Novembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
TRASPARENZA E INFORMALITA’: IL NUOVO RAPPORTO TRA CITTADINI E PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
Ha destato qualche scalpore il cartello apparso nei giorni scorsi in un ufficio del Comune di Roma e poi inspiegabilmente rimosso per ordine di un assessore.
«Il pubblico si riceve nei giorni di martedì e venerdì dalle 10 alle 12, previo appuntamento telefonico. L’altri giorni dobbiamo lavorare. Si prega di non essere insistenti, altrimenti ci vedremo costretti, anche se contrario alla nostra educazione, a prendervi a parolacce ed insulti». Lo scalpore, naturalmente, è tutto per quelle quattro generose ore di apertura alla settimana, indicate con inusitata chiarezza all’inizio dell’avviso.
La frase successiva — «L’altri giorni dobbiamo lavorare» — parrebbe invece la conferma di qualcosa che si sapeva già , e cioè che il dialogo con i contribuenti non è un lavoro, ma una gentile concessione, e che per ottenere un impiego pubblico la rivisitazione dialettale della lingua italiana non è obbligatoria però certamente aiuta.
Quanto alla promessa dei dipendenti comunali di seppellire i postulanti sotto un profluvio di contumelie, essa rientra nel quadro di un nuovo rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione, improntato a trasparenza e informalità : adesso chi si avvicina allo sportello sa cosa lo aspetta.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Ottobre 13th, 2013 Riccardo Fucile
IL DISSESTO NON È SOLO COLPA DEI SINDACI, CON FONDI RIDOTTI ORA TOCCA ALLE AMMINISTRAZIONI ELIMINARE SERVIZI CHE NON SANNO COME PAGARE…. ABOLIRE LA TASSA SULLA PRIMA CASA HA INNESCATO IL CAOS
A Milano il buco è di 500 milioni. A Roma di 864, a Napoli di 861, a Catania di 528 milioni.
E questo per stare soltanto ai casi più noti, ricordati qualche giorno fa dal Sole24Ore. Ma ce ne sono mille altri, mezza Sicilia è praticamente in default, Taormina, per esempio, sta per crollare sotto il peso di 50 milioni di euro di debiti.
Che cosa sta succedendo? La spiegazione più classica sarebbe la più semplice e, tutto sommato, rassicurante: tutta colpa dei sindaci spendaccioni, come nel caso di Alessandria, dove da oltre un anno i commissari liquidatori gestiscono le conseguenze del dissesto (il sindaco Piercarlo Fabbio, Pdl, usava le casse comunali per acquisti come quello di un tartufo da 12 mila euro da donare a Silvio Berlusconi).
Purtroppo il fenomeno è più inquietante. Mentre lo spread calava, i governi Monti e Letta annunciavano la fine dell’emergenza, con l’Italia finalmente lontana dal rischio bancarotta, la crisi di finanza pubblica si è spostata a livello locale: i Comuni sono stati immolati per dare una parvenza di solidità alla Repubblica italiana e per concedere a Silvio Berlusconi e al suo Pdl il contentino della abolizione (per ora solo della prima rata) dell’Imu sulla prima casa.
Il groviglio di norme è ostico, ma la sintesi è lampante: i servizi dei Comuni — asili, assistenza sociale, trasporti — erano finanziati in gran parte da trasferimenti dal governo centrale di Roma, soldi che ora non arrivano più.
E i sindaci devono decidere se cancellare i servizi o andare incontro alla bancarotta spendendo soldi che non hanno, emettendo fatture che non salderanno mai.
In teoria, un Comune può spendere soltanto i soldi che ha in cassa, non emette debito pubblico.
Ma il 2013 è un anno particolare: siamo a metà ottobre e i Comuni italiani ancora non hanno approvato il bilancio di previsione per l’anno in corso che doveva essere pronto a fine 2012.
Non l’hanno fatto perchè il governo continua a cambiare le regole e a tagliare fondi, quindi i sindaci non sanno quanti soldi hanno a disposizione per il 2013.
Come hanno superato, quindi, questi dieci mesi? Hanno lavorato “in dodicesimi”, ogni mese spendono un dodicesimo della spesa complessiva del 2012.
Peccato che — quasi sempre — le risorse del 2013 saranno inferiori a quelle dello scorso anno, ma visto che ancora non è chiaro di quanto, i comuni continuano a spendere.
Tradotto: stanno spendendo soldi che non esistono, sono le basi per la bancarotta. E gli 864 milioni di euro di buco che il Comune di Roma non sa come coprire, sono dovuti in parte anche a questa condizione di precarietà contabile.
“I Comuni italiani vanno aiutati perchè non ce la fanno più a sopravvivere”, diceva in aprile la presidente della Camera Laura Boldrini.
Il federalismo alla base del disastro
Questo enorme pasticcio ha tanti padri, dal centrosinistra che negli anni Novanta ha fatto una riforma costituzionale federalista confusa, fino al governo Berlusconi che, spinto dalla Lega, ha imposto un federalismo fiscale lasciato a metà .
Ma i problemi seri cominciano con i tagli delle manovre di austerità di Mario Monti. Un passo indietro: lo scopo del federalismo fiscale era azzerare i trasferimenti dallo Stato centrale ai comuni e dare loro l’autonomia di imporre tributi in misura equivalente, nella convinzione che sindaci più responsabilizzati sarebbero stati molto attenti a spendere bene e a tenere basso il livello di pressione fiscale oppure non sarebbero stati rieletti.
Ma un comune come Cortina d’Ampezzo è pieno di seconde case che generano gettito e deve offrire pochi servizi, perchè i turisti ad alto reddito hanno poche esigenze.
Al contrario, Napoli ha poche opportunità di fare cassa e deve garantire servizi a centinaia di migliaia di persone a basso reddito che non pagano imposte.
Quindi serve comunque un intervento dal centro che sposti risorse dai comuni che hanno molti soldi e poche esigenze a quelli bisognosi.
La legge sul federalismo del 2009 prevede quindi questo schema: una Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale (Copaff) fissa i costi standard dei servizi e il loro livello minimo — quanto bisogna spendere per avere una corsa di autobus ogni 30 minuti tra periferia e centro? — cosicchè si possano stabilire le esigenze finanziarie di ogni comune.
Se poi un sindaco è privo di risorse per garantire il livello minimo di servizi ha diritto ad accedere a un “fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante”, lo dice l’articolo 119 della Costituzione.
Se ci sono pochi soldi, bisognerebbe avere il coraggio di abbassare il livello dei servizi giudicati essenziali fino al livello che ci possiamo permettere.
Invece Mario Monti ha seguito un’altra linea: ha svuotato il fondo perequativo, sul 2012 ha tagliato 500 milioni di euro e per il 2013 2 miliardi.
Morale: i Comuni hanno perso trasferimenti per 12 miliardi circa, ma nel 2011 hanno ricevuto dal fondo perequativo (cioè sempre da Roma, di fatto) 11,4 miliardi di euro. Nel 2012 soltanto 6,8 e nel 2013 dovevano essere 4,8 miliardi, poi la cancellazione della prima rata dell’Imu (2 miliardi compensati da altri 2,4 la cui distribuzione è da definire) ha reso ancora più incerta la somma.
Non parliamo poi delle incognite sulla seconda rata che vale 2,4 miliardi.
Il governo ha detto ai Comuni che non dovranno riscuoterla, ma nulla si sa su come e dove lo Stato troverà i soldi per compensare il mancato gettito.
Detto in altro modo: i trasferimenti dal governo centrale agli enti locali sono stati ridotti, tra il 2010 e il 2012, del 19 per cento, le tasse locali sono cresciute dell’11.
Ma la spesa finale degli enti locali è calata solo del 5 per cento (e gran parte di questo taglio è dovuto a una drastica riduzione del 22 per cento degli investimenti).
Il conto non è in pareggio e quindi i comuni vanno in default.
Perchè, come ha comunicato la Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale (Copaff) al Fondo monetario internazionale lo scorso 3 luglio, nella finanza regionale “tutte le principali misure di attuazione sono mancanti”.
I debiti che non compaiono nei bilanci ufficiali
Per complicare ancora le cose, il governo Letta ha sostituito il fondo perequativo con un nuovo “fondo di solidarietà comunale”: il 16 settembre il governo ha comunicato di aver erogato — dal ministero dell’Interno — 2,5 miliardi di euro.
Pochini per coprire tutte le esigenze, quale sarà la somma finale non è dato sapere.
Per avere il quadro complessivo bisogna aggiungere due dati.
Ci sono comuni che sono riusciti a evitare il dissesto finanziario, e il conseguente arrivo di un commissario al posto del sindaco, grazie alla legge salva-Napoli del 2012, approvata da Monti, che introduce lo “stato di pre-dissesto” per le città quasi-fallite. Questi Comuni (da Napoli a Campione d’Italia) possono ottenere un prestito di 100 euro per abitante da restituire in 10 anni da un “fondo rotativo”.
Che ruota nel senso che dei 270 milioni ricevuti, ogni anno Napoli dovrebbe rimetterne nel fondo 27, cosicchè altri Comuni possano beneficiare di analogo supporto.
Peccato che, con il calo dei trasferimenti, la crisi e tutto il resto, per le città in pre-dissesto sia sempre più difficile restituire il dovuto.
Secondo dato da ricordare: i debiti fuori bilancio. Per anni i Comuni hanno accumulato passività mai registrate, fatture emesse ma non contabilizzate, soldi da pagare che però non risultavano nel bilancio ufficiale: erano 494 milioni di euro nel 2003, sono arrivati a 1,2 miliardi nel 2012 (ammesso che questa cifra sia definitiva visto che, come ovvio, finchè restano fuori bilancio i debiti sono difficili da contare). Il buco, insomma, è ancora più vasto di quanto sembra.
Stefano Feltri
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Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile
SCIVOLANO GIU’ DE MAGISTRIS, RENZI, FASSINO E TOSI… TRA LE NEW ENTRY ORLANDO E PIZZAROTTI
Piccola rivoluzione anche nell’indice di gradimento dei sindaci, dove anche questa volta (dopo De
Magistris a Napoli lo scorso anno) si impone un primo cittadino del Sud: a svettare infatti è Paolo Perrone, primo cittadino di Lecce, seguito da Mario Lucini (Como) e dall’onnipresente Vincenzo De Luca (Salerno).
Questo almeno a stare al verdetto, relativo al secondo semestre del 2012, della 18/ma edizione dell’indagine di Monitorcittà di Datamonitor, che monitora la percentuale di gradimento dei cittadini per i propri sindaci.
Lo studio ha quantificato anche l’apprezzamento per la qualità dei servizi dove, ancora una volta, si impongono le città del Nord, in questa edizione con Bolzano e Trento.
Perrone, eletto per il centrodestra e al suo secondo mandato, è apprezzato dal 64,2% dei suoi concittadini, e ha guadagnato rispetto al primo semestre 2012 il 4,4%.
Lucini (centrosinistra, eletto a maggio scorso), ha conseguito un gradimento del 63,8%; sale poi dello 0,5% Vincenzo De Luca (centrosinistra), arrivando a quota 63,5%.
Lo studio, ricordano gli autori della ricerca, prende in esame il gradimento dei sindaci che riescono a ottenere più del 55% di gradimento da parte dei cittadini.
Sui 110 comuni capoluogo monitorali sono 49 in quest’edizione quelli che sono riusciti a entrare nella “top 55%” (erano 45 nell’edizione precedente).
Al quarto posto della classifica dei sindaci troviamo il sindaco di Palermo Leoluca Orlando (centrosinistra), con il 63%, e, in leggera flessione, Graziano Delrio di Reggio Emilia (centrosinistra), con il 64,1% (-1,3%).
In sesta posizione il sindaco di Lucca Alessandro Tambellini, eletto a maggio dell’anno scorso, che incassa il 62,5% di gradimento.
Un particolare rilievo viene dato alle città metropolitane, dove svetta il +5% del sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che sale al 61,2% (10/mo), il +4,8% del primo cittadino di Genova Marco Doria (14/mo), forte del 60,7%, il calo del 5,6% del sindaco di Napoli Luigi De Magistris (19/mo con il 59,6%), il -1,8% di Fassino a Torino (20/mo con il 59,2%), il -2,3% di Matteo Renzi a Firenze (39/mo al 56,1%) e la flessione del 5,2% di Massimo Zedda a Cagliari (47/mo con il 55,2%).
New entry al 24/mo posto con il 58,4% il primo cittadino grillino di Parma Federico Pizzarotti, che ha riscosso varie critiche per i punti ancora irrisolti a quasi un anno dalla vittoria.
L’ambito della qualità dei servizi vede ai primi due posti Bolzano e Trento (rispettivamente con il 76,9 e il 69,9% di gradimento), seguite da Reggio Emilia con il 66,1%.
Più distanziate troviamo Belluno con il 63,9%, Pordenone (62,5%), Verbania (61,2%), Udine (59,6%), Biella (59,4%), Sondrio (59,1%) e Aosta (58,7%).
Con la sola eccezione di Siena (15/ma con il 57,9%), i primi 20 posti della classifica sono occupati da città del Nord.
Nella top ten dei sindaci di Datamonitor, 7 risultano eletti nel centrosinistra, che ne acquisisce 37 su 49.
La classifica dei sindaci over 55% ne conta 29 del Nord (erano 22 nel primo semestre 2012), 7 del Centro (-3) e 13 del Sud (-1).
Nessuna donna sindaco, viene sottolineato, è presente nella classifica.
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Febbraio 12th, 2013 Riccardo Fucile
MOLTI SINDACI COSTRETTI A FARE ECONOMIE IMPORTANTI
Oscurati dalla spending review del governo Monti e quasi dimenticati, riemergono i fabbisogni standard del federalismo, e con i nuovi parametri sui quali calcolare il riparto delle risorse, molti sindaci e presidenti di provincia ricominciano a tremare.
Come si era già visto per i costi della polizia locale gestita dai Comuni, e per i servizi alle imprese svolti dalle province, i fabbisogni standard per l’amministrazione generale appena calcolati dalla Commissione sul federalismo fiscale, presieduta da Luca Antonini, mostrano discrepanze clamorose. E molti sindaci dovranno presto fare economie importanti, oppure imporre nuovi sacrifici ai propri cittadini, per poter rientrare nei nuovi limiti di spesa.
A Napoli, per esempio, con il riparto delle risorse basato sulla spesa storica, l’amministrazione generale del comune (quindi il personale, i servizi tecnici, l’anagrafe, il servizio elettorale, la gestione delle entrate fiscali) assorbe lo 0,39 per mille del volume complessivo delle risorse assegnate ai comuni per svolgere quel servizio.
Ma sulla base dei fabbisogni standard, calcolando cioè il costo ottimale del servizio, e non gli sprechi e le inefficienze incrostati nella spesa storica, dovrebbe ricevere appena lo 0,25 per mille.
Quasi un terzo di meno di quanto riceve oggi.
Torino, invece, potrà spendere quasi il doppio nei prossimi anni: in base alla spesa storica il comune guidato da Piero Fassino riceveva (dati di fine 2009) lo 0,11 per mille del totale, mentre con i nuovi criteri potrà contare sullo 0,25% delle risorse, esattamente come il capoluogo campano.
Un bel taglio della spesa, per rientrare nei nuovi canoni, sarà necessario anche al Comune di Roma, che oggi assorbe per le funzioni di amministrazione lo 0,101% del totale, e dovrà scendere allo 0,93 per mille, così come a Firenze e a Bologna.
A Bari la spesa potrebbe addirittura raddoppiare (dallo 0,004 allo 0,008%), mentre a Milano, che ha una spesa storica più bassa rispetto al costo standard potrà crescere leggermente. A Siena, invece, dovrà di fatto essere dimezzata rispetto al livello attuale.
E non è che si stia parlando di operazioni virtuali.
Nel giro di un paio d’anni tutta la spesa per le funzioni fondamentali dei comuni sarà parametrata ai costi standard definiti per ogni singolo municipio.
Dopo la polizia locale (il decreto è già in vigore) e l’amministrazione generale, quest’anno si passerà all’istruzione, poi alla viabilità , ai trasporti, alla gestione del territorio, all’ambiente.
E dal 2015 sindaci e presidenti di provincia riceveranno per il finanziamento delle funzioni fondamentali delle loro amministrazioni solo quanto definito in base al costo standard. Gli amministratori locali, in buona sostanza, hanno ancora tre anni di tempo per portare il costo dei servizi al livello “ottimale”.
Dopodichè, gli eventuali maggiori costi dovranno essere compensati con tagli su altre voci di spesa, o da nuove tasse locali imposte ai contribuenti.
Il tutto, per giunta, dovrà avvenire in modo assolutamente trasparente, perchè i costi standard calcolati dalla Sose per ciascun municipio dovranno essere pubblicati, insieme al valore della spesa storica, sul sito internet del Comune.
Perchè i cittadini possano misurare a prima vista l’efficienza dei servizi offerti, che, come abbiamo visto anche per l’amministrazione generale, è molto diversa da Comune a Comune.
Un discorso che naturalmente vale anche per la gestione delle entrate fiscali, ricompresa nei costi generali considerati da quest’ultimo studio della Commissione, e che in prospettiva diventa ancora più importante, visto che da quest’anno il servizio di riscossione dei tributi, svolto finora da Equitalia, tornerà ai sindaci. Molti dei quali, letteralmente, “dormono” sulle cartelle esattoriali comunali, mentre altri si affannano alla ricerca degli evasori.
La capacità di riscossione dei Comuni, pari a 71,4% nella media nazionale, sale fino all’86,4% tra i Comuni del Veneto, ma crolla al 40% medio in quelli della Campania.
Dove, a parità di tasse dovute, si riscuote la metà delle imposte rispetto al Veneto.
Mario Sensini
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
SCALZATA BOLOGNA, SECONDA E TERZA PIAZZA A SIENA E TRENTO, MAGLIA NERA A TARANTO
È Bolzano la provincia dove si vive meglio in Italia. 
Lo ha sancito la tradizionale ricerca annuale del «Sole 24 Ore» giunta quest’anno alla 23esima edizione e pubblicata sul quotidiano in edicola.
Bolzano strappa la prima posizione a Bologna, classificatasi quest’anno solo decima. Maglia nera per vivibilità è invece Taranto, ancora una provincia del Sud come nel 2011, che scalza dal fondo della classifica un’altra pugliese, Foggia.
LE MIGLIORI
La ricerca – svolta ancora sulle 107 province – si articola su sei settori (tenore di vita, affari e lavoro, servizi ambiente e salute, popolazione, ordine pubblico, tempo libero) costruiti a loro volta su sei indicatori (per un totale di 36), che danno luogo a sei graduatorie di tappa e quindi alla classifica finale. La vincitrice dello scorso anno, Bologna, scende di ben nove posizioni e arriva decima, mentre argento e bronzo vanno a Siena e Trento.
Completano la top ten Rimini, Trieste, Parma, Belluno, Ravenna, Aosta, tutte presenze costanti anche in passato.
LE PEGGIORI
Come detto, si posiziona in fondo alla classifica Taranto che raggiunge il proprio risultato migliore nell’ordine pubblico (54° posto grazie all’incidenza modesta di scippi, borseggi e rapine e di truffe) mentre si ferma al 94° posto in tenore di vita e in servizi-ambiente-salute e al 95° posto nella voce affari e lavoro per registrare i risultati peggiori nel tempo libero e nel settore popolazione (104° e 103° posto).
Ad esempio è messa male sul fronte giovani, visto che la quota sul totale degli abitanti è scesa del 6% in dieci anni ed è al 105esimo posto per l’imprenditorialità¡ dei 18-29enni.
Le due più grandi realtà metropolitane, Milano e Roma, salgono entrambe un paio di scalini (in 17 ª e 21 ª posizione). Il capoluogo lombardo, tra l’altro primeggia nella classifica del tenore di vita.
Ma anche altri territori con più di un milione di abitanti registrano qualche progresso: è il caso di Brescia e Torino (nella prima metà della classifica generale) o di Catania e Palermo (nella parte bassa).
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 23rd, 2012 Riccardo Fucile
PIERCARLO FABBIO (PDL) A GIUDIZIO CON L’EX ASSESSORE ALLE FINANZE… “NEL RENDICONTO ENTRATE PIU’ ALTE DI 6,5 MILIONI E SPESE PIU’ BASSE DI 13,5
Ha portato una città al dissesto finanziario.
Ora è imputato per falso in atto pubblico, truffa allo Stato e abuso d’ufficio.
Si tratta dell’ex sindaco di Alessandria Piercarlo Fabbio, politico del Pdl che ha guidato la città piemontese dal 2007 fino allo scorso maggio conducendola sull’orlo del crac.
Insieme a lui sono accusati degli stessi reati anche l’ex assessore alle finanze della sua giunta, Luciano Vandone, e il direttore economico-finanziario del Comune, Carlo Alberto Ravazzano, che avrebbero preparato il bilancio truccato.
Proprio i due autori materiali del rendiconto falsato non erano in aula, ieri, davanti alla corte presieduta dal giudice Aldo Tirone.
C’era solo l’ex primo cittadino.
Alla sua sinistra c’era il nuovo sindaco di Alessandria, Rita Rossa (Pd), a rappresentare il Comune come parte lesa: “Vogliamo rappresentare i diritti di un’intera comunità danneggiata dalla cattiva gestione — dichiara -. Oggi i cittadini vivono delle difficoltà , mi chiedono se i responsabili pagheranno. Noi speriamo che la giustizia accerti la verità dei fatti e sancisca un risarcimento”.
Secondo il pm Ghio l’assessore alle finanze e il direttore della direzione economico-finanziaria del Comune, con il benestare di Fabbio, avrebbero falsificato il bilancio del 2010 registrando entrate più alte per più di 6,5 milioni di euro e spese più basse per più di 13,5 milioni.
Con questi giochetti finanziari il consiglio comunale del 4 maggio 2011 ha potuto approvare il rendiconto che nascondeva la voragine, quella che poi ha portato il Comune al crac.
Ma non è tutto, perchè stando alla Procura i tre amministratori “procuravano a se stessi e al Comune di Alessandria un ingiusto vantaggio patrimoniale e all’erario statale un ingiusto danno patrimoniale”, perchè i trucchetti nel bilancio del 2010 hanno permesso al Comune di non sforare il patto di stabilità , cioè la norma che pone dei rigidi paletti nei conti degli enti pubblici. Così facendo Fabbio, Vandone e Ravazzano hanno evitato le conseguenze negative imposte dalla legge, come la sospensione dei trasferimenti di fondi dallo Stato, l’impossibilità di spendere più della media del triennio precedente, l’impossibilità di accendere mutui o assumere personale e la riduzione del 30 per cento degli stipendi.
Ma non è tutto, perchè così facendo hanno anche compiuto una truffa ai danni dello Stato poichè — motiva il pm nella richiesta di rinvio a giudizio — hanno indotto “in errore i funzionari statali” evitando un taglio di quasi tre milioni di euro sui trasferimenti statali.
Tuttavia un errore nei documenti potrebbe far rallentare il processo, portandolo un gradino indietro. In sostanza il giudice per l’udienza preliminare che in estate ha rinviato a giudizio i tre indagati ha commesso un errore formale nel documento e gli avvocati hanno chiesto al collegio giudicante di considerare nullo il rinvio a giudizio e chiedere al gup di riscrivere il decreto.
I giudici faranno sapere alla prossima udienza il 30 gennaio la loro decisione.
Nel frattempo la situazione finanziaria della città , che nell’estate scorsa è stata dichiarata in “dissesto” dalla Corte dei Conti ed è stata commissariata dal governo, continua a essere critica, soprattutto per le società partecipate dal Comune che erogano servizi.
La giunta di Rita Rossa (eletta al ballottaggio di maggio contro l’ex sindaco) ha dovuto aumentare i tributi e le tariffe e tagliare i servizi cercando di ridurre il debito accumulato.
Per il momento sono gli alessandrini gli unici a pagare.
Andrea Giambartolomei
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 9th, 2012 Riccardo Fucile
OSSERVATORIO UIL: SULLE PRIME CASE L’IMU E’ AUMENTATA IN UNA CITTA’ SU TRE… SU CHI HA PIU’ IMMOBILI AUMENTI ANCHE DEL 78%
La corsa dell’Imu, la tassa che ha consentito al governo Monti di incassare 23,2 miliardi, è
arrivata ad un passo dal traguardo.
Il termine ultimo per i Comuni per decidere le maggiorazioni sulle aliquote base per la prima casa (4 per mille che può salire o scendere del 2 per mille) e la seconda casa (aliquota base del 7,6 per mille che può salire o scendere del 3 per mille) è scaduto il 31 ottobre. Il 17 dicembre si pagherà il saldo.
In base ad una prima stima, realizzata dall’Osservatorio della Uil servizio politiche territoriali e aggiornata a ieri, sono stati 4.146 i Comuni che hanno già approvato e comunicato al ministero delle Economia le delibere-Imu.
Di questi Comuni, che rappresentano la metà del totale e consento una attendibile stima del trend, la maggior parte ha usato la mano pesante soprattutto sulla seconda casa: ben 3.230 Municipi, pari al 77,9 per cento, hanno deciso di aumentare l’aliquota base; circa 833 sindaci hanno deciso salomonicamente di lasciare le cose come stanno (il 20,1 per cento) e in 83 comuni (circa il 2 per cento) si è optato per una diminuzione.
Con la prima casa la manovra è stata meno pesante anche se non meno dolorosa.
Sui 4.146 Comuni che hanno notificato al ministero dell’Economia la propria decisione il 36,8 per cento (pari a 1.526 centri) ha optato per il rincaro; in molti – pari a ben il 55,8 per cento ovvero 2.313 Comuni – hanno confermato l’aliquota; infine 307 “eroici” Municipi hanno deciso di ridurre sotto l’aliquota base l’Imu sulla prima casa (il 7,4 per cento).
A quanto ammonta il conto per i cittadini?
Il primo bilancio effettuato dai tecnici dell’Osservatorio Uil servizio politiche territoriali, rivela che il combinato disposto delle decisioni prese dalla platea dei Comuni, porta ad una aliquota media dell’Imu pari al 4,36 per mille, circa il 9 per cento in più rispetto all’aliquota base decisa da Monti.
Per le seconde case, come abbiamo visto, la mano dei sindaci è stata più dura: l’aliquota media applicata a questa tipologia di immobili è stata del 9,1 per mille in aumento del 19,7 per cento rispetto all’aliquota base.
Cosa è successo nei grandi centri?
Nei 92 Comuni capoluogo di provincia, per quanto riguarda la prima casa 45 di essi (il 48,9 per cento del totale), hanno mantenuto l’aliquota di base del 4 per mille; 39 città l’hanno aumentata (Roma, Catania, Cagliari, Napoli, Palermo, Ancona, Genova, Torino, Perugia), di queste 9 hanno deciso l’aliquota massima del 6 per mille (Agrigento, Alessandria, Caserta, Catania, Catanzaro, Messina, Parma, Rieti, Rovigo).
Sorprendentemente 8 città (tra cui Vercelli, Trieste, Siracusa, Nuoro, Novara, Biella, Lecce e Mantova) hanno deciso di abbassare l’aliquota sulla prima casa.
Per quanto riguarda, invece, le aliquote per le seconde case, 86 grandi centri (il 93,5 per cento del totale) hanno aumentato l’aliquota per le seconde case: 36 di queste applicano l’aliquota massima del 10,6 per mille (Napoli, Roma, Firenze, Bologna, Ancona, Milano, Venezia). Soltanto 6 grandi centri sono rimasti all’aliquota di base.
La top ten dei rincari è guidata da Roma, ormai una delle città più tassate d’Italia: il costo medio dell’intera imposta Imu sulla prima casa è di 639 euro, seguono Milano con 427 e Rimini con 414. Per la seconda casa in testa sempre Roma (media 1.885), segue Milano (1.793), Bologna (1.747) e Firenze (1.526).
Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)
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Novembre 6th, 2012 Riccardo Fucile
SPESSO EQUITALIA HA USATO METODI AGGRESSIVI E QUALCHE DEBITORE SI E’ SUICIDATO…ORA IL SERVIZIO ANDRA’ IN APPALTO COL RISCHIO DI AFFIDARLO A SOCIETA’ MENO EFFICIENTI
C’è chi festeggia la liberazione dal fisco rapace; chi sta alla finestra in attesa dell’iter parlamentare; chi teme di perdere gettito e chi, al contrario, è convinto che una riscossione diretta aumenterebbe gli incassi.
L’emendamento che libera i Comuni dall’obbligo di farsi riscuotere le tasse da Equitalia trova sul territorio un fronte dei sindaci variegato.
«Ci saranno comuni che svolgeranno il compito con strutture interne e altri che metteranno a gara il servizio coattivo, affidandolo a nuove società che distingueranno tra l’evasore a cui si continuerà a pignorare la casa e a mettere le ganasce all’auto e le persone in difficoltà a cui bisognerà concedere qualche dilazione», esulta Attilio Fontana, sindaco leghista di Varese, la capitale del Carroccio.
Secondo Fontana, che è anche presidente dei comuni lombardi, questa linea «è condivisa da molti colleghi tanto che l’Anci nazionale ha varato una propria agenzia di riscossione tributi operativa a breve».
«Prima di pronunciarmi attendo l’esito parlamentare»: sparge prudenza Flavio Zanonato, sindaco democratico di Padova.
«Per riscuotere direttamente senza Equitalia bisognerebbe strutturare una sezione tributaria comunale, non è cosa semplice. Gli enti locali possono assumere solo un quinto del turnover, dovrei rivedere l’organizzazione interna».
Dopodichè, continua il sindaco veneto, «l’emendamento sembra una bandierina politica della Lega per ottenere consensi strizzando l’occhio al mondo degli evasori». Una specie di surrogato ideologico del federalismo che non c’è. «Un conto è avere un atteggiamento comprensivo per chi è in crisi, un altro verso chi fa il furbo…».
Più laica la posizione del pidiellino Alessandro Cattaneo, giovane sindaco formattatore di Pavia: «Potenzialmente — spiega – è una scelta positiva perchè si apre il mercato alla competizione nei servizi di riscossione, aumentando efficienza e sobrietà nell’approccio al tema tasse. Spesso con Equitalia le cartelle ti arrivavano dopo 2 anni, con super interessi e nessuna possibilità di gestire il contenzioso». Attenzione però al facile trionfalismo.
«Ricordiamoci la mega truffa di Tributi Italia», puntualizza Cattaneo.
«Il tema riscossione è molto delicato, servono competenze. Sarà un lavoro complesso affinare strumenti tributari interni». Ad esempio per accertare se chi è insolvente lo è per motivi reali o perchè conta sull’inefficienza del sistema, «nascondendo» evasione.
Scendendo al sud una posizione interessante è quella di Vincenzo De Luca (Pd), primo cittadino di Salerno, isola felice campana.
«Personalmente ripristinerei il meccanismo del ‘riscosso per non riscosso’.
Una volta noi davamo ad Equitalia mandato per riscuotere 70 milioni di euro e loro ci anticipavano l’80%: in questo modo erano incentivati nella riscossione. Oggi è difficile”
Marco Alfieri
(da “La Stampa“)
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Ottobre 9th, 2012 Riccardo Fucile
SI TRATTA DEL PRIMO CASO DI UN CAPOLUOGO DI PROVINCIA… ALLA BASE LE INCHIESTE DELLA DDA SULLA SOOCIETA’ MULTISERVIZI E SU UN CONSIGLIERE COMUNALE… COLLEGAMENTI CON LA COSCA TEGANO
Il Consiglio dei ministri ha deciso all’unanimità lo scioglimento del Consiglio
comunale di Reggio Calabria.
Lo ha annunciato il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi.
“Non è uno scioglimento per dissesto”, ha precisato, ma per “contiguità e non per infiltrazioni” mafiose.
Lo scioglimento, ha proseguito, è stato “un atto preventivo e non sanzionatorio, una decisione sofferta, documentata, studiata e approfondita”, fatta “a favore della città ”.
Il ministro ha sottolineato che “è la prima volta nella storia d’Italia che viene sciolto il consiglio comunale di un capoluogo di provincia“.
La Commissione d’accesso al Comune di Reggio Calabria, la cui relazione sta alla base dello scioglimento, è stata nominata il 20 gennaio scorso dall’allora prefetto di Reggio Luigi Varratta, e si è insediata il 24 gennaio.
Il 13 luglio ha concluso i suoi lavori e nelle settimane successive è stata inviata al Viminale una relazione dal nuovo prefetto Luigi Piscitelli.
La Commissione ha avuto mandato a “indagare” su due ambiti: le inchieste della Direzione distrettuale antimafia sulla società partecipata Multiservizi e su quella che ha portato all’arresto del consigliere comunale Giuseppe Plutino, per stabilire se potessero esserci stati condizionamenti dell’attuale amministrazione guidata da Demetrio Arena, eletto nel maggio del 2011.
Per i prossimi 18 mesi la città sarà amministrata da una commissione di tre membri.
“Speriamo che la città possa trovare la serenità e riprendere il suo cammino”, ha detto ancora il ministro, che ha portato in cdm la richiesta di scioglimento.
“Il governo è molto vicino a Reggio Calabria e farà di tutto per far risorgere questa città , dandole le risorse necessarie e importanti compatibilmente con i mezzi che abbiamo a disposizione”.
La Multiservizi è finita travolta dopo l’arresto, nel 2011, dell’allora direttore operativo Giuseppe Rechichi, accusato di associazione mafiosa e ritenuto il prestanome della cosca Tegano nella società .
A Rechichi, condannato nel luglio scorso a 16 anni di reclusione, il 31 luglio è stata poi notificata un’altra ordinanza di custodia cautelare nell’ambito di un’operazione che ha portato all’arresto di un ex consigliere comunale di centrodestra, Dominique Suraci, al quale avrebbe garantito un apporto elettorale proprio in virtù del suo ruolo all’interno della Multiservizi.
La società è stata sciolta dal Comune nel luglio scorso dopo che la Prefettura aveva negato la certificazione antimafia al socio privato, motivando la decisione con tentativi di infiltrazioni della criminalità organizzata.
Contro la decisione del governo si scaglia Jole Santelli, deputato calabrese del Pdl, che parla di “scelta politica punitiva e umiliante”:
“Dovranno essere molto serie, motivate e approfondite le motivazioni e le valutazioni che hanno portato il ministro Cancellieri ad una decisione simile”, afferma.
Una decisione “puramente discrezionale e quindi politica. La città non si difende nominando commissari”.
Tra i “big” nazionali, il segretario del Pd Pierluigi Bersani parla invece di una decisione che “deve farci riflettere sulla gravità dellla situazione nel nostro Paese” rispetto alle “infiltrazioni delle organizzazioni criminali”.
Per il leader di Sel Nichi Vendola, ex vicepresidente della Commissione antimafia, sottolinea “quanto la cattiva politica in contiguità con la ‘ndrangheta abbia soffocato il passato e soffochi il presente e il futuro di questa terra meravigliosa”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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