Agosto 2nd, 2012 Riccardo Fucile
CON LA CRISI CRESCE IL SENTIMENTO NAZIONALISTA CHE PREMIA LA DESTRA POPULISTA
Oggi Jukka ha bisogno di «sisu». I finlandesi la chiamano così: forza,
coraggio, razionalità , voglia di lottare quando le forze sembrano non esserci più.
E’ l’ultimo giorno nell’ufficio al centro di ricerche della Nokia di Ruoholathi, tre fermate di metro dal centro di Helsinki.
«Dalla prossima settimana mi sposto nella sede centrale. Hanno detto che non c’era alternativa».
L’enorme palazzo ecosostenibile è ormai deserto. Le porte sono serrate, le luci spente, qualche parete di vetro comincia a mostrare i segni dell’incuria.
A giugno il gruppo ha annunciato un piano di ristrutturazione che costerà il posto a diecimila persone in giro per il mondo.
Il simbolo industriale della rinascita finlandese del dopo guerra fredda e della recessione seguita al crollo degli scambi con la fu Unione Sovietica, paga il conto della concorrenza spietata di Apple e Samsung.
Nokia taglia, eppure sul viale alberato che costeggia l’isolato tutto procede con apparente tranquillità .
All’Itameren Helm c’è chi approfitta dell’ultimo sole dell’estate per godersi una birra. Il proprietario, un immigrato indiano, alza le spalle: «Mi mancano i clienti nel week-end, ma non mi lamento».
Le mamme passeggiano, i ciclisti sfrecciano sulla ordinatissima ciclabile. Internet impazzisce per buffi passeri colorati, gli «Angry Birds» di Rovio, la letteratura mondiale consacra Sofi Oksanen e i suoi romanzi.
Il Giappone d’Europa, la patria intoccata della tripla A, non si arrende alle difficoltà . E’ lo spirito «sisu» che permise ai finlandesi di tenere testa ai russi nel 1940.
Di fronte al disastro spagnolo, alla tragedia greca, alle ricette imposte a Irlanda e Portogallo quel che accade qui non è ancora nulla.
Il Pil quest’anno crescerà dell’1,5%, il deficit è sotto controllo, la disoccupazione è all’8%, i consumi interni tengono.
La Finlandia resta il Paese in Europa con la più alta spesa per la ricerca in rapporto al Pil, quasi il 4%.
E però quella stessa crescita è la metà di due anni fa, la disoccupazione giovanile sfiora il 20%, il tasso di invecchiamento della popolazione minaccia la tenuta del sistema pensionistico, il debito pubblico è 8 punti superiore a tre anni fa.
L’ultimo rapporto Ocse ha sottolineato la crisi dell’export di un Paese povero di materie prime: dal +7,8% del 2010 l’anno scorso è crollato a -0,8%, quest’anno dovrebbe risalire al 2,2%.
La Banca centrale ha dedicato gran parte del suo ultimo rapporto all’enorme scarto fra i prezzi (troppo alti) delle case e gli affitti.
Il governo ha pianificato la costruzione di due centrali nucleari, ma intanto il progetto finanziato insieme ai francesi di Areva è in stallo, sepolto da polemiche e ritardi tecnici.
L’anno scorso la politica ha dovuto fare i conti con uno scandalo che ha fatto esplodere al 20% i consensi di un partito populista, xenofobo e antieuropeista che fino ad allora era rimasto ai margini della vita pubblica, i «veri finlandesi».
Il leader si chiama Tino Soini, è cattolico, un mix fra Beppe Grillo e Umberto Bossi.
I più critici, come il ministro degli Affari europei Alexander Stubb, interpretano il boom di Soini come la reazione alla scarsa disciplina di alcuni partner europei e alla crisi dell’Eurozona.
In Finlandia oggi al governo c’è un’inedita maggioranza destra-sinistra, per metterla insieme ci sono voluti due mesi.
Per tenere in ordine i conti pubblici, anche i finlandesi stanno tagliando le spese.
A pochi mesi dalle elezioni amministrative, in Parlamento si discute una riforma che – in nome del rigore finanziario – punta a dimezzare gli attuali 330 Comuni.
Nonostante i sacrifici, i sondaggi dicono che la «strana maggioranza» guidata dal giovane Jyrki Katainen gode di ampio consenso e che i voti di Soini calano.
Merito a quanto pare della scelta di non nascondere le difficoltà e la fermezza con la quale si è posto rispetto alle crisi greca espagnola: il via libera di Helsinki al pacchetto di aiuti europeo è stato condizionato alla firma di due accordi bilaterali che vincolano Atene e Madrid a offrire al governo finlandese garanzie reali.
«Negli anni novanta abbiamo dovuto fare scelte drastiche. Come allora abbiamo bisogno di un nuovo slancio», dice spesso Katainen.
Alessandro Barbera
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Agosto 2nd, 2012 Riccardo Fucile
LA CANCELLIERA TEDESCA DEVE CONIUGARE EURO E INTERESSI TEDESCHI
«Se esistesse ancora la Ddr, lei sarebbe stata capace di conquistare il posto di numero uno», dicono di lei i critici più maligni, nel suo partito.
«Chi la sottovaluta, la ritiene solo una tatticista abile ma debole e vuole sfidarla ha già perso il duello», ribatte Gerd Langguth, il suo biografo più autorevole.
All’inizio della crisi dell’euro lei negava ogni concessione, passo per passo ha ceduto su questioni chiave.
Più lenta rispetto alla crisi, per trascinarsi dietro i tedeschi.
Adesso nella tempesta perfetta continua a difendere gli interessi di Berlino, ma si è avvicinata in modo decisivo a Draghi, Monti e Hollande.
Fa ancora muro contro la licenza bancaria e quindi crediti illimitati per il nuovo fondo salva-Stati, l’Esm, sa di essere più debole di prima rispetto ai due Mario e all’Eliseo. Rischia forte su due fronti, mette in gioco la sua immagine internazionale quanto il suo potere a casa, come in una duplice roulette russa con gli elettori e gli alleati, lei cui fans e detrattori attribuiscono tanto istinto e voglia di potere.
Rischia consapevole una “no win situation”: se il salvataggio dell’euro fallisce il resto d’Europa la vedrà come prima colpevole, se costerà troppo ai contribuenti federali la Germania le volterà le spalle.
Certo, parliamo di lei, Angela Merkel.
Non è davvero invidiabile, la posizione della “donna più potente del mondo” temuta e spesso anche odiata tra la gente a sud delle Alpi e a ovest del Reno, ma vista non senza diffidenze e paure a casa.
Ancora una volta, lei l’apparente tatticista incerta di fino a ieri reagisce sfoderando carattere d’acciaio e coraggio di tentare svolte.
Decisionista e amletica insieme, qui un sì e là un no a Monti, chi sa quanta tensione si tiene dentro, celata da sorrisi di circostanza.
Per due volte – venerdì e domenica – con i segnali lanciati ai telesummit con Hollande e Monti – ha imposto una doccia fredda agli elettori: supremazia Bundesbank un corno, la Bce è ind ipendente da tutti, anche da Jens Weidmann e dai suoi falchi, e per la salvezza dell’euro va fatto tutto il possibile.
Segnali a distanza, dalle vacanze semplici in Alto Adige, poi per rassicurare a casa il no alla licenza bancaria per l’Esm.
Tra gite e trekking con Reinhold Messer come guida, “Angie” cerca, probabilmente invano, di scacciare lo stress.
Tiene duro, o ci prova. La svolta non è totale, ma fa riflettere.
Fino a ieri appariva temporeggiamento tattico, per poi cedere poco a poco a Parigi o Roma senza traumatizzare gli elettori.
Ora non più: «sa dove vuole andare, non spera più nella Grecia, ma ritiene che se l’euro fallisce sarà la catastrofe totale», dice di lei il professor Michael Stuermer, un duro ortodosso, ex consigliere di Kohl.
«Sta cambiando e come fece Kohl mostra di non temere frizioni con la Bundesbank.
Quell’immagine di leader tiepida verso l’Europa se l’è scrollata di dosso, e sta imparando ad affrontare le spinte populiste », incalza Karl Lamers, un altro ex del team del cancelliere della riunificazione, ma leader del fronte delle colombe.
Conversione da patriota ad europeista, o adattamento allo Zeitgeist, uno spirito dei tempi che attorno alla “fanciulla dell’est”, con Hollande e Monti al posto di Sarkozy e Berlusconi, è cambiato come un nuovo vento?
Forse nelle scelte dure di Angela Merkel in questi giorni c’è qualcosa di entrambi gli elementi.
Abilità tattica e ricerca di alleanze per restare leader si esprimono in modo nuovo. Audacia seminascosta, come quando studentessa nella Ddr rispettava il regime, ma a Mosca o Varsavia si procurava al nero dischi dei Beatles o pamphlets di Solidarnosc. Non è da ieri che mostra un carattere capace di svolte e strappi temerari.
Come quando lei per prima nel partito denunciò il padre e mèntore Helmut Kohl per lo scandalo dei fondi neri.
Quando, a una Cdu che tra i partiti fratelli in Europa ha quello di Orbà n, impose col “Programma di Berlino” una netta svolta a sinistra, mano tesa ai sindacati, ai migranti e alle coppie di fatto etero e gay.
O quando – lei che credeva nel nucleare – dopo Fukushima, cogliendo la paura della gente, ha scelto di spegnere i reattori.
Sorriso impassibile, arrivo puntuale alla prima del festival wagneriano di Bayreuth con l’abito scollato (ma vecchio di dieci anni, sul guardaroba si risparmia), Angie finora ha vinto, o superato le sconfitte, con questo understatement sempre all’attacco. Stress nei momenti difficili affrontato a sera con una rara sigaretta e un bicchiere di Sauvignon.
A volte anche con humour. Se la intervisti e il registratore ti s’inceppa, lei sorride e cerca subito di riavviartelo.
Se la incontri a un ricevimento a Washington con politici vip americani a braccetto e lei sa che scrivi per Repubblica, per spiegare agli ospiti chi sei dice sogghignando “tranquilli, è solo una spia di Berlusconi”.
Guanto di velluto e mano d’acciaio.
La mostrò in tanti summit europei, ma anche a Bush chiedendo la chiusura di Guantanamo, e a Putin denunciando la repressione.
Ma questa volta la sfida di Angie è più difficile: non è una grande comunicatrice, e ha fretta di spiegare al suo popolo che la solidarietà con gli altri europei conviene anche alla Germania globale e forte, con una donna al comando.
Potrebbe anche non riuscirci, e tornare rigida o perdere.
Allora magari in mancanza di meglio qui rimpiangeremmo un po’ i suoi moniti, i suoi enigmatici sorrisi, persino i suoi “nein”.
Andrea Tarquini
(da “La Repubblica”)
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Agosto 2nd, 2012 Riccardo Fucile
L’EUROPA IN ATTESA DI QUALCUNO CHE RAPPRESENTI UNA VOCE DECISA E DIA UNA INDICAZIONE SICURA
La leadership si manifesta con la capacità di prendere decisioni nei momenti di crisi.
Quando vi è un diffuso stato di incertezza e di ansia cresce l’aspettativa di una voce decisa e di una indicazione sicura.
L’Europa vive frastornata dalla cacofonia assordante sui rimedi da adottare di fronte alla crisi, ed è alla ricerca di “qualcuno” che indichi una via d’uscita e se ne faccia pienamente carico.
Laddove “nessuno è in comando”, come amano dire gli americani, o, come diremmo noi mediterranei, “nessuno è al timone”, si rischia il panico.
È questa la sensazione prodotta dal balletto delle dichiarazioni di chi detiene funzioni direttive nei governi e nelle istituzioni europee e internazionali.
È come fossimo preda di una sorta di “sindrome Schettino”: la barca di Eurolandia va alla deriva e rischia di affondare perchè manca un comandante all’altezza della situazione.
All’inizio della crisi, nell’autunno del 2008, ci fu un momento in cui Gordon Brown, il Cancelliere dello Scacchiere britannico, forte della sua esperienza e dei suoi successi nella gestione dell’economia, sembrò in grado di indirizzare le scelte della comunità politica ed economica internazionale.
Fu una illusione di breve periodo e quel momento di gloria servì più che altro a scopi interni, a rintuzzare l’offensiva di un “novizio” come David Cameron: “it is no time for a novice” sentenziò in quei giorni Gordon Brown. Da allora nessuno, nemmeno Barack Obama, è riuscito a indicare una strada.
Di meeting in meeting la politica ha mostrato la propria impotenza di fronte all’economia.
O, in termini più maliziosi, alcuni politici hanno lastricato la strada al dominio degli attori economici.
La destra americana si è schierata in prima fila a difesa della sacralità del mercato utilizzando tutto il suo armamentario retorico pur di impedire che l’Eurozona si risollevi e riaffermi il suo modello socio-economico, intimamente “socialista” agli occhi dei neocons.
La ragione di tanto furore conduce, anche qui, al fronte interno: il vero obiettivo da colpire è il presidente Obama che, con le sue riforme, si ispira all’Europa welfarista e spendacciona. Per questo le teste d’uovo d’oltre Atlantico vanno all’attacco.
Con pessime figure, peraltro. In una recentissima intervista Arthur Brooks, direttore del think tank conservatore American Enterprise Institute e influente intellettuale del partito repubblicano, arriva a raccontare che i paesi con il welfare più sviluppato sono “i più insoddisfatti e i meno prolifici”; peccato che i Paesi scandinavi, culla della socialdemocrazia, siano in vetta al tasso di natalità e di soddisfazione per il funzionamento del loro sistema. (Dati Eurostat ed Eurobarometro)
Ora, allo stato attuale, nè Franà§ois Hollande, per formazione e personalità , nè Angela Merkel, condizionata dal fronte interno, malgrado tutti i passi e gli sforzi compiuti, sembrano in grado di mettersi sulle spalle il continente e guidarlo fuori dalla crisi grazie al loro carisma. (Altra storia se fosse arrivato all’Eliseo l’ex presidente dell’Fmi Dominique Strauss—Kahn, l’unico capace di dettare una linea dall’alto delle sue virtù politiche ed intellettuali: ma i vizi privati, altrove, si pagano… ).
In questa situazione di paralisi e di veti incrociati si è finalmente distinta una voce chiara e netta, quella del presidente della Bce, Mario Draghi.
In poche, tacitiane, parole egli ha espresso il suo fermo convincimento a salvare l’Eurozona.
Quando, alla fine di un discorso imperniato sulla volontà di mettere in campo tutti gli strumenti e tutte le risorse necessari per contrastare la recessione ha aggiunto “e, credetemi, sarà sufficiente”, ha segnato un punto di non ritorno.
Con quelle parole, offrendosi come il prestatore di fiducia di ultima istanza degli europei, Draghi si è caricato sulle proprie spalle una responsabilità enorme.
Mentre i politici nazionali latitavano, il presidente della Bce ha raccolto la domanda di governo che veniva dalle opinioni pubbliche.
Ha sopperito alla carenza di “decisione politica” degli attori politici nazionali, di coloro che sarebbero maggiormente intitolati ad intervenire.
Ed ha obbligato tutti gli altri a misurarsi con le sue intenzioni. In una parola, ha esercitato una funzione di leadership.
Ora il gioco tornerà nelle mani dei governi ma “il movimento” è stato creato. L’impasse in cui l’Europa si era impantanata per anni sembra aver trovato un filo, e un tessitore, a cui affidarsi.
Ancora una volta, sono i tecnici ad essere, e a fare, i politici.
Del resto, la leadership non si misura con i voti.
Piero Ignazi
(da “La Repubblica”)
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Agosto 2nd, 2012 Riccardo Fucile
NEL BUNKER DI FRANCOFORTE VA IN ONDA LA DIVISIONE SUD-NORD: DIECI CON DRAGHI, SETTE CONTRARI, QUATTRO INDECISI
Mezzogiorno di fuoco stamane a Francoforte. Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce) si riunisce sotto gli occhi dei mercati e del mondo intero.
Dopo le promesse del presidente Mario Draghi di fare tutto il possibile per salvare l’eurozona, e il duro monito di risposta del numero uno della Bundesbank Jens Weidmann, contro ogni deragliamento dai compiti della Bce, un confronto aperto tra i due appare inevitabile. E soprattutto, mercati e politici temono che le aspettative suscitate da Draghi vengano deluse.
I due no giunti ieri da Berlino – prima quello di Weidmann a ogni scelta che spinga la Bce “oltre i suoi compiti di difesa della stabilità monetaria”, poi quello del governo, schieratosi unanime in serata col falco vicecancelliere Philipp Roesler contro una licenza bancaria al futuro fondo salvastati Esm – rafforzano l’allarme.
La partita è difficile: teoricamente le “colombe” pro-Draghi sono dieci oltre a lui, i falchi vicini a Weidmann sette, ma sommandoli eventualmente ai 4 indecisi si rischia una spaccatura, uno stallo che dividerebbe l’eurozona tra Nord e Sud.
Per evitarla, Draghi potrebbe ripiegare su annunci di misure meno traumatiche e quindi anche meno forti.
Questo timore è espresso con molta forza dagli operatori sui mercati.
La Bce deve fare di più, c’è perdita di fiducia, ha esortato da oltre Atlantico la direttrice del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde.
Ma il vicecancelliere tedesco Roesler, e insieme a lui vari esponenti della Csu bavarese, sparano a zero contro ogni provvedimento di grande portata. E l’ex capo economista Bce Juergen Strack denuncia come “illegali” gli acquisti di titoli sovrani. Liberali e Csu alzano il tono sperando di convincere anche la cancelliera a ritirare le sue aperture a Monti e Hollande.
Il clima è pesante.
Spiegel online accusa Monti di essere entrato in rotta di collisione contro Angela Merkel con la richiesta di licenza bancaria al fondo salva-Stati.
La paura di elettori e risparmiatori tedeschi di finire nel baratro, con mille miliardi già impegnati tra aiuti, crediti e garanzie, cresce di ora in ora.
Se Draghi tira troppo la corda, dicono gli osservatori a Francoforte, può arrivare a una rottura pericolosa con la Bundesbank e con Berlino.
Ma se invece dopo aver creato tante aspettative, annuncerà solo misure che ai mercati appariranno insufficienti o troppo timide, la tempesta continuerà .
E molti analisti ieri si dicevano “scettici sulle possibilità di un’intesa su misure drastiche e per questo “disappointed”, irritati e scontenti”.
I mercati temono che non venga annunciato il previsto maxi-acquisto di titoli sovrani dei paesi sotto tiro, perchè la Bundesbank e i suoi uomini frenano e parlano di inaccettabile violazione di tabù e statuti dell’Eurotower.
“Draghi sta tentando con metodi estremamente avventurosi di aggirare il divieto posto alla Bce di finanziare direttamente gli Stati, per finanziarie i debiti dell’Europa meridionale”, accusa Hans Michelbach della Csu bavarese.
Dopo il contrattacco di Weidmann, e soprattutto dopo l’appello di Roesler a considerare lo spread alto come “indispensabile incentivo alle riforme nei paesi del Sud”, l’atmosfera è pessima.
Draghi, come è tradizione dei presidenti Bce, preferisce decisioni all’unanimità del consiglio direttivo rispetto a scelte a maggioranza.
Ma è difficile mettere insieme una maggioranza forte per le sue proposte di interventi radicali.
Ci starebbero Portogallo – il presidente della Banca centrale, meno sicuro il vicepresidente Vitor Constancio – Slovenia, Italia, Irlanda, Grecia, Cipro, Malta Spagna e i due francesi.
Dieci più Draghi.
I “falchi”, compresi i tedeschi Weidmann e Asmussen, sono sette: austriaco, olandese, lussemburghese, finlandese, èstone.
La battaglia è per conquistare il consenso dei quattro indecisi: il portoghese Constancio, lo slovacco Makuch, i due belgi Coene e Praet.
Se, come si teme, fossero prese misure troppo timide rispetto a quelle forti auspicate dall’Fmi, Draghi rischierebbe una sconfitta di fatto, o una vittoria di Pirro.
E la tempesta perfetta tornerebbe a scatenarsi.
Andrea Tarquini
(da “La Repubblica“)
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Agosto 2nd, 2012 Riccardo Fucile
I CONTI DELLA BANCA TEDESCA: SI FIDANO MENO DELLA SPAGNA DOVE L’ESPOSIZIONE IN TITOLI DI STATO E’ SCESA DEL 35%
Se il governo tedesco si mostra a volte scettico sull’affidabilità dell’Italia le sue banche la ritengono solida e sicura.
Come spiegare altrimenti la notizia che l’esposizione di Deutsche Bank sui titoli di Stato italiani è cresciuta di circa il 29% nel secondo trimestre passando da 1,953 a 2,516 miliardi di euro.
È quanto emerge dai dati di bilancio presentati dal gruppo bancario in occasione della presentazione dei risultati per il secondo trimestre.
Nello stesso periodo è invece scesa del 35% l’esposizione ai titoli di stato della Spagna che sono calati a 873 milioni da 1,358 miliardi alla data del 31 marzo 2012.
Deutsche Bank ha annunciato un piano di riduzione dei costi per 3 miliardi di euro.
Buona parte dei risparmi verrà da provvedimenti di riduzione della forza lavoro per 1900 dipendenti, quasi tutti al di fuori della Germania.
Di questo totale, 1500 tagli riguarderanno la divisione di investment banking.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 31st, 2012 Riccardo Fucile
SEQUESTRATI DALLE FIAMME GIALLE IN UN ANNO OLTRE 4 MILIONI DI PRODOTTI FALSI
Il 38% dei controlli in materia di scontrini e ricevute fiscali è risultato irregolare: in sostanza più di un soggetto su tre degli oltre 20mila controllati ha evaso il fisco.
Sono i dati della Guardia di Finanza relativi ai controlli effettuati nei primi sette mesi del 2012 in diverse città e località di vacanza.
I DATI
I risultati sono il frutto di un’azione mirata della Guardia di Finanza, che dall’inizio dell’anno ha avviato una serie di controlli di massa in tutta Italia: da Cortina a Capri, da Courmayeur a Milano e Roma, da Napoli a Palermo e alla riviera romagnola.
In particolare, i controlli sull’emissione di scontrini e ricevute fiscali hanno interessato 20.634 soggetti: di questi 7.849 – il 38% appunto – sono risultati irregolari.
Nel corso delle verifiche, inoltre, sono stati scoperti 1.166 lavoratori in nero, con 24 datori di lavoro completamente inesistenti per il fisco e dunque evasori totali.
Per quanto riguarda invece la lotta alla contraffazione e alla pirateria, gli uomini delle Fiamme Gialle dall’inizio dell’anno hanno sequestrato oltre 4 milioni di prodotti falsi, denunciando 264 persone.
LE CASE-VACANZA
Sempre con riferimento al periodo estivo, l’azione di controllo è indirizzata alle case vacanza, spesso affittate in nero da parte di proprietari che intascano migliaia di euro in contanti, rigorosamente «esentasse».
Un fenomeno, quello delle locazioni in nero, su cui i finanzieri hanno incentrato l’attenzione non solo nelle località turistiche, poichè il problema interessa fortemente anche le città universitarie. Oltre 10.000 questionari sono già stati spediti a studenti fuori sede; rispondere correttamente conviene non solo per contribuire alla lotta all’evasione fiscale, ma anche per tutelare gli studenti stessi da ingiuste speculazioni sui prezzi.
I DISTRIBUTORI
Centinaia di finanzieri, inoltre, sono impegnati a scongiurare spiacevoli sorprese agli automobilisti durante l’esodo a ridosso dei weekend da bollino nero.
Tre le finalità degli interventi presso le stazioni di servizio: riscontrare l’effettivo quantitativo dei carburanti erogati, la loro qualità e la corrispondenza tra il prezzo indicato e quello effettivamente applicato.
I risultati non hanno tardato ad arrivare. Nell’ultimo week end, infatti, sono stati controllati 1.300 distributori di carburante e rilevate 201 irregolarità¡.
Nei casi più gravi, 14 gestori sono stati denunciati alle competenti Procure della Repubblica con il sequestro di 75 tra colonnine e pistole erogatrici ed oltre 10.000 litri di carburante.
Altri 85 gestori sono stati sanzionati per violazione della disciplina sui prezzi o per la rimozione dei sigilli che assicurano la corretta taratura degli impianti, mentre in altri 104 casi è stata avviata la procedura per la revisione degli erogatori.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 31st, 2012 Riccardo Fucile
DAL 2007 AD OGGI RINCARI FINO AL 56% PER GLI SVAGHI URBANI… PER UNA FAMIGLIA DI QUATTRO PERSONE UNA GIORNATA FUORI CASA ARRIVA A COSTARE ANCHE 90 EURO
La crisi morde le tasche degli italiani e sono in molti quelli che per risparmiare hanno
deciso di rinunciare alle vacanze.
Addirittura 1 su 3, stando ai dati riportati dall’Osservatorio Nazionale di Federconsumatori.
“Solo il 34% per cento degli intervistati ha dichiarato che si godrà le ferie in destinazioni diverse da quella di residenza, la maggior parte però resterà a casa” come ci ha confermato Francesco Avallone, vicepresidente di Federconsumatori.
Ma non ci sono buone notizie neanche per chi tenterà di trascorrere le sue ferie in città , dedicandosi ad attività ricreative come andare a cavallo, frequentare i parchi acquatici o anche semplicemente andando al cinema o in piscina.
“Sarà una corsa ostacoli anche per i tanti che dovranno in qualche modo passare la giornata e divertirsi senza andare fuori”, conferma Avallone.
“Attraverso i punti di osservazioni di Federconsumatori dislocati nelle principali città italiane – continua – abbiamo riscontrato che in appena cinque anni, dal 2007 ad oggi, i prezzi per le attività da fare in città , che consentono di sfuggire alla calura estiva, sono aumentati di molto, raggiungendo a volte rincari anche del 56%”.
Per intenderci: se nelle principali città italiane mangiare un gelato nel 2007 costava 2,50 euro, oggi non si spendono meno di 3 euro, con un aumento del 20%.
Se per un ingresso in un parco divertimenti cinque anni fa si spendevano mediamente 18 euro a testa, oggi nessuno se la cava con meno di 22 euro: un rincaro del 22%. “Sicuramente l’improvvisa diffusione di questo genere di attività , dei veri e propri ‘divertimentifici’ dove c’è tutto, giochi, ristoranti e molto altro e che oggi sono di gran moda, è stata la causa dell’impennata dei prezzi”, ha commentato il vicepresidente dell’associazione del consumatori.
Ma anche una semplice corsa in bicicletta diventa impegnativa se si mira al risparmio: l’affitto giornaliero per un giro nel parco costa 12 euro, contro gli 8 del 2007.
Per non parlare dell’ingresso nei musei, una delle attività più gettonate durante la pausa estiva, per proteggersi dal caldo e godersi quei capolavori italiani magari a due passi da casa nostra, ma che spesso non abbiamo tempo e modo di ammirare: se proprio non siete degli appassionati, meglio cambiare programma, perchè in questo caso il rincaro sul prezzo del biglietto d’ingresso dal 2007 a oggi è stato di ben il 56%.
Da 8 a 12,50 euro: “I musei dovrebbero essere fruibili e di tutti e invece a quanto risulta si mantengono gestioni negative e un po’ allegre delle strutture”, ha spiegato Avallone.
Se poi non riuscite a rinunciare a rinfrescarvi e decidete di fare visita ai tanti parchi acquatici del Belpaese, sappiate che per un ingresso giornaliero e una sdraio non si spende meno di 23 euro, a fronte della media dei costi del 2007 che si aggirava intorno ai 20,20 euro e che fa registrare dunque un +14%.
Tutto questo, naturalmente, se siete soli.
I costi, come è ovvio, si moltiplicano per una famiglia media, composta da quattro persone.
L’Osservatorio Nazionale Federconsumatori ha stimato che per una giornata tipo di una famiglia composta da 2 adulti e 2 bambini, che preveda due ingressi interi e due ridotti in un parco divertimenti e un gelato per le vie del centro, si spendono attualmente all’incirca 90 euro, con un aumento di 18 euro rispetto al 2007, quando il “pacchetto famiglia” costava mediamente 72 euro.
E ancora: quattro ingressi al cinema all’aperto, l’affitto giornaliero di biciclette e una consumazione nei bar e nei chioschi dei parchi complessivamente possono costare 86 euro, con un rincaro del 16% rispetto ai 74 del 2007.
“Un vero e proprio salasso”, conclude il vicepresidente. “L’unica alternativa è rivolgersi alle tante cooperative di giovani che organizzano dei centri estivi per bambini con costi contenuti e tante attività per il divertimento dei più piccini”.
E per gli adulti: “Accettare il trend o cercarsi delle alternative: ad esempio le biblioteche, fresche e intellettualmente stimolanti”.
Linda Varlese
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Luglio 30th, 2012 Riccardo Fucile
TRA ERRORI NELLA DIAGNOSI, RIMEDI PEGGIOR DEL MALE E IGNAVIA DELLA POLITICA, L’USCITA DALLA CRISI RIMANE ANCORA LONTANA
Il 20 luglio la Camera ha approvato il “Patto fiscale”, trattato Ue che impone di
ridurre il debito pubblico al 60% del Pil in vent’anni.
Comporterà per l’Italia una riduzione del debito di una cinquantina di miliardi l’anno, dal 2013 al 2032.
Una cifra mostruosa che lascia aperte due sole possibilità : o il patto non viene rispettato, o condanna il Paese a una generazione di povertà .
Approvando senza un minimo di discussione il testo la maggioranza parlamentare ha però fatto anche di peggio.
Ha impresso il sigillo della massima istituzione della democrazia a una interpretazione del tutto errata della crisi iniziata nel 2007.
Quella della vulgata che vede le sue cause nell’eccesso di spesa dello Stato, soprattutto della spesa sociale.
In realtà le cause della crisi sono da ricercarsi nel sistema finanziario, cosa di cui nessuno dubitava sino agli inizi del 2010.
Da quel momento in poi ha avuto inizio l’operazione che un analista tedesco ha definito il più grande successo di relazioni pubbliche di tutti i tempi: la crisi nata dalle banche è stata mascherata da crisi del debito pubblico.
In sintesi la crisi è nata dal fatto che le banche Ue (come si continuano a chiamare, benchè molte siano conglomerati finanziari formati da centinaia di società , tra le quali vi sono anche delle banche) sono gravate da una montagna di debiti e di crediti, di cui nessuno riesce a stabilire l’esatto ammontare nè il rischio di insolvenza.
Ciò avviene perchè al pari delle consorelle Usa esse hanno creato, con l’aiuto dei governi e della legislazione, una gigantesca “finanza ombra”, un sistema finanziario parallelo i cui attivi e passivi non sono registrati in bilancio, per cui nessuno riesce a capire dove esattamente siano collocati nè a misurarne il valore.
La finanza ombra è formata da varie entità che operano come banche senza esserlo. Molti sono fondi: monetari, speculativi, di investimento, immobiliari. Il maggior pilastro di essa sono però le società di scopo create dalle banche stesse, chiamate Veicoli di investimento strutturato (acronimo Siv) o Veicoli per scopi speciali (Spv) e simili.
Il nome di veicoli è quanto mai appropriato, perchè essi servono anzitutto a trasportare fuori bilancio i crediti concessi da una banca, in modo che essa possa immediatamente concederne altri per ricavarne un utile. Infatti, quando una banca concede un prestito, deve versare una quota a titolo di riserva alla banca centrale (la Bce per i paesi Ue). Accade però che se continua a concedere prestiti, ad un certo punto le mancano i capitali da versare come riserva.
Ecco allora la grande trovata: i crediti vengono trasformati in un titolo commerciale, venduti in tale forma a un Siv creato dalla stessa banca, e tolti dal bilancio.
Con ciò la banca può ricominciare a concedere prestiti, oltre a incassare subito l’ammontare dei prestiti concessi, invece di aspettare anni come avviene ad esempio con un mutuo.
Mediante tale dispositivo, riprodotto in centinaia di esemplari dalle maggiori banche Usa e Ue, spesso collocati in paradisi fiscali, esse hanno concesso a famiglie, imprese ed enti finanziari trilioni di dollari e di euro che le loro riserve, o il loro capitale proprio, non avrebbero mai permesso loro di concedere.
Creando così rischi gravi per l’intero sistema finanziario. I Siv o Spv presentano infatti vari inconvenienti.
Anzitutto, mentre gestiscono decine di miliardi, comprando crediti dalle banche e rivendendoli in forma strutturata a investitori istituzionali, hanno una consistenza economica ed organizzativa irrisoria.
Come notavano già nel 2006 due economisti americani, G. B. Gorton e N. S. Souleles, «i Spv sono essenzialmente società robot che non hanno dipendenti, non prendono decisioni economiche di rilievo, nè hanno una collocazione fisica».
Uno dei casi esemplari citati nella letteratura sulla finanza ombra è il Rhineland Funding, un Spv creato dalla banca tedesca IKB, che nel 2007 aveva un capitale proprio di 500 (cinquecento) dollari e gestiva un portafoglio di crediti cartolarizzati di 13 miliardi di euro.
L’esilità strutturale dei Siv o Spv comporta che la separazione categorica tra responsabilità della banca sponsor, che dovrebbe essere totale, sia in realtà insostenibile.
A ciò si aggiunge il problema della disparità dei periodi di scadenza dei titoli comprati dalla banca sponsor e di quelli emessi dal veicolo per finanziare l’acquisto.
Se i primi, per dire, hanno una scadenza media di 5 anni, ed i secondi una di 60 giorni, il veicolo interessato deve infallibilmente rinnovare i prestiti contratti, cioè i titoli emessi, per trenta volte di seguito.
In gran numero di casi, dal 2007 in poi, tale acrobazia non è riuscita, ed i debiti di miliardi dei Siv sono risaliti con estrema rapidità alle banche sponsor.
La finanza ombra è stata una delle cause determinanti della crisi finanziaria esplosa nel 2007. In Usa essa è discussa e studiata fin dall’estate di quell’anno.
Nella Ue sembrano essersi svegliati pochi mesi fa.
Un rapporto del Financial Stability Board dell’ottobre 2011 stimava la sua consistenza nel 2010 in 60 trilioni di dollari, di cui circa 25 in Usa e altrettanti in cinque paesi europei: Francia, Germania, Italia, Olanda e Spagna. La cifra si suppone corrisponda alla metà di tutti gli attivi dell’eurozona. Il rapporto, arditamente, raccomandava di mappare i differenti tipi di intermediari finanziari che non sono banche.
Un green paper della Commissione europea del marzo 2012 precisa che si stanno esaminando regole di consolidamento delle entità della finanza ombra in modo da assoggettarle alle regole dell’accordo interbancario Basilea 3 (portare in bilancio i capitali delle banche che ora non vi figurano).
A metà giugno il ministro italiano dell’Economia — cioè Mario Monti — commentava il green paper: «È importante condurre una riflessione sugli effetti generali dei vari tipi di regolazione attraverso settori e mercati e delle loro potenziali conseguenze inattese».
Sono passati cinque anni dallo scoppio della crisi.
Nella sua genesi le banche europee hanno avuto un ruolo di primissimo piano a causa delle acrobazie finanziarie in cui si sono impegnate, emulando e in certi casi superando quelle americane.
Ogni tanto qualche acrobata cade rovinosamente a terra; tra gli ultimi, come noto, vi sono state grandi banche spagnole.
Frattanto in pochi mesi i governi europei hanno tagliato pensioni, salari, fondi per l’istruzione e la sanità , personale della PA, adducendo a motivo l’inaridimento dei bilanci pubblici. Che è reale, ma è dovuto principalmente ai 4 trilioni di euro spesi o impegnati nella Ue al fine di salvare gli enti finanziari: parola di Josè Manuel Barroso. Per contro, in tema di riforma del sistema finanziario essi si limitano a raccomandare, esaminare e riflettere.
Tra l’errore della diagnosi, i rimedi peggiori del male e l’inanità della politica, l’uscita dalla crisi rimane lontana.
Luciano Gallino
(da “la Repubblica“)
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Luglio 29th, 2012 Riccardo Fucile
DALLE FARMACIE AGLI ENTI LOCALI, CHI SI MUOVE DIETRO GLI EMENDAMENTI ALLA SPENDING REVIEW
Si sono acquattati dietro il nastro rosso che da qualche tempo demarca il loro recinto, al primo piano di Palazzo Madama.
Anche ieri i lobbisti non hanno mollato l’osso, fino a tarda sera.
Per giorni e notti pronti ad agganciare i senatori della commissione Bilancio dalle cui mani passavano i destini delle loro aziende e dei loro committenti.
Ora più pubblici che privati.
E ancora una volta tornano a casa dimezzando quanto meno le perdite, attenuando gli affondi di “Mr. Forbici” Enrico Bondi.
Hanno potuto contare, come sempre, sulla sponda convinta di parecchi senatori. Senza distinzione di schieramento.
Certo, non è il quasi successo con cui «rappresentanti degli interessi diffusi delle categorie» hanno salutato l’approvazione delle liberalizzazioni, a gennaio.
Fatto sta che, a sentire i commenti, anche questa battaglia campale sulla spending review in parecchi possono dire di averla almeno pareggiata.
Con buona pace del governo e dello stesso presidente Monti, che ancora due giorni fa metteva in guardia degli agguati, dicendosi sicuro di spuntarla sulle lobby.
La partita, dopo l’ultima notturna di ieri in commissione, si sposta da lunedì in aula.
Ma quel che è fatto, è fatto: si viaggia spediti verso un maxi emendamento con fiducia.
E allora ecco i vincitori e i (pochi) vinti dell’eterno braccio di ferro con corporazioni private e burocrazie pubbliche.
Fare la voce grossa – e avere i mezzi per farsi sentire – paga sempre.
E così, ancora una volta, i farmacisti possono ritenersi in parte soddisfatti.
«Le farmacie italiane hanno chiuso e chiuderanno ancora: insostenibile per noi qualsiasi ulteriore prelievo», protestava in mattinata Annarosa Racca, presidente di Federfarma, per quell’articolo 15 che incideva sul settore.
È proprio attorno al nodo farmacie e sanità privata che si consuma lo scontro finale in commissione.
Col Pdl schierato a testuggine in difesa soprattutto delle prime. Senza alcuna remora.
Al punto che il senatore abruzzese Paolo Tancredi, con la massima nonchalance, finisce col depositare il suo emendamento all’articolo 15 pro-farmacie omettendo di “sbianchettare” l’intestazione del fax che gliel’aveva recapitata il 26 luglio. «Farmacia Lurano », si legge, proveniente dal numero 0354… che sembrerebbe ricondurre alla provincia di Bergamo. Incidenti che capitano quando si agisce in piena scioltezza. Sicuri di farcela.
E infatti in tarda sera sembrava si andasse verso uno sconto sui tagli previsti alla categoria. Ma restava aperto ancora il capitolo sanità privata, sul quale il ministro Renato Balduzzi ha insistito: tagli 70 milioni alle strutture accreditate nel 2012, da 140 nel 2013 e da 180 nel 2014.
Con la senatrice Simona Vicari che alla fine perde la pazienza e lo accusa di intelligenza col Pd: «Il ministro fa più politica che spending review, farebbe bene a spogliarsi dagli interessi di parte».
I presidenti delle Province non hanno avuto bisogno di lobbisti, per loro hanno operato direttamente i senatori della «strana maggioranza».
A conti fatti, addio all’accorpamento, si passa al più cauto «riordino».
Anzi, proprio quegli enti locali indebitati che fino a poco tempo fa sembravano votati alla cancellazione, riceveranno cento milioni di aiuti.
Non male, ieri sera il presidente dell’Upi Giuseppe Castiglione quasi festeggiava: «Il riordino apre ora per noi la possibilità di rispondere ad una sfida importante».
E di tirare un sospiro di sollievo.
Lo tirano con lui Domenico Benedetti Valentini, il pidiellino che riesce a salvare la sua Spoleto, ma anche i democratici che mettono in salvo la Provincia di Terni, per esempio. Pasquale Viespoli, il “Responsabile” beneventano, ieri pomeriggio si è pure fiondato a Palazzo Grazioli da Silvio Berlusconi per sponsorizzare la sua battaglia.
Combattuta (e vinta) assieme a Clemente Mastella, che della sopravvivenza di Benevento Provincia aveva fatto una battaglia di principio.
«È l’assalto di vecchi partiti e burocrazie» commenta sconsolato il deputato del Misto alla Camera Santo Versace.
Ma tant’è. E non è neanche una novità .
Al pallottoliere, al momento, sembra siano destinati a pagare dazio giusto categorie prive di lobbisti all’altezza.
Come gli esodati o i contribuenti di otto Regioni che subiranno l’aumento dell’addizionale Irpef.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
argomento: denuncia, economia | Commenta »