghi in uno degli ‘ambiti di rinnovamento urbano’ in cui cadono tutti i vincoli di destinazione.
Così, se ora Gabriele Moratti rivendicasse la destinazione residenziale, secondo i calcoli dell’Espresso, vedrebbe il valore della sua proprietà aumentare di un milione di euro.
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Marzo 1st, 2011 Riccardo Fucile
NELL’INCHIESTA DELLA PROCURA ANTIMAFIA, IL PARLAMENTARE E’ STATO ISCRITTO NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI… DA UNA INTERCETTAZIONE EMERGEREBBE IL SUO RUOLO DI REFERENTE POLITICO DEL CLAN…. IN PASSATO AVEVA GIA’ AVUTO PROBLEMI PER LA REALIZZAZIONE DI UN TERMOVALORIZZATORE SU UN SUO TERRENO E PER L’ACCUSA DI AVER COMPRATO CON 600.000 EURO LA SUA ELEZIONE…HA PARTECIPATO CON LA SUA AZIENDA ALLA COSTRUZIONE DELLE CA.S.E. PER I TERREMOTATI
C’è un’indagine che potrebbe cambiare la storia della ricostruzione post-sisma
dell’Aquila.
Un’indagine che ha al centro un’azienda legata al clan dei casalesi, ed un politico: un senatore del Pdl.
Si tratta di una inchiesta della procura distrettuale antimafia dell’Aquila, nata da un fascicolo della procura antimafia di Napoli.
Cuore della vicenda, una intercettazione.
Una serie di telefonate e incontri dimostrerebbero che il clan dei casalesi sarebbe entrato nella ricostruzione dell’Aquila grazie all’aiuto di un senatore del Popolo delle Libertà che ora è sotto inchiesta.
Si tratta di Filippo Piccone, coordinatore regionale del partito di Berlusconi e imprenditore.
Il suo nome adesso è iscritto nel registro degli indagati nell’ambito di un’inchiesta per associazione di stampo mafioso.
Secondo gli inquirenti, il senatore sarebbe stato il “contatto” attraverso il quale l’azienda del clan si sarebbe inserita nella ricostruzione e avrebbe iniziato a lavorare.
A far cadere il parlamentare nella rete degli inquirenti sarebbero state, appunto, una serie di intercettazioni telefoniche captate dalla procura distrettuale antimafia di Napoli e immediatamente “girate” ai colleghi che si occupano delle indagini sulle infiltrazioni nella ricostruzione.
Telefonate nelle quali gli uomini legati al clan parlano di un appuntamento con il senatore Piccone per sbloccare i lavori da ottenere nell’ambito della ricostruzione post-sisma all’Aquila.
L’indagine – portata avanti dal sostituto procuratore Antonietta Picardi assieme al procuratore Alfredo Rossini – è blindata.
Ma questa non è certo la prima inchiesta che coinvolge il politico-imprenditore Piccone.
Due procure (L’Aquila e Pescara) indagano sull’affare del termovalorizzatore su un terreno del senatore.
Un affare che, secondo le informative della polizia giudiziaria, Piccone avrebbe cercato di realizzare “piegando” gli interessi della collettività abruzzese, ovvero, cercando di ottenere un’autorizzazione per un secondo termovalorizzatore che secondo gli uffici pubblici regionali del settore ambiente era inutile.
Piccone fu anche al centro del memoriale consegnato alla procura di Pescara dall’ex moglie dell’onorevole Sabatino Aracu (Pdl).
La donna accusò Piccone di aver comprato la candidatura con 600 mila euro consegnati al marito e a Fabrizio Cicchitto.
La Procura di Pescara archiviò per insufficienza di prove.
Una delle aziende di Piccone è poi coinvolta in un’indagine sul riciclaggio di denaro proveniente dalla malavita organizzata portata avanti dalla procura di Avezzano che riguarda la realizzazione di un centro commerciale.
Ma non è tutto: Piccone ha anche lavorato per la realizzazione delle 4900 case del Governo per i terremotati con le sue aziende, ottenendo due sub-appalti per un valore complessivo di due milioni di euro.
Giuseppe Caporale
(da “La Repubblica“)
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Marzo 1st, 2011 Riccardo Fucile
LE PROIEZIONI DI CONFARTIGIANATO DIMOSTRANO CHE IL FEDERALISMO PORTERA’ PIU’ TASSE: LE AZIENDE DOVRANNO PAGARE 812 MILIONI DI EURO IN PIU’… SE I COMUNI SCEGLIERANNO L’ALIQUOTA MASSIMA SI ARRIVERA’ A 3 MILIARDI DI ESBORSO, IN LOMBARDIA 507 EURO A IMMOBILE
I ministri Calderoli e Tremonti continuano ad assicurare che con il federalismo municipale il fisco sarà più leggero, ma dalle proiezioni di Confartigianato emerge esattamente l’opposto: le imprese si ritroveranno a pagare in totale 812 milioni in più l’anno con il passaggio dall’Ici all’Imu (+17%).
E se i Comuni scegliessero l’aliquota massima, il 10,6 per mille, si arriverebbe a tre miliardi, che per il singolo immobile si tradurrebbero in un salasso di 507 euro (è il record stabilito dalla Lombardia).
“Così altro che scossa all’economia”, commenta il segretario generale di Confartigianato Cesare Fumagalli.
A subire le peggiori conseguenze del passaggio dall’attuale aliquota Ici, pari in media al 6,49 per mille, all’Imu (imposta municipale unica, entrerà in vigore nel 2014 in base al decreto sul federalismo), che avrà l’aliquota base del 7,6 per mille, saranno gli imprenditori delle Regioni che hanno scelto una tassazione più moderata.
E’ il caso della Valle d’Aosta, che avrà un incremento del gettito del 73,5% applicando l’aliquota base dell’Imu.
Seguono la Sardegna (+29,1%) e il Friuli Venezia Giulia (+24,7%).
Arriva poi la Lombardia, Regione con altissima concentrazione di imprese e partite Iva, e quindi di immobili strumentali (categoria catastale che comprende uffici, studi, negozi, magazzini, laboratori, opifici, alberghi e pensioni, teatri, cinematografi, sale da concerti, fabbricati industriali e commerciali).
Con l’attuale Ici la Lombardia ha incassato nel 2009 960 milioni; con l’Imu arriverebbe a 1180 milioni con l’aliquota base (+22,9%) e a 1646 con quella massima del 10,6 per mille (+71,4%).
Significa un aggravio di 163 euro per immobile nel primo caso, e di 507 euro nel secondo.
L’incremento medio per unità immobiliare è pari a 87 euro, ma nel caso dell’aliquota massima diventa di 322 euro.
Anche nel caso in cui il passaggio fosse più morbido, perchè si tratta di Regioni che hanno optato per un’aliquota Ici già mediamente alta, l’aggravio sarebbe enorme.
Le variazioni più contenute si registrano in Toscana (+12,4%), Emilia Romagna e Marche (+12%), Liguria (+11,7%), Umbria (+11,5%) e Lazio (+11,4%).
Ma anche nel caso del Lazio l’Imu peserà molto sulle imprese: si pagheranno 66 euro in più per immobile nel caso dell’aliquota base, 318 con l’aliquota massima.
C’è un’altra ipotesi, che Confartigianato non trascura, per amore di equilibrio. Il decreto prevede che i Comuni possano anche ridurre l’aliquota base del 3 per mille, oltre che aumentarla.
In questo caso, naturalmente, si registrerebbero delle riduzioni generalizzate rispetto all’attuale Ici: il gettito generale si ridurrebbe di 1389 milioni (-29,2%, 149 euro in meno per immobile) nella media di 19 Regioni (lo studio non considera le province autonome di Trento e Bolzano perchè non sono comprese nelle statistiche dell’Agenzia del Territorio).
Ma non è realistico aspettarselo, considerato il peso per i Comuni dell’esenzione dall’Imu per gli enti ecclesiastici e dell’abolizione di alcune imposte locali.
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Febbraio 28th, 2011 Riccardo Fucile
LA CONSIGLIERA DI ZONA PDL SENTITA IN PROCURA: “È FALSA LA MIA SOTTOSCRIZIONE AL LISTINO DI FORMIGONI”… SI ALLARGA L’INCHIESTA SULLE IRREGOLARITA’ DELLA LISTA FORMIGONI: AL VAGLIO CENTINAIA DI FIRME
Sulle elezioni lombarde che hanno portato alla Presidenza della Regione Roberto
Formigoni, continuano a gravare ombre pesanti.
Dopo lo scandalo delle liste fermate e poi riammesse dalla giustizia amministrativa, e quello di presunte pressioni da parte di un gruppo di potere vicino alla cosiddetta P3, è ancora una volta il problema delle firme a tormentare i sogni del governatore.
Legato, però, questa volta, alla consigliera regionale più chiacchierata delle ultime settimane: Nicole Minetti.
La notizia arriva da Sara Giudice, già esponente del Pdl, che già quando si fece il nome dell’ex igienista dentale come candidata del listino bloccato di Formigoni, ebbe a protestare della scelta.
In un comunicato Sara afferma: “Il 26 febbraio 2011 sono stata convocata dalla Procura della Repubblica presso il tribunale ordinario di Milano nella persona del Pubblico Ministero Alfredo Robledo, per essere sentita, in quanto persona informata sui fatti, in relazione all’apposizione della mia firma nell’elenco della lista Regionale ‘Per la Lombardia’, listino bloccato dell’On. Roberto Formigoni”.
E spiega: “La mia firma è assolutamente contraffatta, falsa; mai avrei firmato un listino bloccato con il nome di Nicole Minetti, soprattutto dopo la campagna che feci contro di lei ancor prima che fosse eletta. Mi sento offesa e usata. Ritengo opportuno sporgere immediatamente querela contro chi ha utilizzato il mio nome e cognome in modo palesemente artefatto”.
La consigliera di zona è battagliera: “Fino ad alcuni giorni fa, il Pdl sosteneva che io non fossi mai stata iscritta nel partito, mentre invece l’anno scorso aveva pensato bene di utilizzare addirittura la mia firma in modo illegale, strumentalizzando così la mia persona. Questa è la conferma che l’elezione di Nicole Minetti e di tutto il listino bloccato di Formigoni, sicuramente per quanto attiene alla mia firma, è assolutamente illegittimo”.
La pensano così anche i Radicali, che con Marco Cappato da mesi combattono contro questa elezione-truffa.
“Da un anno aspettiamo giustizia. Formigoni non ha mai chiesto scusa per aver detto che noi avevamo manipolato i moduli e non riconosce l’evidente falsità delle cose fatte sotto il suo nome. Non è adeguato a governare la Lombardia”.
È lui che se ne deve andare, spiega Cappato: “Fa ridere chiedere le dimissioni della Minetti. Sono i responsabili politici che devono pagare”.
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Febbraio 27th, 2011 Riccardo Fucile
“IL SINDACO STA SOLO CON IL PIU’ FORTE”: INTERVISTA A BARBARA CIABO’, BATTAGLIERA CONSIGLIERA COMUNALE DI MILANO E PRESIDENTE DELLA “COMMISSIONE CASA” …. HA FATTO TIRARE FUORI TUTTI GLI ELENCHI DEL PIO ALBERGO TRIVULZIO: “IN POLITICA DA QUANDO AVEVO 16 ANNI, SENZA COMPROMESSI”… MINACCIATA DALLA SANTANCHE’ “SE ESCI DAL PDL SEI MORTA”, LE RISPONDE: “NESSUN PROBLEMA, SIAMO VOTATI AL MARTIRIO”
Dopo le case del Pio Albergo Trivulzio ora tocca a quelle del Redaelli, che gestisce
patrimoni immobiliari per i bisognosi, abitate anche dalla presidente del Tribunale di Milano, Livia Pomodoro.
E altri nomi che scottano starebbero per uscire.
A svelare il pozzo senza fondo la consigliere comunale di Fli presidente della “commissione casa” di Palazzo Marino, Barbara Ciabò, 43 anni. In politica da quando aveva 16 anni, nelle file del Msi, poi in An, fino al Pdl, giusto il tempo di rendersi conto dell’aria che tirava e di alzare i tacchi.
“Sono una donna normale, non sono mai scesa a compromessi e non ho mai partecipato ai bunga bunga”.
Ride, se la ride: “Cambiano le facce e anche gli slogan ma i metodi restano gli stessi: uso privato della cosa pubblica e mancanza di assunzione di responsabilità . È inutile che la Moratti predichi trasparenza senza praticarla. La mia commissione ha operato in totale isolamento. Il consiglio di amministrazione del Trivulzio è stato nominato dal presidente della Regione e dal sindaco che hanno il compito di controllarne l’operato e questo non è stato fatto”.
È vero che la Santanchè l’ha minacciata?
Mi ha dato un consiglio: se esci dal Pdl sei morta. Politicamente, spero. Mi era anche simpatica quando metteva in guardia le donne dal votare Berlusconi che le voleva tutte orizzontali…
Quanto tempo è rimasta nel Pdl?
Poco. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, le candidature nel listino dell’igienista dentale, del massaggiatore del Milan e del geometra di Arcore. Mi sono detta: ma io cosa c’entro? Un segnale l’avevo ricevuto alla prima convention quando ho sentito “Meno male che Silvio c’è”. Figuriamoci io abituata a cantare l’Inno di Mameli con la mano sul cuore e anche qualche lacrima!
Fini avrebbe dovuto mollare Berlusconi molto prima?
Abbiamo sopportato e supportato l’inaccettabile per senso di lealtà . Fini è sempre stato critico. Anzi dirò di più. Berlusconi pativa la sua credibilità tant’è che, dopo averlo cacciato, ha fatto di tutto per distruggerla senza riuscirci.
Ad esempio con la casa di Montecarlo?
Uno scandalo costruito dal nulla e sul nulla. Io sono sempre stata finiana in contrapposizione con il metodo autoritario-familistico e incivile di La Russa. Fini è una persona perbene e non è maschilista, contrariamente a molti uomini di destra.
Ma Fli si svuota…
Tutto onore. Il progetto continua, chi è coraggioso resta. Più perdiamo pezzi, più aumentano gli iscritti. Si tratta di omuncoli senza meriti che pur di restare abbarbicati sulle loro poltrone corrono alla corte di Arcore.
Che pensa delle parlamentari che difendono Berlusconi al di là di ogni ragione?
Sono le donne del capo che esistono perchè esiste lui. La stragrande maggioranza non ha mai fatto politica. Sono state nominate come al Grande Fratello. Non mi capacito della Meloni.
Lei non lo farebbe per Fini?
La fedeltà è condivisione, non sottomissione. Non è ripetere a pappagallo storie ridicole come la telefonata in Questura fatta nella convinzione che Ruby fosse la nipote di Mubarak.
Moratti sindaco. Un bilancio?
Si è piegata alla logica del forte a scapito del debole e alle logiche maschili. Aveva un’occasione storica: una giunta di donne libere e l’ha perduta. Se avesse preso tutte le consigliere comunali , maggioranza e opposizione, e le avesse messe al posto degli attuali assessori, sarebbe stata una giunta esplosiva. Sarà un caso che con le colleghe, al di là degli schieramenti, sulle questioni più importanti la pensiamo sempre allo stesso modo? L’uomo quando deve cooptare sceglie un altro uomo o se sceglie una donna è la moglie di, la sorella di, la figlia di, l’amante di…
Donne vittime o responsabili del maschilismo imperante?
Vittime e responsabili. Guardi quando Veronica Lario ha detto che il marito andava con le minorenni ed era malato, molte donne hanno commentato: non si fa così, i panni sporchi si lavano in casa! La Carfagna propone pene più dure per la prostituzione minorile, ma sul capo del governo che frequenta una minorenne tace.
Si aspetta di subire anche lei il metodo Boffo?
No e non perchè non siano capaci. Non ho scheletri nell’armadio seppure possono sempre ricorrere alla fantasia…
Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
IL PDL: “NIENTE LEZIONI DALLA LEGA, IN 15 ANNI HANNO AVUTO 17 MEMBRI NEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE”… LA LEGA:”NOI CON LE MANI PULITE”….E LA CIABO’ DI FUTURO E LIBERTA’ ATTACCA: “GLI ELENCHI SONO INCOMPLETI”
Pio Albergo Trivulzio, si riparte da zero. 
Cinque membri del consiglio di amministrazione su sette hanno dato le dimissioni (tra cui il presidente Emilio Trabucchi) e il board è decaduto. Adesso, il governatore Roberto Formigoni di concerto con il sindaco Letizia Moratti procederà alla nomina del commissario straordinario.
Ci vorrà una decina di giorni.
Adesso si attendono gli elenchi del Golgi Redaelli e soprattutto dell’Aler. Spinge il Fli, con il coordinatore regionale, Giuseppe Valditara: «Chiediamo che vengano resi pubblici gli elenchi dell’Aler, la consigliera Barbara Ciabò ha già convocato i vertici per settimana prossima».
La stessa Ciabò (Fli) che chiede per giovedì l’audizione in Commissione Casa proprio del sindaco e del governatore: «Visto che il cda del Pat non c’è più e visto che i vertici del Pat sono stati nominati da Formigoni e dalla Moratti chiedo che ci vengano a spiegare dove sono finiti gli appartamenti scomparsi nel nulla».
In realtà , in commissione arriverà il direttore generale del Pat, Fabio Nitti che consegnerà l’elenco delle 105 abitazioni sfitte.
Mentre l’opposizione chiede che la scelta del commissario sia concordata con il Terzo Polo e il centrosinistra.
«La maggioranza – attacca Basilio Rizzo della Lista Fo – deve avere la sensibilità di fare delle scelte che siano il più possibile multipartisan. Chiediamo un confronto preliminare con i capigruppo sia in Comune sia in Regione».
Va più in là il capogruppo del Pd, Pierfrancesco Majorino: «La Moratti è moralmente corresponsabile. Ci faccia quindi il piacere di tacere e di fare le valigie, anticipatamente».
Se i vertici istituzionali si dicono soddisfatti del passo indietro del cda, la lotta politica non conosce tregua.
Anche perchè sulla nuova Affittopoli ci si giocheranno le prossime elezioni comunali.
L’attacco più duro arriva dal Pdl.
E non riguarda l’opposizione, ma un alleato strategico come la Lega che lunedì aveva definito la vicenda del Pat una «porcilaia».
Ma ieri, tra i consiglieri che hanno dato le dimissioni, manca il nome del rappresentante leghista, l’ex assessore della giunta Formentini, Marco Antonio Giacomoni.
Il motivo? Lo spiega lo stesso cda nella nota finale: «I consiglieri Marco Antonio Giacomoni e Luca Storelli hanno invece deciso di non dimettersi, ritenendo le dimissioni una ammissione di colpa inaccettabile, perchè non riconoscono che generiche contestazioni di stampa giustifichino l’abbandono di un incarico che tutto il cda ha svolto con impegno e correttamente».
Una scelta che non è piaciuta al Pdl: «Ringraziamo i rappresentanti del Pdl all’interno del cda – attacca il capogruppo azzurro in Comune, Giulio Gallera – che con gesto di responsabilità hanno dato le dimissioni e facilitano quell’indagine che dobbiamo fare su come siano state date in locazione le case. Ma siamo molto stupiti dalla Lega che prima urla e lancia accuse infamanti e poi rimane attaccata alla propria poltrona ostacolando il cambiamento».
Postilla: «La Lega ci stupisce ancora di più perchè è il partito che dal 2001 al 2006 ha retto l’assessorato alla Casa e al Demanio».
Rincara la dose il vicesindaco, Riccardo De Corato che ritira fuori dal cassetto la lista dei consiglieri di amministrazioni leghisti al Pat e all’Ipab.
Nel ’94, epoca Formentini, oltre il presidente, il Carroccio aveva 5 consiglieri. Alle Ipab, 8.
«La Lega, che si chiama fuori, solo dal ’94 a oggi ha avuto ben 17 tra presidenti e membri del cda passati tra il Pat e il Golgi Redaelli. Se era tutto una porcilaia perchè non ci hanno messo mano?».
La replica arriva a stretto giro di posta ed è affidata al segretario provinciale del Carroccio, Igor Iezzi: «Noi, che abbiamo le mani pulite e non compariamo in nessuna lista, vogliamo che sull’intera questione sia fatta piena luce”.
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Febbraio 20th, 2011 Riccardo Fucile
PER RECUPERARE GETTITO, LE BOLLETTE AUMENTANO A RITMO DOPPIO DELL’INFLAZIONE…DUE COMUNI FALLITI FATTI RIENTRARE NELL’ELENCO DELLE AMMINISTRAZIONI VIRTUOSE: I CASI DI CATANIA E TARANTO
In Italia capita anche questo. 
Succede che due Comuni praticamente falliti finiscano nell’elenco delle amministrazioni più virtuose, quelle premiate dallo Stato con la possibilità di spendere più soldi rispetto ai limiti ferocemente imposti dal Patto di Stabilità . Possibile che nella lista ci sia anche Catania?
La città dove il neosindaco Raffaele Stancanelli, appena eletto a metà 2008, denunciò con le mani tra i capelli un miliardo di debiti nascosti nelle pieghe del bilancio?
Dove il suo predecessore era inseguito da torme di creditori di tutte le specie, dai librai cittadini alle ballerine brasiliane?
Dove le strade erano al buio perchè non erano state pagate le bollette dell’Enel?
E dove, per assurdo, il bilancio di quel 2008 appariva talmente in ordine da far guadagnare a Catania un premio da 983.411 euro?
Premio, per inciso, negato a città mai censurate per cattiva amministrazione, come Sondrio, Belluno, Asti…
Catania come Taranto.
Comune dichiarato ufficialmente in dissesto finanziario e sommerso da un debito pazzesco di 616 milioni di euro, dove succedeva davvero di tutto. Perfino che 23 dipendenti, dopo essersi aumentati lo stipendio da soli rubando alle casse municipali 5 milioni, restassero miracolosamente al loro posto.
Una città talmente sprofondata nel buco nero dei debiti, che i liquidatori ci hanno messo tre anni per ricostruire la contabilità e pagare i creditori.
Con i denari dei contribuenti, naturalmente.
Gli stessi quattrini che due anni dopo hanno permesso alla città di incassare un bel «premio» da 1.378.069 euro.
Difficile spiegare tutto questo.
Una sola cosa è certa: l’elezione diretta di sindaci e governatori e la riforma del Titolo V della Costituzione, voluta nel 2001 dal centrosinistra, hanno dato agli amministratori locali maggiori poteri, ma non maggiori doveri.
Da allora ad oggi metà della spesa pubblica è passata dal centro alla periferia, ma il compito di tassare i contribuenti è rimasto allo Stato, perchè Regioni, Comuni e Province sono responsabili solo del 18% delle entrate.
La finanza locale, già caotica, è diventata ancora più disordinata.
E indebitata, perchè mentre montava il caos normativo e istituzionale, da Roma, inseguendo il risanamento dei conti pubblici, hanno cominciato a tagliare i trasferimenti di bilancio.
Fatto sta che oggi gli italiani si trovano appesantiti, solo a livello locale, da 45 fra tasse, tributi, canoni, addizionali, compartecipazioni, con la pressione fiscale complessiva che è schizzata nel 2009 al 43,5%, al terzo posto fra i Paesi dell’Ocse.
Nonostante le promesse di riduzione e semplificazione che ci sentiamo ripetere da almeno dieci anni.
Per raggranellare denaro i sindaci hanno dato sfogo alla fantasia.
Alcuni hanno anche rispolverato la «tassa sull’ombra» del 1972, che colpisce «la proiezione sul suolo pubblico di balconi, tende e pensiline».
Con le casse sempre più vuote, ma nessuna voglia di incidere sulle spese improduttive, gli enti locali hanno di fatto scaricato sui cittadini i sacrifici imposti dal governo centrale.
Aggirando ad esempio il blocco delle addizionali comunali sull’Irpef, in vigore dal 2008, pompando le tariffe.
Anche i governi, poi, ci hanno messo del loro.
Per esempio con l’abolizione dell’Ici sulla prima casa, l’unica tassa «federalista» vigente in Italia, sacrificata sull’altare dell’ultima campagna elettorale.
E pazienza se, come rivelava uno studio dell’Ifel, l’istituto di ricerca dell’Anci, tra il 2004 e il 2009 le tariffe comunali sono cresciute a una media del 3,5% annuo.
Il doppio dell’inflazione, con punte stratosferiche per i rifiuti (+29% tra il 2004 e il 2009, e continuano ad aumentare) e i servizi idrici, le cui tariffe crescono in media del 5% l’anno.
Dopo l’immondizia e l’acqua, l’ondata dei rincari nel 2010 e in questo primo scorcio del 2011 si è abbattuta su asili nido, mense scolastiche, piscine e impianti sportivi, musei, servizi cimiteriali, trasporto locale.
E nel Milleproroghe, appena approvato dal Senato, c’è una nuova sorpresa: tutti i Comuni, anche quelli che non si trovano in emergenza rifiuti, potranno aumentare le tariffe fino a coprire l’intero costo del servizio.
Incrociamo le dita.
Il caso dell’Ama, che oltre ad essere l’azienda municipalizzata per l’ambiente del Comune di Roma è anche uno straordinario collettore di voti, forse vale per tutti come cattivo esempio di amministrazione.
Il bilancio del 2008 si è chiuso con una perdita monstre di 257 milioni di euro. E il 2009 sarebbe stato archiviato con un altro buco di 70 milioni, senza il contributo di 30 milioni erogato dal Comune e l’aumento delle tariffe per ben 40,8 milioni di euro.
E tutto questo mentre i crediti verso gli utenti morosi aumentavano, in dodici mesi, di 108 milioni, raggiungendo la cifra astronomica di 623 milioni di euro. La circostanza non ha comunque impedito all’azienda di assumere nuove legioni di dipendenti: 91 nel 2008, 489 nel 2009, 766 nel 2010.
Impiegati, netturbini, perfino 164 spalatori di foglie ingaggiati in un colpo solo. Poi, naturalmente, anche parenti e amici dei politici.
Per rendersi conto del disordine che regna negli enti locali del nostro Paese, del resto, è sufficiente dare uno sguardo a una tabella elaborata dal senatore Marco Stradiotto, componente della Bicamerale sul federalismo, sui dati del ministero dell’Interno.
Si scopre, per esempio, che su ogni cittadino di Cosenza grava un costo del personale comunale di 506 euro l’anno: quasi il doppio rispetto a una città poco più grande come Cesena (271 euro), e addirittura il 117% in più nei confronti di Catanzaro (233).
Per non parlare delle differenze macroscopiche che ci sono fra Regione e Regione.
La Sicilia, con metà dei residenti della Lombardia, sopporta una spesa per il personale regionale nove volte superiore (un miliardo 782 milioni contro 202 milioni).
E investe nelle infrastrutture ferroviarie 13,9 milioni l’anno, 57 volte meno della Lombardia (786 milioni).
Differenze eclatanti, che danno anche la dimensione dell’assistenzialismo in salsa locale.
Il bello è che cominciano a saltare fuori solo adesso.
Dopo che i tecnici della Commissione mista tra governo ed enti locali per l’attuazione del federalismo, guidata da Luca Antonini, sono quasi impazziti per riportare su base omogenea i bilanci dei Comuni, dove molte spese sono nascoste dall’esternalizzazione dei servizi, e delle Regioni, scritti in quindici modi diversi.
In attesa di quello fiscale, in Italia regna da sempre il federalismo contabile, nel senso che ognuno si fa il bilancio a modo suo.
E a nulla sono valsi, finora, i tentativi di mettere un po’ d’ordine.
Vi siete mai chiesti perchè da qualche tempo in qua se un’amministrazione di destra sostituisce una di sinistra, o viceversa, la prima cosa che fa è mettere i libri contabili in mano a un ispettore del Tesoro?
Certamente per scaricarsi delle responsabilità dei predecessori.
Ma anche perchè i bilanci sono così complicati e poco trasparenti che dentro ci si può nascondere di tutto.
Dalla due diligence eseguita dalla Ragioneria generale dello Stato sui conti della Campania, richiesta dall’attuale governatore Stefano Caldoro, sono saltati fuori «bilanci di previsione fortemente sovradimensionati rispetto al reale andamento degli impegni, e pagamenti ancora più incoerenti».
Per dire poi come sia possibile piegare i bilanci a ogni esigenza, la Regione, allora guidata da Antonio Bassolino, ha pagato spese che non potevano essere coperte facendosi prestare i soldi dalle banche.
Come la manutenzione dei boschi (210 milioni), oppure il servizio di «monitoraggio» (21 milioni) del patrimonio forestale alla Sma Campania, società partecipata dalla Regione che aveva assunto 568 lavoratori socialmente utili.
Le cose non vanno meglio con i bilanci dei Comuni.
Nell’estate del 2010 la Corte dei conti ha trovato in quello di Foggia cose turche.
Non esisteva un inventario dei beni comunali, ma in compenso c’era un contenzioso civile devastante, con decreti ingiuntivi per 30 milioni.
Nel bilancio erano contabilizzate come residui «attivi» somme impossibili da incassare. Insomma, una baraonda totale.
I decreti attuativi sul federalismo fiscale ora promettono di metterci una pezza, imponendo l’omogeneità dei bilanci.
Ma non a tutti, perchè per le Regioni a statuto speciale le regole sono dettate dagli Statuti, che hanno rilevanza costituzionale.
Dietro l’angolo si profilano altre insidie, ma non si può che partire da qua. Facendo ordine nel caos dei numeri, mettendo al bando con la trasparenza i giochi di prestigio degli amministratori furbacchioni.
Poi toccherà ai cosiddetti «fabbisogni standard», che dovrebbero far superare il principio della «spesa storica», grazie al quale vengono premiate le amministrazioni più spendaccione.
Di che cosa si tratta?
Si stabilisce sulla base di parametri economici e territoriali qual è il costo efficiente di un servizio: la polizia locale, l’asilo nido, l’impianto sportivo…
Chi vuole spendere di più si arrangi.
Dallo Stato non arriverà un euro in più: o si risparmia altrove, o bisognerà aumentare le tasse, e poi rendere conto, ai propri elettori.
Ma questo, come vedremo nelle prossime puntate, non è affatto «federalismo».
Anche Luca Antonini parla di «razionalizzazione della spesa pubblica».
La devolution è un’altra cosa.
Anche se ci ostiniamo a chiamarla così.
Mario Sensini e Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
argomento: Berlusconi, Comune, Costume, denuncia, economia, emergenza, federalismo, governo, LegaNord, PdL, Politica, radici e valori, rapine, Regione | Commenta »