Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
IL RAPPORT SOCIAL WATCH OFFRE UNA FOTOGRAFIA DELLE POCHE LUCI E MOLTE OMBRE DEL CONTESTO SOCIO ECONOMICO ITALIANO CHE RISCHIA DI PREGIUDICARE IL DIRITTO AL FUTURO DEI GIOVANI
Il Social Watch è una rete internazionale di cui fanno parte oltre 500 organizzazioni presenti
in più di 70 paesi nel mondo.
Dal 1995, attraverso l’analisi dei partner locali, si occupa di monitorare l’operato dei governi nazionali e degli organismi internazionali per lo sradicamento della povertà , per la realizzazione dei diritti sociali e per l’equità di genere.
Il suo Rapporto annuale viene spesso descritto come una sorta di “rapporto ombra”, realizzato dalla società civile, rispetto a quello del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite.
Il Rapporto sull’Italia, curato da Acli, Amnesty International, Arci, Crbm, Fcre, Lunaria, ManiTese, Oxfam Italia, Sbilanciamoci e Wwf, descrive in modo preoccupato il contesto socio economico del 2011:
aumento della disoccupazione femminile nel Centro e Sud Italia;
disoccupazione giovanile al 30%
aumento del divario tra ricchi e poveri, con il 10% di famiglie che possiede circa il 46% del totale della ricchezza;
persistenza degli stereotipi culturali relativi ai ruoli di genere;
comportamenti di donne e uomini che contribuiscono al mantenimento di un alto livello di discriminazione per le donne nel mondo del lavoro, nella politica, nella sfera della salute riproduttiva;
interruzione del rapporto di lavoro per il 30% delle madri (contro il 3% dei padri) dopo la maternità ;
diffuso fenomeno di violenza domestica nei confronti delle donne che resta ancora sommerso, con 117 donne uccise nel 2011, il 6,7% in più rispetto a dodici mesi prima;
ostacoli alla libertà di informazione;
sviluppo sostenibile, politiche energetiche e ambientali, fuori dalle priorità di governo.
Il Rapporto presenta un lungo elenco di raccomandazioni e “misure alla portata del nostro paese”, nei confronti delle quali l’alibi della crisi non regge, salvo assumersi, come dice Jason Nardi, portavoce del Social Watch Italia, “la responsabilità di negare il diritto a un futuro”.
Dal punto di vista economico troviamo il sostegno all’occupazione, gli incentivi per lo sviluppo di produzioni e consumi verdi, quelli per le imprese che investono in settori di produzione ad alta qualificazione, una tassa dello 0,05% sulle speculazioni finanziarie e un’altra sui grandi patrimoni.
Dal punto di vista sociale, l’ampliamento delle risorse destinate all’assistenza sociale e alla lotta alla povertà , la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali, la protezione immediata per le donne vittime di violenza, maggiori e migliori aiuti alla cooperazione internazionale.
Infine, dal punto di vista della sostenibilità ambientale si chiedono adeguati stanziamenti per interventi di cura del patrimonio idrogeologico e di prevenzione dei disastri, l’intervento per la realizzazione delle piccole opere, una strategia nazionale di riduzione delle emissioni di anidride carbonica a lungo termine, il conseguimento al più presto dell’obiettivo stabilito per l’Italia nel primo periodo dell’applicazione del Protocollo di Kyoto (riduzione del 6,5% rispetto alle emissioni del 1990), l’inserimento nel codice penale italiano della voce “Delitti ambientali” e il rafforzamento dell’offerta dei servizi di trasporto pubblico locale per i cittadini.
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Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
A VITERBO, NEL CORSO DELLA RASSEGNA “CAFFEINA CULTURA” DIBATTITO SU POLITICA SOCIALE E LIBERALE… FINI FAREBBE BENE A DISTRIBUIRE MENO CAFFEINA E PIU’ CAMOMILLE A CERTI SUOI DIRIGENTI CHE TIRANO LA COPERTA DA TUTTE LE PARTI E FINISCONO PER SCOPRIRE IL MATERASSO
Il lavoro, la Fiat di Marchionne e la Fiom di Maurizio Landini, la sentenza Pomigliano e il ricorso del Lingotto al centro del dibattito organizzato dal Fatto quotidiano a Viterbo nell’ambito della rassegna Caffeina Cultura.
Politica sociale versus politica liberale. Diritti versus libertà imprenditoriale.
Ospiti i giornalisti del Fatto Quotidiano Enrico Fierro, Stefano Feltri, quindi Piercamillo Falasca vicepresidente di Libertiamo.it, la fondazione legata a Futuro e libertà e Antonio Di Luca, operaio e sindacalista Fiom.
La sentenza su Pomigliano ha stabilito un’effettiva politica discriminatoria e anti-sindacale da parte dell’azienda di Marchionne che ha contestato duramente il verdetto dei giudici, liquidando il caso come “folklore locale”.
Il dibattito ha fotografato la conflittualità che l’argomento lavoro genera nel paese.
Non è mancato neppure lo scontro generazionale tra i lavoratori anziani del pubblico e i giovanissimi relatori sul palco.
Ad animare la piazza sono state sopratutto le affermazioni di Piercamillo Falasca, liberale puro e difensore del mercato concorrenziale.
Il suo intervento è stato accompagnato dal brusio della gente, dai fischi e dalle contestazioni.
“E’ nel libro paga di Marchionne” afferma una signora.
“Dobbiamo accettare un disarmo ideologico, la lotta tra Fiom e Fiat è negativa per il Paese” afferma Falasca sul palco.
“Ha ragione Marchionne a lasciare il paese? Con la burocrazia che ci ritroviamo, la pressione fiscale alta, una normativa intricata e una tale conflittualità tra imprenditori e sindacati nessuna azienda vorrebbe investire in Italia”
Diciamo che il numero degli imprenditori stranieri disposti ad investire in Italia è direttamente proporzionale a quello di elettori italiani disposti a votare Fli dopo aver ascoltato le tesi ultraliberiste di Farlasca.
Libero lui di esporre le sue tesi, ma Fli era nato su un altro progetto.
Forse Fini farebbe bene a distribuire meno caffeina e più camomille a certi esponenti di Fli che tirano la coperta da troppe parti con il risultato finale di scoprire i materassi.
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Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
CHIUSURA DI 280 UFFICI, TRA TRIBUNALI, PROCURE E SEZIONI DISTACCATE… TAGLI NON LINEARI NELLA SANITA’ PER 8,5 MILIARDI IN TRE ANNI… DIECIMILA ESUBERI TRA GLI STATALI, POSSIBILE BLOCCO DEL TFR MA NON DELLA TREDICESIMA… SINDACATI SUL PIEDI DI GUERRA
Lunga riunione a Palazzo Chigi sul tema della spending review. L’incontro, a cui ha
partecipato anche il premier Mario Monti, ha affrontato l’entità dei tagli valutando l’opzione tra un decreto pesante da 7-8 miliardi (ma la cifra potrebbe arrivare a 10) e un provvedimento più leggero, da 5 miliardi, rinviando il resto del pacchetto all’autunno.
Quest’ultima sembra essere l’ipotesi più probabile al momento.
Le misure: la giustizia.
Intanto, dalla bozza messa a punto dai tecnici del ministero della Giustizia per il decreto di attuazione della delega sulla revisione della geografia giudiziaria, emergerebbe la volontà dell’esecutivo di procedere a un sostanzioso taglio nel sistema.
Si tratta dell’effetto della revisione delle circoscrizioni giudiziarie, che porterebbe alla chiusura di oltre 280 uffici giudiziari, tra tribunali, procure, e sezioni distaccate. In particolare, cancellazioni o accorpamenti che riguarderebbero tutte le 220 sezioni distaccate e tra i 32 (ipotesi più probabile) e i 36 tribunali e altrettanti uffici requirenti.
Ma su questi numeri ancora non c’è intesa tra governo e maggioranza.
Il progetto fa seguito al taglio dei 674 uffici dei giudici di pace, già deciso a gennaio dal Consiglio dei ministri.
Il Guardasigilli Paola Severino ne ha discusso in un incontro con i responsabili Giustizia dei partiti della maggioranza e sembrava che il provvedimento dovesse finire già nel pomeriggio all’esame del Consiglio dei ministri, ma un accordo non si è raggiunto e alla fine si è deciso per uno slittamento alla riunione in cui il governo si occuperà della spending review.
Il timore è che i tagli non superino l’esame del Parlamento.
Le misure: la sanità .
Dopo giorni di incontri, colloqui e trattative, il governo avrebbe trovato la quadra anche sull’ingente contributo che la sanità pubblica dovrà dare alla spending review.
Un risparmio, secondo quanto si apprende, che alla fine dovrebbe aggirarsi attorno agli 8,5 miliardi di euro in tre anni: un miliardo quest’anno, circa 3 miliardi nel 2013 e oltre quattro miliardi nel 2014.
Il ministro della Salute Renato Balduzzi, sempre a quanto si apprende, presenterà già nell’incontro interministeriale di stasera un cospicuo dossier sui punti su cui intervenire per raggiungere l’obiettivo, evitando tagli lineari.
Il piano prevederebbe la chiusura di alcuni enti, la riduzione del tetto della spesa farmaceutica e della spesa per beni e servizi, meno sprechi nel consumo di farmaci con la possibilità per le farmacie ospedaliere di preparare dosi “personalizzate” per i pazienti.
Risparmi insospettabili anche dai farmaci a cui scade il brevetto (250 milioni di euro l’anno), e persino dall’utilizzo “off label”, ossia fuori dalla prescrizione prevista in Italia, dei farmaci innovativi: è di oggi lo studio uscito sulla Voce.info, secondo cui utilizzando uno specifico farmaco biologico (bevacizumab), autorizzato in Italia per il tumore al colon, contro la maculopatia porterebbe a 200 milioni di euro l’anno di risparmio rispetto alla terapia standard.
La partita sanità potrebbe essere chiusa stasera, per presentare un documento organico alle parti sociali nell’incontro di domani.
Le misure: gli statali.
Sul fronte degli statali, confermato un piano di esuberi per almeno diecimila unità , con un accompagnamento verso la pensione in deroga alla riforma Fornero.
Deroga che però, come contropartita, potrebbe comportare il blocco del Tfr fino al compimento dell’età pensionabile, così da compensare i costi dell’anticipo della pensione.
Esclusa invece la possibilità di un taglio della tredicesima.
Il decreto è atteso dopo gli incontri con parti sociali ed enti locali, rinviati a domani.
Riunioni che potrebbero influire sulle scelte del governo, vista la forte preoccupazione dei sindacati per le nuove pesanti misure, in particolare quelle sugli statali.
Le reazioni. I dipendenti del pubblico impiego, avverte la segretaria della Cgil Susanna Camusso in un’intervista al Mattino, “hanno già compiuto sacrifici con il blocco per tre anni dei contratti” e “con strette ulteriori la crisi si avviterà su se stessa”.
“Cosa diversa – precisa Camusso – è incidere su un miliardo e mezzo di consulenze e società costituite dalle amministrazioni spesso per garantire solo posti di potere ad alcuni”.
La Cgil mette in guardia in particolare dalla possibilità di tagli al settore della sanità in quanto, ricorda, “i tagli lineari già adottati ammonteranno nel prossimo triennio a 17 miliardi, con quasi tre miliardi di nuovi ticket”.
“Se si fanno tagli con criterio va bene e noi lo sosterremo – spiega il segretario della Cisl Raffaele Bonanni – Altrimenti, se si faranno tagli tanto per farli, si faranno solo più guai. A quel punto, faremo iniziative in tutta Italia e in tutte le città . Vedremo cosa faranno e poi ci regoleremo di conseguenza. Faremo quello che serve, se occorrerà uno sciopero generale lo faremo ma ci sono mille modi per protestare. Al governo chiederemo un piano chiaro frutto di una ristrutturazione pensata e discussa con parti sociali e Parlamento, non vogliamo una cosa che rischia di essere come quella degli esodati – conclude Bonanni – Quello che è stato fatto con gli esodati rappresenta ciò che non deve essere fatto”.
Mette dei paletti ben precisi anche Luigi Angeletti.
Se fossero confermate le indiscrezioni sulle misure sul pubblico impiego, dice il segretario della Uil intervenendo al Giornale Radio Rai, i sindacati “reagiranno”. “Non possiamo accettare – sottolinea Angeletti – una soluzione sulla parola d’ordine per cui bisogna ridurre la spesa pubblica, che sicuramente è una parola d’ordine popolare e per certi versi condivisibile, in cui gli unici a pagare sarebbero i più deboli, mentre la quantità di denaro che viene sprecata o viene spesa in maniera non efficiente nella pubblica amministrazione è enorme e non dipende di certo dagli impiegati: la pubblica amministrazione non è mica una cooperativa”.
Il leader della Uil, come Bonanni, non esclude quindi la possibilità di forme di lotta dura per far valere le ragioni del sindacato. “Temo che il proseguimento di questa politica economica del governo – dice – ci costringerà a fare uno sciopero che a quel punto sarà uno sciopero politico, non solo per protestare ma per dire in maniera netta ‘basta’, ovvero che bisogna cambiare la politica economica di questo governo”.
Al termine della riunione il ministro della Cooperazione Andrea Riccardi non ha voluto precisare se il provvedimento sarà varato dal Consiglio dei ministri in programma venerdì prossimo.
Il governo, si è limitato a dire Riccardi, si aspetta molto dall’incontro con le parti sociali di domani sulla spending review “perchè la linea seguita è giusta e corretta e spero sia sempre più condivisa. Spiegare, ascoltare è il grande segreto”.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
PRONTA LA STANGATA SUGLI STATALI, MA E’ VIETATO TOCCARE I RICCHI ASSEGNI DELLA PREVIDENZA DEI SOLITI NOTI: MINISTRI, GENERALI E PAPAVERI DI STATO
Il governo, lo stesso che si appresta a sforbiciare la spesa pubblica con la
spending review e che ha varato la riforma della previdenza, ha detto no all’inserimento di un tetto alle pensioni d’oro.
Perchè? Di pensioni a 5 stelle tra i banchi dell’esecutivo ce ne sono diverse, basta leggere le indennità di diversi ministri e sottosegretari.
Un pacchetto di alti redditi che in parte aiutano a spiegare la reticenza con cui l’esecutivo ha affrontato finora il tema dei tetti agli assegni della previdenza pubblica.
La lista, del resto, chiama in causa addirittura il super-commissario ai risparmi, Enrico Bondi. Ma spicca anche un sottosegretario, Gianfranco Polillo, il sospettato numero uno del rinvio della norma.
Non è ancora chiaro, infatti, come sarà il provvedimento che il Consiglio dei ministri è chiamato a varare la spending review (10 miliardi di tagli quest’anno, il doppio nel 2013, per disinnescare la bomba dell’aumento dell’Iva previsto da Berlusconi).
E soprattutto non è chiaro se ci sarà o no un tetto massimo per le pensioni pagate dall’amministrazione pubblica che l’emendamento presentato dal deputato Pdl, Guido Crosetto, indicava in 6mila euro netti mensili.
Quell’emendamento è stato ritirato dopo le insistenti “pressioni” da parte del governo e degli stessi colleghi di Crosetto.
“Smuovi un campo troppo ampio” gli aveva detto in Commissione proprio Polillo.
Il sottosegretario sa bene di cosa parla perchè è titolare di una pensione di 9.541,13 euro netti al mese percepita dall’ottobre del 2006 dopo oltre 40 anni di servizio come funzionario della Camera.
A pensar male, ovviamente, si dovrebbe ritenere che è la propria pensione a indurre a smussare un provvedimento tutt’altro che simbolico (consentirebbe un risparmio di 2,3 miliardi solo per il pubblico, di 15 estendendolo anche al privato).
Ma questo presupporrebbe un’azione retroattiva del taglio che, a eccezione dei pensionati comuni (ai quali hanno bloccato l’adeguamento all’inflazione per gli assegni superiori ai 1.400 euro), come gli esodati, non si dà mai nella legislazione italiana.
Forse si tratta invece di una mera rappresentanza di un interesse “di casta”.
Se però si volesse capire chi potrebbe effettivamente essere beneficiato dal mancato tetto, ecco il nome di Elsa Fornero.
Il ministro del Lavoro che in pensione ancora non ci è andata ma che gode di una lunga carriera a cui aggiunge importanti consulenze e incarichi prestigiosi.
Nel 2010 ha dichiarato un reddito di 402mila euro lordi annui, per cui non è difficile prevedere per lei una pensione al limite della soglia-Crosetto.
Ma quanti altri “cloni” di queste figure potrebbero essere salvati?
Ancora altri esempi, magari proprio considerando l’estensione al privato: il ministro della Giustizia, Paola Severino, ha dichiarato nel 2011 oltre 7 milioni di euro.
Il suo collega allo Sviluppo Corrado Passera, oltre 3,5 milioni.
Per non parlare di Piero Gnudi, con una dichiarazione dei redditi da 1,7 milioni.
Legittimo attendersi che, quando andranno in pensione, saranno ben oltre il tetto.
Diamo ancora un’occhiata alle pensioni di chi è al governo.
Il ministro Anna Maria Cancellieri dal novembre 2009 è titolare di una pensione di 6.688,70 euro netti al mese.
È il frutto di una lunga carriera nell’amministrazione statale, con l’ingresso al ministero degli Interni nel 1972.
Il ministro della Difesa, Ammiraglio Giampaolo Di Paola, percepisce 314.522,64 euro di “pensione provvisoria”pari a circa 20mila euro mensili.
È pubblicata, inoltre, sul sito del governo quella del sottosegretario allo Sviluppo economico, Massimo Vari che percepisce 10.253,17 euro netti al mese, frutto di una lunga attività di magistrato fino a ricoprire la carica di vice-presidente emerito della Corte costituzionale.
Vari è in attesa di un’altra indennità per gli anni trascorsi alla Corte dei conti europea. C
osì come è pubblicata la pensione di Andrea Riccardi, 81.154 euro lordo annui (circa 4mila euro al mese) frutto del lavoro di docente universitario.
Impossibile da rintracciare nella dettagliatissima documentazione reddituale del presidente del Consiglio, invece, la pensione di cui è beneficiario dal novembre del 2003 pari a 3.330,11 euro netti mensili frutto dell’attività di docente universitario.
Poca cosa in confronto alle vere pensioni d’oro e poca cosa, soprattutto, rispetto al reddito superiore al milione di euro dichiarato da Mario Monti nel 2011.
Vale la pena di considerare, però, che quella pensione che è comunque tre volte una buona pensione di un lavoratore medio, è stata conseguita all’età di 60 anni, nonostante i tanti proclami sulla necessità di aumentare l’età pensionistica.
Ma il caso che forse è destinato a brillare di più è quello del responsabile massimo della spending review, Enrico Bondi.
Il “commissario tecnico”, il fustigatore degli sprechi gode di una pensione di 5.827,07 euro netti mensili.
Bondi ha lavorato molto, la pensione è certamente meritata ma anche lui ne gode dal 1993 e quindi all’età di 59 anni.
I casi citati rappresentano adeguatamente le categorie beneficiarie di “pensioni d’oro”: alti dirigenti pubblici (Polillo, Cancellieri), super-magistrati (Vari), alti ufficiali delle Forze armate (Di Paola), docenti universitari (Riccardi e Fornero).
Si tratta di una èlite del pubblico impiego riscontrabile anche dall’importo medio annuo delle pensioni Inpdap: si va dai 40 mila euro annui delle Forze Armate, ai 47 mila dei docenti universitari ai 64mila dei medici Asl, fino ai 134mila euro annui dei magistrati.
Nella fascia di pensioni superiori ai 4mila euro lordi mensili ci sono 104.793 persone che si riducono all’aumento del tetto individuato (non ci sono dati per fasce superiori ai 4mila euro).
I risparmi possono comunque essere molto alti.
Basti pensare che l’incidenza degli stipendi dei dirigenti pubblici arriva spesso al 20% dei costi sostenuti con punte del 40% nella Sanità (o, per fare un esempio più piccolo, all’interno della Presidenza del Consiglio).
Del resto, basta guardare la media degli stipendi dei dirigenti, 90.288 euro quelli di seconda fascia, 192mila euro quelli di prima fascia, per accorgersi che la loro incidenza è di almeno 5 volte lo stipendio medio dei dipendenti pubblici.
Acquistano così una certa concretezza le proiezioni dei Cobas dell’Inpdap che, sulla base della spesa pensionistica dell’Istituto, 60 miliardi nel 2011, stimano in almeno 2 miliardi e 300 milioni i risparmi annui ottenibili con un tetto pensionistico di 5mila euro al mese.
Risparmi che potrebbero arrivare a 15 miliardi nel settore privato.
A parziale conferma di quest’ultima stima basti prendere la pensione di uno dei più grandi dirigenti privati del settore bancario: Cesare Geronzi.
L’ex dominus della finanza italiana è titolare di tre pensioni: la prima, su base retribuitiva, è di 22.307 euro netti al mese (avete letto bene, ventiduemila euro al mese); la seconda, integrativa, è di 10.465 euro netti mensili.
Come se non bastasse ce n’è una terza, di “soli” 896,38 euro mensili frutto di una pensione “contributiva”.
Il totale è di 33.668 euro netti mensili.
Se fosse stabilito un tetto di 5 o 6mila euro, Geronzi dovrebbe rinunciare ad almeno 27mila euro.
Si pagherebbero almeno 30 esodati.
Un po’ meno se si ponesse a 10mila euro il tetto consentito per il cumulo degli assegni.
Ma comunque un bel risparmio.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 30th, 2012 Riccardo Fucile
SPENDING REVIEW, PIANO PER MOBILITA’ E PREPENSIONAMENTI… GIU’ LA SPESA PER I FARMACI
Spending review alla stretta finale.
Girandola di riunioni a Palazzo Chigi e al ministero della Sanità per mettere a punto il decreto che potrebbe essere varato già da lunedì, dopo i vertici con sindacati e Regioni.
Le cifre sono ancora ballerine: restano aperte tutte le opzioni, ma dopo i risultati positivi di Bruxelles, di sicuro c’è solo che bisognerà reperire i 4,2 miliardi per la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva di quest’anno, le risorse per il terremoto dell’Emilia e le spese inderogabili come quelle per le missioni internazionali.
Forte anche del buon risultato del gettito Imu, ieri Monti ha escluso il ricorso ad una manovra di aggiustamento dei conti in corso d’anno.
Resta tuttavia aperta l’ipotesi di portare l’arco temporale della manovra su tre anni (anche perchè l’aumento dell’Iva ci sarà anche l’anno prossimo e la sua eliminazione costerà 13,2 miliardi).
In questo caso si arriverebbe a 30 miliardi fino al 2014.
La sanità è al centro di un braccio di ferro nelle ultime ore.
Riunioni tra i ministri interessati e lo stesso Balduzzi (titolare della Sanità ) si sono tenute anche ieri: quello che è certo è che la spesa per i medicinali di Asl e ospedali dovrebbe scendere dall’attuale tetto del 13,2 per cento, ma il ministero della Sanità vorrebbe scendere di 2 punti mentre le richieste di Bondi sarebbero ben superiori (fino a 5 punti).
L’obiettivo è comunque quello di ottenere risparmi complessivi di 1,5 miliardi.
Gran lavoro anche sul pubblico impiego: scontato il taglio dei buoni pasto da 7,5 a 5 euro al giorno, mentre come ultima cartuccia si tiene sempre pronta l’ipotesi di un rinvio del pagamento della tredicesima a gennaio del 2013.
La manovra prevede la riduzione della pianta organica: del 20 per cento per i dirigenti, del 10 per cento i dirigenti di secondo livello e del 5 per cento per gli altri ruoli. I
n tutto sarebbero interessati 10 mila dipendenti: chi non accetterà la mobilità , cioè di spostarsi da un ufficio all’altro nell’ambito della Regione, passerà in “cassa” per 2 anni con l’80 per cento dello stipendio e poi 8 mesi in Aspi.
A sorpresa spunta anche l’ipotesi di un rafforzamento della manovra: per favorire gli esodi si derogherebbe alla riforma Fornero in modo da mandare in pensione con le vecchie regole anche chi ha maturato i requisiti nei primi mesi di quest’anno.
La partita delle Province sembra farsi concreta: a fine anno la Corte costituzionale si pronuncerà sul sistema dei tagli previsto dal “Salva Italia”, c’è la possibilità che le Province vincano il ricorso e dunque si dovrà nuovamente procedere con legge ordinaria.
Si taglieranno da 10 a 40 province con il metodo dell’accorpamento in base a numero di Comuni, superficie e abitanti.
Tagli anche per Tribunali e Prefetture: queste ultime in particolare scompariranno dove saranno cancellate le Province.
Per i Comuni sopra i 5.000 abitanti è previsto che gestiscano obbligatoriamente i servizi in forma associata.
Nel mirino anche le società partecipate da parte di Regioni, Province e Comuni.
Ieri è stata la stessa associazione delle Province (Upi) a sottolineare che esistono 3.127 società , consorzi ed enti strumentali di Regioni, Province e Comuni, con «sigle improbabili » create dal nulla «spesso per spartire poltrone e gestire potere».
Costano al Paese 7 miliardi l’anno, di cui 2 per i soli Consigli di amministrazione (aspetto che avevamo denunciato dal ns sito due anni n.d.r.).
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Giugno 30th, 2012 Riccardo Fucile
LO SCANDALO DEI TASSI TRUCCATI DEI MUTUI… L’ATTO DI ACCUSA DEL GOVERNATORE CENTRALE KING CONTRO LE BIG FOUR: BARCLAYS, ROYAL BANK OF SCOTLAND, HSBC E LLOYDS
I colossi della City ne hanno combinate di tutte i colori. 
Come se nulla fosse accaduto dal 2008 in poi, hanno continuato a scherzare coi tassi d’interesse e con nuovi sofisticati «giocattoli» finanziari a spese delle imprese e del lavoro, dimenticando di essere stati salvati dalla mano pubblica e dai contribuenti.
Davvero troppo. Tanto che, anche il governatore della Banca d’Inghilterra, uomo prudente, è esploso in uno scatto d’ira.
Mai era accaduto che Mervyn King, il numero uno dell’istituto centrale, pronunciasse parole così pesanti all’indirizzo dei banchieri che governano Barclays, Royal Bank of Scotland, Hsbc e Lloyds, il sancta sanctorum del risparmio.
Li ha accusati, in una conferenza pubblica, di «trattamento meschino dei clienti» e di «manipolazione fraudolenta» perchè, usando la doppia leva dei prestiti e della contrattazione di alcuni derivati, hanno aggirato le regole della buona condotta.
Sarà per via del fatto che è alla vigilia della pensione e che la prudenza può essere archiviata, però Mervyn King, e con lui la «Financial Services Authority», hanno lanciato un affondo che segnala quanto sia vicino alla rottura il rapporto fra la banca centrale e l’autorità di controllo da una parte e i vertici delle «big four», le quattro grandi banche della City.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la scoperta e l’ammissione che per una decina d’anni i trader dei maggiori istituti di credito hanno convinto i senior manager a taroccare i tassi Libor sui prestiti interbancari giornalieri e che, alzandosi o abbassandosi, ricadono in ultima istanza sulle contrattazioni di derivati (in particolare dei prodotti costruiti proprio sull’altalena degli interessi), poi sui costi dei contratti di mutuo e delle carte di credito.
Aldilà dei difficili tecnicismi, la sostanza è che muovere i tassi Libor (acronimo per «London Interbank Offered Rate»), gonfiandoli o sgonfiandoli a comando, significa che si succhiano profitti su una torta globale di 500 trilioni di dollari.
Un po’ a me e un po’ a te, c’è trippa per i trader (smascherati dalle email in cui si annunciano fiumi di champagne), per i capi e i supercapi.
Se non è una truffa poco ci manca.
Lo scandalo tocca una ventina di banche ma il dito è puntato in modo particolare contro le «big four».
E la ragione è semplice: Barclays si è detta pronta a pagare una multa di 291 milioni di sterline. Ma il Daily Telegraph allarga pure alla Royal Bank of Scotland e ai Lloyds.
E il Guardian inserisce nella lista la Hsbc.
Insomma, un bel poker. Forse i colossi della City speravano di chiuderla lì.
Invece la storia prende contorni diversi.
Dal governo all’opposizione, il coro è che bisogna colpire i furfanti. Che poi nell’occhio del ciclone ci sia Bob Diamond, amministratore delegato di Barclays, non è per accanimento ma solo per la certificata certezza (con ammissione) che il suo istituto ha superato i limiti del buonsenso.
La guerra è così aperta. «Mister cento milioni», ovvero i cento milioni di dollari che gli furono riconosciuti come gratifiche quando era «semplice» responsabile del settore investment della Barclays e non ancora amministratore delegato, è stato invitato a togliere il disturbo.
Le frasi del governatore Mervyn King sono una censura definitiva. Lui, però, non ci pensa affatto a dimettersi.
Si limita ad annunciare che non intascherà i bonus previsti per il 2012.
Può permetterselo visto che nel 2011 fra retribuzione e premi raggranellò 25 milioni di sterline, compreso il conto di 5,7 milioni dovuto all’ufficio delle tasse ma saldato dalla stessa Barclays.
Il «salario» base, un milione e 350 milioni di sterline, gli consente comunque di godersi le partite del Chelsea campione d’Europa di cui è tifosissimo.
Bob Diamond «è il volto non accettabile del sistema bancario», hanno sostenuto i suoi critici più accesi a cominciare da Lord Mandelson, ex numero due dei laburisti.
Di certo non è l’unico principe della City sulla graticola.
La compagnia è bene assortita. Solo che lui, Bob Diamond, ha un vizio che diventa virtù in certi ambienti: quella pretesa di avere sempre ragione sconfinante nella grassa supponenza. Per i suoi colleghi è una sorta di eroe.
Qualche mese fa si presentò ai parlamentari di Westminster.
E li mise al tappeto: «Il tempo dei rimorsi per i banchieri è finito».
Rivendicando, petto in fuori, libertà di manovra, di bonus e di traffici.
«Banchieri da casinò» li ha bollati Vince Cable, liberaldemocratico ministro delle attività produttive. Il «mister Bank» di Mary Poppins era un povero dilettante della City.
Fabio Cavalera
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 29th, 2012 Riccardo Fucile
IL RESPONSABILE PER LE BANCHE DI S&P : “NON E’ CORRETTO SCRIVERE CHE C’E’ VULNERABILITA’ SUI RISCHI DI FINANZIAMENTI ESTERNI”… SEMMAI E’ IL CONTRARIO: “PER FAVORE RIMUOVI IL RIFERIMENTO ALLE BANCHE”
Prende forza l’inchiesta della procura di Trani che accusa l’agenzia di rating Standard & Poor’s di aver messo in atto “una serie di artifici concretamente idonei a provocare” tra l’altro “una destabilizzazione dell’immagine, prestigio e affidamento creditizio dell’Italia sui mercati finanziari”.
Infatti il giorno stesso in cui l’agenzia americana ha declassato il sistema finanziario italiano puntando l’indice anche sugli istituti di credito nostrani (il 13 gennaio 2012) il responsabile per le banche di S&P, Renato Panichi, ha inviato una mail agli autori del report.
Nel messaggio elettronico Panichi ha contestato agli economisti di aver espresso giudizi contrari alla realtà sul sistema bancario.
Ora questa mail è nelle mani del pm Michele Ruggiero, assieme a nuovi atti d’indagine.
Nello specifico Panichi ha scritto a Eileen Zhang e Moritz Kraemer (due analisti senior che firmano i report sull’Italia, ndr) per dire che “non è giusto” scrivere nel rapporto dell’Italia “che c’è un elevato livello di vulnerabilità ai rischi di finanziamenti esterni. Attualmente — sottolinea — è proprio il contrario, uno dei punti di forza delle banche italiane è stato proprio il limitato ricorso/appello ai finanziamenti esterni o all’ingrosso”.
La missiva si conclude con un invito esplicito: “Per favore rimuovi il riferimento alle banche!”
In questa indagine sono indagati per concorso in manipolazione del mercato continuata e pluriaggravata, l’ex presidente di Standard & Poor’s Financial Services, Deven Sharma, il managing director head on insurance rating di Londra, Yann Le Pallec, e gli analisti senior del debito sovrano che firmarono i report sull’Italia, Zhang, Franklin Crawford Gill e Kraemer.
Nei confronti dei cinque indagati e delle sedi legali di Londra e New York di Standard & Poor’s nei prossimi giorni il pm Ruggiero, dovrebbe firmare la richiesta di rinvio a giudizio. Alla società invece il magistrato contesta violazioni della legge sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche.
Entro luglio la procura dovrebbe chiudere le indagini, tuttora in corso, sulle altre due agenzie di rating: Fitch e Moody’s.
Tutto è nato da un esposto-denuncia dei presidenti di due associazioni dei consumatori, Elio Lannutti, di Adusbef, e Rosario Trefiletti, di Federconsumatori, che hanno annunciano che si costituiranno parte civile “a nome di migliaia di risparmiatori frodati”.
In una nota congiunta le due associazioni hanno accusato gli analisti perchè “non si mossero autonomamente ma risposero a un disegno, oggettivamente perseguito, di ‘golpe bianco’ del gruppo dirigente centrale dell’agenzia, un disegno preordinato di affidare ad analisti ‘inesperti’ il mandato di produrre analisi, un disegno non casuale quello di scegliere una certa tempistica nel diffondere i report in modo tale da influenzare l’evoluzione politica italiana”.
Un’accusa particolarmente inquietante e ovviamente ancora da dimostrare.
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Giugno 29th, 2012 Riccardo Fucile
IL PREMIER HA OTTENUTO UN MECCANISMO DI INTERVENTO DEI FONDI SALVA-STATI A TUTELA DEI BOND DEI PAESI VIRTUOSI MA IN DIFFICOLTA’… “FELICE E ORGOGLIOSO DELLA NAZIONALE, SARO’ ALLA FINALE A KIEV”
“Il processo è stato duro, il risultato buono”. Poco dopo l’alba, a conclusione dell’estenuante trattativa al consiglio europeo, il presidente del consiglio, Mario Monti, esce tra gli ultimi dal Palazzo del consiglio.
“L’Italia è soddisfatta – dice Monti – . E’ stato un giorno difficile perchè pur riconoscendo l’importanza del pacchetto crescita l’Italia e poi la Spagna hanno messo una loro riserva d’attesa alla sigla dell’intesa. Per noi andava approvato tutto un pacchetto unitario con le misure di stabilizzazione a breve da decidere a 17. C’è stata tensione e una lunga discussione – continua – ma alla fine si è raggiunto l’accordo”.
“Le misure a breve sulla stabilizzazione della zona euro sono un fatto molto positivo per l’Eurozona e una duplice soddisfazione per l’Italia che ne ha stimolato il processo. L’Italia – spiega ancora il premier – si è battuta per queste misure, ma non abbiamo intenzione di avvalercene, tuttavia ritenevamo che fosse un meccanismo utile in linea di principio. La zona euro ne esce rafforzata. Non avrebbe avuto senso decidere su un Patto per la crescita lasciando sguarnita la zona che può pregiudicare la crescita”.
Il premier ha spiegato che al vertice non è stata presa alcuna decisione sull’eventuale aumento della dotazione per il fondo salva-Stati, ma ha sottolineato che comunque dopo la decisione di affidare all’Esm il compito di stabilizzare gli spread, l’importante è il fattore psicologico: “C’è uno sblocco mentale”, ha detto.
Alla domanda se sia in campo l’ipotesi di trasformare il fondo Esm in banca per consentire l’accesso alla liquidità della Bce, Monti ha chiarito che non se ne è parlato al vertice, ma che “tutte le ipotesi sono in campo”.
Tornando a spiegare la funzionalità del meccanismo antispread, Monti chiarisce che “la novità importante di questo nuovo sviluppo è che i Paesi che volessero beneficiare di questi interventi di stabilizzazione dovrebbero naturalmente chiederli, ma, se ricadono nel caso di osservanza di tutte le condizioni esistenti, non dovranno sottoporsi a un programma specifico, dovranno firmare un memorandum d’intesa, ma non avranno la troika e dovranno continuare ad adempiere alle condizioni che adempiono”.
Monti ha aggiunto: “Per assicurare una efficiente gestione i fondi Efsf ed Esm agiranno nel mercato come titolari di queste operazioni di acquisto e vendita di titoli, attraverso la bce come agente, che ha una familiarità con le condizioni di mercato e una capacità operativa che il fondo salva-stati non ha”.
Commentando la vittoria della Nazionale sulla Germania, Monti ha poi detto: “Sono felice e orgoglioso per il successo della Nazionale. Domenica andrò a Kiev per la finale. Di solito non faccio pronostici nè sui mercati finanziari nè sui risultati sportivi: ma un’idea ce l’ho e anche un cuore…”.
(da “La Repubblica“)
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Giugno 29th, 2012 Riccardo Fucile
APERTURA POSITIVA PER LE BORSE ASIATICHE DOPO L’ACCORDO RAGGIUNTO NELLA NOTTE TRA I LEADER EUROPEI… BUONI RISULTATI ANCHE PER LA MONETA UNICA CONTRO IL DOLLARO
L’esito del vertice Ue, in cui i leader dell’Eurozona hanno trovato l’intesa su meccanismo
anti-spread e ricapitalizzazione diretta delle banche da parte del fondo salva stati, ha inciso sullo spread e sui mercati, e ha segnato in positivo l’apertura delle borse, dall’Asia all’Europa.
Non si ferma il calo dello spread fra Bund e Btp a 10 anni che scende sotto quota 420 punti e segna meno 51 sulla chiusura di ieri, riportando i rendimenti dei nostri titoli al 5,85%.
Giù anche lo spread dei Bonos che passa a quota 475 punti.
Brindano all’accordo raggiunto le piazze finanziarie europee.
Parigi registra un progresso del 3,11%, Francoforte +2,58%, Amsterdam +2,29%, Bruxelles +1,73%, Londra +1,73%.
Piazza Affari mette le ali conl’accordo sul piano anti-spread raggiunto nella notte. Dopo la partenza col botto, l’indice Ftse Mib resta sostenuto, ma sotto i massimi, e segna ora un rialzo del 2,80%.
Volano le banche. Unicredit è riuscita solo ora ad entrare agli scambi, dopo esser finita in asta di volatilità in apertura, e sale ora del 7,36%. Intesa Sanpaolo guadagna il 6,29%. Il Banco Popolare sale del 5%, Bpm +4,38%, Mps del 3,52%.
Corrono anche i mercati asiatici.
E’ vivace Tokyo, dove il Nikkei 225 sale dell’1,82%, mentre fa un rally oltre il 2% Hong Kong.
Gli acquisti principali riguardano il comparto bancario, con Westpac Banking in rialzo dell’1,4% e in supporto dell’indice di riferimento di Sydney.
Sulla piazza giapponese corre Toyota Motor (+2,4%), comprata assieme agli altri titoli legati all’export.
Nel comparto minerario è vivace Bhp Billiton (+2,6%).
L’accordo “sembra molto significativo”, dice a Bloomberg Jonathan Garner, capo strategist di Morgan Stanley ad Hong Kong sottolineando come questa intesa eviti elementi di incertezza visti dai mercati invece sul piano per la Grecia.
Appare invece più scettico il capo della ricerca di Julius Baer in Asia, Mark Mathews, secondo il quale “l’Europa continua a fare dichiarazioni audaci, per poi attenuarle poco dopo”.
Al momento l’economista vede “solo vaghe e incoraggianti parole, che hanno prodotto eccitazione ed euforia — afferma -. Saranno quasi certamente seguite da smentite e rinvii e dalla confusione sul mercato quando capirà di esser stato nuovamente preso in giro”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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