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CROLLANO DEL 47% LE EROGAZIONI PER L’ACQUISTO DI CASE ATTRAVERSO UN MUTUO NEL PRIMO TRIMESTRE 2012

Luglio 9th, 2012 Riccardo Fucile

L’ANALISI DI ASSOFIN, CRIF E PROMETEIA SEGNALANO UN MENO 9,1% GIA’ NEL 2011 RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE

Una sensazione che ora trova conferma con i numeri: nel primo trimestre 2012, le erogazioni dei mutui immobiliari per l’acquisto di nuove abitazioni sono crollate del 47%.
Così secondo la trentaduesima edizione dell’Osservatorio sul credito al dettaglio realizzato da Assofin, CRIF e Prometeia.
Un’analisi che registra una decisa flessione del credito alle famiglie, e non solo per l’acquisto di case.
I FINANZIAMENTI

Succede la stessa cosa anche per altri settori come l’arredamento, l’elettronica, gli elettrodomestici, per cui i finanziamenti sono diminuiti sia nel 2011 (-5,8%) che nel primo trimestre 2012 (-11%).
«In un contesto caratterizzato dalla perdurante incertezza derivante dalla crisi economica e finanziaria ancora irrisolta e da un clima di fiducia che resta su valori minimi – si legge nel rapporto dell’Osservatorio – le famiglie italiane hanno limitato i consumi e si sono dimostrate molto prudenti nell’accensione di nuovi finanziamenti. In particolare i consumi di beni durevoli, per l’acquisto dei quali più frequentemente si ricorre ad un finanziamento, hanno registrato una netta contrazione, mostrando una flessione in linea con quella rilevata per i flussi di credito al consumo».
I MUTUI
Per quanto riguarda i mutui, nel 2011 le erogazioni hanno subito una contrazione del 9,1% rispetto all’anno precedente.
Calo che è diventato un vero e proprio crollo (-47%) nei primi tre mesi del 2012.
A scoraggiare la richiesta di finanziamenti per la casa, l’aumento dei tassi di interesse applicati ai nuovi contratti, ma, ovviamente, anche l’irrigidimento dei criteri di concessione.
Il calo più deciso è però riservato agli altri mutui (per ristrutturazione, liquidità , consolidamento del debito, surroga e sostituzione): dopo il -24,9% del 2011, nei primi tre mesi del 2012 sono scesi dell’80% rispetto allo stesso periodo del 2011.

Corinna De Cesare
(da “Il Corriere della Sera“)

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ULTIMA CHIAMATA: IL VENTENNIO PERDUTO DELL’ITALIA

Luglio 9th, 2012 Riccardo Fucile

DEBITO PUBBLICO, PIL E REDDITI: IL PAESE DELLE OCCASIONI SPRECATE

Dagli all’Europa, che inchioda i cittadini a pagare per scelte su cui non possono decidere.
In questi mesi non si sente altro: se la crisi è diventata una camicia di forza è colpa di Bruxelles e della Bce; se i governi sono costretti all’austerity di bilancio è colpa della moneta unica.
Nel gran ballo mediatico l’Europa è sempre tirata per la giacca: c’è chi la critica perchè avrebbe avallato alla guida dei paesi membri tecnocrati graditi ai mercati internazionali, sospendendo il gioco democratico.
E chi ne vorrebbe di più per imporre alla Germania di Angela Merkel maggiore solidarietà  verso la casa comune europea.
In tutti i casi è diventata l’alibi comodo dei nostri fallimenti, anche se la sua sovranità  è sempre ciò che gli stati nazionali lasciano che sia.
Se ci sono leader coraggiosi progredisce verso gli Stati Uniti d’Europa, dando fondamento alla moneta unica, altrimenti rincula miseramente come in questi anni.
L’impressione è che con il baratro italiano l’Europa matrigna, lo spread, la Bce e l’euro c’entrano nella misura in cui una moneta comune senza istituzioni condivise resta appesa ad ogni vento.
E’ questa l’ambiguità  di Maastricht.
Ma la bassa crescita e le non riforme che ci espongono alla speculazione sono un problema che ci trasciniamo da 20 anni, il riflesso del fallimento della Seconda Repubblica, morta delle troppe promesse mancate di chi (destra e sinistra ognuno pro quota per gli anni di governo) ha preso in mano un paese uscito dall’abisso del 92-93, doveva riformarlo per tenerlo al passo della globalizzazione, invece lo ha ricacciato nel baratro, costringendo i tecnici a tornare in campo. Un’altra volta.
Lo dicono i numeri.
Se compariamo 20 anni dopo i principali indicatori del sistema paese (debito, spesa pubblica, Pil, redditi, evasione, pressione fiscale, produttività , Borsa, dualismo nordsud e commercio mondiale) scopriamo infatti che l’Italia del 2011 ereditata dal governo Monti è messa uguale, se non peggio, al terribile 1993, quando nasce in emergenza la Seconda Repubblica e, da Maastricht, comincia il lungo viaggio verso la moneta unica.
Debito pubblico
Un buco più grande nonostante 800 miliardi di euro di minori tasse.
La crisi mondiale ci restituisce un paese con un debito pubblico che a fine 2011 ha toccato il 122% del Pil, 6,5 punti sopra il livello del 1993, quando il salvataggio della lira varato dai governi Amato e Ciampi avvia la ritirata dello stato imprenditore.
In 15 anni (1993-2007) l’Italia ha fatto meglio di qualsiasi altro paese europeo, privatizzando 186 società  e incamerando 146 miliardi di euro (il 24% di tutte le dismissioni Ue).
Sono gli anni dello yacht Britannia, la leggenda delle privatizzazioni all’italiana, quando i finanzieri anglosassoni avrebbero deciso la spartizione del patrimonio industriale tricolore.
Peccato che, ex post, si sia trattato di una rivoluzione mutilata: il patrimonio netto dello Stato non è praticamente diminuito e la maxi vendita si è ridotta ad una grande operazione di cassa a parziale e temporanea riduzione del debito pubblico (sceso al 103% del 2004 ma poi riesploso oltre il 120%).
Soprattutto, il paese ha gettato al vento la grande occasione dei bassi tassi di interesse. «Per quasi 15 anni, fino alla prima metà  del 2011 — calcola l’economista Giovanni Ferri, ex Banca Mondiale oggi membro del Banking Stakeholder Group dell’Eba — grazie all’euro abbiamo pagato tassi ‘tedeschi’. Contando un calo prudenziale dello spread di 400 punti sul periodo pre euro, si arriva a 60 miliardi di minori interessi l’anno. Ottocento miliardi nei 15 anni di bonus tedesco. Se li avessimo usati per ridurre il debito pubblico oggi avremmo un rapporto debito/Pil del 70% invece che del 120, e non saremmo nel mirino della speculazione. Per questo, un giorno, qualcuno dovrà  chiedere conto ai nostri politici, di destra e di sinistra, che cosa ci avete fatto col bonus tedesco?»
Pil e redditi
Il Paese non sa più crescere: giù ricchezza e produttività 
L’Italia, nord produttivo compreso, nell’ultimo ventennio ha perso per strada un punto e mezzo medio di crescita strutturale, passando dall’1,5% allo «0 virgola» degli anni duemila.
La distanza accumulata rispetto agli altri paesi dell’eurozona vale circa 300 miliardi di minor ricchezza prodotta ogni anno.
Se accorciamo il focus, nel 2010 il Pil tricolore era appena il 3,8% sopra il livello del 2000.
Significa che in rapporto alla popolazione, nel frattempo salita del 6,2% grazie all’immigrazione, è sceso in termini reali del 2,3%.
Si tratta della peggior performance tra i paesi avanzati: ha fatto +7,6% il Giappone (in deflazione da 20 anni), +9,5 la Germania, +11,8 la Francia, +16,7 gli Usa, +18,1 la Gran Bretagna.
Se dunque la crisi mondiale, la speculazione e la dittatura dello spread cominciano dal 2008, la stagnazione italiana è precedente.
Lo dimostra anche la serie storica del Pil pro capite: nel 1990 era del 2% inferiore a quello dei tedeschi, nel 2010 il solco si è allargato al 15%, nonostante i pesanti oneri dell’unificazione tedesca.
Quello con la Francia si è ampliato dal -3 al -7%.
Con Londra si è addirittura passati da un vantaggio del 6% a un delta negativo di 12 punti. Il risultato è che nel 1990 il nostro Pil per abitante valeva il 107% della media Ue, nel 2011 è sceso al 94%.
«Il reddito medio annuo delle famiglie italiane nel 2010, al netto delle imposte e dei contributi sociali, risulta pari a 32.714 euro, cioè 2.726 euro al mese, una cifra inferiore in termini reali del 2,4% rispetto a quello riscontrato nel 1991», conferma Bankitalia. E ancora.
Fatta cento la produttività  (Pil per ora lavorata) degli Usa, nel 1990 l’Italia misurava 87. Nel 2010 è crollata a 75, 12 punti meno.
Dov’è la colpa dell’euro?
Nord-Sud: 20 anni sprecati aumenta il divario tra le due Italie
In termini di reddito prodotto, quello meridionale resta inchiodato al 59-60% di quello del nord Italia.
Un divario cresciuto nell’ultimo ventennio (nel 1993 si attestava intorno al 63%), quando in Italia si afferma il paradigma leghista del Paese duale alla cui base c’è un dogma: il Sud è la palla al piede del Nord.
Il Meridione è solo spreco e il Nord deve liberarsene altrimenti sprofonda. Una lettura dei «territori separati» che ha egemonizzato il discorso pubblico, trasformando il sud nella panacea di tutti i mali del Nord, anch’esso in crisi.
Persino la stagione dei Patti per lo sviluppo promossa da Carlo Azeglio Ciampi, e la strategia di far passare le risorse finanziarie direttamente attraverso le regioni, hanno risentito di questa impostazione localista.
Quel che invece non si è interrotta è la spirale spesa pubblica buona/ spesa pubblica cattiva.
Quella cosiddetta discrezionale, cioè per sussidi e servizi, fatta 100 la quota a disposizione di un cittadino del nord, è schizzata a 106 per ogni abitante del sud; quella in conto capitale, cioè per gli investimenti, fatta sempre 100 la quota girata al nord, al sud è crollata a 87. In sostanza nell’ultimo ventennio (dopo che nel trentennio 1950-1970 si era ridotto di 20 punti) non solo si è riallargato il gap Nord-Sud nelle risorse prodotte, ma si sono perpetuati i vizi nei trasferimenti dallo stato centrale al mezzogiorno: più risorse per consumi e clientele, meno per strade, scuole e infrastrutture.
Economia sommersa
Evasione fiscale invincibile anche dopo Mani Pulite
L’Italia del Dopoguerra è un paese che fonda il proprio accumulo di benessere su una costituzione materiale distorta: un settore pubblico sterminato e inefficiente usato da ammortizzatore sociale; un settore privato e di piccola industria spina dorsale del paese a cui si concede, quasi a compensazione, il vizietto dell’evasione.
Col tempo la prassi degenera: il piccolo «nero» si fa grande evasione, coinvolgendo fette sempre più larghe di popolazione.
Dai «giovani» pensionati ai doppiolavoristi del pubblico impiego e delle grandi aziende private, dalle casalinghe che fanno i mestieri agli insegnanti che danno lezioni private.
Finchè il patto improprio ha funzionato ha prodotto ricchezza per tutti, ma da fine anni 90, con l’ingresso in Europa e la concorrenza globale, il Bengodi è finito. Secondo stime recenti dell’Istat, il valore aggiunto dell’economia sommersa vale tra il 16 e il 17,5% dell’intero Pil.
Vuol dire che nel nostro paese ogni anno circolano abusivamente tra i 255 e i 275 miliardi non dichiarati. In termini di gettito, si tratta di almeno 7 punti di prodotto interno lordo, grosso modo 100 miliardi l’anno di mancati incassi per l’erario.
Una cifra mostre, simile a quella di 20 anni fa, quando il sommerso oscillava tra il 15 e il 18% del Pil.
Se poi guardiamo i redditi dichiarati da imprenditori e liberi professionisti, si scopre che in Italia il peso delle loro tasse sul totale delle imposte riscosse è sceso dal 13,2% del 1993 al 5% del 2010 per i primi, dal 7,6% al 4,2% per i secondi.
Economia sommersa
Borsa e made in Italy
Piazza Affari in caduta libera. Export in frenata
La globalizzazione ha stravolto la mappa economica planetaria, trasferendo a Oriente ricchezza, potere e commerci.
Nella classifica del commercio globale l’Italia è scesa dal 4,8% del 1993 al 3,1% del 2011, dal quinto al settimo posto.
Certo la nostra forza rimane l’export. Ma secondo l’Ocse stiamo rallentando. Nell’ultimo ventennio quello italiano è cresciuto del 113% contro il 260% della Germania e il 152% della Francia.
Nel 1990 le nostre esportazioni valevano il 54% di quelle di Berlino e il 96% di quello di Parigi; l’anno scorso siamo scesi rispettivamente al 32 e all’81%.
Se poi guardiamo alla Borsa, la foresta rimane pietrificata: il 40% delle aziende di Piazza Affari mantiene un’azionista di riferimento pubblico. Lo stesso numero di società  quotate al 2011 (271) è fermo da un decennio.
Nel 1993 erano poco meno: 222. Non basta. Tra le cosiddette multinazionali tascabili del «Quarto capitalismo», meno di 20 sono quotate.
La Borsa nell’ultimo ventennio è dunque servita a fare cassa in vista dell’euro, non a creare un moderno mercato dei capitali.
Il risultato è che a fine 2011 Piazza Affari, con una capitalizzazione pari al 20,7% del Pil, si colloca al 20esimo posto al mondo, preceduta anche dai listini dei mercati emergenti: Brasile (64,9% del Pil), Russia (72,8%) e Sudafrica (207%). E dire che ancora nel 2001 la piazza milanese era ottava al mondo, con una capitalizzazione pari al 50% del Pil.
Tasse
«Flat tax», il sogno tradito della Seconda Repubblica
La progressione delle tasse in Italia comincia negli anni 80, quando la pressione fiscale era del 30%, per salire al 35 a metà  decennio, in parallelo all’esplosione del debito pubblico.
Nel ’92, sull’orlo della bancarotta, sfonda la soglia del 40% per non tornare più indietro, anzi. Il record del 43,9% del 1997 verrà  infranto alla fine di quest’anno quando le tasse saliranno all’astronomico 45,1% (+2,1% sul 2011).
E ancora di più nel 2013, quando la proiezione è di un insostenibile 45,4% nominale, perchè depurato dall’evasione schizza al 55% per chi le imposte è costretto a pagarle fino all’ultimo centesimo.
Solo negli ultimi 7 anni, tra il 2005 e il 2012, la pressione fiscale è salita di 4,7 punti di Pil. In media un punto di tasse in più ogni 532 giorni.
Altro che aliquota unica Irpef al 33%, la mitica «flat tax» annunciata dal Berlusconi del 1994, scritta a chiare lettere nel programma economico firmato Antonio Martino che tanto fece sognare gli italiani.
Se analizziamo la speciale classifica del salasso, calcolata sull’arco temporale 1995-2011, le rispettive coalizioni che si sono alternate al governo ,si sono praticamente equivalse: una media pressione fiscale del 42,6% per i governi di centrosinistra, una media pressione fiscale del 42% per i governi di centrodestra. Entrambi, liberisti immaginari!
Spesa pubblica
Il trionfo del partito unico della spesa (corrente)
Nell’ultimo decennio la spesa pubblica primaria, al netto degli interessi sul debito, è aumentata di 141,7 miliardi di euro (+24,4%).
Toccando, nel 2010, quota 723,3 miliardi (46,7% del Pil), pari a 11.931 euro spesi per ciascun cittadino (1.875 in più rispetto al 2000). Nel 2011 lo stato ha invece speso il 45,5% del Pil, superando il livello del 1993 (43,5%).
La cruda verità  è che nella Seconda Repubblica si è fatto pochissimo per intervenire sui flussi di spesa pubblica.
Tranne il governo Ciampi (-0,54% nel biennio 93-94) e il primo Berlusconi (-1,20% nel 94-95), tutti gli esecutivi l’hanno aumentata: +6% il Prodi 96-98, addirittura +16,9% il Berlusconi 2001-2006, intaccando l’avanzo primario, fondamentale nei paesi ad alto debito per garantire la sostenibilità  dei conti.
Non solo.
In questo ventennio la forte riduzione della spesa per interessi si è accompagnata ad un’esplosione delle uscite correnti, per quasi 2/3 fatte da stipendi della Pa e prestazioni sociali. In un raffronto impietoso 1995-2012 fatto dall’Eurostat, l’Italia è il paese che ha registrato la maggior crescita cumulata di spesa corrente primaria: +5,9% contro il 3,6% della Francia, il 3,3% della Spagna, il -0,8% della Germania e una media dell’Eurozona pari al 2,2%.
Troppe cicale al governo e troppo poche formiche.
Marco Alfieri

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SPENDING REVIEW, SONDAGGIO MANNHEIMER: SETTE ITALIANI SU DIECI FAVOREVOLI, CONTRARIO SOLO IL 20%

Luglio 8th, 2012 Riccardo Fucile

IL 56% DEGLI ITALIANI RINUNCEREBBE A QUALCHE SERVIZIO PUR DI AVERE MENO TASSA…CONTRARIETA’ SOLO AI PREVISTI TAGLI NELLA SANITA’

La maggioranza degli italiani ritiene giusto effettuare i tagli alla spesa pubblica previsti in questi giorni dal governo e dichiara di condividerli.
Seppure con molti distinguo in relazione ai tempi di attuazione degli stessi e, specialmente, ai settori della pubblica amministrazione che vengono colpiti.
A un primo quesito di carattere generale sull’opportunità  dei tagli, il 34% dei cittadini si dichiara decisamente favorevole, a fronte di circa un italiano su cinque (20%) che si oppone nettamente.
La posizione della maggioranza relativa ( altra fetta del 42% di favorevoli con distinguo) mostra però che la pubblica opinione si è un po’ spaventata per la portata dei provvedimenti proposti: pur reputando opportuno diminuire la spesa pubblica, questa porzione di cittadini obietta infatti che gli interventi andrebbero fatti con «più gradualità ».
Appaiono generalmente più favorevoli alle misure proposte i liberi professionisti e i lavoratori autonomi, mentre, come era prevedibile, si rivelano più scettici gli insegnanti, anche perchè, forse, si sentono toccati più da vicino dalle misure in discussione, considerato che la maggior parte dei dipendenti pubblici appartiene al mondo della scuola.
Dal punto di vista dell’orientamento politico, risultano in linea di principio più convinti dell’opportunità  dei tagli gli elettori del Pd, mentre quelli del centrodestra appaiono più perplessi.
La più decisa contrarietà  si registra tra i votanti per i partiti dell’estrema sinistra.
Approfondendo l’analisi, emergono opinioni fortemente differenziate a seconda dell’ambito in cui vanno a cadere i tagli proposti.
Da un lato, la decurtazione delle spese ai ministeri risulta essere il provvedimento più condiviso: lo approvano senza riserve quasi due terzi degli italiani e solo meno del 10% esprime al riguardo un giudizio negativo.
Questo dipende dal fatto che i ministeri vengono visti come l’espressione del potere e della burocrazia «romana», spesso oggetto della critica e del risentimento dei cittadini.
Anche i tagli alle spese per la Difesa vengono visti con favore dalla maggioranza relativa degli elettori, in misura però decisamente più contenuta (45%): aumenta in questo caso la quota di chi suggerisce una maggiore gradualità  e anche quella di chi si oppone decisamente (17%). Un livello di consenso ancora inferiore viene manifestato riguardo alla diminuzione del numero dei tribunali e, specialmente, alla limitazione del numero dei dipendenti pubblici: in questo caso il tasso di approvazione scende al 34% e quello di contrarietà  sale al 24%. Riguardo alla razionalizzazione della spesa sanitaria, viceversa, si registra una netta opposizione della maggioranza (il 58% degli italiani, specialmente i più giovani) e un consenso di poco superiore a un decimo della popolazione (13%).
L’evocazione di un bene prioritario come la salute comporta un timore per la qualità  delle prestazioni.
Probabilmente la necessità  di interventi in questo settore – alcuni, come la chiusura degli ospedali più piccoli, spesso essenziali (lo ha spiegato anche il professor Umberto Veronesi sul Corriere di venerdì) – andrebbe quindi comunicata in modo più esteso e convincente.
Al di là  dello specifico – e delicato – settore della sanità , gli italiani appaiono comunque tendenzialmente persuasi della necessità  dei tagli, anche se, come sempre, gli intervistati esprimono maggiori perplessità  quando si parla del settore cui appartengono o cui sono vicini.
E sottolineano in ogni caso la necessità  di mantenere inalterato il livello dei servizi offerti dalla pubblica amministrazione.
Di fronte all’aggravarsi della crisi, però, si diffonde la disponibilità  a rinunciare anche a parte di questi ultimi, pur di non accrescere la pressione fiscale, rappresentata, ad esempio, dalla minaccia dell’aumento dell’Iva in autunno.
Alla classica (e, com’è talvolta necessario nei sondaggi, inevitabilmente semplificatoria e drastica) domanda se sia meglio pagare più tasse e ottenere più servizi o, viceversa, ridurre il carico fiscale anche a costo di una riduzione di questi ultimi, per la prima volta da molti anni la maggioranza degli italiani aderisce alla seconda ipotesi.
La pressione fiscale è diventata talmente elevata (e, per alcuni, non più sostenibile) da portare la gran parte dei cittadini a rinunciare a qualcosa, pur di non dovere subire ancora più tasse.

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GUIDA AI TAGLI: PROMOSSI E BOCCIATI DEL PIANO SUI RISPARMI

Luglio 7th, 2012 Riccardo Fucile

DALLA A ALLA ZETA: ORA BUROCRAZIA E RICORSI   NON FERMINO LE MISURE

AUTO BLU
Finora si era andati avanti solo con i censimenti. Le auto blu si contavano, ma di tagli reali, pochi o niente. Questa volta la sforbiciata del 50% per acquisto, manutenzione e noleggi di autovetture prevista si applica anche ai buoni taxi.
Sulla carta, un passo avanti netto. Ma per fare i conti finali occorre aspettare.
BENI CULTURALI
Rispetto al nulla del decreto Sviluppo, la spending review prevede un intervento nel settore dei beni culturali. È la soppressione di Arcus, creata nel 2004 per distribuire fondi pubblici a pioggia con criteri assai discutibili mentre siti archeologici importantissimi non vedevano un euro. Bene.
Purchè non vengano tagliati ancora, oltre al carrozzone, anche gli investimenti nel settore. Certo, visto che per la prima volta si punta a tagliare i dipendenti pubblici in eccesso si poteva osare di più: almeno introducendo maggiore flessibilità  nell’orario di apertura dei musei.
CONSULENZE
Il divieto di dare consulenze a dirigenti pubblici appena andati in pensione, per quanto in certi casi specifici possa avere un senso, era stato già  introdotto a Palazzo Chigi.
Ora dovrebbe essere generalizzato.
La pratica, anche in società  statali, è diffusissima. Troppo. Recentemente si era vista proprio alla direzione generale di Arcus.
Resta da chiedersi perchè si sia atteso tanto. In ogni caso meglio tardi che mai.
DIPENDENTI PUBBLICI
L’eliminazione delle consulenze ai pensionati dovrebbe contribuire alla realizzazione di una delle misure centrali della spending review : la riduzione del 10% del numero dei dipendenti pubblici.
Taglio che dovrebbe salire al 20% per i dirigenti e che dovrebbe riguardare tutti gli apparati dello Stato. Una sfida coraggiosa.
Dal comunicato di Palazzo Chigi sembra di capire tuttavia che le amministrazioni periferiche, come le Regioni (dove ci sono le eccedenze di personale maggiori) sono escluse. Ahi ahi… Conoscendo certi governi locali c’è da toccar ferro. Ma lì purtroppo, senza un ritocco costituzionale, il governo ha le mani legate.
ENTI INUTILI
Il decreto stabilisce la soppressione dell’Isvap e della Covip: era ora.
Anche se, dopo aver fatto trenta, si poteva fare trentuno.
Per esempio, affidare compiti degli organismi cancellati alla Banca d’Italia, che dispone in abbondanza di personale ben preparato, invece che a un ente nuovo di zecca (l’Ivarp).
Giusta anche la chiusura dell’Ente per il Microcredito, dell’associazione Luzzatti e della Fondazione Valore Italia. Difficile tuttavia non ricordare com’è andata a finire tutte le altre volte in cui si è decisa la soppressione di enti inutili.
Come diceva Nino Manfredi: « Fusse che fusse la vorta bbona… »
FORNITURE
Le pubbliche amministrazioni spendono ogni anno 140 miliardi per acquistare beni e servizi. L’esperienza insegna che se tutti comprassero servendosi della Consip, creata apposta per gestire in modo centralizzato le forniture pubbliche, si risparmierebbe almeno il 20%.
Con la spending review si fissa ora il principio generale che gli acquisti vadano effettuati in questo modo, salvo che non si riescano a ottenere condizioni migliori.
Interessante la norma secondo cui per alcune forniture particolari, come elettricità , telefonia e carburanti, è obbligatorio servirsi della Consip oppure delle centrali di committenza regionali: chi non segue la regola rischia l’illecito disciplinare.
Sperando che, in un Paese dove nessuno viene chiamato a rispondere delle proprie azioni, alle minacce seguano, contro i «furbetti dell’acquistino», azioni concrete.
GIUSTIZIA
Scuola, università  e ricerca si sono salvate: pare che ci abbia messo una buona parola Giorgio Napolitano.
Destino diverso toccherà  alle strutture giudiziarie. Trentasette tribunali (su 165) e trentotto procure spariranno.
Con loro, 220 sezioni distaccate di uffici giudiziari e centinaia di giudici di pace.
Furibondi i sindacati: «Pagano sempre i cittadini, mai i poteri forti». Sarà .
Ma la sproporzione abissale tra il sovraccarico di personale di certi tribunali rispetto alle carenze drammatiche di altri gridava vendetta al cielo.
Un solo esempio: tempo fa la dotazione di giudici a Mistretta era non solo sette volte superiore a quella di Vicenza, ma tripla perfino rispetto a realtà  calde come Brindisi o incandescenti come Santa Maria Capua a Vetere.
Non sarà  forse «una svolta epocale» come sostiene Paola Severino, ma una riorganizzazione, come dimostrano decine di inchieste giornalistiche, era indispensabile.
HOUSE
Dal primo gennaio del 2014 le amministrazioni pubbliche potranno dare affidamenti diretti alle società  cosiddette « in house », cioè a controllo totalitario, esclusivamente se il valore di ogni singolo servizio è inferiore a 200 mila euro. Vigilare sui frazionamenti.
IVA
Come sarà  sciolto il mistero dell’aumento dell’Iva?
Il comunicato del governo afferma che la spending review consentirà  di evitare l’aumento di due punti dell’Iva per gli ultimi tre mesi del 2012 e per il primo semestre del 2013.
Significa che comunque l’Iva salirà  di altri due punti da luglio 2013, per scendere poi di un punto dall’inizio del 2014? Incomprensibile. Boh…
LOCAZIONI
Pare che nemmeno il ministro Piero Giarda sia venuto a capo di un rebus: quanto spendono le pubbliche amministrazioni per affitti di uffici e locali?
A scanso di equivoci, è previsto che vengano rinegoziati i canoni, per risparmiare almeno il 15%.
E che poi si faccia una ricognizione degli immobili demaniali che possono essere usati per gli uffici pubblici. Finalmente!
Purchè anche la Consip risolva il suo contratto. Il soggetto che ci deve far risparmiare paga infatti per la sua sede un affitto di 2,3 milioni l’anno al netto dell’Iva: 638 euro al metro quadrato.
Più caro della carissima pigione che la Camera paga per i palazzi Marini.
MEDICINE
Aumenterà  lo sconto obbligatorio per i farmaci forniti al Servizio sanitario nazionale. Bene!
Lo sfondamento della spesa farmaceutica sarà  anche a carico dei fornitori. Bravi!
Gli importi e i volumi di fornitura dei dispositivi medici saranno ridotti. Bis!
Purchè si metta mano al più presto al problema posto della caccia ai pazienti da parte di studi e associazioni che hanno scoperto l’affarone delle denunce contro ortopedici, chirurghi, otorini e così via.
I quali, costretti a difendersi, in mancanza di una legge chiara, ricorrono ad assicurazioni sempre più care e prescrivono analisi e farmaci e controlli anche superflui per evitare al massimo i rischi.
Una «medicina preventiva» che costa, secondo certi calcoli, 12,6 miliardi l’anno, cioè l’11,8% dell’intera spesa sanitaria.
NOMINE
Chi glielo spiega adesso ai politici trombati che le poltrone sono sempre meno?
C’è una regola che fissa a un massimo di tre i posti nei consigli di amministrazione delle società  a totale partecipazione pubblica. Non solo.
Due su tre devono essere dipendenti pubblici.
Uno solo potrà  essere esterno, col doppio incarico di presidente e amministratore delegato. Le società  statali in questa situazione (per esempio il Poligrafico dello Stato) non sono molte. Speriamo soltanto che sia d’esempio per le migliaia di aziende controllate dagli enti locali. E più ancora nelle regioni a statuto speciale. Dove l’andazzo va avanti come prima, quasi che la crisi riguardasse solo il resto del Paese.
OSPEDALI
Alla fine l’hanno avuta vinta: gli ospedali con meno di 120 posti letto evitano la chiusura anche stavolta. Un film già  visto.
Qualunque cosa riguardi le Regioni non si può toccare: pena il rischio di un ricorso (perso in partenza, ovvio), alla Consulta.
Se poi c’è di mezzo la sanità , che fa girare ogni anno 110 miliardi, lasciando qua e là  spazi enormi alle clientele, apriti cielo!
Diciamolo: il governo era frenato in partenza da questi lacci e lacciuoli iper-autonomisti.
Ma diciamo la verità : o si modificano queste competenze, o non si farà  mai un passo avanti.
PROVINCE
L’accorpamento delle Province, anzichè l’abolizione pura e semplice, era stato studiato proprio per evitare rogne davanti alla Corte costituzionale.
Ma il progetto della Funzione pubblica ha rischiato di fare la stessa ingloriosa fine della proposta avanzata la scorsa estate da Roberto Calderoli ed evaporata miseramente in poche ore. Il governo si è salvato in corner con l’impegno di predisporre un provvedimento ad hoc nel giro di venti giorni. Vedremo.
Intanto, a quanto pare, è saltato uno dei tre parametri fissati per lasciare in vita una provincia: avere nel proprio territorio almeno cinquanta Comuni. Non è un bel segnale.
QUASI PENSIONATI
I risparmi della spending review , dice la presidenza del Consiglio, faranno tirare un sospiro di sollievo ad altri 55 mila dei famosi «esodati».
Che potranno così andare anche loro in pensione. Una conferma ulteriore che i lavoratori rimasti nel Limbo, senza stipendio nè assegno di previdenza, erano molti più di 65 mila.
Altre sorprese in arrivo?
RICOSTRUZIONE
Monti ha promesso che grazie alla revisione della spesa ci saranno due miliardi in due anni per riparare i danni del terremoto.
Era il minimo del minimo, per i cittadini dell’Emilia Romagna.
Resta il tema: a quando un serio programma di prevenzione?
SPESE MILITARI
«Le Forze armate ridurranno il totale generale degli organici in misura non inferiore del 10%». Un sacrificio inferiore al resto della pubblica amministrazione.
Tutto qua? E gli stanziamenti per gli armamenti? E i privilegi ingiustificati degli alti gradi militari? Ci si può accontentare dell’«accelerazione della procedura di vendita degli alloggi di servizio di proprietà  del ministero della Difesa»?
TAGLI
Tagli, sempre tagli, fortissimamente tagli. La spending review prevede anche un giro di vite, com’era intuibile, ai trasferimenti dal centro alla periferia. Giusto.
Dal prossimo anno le Regioni ordinarie rinunceranno a un miliardo. La crisi è crisi.
Le Province, a un altro miliardo. La crisi è crisi.
Ai Comuni, invece, toglieranno due miliardi: e qui, però, la rasoiata rischia di essere tremenda.
Pagano sempre gli enti locali più vicini ai cittadini, e i sindaci spesso si devono far carico di tutti i problemi.
Come lo spiegheranno quegli amministratori, ai loro amministrati, che devono tagliare altri servizi mentre alcuni pezzi dello Stato subiscono appena appena una spuntatina?
UFFICI
Agli impiegati pubblici toccherà  stringersi. Non avranno a disposizione che fra 12 e 20 metri quadrati per addetto.
Riduzione degli spazi, riorganizzazione delle strutture, interventi di manutenzione più razionali: il tutto per risparmiare un bel po’ di quattrini. Perfetto.
Ciò che capiamo meno è perchè «una parte degli avanzi di gestione (cioè dei risparmi, ndr ) dell’Agenzia del Demanio» dovrà  essere destinata «all’acquisto di immobili per soddisfare le esigenze allocative delle amministrazioni dello Stato».
Fateci capire: sono troppi o troppo pochi, i possedimenti immobiliari pubblici?
VALORIZZAZIONE
Parola che non può mai mancare. Qui c’è due volte: per dire che saranno rese «più efficaci» le disposizioni per «la valorizzazione» a fini economici di immobili pubblici e che pure le società  immobiliari pubbliche che hanno come scopo «la gestione e valorizzazione» del mattone di Stato beneficeranno di un trattamento fiscale «di favore».
Dopo tutte le fesserie fatte con la scusa di «valorizzare» i nostri beni è obbligatorio vederci chiaro.
ZAVORRA
Una spending review che si rispetti non può che concludersi con un auspicio. Che la zavorra non la blocchi. Che le misure di buon senso (ce ne sono, e benvenute) non finiscano per impantanarsi in ricorsi al Tar o al Consiglio di Stato.
Che la burocrazia statale, mai così potente quando sono in discussione le sue prerogative e i suoi privilegi, rinunci per una volta a gettare sabbia negli ingranaggi.
Perchè, anche se qualcuno ancora non se n’è reso conto, siamo tutti sulla stessa barca.

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)

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IL MINISTRO DELLA SALUTE BALDUZZI: “NESSUN TAGLIO ALLE CURE PER I PAZIENTI”

Luglio 7th, 2012 Riccardo Fucile

L’INTERVISTA: “LA VERA SCOMESSA E’ IMPARARE A SPENDERE MEGLIO”

La lunga notte della spending review si fa ancora sentire ma il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha voglia di parlare e spiegare che sì, il taglio di 4,5 miliardi (non più 5) lo preoccupa ma che si è riusciti a farlo senza tagliare i servizi ai cittadini.
Che le Regioni potranno ricontrattare tutte le misure purchè i saldi restino invariati.
Che la riforma dei ticket fatta introducendo le nuove franchigie si deve fare per garantire maggiore equità .
Mettendo in chiaro che i 2 miliardi messi in cascina da Tremonti per il 2014 però dovranno arrivare.
E sugli ospedali assicura: abbiamo evitato pericolosi tagli con l’accetta ma gli ospedaletti inefficienti e i reparti sottoutilizzati dovranno essere chiusi.
E se non lo faranno le Regioni scatteranno i poteri sostitutivi.
E’ stata un battaglia difficile ?
«Ho letto di duelli all’arma bianca. Capisco che a voi giornalisti questo serve a far notizia ma in realtà  c’è stato solo un confronto serio, che alla fine ha visto prevalere la ragionevolezza».
Però la Sanità  lascia sul terreno 5 miliardi che si sommano agli 8 della manovra Tremonti delle scorso anno. Non è che a furia di grattare buchiamo il fondo del barile?
«Prima di tutto chiariamo che il taglio è di 4,5 miliardi e non 5,900 milioni il primo anno e poi 1,8 i successivi. Ma è chiaro che la sommatoria con le manovre precedenti ha creato una ragionevole preoccupazione».
E’ anche sua?
«Come ministro della Salute a contatto quotidiano con le realtà  sanitarie regionali non posso che farmene carico. La Sanità  è stata chiamata a contribuire per il 20% dell’intera operazione di revisione della spesa e abbiamo cercato di farlo senza intaccare direttamente i servizi offerti ai cittadini ma agendo con misure per spendere meglio. Certo, questo richiede alle diverse realtà  regionali di cogliere una sfida comunque difficile. Ma sono convinto che il nostro sistema saprà  vincerla».
Le Regioni però sono sul piede di guerra…
«A loro dico che la spending è solo il tassello di un percorso più complesso, che deve svilupparsi all’interno del nuovo Patto per la salute. Convocherò le Regioni a giorni e spiegherò che nel decreto c’è una clausola che consente di modificare le misure. Ma a saldi invariati perchè non possiamo promettere di investire risorse che non ci sono».
Presenterà  anche la proposta del pagamento a franchigia che dovrebbe sostituire gli attuali ticket?
«Da parte di diverse regioni ho già  riscontrato l’interesse ad approfondire quella che resta una proposta. Ma abbiamo il dovere di farlo perchè altrimenti dal 1° gennaio 2014 avremmo un aumento indiscriminato dei ticket per oltre 2 miliardi di euro, previsto dalla manovra del precedente governo. E questi si che manderebbero in tilt il sistema».
Ma dalle tasche dei cittadini sempre 2 miliardi in più dovranno arrivare…
«Il gettito deve essere quello. Non possiamo far finta di non avere vincoli finanziari. Ma un conto è varare un aumento indiscriminato di ticket che colpirebbero solo metà  della popolazione non esente. Un altro è far pagare tutti ma meno e in rapporto alle condizioni di reddito e al nucleo familiare. E’ una questione di equità ».
Torniamo alla spending. Sulla chiusura dei piccoli ospedali ha vinto lei, no?
«Non ho vinto, ho solo fatto capire che non è il modo migliore di razionalizzare la rete ospedaliera chiudere gli ospedali da Roma con un taglio lineare sotto i 120 posti letto».
Eppure sotto quella linea di demarcazione si dice che gli ospedali siano anche pericolosi.
«No, perchè ci sono anche piccoli ospedali mono-specialistici che svolgono una funzione importate. Altri garantiscono il servizio in zone disagiate di montagna. Ci sono centri di medicina interna, per le cure oncologiche o l’assistenza geriatrica che hanno ragione di esistere se operano in rete col territorio. Tagliare con l’accetta non serve».
Allora tutto resterà  come prima?
«No, perchè nel decreto c’è una clausola di salvaguardia dove si dice che le Regioni devono avviare una verifica sugli standard di qualità  ed efficienza e poi chiudere chi non vi rientra».
E se non lo faranno?
«Scatteranno i poteri sostitutivi».
Ma ci sono anche grandi ospedali con reparti sottoutilizzati tenuti aperti solo per garantire il posto al primario mentre altrove le liste d’attesa esplodono…
«E’ vero, e il decreto interviene anche lì riducendo i posti letto al tasso di 3,7 ogni mille abitanti e non sarà  un taglio lineare perchè c’è una clausola che prevede proprio la chiusura delle unità  operative complesse sottoutilizzate».
Sull’industria farmaceutica siete andati giù pesanti. Non c’è il rischio di disinvestimenti?
«Alla fine si è inciso meno di quanto previsto. E poi nel decreto sanitario che sto mettendo a punto si daranno maggiori certezze sui tempi di autorizzazione alla commercializzazione dei nuovi medicinali e sulla tutela brevettuale. Tutte cose che compensano il sacrificio richiesto oggi».

Paolo Russo
(
da “La Stampa”)

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L’INTERVISTA INTEGRALE A JORG ASMUSSEN DELLA BCE: “L’ITALIA PUO’ FARCELA SE PUNTA SULLA CRESCITA”

Luglio 7th, 2012 Riccardo Fucile

 IL BANCHIERE TEDESCO, EX VICEMINISTRO DELLE FINANZE: “C’E’ UNA SPACCATURA TRA NORD E SUD DELL’EUROPA”

Dal 34° piano dell’Eurotower la vista della “Mainhattan”, la skyline delle grandi banche affacciate sul Meno, è spettacolare.
Jà¶rg Asmussen ha l’aria rilassata, nonostante l’andirivieni continuo con Bruxelles, che per il membro tedesco del board della Bce è diventata una seconda casa.
Il successore di Jà¼rgen Stark è incaricato di seguire i dossier europei.
E in questa prima intervista a un quotidiano italiano il banchiere centrale tedesco racconta le nuove sfide per l’Europa, mette i primi, decisi paletti sulla futura vigilanza bancaria affidata all’Eurotower e sull’utilizzo dei fondi salva-Stati ma racconta anche cosa pensa di Mario Monti, della “politica dei piccoli passi” di Angela Merkel e dell’ipotesi che la Grecia o la Finlandia escano dall’euro.
È vero come sostenuto anche da molti giornali tedeschi, che Merkel è uscita sconfitta dal vertice Ue mentre c’è un vittorioso «fronte del sud» Monti-Rajoy?
«Quello che mi preoccupa è che c’è una spaccatura percepita tra Nord- e Sudeuropa. È sbagliato porre la questione su chi ha vinto e chi ha perso. Dobbiamo chiederci solo se ha vinto l’Europa. Questo modo di vedere le cose sta svanendo e questo mi preoccupa».
E l’Europa ha vinto?
«Credo che il Consiglio abbia preso delle decisioni importanti. Tra le altre cose ha anche approvato un ampio pacchetto per la crescita. Altrettanto rilevante è stata la lettera dei quattro Presidenti, Draghi, Barroso, Juncker e Van Rompuy alla vigilia del summit che si interroga su come continuare a costruire l’Europa. È stato un vertice importante ma ora tutto va velocemente tradotto nella realtà  — non ci si può rilassare».
Il Consiglio Ue vorrebbe affidare alla Bce una funzione importante: la vigilanza europea sulle banche. È plausibile che sia pronta per fine anno? Se non lo fosse, come si farà  a ricapitalizzare le banche spagnole, visto che la vigilanza è la premessa per il salvataggio diretto attraverso il fondo salva-Stati Esm?
«Per arrivare alla vigilanza bancaria europea, che ritengo senza dubbio importante come parte dell’unione finanziaria, bisognerà  risolvere molte questioni pratiche. Il vertice Ue ha chiarito che la Commissione dovrà  fare entro fine anno una proposta, basata sull’articolo 127.6 del Trattato, che cita esplicitamente la Bce. Ma l’attivazione può avvenire anche dopo. Penso dunque che la vigilanza europea sarà  pienamente in funzione solo nel corso del 2013. Sino ad allora il governo spagnolo potrà  attingere ai salva-Stati per ricapitalizzare le banche».
Ma questo significherebbe aggravare il debito pubblico della Spagna: sarebbe il governo a chiedere soldi al salva-Stati, non le banche.
«È vero, ma appena il nuovo meccanismo sarà  efficace, il credito verrà  trasferito. L’aumento del debito sarebbe temporaneo».
Secondo lei quando l’Esm interverrà  sulle banche è giusto che ne acquisti il controllo?
«Penso che debba valere il vecchio principio che se uno mette a disposizione del capitale, deve anche avere il controllo. Deve sapere cosa accade con la banca. Il principio deve essere: se si chiedono soldi, si accetta il controllo».
Quanto deve essere estesa secondo lei la vigilanza bancaria? Deve comprendere anche le banche locali come ad esempio le Landesbanken?
«Siamo all’inizio di una discussione. Ma nel consiglio direttivo della Bce siamo unanimemente convinti che sia importante separare la politica monetaria, che deve restare indipendente, dalla vigilanza bancaria. Bisogna fare in modo che ciò sia garantito attraverso processi decisionali e organizzativi separati. Ed è importante che la vigilanza bancaria sia sottoposta ad un chiaro controllo democratico. Stiamo parlando di soldi dei contribuenti europei ed è giusto dunque che ci sia un controllo parlamentare».
Alcuni, come Finlandia e Paesi Bassi, si oppongono all’acquisto diretto di bond da parte dell’Esm. Secondo lei come deve funzionare?
«È già  previsto che l’Efsf e l’Esm siano attivi sul mercato primario e secondario, non è una novità . Ma il funzionamento di entrambi è legato a delle condizionalità , sia sul versante dei conti pubblici sia su quello delle riforme strutturali. Ritengo che si tratti di un meccanismo corretto. Gli aiuti finanziari devono essere concessi in cambio di impegni. È un principio basilare. E il vertice non ha cambiato questo principio».
Non pensa che l’Esm avrebbe bisogno di una licenza bancaria per funzionare in modo credibile, per essere insomma un «frangifiamme» forte?
«Penso che l’Esm non dovrebbe avere una licenza bancaria e neanche accesso alla Bce. Si tratterebbe di finanziamento indiretto degli Stati ed è giustamente vietato dai Trattati. Sono assolutamente contrario. Quanto al capitale del salva-Stati: il sottinteso del dibattito sul “frangifiamme”, è sempre che quanto più alta è la dotazione, tanto più siamo al sicuro. È sbagliato. Il firewall è l’ultima risorsa. La migliore protezione contro il rischio contagio sono i conti pubblici e una politica economica solidi. Vale anche per l’Italia».
Ma non basta, evidentemente. Nonostante l’avanzo primario, i mercati continuano a bastonare i nostri rendimenti.
«Sono convinto che il governo Monti abbia fatto dei passi fondamentali. È vero, ha assicurato alle finanze pubbliche un avanzo primario — è molto importante — e ha approvato una riforma del lavoro. Ma il punto di partenza dell’Italia è complesso: ha il secondo debito più alto dell’Eurozona dopo la Grecia. Deve continuare a procedere sulla via delle riforme perchè ha un problema fondamentale con il potenziale di crescita che è estremamente basso. Secondo il parere unanime di Ocse, Fmi e Commissione europea, è attualmente vicino allo zero. Le riforme strutturali dovranno rispondere alla domanda: come può il l’Italia, che invecchia anche molto in fretta, crescere di nuovo? Dal lato dell’aggiustamento fiscale, ha fatto parecchio. Ma ora deve incrementare la propria produttività  e chiedersi se può riconquistare le quote di mercato mondiale che ha perso».
Pensa che l’Italia avrà  bisogno di chiedere aiuti alla Ue e al Fmi?
«Credo che l’Italia possa farcela da sola, ma se prosegue senza indugi sulla via delle riforme e se affronta seriamente il problema della crescita. Agire solo sul versante fiscale non basta. L’Italia deve crescere».
E allora perchè non promuovere gli eurobond?
«Anzitutto va specificato che ci sono diverse proposte sugli eurobond. Per me è chiaro tuttavia che qualsiasi forma di messa in comune dei debiti non può che stare alla fine del processo dell’unione fiscale, quando ci sarà  stata una vera convergenza tra il monitoraggio e le responsabilità  europee. Allo stato attuale la discussione sugli eurobond è prematura e fuori luogo, e infatti non c’è stata, al vertice».
A che punto siamo della crisi?
«Credo che siamo un bel pezzo avanti sulla via della stabilizzazione, ma non siamo fuori dal tunnel. Abbiamo dinanzi processi di risanamento che in molti paesi dureranno anni. Siamo sulla strada giusta ma non dobbiamo pensare che la crisi finirà  domani».
Qual è secondo lei il contributo di Mario Monti ai rapporti in Europa, soprattutto dopo l’indebolimento dell’asse franco-tedesco?
«Mario Monti, per come l’ho conosciuto, ha sempre avuto una visione molto europeista. È stato commissario Ue per il Mercato interno in un momento importantissimo e gode di una grande credibilità  fuori e dentro l’Italia. Ma penso che continui ad essere fondamentale che la Germania e la Francia cooperino in modo stretto».
Merkel è criticata spesso per la sua “politica dei piccoli passi” e perchè sembra spesso più preoccupata per le elezioni regionali che per il futuro dell’Europa.
«Non sono d’accordo. Merkel concilia ciò che è economicamente ragionevole con ciò che è politicamente possibile. e la Germania è un paese federale mentre l’Italia o la Francia sono molto più centralizzati. È normale che presti più attenzione alle elezioni dei Là¤nder. I cancellieri lo hanno sempre fatto».
La Grecia ce la farà  a restare nell’euro? E se non fosse così, la sua uscita dalla moneta unica sarebbe ancora un rischio per l’Europa?
«Non sappiamo cosa succede se un Paese lascia l’unione monetaria. Sono sempre molto sorpreso dalla leggerezza con la quale giornalisti e studiosi discettano su questa eventualità . Io sarei molto cauto. Credo che sarebbe molto dannoso per la Grecia, politicamente ed economicamente, ma anche per il resto dell’Eurozona. Per entrambi. La Bce preferirebbe che la Grecia rimanesse nell’euro. Ma è anche importante che rispetti gli impegni presi. Il memorandum non è stato concepito per far piacere a Merkel o Monti o alla trojka. Con o senza salvataggio la Grecia avrebbe dovuto intraprendere un duro cammino di riforme, il suo debito pubblico non era sostenibile. La sua competitività  si è molto indebolita, negli ultimi dieci anni».
Secondo lei i rendimenti tedeschi sui titoli di Stato così bassi potrebbero essere un sintomo che il mercato scommette su un “supereuro”, su un euro dei Paesi forti?
«I rendimenti sui titoli tedeschi sono effettivamente schiacciati da una estrema avversione al rischio e ritengo questa dinamica esagerata».
La Finlandia può uscire dall’euro?
«Se oggi guardiamo all’utilizzo dell’euro come moneta mondiale di riserva, ha un’estensione molto maggiore della somma delle valute europee che c’erano prima. I vantaggi ci sono per tutti».

Tonia Mastrobuoni
(da “La Stampa”)

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PUNTI DI VISTA: I TAGLI DI MONTI, L’IMPORTANZA DEL PRIMO PASSO, SCELTE IMPOPOLARI MA UTILI

Luglio 6th, 2012 Riccardo Fucile

TAGLIATE SPESE E SPRECHI DI ENTI E MINISTERI   E NELLA SANITA’, SPESSO SI TRATTA DI RAZIONALIZZAZIONI NON DI TAGLI, COME PER I TRIBUNALI E I POSTI LETTO… SCONGIURATO L’AUMENTO DELL’IVA E DATA PROTEZIONE AGLI ESODATI

Non è la stangata da 10 miliardi in sei mesi, che poi diventavano 50 in due anni e mezzo, ma il pacchetto di tagli e risparmi passato ieri al vaglio dell’ennesimo Consiglio dei ministri fiume è di quelli destinati a pesare.
O se vogliamo, a mordere la carne viva del corpaccione pubblico.
Non c’è il taglio di 100-200 mila statali o la cancellazione di 50 Province, come ipotizzato in questi giorni, men che meno l’impossibile blocco delle tariffe, che pure avrebbe fatto comodo a tante famiglie; ma l’operazione spending review parte bene. Entrando magari anche un po’ brutalmente nelle pieghe del bilancio il tandem Monti-Bondi taglia spese e sprechi, negli acquisti di enti e ministeri come nella sanità , impone sacrifici nelle parti ancora «grasse» della macchina dello Stato, abolisce qualche altro ente «inutile», mette a stecchetto travet e amministrazioni, impone un nuovo giro di vite sulle auto blu.
Nella sanità , oltre a mettere sotto stretto controllo le spese, e fare quindi in modo che una siringa che vale due centesimi non venga   pagata 8 e che una protesi da 250 euro non si acquisti a 1200, come avviene oggi in gran parte delle Asl, è prevista una severa razionalizzazione dei posti letto che verrebbero ridotti di circa 18 mila unità .
Senza contare poi che anche i piccoli ospedali, con meno di 120 posti, dovranno essere sottoposti ad una attenta valutazione.
Nel settore pubblico verranno tagliati il 10% degli impiegati ed il 20% dei funzionari, saranno sforbiciati i ticket restaurant, introdotti giudizi di valutazione (pagelle) per tutti i dipendenti e disincentivati quelli che tendono ad accumulare ferie.
Perchè quelle residue d’ora in poi non saranno più pagate.
Nel settore della Difesa si pensa poi ad una accelerazione della riorganizzazione, con un taglio di quasi 20 mila unità , e ad una severa revisione delle spese per le missioni estere.
Con un provvedimento a parte si interverrà  pure sulla giustizia: il piano Severino prevede il taglio di 295 tra procure, tribunali e sedi distaccate.
Scelte impopolari, ma utili.
Scelte anche non facili da prendere in molti casi. O contestatissime in altri, si veda lo scontro violentissimo Regioni-governo per i tagli alla sanità , le proteste del Pd e di tante categorie.
Vista da fuori la «spending review» ha il pregio di mettere effettivamente mano da subito a tante spese, tagliando quelli che appaiono con tutta evidenza prezzi eccessivi, cifre pagate in più senza motivo per beni e servizi.
L’esatto contrario di quanto avveniva in passato, quando andavano per la maggiore tagli lineari, ovvero indiscriminati, senza alcuna selezione delle voci colpite, o ancora peggio interventi che producevano risparmi solo sulla carta.
Basterà  questo decreto? Verrebbe da dire di no, per due ragioni: perchè molti interventi, a cominciare dall’abolizione delle Province sono stati rinviati, e perchè lo spauracchio dell’Iva non è del tutto dissolto.
Per ora infatti l’aumento delle aliquote è rinviato solamente sino al giugno 2013.
Per cancellarlo del tutto servono più risorse.
Però, intanto, possiamo incassare il fatto che col decreto in arrivo il governo evita il primo degli aumenti, quello di due punti previsto per ottobre.
Ed in più assicura adeguata tutela ad altri 55 mila esodati, oltre ai 65 mila già  coperti col primo decreto Monti-Fornero.
Come primo passo non è male.

Paolo Baroni
(da “La Stampa”)

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VARESE: EVASORE PADAGNO PER 13 MILIONI DI EURO CHIEDEVA L’ASSEGNO FAMILIARE

Luglio 4th, 2012 Riccardo Fucile

IMPRENDITORE NEL SETTORE DEI PROFUMI DICHIARAVA UN REDDITO INFERIORE A 20.000 EURO PER OTTENERE 800 EURO DI CONTRIBUTO FAMILIARE… ACCERTATO INVECE UN REDDITO SUPERIORE A DUE MILIONI DI EURO L’ANNO

Ricco e sfacciato. La guardia di finanza di Busto Arsizio ha pizzicato un imprenditore che, oltre ad evadere cifre milionarie, ogni anno si presentava in Comune autocertificando il diritto al contributo da 800 euro a sostegno del nucleo familiare e incassava l’assegno come un qualsiasi bisognoso.
Per ottenere il contributo dal comune di Cassano Magnago (Varese) l’uomo dichiarava di avere un reddito inferiore ai 20mila euro annui.
Tuttavia, secondo quanto accertato dalle fiamme gialle, l’uomo aveva un reddito lordo cento volte superiore: attorno ai 2 milioni di euro l’anno.
Il reddito milionario era frutto dell’attività  di famiglia, un’azienda attiva nel settore del commercio all’ingrosso di profumi e cosmetici, che nei mesi scorsi è stata passata al setaccio dai finanzieri della compagnia di Busto Arsizio, che hanno scoperto un evasione di oltre 13,5 milioni euro. Stando agli accertamenti delle fiamme gialle ognuno dei quattro soci aveva un reddito annuo che si aggirava attorno ai 2 milioni di euro.
L’assegno familiare è stato chiesto (e ottenuto) per gli anni tra il 2007 e il 2010 e l’erogazione indebita è stata fermata dai finanzieri dopo la verifica fiscale nei confronti della società  gestita dall’imprenditore assieme ai familiari.
Tutto è iniziato dall’attento esame della documentazione reperita dai militari della Guardia di Finanza nel corso di un’ispezione domiciliare svolta in concomitanza con l’apertura della verifica fiscale a carico dell’azienda.
Tra i documenti visionati, ai militari non è sfuggita la domanda presentata al Comune di Cassano Magnago per l’assegno familiare.
Al termine dell’ispezione, pertanto, i finanzieri hanno provveduto alla ricostruzione della reale posizione reddituale di ciascun socio, portando alla luce la paradossale vicenda.
Il “povero” imprenditore è stato segnalato alla Corte dei Conti per la restituzione delle somme indebitamente ottenute, inoltre dovrà  pagare una pesante sanzione amministrativa da un minimo di circa 5mila euro ad un massimo di oltre 25mila.
Intanto, a seguito dell’accertamento della Guardia di Finanza, tutti i soggetti coinvolti nell’accertamento hanno già  versato allo Stato circa 1 milione e 200 mila euro per i redditi evasi tra il 2006 e il 2008.
Tutti e quattro i familiari (padre e figli) coinvolti nell’accertamento sono stati denunciati per diversi reati di natura fiscale.
L’evasione da oltre 13 milioni di euro è stata infatti perpetrata tramite dichiarazioni fraudolente, attraverso false fatturazioni e artifici contabili che hanno permesso di contraffare la presentazione dei redditi, rendendo particolarmente insidiosa la condotta degli imprenditori.

Alessandro Madron
(da “Il Fatto Quotidiano”)

argomento: Costume, denuncia, economia, emergenza, Immigrazione | Commenta »

CONTI PUBBLICI IN MIGLIORAMENTO: IL FABBISOGNO CALA DI 15 MILIARDI

Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

SECONDO IL MINISTERO DELL’ECONOMIA SI E’ PASSATI DA 49,3 MILIARDI DEL PRIMO SEMESTRE 2011 AGLI ATTUALI 29,1…A GIUGNO UN AVANZO DI 5,8 MILIARDI

I conti pubblici fanno un balzo in avanti.
Migliora decisamente il fabbisogno dello Stato dei primi sei mesi dell’anno.
Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Economia, i conti di cassa del settore statale migliorano di 15 miliardi tra gennaio e giugno 2012, attestandosi a 29,1 miliardi contro i 43,9 miliardi del 2011.
In particolare, rileva il Mef, nel mese di giugno 2012 si è realizzato un avanzo del settore statale pari, in via provvisoria, a circa 5,8 miliardi, in aumento rispetto allo stesso mese del 2011 in cui si registrò un avanzo di 1,0 miliardi.
Il merito sarebbe soprattutto delle entrate fiscali e dell’autotassazione che registrano un incasso boom.
Il gettito erariale, secondo le prime elaborazioni, avrebbe segnato un incremento di circa 5 miliardi rispetto allo scorso anno.
Per trovare un risultato migliore bisogna risalire al 2008, anno di transizione tra la gestione dei conti pubblici di Tommaso Padoa-Schioppa e di Giulio Tremonti, che chiuse con un deficit, cioè il dato di ‘competenza’ che vale ai fini del patto di stabilità  europeo, sotto il 3 per cento: l’Istat lo fotografò al 2,7%.
L’andamento positivo registrato già  nei mesi precedenti, che è evidente nell’andamento dei fabbisogno cumulato, ha trovato conferma nel mese di giugno: l’avanzo è stato di 5,8 miliardi, contro il miliardo segnato lo corso anno, grazie al buon andamento degli incassi fiscali. Giugno, del resto, è da sempre uno snodo nei conti pubblici perchè registra le prime entrate dell’autotassazione, soprattutto quelle pagate dai contribuenti persone fisiche.
Un risultato che certo, dopo le difficoltà  registrate nei mesi scorsi sul fronte del gettito fiscale, non è di scarso rilievo.
Anche perchè quest’anno i contribuenti erano alle prese non solo con le imposte sui redditi ma anche con il versamento dell’Imu, che solo in piccola parte (per la metà  della quota relativa alla seconda casa) finisce ad alimentare il gettito del settore statale.

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