Giugno 28th, 2012 Riccardo Fucile
“CONTINUANO A ESSERCI ZONE GRIGIE DI SCARSA TRASPARENZA DEI CONTI PUBBLICI”…VA MIGLIORATA LA QUALITA’ DELL’AZIONE AMMINISTRATIVA
Il percorso di abbattimento dei livelli di spesa pubblica e del disavanzo sta proseguendo “con
successo” e “i risultati raggiunti sono impressionanti, ma non basteranno”.
Lo afferma il presidente di sezione della Corte dei Conti, Luigi Mazzillo, nella relazione sul rendiconto generale dello stato 2011 della magistratura contabile.
Il governo, spiega Mazzillo, è intervenuto sui tagli alla spesa “con successo, ma anche al costo di effetti distorsivi e del rischio di avvio di un circolo vizioso per quanto riguarda la crescita”.
Tanto che “nel breve termine la spesa statale e locale è stata ridotta a livelli che non sarà agevole, e in alcuni casi persino non auspicabile, mantenere per lunghi periodi”.
“Sul piano della lotta all’evasione e della riscossione coattiva è stato dispiegato uno sforzo straordinario e sono stati conseguiti risultati altrettanto straordinari ma lo zoccolo duro è stato appena scalfito”.
Spiega la Corte dei Conti evidenziando che “la pressione fiscale è elevata” e la massa di risorse acquisite massiccia.
“Il quadro che emerge dalle analisi svolte con riferimento al rendiconto generale dello stato per l’esercizio 2011 – sostiene Mazzillo – conferma che, proseguendo un percorso avviato sin dall’inizio della legislatura, anche lo scorso anno si è intervenuti, con successo, sulle quantità , abbattendo i livelli della spesa pubblica e del disavanzo. Anche oltre la percezione dell’opinione pubblica interna ed internazionale – sottolinea il presidente di sezione della Corte dei Conti – i risultati conseguiti in termini quantitativi appaiono impressionanti.
Ma non basteranno se, da un lato, non si ha chiaro quale debba essere l’arco temporale di riferimento entro il quale inquadrare il giudizio sul controllo della spesa e, dall’altro, non si interviene, per usare una metafora, per eliminare la polvere nascosta sotto il tappeto”.
Mazzillo si riferisce alle “persistenti zone grigie di scarsa trasparenza dei conti pubblici, che lasciano intravedere potenziali rischi di emersione di oneri latenti”, sulle quali si suggerisce di intervenire.
Così come si invita a intervenire “puntualmente sulla qualità dell’azione amministrativa, per migliorare la capacità di gestire, giorno dopo giorno, la soluzione e la manutenzione dei problemi collettivi vecchi e nuovi” utilizzando anche le analisi della Corte dei conti.
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Giugno 28th, 2012 Riccardo Fucile
LE MOSSE DEL PROFESSORE PER EVITARE UN LUNEDI NERO SE FALLISSE IL CONSIGLIO EUROPEO
“Prepararsi al peggio”. Con questa parola d’ordine il premier è partito ieri alla volta di
Bruxelles per la battaglia più difficile dal giorno del suo ingresso a palazzo Chigi.
La vigilia di trattative in Europa lo induce a un moderato ottimismo, ma la sua responsabilità è anche quella di prevedere e prepararsi a un esito fallimentare del vertice Ue.
Perchè questa volta si gioca senza rete, come ha detto lo stesso Monti alla Camera.
“Non ci sono soluzioni pronte su cui i leader devono solo mettere la firma”. Si tratterà davvero, con il coltello tra i denti. E già questa mattina, prima dell’inizio del summit, Monti ha in agenda un bilaterale con Angela Merkel.
Intanto, per non sbagliare, il premier ha preallertato i ministri. Nessuno dovrà allontanarsi dalla Capitale nel week-end. “Vi prego di essere tutti reperibili”. Non si sa mai, dovesse riunirsi un Consiglio dei ministri per prendere decisioni d’urgenza.
La paura infatti è che lunedì mattina i mercati, nel caso il consiglio europeo si risolva in chiacchiere, puniscano duramente proprio l’Italia, il bersaglio più grosso.
Per domenica sera Monti ha convocato una riunione ristretta a Roma con Moavero, Grilli, Passera, Giarda e Catricalà .
Un summit formalmente chiamato a discutere nel dettaglio l’ultima versione della spending review in vista del Consiglio dei ministri di lunedì.
E tuttavia è chiaro che il vertice servirà anche a stabilire come reagire nel caso l’Italia debba affrontare da sola un’ondata speculativa in arrivo.
Ad alzare il velo sulla necessità di un “piano B” è stato Giuliano Amato, chiamato come consulente da Monti.
In un’intervista a l’Unità , due giorni fa l’ex premier ha parlato di misure per calmierare lo spread come “una drastica riduzione del debito pubblico sotto il 100 per cento”.
O l’emissione di titoli del debito a basso interesse, garantiti da un fondo in cui dovrà confluire il patrimonio pubblico.
Qualcosa in ogni caso sembra muoversi, vista da palazzo Chigi la situazione non è affatto nera.
Pier Luigi Bersani, che ha discusso a lungo con Monti martedì sera, è uscito dal faccia a faccia meno pessimista.
“La Merkel – riflette il segretario del Pd in un corridoio di Montecitorio – ha chiuso in maniera drastica sugli eurobond, dicendo che finchè campa non ci saranno mai. Perchè fare una sparata così dura su una materia che, per stessa ammissione di Hollande, per il momento non è più sul tavolo? Secondo me è il segno che si prepara a cedere sul resto”.
Bersani spera in un segnale positivo sia sul Salva-Stati sia sul Fondo di redenzione, quel meccanismo che dovrebbe mettere in comune, fra gli stati dell’eurozona, la parte del debito pubblico eccedente il 60%.
Pochi metri più in là un altro esponente della “strana” maggioranza, in contatto quotidiano con i tedeschi, annusa la stessa aria: “Ho spiegato ai nostri amici a Berlino – osserva Rocco Buttiglione – che noi non vogliamo i loro soldi, come ha scritto erroneamente la Bild. Noi vogliamo solo una difesa comune contro la speculazione: proponiamo che si attivi un meccanismo simile all’articolo 5 della Nato, che faccia scattare l’obbligo di difesa di tutta l’Alleanza se uno dei membri è sotto attacco”.
Da palazzo Chigi fanno sapere che i segnali positivi non si limitano al meccanismo abbassa-spread, quello che gli sherpa francesi hanno ribattezzato “couloir”, “il corridoio” (visto che blocca lo spread entro una banda di oscillazione prefissata). Aperture da parte del fronte del Nord Europa (Germania, Olanda, Finlandia) ci sarebbero anche sulla “golden rule”, ovvero la possibilità che taluni investimenti nazionali in grandi opere europee possano essere scomputati dal calcolo Deficit/Pil. Buttiglione già pregusta la vittoria: “Se Monti riesce a portare a casa i project-bond, la golden rule, l’uso del Salva-stati contro lo spread e il piano per la crescita, per l’Italia sarà un successo incredibile”.
A quel punto la maggioranza “strana” potrebbe anche ristrutturarsi intorno a un nocciolo duro iper-montiano e europeista.
E un primo esperimento lo si è avuto ieri alla Camera con il voto sull’Europa.
“La mozione unitaria su cui si sono ritrovati oggi Pd-Udc e Fli – ragiona il democratico Sandro Gozi – in fondo prefigura quell’arco di forze che, nella prossima legislatura, potrebbero proseguire l’opera riformatrice di Monti”.
Sempre che lunedì non crolli tutto.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Giugno 28th, 2012 Riccardo Fucile
PACCO DONO ALLA BANCA DI PROFUMO.. INDAGATA E INDEBITATA NON TROVA SOLDI PER RISPETTARE GLI IMPEGNI… NIENTE PAURA, GLIELI PRESTA IL GOVERNO
Siena chiama, Roma risponde.
Il Monte dei Paschi proprio non ce la fa
a trovare i soldi per rispettare gli impegni presi con l’autorità di vigilanza europea. Niente paura: il governo di Mario Monti presta 2 miliardi di euro alla grande banca toscana da tempo in difficoltà .
Il gradito pacco dono arriverà sotto forma di obbligazioni sotto-scritte dallo Stato, ribattezzate Tremonti bond.
Non è la prima volta.
L’operazione annunciata ieri dall’esecutivo ricorda quella ideata nel 2009, quando nel pieno della prima crisi finanziaria, alcuni istituti, tra cui Mps, fecero il pieno di risorse fresche grazie ai finanziamenti pubblici.
All’epoca la regia fu dell’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
Da qui il nome assegnato ai titoli.
Adesso si replica e il denaro andrà tutto al Monte, dove poche settimane fa si è insediato il nuovo presidente Profumo.
Per l’occasione verranno anche riviste le condizioni dei Tremonti bond per 1,9 miliardi già in pancia all’istituto senese.
A conti fatti, quindi, l’intervento del governo potrebbe arrivare a sfiorare i 4 miliardi. Il tempo stringe, ormai.
L’Eba (European banking authority) chiedeva al Monte 3,2 miliardi di nuovo patrimonio, ma la banca nei mesi scorsi ne ha trovati si è no un paio, grazie alla vendita di alcune attività e ad altre manovre contabili.
Che fare? Un nuovo aumento di capitale in Borsa è improponibile.
Gli azionisti del Monte hanno già sborsato 2 miliardi, giusto un anno fa.
E i titoli pagati 0,44 euro ciascuno adesso quotano meno di 0,2.
Peggio ancora, la Fondazione Mps, socio principale dell’istituto, ha finito i soldi.
Non sia mai che la politica senese debba mollare definitivamente la presa sulla banca. Obbligazioni? Niente da fare neppure per quelle. Sul mercato nessuno le vuole.
Alla fine, Profumo e l’amministratore delegato Fabrizio Viola si sono presentati a Roma con il cappello in mano e il governo, con l’assistenza della Banca d’Italia, ha confezionato un salvagente su misura.
A maggio, pochi giorni dopo la nomina, il neopresidente aveva detto di ritenere che il piano presentato all’Eba “potesse bastare”.
Forse gli era sfuggito qualcosa, perchè dopo mesi di trattative, anche molto concitate, il Monte ha dovuto ripararsi sotto l’ombrello aperto dallo Stato.
I guai dell’istituto arrivano in parte dalla campagna acquisti varata negli anni del boom, culminata nel 2007 con l’acquisizione della Banca Antonveneta a un prezzo già all’epoca giudicato fuori misura dalla gran parte degli analisti.
A distanza di 4 anni, il Monte ha chiuso il bilancio 2011 in perdita per 4,6 miliardi dovuti in gran parte alla svalutazione della sua controllata Antonveneta.
Non è finita.
Giusto un mese fa la discussa acquisizione del 2007 è finita anche al centro di un’inchiesta aperta dalla procura di Siena.
Insomma, un diluvio di guai.
Intanto però Giuseppe Mussari, il presidente di Mps che volle e gestì l’affare (si fa per dire) Antonveneta, ha perso il posto ma è stato appena riconfermato alla guida dell’Abi, la Confindustria delle banche.
Non bastassero le perdite in bilancio, nei mesi scorsi è scesa in campo anche l’Eba. L’ente di vigilanza ha chiesto a una settantina di istituti europei la creazione di quello che è stato definito “un cuscinetto patrimoniale supplementare”.
I nuovi capitali dovrebbero servire ad assicurare la stabilità degli istituti in caso di altre tempeste sul debito pubblico, del tipo di quella che nell’autunno scorso ha portato a un crollo delle quotazioni dei titoli di stato dei Paesi considerati a rischio, tra cui l’Italia. In sostanza, le banche hanno fatto indigestione di Btp e ora in qualche modo devono difendersi da nuovi scossoni di mercato.
Nei mesi scorsi Unicredit e Banco Popolare hanno fatto fronte alle richieste dell’Eba con una serie di operazioni di mercato.
Siena invece si è rivolta a Roma.
La banca ha mantenuto i suoi impegni, ma gli investitori restano pessimisti e ieri hanno venduto a piene mani i titoli Mps.
Alla fine il ribasso ha superato il 5%, con la quotazione molto vicina ai minimi storici. Ai prezzi attuali il Monte capitalizza in Borsa 2,4 miliardi.
Come dire che tutta la banca vale meno degli aiuti di Stato che ha ricevuto.
O sta per ricevere.
Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 28th, 2012 Riccardo Fucile
RIFORMA DELLA P.A., DIMINUZIONE DELLA PRESSIONE FISCALE E DEFISCALIZZAZIONE DEGLI UTILI REINVESTITI: ECCO LE RICHIESTE DEGLI IMPRENDITORI… ADEGUARE L’INFRASTRUTTURA TELEMATICA AGLI STANDARD EUROPEI
Al centro di un tira e molla fra il Governo e le parti sociali.
Discussa, dibattuta e controversa.
Eppure per le imprese italiane la riforma del lavoro è l’ultima delle priorità per creare sviluppo e produttività : è quanto emerge dal rapporto “L’Italia verso Europa 2020, come prosperare in una decade di crescita zero” di Business International (Fiera Milano Media), presentato a Roma durante una tavola rotonda tra l’imprenditoria e gli esponenti del mondo politico italiano.
In un quadro congiunturale ancora molto difficile, legato alla contrazione della domanda, al ritardo dei pagamenti e al credit crunch, il Top Management italiano, coinvolto nel campione, ha dichiarato che gli interventi prioritari da realizzare nel medio termine per rilanciare la crescita sono la riforma della Pubblica Amministrazione (77% delle risposte), la diminuzione della pressione fiscale (68,3%) e la defiscalizzazione degli utili reinvestiti nell’impresa (60%).
Non prioritarie le politiche di liberalizzazione e privatizzazione, ritenute importanti solo dal 31% e dal 22%.
Non è un mistero d’altronde che l’inefficienza della burocrazia del nostro Paese, la pressione fiscale eccessiva e il feroce ritardo nella costruzione dell’infrastruttura telematica, secondo un’indagine Ocse, siano solo alcune delle prime cause dello svantaggio competitivo italiano.
Ed è proprio la digitalizzazione dei servizi a stare particolarmente a cuore al mondo della piccola e media imprenditoria italiana.
L’adeguamento dell’infrastruttura telematica agli standard europei è auspicato dal 75% del campione.
Dopotutto in Italia il Digital Divide è ancora un problema rilevante e l’attuale Governo ha in effetti inserito l’Agenda Digitale tra le sue priorità anche se la sua attuazione è in ritardo e gli imprenditori concordano nell’identificare tra le cause la congiuntura economica sfavorevole (53%), ma anche l’eccessiva burocratizzazione delle procedure (43%) e la carenza di infrastrutture tecnologiche (41%).
“Digitalizzare la Pa non vuol dire solo mettere in rete i dati, ma renderli trasparenti e fruibili”, ha detto Giorgio De Rita, direttore generale di DigitPa, “una sfida che l’Italia deve assolutamente raccogliere tramite l’attuazione dell’Agenda Digitale”.
Un servizio che sarebbe utilissimo anche alla rete delle imprese che dichiara di soffrire molto l’attuale congiuntura economica: il 66% degli imprenditori intervistati dice di aver subito gli effetti della crisi, con un peggioramento di otto punti percentuali rispetto a quanto affermato in uno studio di Business International del 2009.
Nel 47% dei casi degli imprenditori intervistati il fatturato è diminuito nell’ultimo biennio, mentre il 70% del campione ritiene che la crisi avrà ancora effetti di lungo e medio termine sulla propria azienda.
Tra le principali criticità affrontate dalle imprese in questo periodo emergono la diminuzione degli ordini e delle vendite (62%) e l’insolvenza dei clienti (60%) a cui si sommano l’inefficienza della burocrazia (50%), l’aumento del costo del credito (40%) e la difficoltà di accedervi (39%). Il 29% degli intervistati lamenta l’aumento dei prezzi delle materie prime e il 25% denuncia in ritardo nei pagamenti della Pa.
Interventi per la ripresa. E sul risanamento del debito pubblico, l’attuazione del fiscal compact da coniugare con un progetto di crescita a breve termine, si è espresso il direttore della Finanza pubblica del Fmi, Carlo Cottarelli che ha detto: “Molto è stato fatto, ma il lavoro non è ancora finito. Non bisogna farsi prendere dal pessimismo e completare il cammino”.
“La recente missione del Fmi ha dato un giudizio altamente positivo sulle liberalizzazioni, ma c’è ancora da fare su energia, lavoro, settori professionali e giustizia”, ha sottolineato, specificando “l’urgenza della spending review che deve concentrarsi su tagli a singole componenti della spesa piuttosto che a tagli lineari”.
“Servono interventi di riforma nel settore dell’energia, del lavoro e in quello delle professioni e giudiziario – ha continuato il direttore – L’aumento dell’efficienza del sistema giudiziario è essenziale perchè la sua lentezza produce incertezza per le imprese”. ha poi avallato la tesi degli imprenditori secondo cui il peso della pressione fiscale continui a rallentare le possibilità di crescita.
“Occorre agire su quattro fronti per affrontare le incertezze del breve e del lungo periodo – ha suggerito – In primo luogo bisogna risanare i conti pubblici a ritmo appropriato, conciliando l’aggiustamento fiscale al sostegno della domanda aggregata”.
In secondo luogo bisogna “rafforzare la crescita nel breve e nel lungo periodo” anche attraverso un “rafforzamento del sistema bancario che è necessario per la crescita e – ha osservato – per riattivare il canale del credito”.
In terzo luogo bisogna “mantenere alta la fiducia nel progresso dell’euro” attraverso “l’unione bancaria e l’unione fiscale”. Per Cottarelli, in particolare, “occorre un grado molto più elevato di integrazione fiscale” nell’area euro.
Infine, quarto punto indicato dal membro dell’Fmi è “la necessità di assicurare un grado elevato di liquidità ai mercati”.
Proprio per questo è necessaria “un’azione più flessibile della Bce” e “abbiamo incoraggiato proprio la Bce – ha concluso – nel maggiore acquisto diretto di titoli di stato e in ulteriori operazioni di finanziamento a lungo termine”.
Linda Varlese
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Giugno 27th, 2012 Riccardo Fucile
SPIRAGLI DI SCHAEUBLE SUL MECCANISMO PROPOSTO DA MONTI PER RAFFREDDARE IL DIFFERENZIALE SUI TITOLI
Un vertice convocato in tutta fretta per preparare il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno. I
ministri economici di Germania, Spagna, Italia e Francia sono riuniti a Parigi per trovare un’intesa sui nodi più drammatici del futuro vertice.
E, secondo indiscrezioni, nell’incontro si è registrata “una cauta apertura” di Berlino sull’ipotesi, avanzata dall’Italia al G20 di Los Cabos, di utilizzare il fondo salva-Stati europeo per un meccanismo di stabilizzazione degli spread a favore dei paesi più virtuosi.
L’apertura arriva a poche ora dall’ennesimo no di Angela Merkel contro gli eurobond e qualsiasi ipotesi di condivisione del debito e sembra comunque rafferddare le tensioni in vistan del vertice di giovedì.
La possibilità di utilizzare l’Efsf per far scendere la febbre degli spread era stata avanzata dal governo italiano subito dopo il vertice bilaterale di Roma tra Monti e Hollande.
Inizialmente era stata “bocciata” come “aspirina” dal commissario europeo Olli Rehn, ma ora anche il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schauble sembra disposto a ragionarne.
Quelle di ieri sera a Parigi sono state trattative intense, una sorta di rush finale delle quattro principali economie dell’eurozona, in vista del vertice dei capi di Stato e di governo dell’Ue, in programma giovedì e venerdì a Bruxelles.
Il ministro delle Finanze francese, Pierre Moscovici, ha ricevuto nella capitale i colleghi di Italia, Germania e Spagna per “preparare attivamente” il summit.
Da Bruxelles, fonti europee qualificate avevano avvertito nel pomeriggio che la riunione di Parigi sarebbe stata “cruciale” per l’individuazione di misure anti-crisi a breve termine, e non avevano escluso che l’incontro sarebbe potuto trasformarsi in una teleconferenza a livello di Eurogruppo. Ma su questo non c’è stata nessuna conferma.
La riunione “di lavoro” – che in un primo tempo doveva rimanere segreta e che si è tenuta in un luogo non rivelato alla stampa – era stata annunciata questa mattina a sorpresa dallo stesso Moscovici, intervenendo su radio France Info, e poi confermata da un comunicato diffuso nel pomeriggio dal ministero delle Finanze.
na sorta di seguito in formato ‘ridotto’ della quadrilaterale di Roma, dove i leader di Italia, Francia, Germania e Spagna hanno chiesto di mobilitare circa 120-130 miliardi di euro in favore della crescita.
I frutti dell’incontro potranno vedersi già dal minivertice che metterà invece a confronto, il presidente francese Francois Hollande e la cancelliera tedesca Angela Merkel.
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
NELLA SPENDING REVIEW L’IPOTESI DI UN ABBASSAMENTO DEL VALORE DEI TICKET A 5,29 EURO PER I DIPENDENTI PUBBLICI… TUTTO PER UN RISPARMIO DI APPENA 10 MILIONI
L’ipotesi sarebbe contenuta nel pacchetto Spending Review su cui sta lavorando alacremente il super-commissario (ex liquidatore Parmalat) Enrico Bondi: ridurre a 5,29 euro l’importo dei buoni pasto per oltre 450 mila dipendenti pubblici di amministrazioni centrali e periferiche (gli statali).
L’asticella finora esentasse dei buoni pasto, quella fino alla quale l’importo è de-fiscalizzato per il lavoratore (per cui non viene denunciato ai fini Irpef) e de-contribuito per il datore lavoro (ai fini previdenziali).
L’ASTICELLA
Imporre a tutti questa cifra-tagliola significa risparmiare circa 10 milioni di euro in termini di spesa pubblica e si sa – in tempi di vacche magre – trovare nuove fonti di risparmio per scongiurare l’aumento dell’Iva di due punti percentuali (dal 21 al 23%) è la missione esistenziale del dream ticket Giarda (il ministro che per primo ha tentato di elaborare una fotografia puntuale della spesa delle amministrazioni pubbliche) e appunto Bondi, chiamato a trovare quei 4,2 miliardi di euro entro la fine dell’anno (al netto degli effetti nefasti post-terremoto in Emilia) per rispettare la road map imposta da Bruxelles in modo da raggiungere il pareggio di bilancio tra tre anni.
Eppure incidere sui centri di spesa (ammesso che la voce buoni-pasto rappresenti il simbolo dello sperpero pubblico) sta provocando una vera e propria levata di scudi di Anseb, l’associazione di società emittitrici di buoni pasto, e di Fipe (la Federazione Italiana Pubblici Esercizi), che rappresenta gli interessi di chi è a valle della filiera, appunto gli esercenti che ottengono il buono pasto come carta-moneta e corrispondono in cambio almeno un pasto per il dipendente che ne fa uso.
LA RIDUZIONE
Questa presunta riduzione di almeno due euro (una parte dei dipendenti pubblici è in possesso di un ticket con valore facciale compreso tra i 7 e gli 8 euro) «significa tornare al valore di acquisto di 15 anni fa e quindi togliere fisicamente il pane dalla bocca a tanti lavoratori senza far risparmiare in maniera significativa lo Stato», dice il presidente dell’Anseb, Franco Tumino.
Di più: sarebbe un’ulteriore misura deprimente per i consumi, dato il suo effettivo sostegno alle famiglie (una sorta di benefit dal forte contenuto sociale, tanto da poter spesso essere utilizzato come moneta corrente in supermercati e centri commerciali), un simbolo di welfare aziendale, soprattutto capace di generare un indotto da circa 3,4 miliardi di euro all’anno «perfettamente tracciato, con indubbi benefici anche per l’erario», rincara Tumino.
Tanto che il buono pasto obbliga ad una fatturazione finale per ottenere il pagamento del suo valore dalla società emittitrice, che permette di garantire 306 milioni di euro di Pil e 438 milioni di euro di risorse fiscali per l’erario ogni anno (stima sul 2013).
LO STUDIO
E colpisce il perfetto timing, con il quale un recente studio dell’università Bocconi ha denunciato il cortocircuito di cui soffre da 15 anni il settore dei buoni pasto, l’unico escluso dal naturale meccanismo di adeguamento all’inflazione (tipico, per esempio, dei contratti di lavoro collettivi e di quelli di locazione).
Secondo questa analisi un eventuale aumento dell’esenzione a 8 euro (cifra che compenserebbe il rincaro dei prezzi degli alimenti di questi ultimi 15 anni cresciuti di circa il 50%) genererebbe un innalzamento del 3,24% del potere d’acquisto per oltre 2,3 milioni di lavoratori.
Ora il governo – sull’altare del risparmio e della razionalizzazione della spesa – fa dietrofront e sacrifica ulteriormente questo benefit per i dipendenti pubblici, già colpiti dal mancato adeguamento all’inflazione dei contratti collettivi, sancito dalle ultime manovre finanziarie.
«Riducendo i volumi di questo mercato e penalizzando tutto l’indotto», segnala Tumino.
Tutto per dieci milioni di euro.
Quasi la retribuzione di un grand commis di Stato, che magari ha accumulato diversi incarichi e percepisce svariati emolumenti.
Fabio Savelli
(da “Il Corriere della Sera“)
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
IN ATTESA DEL CONSIGLIO EUROPEO SI NAVIGA A VISTA…. E ANCHE IN CASO DI FALLIMENTO NON C’E’ ACCORDO SUL DA FARSI
Mancano tre giorni al Consiglio europeo, e la politica trattiene il fiato perchè ormai tutto dipende da quanto succederà a Bruxelles.
Se il governo andrà avanti o meno, se ci sarà un Monti-bis (prospettiva molto evocata in una intervista dal sottosegretario Catricalà ) o viceversa saremo chiamati alle urne in ottobre, lo capiremo venerdì mattina, al momento di tirare le somme del vertice.
Negli stati maggiori dei partiti si percepisce l’umile consapevolezza che, stavolta, la posta è troppo grande per affrettare le decisioni, quali esse siano.
Idem nei palazzi romani che contano: «Navighiamo a vista», è l’immancabile risposta. Con la postilla prudenziale: «Tutto può accadere, e non dipende solo da noi».
Se Monti farà ritorno da Bruxelles sulle note della marcia trionfale, avendo piegato le resistenze di Frau Merkel, è certo che nessuno avrà il coraggio di tendergli lo sgambetto.
Anzi, si può scommettere che destra e sinistra faranno a gara per prendersi il «bonus», vantando i meriti del comportamento responsabile.
Addirittura tornerebbe in auge la tesi (assolutamente minoritaria) di chi vorrebbe un coinvolgimento diretto dei partiti nel governo: fermo restando, come sottolinea Catricalà , il parere determinante del presidente Napolitano.
Perfino nel caso in cui l’esito del summit fosse in chiaroscuro, un po’ bene e un po’ male, il partito delle elezioni faticherebbe a imporsi, complice il calendario (per votare in autunno, le Camere andrebbero sciolte entro i primi giorni di agosto).
Quasi impossibile prevedere che cosa accadrebbe, invece, se il Professore tornasse dal vertice a mani vuote.
Dai centristi Monti non deve attendersi brutte sorprese, saranno comunque dalla sua parte.
Fonti Pd garantiscono che, di sua iniziativa, Bersani non staccherà comunque la spina. Però certo starà a vedere quanto combinano sull’altra sponda.
Dove ancora ieri i segnali risultavano contraddittori.
Berlusconi si tiene la mente aperta a qualunque sviluppo, per cui chi lo va a trovare ne esce con le idee confuse. Molto dipenderà dal trend elettorale.
Se ad esempio stasera Alessandra Ghisleri gli confermerà il recupero di consensi delle due precedenti settimane, in questo caso il Cavaliere avrà un motivo in più per attendere gli sviluppi.
Personaggi del suo giro ieri scommettevano (a torto o a ragione) che il fenomeno Grillo non durerà , far cadere Monti significherebbe ridargli fiato, dunque un errore da matita blu.
Berlusconi, ahilui, non è più il solo protagonista da quelle parti.
C’è pure il gruppo dirigente Pdl dove un peso determinante l’hanno acquisito da ultimo gli ex di An. I quali tutti, chi più chi meno, non vedono l’ora di godersi la probabile sconfitta, sempre minore della tragedia che si attendono nel 2013.
Il segretario Alfano tiene in grande considerazione il loro pensiero, tanto da lanciare giovedì scorso una specie di ultimatum: mai più voteremo quello su cui non siamo d’accordo.
Quel «mai più» deve essere risuonato troppo perentorio e troppo poco prudente.
E comunque il Pdl non intende ritrovarsi con il cerino delle elezioni in mano. Alle urne occorre eventualmente arrivare, sussurrano in Via dell’Umiltà , con un percorso concordato col Pd, magari in un sapiente gioco delle parti…
Fatto sta che ora Alfano precisa: al governo non abbiamo messo alcuna scadenza.
Il guaio è, ringhia Cicchitto, che «qualche ministro c’è la mette tutta per far saltare il banco con delle vere provocazioni nei nostri confronti, come è accaduto sulla legge anti-corruzione e adesso sulla riforma Fornero».
Nella santa barbara dei partiti, pure una scintilla involontaria è sufficiente a provocare il botto.
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
ALLA BASE IL CROLLO DEI CONSUMI, LA SRETTA AI PRESTITI BNACARI E I CREDITI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE… I DATI ELABORATI DA UNIMPRESA SU 130.000 AZIENDE
E’ allarme rosso sui mancati pagamenti fra le imprese: nei primi 5 mesi del 2012 sono cresciuti del
47%.
Le aziende non incassano più e le fatture da pagare restano nel cassetto.
Lo rivela un’indagine di Unimpresa che individua tre motivi in particolare: il crollo dei consumi, la stretta ai prestiti bancari e i crediti della Pubblica amministrazione congelati.
L’indagine è stata condotta incrociando i dati delle 130.000 associate di Unimpresa, raccolti nelle 60 sedi sul territorio nazionale, con le informazioni estrapolate da alcune basi dati pubbliche e provate.
Dallo studio emerge un quadro sostanzialmente omogeneo in tutta la Penisola, con una crescita della percentuale di mancati pagamenti leggermente più alta al Mezzogiorno (49,4%) rispetto al Centro-Nord (45,3%).
Quanto ai settori economici, in cima alla “classifica” c’è l’edilizia, poi il commercio, l’artigianato, la piccola industria e l’agricoltura.
La spirale negativa, si legge nella nota di Unimpresa, si fonda su tre ragioni principali, che hanno portato, tra altro, il Paese in recessione.
La crisi ha anzitutto fatto crollare i consumi, modificando i comportamenti delle famiglie che ricorrono alla spesa low cost ormai in maniera sistematica per arrivare alla fine del mese: nel carrello della spesa finiscono solo le offerte speciali e i prodotti scontati, con il risultato di un crollo del fatturato che parte dal piccolo commercio e dalla grande distribuzione e arriva a investire l’intera filiera produttiva, trasporti inclusi.
La seconda ragione sta nella crisi di liquidità innescata dalla stretta al credito da parte delle banche.
Il terzo fattore che contribuisce a bloccare i pagamenti fra le imprese è il congelamento dei crediti che le stesse imprese vantano nei confronti della pubblica amministrazione: una montagna di 70 miliardi di euro non erosa dalle recenti manovre del Governo, ambiziose ma di difficile attuazione.
Secondo il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, “siamo sempre più vicini al baratro: dobbiamo constatare giorno dopo giorno che si stanno avverando tutte le nostre previsioni”.
“E mentre il Paese affonda prendiamo atto che al Governo interessano di più le faccende internazionali. E’ chiaro che la svolta passa anche per una ricetta unica dell’Unione europea, ma nel nostro Paese esistono malattie particolari che richiederebbero medicine ad hoc. E si tratta di misure urgenti, senza le quali – afferma – alle fine di quest’anno potremmo fare i conti con un quadro devastante. A nostro giudizio il ciclo economico può ripartire anche ricorrendo a importanti investimenti pubblici, da rilanciare in tempi rapidissimi”, conclude Longobardi.
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALLO «SPIEGEL», IL MINISTRO DELLE FINANZE TEDESCO: NO ALLA DISINTEGRAZIONE, CI SARANNO 5 MILIONI DI DISOCCUPATI, A RISCHIO ANCHE VIAGGIARE”
È un vero incubo il futuro economico della Germania, e con lei di tutta l’eurozona, se la moneta
unica dovesse crollare.
A tracciare i dettagli di questo scenario pauroso è uno studio dei tecnici del ministero delle Finanze tedesco, il gigantesco palazzo della Wilhelmstrasse, già quartier generale di Hermann Gà¶ring e dell’amministrazione militare sovietica, dove ora regna Wolfgang Schà¤uble, uno dei protagonisti dell’europeismo tedesco.
Il rapporto è stato rivelato, nei punti fondamentali, dal settimanale «Der Spiegel», che ha citato un funzionario del ministero, secondo il quale «di fronte a queste prospettive, anche un salvataggio dell’euro a caro prezzo appare come il minore dei mali».
L’articolo dello «Spiegel», intitolato «Uno sguardo sull’abisso », è corredato da una serie di dati che confermano indicazioni «molto tetre» per tutti i Paesi dell’eurozona.
In un grafico, una freccia nera indica l’aumento della disoccupazione nel primo dei due anni successivi alla eventuale fine della moneta unica, mentre una freccia rossa indica la contrazione dell’economia.
E molti di questi valori percentuali, nei vari Stati, superano la doppia cifra, in particolare per quanto riguarda le nazioni più esposte, come per esempio l’Italia, dove il tasso di disoccupazione salirebbe al 12,3 per cento.
Ma anche la locomotiva tedesca, e questo è il vero punto critico dello studio degli uomini di Schà¤uble, verrebbe pesantemente danneggiata.
L’economia della Germania subirebbe una caduta del 9,2 per cento mentre il numero dei disoccupati salirebbe al 9,3 per cento.
I senza lavoro supererebbero i 5 milioni, una cifra quasi doppia rispetto a quella attuale Il ministero della Finanze tedesco non ha smentito nè confermato le rivelazioni dello «Spiegel », secondo cui il documento è stato tenuto fino a oggi riservato nel timore che i costi delle iniziative per salvare l’euro uscissero fuori da ogni controllo.
«Non prenderemo parte a speculazioni su presunti rapporti segreti», ha detto una portavoce. Ma a fianco dell’articolo del settimanale di Amburgo, in una lunga intervista, è lo stesso Schà¤uble ad avvertire che una disintegrazione «sarebbe assurda» e che l’unione monetaria, non solo non è stato assolutamente un errore, come gli era stato chiesto, ma è stata la «logica conseguenza» dell’integrazione comunitaria.
Il ministro, esponente di punta del partito cristiano democratico che fu di Helmut Kohl, avverte inoltre che una rottura della zona euro rimetterebbe in questione conquiste che sono ormai entrate nel patrimonio acquisito di tutti i cittadini, come il mercato unico e la libera circolazione.
Le rivelazioni sui calcoli che si sono fatti a Berlino sulle conseguenze di un collasso della moneta unica arrivano proprio in una settimana decisiva per il futuro europeo, con il vertice dei Ventisette che sarà chiamato il 28 e 29 giugno a trovare delle ricette in grado di contribuire a superare la crisi.
In realtà , la linea cauta di Angela Merkel–convinta della necessità di non distaccarsi da un rigido controllo delle discipline di bilancio, contraria alla condivisione dei debiti con i Paesi meno virtuosi dell’eurozona, indisponibile a provvedimenti per stimolare la crescita che si traducano in nuove spese–è sempre partita dalla premessa, almeno a parole, di un impegno prioritario per la difesa della moneta unica. «La fine dell’euro – è stata una delle frasi più frequenti della cancelliera – sarebbe la fine dell’Europa».
Intanto, sempre questa settimana, alla vigilia del summit di Bruxelles, Schà¤uble presenterà la nuova legge finanziaria che prevede nel 2013 il pareggio di bilancio.
Questo dato era stato anticipato da alcuni istituti di ricerca, che avevano avvertito però nello stesso tempo delle pesanti conseguenze per i conti pubblici tedeschi di una escalation della crisi europea. In tutti i casi, insomma, la Germania non può dormire sonni tranquilli.
Paolo Lepri
argomento: economia | Commenta »