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LA CRISI AUMENTA I DEBITI: NEL 2011 SONO 38 MILIARDI I CREDITI DA RECUPERARE

Luglio 29th, 2012 Riccardo Fucile

IL DATO E’ CRESCIUTO DEL 22% RISPETTO AL 2010, E’ RADDOPPIATO RISPETTO A CINQUE ANNI FA… CORRISPONDE A 1152 EURO A FAMIGLIA

Ci sono soprattutto piccoli o grandi drammi familiari dietro le cifre sul recupero crediti contenute nel rapporto Unirec (Unione nazionale delle imprese recupero crediti) diffuso oggi. Famiglie, tante e sempre di più, che sono state costrette ad alzare bandiera bianca davanti alla rata di un mutuo, di un prestito o persino di fronte ad una bolletta della luce o del gas.
Nel 2011 i crediti da recuperare hanno raggiunto quota 38 miliardi di euro con un balzo del 22% rispetto all’anno prima e il doppio rispetto a cinque anni fa.
L’80% di questa montagna di denaro è costituita da mancati pagamenti delle famiglie.
Le pratiche avviate sono ben 32 milioni per un importo medio di 1152 euro a famiglia, ossia 195 euro in più del 2010 nonchè record assoluto dal 2007.
In quasi sei casi su dieci si tratta di bollette di elettricità , gas, acqua o telefono.
Il resto è costituito da rate di mutui, prestiti o delle micidiali carte di credito revolving che permettono di pagare a rate ma con tassi di interesse che possono arrivare fino al 25%.
Per non affogare ci si aggrappa sempre più spesso alle cambiali, aumentate del 40% negli ultimi tre anni.
Non di rado non si fa però altro che rimandare la resa dei conti tanto che il 27% dei “pagherò” rimane poi inevaso.
Per una volta, ma è una ben amara constatazione, il paese si mostra unito e senza grandissime differenze tra Nord e Sud.
A furia di tirarla la cinghia si è spezzata in Lombardia come in Sicilia, nel Lazio come in Campania.
La situazione peggiore riguarda la Sicilia dove i crediti da recuperare ammontano a 6,7 miliardi di euro, il 17% del totale.
Le pratiche sono 4 milioni e 900 mila su una popolazione di 5 milioni di abitanti, forzando un po’ la statistica è come se ogni siciliano avesse un debito da 1340 euro da saldare.
In valori assoluti dopo la Sicilia si trovano Campania e Lombardia entrambe con un valore dei mancati pagamenti che supera i 4 miliardi di euro .
Seguono il Lazio (3,4 miliardi), la Puglia (2,5 miliardi), il Piemonte (2,4 miliardi), la Toscana (2,2 miliardi), l’Emilia Romagna (2,1) e la Calabria (2 miliardi).
La differenza tra Nord e Sud rimane per quel che riguarda la quota di crediti che alla fine delle procedure si riescono effettivamente a recuperare.
Il tasso di recupero più basso si registra in Calabria (18,5%) che si confronta con il 27% della Lombardia.
Tutte le regioni mostrano comunque un peggioramento rispetto agli scorsi anni anche da questo punto di vista.
Facile indovinare come andrà  nel 2012: peggio.
Stando alle indicazioni dei primi mesi l’anno si chiuderà  con un ammontare di crediti da recuperare superiore ai 39 miliardi di euro, con un ulteriore aumento del 2,6%.

Mauro Del Corno
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PENSIERO UNICO SOTTO ACCUSA, SFIDARLO FA BENE

Luglio 27th, 2012 Riccardo Fucile

LA POLEMICA NEOKEYNESIANA SULLE RICETTE ANTICRISI “LIBERISTE”

Il «pensiero unico» torna sul banco degli imputati.
L’espressione coniata più di un lustro fa dal direttore di Le Monde diplomatique, Ignacio Ramonet, per dare incisività  alle ragioni dei movimenti no global, è di nuovo l’argomento polemico degli intellettuali antiliberisti.
Sta accadendo in questi giorni in Italia con un appello sottoscritto da un gruppo di economisti, giuristi e sociologi (Giorgio Lunghini, Guido Rossi, Luciano Gallino e altri) che denunciano «un furto d’informazione».
Sostengono che il pensiero unico avrebbe non solo spianato ai suoi adepti l’accesso alle più importanti cariche ma anche occupato i media.
«Le dottrine neoliberali hanno goduto di un monopolio sui cervelli che non ha precedenti storici» ha dichiarato Gallino.
E sul Manifesto l’economista Guido Viale ha indicato in Monti e Draghi gli esponenti di punta di «questa cultura da contabili» che ha «impregnato di sè i vertici di imprese, istituzioni finanziarie, governi, partiti e mondo accademico». §
Non fa parte del perimetro della stessa iniziativa ma il revamping di Mario Tronti ed Alberto Asor Rosa tornati ad essere gli intellettuali di punta del Pd segnala comunque il rafforzamento di una tendenza antimercatista anche dentro il principale partito del centrosinistra.
Del resto i liberisti al potere, hard o soft che sia, dovevano in qualche modo attendersi il risorgere di una contestazione, se non altro perchè gli effetti positivi delle scelte rigoriste da loro propugnate stentano a vedersi.
Ma siamo davvero davanti a un pensiero unico o la galassia liberale presenta al suo interno scuole, identità  e ricerche assai differenti tra loro?
Definire Monti neoliberista non è forse una semplificazione?
Da professore e da commissario Ue non ha mai amato lady Thatcher e nemmeno Tony Blair e il workshop di Cernobbio che lo vede da anni come regista non è stata mai una palestra di turbocapitalismo.
È vero invece che nel fronte liberale esiste una componente con una matrice culturale americana che guarda con maggiore distacco emotivo all’evoluzione dell’europeismo. Sono gli Zingales, i Giavazzi, gli Alesina, i Bisin, i Boldrin, i Perotti, i Tabellini, molto presenti sui quotidiani italiani anche in virtù della loro verve.
Nelle argomentazioni la parola «tasse» è ricorrente, quasi tutti vedono nel taglio delle imposte la vera leva dello sviluppo e quindi concepiscono le politiche di rigore, anche le più dure, come un pre-requisito per poter abbassare la pressione fiscale.
La componente neoliberale che si è formata più in Europa oscilla tra l’economia sociale di mercato e il pensiero di Bruxelles e ha in mente un’agenda delle priorità  differente dagli «americani».
Nel loro credo l’azione dei governi si carica di una valenza pedagogica e anticipatrice e le liberalizzazioni dei mercati sono viste come azioni che servono a combattere innanzitutto le rendite. Insomma l’universo liberale è plurale e non a caso in questi mesi il dibattito tra le varie anime, in più di qualche caso, è stato aspro.
E poi una dimostrazione di come sia difficile irreggimentare la cultura liberale viene dal ricordo della figura di Tommaso Padoa-Schioppa.
Fu lui a introdurre in Italia la cultura della spending review ma ebbe anche modo di definire le tasse come «una cosa bellissima».
Se dal punto di vista accademico la pretesa di disegnare un unico pensiero presenta qualche difficoltà , il tallone d’Achille dei neoliberisti sta caso mai nella scarsa efficacia delle politiche adottate per far fronte alla travolgente crisi dei debiti sovrani. I critici trovano consenso laddove dipingono i loro avversari alla continua e spasmodica ricerca di nuove misure che appaiano sufficientemente draconiane da tenere buoni i mercati.
Un’altra accusa portata ai liberisti è quella di non riuscir a tener presente nei loro schemi come a fronte di una finanza pienamente globalizzata la raccolta del consenso politico rimanga nazionale e di conseguenza la signora Merkel non sia propensa a barattare una concessione ai partner europei con il rischio di perdere le elezioni anche solo in un Land. Aver concesso ai mercati la patente di giudici imparziali non giova ai liberisti perchè quando Moody’s taglia in maniera sconsiderata il rating all’Italia, come è accaduto nei giorni scorsi, anche dal fronte lib si protesta e si invoca il legittimo sospetto.
Ma torniamo al «furto di informazione» denunciato da Gallino e Rossi.
Qualcuno ha fatto dell’ironia perchè si tratta di due editorialisti di punta della Repubblica e del Sole 24 Ore ma la verità  è che l’appello, quantunque parta da posizioni minoritarie, è destinato a vivacizzare il dibattito intellettuale sulla crisi.
Una società  aperta, come quella a cui ambiscono i liberali genuini, non dovrebbe aver problemi ad accettare la sfida perchè nel contraddittorio ci si migliora.
L’unico rischio sta nell’eterno ritorno del derby Keynes vs von Hayek perchè per superare la crisi più che consultare i sacri testi varrà  attingere a un sano pragmatismo. Deng Xiao Ping, l’uomo che ha convertito al mercato il maggior numero di persone al mondo, soleva dire che di un gatto non conta il colore bensì che sappia far bene il loro lavoro di acchiappatopi.

Dario di Vico
(da “il Corriere della Sera“)

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LOBBISTI IN AZIONE TRA AGGUATI E STAFFETTE

Luglio 26th, 2012 Riccardo Fucile

NELL’ERA DELLA SPENDING REVIEW PRESSIONI DI MINISTERI ED ENTI LOCALI…NON BASTA LA TRANSENNA A FERMARLI

La «linea Maginot» venne aggirata dai tedeschi passando da Nord, attraverso la Foresta delle Ardenne.
La transenna anti-lobbisti viene aggirata passando dal retro, grazie al corridoio che fa il giro del pianerottolo e sbuca dritto a «Parigi», cioè davanti alla commissione Bilancio del Senato.
C’è una pausa nei lavori sul decreto legge per la spending review, il primo ad uscire è il presidente Antonio Azzollini, Pdl.
Lunga carriera da avvocato, più di una Finanziaria condotta in porto, una certa esperienza di come va il mondo, insomma.
Eppure. «Basta – sbotta ancora sull’uscio – non ve l’ho detto che dovete restare dietro la transenna? Ci dovete lasciar lavorare, la-vo-ra-re. E decidere in piena libertà ».
Accorrono i commessi mentre loro, i lobbisti, ripiegano in silenzio dietro la linea Maginot, un nastro rosso allungabile tipo quelli del check-in.
Saranno un ventina qui a marcare a uomo i senatori: fascicolo degli emendamenti, evidenziatore e tabletd’ordinanza.
Nulla a che vedere con la folla che si vedeva ai bei tempi del decreto sulle liberalizzazioni, quando vennero addirittura chiusi in una stanza separata e si tornò a parlare di una legge per regolare il loro mestiere.
Ma stavolta c’è una novità . Se prima a fare lobby erano solo i privati, adesso tocca soprattutto al settore pubblico.
È la mutazione genetica del «sottobraccista», chiamato così per quella dote innata di agganciare con savoir fairel’obiettivo.
Sarà  che qui si parla di spesa pubblica, sarà  che dopo una stagione di tagli la polpa non c’è più e stiamo arrivando all’osso.
E allora le aziende cercano sponde inedite, come dimostra la santa alleanza tra industrie farmaceutiche e sindacati che hanno scritto al premier Mario Monti e al ministro dell’Economia Vittorio Grilli per chiedere uno sconto di pena.
Resta il fatto che davanti a quella porta ci sono gli «ambasciatori» di tanti ministeri: quelli dell’Istruzione vigilano sui tagli alla ricerca, quelli della Farnesina sulle nuove regole per il personale all’estero.
Ma i più attivi sono i funzionari dell’Unione delle Province.
Uno potrebbe accostarli a un vecchio carrozzone borbonico e invece qui, al piano ammezzato di Palazzo Madama, si dimostrano smaliziati brasseurs d’affaires.
Sono stati loro a inventare quella regola del due: salvare almeno due Province in ogni Regione, che potrebbe risparmiare Terni, Isernia e Matera.
L’altro giorno hanno piazzato il loro campo base una porta più in là , nella commissione Giustizia.
E adesso a tenere gli occhi aperti sulla regola del due e su tutti gli altri emendamenti sensibili c’è Claudia Giovannini, elegantissima responsabile per le politiche dello sviluppo. Lobbismo pubblico, lobbismo privato la tecnica è sempre la stessa: «Se insisti solo sulle tue ragioni – spiega uno di loro – hai meno possibilità  di portare a casa il risultato. Devi sempre indicare una soluzione che sia vantaggiosa per tutti». Coalizione di interessi: nei corsi di pubbliche relazioni la chiamano così.
Adesso la commissione sta per iniziare di nuovo, i lobbisti tornano dietro la transenna. Alle otto di sera c’è il cambio turno, per molti di loro arriva un collega che seguirà  la seduta in notturna.
Scriveva John F. Kennedy, uno che se ne intendeva: «I lobbisti sono quelle persone che per spiegarmi un problema impiegano dieci minuti. Per lo stesso problema i miei collaboratori impiegano tre giorni».
Funziona sempre, anche se loro non ne possono più di sentirla.
Stanno pensando a tutt’altro mentre la porta della commissione si chiude di nuovo: «Se arriva pure il decreto d’agosto – dice uno di loro, ragazzo sveglio, settore comunicazioni – giuro che cambio lavoro. Non ce la faccio più a tirare tutte le notti fino alle due».

Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera“)

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SPENDING REVIEW, SALE LA RABBIA DEI COMUNI: “DA AGOSTO GLI STIPENDI SONO A RISCHIO”

Luglio 26th, 2012 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELL’ANCI: “UNA SETTIMANA PER CORREGGERE GLI ERRORI, I SOLDI NON CI SONO PIU'”

Per il combinato disposto degli incassi minori dell’Imu rispetto a quelli previsti dal ministero del Tesoro e dei tagli agli enti locali con la spending review, molte città  e numerosi capoluoghi si troveranno in difficoltà , ad agosto, nel pagare gli stipendi ai dipendenti.
Uno di questi comuni è Lecce, che ha ricevuto un terzo dell’Imu prevista.
L’allarme è arrivato da Alessandro Cattaneo, sindaco di Pavia e vicepresidente dell’Anci. «Confidiamo che la prossima settimana, in Conferenza Stato-Città , si correggano le distorsioni. Ormai non si può più parlare di generiche preoccupazioni dei comuni, siamo alla resa dei conti», ha affermato Cattaneo.
«In alcuni comuni – ha aggiunto – non ci sono più soldi in cassa. Nella Conferenza Stato-città  della prossima settimana è necessario che il governo dia ufficialmente seguito all’impegno di colmare i minori introiti Imu, anche perchè quelle città  che hanno incassato di meno rispetto alle previsioni del governo si sono già  viste tagliare i trasferimenti in misura corrispondente alle errate previsioni sugli introiti».
Per Cattaneo «questo è l’esempio lampante di come i nostri allarmi fossero fondati. Il vero punto critico – aggiunge – si raggiungerà  a fine anno, con le seconde rate Imu e la chiusura dei saldi obiettivo del Patto di stabilità . Moltissimi Comuni rischiano di non rispettare il Patto, un’eventualità  che danneggerebbe fortemente i conti dello Stato». «Io piuttosto – ha concluso – preferisco non rispettare il Patto di stabilità  che alzare l’Imu».
In allarme anche il sindaco di Vicenza, Achille Variati. «Piuttosto che alzare le tasse ai cittadini di Vicenza – ha affermato – presento in rosso al prefetto i libri contabili del Comune. Se il decreto legge sulla spending review passa in Parlamento così com’è, Vicenza si troverà  in una situazione drammatica, perchè elaborare le contromisure in corso d’anno sarà  un lavoro di revisione arduo, oltre che non previsto».
Nella seduta di giunta di questa mattina gli assessori hanno iniziato a verificare le conseguenze del taglio lineare di 1,25 milioni di euro nei trasferimenti 2012 dello Stato al Comune per effetto della spending review.
«Così è impossibile continuare a fare gli amministratori comunali e anche trovare candidati alle prossime elezioni. I Comuni sono costretti a chiudere», gli ha fatto eco il sindaco di Rocca Santo Stefano, piccolo comune in provincia di Roma, Sandro Runieri (Udc).
«Se i rappresentanti del governo avessero solo per un giorno indossato la fascia tricolore di sindaco – ha aggiunto Runieri – oggi forse non avrebbero preso i provvedimenti che stanno mettendo in forte difficoltà  soprattutto i piccoli Comuni, già  in affanno per le limitate risorse in bilancio. È quindi necessario valutare bene tutti i conseguenti effetti che i tagli andranno a causare alle attività  delle amministrazioni comunali».

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MONTI: «QUELLO CHE POTEVO FARE L’HO FATTO»

Luglio 26th, 2012 Riccardo Fucile

L’AMMISSIONE DEL PREMIER A NAPOLITANO… FINITA LA STAGIONE DEI GRANDI PROVVEDIMENTI, IL VOTO A NOVEMBRE E’ PIU’ VICINO

Il piano era questo: via il Cavaliere impresentabile, dentro l’autorevole economista neoclassico (o liberista, per chi preferisce) che faccia una politica di destra e convinca i tedeschi che adesso si possono fidare e pre-stare la loro garanzia a copertura delle finanze europee.
Solo che quel piano è fallito: dopo un paio di manovre, la riforma delle pensioni, quella del lavoro, la spending review e lo svuotamento e la messa in vendita delle municipalizzate che tanto danno fastidio alle multinazionali dei servizi, l’Italia si trova all’ingrosso nella palude in cui era a novembre.
Il Professore per primo, che sa benissimo che la situazione si risolve solo se Angela Merkel cambia atteggiamento (ma non può con le elezioni davanti), è scoraggiato e lo ha spiegato anche a Giorgio Napolitano, il regista del suo arrivo a Palazzo Chigi: “Il mio governo ha fatto tutto quello che poteva”, avrebbe detto il premier al capo dello Stato.
Il risultato è che l’avventura dell’ex presidente della Bocconi alla guida dell’esecutivo volge al termine: riforma della legge elettorale e voto in autunno, nelle prime due settimane di novembre, sembra essere la decisione finale dei partiti.
La prima conseguenza di questa scelta è già  stata plasticamente definita negli incontri di ieri — separati — tra Monti e i segretari di Pd e Pdl, Pier Luigi Bersani e Angelino Alfano: i grandi provvedimenti del governo dei professori sono finiti, il ciclo di riforme si chiude con quei decreti che sono ancora in Parlamento (e sulla spending review, o meglio sui tagli a enti locali e sanità , bisognerà  discutere parecchio).
Al massimo, ad agosto, ci sarà  il tempo per tradurre in legge le proposte di Francesco Giavazzi sulla riduzione degli incentivi alle imprese o una (leggera) revisione delle agevolazioni e detrazioni fiscali.
Il furore rigorista tedesco applicato da Monti all’Italia non ha sortito l’effetto politico sperato — ovvero l’ammorbidimento dei paesi nordici — ma quello tecnico prevedibile: recessione con tanto di notizie greche, tipo comuni come Lecce — avverte l’Anci — che ad agosto potrebbero non pagare gli stipendi. È così che è arrivato lo stop.
D’altronde ieri il governo è sembrato davvero di aver scelto di mettere in folle: non pervenuto il comitato di guerra economico, smentito il blocco delle tredicesime per statali e pensionati propalato da Confcommercio (“alimentare l’allarmismo sociale rischia di causare danni”), maggioranza che si sfalda nelle due Camere lasciando riemergere l’asse PdL-Lega.
L’unica zeppa che potrebbe fermare la pietra rotolante delle elezioni anticipate a questo punto è, paradossalmente, la troppa litigiosità  dei partiti sulla nuova legge elettorale.
Resta che la parabola del governo dei professori, benedetto ed omaggiato nei meglio consessi e circoli internazionali, è finita: prendendo a prestito da altre vicende, si potrebbe dire che ha esaurito la sua spinta propulsiva.
Anche l’asse un po’malandato con Hollande e Rajoy per chiedere a Berlino l’attuazione dello scudo anti-spread non pare funzionare granchè: è colpa di una maggioranza raffazzonata e troppo eterogenea, ragionano dalle parti del Pd e del-l’Udc, che ha reso eterogeneo e raffazzonato anche il suo governo (ogni riferimento alla “delusione” Corrado Passera è voluto), serve un nuovo Parlamento.
Bisogna vedere — a novembre o a marzo che sia, col Porcellum o col Provincellum — quale paese erediterà  questa nuova maggioranza politica: l’Italia si presenta ad agosto (il mese delle imboscate finanziarie) con un governo che non ha più un suo compito chiaro davanti e una politica che pare non comprendere dimensioni e cause della resa dei conti cui l’eurozona si sta affacciando.
Sarebbe un contrappasso notevole per la hubris pre-politica di chi guidò il “cambio di regime” nel novembre scorso se, dopo neanche un anno, ci ritrovassimo costretti ad accettare la carità  pelosa del Fondo monetario che Berlusconi riuscì a rifiutare a Cannes poco prima di essere costretto alle dimissioni.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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I TEDESCHI NELLA TRAPPOLA DELLA FINANZA

Luglio 24th, 2012 Riccardo Fucile

AFFRONTARE UNA ROTTURA TRAUMATICA DELL’EURO AVREBBE UN COSTO ENORME PER LA GERMANIA: E’ CREDITRICE DEI PAESI DEBOLI PER MILLE MILIARDI DI EURO

Invece di prendersela con i tedeschi, bisognerebbe paradossalmente – compatirli.
I mercati finanziari li stanno attirando in una trappola.
Più insistono che non saranno loro a pagare il conto per i Paesi deboli dell’euro, e più rischiano di andarsi a cacciare in una situazione in cui saranno costretti ad aprire il portafoglio sul serio.
Ovvero, se si seguita ad affermare alla leggera che l’area euro sarebbe bene ridimensionarla, i mercati continueranno a scommettere che si spacchi, divaricando ancor più i tassi di interesse tra Nord (compresi Francia e Belgio) e Sud.
Ma alla resa dei conti l’alternativa sarebbe tra due scelte entrambe costosissime per la Germania: soccorrere massicciamente Spagna e Italia, oppure affrontare una rottura traumatica dell’euro.
La Repubblica federale tra aiuti già  erogati ai tre Paesi sotto assistenza e aiuti promessi a Madrid già  contribuisce con un centinaio di miliardi di euro.
E’ facile compiacere i tedeschi dicendogli che hanno fatto fin troppo.
Meno facile è spiegargli che questi soldi li prestano, raccogliendoli sui mercati a un tasso assai inferiore, quando non addirittura sotto zero.
I mercati ingannano. Stanno gonfiando una bolla speculativa sui titoli di Stato non solo dei Paesi forti dell’euro, anche di altri Paesi economicamente legati alla Germania.
Secondo stime aggiornate, nella prima metà  del 2012 lo Stato tedesco ha risparmiato un miliardo di euro rispetto a quanto prevedeva come pagamento di interessi sul debito.
L’afflusso ansioso di capitali verso i Paesi reputati sicuri li spinge a sottovalutare la gravità  della crisi.
La Finlandia – dove Mario Monti si recherà  tra una settimana – può cinicamente avere qualche buon motivo, dato che secondo alcune analisi sopporterebbe abbastanza bene una rottura dell’unione monetaria.
La Germania no, è creditrice dei Paesi deboli sotto varie forme, per almeno mille miliardi di euro.
Nella migliore delle ipotesi quei soldi li riavrebbe indietro molto svalutati.
Il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble queste cose le sa benissimo, tanto che ha fatto calcolare ai suoi uffici i costi di una rottura dell’euro; altri suoi compatrioti non riescono a capirle.
Per questo è urgente, come sosteneva ieri Giuliano Amato, verificare se il governo di Berlino è sincero quando propone passi avanti verso l’integrazione politica dell’Europa come passaggio per ottenere una maggiore solidarietà ; o se lo afferma a vuoto, sapendo che Parigi resta contraria.
L’intervista di Schaeuble apparsa sabato sul Figaro fa sperare, ma occorre una risposta francese.
Se è vero quanto sostengono il Fondo monetario e la Banca d’Italia, che solo una parte dello spread italiano e di quello spagnolo è giustificato dallo stato dei due Paesi – mentre dal lato opposto è assurdo che i titoli dei Paesi forti fruttino meno di zero – questo comporta che è già  in atto in Europa quel «trasferimento di risorse» tanto temuto da certi tedeschi.
E’ già  in atto, però alla rovescia: grazie ai mercati finanziari, da Italia e Spagna verso Germania, Olanda e Finlandia.
Proprio per questo motivo, al nostro Paese conviene una maggiore integrazione politica dell’Europa.
Stiamo pagando un tributo non deciso da nessuno; decidere tutti insieme a Bruxelles non sarebbe certo un danno.
Potremmo «vedere le carte» offrendo per primi di rinunciare a una parte della nostra sovranità  di bilancio.
Mentre, al fondo, la lezione da apprendere per i politici tedeschi e italiani è la stessa: proporre soluzioni illusorie – lì la cacciata dei Paesi del Sud, qui un’uscita magari «temporanea» dall’euro – rischia di avverarle in forma di disastro.

Stefano Lepri
(da “La Stampa“)

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PERCHÈ NULLA SEMBRA SERVIRE

Luglio 24th, 2012 Riccardo Fucile

ECCO TUTTO CIO’ CHE NON HA FUNZIONATO NELLE MISURE ANTI-RECESSIONE

«La Sicilia oberata di debiti rischia di diventare la Grecia d’Europa», avverte il New York Times.
«Tracollo del credito», prevede la JP Morgan Chase.
E con i tassi spagnoli ormai sopra il 7%, gli investitori stranieri scommettono sulla bancarotta sovrana di Madrid, che richiederebbe un salvataggio assai più costoso di quello greco.
Recessione incalzante, spread che aggrava la perdita di competitività  dell’Italia: ecco tutto ciò che non ha funzionato, nei rimedi usciti dagli ultimi summit europei.
IL “SALVA-BANCHE” NON CONVINCE
È una constatazione: la caduta dei titoli bancari in Spagna indica che i mercati non credono all’efficacia del salvataggio.
Malgrado l’eurozona abbia previsto di stanziare 100 miliardi, di cui 30 entro pochi giorni, gli investitori continuano a vendere le azioni delle banche.
Le ragioni sono diverse.
Da una parte gli istituti di credito spagnoli, insieme con la loro vigilanza e il loro governo, hanno mentito troppo a lungo sullo stato di salute reale dei bilanci: non hanno più credibilità .
L’altra causa di sfiducia, è un effetto perverso degli aiuti della Bce: la liquidità  che Mario Draghi fornisce agli istituti di credito, viene reinvestita nei buoni del Tesoro spagnoli. Di fatto in ogni paese le banche sono diventate i principali acquirenti di bond pubblici nazionali: col risultato di affondare i loro bilanci, in quei paesi dove il valore dei titoli di Stato perde quota.
E’ la famosa “spirale perversa” che non è stata spezzata.
I RITARDI DELLO SCUDO
Con i rendimenti dei buoni decennali del Tesoro che in Spagna hanno raggiunto il 7,5%, i mercati si stanno convincendo che Madrid non ce la farà  più a rifinanziarsi.
Lo “scudo anti-spread”, che avrebbe dovuto mettere un tetto a questi rialzi degli interessi in Spagna e Italia, è latitante.
Troppe le resistenze, tedesche olandesi e finlandesi. Pesa il dubbio che i due “contenitori” di risorse per aiutare i paesi in difficoltà  (Efsf, Esm) siano del tutto insufficienti.
La Bce ha le mani legate, ogni espansione del suo ruolo nell’acquisto di titoli pubblici può provocare obiezioni di anti-costituzionalità  in Germania.
Di qui la previsione della più grande banca americana, JP Morgan, che vede un “credit crunch” all’orizzonte. Ce la farà  Madrid a rifinanziare i 27 miliardi di titoli in scadenza da qui a ottobre?
DEFAULT DELLE REGIONI
A minacciare la solvibilità  degli Stati, ci si mettono anche le loro regioni.
Gli scricchiolii periferici sono iniziati da Valencia, che ha chiesto di poter attingere a un fondo di emergenza di 18 miliardi creato dal governo centrale di Madrid per scongiurare la bancarotta delle regioni.
Poi un Sos ancora più inquietante è venuto dalla Catalogna, la “Lombardia iberica”, un tempo ammirata per il suo dinamismo economico.
Neppure Barcellona riesce più a farsi fare credito sui mercati. Infine l’allarme italiano, partito dalla Regione Sicilia, che si è conquistata il titolone del New York Times.
L’AUSTERITY FABBRICA RECESSIONE
Non è vero che l’austerity piace ai mercati.
Non quando è la ricetta per rendere ancora più insostenibili i debiti. Gli investitori internazionali osservano che più la Spagna si sforza di applicare le direttive di Bruxelles Francoforte e Berlino, più si allontana la ripresa: ora il governo Rajoy prevede recessione fino al 2014, con disoccupazione fissa al 24%.
E’ una logica implacabile che i mercati hanno già  visto all’opera in Portogallo, Irlanda e Grecia: di tagli si uccide il paziente.
Da notare l’andamento anomalo della Francia. Dall’elezione di Franà§ois Hollande il suo spread con la Germania si è ridotto. Hollande «fa cose di sinistra», come l’addizionale sull’imposta patrimoniale e l’assunzione di insegnanti. Eppure viene premiato dai mercati. Perchè ha una strategia pro-crescita (fondi alla scuola) e persegue il rigore di bilancio a carico di chi può finanziarlo (i ricchi).
LA BEFFA (PER NOI) DEI TASSI NEGATIVI
Beata Germania: colloca i suoi buoni del Tesoro biennali con un tasso negativo (meno 0,07%).
Il tasso negativo sembra un controsenso: significa che l’investitore-risparmiatore è disposto a pagare il Tesoro tedesco pur di prestargli i suoi soldi.
Il fenomeno innaturale avviene nelle situazioni di grave incertezza: equivale al prezzo che paghiamo per affittare una cassetta di sicurezza, dove pensiamo che i gioielli di famiglia sono al sicuro.
L’effetto perverso è che i tassi negativi dei bond tedeschi trascinano al ribasso tutta la struttura dei rendimenti in Germania.
Il credito costa sempre meno per le imprese tedesche, mentre diventa più caro per quelle italiane. Si accentua così quella perdita di competitività  del made in Italy, che è la vera causa strutturale capace di rendere insostenibile tutta l’unione monetaria.
SE È LA GERMANIA A FARE SECESSIONE
Questo lunedì nero dei mercati ha avuto un antefatto: le indiscrezioni del settimanale tedesco Der Spiegel su un ritiro degli aiuti del Fondo monetario internazionale alla Grecia.
A questo si sono aggiunti i segnali di irrigidimento della Germania: «Un’uscita della Grecia dall’eurozona non sarebbe un dramma, e io sono sempre più scettico sulle possibilità  di Atene di riuscire a restarvi», ha detto il vicecancelliere tedesco Philipp Roesler.
“Grexit”, cioè lo scenario di uscita della Grecia, preoccupa non tanto in sè quanto per la creazione di un precedente: a chi tocca dopo?
Inoltre sembra segnalare che la Germania può considerare un euro a due velocità , con paesi espulsi in una fascia esterna.
Fino a non molto tempo fa, era fantapolitica.
Ora i mercati ci riflettono.

Federico Rampini
(da “La Repubblica“)

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IL TESORO NASCOSTO NEI PARADISI FISCALI VALE QUANTO IL PIL DI USA E GIAPPONE

Luglio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

E UN TERZO DELL’EVASIONE OFFSHORE VIENE DAI PAESI IN VIA DI SVILUPPO

I numeri che nelle ultime ore stanno facendo onde alte in mezzo mondo sono questi: almeno 21 mila miliardi di dollari (circa 15 mila in euro), sarebbero depositati in paradisi fiscali.
Forse 32 mila.
In conti protetti, a bassissimo regime di tassazione nei soliti luoghi,
Svizzera, Cayman Islands, Bermuda, Irlanda, Singapore e via dicendo.
È come prendere le intere economie di un anno di Stati Uniti e Giappone e nasconderle sotto il tappeto.
Oppure, nel caso della stima più alta, due volte il Prodotto lordo americano.
Denaro in sonno, non usato a scopi produttivi e nemmeno tassato nel luogo in cui è stato prodotto.
Una buona fetta di questo – tra i 7,3 e i 9,3 mila miliardi – di proprietà  di residenti in Paesi in via di sviluppo.
Questa è solo la ricchezza finanziaria nascosta: non sono calcolate opere d’arte, immobili, gioielli, yacht domiciliati negli stessi paradisi.
Le cifre colossali risultano da uno studio realizzato per il gruppo di attivisti Tax Justice Network da James Henry, esperto di tassazione, ex capo economista della società  di consulenza McKinsey.
È stato pubblicato ieri dal settimanale britannico Observer. Per arrivare alle sue conclusioni, Henry ha incrociato una serie di fonti, compresi dati della Banca per i regolamenti internazionali e del Fondo monetario internazionale.
Ne risultano stime che forniscono una narrazione interessante dei movimenti della ricchezza nell’era della globalizzazione.
Stime che però vanno trattate con prudenza e che possono essere lette da diverse angolazioni.
I 21-32 mila miliardi di dollari sono quanto sarebbe finito nei paradisi tra il 1970 e il 2010.
Il risultato di movimenti di capitale favoriti – come dice lo stesso Henry – «da uno stormo di facilitatori professionisti altamente pagati e industriosi nei settori del private banking, della professione legale, della contabilità  e dell’investimento».
Una parte di questi spostamenti sarebbe avvenuta in forma di flussi di capitale. Un’altra attraverso fatturazioni false.
Dei 6.500 miliardi di dollari che per esempio sarebbero usciti illegalmente dai Paesi in via di sviluppo tra il 2000 e il 2008, 3.477 deriverebbero da fatture truccate che hanno consentito di creare offshore patrimoni non identificabili dalle autorità : il 60% dalla Cina, l’11% dal Messico, il 5% dalla Malaysia, il 3% da India e Filippine.
Nello stesso periodo, invece, sarebbero usciti per vie diverse, ma sempre illegali, 427 miliardi di dollari dalla Russia, 302 dall’Arabia Saudita, 268 dagli Emirati Arabi, 242 dal Kuwait, 152 dal Venezuela.
Lo stesso fenomeno Henry lo misura nei Paesi sviluppati, naturalmente.
Da una parte, individui ricchi e certe multinazionali usano vie illegali per evadere il Fisco: la ricerca individua abusi da parte di imprese nel commercio di banane, di minerali, di grano, di legno, nella finanza e nella gestione di contratti di proprietà  intellettuale.
Dall’altra, questo denaro mobile trova punti deboli nelle legislazioni nazionali che consentono quell’elusione ai confini delle regole che va sotto il nome di pianificazione fiscale internazionale. La gestione della ricchezza da parte di grandi banche globali è uno dei modi che Henry ha utilizzato per le sue stime (fa l’elenco delle prime 50 nella gestione del denaro, in testa Ubs, Credit Suisse, Goldman Sachs).
Per illustrare il suo metodo, Henry cita anche l’enorme domanda, apparentemente inspiegabile, che si è sviluppata nel corso degli anni per i biglietti da cento dollari e la loro bassissima velocità  di circolazione; una serie di redditi mancanti nelle statistiche internazionali; le frequenti diversificazioni di portafoglio (per fare uscire denaro da un Paese) e altri indicatori.
Il risultato è la stima stratosferica della «ricchezza» dei centri offshore.
Che l’evasione e l’elusione siano enormi è risaputo.
La cifra di 21-32 mila miliardi di dollari ha però suscitato qualche perplessità : difficile immaginare che un forziere del genere se ne stia più o meno in sonno, in un mondo dove «il denaro non dorme mai».
«Ci sono chiaramente quantità  significative nascoste – ha commentato alla Bbcil direttore dell’Ufficio per la semplificazione fiscale britannico, John Whiting –. Ma, se veramente è quella la misura, cosa sta facendo tutto quel denaro?». Whiting non ha elementi per contestare le cifre ma sostiene che «l’ipotesi che un ammontare del genere sia attivamente nascosto e mai usato sembra strana».
Lo studio di Henry pone ovviamente la questione delle mancate tasse raccolte dagli Stati. Ma anche quella dell’ingiustizia sociale.
L’economista calcola che il 30,3% della ricchezza finanziaria mondiale sia nelle mani di 91.186 happy few: si tratta di 16,7 mila miliardi di dollari, 9,7 dei quali se ne starebbe offshore.
Una super èlite di redditieri e donne e uomini d’affari occidentali seduti allo stesso desco di nababbi del petrolio, dittatori africani ed emergenti asiatici e sudamericani.
Se si apre un po’ il ventaglio, poco più di nove milioni di cittadini – membri d’onore di una più sobria (si fa per dire) «èlite globale» che controlla oltre l’80% della ricchezza liquida del pianeta – avrebbero depositato offshore 19 mila e seicento miliardi di dollari. Paradisi, nel senso di mondi paralleli e invisibili.

Danilo Taino
(da “il Corriere della Sera“)

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L’EUROPA COME FORT ALAMO

Luglio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

ASSEDIO ALLA BAIONETTA CONTRO TASSI E SPREAD… E I VENTISETTE NON HANNO PIU’ MUNIZIONI, RESTA SOLO LA BCE… OPPURE UN SALTO DI QUALITA’ DIFFICILE

Sui mercati la giornata è partita malissimo. I rendimenti decennali italiani sono più alti di quelli dell’Irlanda che è sotto programma, ovvero è stata salvata.
E’ una situazione da Fort Alamo. In cui le truppe federali non arrivano, mentre Monti e Rajoy sono assediati come Davy Crockett.
Il vero problema è l’impasse. Nessun può fare un gran che.
Salvo una entità    che non potrebbe farlo.
1) L’Italia ha scritto e approvato le riforme. Ha un avanzo primario significativo. Difficile chiederle altri tagli o interventi strutturali. Il dilemma è la stabilità  politica che non si risolve in una settimana.
2) La Spagna ha avuto i soldi per risanare le banche. Ora lo farà . Coi soldi potrà  intervenire sul secondario. Il programmo è condizionato. Altro non si può.
3) La Grecia non sta rispettando i conti. Non le si può chiedere nulla sinchè la Troika, che arriva domani ad Atene, non tornerà  nella seconda metà  di agosto. Impasse.
4) Il fondo salva stati temporaneo, Efsf, ha un centinaio di miliardi in tasca. Noccioline.
5) Il fondo salvastati permanente, Esm, è bloccato sino al 12 settembre in attesa della sentenza della Corte di Karlsruhe. E comunque, non avrà  più 400 miliardi. E’ stata una burla metterci così pochi soldi dentro, lo hanno voluto i soldi tedeschi, finlandesi & Co. Ci hanno pure presi in giro dicendo che era un trilione di dollari. Come avere le porte di cartone nel regno dei ladri di appartamento.
6) I tedeschi continuano a rilasciare dichiarazioni inutili e pericolose sulla Grecia. Un buon tacer non fu mai detto. Dovrebbero farla finita.
7) Il meccanismo antispread non è un gran che. Ha un costo politico, deve essere autorizzato, è condizionato (flessibilmente) , prevede una vigilanza Ue/Bce. L’Italia potrebbe pure chiederlo, anche se Monti farà  di tutto perchè non accada, ma non   essendoci l’ESm, l’Efsf con 100 miliardi in cassa farebbe poco più di uno sternuto della zanzara.
In parole semplici, abbiamo poca scelta. Che fare?
1) Mettere la sordina ai ministri in campagna elettorale, ovvero far tacere tedeschi, olandesi etc, ma anche al Fmi. E ai funzionari tedeschi della commissione.
2) Mostrare un vero senso di compattezza europea. Uniti per fare la forza. E non il contrario
3) Lasciare che la Bce possa intervenire al momento peggiore. Senza dirlo, ovviamente.
4) Prendere tempo in questo modo sino a settembre, e decidere di raddoppiare Esm. Due trilioni per salvare l’Unione monetaria. Oppure organizzare uno dei più costosi funerali della storia.
Questa crisi è la peggiore che abbiamo mai visto.
Non c’è paragone fra gli eserciti in campo.
I mercati, oltretutto, sono compatti. I governi, inseguono le logiche di politica nazionale e perdono di vista il quadro generale.
Mentre crolla il dominio dei Galli, nessuno può sperare di essere il villaggio di Asterix.
Più l’Europa sarà  divisa e più alto sarà  il conto.
Questa mattina il messaggio è chiaro come non lo è mai stato.

Marco Zatterin
(da “La Stampa“)

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