Ottobre 29th, 2020 Riccardo Fucile
UN MARCHETTARO DALLE MILLE FACCE
L’errore sta nel ritenerlo un politico, che ragiona da politico, che agisce da politico, mentre
Matteo Salvini è solo un influencer, che infila delle serie ragguardevoli di stecche, che annusa il vento e che immagina la sua posizione semplicemente all’opposto rispetto alle decisioni del governo.
Come se fare opposizione sia sbattere i piedi, dire no no no e ripetere che il pallone è suo e che alla fine non si gioca, se non si gioca come dice lui.
Così accade che, se lo spazio vuoto diventa quello dei No Mask o dei negazionisti, lui ci si butta subito dentro, analizzando i logaritmi dei social e proponendosi come padre adottivo di temi che infiammano la rete.
Non è nemmeno un influencer, a pensarci bene, nemmeno quello: un influencer piazza un prodotto e invece Salvini non ha nemmeno il prodotto. Semplicemente cavalca qualcosa che già c’è sotto traccia e ci si siede sopra per covarlo con l’ambizione di rappresentarlo
Così si ritrova, confidando nella memoria breve dei suoi elettori, a dire nel giro di qualche ora che non ci sarà nessuna seconda ondata e, quando l’ondata del virus arriva, cambia rotta accusando gli altri di essere irresponsabili, quella stessa irresponsabilità che ha vomitato per mesi.
Un marchettaro dalle mille facce che, non avendo idea, deve per forza fotografarsi con i prodotti e con le idee degli altri fingendo che siano sue, come un avvoltoio sempre pronto a fiutare qualche nuovo malcontento per cavalcarlo senza nessun senso di responsabilità .
E le sue figuracce si moltiplicano, a dismisura. Negli ultimi giorni qualcuno sperava che almeno si nascondesse, che chiedesse scusa, che guardasse i numeri della “sua” Lombardia e che ci spiegasse per bene cosa stia avvenendo. E invece eccolo qui, ancora, che prova a dare lezioni mentre sta accadendo per l’ennesima volta l’esatto contrario di quello che aveva previsto.
Ma la parabola di Salvini si potrebbe spiegare con il suo rapporto con il cibo, quello è un manifesto perfetto: ha cominciato fotografando cibo tutti i giorni, si è fatto immortalare mentre sbaffava cibi italiani in nome del patriottismo culinario e ieri, nel Paese dei cuochi, è riuscito perfino a farsi cacciare dai ristoratori.
Immaginate una Ferragni che viene rincorsa mentre le lanciano dietro le sue scarpe: potrebbe accadere? No, a un influencer no, ma a Salvini sì.
E non se ne vergogna nemmeno un po’. Ma, in fondo, i cuochi che cacciano l’aspirante food blogger è l’ennesima fotografia di quello che Salvini vale.
(da Globalist)
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Ottobre 29th, 2020 Riccardo Fucile
UNA TESI A RADIO ANCH’IO, QUELLA OPPOSTA SU TWITTER
“Un lockdown? Se ci sono le necessità di farlo è giusto farlo”. Dopo giorni di proteste contro le chiusure previste dal nuovo Dpcm anti-Covid e settimane passate a invocare di mantenere l’Italia attiva ed affrontare l’emergenza coronavirus senza nuove chiusure, il leader della Lega, Matteo Salvini, intervistato da Radio Anch’io questa mattina ha virato verso toni più prudenti e moderati.
Qualche ora dopo, però, su Twitter ha fatto una controsterzata: “La chiusura totale? Sarebbe un disastro”.
In mattinata, in radio l’esponente del Carroccio ha sottolineato che, senza un arresto dei contagi da coronavirus, la soluzione, “se necessaria”, potrebbe essere un nuovo lockdown, come a marzo. Ma, sottolinea Salvini, “mi auguro che non ce ne sia bisogno. Però, siccome la vita viene prima di tutto, se serve il lockdown si fa”.
Non una vera e propria svolta nell’atteggiamento nei confronti del governo e delle misure restrittive per la lotta al Covid19, ma una sterzata, quella di Salvini, frutto della presa d’atto che i contagi continuano ad aumentare e la situazione sta peggiorando di giorno in giorno.
Dopo qualche ora, però, il leader del Carroccio ha fatto retromarcia e poco prima del suo intervento al Senato sull’informativa del premier Cnte sul Dpcm, Matteo Salvini ha pubblicato su Twitter un post in cui si schiera nuovamente contro ogni ipotesi di lockdown in Italia. “Chiusura totale? Sarebbe un disastro (non tanto per Conte), ma soprattutto per gli italiani. Bisogna lavorare per evitarlo, a ogni casto, tra le altre cose con cure e tamponi a casa”, scrive Salvini.
Che in una sola mattina dice tutto e il contario di tutto.
(da agenzie)
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Ottobre 27th, 2020 Riccardo Fucile
CHI NON VA AL RISTORANTE, AL CINEMA O IN PALESTRA PAGHERA’ COME SE CI ANDASSE, INUTILE NASCONDERLO
La quantificazione degli aiuti in soldi, il rimando rassicurante al bonifico diretto sul conto corrente, le date precise per gli accrediti, persino le simulazioni per un ristorante piuttosto che per una palestra.
C’è una ragione, meglio una necessità , che impone a Giuseppe Conte di iniziare da qui il racconto dell’ennesimo capitolo della partita che vede contrapposti il Governo e il virus.
Ancora una volta da palazzo Chigi, ancora una volta a sera e a ridosso dei tg, ancora con l’approccio analitico utilizzato nel racconto parallelo, quello delle restrizioni che si sono susseguite con i vari Dpcm.
La necessità è tutta qui, nel provare a chiudere le crepe che si sono aperte sul Paese dopo l’ultimo giro di chiave – dalle proteste pacifiche dei commercianti a quelle violente delle piazze delle grandi città – con la rassicurazione che il conto economico dei nuovi sacrifici lo paga il Governo. Con 6,4 miliardi.
Prima di lasciare la parola ai ministri fidati che siedono accanto a lui, il titolare del Tesoro Roberto Gualtieri e quello dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, Conte allunga le citazioni delle misure contenute nel decreto sugli aiuti a ristoranti, bar, cinema, teatri e a tutte le altre attività che sono finite in lockdown o quasi per via dell’ultima stretta.
La promessa fatta appena due giorni fa, quando sempre in diretta tv aveva annunciato il fermo a un pezzo importante del sistema produttivo, viene chiusa con il via libera del provvedimento in Consiglio dei ministri e la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale entro la mezzanotte. Ma non basta.
Perchè da domenica a oggi nel Paese ha preso forma il dissenso. Quello dei commercianti che mercoledì scenderanno in piazza, quello dei taxi che sfilano sotto il ministero dell’Economia proprio quando è in corso la conferenza stampa a palazzo Chigi.
Quello dei tafferugli coordinati che scuotono piazza del Popolo, nel cuore di Roma, sempre in contemporanea alla presentazione del decreto sugli aiuti. Quello degli scontri di Napoli e delle vetrine dei negozi sfondate a Torino.
E poi il dissenso interno alla maggioranza, con Matteo Renzi che ha chiesto di riscrivere il Dpcm e i suoi a tallonare, riunione dopo riunione, il resto del Governo.
Per questo Conte deve aggiungere un passo all’elenco dei soldi e delle misure. Prova a posizionarsi nel campo degli imprenditori e delle partite Iva. Così: “Non ci sfuggono le difficoltà e i sacrifici chiesti, ma avevamo promesso aiuti rapidi e consistenti e così sarà , ma voglio chiarire che non abbiamo operato scelte indiscriminate perchè per noi non ci sono operatori economici di serie A e di serie B”.
Il tentativo è evidente: tenere la protesta pacifica fuori da quella violenta, giustificando la prima e condannando la seconda, rafforzando il messaggio che il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese lancerà pochi minuti dopo la conferenza stampa, con l’appello diretto ai cittadini a prendere le distanze dai violenti.
Ma il nuovo capitolo del racconto del premier non può eludere la questione sanitaria, tra l’altro nel giorno in cui i contagi sono schizzati a quota 21.994.
“Non possiamo illuderci che con una curva che continuare a salire le persone possano andare continuamente in giro, in palestra o al ristorante senza timori”, è la premessa che introduce di nuovo il rischio del burrone, quel lockdown che si sta cercando di evitare in tutti i modi e che tuttavia viene sempre citato. Per saldare, e allo stesso tempo per giustificare, il patto con il Paese su restrizioni e soldi, c’è la sottolineatura della necessità delle ultime restrizioni: “Queste misure sono necessarie per evitare che il nostro sistema economico venga danneggiato in modo irreparabile”.
Il tentativo del premier è sempre imposto dall’emergenza ed è sempre lo stesso da settimane, quello cioè di tenere insieme le ragioni del Pil con quelle della salute.
Solo che questo equilibrio, già precario e scivoloso da tempo, è saltato sull’onda delle proteste e quindi le ragioni ora sono diventate tre.
E quindi è più difficile trovare la quadra di una questione che genera altre questioni perchè gli aiuti dividono il fronte dei beneficiari, con i taxi che hanno già indetto lo sciopero e con il mondo dello sport in subbuglio per il tiro degli aiuti previsti.
Nel quotidiano e obbligato sforzo di lavorare per non farsi scavalcare dal passo del virus, dalla crisi economica che morde e ora anche della rabbia sociale, la puntata odierna registra l’appiglio ai nuovi aiuti.
Anche a costo di tirare la corda delle finanze pubbliche, che il titolare del Tesoro deve definire in ottima salute e pronte ad affrontare anche uno scenario nefasto proprio perchè da più parti viene paventato il rischio di una crescita zero a fine anno e di un ricorso a nuovi aiuti.
Sul piatto vengono messi 6,4 miliardi ad appena nove giorni dalla manovra che ne ha stanziati 39 e dai 100 miliardi di deficit che è il conto di tutti i decreti anti Covid approvati da marzo a oggi.
Ma le necessità del momento impongono un nuovo sforzo, con aiuti che saranno fino a quattro volte più consistenti rispetto a quelli erogati con il decreto Rilancio di maggio. Il decreto battezzato Ristoro dice questo: lo stanziamento più consistente possibile, che passa dalla necessità di mettere mano ai risparmi in cassa, una platea il più onnicomprensiva possibile, dai ristoranti agli ostelli della gioventù, altre sei settimane di cassa integrazione Covid.
La coperta si allunga ancora una volta e guarda già al guado delicatissimo di fine anno, quello spartiacque fissato dal Governo tra la crisi e il rimbalzo.
Ecco perchè il blocco dei licenziamenti viene prorogato fino al 31 gennaio, così come i pignoramenti. Ed ecco perchè nel decreto Ristoro ci sono soldi per tutti, ancora per la sanità e per la scuola. Il conto resta aperto.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 26th, 2020 Riccardo Fucile
LA GAFFE DEL GOVERNATORE IN CONFERENZA STAMPA E’ DIVENTATA VIRALE
Un’espressione molto in voga nel mondo dell’informazione recita: ‘Il condizionale è
d’obbligo’. Ma, spesso e volentieri, lo è anche il congiuntivo.
E durante la conferenza stampa odierna dalle stanze della Regione Veneto, il Presidente Luca Zaia ha litigato con la lingua italiana, uscendo sconfitto.
Parlando dei sacrifici fatti dai cittadini veneti nel corso dei precedenti mesi di emergenza sanitaria (parlando delle chiusure, del lockdown e delle limitazioni ad attività e spostamenti), Zaia litiga con il congiuntivo.
Poi, provando a sdrammatizzare, dice di dover riuscire a pronunciare quella frase con il condizionale giusto. Peccato che il ‘modo’ corretto fosse il congiuntivo.
«Siamo stati i primi a riconoscere che il sacrificio che hanno fatto i veneti dovesse essere… poi ri… stato, fosse… dovesse essere stato. Fosse stato… vabè, mi sono incasinato coi verbi».
Insomma, Zaia litiga con il congiuntivo anche se lo stesso Presidente Veneto, nel tentativo di sdrammatizzare, conclude la sua gaffe aggiungendo un nuovo tassello: «Lo devo dire con il condizionale giusto».
L’errore, ovviamente, non è passato inosservato all’occhio vigile dei social che, prontamente, hanno ironizzato sulle parole del leghista in conferenza stampa.
La rete non perdona. Neanche oggi.
(da agenzie)
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Ottobre 24th, 2020 Riccardo Fucile
“RISTORANTI NON CHIUDANO ALLE 18 MA ALLE 23″…LA SCUSA RIDICOLA: “IL GOVERNO NON HA ANCORA GARANTITO I RISTORI”
“Continueremo a seguire la nostra linea di rigore, senza cambiare di una virgola, come è nostro dovere fare”. Tira dritto il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, dopo gli scontri di ieri sera a Napoli, ma nel pomeriggio l’esito della Conferenza Stato-Regioni lo costringe a rinviare l’annunciato lockdown della Campania.
Primo motivo: il Governo non intende “assumere drastiche misure restrittive a livello nazionale, quindi diventa improponibile realizzare misure limitate a una sola regione, al di fuori quindi di una decisione nazionale che comporterebbe anche incontrollabili spostamenti al di fuori dei confini regionali”.
Secondo, l’assenza al momento di un piano socioeconomico di ristori, che De Luca ha sempre detto di considerare essenziale prima di varare drastiche chiusure.
Intanto il governatore si differenzia su due questioni cardine del nuovo dpcm: la didattica a distanza a suo avviso deve rimanere al cento per cento, con l’eccezione dei soli asili, e i locali pubblici vanno chiusi alle 23 invece che alle 18 come previsto dal nuovo giro di vite nazionale. In assenza di chiusure complessive ”è inutile penalizzare intere categorie”
L’annunciata ordinanza-lockdown di domani non ci sarà , anche se è non è escluso un provvedimento che introduca nuove misure di contenimento dell’epidemia che in Campania continua a correre veloce.
Dopo il pauroso balzo in avanti di ieri (2.280 contagi, nuovo record regionale, su 15.801 tamponi) i dati di oggi fanno segnare una frenata con un incremento di ‘soli’ 1.718 casi
Poichè c’è stato anche un considerevole calo nei tamponi (12.530) la situazione resta in pratica invariata, “a un passo dalla tragedia” come l’aveva definita ieri il presidente della Regione ribadendo l’assoluta urgenza di misure drastiche.
Osservata speciale resta la scuola, che il governatore valuta pericolosa fonte di contagio non per l’attività interna ma per gli assembramenti all’ingresso e all’uscita senza protezioni
Dai dati dell’Unità di crisi si evince che, nelle due settimane successive all’apertura, i contagi nella fascia d’età fino a 18 anni sono cresciuti di nove volte, contro le tre della restante popolazione: un indice che secondo il governatore impone di proseguire con la didattica a distanza.
In sede di conferenza Stato-Regioni, il governatore campano batte su un punto: “Chiediamo al Governo di impegnarsi: a garantire la legalità e il rispetto delle leggi; a mettere a punto immediatamente un piano di sostegno socio-economico per le categorie produttive e per le famiglie. Questo sostegno costituisce una priorità assoluta, al pari delle misure sanitarie, come abbiamo fatto in Campania con un piano economico e sociale scattato contestualmente alle misure restrittive. Da oggi non accetteremo ritardi e interlocuzioni se non si affronta da subito il tema sociale”. Un tema che da ieri è anche questione di ordine pubblico.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 24th, 2020 Riccardo Fucile
DIVERGENZE CON IL TESTO DEL GOVERNO: VOGLIONO FAR CHIUDERE I RISTORANTI ALLE 23, NIENTE CHIUSURE DOMENICALI E TENERE APERTE PISCINE, PALESTRE, CENTRI SPORTIVI, CINEMA E TEATRI FINO A CHE SOPRAVVIVE L’ULTIMO CLIENTE
Dopo il confronto con il governo che per tramite del ministro Francesco Boccia ha
illustrato i contenuti del dpcm in preparazione in queste ore, la conferenza delle Regioni si è riunita per elaborare le proprie osservazioni. Che, se accolte, modificherebbero sostanzialmente alcune delle misure principali messe a punto da Conte e dai capi delegazione del governo.
La lettera inviata da Stefano Bonaccini in qualità di presidente del consesso dei governatori, chede di “prevedere l’orario di chiusura per i ristoranti alle 23, con il solo servizio al tavolo”, e per “i bar alle 20 ad eccezione degli esercizi che possono garantire il servizio al tavolo”, contrariamente all’idea del governo che prevederebbe una chiusura alle 18 di tutti i servizi di ristorazione. In aggiunta viene chiesto di eliminare l’obbligo di chiusura domenicale attualmente prevista dal testo.
I presidenti chiedono all’esecutivo di ripensare alla chiusura di piscine, palestre, centri sportivi, cinema e teatri “anche valutando i dati epidemiologici di riferimento”, mentre invocano una stretta sui centri commerciali, da chiudere nei fine settimana “con eccezione di alimentari e farmacie”.
Sul fronte della scuola, invece, i governatori premono affinchè la didattica a distanza per le scuole superiori e le università , al momento prevista al 75%, venga innalzata al 100%.
Sul tracciamento, “al fine di rendere sostenibile il lavoro delle Asl in tempo di emergenza riducendo il carico di lavoro dovute alle difficoltà nel contact tracing” la richiesta è quella di destinare “i tamponi molecolari o antigenici solo ai sintomatici e ai contatti stretti quali familiari e conviventi”.
Infine la conferenza delle Regioni fa rilevare “la necessità di prevedere adeguate forme di ristoro per i settori e le attività economiche interessate” dal dpcm, prevedendo un impegno del governo da apporre nero su bianco al testo che verrà emanato.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2020 Riccardo Fucile
AUMENTA LO SMARTWORKING E CALA DEL 20% IL NUMERO DEI PASSEGGERI SUI BUS
“State a casa più che potete. La situazione è seria”, ha detto ieri il ministro della Salute,
Speranza. Un appello rilanciato dal premier Conte che ha invitato gli italiani a “evitare spostamenti inutili”.
Appelli, raccomandazioni, nulla di più. Da parte della politica non arrivano regole certe di comportamento (se non l’invito all’uso della mascherina e al distanziamento) e per questo le persone sembrano prendere sempre più sul serio il tema della “responsabilità individuale” e dell’“autogoverno”, autoproclamandosi in lockdown. In altre parole: in mancanza di un dpcm che lo renda legge, moltissimi italiani hanno deciso per l’autoisolamento: smart working, uscite ridotte al necessario, rapporti sociali solo con i conviventi.
Con la sfiducia nella politica ad altissimi livelli, (secondo un sondaggio Ghisleri su La Stampa, per “il 53.6% degli italiani intervistati, il nostro Paese si è fatto cogliere impreparato soprattutto dal punto di vista sanitario a questa seconda ondata di Coronovaris), un sistema di contact tracing al collasso, un aumento vertiginoso dei contagi che, nel momento in cui scriviamo, viaggiano a un ritmo di 15mila casi al giorno e incertezze sull’arrivo del vaccino, in Italia cresce la paura dei cittadini che sembrano trovare l’unica soluzione, contro l’ansia del contagio, in un lockdown autoimposto.
A supporto di questa tesi, due dati molto interessanti. Il primo riguarda lo smart working. Secondo una ricerca Aidp (Associazione italiana dei direttori del personale) oltre il 68% del campione intervistato ha dichiarato di aver prolungato le attività di smart working anche nella fase di ritorno ad una “nuova normalità ”. La conferma arriva dallo studio dell’Osservatorio “The World After Lockdown” curato da Nomisma e CRIF che stima che nel 2021 almeno 4 milioni di lavoratori lavoreranno prevalentemente in smart working. Nel 2019 erano solo 570mila, oggi circa 1,8 milioni. Basterebbe già questo.
Ma a corredo della ridotta circolazione delle persone, c’è un altro dato, fornito dalle aziende del trasporto pubblico al Governo, che racconta di una fuga dei cittadini da metropolitana, bus e tram: su tutte le principali reti urbane, sostanzialmente quelle delle città , si è passati in media dal 65% al 45% in termini di numero di passeggeri a bordo. A “costringere” le persone a ridurre il movimento e a stare a casa, non sono solo gli appelli alla responsabilità che arrivano dalle istituzioni e dai medici di famiglia, ma soprattutto la paura e la mancanza di altri “strumenti di protezione”.
Secondo una ricerca di Senior Italia FederAnziani, condotta su un campione di 645 over 65, ad esempio, il 57% ha finito col vivere questi mesi in un lockdown permanente perchè più dell’80% del campione è terrorizzato dal Covid.
Ma non sono solo gli anziani ad aver paura del contagio e non è solo la paura a muovere in direzione di una autoregolamentazione. “Non sono certo che ci possa essere un procedimento mentale uguale per tutti, penso che ci siano due meccanismi: uno più virtuoso e uno meno”, ci spiega il Dottor Maurizio Brasini, Psicologo e Psicoterapeuta.
“Noi abbiamo avuto una prima fase di misure restrittive imposte quando ancora si conosceva poco di tutta la situazione e c’è stato qualcuno che ha scelto per noi in maniera chiara. In questa seconda fase quello che abbiamo iniziato a sperimentare è che avremmo avuto una situazione meno chiara. Per questo è scattato un meccanismo virtuoso di responsabilità ”.
Di fronte alla confusione normative la gente si è resa conto di dover iniziare a valutare autonomamente quali sono i rischi. “Si informa, fa delle valutazioni, si dà delle regole scegliendo per sè quello che è meglio. Tanto più che ci sono molte variabili in gioco: ad esempio non sempre colui che decide per noi sceglie il meglio per la nostra salute. E questo a volte comporta che non ci si senta nemmeno tutelati”.
Un esempio potrebbe essere proprio quello relativo allo svuotamento dei mezzi di trasporto. “Io, per dire, ho deciso di non prendere più il treno”, dice Brasini. “perchè per mio senso di responsabilità trovo che il fatto che adesso si possa occupare fino a una capienza dell′80% (nella prima fase la regola era un posto ogni due), è una decisione che a mio avviso non coincide con la tutela della mia salute e quindi mi autoregolamento e non lo prendo”.
Oltre all’autonomia nelle decisioni, poi, c’è anche la paura legata al disorientamento, all’impossibilità di avere delle coordinate: “Ci si sente esposti a una minaccia”, conclude Brasini “e poichè non si hanno strumenti nè per valutarla nè per padroneggiarla, il comportamento della fuga, e quindi dell’autoisolamento, è quello animale di base che abbiamo a disposizione per metterci al riparo”.
(da agenzie)
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Ottobre 20th, 2020 Riccardo Fucile
COME ALL’ASILO: “PERCHE’ A ME UNA TELEFONATA DI UN MINUTO E A FEDEZ E ALLA FERRAGNI UNA LUNGA TELEFONATA?”
A Salvini dà fastidio se Conte telefona a Fedez: “Un presidente del Consiglio che non chiama Fedez e Ferragni che presidente è? Io non contesto. Il presidente del Consiglio ha trovato un minuto di tempo per telefonarmi la settimana scorsa, se preferisce parlare con Fedez è libero di farlo”.
Il leader della Lega ospite a Radio Crc targato Italia ha polemizzato sull’invito del presidente del Consiglio che ha chiesto a Fedez e Chiara Ferragni di fare un appello ai giovani affinchè usino le mascherine.
“Ieri- ha raccontato Fedez in una storia su Instagram — abbiamo ricevuto una telefonata molto inaspettata. Siamo stati messi in contatto con il presidente del Consiglio che ha chiesto un aiuto da parte mia e di mia moglie. Se queste stories, anche in piccolissima parte riusciranno a essere utili, io non posso che esserne contento. Ci è stato chiesto- aggiunge- un aiuto sull’esortare la popolazione, soprattutto quella più giovane, ad utilizzare la mascherina”.
Il rapper ha spiegato ai suoi fan: “Ci troviamo in una situazione molto molto delicata e l’Italia non si puà permettere nella maniera più assoluta un nuovo lockdown. Il destino e il futuro dell’Italia è nelle mani della responsabilità individuale di ognuno di noi. Con un semplice gesto potremo evitare lo scenario tra i più brutti che abbiamo vissuto negli scorsi mesi. Mi raccomando ragazzi, utilizzate la mascherina”.
Il professor Burioni ha spiegato perchè l’idea di Conte è buona: “Trovo molto ingiuste le critiche al Presidente del Consiglio Conte per il fatto di avere chiesto aiuto a Fedez e Chiara Ferragni al fine di convincere la gente, e soprattutto i giovani, a portare la mascherina e a stare più attenti. Nel 1956 la copertura vaccinale negli USA contro la poliomielite balzò dallo 0,5% a oltre l’80%. Sapete quale fu uno dei motivi? Elvis Presley che si fece vaccinare in diretta televisiva”.
E viene spontanea una domanda.
Perchè Conte avrebbe dovuto chiamare Salvini per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’uso della mascherina quando perfino davanti a una forma di pecorino non se l’era voluta mettere?
(da NextQuotidiano”)
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Ottobre 19th, 2020 Riccardo Fucile
SONO PASSATI APPENA DUE ANNI DA QUELLA DICHIARAZIONE
Verba Volant, Scripta Manent, dicevano i latini.
Peccato che nell’era del digitale la concezione di “scritto” si è allargata di molto, arrivando a coinvolgere anche tutti i supporti multimediali e la rete che tiene traccia fedelmente di tutto quello che facciamo.
Avviene così che Carlo Calenda, leader di Azione ed ex ministro dello Sviluppo Economico si candidi, dopo mesi di indiscrezioni e polemiche a sindaco di Roma.
Avviene però che, nello stesso tempo, molti peschino dal web un video di ormai più di due anni fa. In un’iniziativa pubblica del febbraio 2018, tenuta con l’allora premier Paolo Gentiloni e Francesco Rutelli a qualcuno era venuto in mente di fare una domanda scomoda al futuro leader di “Azione”.
Intervistato da un giornalista sull’opportunità di candidarsi a nuovo sindaco di Roma Calenda non ha dubbi: «Neanche morto, mi piacciono altre cose, ma lo devo dire con grande chiarezza, se utilizzassi il lavoro fatto sul tavolo Roma sarei un cialtrone».
Va precisata che l’intervista, ripresa da Repubblica Tv risale a due anni fa, mentre l’annuncio dell’ex ministro è avvenuto ai microfoni di “Che Tempo Che fa” lo scorso sabato.
Nel frattempo la candidatura di Calenda continua a suscitare non poche polemiche con un dibattito che, a sinistra, sembra essere appena cominciato.
(da agenzie)
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