Luglio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
EMERGENZA STREAP: SFONDATI I 525 PUNTI… ALTA TENSIONE SUI TITOLI DI STATO… DA FMI E GERMANIA NO A NUOVI AIUTI O PROROGHE PER LA GRECIA
Sui mercati è un lunedì nero. Le Borse europee crollano e gli spread di Italia e Spagna schizzano a livelli record.
Ma dopo una mattinata da incubo Milano e Madrid arginano le perdetite che si attestano ora attorno ai due-tre punti.
Piazza Affari era arrivata a perdere oltre il 5%, con le banche in picchiata. Viaggiano in rosso anche Londra, Parigi e Francoforte.
A spaventare i governi è anche la tensione sempre altissima sui titoli di Stato: il differenziale tra il Btp e il Bund tedesco ha sfiorato questa mattina i 530 punti facendo salire ancora il rendimento dei titoli decennali italiani.
Male anche i Bonos spagnoli: lo spread viaggia attorno ai 630 punti con il rendimento dei titoli di Stato che tocca un nuovo record del 7,5% .
A fine mattinata è scesa in campo la Consob , che ha vietato le vendite allo scoperto nel tentativo di arginare la slavina. «Tenuto conto degli andamenti più recenti dei mercati azionari – si legge nel comunicato -, Consob ha deciso oggi di reintrodurre il divieto delle vendite allo scoperto sui titoli del settore bancario e assicurativo, indicati in allegato». Il provvedimento ha efficacia da oggi (ore 13:30) e resta in vigore fino alle ore 18:00 di venerdì.
Il divieto riguarda sia le vendite allo scoperto assistite dal prestito titoli sia quelle ‘nudè, già vietate dalla precedente delibera dell’11 novembre 2011.
Le piazze asiatiche hanno chiuso in profondo rosso.
L’euro è sceso sotto la soglia psicologica di 1,21 dollari, per la prima volta dal giugno 2010, e sotto i 95 yen, come non succedeva da 11 anni.
La moneta unica viene scambiata a 1,2099 dollari contro gli 1,2200 dollari delle quotazioni Bce di venerdì.
Sulla riapertura dei mercati pesa l’uno-due Spagna-Grecia.
Mentre a Madrid, infatti, si allunga la lista delle regioni a rischio default e proseguono le proteste, dal settimanale tedesco “Der Spiegel” arriva la notizia, da fonti «ufficiali» non meglio identificate dell’Ue, che il Fondo Monetario sarebbe intenzionato a bloccare gli aiuti alla Grecia con un probabile default del Paese a settembre.
Atene non ce la farebbe infatti a ridurre il debito al 120% del Pil entro il 2020 e mantenere i propri impegni sulle riforme.
Questo vorrebbe dire per i Paesi dell’Eurozona un ulteriore esborso in aiuti di 10-50 miliardi.
E nessuno sarebbe intenzionato a spendere ancora di più.
L’Ue non commenta: il portavoce del commissario agli Affari monetari Olli Rehn si limita a dire che «non sappiamo da dove vengano queste informazioni dello “Spiegel” su cui non facciamo commenti» ricordando inoltre che la nuova missione della troika incaricata di valutare la situazione di Atene non si è ancora messa in marcia e, ha ricordato Simon O’Connor, «deve partire martedì 24».
Ma da Berlino il ministro dell’Economia, Philipp Roesler, rilancia, dicendosi «più che scettico» sulla possibilità che Atene rispetti gli impegni: e «se la Grecia non soddisfa i requisiti chiesti, non ci potranno essere più risorse verso il Paese», spiega.
«Per me un’uscita della Grecia non rappresenta più da tempo uno spauracchio», aggiunge il ministro, secondo il quale bisogna tuttavia attendere la prossima missione ad Atene della troika composta dai rappresentanti di Ue, Bce e Fmi.
Gli esperti della troika sono attesi ad Atene questa settimana per un esame approfondito del programma economico del nuovo governo greco.
Il loro rapporto sarà determinante per la concessione del nuovo prestito da 31,5 miliardi di euro previsto per settembre.
Tutti guardano ora anche alla Bce.
Il presidente, Mario Draghi, cerca di tenere le fila: «L’euro è irreversibile» – spiegava ieri – e non c’è un pericolo «esplosione» dell’unione monetaria. Ma l’Eurotower – sottolineava anche – non ha il mandato di risolvere i problemi finanziari degli Stati, ricordando anche il recente taglio del costo del denaro.
Mentre in Italia il direttore generale del Tesoro, Annamaria Cannata, rassicurava sul buon andamento delle ultime aste. In attesa che il 12 settembre la Corte costituzionale tedesca si pronunci sul meccanismo di difesa europeo iniziando così il percorso per innescarlo in caso di attacchi speculativi, il premier Mario Monti agisce su due fronti: estero e interno.
Il Professore ha già iniziato il suo “road show” da Mosca dove incontrerà le massime cariche ma anche gli imprenditori. Poi volerà in Finlandia, per cercare di superare le «resistenze» del Paese, spiegava Monti, infine in Spagna.
In Italia, in mancanza della rete di protezione europea, molti sperano comunque in un intervento in caso di attacchi, il governo si preparerebbe a fronteggiare l’agosto bollente con un’ulteriore sforbiciata alla spesa tra i 6 e gli 8 miliardi.
Il menù del terzo step della spending review sarebbe pronto: taglio ai trasferimenti ai partiti e ai sindacati, revisione degli sconti fiscali, taglio e razionalizzazione degli aiuti alle imprese, ulteriore intervento sul pubblico impiego e un dettagliato pacchetto di dismissioni.
Il Parlamento è già preallertato.
Ma se i Palazzi dovranno aprire a metà agosto si saprà solo a partire da domani e molto dipenderà appunto dall’andamento dei mercati.
La situazione è ‘esplosivà anche se il Tesoro, grazie al buon andamento delle entrate, ha cancellato l’asta di titoli di agosto prendendo così un pò di tempo in più.
Gli spread di Spagna e Italia venerdì si sono impennati fino a toccare i 610 e i 500 con rendimenti altissimi del 7,2% e del 6,1% e le borse hanno chiuso a picco.
(da “La Stampa“)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
NON FACCIAMO SISTEMA E I FONDI NON CI SCELGONO… TROPPI VINCOLI DA BUROCRAZIA, GIUSTIZIA CIVILE E INFRASTRUTTURE: NELLA UE CI PREFERISCONO FRANCIA E GERMANIA… L’ESEMPIO DELLA VENDITA DELLA MAISON VALENTINO
Sos fondi sovrani. Mario Monti e Vittorio Grilli sono a caccia di investitori stranieri “di lungo periodo”, azionisti stabili del nostro sistema Paese.
Il loro arrivo potrebbe compensare la fuoriuscita di capitali speculativi.
Quei capitali che abbandonano i nostri Btp per rovesciarsi sui Bund tedeschi, e sono perfino disposti a pagare (interesse negativo) pur di rifugiarsi nella “cassetta di sicurezza” del Tesoro di Berlino.
“Cento, mille Valentino!” sembra il nuovo slogan del governo italiano: fa sognare l’operazione da 700 milioni con cui il Qatar ha assunto il controllo della celebre casa di moda.
Monti si è spinto sulle montagne dell’Idaho, pur di corteggiare i big del capitalismo hi-tech, sperando che vogliano investire in casa nostra.
Ma quali sono le possibilità concrete di attirare questi capitali produttivi?
E chi sono i Signori dell’investimento estero corteggiati da tutti i governi?
Il club dei fondi sovrani vede nei primi 10 posti asiatici e arabi.
Unica eccezione la Norvegia.
Domina la Cina che tra la State Administration of Foreign Exchange (Safe) e la China Investment Corporation (Cic) amministra oltre mille miliardi di dollari, a cui si aggiungono 300 miliardi di Hong Kong.
Seguono gli Emirati arabi uniti che da Abu Dhabi gestiscono 627 miliardi. Poi la Norvegia 593 miliardi, l’Arabia saudita 533, Singapore 400, il Kuwait 296, il Qatar 100 miliardi.
Australia e Brasile figurano tra gli inseguitori. La loro liquidità cresce a vista d’occhio, in parallelo con l’attivo commerciale della Cina o i surplus petroliferi dei paesi arabi.
Da un anno all’altro gli investimenti dei fondi sovrani nel mondo intero sono cresciuti del 42%. Spesso sono interessati a diventare azionisti stabili (vedi il caso Valentino), non a fare operazioni mordi-e-fuggi.
Attenzione però a non farsi illusioni: ci siamo già cascati.
Quasi un anno fa, nel settembre 2011, sembrò che i cinesi della Cic fossero attirati dall’Italia, sia per comprare Btp che partecipazioni nelle nostre aziende.
Ci fu all’epoca una grande eccitazione, protagonista l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: proprio colui che aveva indicato nella Cina “la causa di tutti i nostri mali”.
Tremonti accolse a braccia aperte il presidente della Cic, Lou Jiwei. Il suo braccio destro, Grilli, si recò a Pechino per corteggiare l’altro fondo sovrano, Safe.
I più esperti di “sovranologia” ci ammonirono già allora: non scambiate le manifestazioni d’interesse per un voto di fiducia verso l’Italia. Avevano ragione.
Le speranze si sono rivelate eccessive. Gli investimenti cinesi o arabi in casa nostra restano un rigagnolo rispetto ai flussi che si dirigono altrove.
Per un caso Valentino che fa notizia in Italia, in Francia il Qatar ha fatto ben di più: è entrato nel capitale delle società di servizi urbani e utilities Suez Environment, Veolia, Vivendi. Sempre il Qatar è primo azionista del gruppo Lagardère (media e tecnologie militari).
E’ in trattativa con Starwood per comprare una catena di hotel di lusso francesi. In altri paesi europei il Qatar è azionista di Volkswagen, Harrod’s, Credit Suisse, Shell.
Perchè l’Italia resta una Cenerentola, rispetto alle nazioni europee?
La ragione è svelata in uno studio del Sovereign Investment Lab della Bocconi, un’autorità in materia che viene citata dal Financial Times.
«I fondi sovrani – si legge nel rapporto – privilegiano i grandi gruppi, e quelli che hanno una presenza significativa sui mercati emergenti di Asia e America latina».
Ecco spiegate le nostre delusioni.
Paghiamo le fragilità strutturali del capitalismo italiano: abbiamo pochissime grandi aziende; e abbiamo accumulato ritardi nell’espanderci sui mercati emergenti.
Non a caso una delle poche aziende che attirano i fondi sovrani è la Snam, corteggiata da Abu Dhabi e Qatar grazie alla sua presenza internazionale; così come la Fincantieri per la sua notorietà nel mercato degli yacht.
Il bilancio è deprimente: anche se il 36% delle società quotate alla Borsa di Milano ha un fondo sovrano tra gli azionisti, per ora sono briciole, l’investimento totale arriva appena al 2% della capitalizzazione di Borsa italiana.
Se le nostre aziende sono in maggioranza nane e provinciali, non altrettanto può dirsi del Tesoro: abbiamo il quarto debito pubblico del pianeta.
A febbraio ci fu una fugace attenzione dell’Asia verso i nostri Btp, mostrarono un interesse inedito la terza banca giapponese, il primo gruppo finanziario coreano, la prima compagnia assicurativa di Taiwan, attratti da rendimenti cinque volte superiori a quelli asiatici.
Ma il fascino dei Btp è durato poco. Perchè?
Ogni volta che lo spread torna a salire, quegli investitori istituzionali subiscono perdite pesanti in conto capitale.
A differenza del singolo risparmiatore, che può tenersi i Btp fino a scadenza incassando le cedole, i grossi investitori devono segnare sui propri bilanci ogni variazione nel valore corrente dei Btp.
E quando il rendimento di mercato sale, rispetto ai vecchi Btp, questi ultimi perdono valore.
Restano le multinazionali.
Benchè i fondi sovrani siano il fenomeno più recente, il maggior volume di investimenti esteri diretti viene ancora dalle grandi imprese globali.
Sono quelle che Monti è andato a corteggiare a Sun Valley: Apple, Google.
Più i colossi tradizionali, da Nestlè a Coca-Cola a Sony.
L’Italia non appare neppure tra le prime 20 destinazioni dei loro investimenti.
Ci superano non solo gli Stati Uniti e i Brics, non solo Germania e Francia, ma perfino il Belgio.
no studio della Columbia University ci ammonisce: manca a Roma un approccio sistemico, olistico, che intervenga su tutti i fattori di appetibilità dell’Italia inclusa la politica delle infrastrutture, la burocrazia, la giustizia civile.
Federico Rampini
(da “La Repubblica”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI BILL EMMOT, EX DIRETTORE DELL’ECONOMIST: GLI INVESTITORI E IL FATTORE RISCHIO
Noi qui nell’emisfero settentrionale stiamo per iniziare le nostre
vacanze estive in uno stato d’animo cupo, in parte perchè alla nostra malinconia si sono unite alcune delle economie emergenti del Sud del mondo.
Ma la parola più importante da tenere a mente, quella che sta davvero determinando gli atteggiamenti dei mercati finanziari e anche delle gestioni aziendali, non è tristezza.
È rischio.
Se si dovessero guardare solo le previsioni economiche appena riviste, pubblicate dal Fondo Monetario Internazionale la scorsa settimana, si vedrebbe solo buio.
L’Fmi ha tagliato la sua stima di crescita economica globale nel 2012 al 3,5%, grazie al rallentamento della crescita in Cina, India e Brasile, ma anche grazie alla recessione dell’euro-zona.
Il Fmi quest’anno prevede un calo del Pil della zona euro dello 0,3%, che scende a un preoccupante 1,9% in Italia e 1,5% in Spagna.
Questi dati seguono la crescita mondiale del 5,3% nel 2010 e del 3,9% nel 2011, così è chiaro che la tendenza è tristemente al ribasso.
Gli Stati Uniti sembrano relativamente in salute con previsioni di crescita del 2% per quest’anno, due volte di più della Germania (e dieci volte di più dello stagnante 0,2% della Gran Bretagna).
Ma anche con questi numeri la crescita è troppo lenta per avere molto impatto sulla disoccupazione tanto più che la popolazione degli Stati Uniti e la sua forza lavoro sono in crescita.
Eppure questo genere di numeri mi riporta indietro nel tempo.
Durante il mio incarico come direttore di The Economist, ricordo la pubblicazione di una copertina, penso fosse nel settembre 2002, che descriveva l’economia mondiale come «in stasi», con questo volevo dire che era come una nave a vela che non si muoveva perchè c’era assenza di vento.
Ciò si basava sulle previsioni di crescita del Fmi per il 2002 — ancora più basse per il 2003. Allora cosa successe?
In realtà il mondo, tra il 2002 e il 2007, ha avuto i cinque anni di crescita economica più veloce degli ultimi 40 e passa anni.
Sarebbe bello pensare che possa accadere di nuovo, e che salti fuori che noi tutti siamo stati troppo pessimisti.
Non è impossibile: le economie emergenti sono probabilmente solo in un rallentamento temporaneo, causato dal loro sforzi per ridurre l’inflazione dei prezzi e gli Stati Uniti hanno una notevole capacità di reinventarsi, come ora stanno facendo con il boom del petrolio e del gas.
Ma siamo realisti: non è probabile.
E la ragione principale non risiede in Cina o negli Stati Uniti.
Si trova nel rischio, o piuttosto nei sentimenti che le aziende e gli investitori hanno ora circa il rischio. Anche se la guerra in Afghanistan era iniziata nel 2001 e nel 2003 stava per iniziare in Iraq, in realtà le imprese, in quei giorni non percepivano grossi rischi nella loro attività , nei loro mercati, nei loro investimenti. Mentre ora sì.
Ovviamente, gli investitori e i manager sono sempre preoccupati del rischio.
Questo è il loro lavoro. Ma la differenza, ora, è che percepiscono che la gamma dei rischi è molto più ampia, la gamma di possibili eventi drammatici è più vasta rispetto al 2002.
La rivolta araba, con la guerra civile in corso in Siria, è un esempio, soprattutto se si associa alla tensione sul programma nucleare iraniano: questo rende il prezzo dell’energia ancor più imprevedibile del solito.
Il risultato è che l’utile e ben accolta caduta dei prezzi del petrolio che si è verificata negli ultimi mesi si è parzialmente invertita.
Le preoccupazioni per l’economia cinese e la sua stabilità politica dopo lo scandalo e le accuse di omicidio contro Bo Xilai, ex sindaco della Chicago cinese, Chongqing, rientrano in una categoria simile.
E sono, a mio avviso, esagerate: la capacità del governo di sostenere la crescita attraverso la politica monetaria e fiscale rimane forte.
Ma in un momento di generale nervosismo sul rischio sembra che alcune aziende non investano perchè in allarme per il futuro della Cina.
Anche così, la più grande fonte di preoccupazione è molto più vicina a casa.
È l’Europa. Il problema non è semplicemente il fatto che i debiti governativi sono enormi, che la crescita è inesistente e che vi è un fondamentale disaccordo tra i Paesi debitori e quelli creditori su come dovrebbe essere gestito l’euro.
Certo, queste cose sono importanti.
Ma il vero problema è che la gamma dei possibili esiti sembra così ampia. Come può una società pianificare i propri investimenti tenendo conto della possibilità dell’uscita greca dall’euro?
Che percentuale di probabilità dovrebbe dare alla possibilità che altri Paesi possano lasciare l’euro, o che la moneta possa crollare del tutto?
Che cosa dovrebbero pensare le imprese delle prossime elezioni italiane, con Beppe Grillo e Silvio Berlusconi che, entrambi, riflettono ad alta voce sul fatto che l’Italia debba abbandonare l’euro?
La risposta intellettuale, o analitica, è che le probabilità dell’uscita greca sono alte ma la probabilità che lascino altri Paesi o quella di un collasso completo sono molto basse.
La possibilità che l’l’Italia lasci l’euro e vada in default è inesistente: ogni banca italiana crollerebbe immediatamente.
Ciò che si sente spesso dire in Paesi al di fuori dell’area dell’euro, in particolare in America, e cioè la scissione della valuta in due, con due diverse valute comuni, una per il Nord e l’altra per il Sud dell’Europa è, a mio avviso, praticamente inconcepibile.
Tuttavia, in questo momento la nostra difficoltà è che le risposte intellettuali e analitiche non sono sufficienti. I consigli d’amministrazione e le istituzioni finanziarie devono prendere decisioni.
Quello che stanno facendo sempre di più, in risposta a questa incertezza sull’euro, e sull’Italia, è di non investire affatto.
Si sono seduti sul loro denaro, o lo mettono, in condizioni di scarsa resa, in luoghi apparentemente sicuri, come i Bund tedeschi.
Questo processo sta diventando una profezia che si auto-avvera. La liquidità sta scivolando lontano dalle economie della zona euro e, per motivi diversi ma correlati, anche dall’economia britannica.
Gli investitori in Grecia non stanno facendo quello che farebbero normalmente dopo una crisi finanziaria, ovvero correre a caccia di buoni affari.
Pensano che in futuro i prezzi potrebbero scendere ulteriormente e che la Grecia avrà una nuova crisi.
Se c’è una cosa che i governi, soprattutto quelli europei, hanno bisogno di pensare durante le vacanze è come ridurre queste percezioni di rischio.
Come si possono convincere le aziende e gli investitori che la gamma degli esiti possibili non è così ampia come temono?
C’è disponibilità di cassa in abbondanza.
Solo, non viene spesa.
Bill Emmott
(da “La Stampa”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IVA E IRPEF SONO LE TASSE PIU’ EVASE… L’IRPEF DA SOLA VALE IL 41,4% DEL TOTALE DI EVASIONE, L’IVA IL 37,7%
Tiriamo un sospiro di sollievo. Se è vero che in Italia la pressione fiscale reale quest’anno arriva al 55%, e non al 45,1% come dicono le stime ufficiali, è da oggi che ogni italiano in regola col Fisco può iniziare a lavorare per se stesso.
Fino a ieri ha infatti abbiamo lavorato solamente per pagare le tasse, oggi possiamo invece celebrare il «tax freedom day» come dicono in America, il giorno di liberazione dalle tasse.
Tasse, maledette tasse.
«Troppe tasse» dicono tutti. Ma da quanto i governi di turno non riescono a tagliare in maniera significativa le tasse?
Una sforbiciata all’Irap qualche tempo fa, l’Ici congelata da Berlusconi (e poi reintrodotta da Monti con gli interessi) e poco altro.
Anzi, complice la crisi sono mesi ormai che le tasse aumentano senza sosta.
Colpa dell’Iva innanzitutto, salita al 21% per effetto del Salva -Italia, delle accise che si portano via i due terzi del prezzo dei carburanti, della tassa sui turisti e di quella sugli sbarchi nelle isole.
Non parliamo poi dell’Imu tornata in maniera prepotente a prosciugare i conti correnti degli italiani, al punto da farla diventare nel 2012 certamente la tassa più odiata. Difficile sostenere il contrario sapendo che solo la prima rata, scaduta un mese fa, ha portato milioni di italiani a versare quasi 10 miliardi di euro nelle casse di comuni e Stato.
Le tasse più odiate
Prima di questo exploit, però, la tassa più odiata era un’altra.
Era il canone Rai. E per questa ragione quella che subiva il più alto tasso di evasione: la stima è di almeno 5-700 milioni di euro che sfuggono a viale Mazzini ed ai suoi esattori.
Per rimediare da anni in Rai chiedono di poter riscuotere il canone con la bolletta della luce, manovra non poco complessa tant’è che finora non si è mai riusciti a portarla a termine.
Quindi, a seguire, le imposte sui consumi (le bollette di luce, acqua e gas, i telefoni) e le tasse scolastiche; e ancora, il bollo auto e la tassa sui rifiuti. In attesa che venga incorporata nell’Imu, probabilmente nei mesi o negli anni a venire, per il momento le statistiche ci dicono che un italiano su dieci paga la tassa sulla «monnezza» comunque in ritardo.
Iva e Irpef, come insegnano anche i blitz agostani della Finanza a Cortina, Portofino e Costa Smeralda, sono le tasse più evase da negozianti e imprese.
L’Irpef da sola vale il 41,4% del totale dell’evasione fiscale, l’Iva il 37,7%.
Il totale delle tasse che non entrano nelle casse dello stato ammonta a circa 150 miliardi di euro l’anno.
Stupidario fiscale
Tasse odiose, tasse assurde.
È vero la tassa sui balconi, che costringeva i proprietari di case a pagare da 3 a 20 mila lire ogni metro quadro che «insisteva su spazi e aree pubbliche di qualsiasi natura» è stata abolita nel 1995 assieme a quelle sui tubi e i dadi da brodo e ad altre 120 gabelle, ma nello stupidario statale altre assurdità non mancano.
Dalla tassa sulle banane, «bene di lusso», introdotta nel 1965 ed abolita nel 1991, a quella sullo zucchero del 1924 cassata su pressione della Ue solo nel 1992 assieme a quella sul caffè che risaliva addirittura al 1917.
E ancora: abbiamo tassato la cicoria, l’olio di semi e la margarina, i carretti e i velocipedi.
E poi visto che si tassa l’ombra dei balconi, per par condicio, venivano tassati pure i gradini di casa che insistono sulla via pubblica. Due, tre non importa, anche questa era considerata occupazione del suolo pubblico sottoposta a Tosap.
Consoliamoci perchè all’estero non va meglio: il Belgio ha tassato i rasoi usa e getta, la Danimarca i pneumatici e l’Olanda perfino il letame, ohibò.
Grassi e disgrazie
La nuova frontiera in campo fiscale ha il sapore del ritorno all’antico: se nel 1946 il governo dell’epoca pensò di tassare il cacao per dissuadere gli italiani dal mangiare troppa cioccolata, adesso si prende di mira il junk-food, il cibo spazzatura ricco di grassi e zuccheri malsani.
In Italia se ne parla da tempo senza concludere nulla, la Francia invece ha colpito le bevande zuccherate a cominciare da Fanta e Coca Cola.
Di recente è poi spuntata la «tassa sulle disgrazie».
Come denominare diversamente l’aumento delle accise (5 centesimi) sui carburanti destinati a finanziare gli interventi della Protezione civile in caso di terremoti, alluvione e sciagure varie?
Sembra che il legislatore si impegni a trovare sempre il modo più efficace per far odiare a tutti i costi qualsiasi tassa o imposta che sia, a prescindere dal fatto che serva o meno a nobili motivi.
Del resto gli italiani, quando si tratta di mettere mano al portafoglio, hanno buona memoria e si ricordano bene che sul prezzo della benzina pesano ancora il disastro del Vajont, l’alluvione di Firenze, i terremoti del Belice, del Friuli e dell’Irpinia, e poi eventi che vanno dalla guerra in Abissinia del ’35 alle missioni in Bosnia e Libano. Tutte accise provvisorie poi assorbite dalla fiscalità .
Pronti a nuove tasse? L’«eurotassa» del ’96 (governo Prodi) ci consentì di entrare in Europa, ora il rischio è di doverne pagare una nuova per non uscirne.
Aleggia nell’aria una patrimoniale. Speriamo di no, nell’attesa al lavoro!
Almeno per quest’anno il Fisco è sazio.
Paolo Baroni
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Luglio 20th, 2012 Riccardo Fucile
ABBIAMO TASSE SVEDESI E SERVIZI ITALIANI E UN SOMMERSO PARI AL 17% DEL PIL
La pressione fiscale in Italia è salita di due punti di pil con le manovre che si sono succedute da un anno a questa parte e che hanno largamente privilegiato (per circa 4/5 del totale) gli aumenti delle tasse rispetto ai tagli della spesa pubblica.
Oggi è pari al 46% mentre le entrate totali delle amministrazioni pubbliche sono salite al di sopra del 50% del pil. iù della metà del reddito generato in Italia finisce alle casse dello Stato.
La pressione fiscale effettiva, quella che grava su chi paga effettivamente le tasse, è cresciuta ancora di più perchè, nonostante il rafforzamento delle norme antievasione, la quota di economia sommersa è aumentata.
Quando si aumentano le tasse (in parte anche quando si riduce la spesa pubblica) c’è sempre un trasferimento di attività dal settore regolare, quello in cui opera chi paga le tasse, all’economia sommersa.
Secondo le stime più recenti dell’Istat, il sommerso conta per circa il 17 per cento del pil.
Quindi la pressione fiscale su quell’83 per cento di reddito tassato sarebbe addirittura del 55 per cento, il peso delle entrate pubbliche sul reddito regolare al di sopra dl 60 per cento.
Sono livelli oggi insostenibili.
Dato che le tasse sono concentrate sul lavoro, ci impediscono di utilizzare la risorsa da noi maggiormente inutilizzata e ne fanno lievitare i costi, riducendo la competitività dei beni prodotti in Italia.
I dati Ocse ci dicono che il divario con la Germania nel costo del lavoro per unità di prodotto è diminuito in tutti i paesi del contagio (i cosiddetti PIGS) tranne che in Italia.
E’ un segnale molto brutto per gli investitori. Inoltre, ciò che rende particolarmente pesante la pressione fiscale da noi è il fatto che a tasse così elevate non corrisponde una adeguata qualità dei servizi offerti ai cittadini.
Abbiamo tasse svedesi e servizi italiani, il prelievo non viene percepito come un pagamento a fronte di prestazioni, ma come una tassa tout court, che provoca al cento per cento una riduzione di benessere i cittadini.
La riduzione della pressione fiscale richiede inevitabilmente del tempo in un paese con il nostro debito pubblico.
Deve infatti basarsi su tagli di spesa corrente primaria. I risparmi nella spesa per interessi andranno questa volta utilizzati per ridurre il debito. E i tagli alla spesa corrente devono essere mirati, intelligenti.
Perchè alleggerire la pressione fiscale significa anche migliorare la qualità della spesa pubblica. Bisogna ridurre quella che serve solo a comprare consenso elettorale.
È quella che ha permesso alla Regione Sicilia, decisiva in molte elezioni, di mantenere in vita le baby pensioni per vent’anni in più che nel resto del Paese e di continuare ad assumere in massa dipendenti pubblici (ne ha più della Lombardia) mentre nel resto del Paese c’era il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego. Bisogna anche legare più strettamente i prelievi alle prestazioni effettivamente offerte a chi paga, e solo a chi paga.
I lavoratori devono sapere che i contributi che pagano daranno loro diritto a un reddito se perdono il lavoro.
I giovani devono sapere che i versamenti previdenziali aumenteranno il livello della loro pensione futura.
Solo così non li percepiranno come tasse, ma come assicurazioni o accantonamenti per la vecchiaia.
Per questo è così importante riformare gli ammortizzatori sociali istituendo un sistema trasparente che protegga chi paga i contributi.
Per questo il Presidente dell’Inps dovrebbe dimettersi. È pagato ben al di sopra dei massimali posti per la dirigenza pubblica e non è stato in grado di mandare a casa di tutti i contribuenti un rendiconto di quale potrà essere la loro pensione futura in base a quanto versano oggi.
Un governo tecnico deve tagliare la spesa elettorale dato che non ne ha bisogno e deve riuscire a impegnare i governi futuri a continuare sulla strada dei tagli alla spesa sin qui solo inizialmente e timidamente intrapresa.
Può impegnarsi a destinare una quota consistente dei tagli alla spesa pubblica alla riduzione della pressione fiscale e chiedere alle forze politiche che compongono la sua maggioranza di fare altrettanto, chiarendo anche come e in quali aree questi tagli verranno perseguiti.
Ci vuole un impegno esplicito e misurabile.
Servirebbe ad aumentare il controllo democratico e a darci una prospettiva, rassicurando anche gli investitori.
Avremo altrimenti solo le consuete promesse da marinaio.
E più ci avvicineremo alle elezioni, più serrata sarà la gara a chi si impegna a ridurre di più la pressione fiscale.
Scommetto che questa volta si parlerà di almeno 5 punti di pil.
Tutti sulla carta dei programmi elettorali, solo su quella.
Tito Boeri
(da “la Repubblica”)
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Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
CONFCOMMERCIO: PER RIDURRE IL SOMMERSO, PIU’ ALTO DEL MESSICO E DELLA SPAGNA, OCCORRE MIGLIORARE IL LIVELLO DEI SERVIZI PUBBLICI, L’EFFICIENZA DEL SISTEMA GIUDIZIARIO E IL PESO DELLE IMPOSTE
L’Italia registra il “record mondiale” nella pressione fiscale effettiva – cioè il peso fiscale che grava sui contribuenti in regola – che si attesta al 55% del Pil: gli italiani sono infatti uno dei popoli che paga più tasse.
E’ quanto sostiene l’Ufficio Studi di Confcommercio nella “Nota sulle determinanti dell’economia sommersa”.
Secondo le elaborazioni dell’Ufficio Studi di Confcommercio, la pressione fiscale apparente (cioè data dal rapporto tra gettito e Pil così come queste grandezze vengono osservate) nel 2012 è pari al 45,2%.
L’Italia si posiziona così al quinto posto sui 35 paesi considerati, dietro Danimarca (47,4%), Francia (46,3%), Svezia (45,8%) e Belgio (45,8%).
Pressione record.
Il nostro Paese, sottolinea Confcommercio, “supera anche molti paesi nordici, quelli dello Stato sociale funzionante. Si colloca sopra le medie europee e stacca di cinque punti percentuali assoluti la Germania (40,4%), di sette il Regno Unito (38,1%) di dodici la Spagna (32,9%), di quindici il Giappone (30,6%) e di quasi venti gli Stati Uniti (26,3%). Nel rapporto si evidenzia quindi come “nonostante un elevato livello di economia sommersa, gli italiani siano un popolo di pagatori di tasse, tra i maggiori pagatori al mondo”. Secondo Confcommercio, “il record mondiale dell’Italia nella pressione fiscale effettiva dipende più dall’elevato livello di sommerso economico che dall’elevato livello delle aliquote legali”.
Campioni di evasione.
Numeri che portano l’Italia in cima alle classifiche mondiali per il valore dell’economia sommersa, che è pari al 17,5% del Pil con imposte evase per 154 miliardi di euro.
Per il 2008 “l’Italia presenta un tasso di sommerso più che doppio rispetto al Regno Unito (8,1%), tra cinque e sei volte quello francese (3,9%), otto volte il tasso di sommerso stimato per il Canada”.
Osservando i dati degli anni passati, solo per Messico e Spagna si hanno tassi di economia sommersa in doppia cifra ma comunque inferiori di circa un terzo rispetto ai valori dell’Italia.
I dati dei paesi “più virtuosi”, sottolinea Confcommercio, quelli del Nord-Europa, “non sono affatto aggiornati e risalgono invece al 2000” mentre la Germania calcola il sommerso ma non pubblica statistiche e quindi non figura nella classifica.
Servizi pubblici scadenti.
Il problema – secondo Confcommercio – è proprio italiano perchè se la percezione dei servizi pubblici arrivasse ai livelli del Belgio, o l’efficienza e l’efficacia del sistema giudiziario si portasse sugli standard degli Stati Uniti, o ancora la pressione fiscale si riducesse ai livelli della Spagna, allora il tasso del sommerso crollerebbe dall’attuale 17,5% al 12-13% e il prelievo fiscale scenderebbe.
Secondo Confcommercio, l’Italia si posiziona al 25esimo posto su 26 paesi considerati per la percezione dell’output pubblico (sanità , infrastrutture, istruzione) e questo determina “un più elevato tasso di evasione, a parità di altre condizioni”.
Anche il costo dell’adempimento spontaneo “impatta sulla scelta di nascondere imponibile e imposte al fisco”: in questo l’Italia si colloca al 23esimo posto in classifica su 25 paesi considerati.
Stesso discorso se ci spostassimo su valori paragonabili a quegli degli Usa per efficienza e efficacia del sistema giudiziario: “Il tasso di evasione crollerebbe al 12,2%, l’imposta recuperata e distribuita ai contribuenti in regola sarebbe pari a 56 miliardi di euro, le aliquote legali su tutti i tributi potrebbero ridursi di quasi l’8%”. Nell’ipotesi poi di una pressione fiscale “che si riducesse del 17,3%, a livello spagnolo, il tasso di sommerso si ridurrebbe di 1,5 punti percentuali assoluti implicando un’emersione di imposta evasa pari a 16 miliardi di euro”.
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Luglio 16th, 2012 Riccardo Fucile
I DATI DEL BOLLETTINO STATISTICO DI VIA NAZIONALE: IL DEBITO SI ATTESTA A 1.996,3 MILIARDI
Nuovo record per il debito italiano. Secondo il Supplemento Finanza pubblica di
bankitalia, il debito delle amministrazioni pubbliche è aumentato di 17,1 miliardi rispetto al mese precedente, raggiungendo un nuovo massimo storico pari a 1.966,3 miliardi di euro.
Con il debito aumentano anche le entrate tributarie grazie, tra l’altro, alle tasse sulla benzina.
IL DEBITO
Nel complesso nei primi 5 mesi il fabbisogno complessivo (53,1 miliardi) è stato superiore di 5 miliardi rispetto a quello registrato nel corrispondente periodo del 2011 (48,2 miliardi) – spiega ancora la Banca d’Italia -.
Vi hanno influito principalmente gli esborsi in favore degli altri paesi dell’area dell’euro (pari, nel periodo di riferimento, a circa 16,4 miliardi, a fronte dei 4,7 nel 2011); in senso opposto hanno invece operato le misure relative alla tesoreria unica, che hanno comportato il riversamento da parte degli enti decentrati presso la tesoreria centrale di 9 miliardi, precedentemente detenuti presso il sistema bancario. Escludendo questi due fattori, l’aumento del fabbisogno rispetto al corrispondente periodo del 2011 è di circa 2,3 miliardi. In altre parole, via Nazionale spiega che l’incremento è «attribuibile principalmente all’aumento delle disponibilità liquide detenute dal Tesoro (di 8,3 miliardi, a 35,8), al fabbisogno (6,2 miliardi), a scarti di emissione (2,3 miliardi) dovuti all’emissione di titoli sotto la pari, alle variazioni del cambio (0,2 miliardi)».
Pesano anche le garanzie italiane sulle emissioni dell’European financial stability facility (Efsf), che hanno aumentato debito e fabbisogno di circa 1,8 miliardi.
LE TASSE
Le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono aumentate a maggio di 1,4 miliardi (+4,6%) rispetto allo stesso mese del 2011.
Lo rileva la Banca d’italia nel Supplemento sulla finanza pubblica.
Nei primi cinque mesi le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono aumentate dell`1,1% (1,6 miliardi) rispetto al corrispondente periodo del 2011, «trainate dalla crescita dei proventi delle accise sulle risorse energetiche».
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 13th, 2012 Riccardo Fucile
L’AGENZIA STATUNITENSE ABBASSA IL RATING DA A3 A BAA2: “PESA L’INCERTEZZA POLITICA”
Sull’Italia si abbatte un nuovo declassamento di Moody’s.
L’agenzia ha infatti tagliato di ben due scalini il rating dei titoli di Stato, portandolo da A3 a Baa2, ovvero ad appena due gradini dal livello ‘spazzatura’.
L’agenzia di rating mantiene inoltre un outlook negativo.
Sulla valutazione pesa il clima politico che viene considerato “fonte di rischio”. La decisione nel giorno in cui Mario Monti arriva negli Usa per convincere gli investitori a puntare sul nostro Paese.
L’agenzia di rating segnala la diminuita disponibilità degli investitori stranieri d’oltreoceano a comprare i bond italiani e il netto aumento dei costi di finanziamento del debito sui mercati.
Valutazioni che vanno di pari passo allo spread in salita: anche questa mattina il differenziale tra i Btp e il Bund a 10 anni ha aperto in rialzo a 474 punti (466 la chiusura di ieri) per poi passare a 485.
Il rendimento dei Btp è al 5,9%. Tiene per ora Piazza Affari, anche se dopo un’apertura in positivo (Ftse Mib a +0,26%) ha virato quasi subito in negativo (-0,29%).
Moody’s, spiegando la sua decisione, sottolinea come tra i fattori che probabilmente porteranno ad “un ulteriore netto aumento dei costi di finanziamento” dell’Italia ci sono anche “segnali di erosione” sul fronte degli investeminte esteri, oltre al rischio contagio da Grecia e Spagna, con i rischi di un’uscita di Atene dall’euro “che sono saliti” e il sistema bancario spagnolo sempre più in difficoltà .
Ma l’agenzia di rating punta il dito anche su altri fattori: dal “deterioramento delle prospettive economiche nel breve termine”, nonostante le misure e le riforme decise dal governo Monti, al “clima politico che, con l’avvicinarsi del voto della prossima primavera — scrive Moody’s — è fonte di un aumento dei rischi”.
Questo spiega anche l’outlook negativo, con il nostro Paese che resta sotto stretta osservazione da parte dell’agenzia di rating.
Per la quale “i rischi che gravano sull’attuazione delle riforme restano considerevoli”.
Il peggioramento dell’economia, poi, col Paese in recessione, “aumenta il peso dell’austerity e delle riforme sulla popolazione italiana”.
Questo porta le forze politiche a frenare, in qualche modo, l’azione del governo. Quest’ultimo — riconosce Moody’s — ha messo in campo “un programma di riforme che ha davvero le potenzialità per migliorare notevolmente la crescita e le prospettive di bilancio”.
Nonostante ciò la recessione incombe e raggiungere gli obiettivi di risanamento dei conti resta una enorme sfida, con il pareggio di bilancio — si sottolinea — slittato di due anni.
La notizia del downgrade è arrivata proprio mentre il premier Monti atterrava in Idaho, Stati Uniti, per recarsi alla Allen Conference di Sun Valley, dove è riunito il gotha della finanza e del mondo dei media ‘made in Usa’.
Lì il Professore — che interverrà nelle prossime ore intervistato (a porte chiuse) dal noto anchorman della Cbs, Charlie Rose, ha come obiettivo principale quello di convincere ad investire in Italia.
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Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile
RESA OPERATIVA L’INTESA RAGGIUNTA DAI CAPI DI GOVERNO… LA BCE SARA’ L’AGENTE DEL FONDO SALVA-STATI PER L’ACQUISTO DEI TITOLI DI STATO… SODDISFAZIONE DELLA DELEGAZIONE ITALIANA
La zona dell’euro avrà un meccanismo per fermare la febbre degli spread ed aiutare i paesi
virtuosi che ne faranno richiesta a tenere sotto controllo il differenziale dei rendimenti.
Mentre le banche spagnole avranno da fine mese 30 miliardi di aiuti e Madrid un anno di tempo in più per riportare il deficit sotto il 3%.
Nella prima riunione, dopo la decisione del Vertice di fine giugno, l’Eurogruppo ha riaffermato “il proprio forte impegno a fare tutto ciò che è necessario per assicurare la stabilità finanziaria della zona euro, in particolare attraverso un uso flessibile ed efficiente del fondo Efsf-Esm”.
E come primo passo concreto in questa direzione il fondo salva stati e la Bce hanno firmato “un accordo tecnico” che prevede che l’istituto di Francoforte sia l’agente dell’Efsf-Esm per l’acquisto dei bond sul mercato secondario, in funzione anti spread.
“L’accordo va nella direzione auspicata dall’Italia”, avevano riferito fonti italiane, poco dopo che il premier Monti aveva lasciato in anticipo la riunione senza fare dichiarazioni.
“Non c’è nessun retroscena. Il confronto sul meccanismo antispread si è già svolto ed è andato bene”, avevano aggiunto le fonti.
Il risultato di stanotte premia la linea italiana tenuta con coerenza al vertice e difesa di fronte alle dichiarazioni oscillanti giunte da alcuni paesi nordici, che sembravano rimettere in discussione l’accordo. In vista dell’Eurogruppo, chiamato ad implementare le decisioni del Vertice, Monti ha incontrato due giorni fa in Provenza il ministro francese Pierre Moscovici, rafforzando l’asse con la Francia.
Mentre ieri si è intrattenuto prima con il commissario Ue agli affari monetari Olli Rehn e poi con il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker.
Nonostante le resistenze della Finlandia, le “reticenze” dell’Olanda e i dubbi della Germania, l’eurozona si muove con decisione verso misure a breve per stabilizzare i mercati, oltre che verso la creazione in tempo medio lunghi di un’unione bancaria e fiscale.
“La Bce potrà intervenire sui mercati secondari a nome e per conto dell’Efsf”, ha spiegato l’Ad del fondo, il tedesco Klaus Regling. Ciò significa che il bilancio della Bce non verrà intaccato e i rischi e benefici saranno in conto del fondo. “Di mercato primario non si è parlato, ma è una possibilità che esiste, già prevista sia dall’Efsf che dall’Esm”, ha precisato Regling.
Ed anche la Spagna, l’altro sorvegliato speciale finito nel mirino dei falchi del Nord Europa, con il ministro olandese Jan Kees De Jager che aveva detto che “va risolto radicalmente il problema di Spagna e Italia”, ha ottenuto ciò che voleva.
Il presidente dell’Eurogruppo Jean Claude Juncker ( il suo mandato è stato prorogato di altri due anni ma dovrebbe lasciare a fine 2012 secondo un accordo politico) ha annunciato che Madrid avrà 30 miliardi per ricapitalizzare le banche “entro la fine del mese” e che alla Spagna è stato concesso un anno in più per riportare il suo deficit sotto il 3%.
(da “La Repubblica“)
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