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DALLA BASSA PADOVANA AL POLESINE: VIAGGIO TRA I CAMPI SENZA RACCOLTO

Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile

LA SICCITA’ PROVOCA IN ITALIA DANNI PER MEZZO MILIARDO DI EURO… RICHIESTO LO STATO DI CALAMITA’ NATURALE

Fa quasi paura, il campo di granoturco.
Dovrebbe essere ancora fresco e verde, con le piante alte più di due metri. E invece è giallo e ocra e soprattutto secco.
Tocchi una pianta e scende la polvere.
Le pannocchie dovrebbero essere lunghe almeno una spanna e ancora con i grani teneri.
Ma al loro posto ci sono “cartocci” vuoti o con aborti di pannocchie, quando va bene 30 grani invece di 700-800.
«In questo campo – racconta Paolo Minella, perito agrario e responsabile Ambiente della Coldiretti di Padova – il danno è del 100%. Invece della mietitrebbia qui entrerà  il “trincia stocchi”, una macchina che frantuma le piante. Poi l’aratro seppellirà  il tutto. Il “raccolto” di quest’anno servirà  soltanto a concimare il terreno».
“Siccità ” non è certo una parola nuova, nelle campagne italiane.
«Abbiamo avuto la grande secca nel 2003 – dice Paolo Minella – ma quest’anno purtroppo sta andando peggio. Come Coldiretti, proprio per studiare questo fenomeno, abbiamo installato i nostri pluviometri. Ebbene, nella bassa padovana in tutto il 2003 erano caduti 448 millimetri di pioggia, ma a fine luglio i millimetri erano 218. Quest’anno, alla fine dello stesso mese, i millimetri erano 179».
I dati dell’Arpav (Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto) confermano: su queste campagne a giugno sono arrivati 10,2 millimetri di pioggia, a luglio appena 2 millimetri.
«I danni sono già  pesantissimi. Il mais perde fra il 30 e il 100%, la soia e le barbabietole il 40%. Solo per la bassa padovana prevediamo un danno di 100-120 milioni di euro. Dove ancora il mais non è completamente perduto, si va nei campi a trinciare tutto. Piante e pannocchie servono poi a preparare l’“insilato” per l’alimentazione delle vacche. Ma se le pannocchie sono troppo scarse, il trinciato non va bene per il bestiame e nemmeno per gli impianti di biogas. Dentro ci sono solo fibre, e non le proteine dei grani di mais».
Sembrano bollettini di guerra, i comunicati delle associazioni degli agricoltori. Secondo la Coldiretti nazionale, i danni sono quantificabili già  in mezzo miliardo di euro, ma purtroppo siamo solo all’inizio e basta mettere in fila i deficit previsti nelle diverse zone per ipotizzare bilanci ancor più pesanti.
La bassa padovana è solo una delle “secche”che a macchia di leopardo stanno coprendo pianure, colline e montagne.
«Nella zona sud del Veneto – dice Tiziano Girotto, direttore di Condifesa (Consorzio di difesa dalle avversità  atmosferiche) di Padova – ci sono danni pesanti anche nel veronese, nel veneziano e in tutto il Polesine. Per cercare di salvare il salvabile, si anticipa ogni raccolto. Oltre al mais è già  iniziata la raccolta delle barbabietole, che di solito si avvia ai primi di settembre. Anche con l’uva ci sarà  un mese di anticipo. I colpi di calore hanno già  danneggiato i grappoli, disidratandoli nella delicata fase della maturazione».
Sali sui colli Euganei e anche qui il color seppia ha invaso prati e boschi.
Sotto il grande fiume Po – dal ponte si vedono più distese di sabbia che acqua – si chiede la dichiarazione dello stato di calamità  naturale.
«La siccità  – ha dichiarato Stefano Calderoni, assessore alla Provincia di Ferrara – si somma agli sbalzi termici di fine aprile, quando le temperature si abbassarono: già  allora furono colpite le colture della mela, della pera e del kiwi e oggi le perdite sfiorano l’80%. Con il grano abbiamo perso il 20-30% ma anche da noi è drammatica la situazione del mais, con raccolti ridotti del 70%. Calcoliamo che i danni da siccità  arriveranno nella nostra provincia a 200 milioni, da sommare ai 150 milioni tolti all’agricoltura dal terremoto di maggio. Il prodotto lordo vendibile della nostra provincia è solitamente di 700 milioni: questo significa che nei campi avremo un reddito complessivo dimezzato».
Il caldo non fa bene nemmeno agli animali.
I maiali mangiano il 30% in meno di mangime, le vacche producono il 20% in meno di latte.
Ma la siccità  non è problema solo per i contadini.
I prezzi stanno aumentando in modo pericoloso.
Nelle ultime sei settimane alla Chicago Board of Trade, causa siccità  negli Usa e in Russia e alluvioni in Ucraina, il grano è aumentato del 50%, la soia del 26%, il mais del 55%.
I contadini italiani riceveranno prezzi più alti ma per quantità  estremamente ridotte.
A pagare il conto del caldo saranno dunque anche i consumatori, già  nel prossimo autunno.
«Con il nostro Condifesa, che è stato organizzato da noi contadini – dice Tiziano Girotto – assicuriamo le imprese contro grandine, siccità , gelo, alluvioni… Ma se per la grandine il rimborso è del 100%, per il mais si arriva soltanto al 50%. Soldi che sono comunque preziosi (l’assicurazione è pagata al 40% dai coltivatori e al 60% dalla Comunità  europea) per evitare il fallimento delle aziende».
Hanno un peso diverso, le previsioni del tempo, in città  o nelle campagne.
Il cittadino vuol sapere se può andare al mare o a prendere una boccata d’aria in collina.
In campagna si vuole sapere se, quando si chiuderanno i conti a ottobre, ci saranno i soldi per mantenere le famiglie fino ai prossimi raccolti.

Jenner Meletti
(da “La Repubblica“)

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“CON BERLUSCONI LO SPREAD SAREBBE A 1.200”: MONTI DICE UNA VERITA’ MA IL PDL NON APPREZZA

Agosto 7th, 2012 Riccardo Fucile

IN UNA INTERVISTA AL “WALL STREET JOURNAL” MONTI RICORDA CHE “I VALORI SONO ANCOR ALTI PERCHE’ IL NOSTRO DEBITO E’ ELEVATO E IL GOVERNO UE DEBOLE”… POI LA BATTUTA SULL’EX PREMIER: E IL PDL MANDA SOTTO IL GOVERNO COL SOLITO “AVVERTIMENTO”

”Se il precedente governo fosse ancora in carica, ora lo spread italiano sarebbe a 1.200 o qualcosa di simile”.
La polemica sull’intervista a Der Spiegel è ancora calda, ma Mario Monti invece che di quello tedesco dovrà  occuparsi del fronte interno.
Il Wall Street Journal   ha infatti deciso di pubblicare proprio oggi un’altra intervista del premier destinata a sollevare un polverone.
Per quanto i pompieri di Palazzo Chigi siano subito corsi ai ripari,   precisando che non c’è alcuna intenzione polemica nei confronti del passato esecutivo e che la stima di uno spread a 1.200 viene da una proiezione degli effetti della speculazione sul nostro Paese se non si fossero dati segni di discontinuità  con il passato, il giudizio espresso da Monti sul suo predecessore, per di più alla testata economica del gruppo Murdoch, sembra infatti inequivocabile.
Quanto al proprio operato   e al giudizio dei mercati, per Monti “gli spread sono ancora alti perche’ il nostro debito e’ oggettivamente molto alto e i mercati hanno iniziato a realizzare drammaticamente che il governo dell’eurozona e’ debole.
La Francia ha fatto molte meno riforme che noi abbiamo fatto e tuttavia i suoi spread sono più bassi. Credo che la ragione è che la gente crede che la Germania non lascerà  mai andare la Francia”.
Secondo la Germania, ha proseguito il premier, “se il mercato si costringe a pagare dei tassi piu’ alti per definizione questo significa che non si e’ fatto abbastanza per la propria economia”.
Una visione, secondo Monti “che riflette i timori di un affossamento dell’euro”.
Ma non solo di Berlusconi e della Germania ha parlato Monti il mese scorso al quotidiano economico che ne ha tessuto le lodi definendolo ”un’anomalia in Europa: un leader non eletto chiamato a realizzare quei cambiamenti impopolari che i politici si rifiutano di fare”.
Ce n’è stato anche per gli italiani, la cui mentalità  il premier si augurava di cambiare, “non sostituendola con quella tedesca, ma ci sono degli aspetti — come la solidarietà  spinta a livello di collusione — che sono alla base di comportamenti come l’evasione fiscale”.
Anche perchè ”le riforme fatte finora dal governo non bastano a rimettere l’Italia in forma, occorre che mettano bene radici nei comportamenti degli italiani in modo da sopravvivere anche a governi vecchio stile”.
Un pensiero, poi, per i sindacati, ai quali il presidente del consiglio, interpellato dal giornalista sul frequente ricorso dei governi italiani al negoziato con Confindustria e sindacati ricorda di aver “sempre ritenuto che la concertazione sia stata una pratica utilizzata in modo troppo esteso in passato”, anche perchè “è come il dentifricio: se non lo chiudi, finisce tutto fuori”.
Premesse in linea con la conclusione. “La mia aspirazione non è essere amato. Ma è che il mio Governo sia rispettato e credibile”, ha chiosato sostenendo che “il mio lavoro ha trasformato la mia popolarità , che all’inizio era al 72% e ora è al 40%, in impopolarità  a causa delle necessarie misure.
Qualcuno dice che abbiamo fatto di meno sulle liberalizzazioni perchè non volevo essere odiato dai farmacisti; questo non è vero. Io ho dovuto calcolare quel minimo consenso di cui avevo bisogno tra i partiti politici italiani per poter far passare le leggi”.
Non solo. “So che noi non siamo riconosciuti come salvatori della Patria. Ma sono convinto che abbiamo salvato la situazione e so che stiamo parlando con Merkel, Obama e Hollande su come andare avanti invece di essere a Roma a ospitare la troika”.
Alle critiche di aver negoziato troppo con la classe politica Monti ha invece fatto l’esempio di Obama “che lo fa tutto il tempo”.
“Ci sono persone — ha detto — che pensano che i partiti siano in tale cattiva forma che non ci metterebbe mai sotto in Parlamento. Io però   non ne sono sicuro perchè l’esito di un voto parlamentare   può in certe circostanze essere imprevedibile. Se le misure che io decido andassero sotto in Parlamento che cosa succederebbe?   Devo prendermi io questa responsabilità . Sarebbe come mettere avanti il mio interesse — ovvero quello di non parlare con i partiti — all’interesse nazionale”.
Immediate le reazioni della controparte politica.
”Mentre il Parlamento vota fiducie a raffica sarebbe bene che il comportamento di Monti fosse più equilibrato e rispettoso. Ci si potrebbe anche stufare prima o poi”, ha sentenziato l’economista Maurizio Gasparri.
La dimostrazione è arrivata subito dopo con i deputati del Pdl che hanno fatto andare sotto il governo su un ordine del giorno del decreto per la spending review sulle risorse da destinare a giustizia e sicurezza.
“Lo abbiamo fatto apposta — ha spiegato il tesoriere del gruppo Pietro Laffranco — per protesta contro le parole di Monti su Berlusconi. Ha detto una sacrosanta sciocchezza e noi abbiamo voluto lanciare un segnale”.
Il solito “avvertimento”…

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TASSE, LO STATO INCASSA + 4,3%: MERITO DI IMU E CONTROLLI ANTI-EVASIONE

Agosto 7th, 2012 Riccardo Fucile

NEL PRIMO SEMESTRE 2012 AUMENTANO GLI INTROITI DELLE ENTRATE TRIBUTARIE: BEN 7, 9 MILIARDI DI EURO IN PIU’ RISPETTO AL 2011

Nei primi sei mesi dell’anno lo Stato ha incassato il 4,3% in più di tasse rispetto allo stesso periodo del 2011.
Le maggiori entrate, fanno sapere dal dipartimento finanze del ministero dell’Economia, sono dovute all’Imu, da alcune variazioni normative e dai controlli contro l’evasione.
Diminuiscono invece le tasse pagate da liberi professionisti e imprese, l’Iva e le imposte derivanti dal gioco.
Si è invertita quindi la rotta, che a gennaio aveva fatto prevedere una decrescita del gettito fiscale.
Secondo il ministero le entrate sono cresciute “a ritmi superiori” per effetto “delle misure correttive varate a partire dalla seconda metà  del 2011″.
Le entrate tributarie fra gennaio e giugno sono state pari a 191 miliardi e 180 milioni di euro, con un incremento di 7 miliardi e 963 milioni rispetto al 2011.
Solo nell’ultimo mese poi l’incremento è stato dell’1,8 per cento, rispetto al mese di maggio, grazie al gettito Imu che con la prima rata di acconto ha fatto incassare 3 miliardi e 934 milioni di euro.
L’imposta sul reddito (Ire) invece ha segnato una diminuzione dello 0,5 per cento, in quanto sono diminuite le ritenute dei lavoratori autonomi (-3,8%) e le ritenute d’acconto applicate ai pagamenti relativi ai bonifici disposti dai contribuenti, per beneficiare di oneri deducibili o di spese per le quali spetta la detrazione d’imposta, per effetto della riduzione dell’aliquota della ritenuta dal 10 per cento al 4.
Sono cresciute invece le ritenute dei lavoratori dipendenti pubblici (+0,4%) e dei dipendenti privati (+0,7).
Mentre per quanto riguarda le imprese invece, è diminuito dell’1,6 per cento il gettito da imposta sul reddito delle società  (Ires).
Una vera impennata invece è arrivata dall’imposta sostitutiva su ritenute, interessi e altri redditi di capitale, cresciuta del 46,7 per cento (mille e 545 milioni di euro). Questa aliquota è aumentata a causa sopratutto dalle modifiche apportate al regime di tassazione delle rendite finanziarie.
Cresciuti gli introiti derivati dalle imposte indirette, dove si è registrato un incremento di 2 miliardi e 999 milioni di euro (+3,5%).
Mentre per quanto riguarda l’Iva il gettito ha conosciuto un meno 1,4 per cento, pari a una decrescita di 705 milioni di euro.
Il motivo, hanno spiegato da via XX Settembre è che ha risentito “della stagnazione della domanda interna, in particolare nel comparto dei beni di consumo durevoli, compensata solo parzialmente dagli effetti legati all’incremento di un punto percentuale dell’aliquota Imposta valore aggiunto”.
Per quanto le imposte sulle transazioni, queste sono cresciute del 32,5 per cento, con un picco del 136,3 per cento per l’imposta sul bollo (+ 2 miliardi e 66 milioni). Anche su quest’ultima imposta hanno pesato le modifiche normative apportate con i provvedimenti della seconda metà  del 2011 alle tariffe di bollo applicabili su conti correnti, strumenti di pagamento, titoli e prodotti finanziari, nonchè all’anticipo del versamento dell’acconto sull’imposta di bollo.
Tra le entrate relative ai giochi, che si sono ridotte complessivamente del 5,7 per cento (-404 milioni di euro), è da evidenziare l’andamento positivo delle lotterie istantanee (+3,4% pari a +27 milioni di euro) e degli apparecchi e congegni di gioco (+1,8% pari a +36 milioni di euro) mentre sono risultate in calo le entrate relative ai proventi del lotto (-7,0% pari a -234 milioni di euro).
Positivo l’andamento degli incassi da ruoli relativi ad attività  di accertamento e controllo che hanno fatto registrare un incremento del 4,5 per cento (+146 milioni di euro).

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ECCO COSA CAMBIA IL DECRETO SVILUPPO: DETRAZIONI, AIUTI E FISCO AGEVOLATO

Agosto 6th, 2012 Riccardo Fucile

INFRASTRUTTURE, EDILIZIA E TRASPORTI, IMPRESE, RICERCA SCIENTIFICA E TECONOLOGICA, TURISMO: SONO I QUATTRO GRANDI CAPITOLI DEL DDL SVILUPPO

Ecco le principali misure:

PROJECT BOND: Regime fiscale agevolato per i titoli emessi per costruire infrastrutture: aliquota al 12,5%, anzichè 20%
INFRASTRUTTURE: Le defiscalizzazioni già  previste per le società  di project financing, sono estese a tutti i casi di partenariato pubblico-privato. Diventa obbligatoria la Conferenza di servizi preliminare per la finanza di progetto. Sale dal 50% al 60% la percentuale minima di lavori che i concessionari devono affidare a terzi. Arrivano 70 milioni per le infrastrutture dei porti, che avranno autonomia finanziaria.
EXPO 2015: Accelerate le procedure per realizzare le opere. Finanziamento di 5 milioni alla Fabbrica del Duomo di Milano e istituzione della Fondazione Grande Brera.
ECOBONUS 55%: La detrazione Irpef del 55% per interventi di risparmio energetico degli edifici è prorogata al 30/6/2013.
RISTRUTTURAZIONI: Sale dal 36% al 50% la detrazione Irpef per le ristrutturazioni edilizie (limite sale a 96.000 euro).
SI RAFFORZA SPORTELLO UNICO EDILIZIA: Si rafforza lo sportello unico per l’Edilizia, che diventa l’unico canale cui rivolgersi per tutte le pratiche.
PIANO NAZIONALE CITTà€: 224 milioni confluiscono nel Fondo per l’attuazione del Piano. Altri 68 milioni per il recupero di alloggi ex Iacp non assegnati.
AUTO ELETTRICA: Incentivi dai 3.000 a 5.000 euro per l’acquisto di un auto elettrica, e contributi per costruire le colonnine di ricarica. Saranno omologate le auto che da benzina o diesel diventano elettriche montando il kit.
AGENZIA ITALIA DIGITALE: Attuerà  l’Agenda digitale, e cioè la diffusione delle tecnologie informatiche.
FONDO CRESCITA SOSTENIBILE: Vengono eliminati alcuni FOndi di incentivi alle imprese osboleti e nasce questo strumento volto a sostenere la green-economy e i settori innovativi.
CREDITO IMPOSTA: Per le assunzioni a tempo indeterminato di laureati in materie scientifiche. Il contributo copre il 35% delle spese con un tetto di 200.000 euro per impresa. Perdono il beneficio le aziende che delocalizzano all’Estero.
CAMBIALI FINANZIARIE: Le imprese possono di emettere cambiali finanziarie e obbligazioni a condizione che sia assistita da uno sponsor, e che il bilancio sia assoggettato a revisione.
IVA PER CASSA: Viene elevata da 200mila a 2 milioni di euro la soglia di volume d’affari delle imprese che possono posticipare il pagamento dell’Iva all’atto di emettere fattura.
ARRIVA `FILTRO’ PER APPELLO PROCESSI: In base alla norma sul `filtro’ per l’appello nel processo civile, l’impugnazione è dichiarata inammissibile dal giudice competente quando non ha una ragionevole probabilità  di essere accolta.
FALLIMENTI: Modificata la legge consentendo il concordato con continuità  aziendale, con prosecuzione dell’attività  d’impresa.
FILTRO APPELLO PROCESSI: Nel processo civile l’impugnazione è dichiarata inammissibile dal giudice competente quando non ha una ragionevole probabilità  di essere accolta.
RIGASIFICATORI: Concessione demaniale entro 150 giorni. Il governo interviene se la Regione non esprime il proprio parere.
CONTRATTO DI RETE: Alle imprese che formano un Contratto di rete, istituendo un fondo patrimoniale unico, è riconosciuta la possibilità  di acquisire soggettività  giuridica.
LAVORO: Modificata la recente riforma sulla flessibilità  in entrata e sugli ammortizzatori sociali (mobilità  fino al 2014).
IMPRESE SPETTACOLO COME PMI: Gli organismi dello spettacolo dal vivo vengono assimilati alle Pmi, consentendo quindi di poter usufruire delle agevolazioni previste da questo settore.
CINEMA ESONERATI DA TASSA COMUNALE: I cinema vengono esonerati dal pagamento dell’imposta comunale sulla pubblicità .
SISTRI: L’entrata in vigore del Sistema sulla tracciabilità  dei rifiuti è sospeso fino al 30 giugno 2013.
GIOVANI E GREEN ECONOMY: Finanziamenti alle imprese verdi che assumono a tempo indeterminato giovani Under 35.
ALIMENTARE: Nuovo sistema di etichettatura contro le contraffazioni del Made in Italy.
RICERCA: Imprese, università  ed enti di ricerca, potranno ottenere contributi a fondo perduto, crediti agevolati, crediti di imposta e agevolazioni fiscali.
TERREMOTO ABRUZZO: La gestione commissariale della ricostruzione dell’Abruzzo finisce il 31 agosto prossimo e dal 16 settembre inizierà  la gestione ordinaria. I poteri passano ai Comuni. I fondi per la ricostruzione non saranno conteggiati ai fini del patto di stabilità  interna.
SISMA EMILIA: Assegnati 79 milioni per la ricostruzione o la messa in sicurezza dei capannoni industriali delle zone di Emilia, Veneto e Lombardia colpite dal sisma. Nel `cratere’ inseriti anche i comuni di Mantova e Ferrara e altri centri delle province di Ferrara, Mantova, Cremona e Rovigo

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PIÙ DI COSÃŒ NON SI PUÃ’ PRODURRE: HA FALLITO UN MODELLO DI SVILUPPO, LA CORSA FOLLE E’ ARRIVATA AL CAPOLINEA

Agosto 4th, 2012 Riccardo Fucile

LIBERISTI E MARXISTI UNITI NELLA DISFATTA: FIGLI DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE, SONO LE DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA… “INDUSTRIA E TECNOLOGIA AVREBBERO DOVUTO RENDERE FELICI TUTTI GLI UOMINI (SECONDO MARX) O LA MAGGIOR PARTE DI ESSI (SECONDO I LIBERISTI), MA L’UTOPIA E’ FALLITA… OGGI NON OCCORRE “CRESCERE”, MA “DECRESCERE” PER NON ESSERE PIU’ SCHIAVI DELLA DITTATURA ANONIMA DEI MERCATI

La finanza non è la causa della crisi che sta travolgendo il mondo occidentale, ne è solo l’aspetto più evidente contro cui è comodo e facile scagliarsi per evitare di dirsi la verità .
Perchè la crisi autentica è quella della cosiddetta ‘economia reale’, cioè di un modello di sviluppo basato sul meccanismo produzione-consumo (oggi addirittura ribaltatosi in un ‘consumare per produrre’) e sull’illusione delle crescite esponenziali che, come ho detto altre volte, esistono in matematica ma non in natura.
La locomotiva chiamata Rivoluzione Industriale, partita dall’Inghilterra a metà  del Settecento, ha percorso a velocità  sempre crescente, che con la maturazione della globalizzazione (che mosse i suoi primi passi proprio allora, essendo i due fenomeni strettamente collegati) è diventata folle, due secoli e mezzo, ma ora è arrivata al suo limite.
Non si può più crescere.
Non si può produrre di più di quanto abbiamo già  prodotto.
Prendiamo, a mo’ di esempio, l’automobile. A chi si può vendere oggi un’automobile? A dei mercati marginali.
Certo la si può vendere anche in India e in Cina, ma con una crescita a due cifre anche questi Paesi (che nel frattempo stanno saturando definitivamente i nostri mercati) arriveranno presto ai limiti cui siamo giunti noi.
Certo si possono inventare ancora nuove tecnologie e loro applicazioni soprattutto nel campo del virtuale, ma dopo il computer, il cellulare, Internet, l’iPhone, l’iPad che altro ancora?
Come c’è una bolla immobiliare c’è, su scala planetaria, una superbolla produttiva.
Sbaglia però chi predica, come mi pare facciano, sia pur con molte differenze, i firmatari del famoso Appello contro ‘il pensiero unico’, una riconversione al marxismo.
Figli della Rivoluzione Industriale liberismo e marxismo sono in realtà  facce della stessa medaglia: l’industrialismo appunto, che è il vero nocciolo della questione e che nessuno mette in discussione.
Sono entrambi modernisti, illuministi, ottimisti, economicisti, produttivisti, hanno entrambi il mito del lavoro (che per Marx è ‘l’essenza del valore’ — non per nulla Stakanov è un eroe dell’Unione Sovietica — e per i liberisti quel fattore che, combinandosi col capitale, dà  il famoso ‘plusvalore’), tutti e due pensano che industria e tecnologia produrranno una tal cornucopia di beni da rendere felici tutti gli uomini (Marx) o, più realisticamente, la maggior parte di essi (i liberisti).
Questa utopia bifronte ha fallito.
Perchè ha alle sue radici gli stessi ‘idola’: industrialismo, produzione, consumo, crescita, sviluppo.
I firmatari dell’Appello stanno quindi totalmente dentro il ‘pensiero unico’ che è quello di chi ritiene, a destra come a sinistra, che lo Sviluppo, in un modo o nell’altro, sia irrinunciabile.
Chi ne sta fuori sono coloro che ritengono che invece di crescere sia necessario decrescere (produrre di meno, consumare di meno) sia pur in modo graduale, limitato e ragionato per ritrovare non solo una stabilità  economica, che non ci renda schiavi della dittatura anonima dei ‘mercati’, ma una vita più semplice e più umana, senza stress, depressione, nevrosi, anomia, tumori psicosomatici, cardiopatie che, com’è noto, sono tutte malattie della Modernità .
Sono quindi gli Antimodernisti i veri antagonisti del ‘pensiero unico’ ed è ai loro danni che si consuma un ‘furto di informazione’ perchè sono costantemente ignorati, altro che i signori Gallino, Lunghini, Tronti, Asor Rosa e persino Guido Viale promosso a economista.

Massimo Fini
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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COSI’ SUPERMARIO HA ISOLATO I FALCHI: LA BUNDESBANK RESTA SOLA

Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile

UN UNICO VOTO CONTRARIO ALL’INTERVENTO ILLIMITATO SUI TITOLI A BREVE

L’esito di quanto accaduto dietro le quinte dell’Eurotower, almeno stando alle ricostruzioni che arrivano da fonti attendibili, avrebbe più che soddisfatto il presidente Mario Draghi, contrariato solo dall’interpretazione negativa a caldo delle Borse e degli spread.
Draghi, che i media tedeschi hanno descritto «in balìa dei mercati e della politica », ha convinto il Consiglio direttivo della Bce a votare sulla proposta di tenersi pronti ad acquistare titoli sovrani “a breve” in quantità  illimitate.
E solo un membro del board, il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha votato contro.
Un no che ha evitato, invece, il secondo rappresentante tedesco nel board, quello Joerg Asmussen vicino alla Spd, l’opposizione socialdemocratica, ma voluto dalla cancelliera come esponente bipartisan.
La spaccatura tra falchi e colombe che agita la Germania e il resto d’Europa dunque è arrivata nel cuore della rappresentanza tedesca alla Eurotower.
Per lunghe ore, dalle 9 alle 13, i membri del Board hanno discusso nella sala riunioni in cima alla Eurotower.
Nessuno ha negato la gravità  della situazione, nessuno ha obiettato sulla necessità  di interventi forti.
Ma su un punto Weidmann ha espresso le proprie riserve: l’acquisto di titoli sovrani da parte della Banca centrale. E’ vietato dal nostro statuto, ha detto a più riprese. Questa misura può solo incoraggiare gli Stati a contrarre più debiti, può solo foraggiare l’inflazione.
L’acquisto di titoli sovrani, ha insistito Weidmann, porta alla distruzione della nostra indipendenza dai poteri politici.
Negli ultimi due anni, è ancora il ragionamento del presidente della Buba, ne abbiamo già  acquistati fin troppi, duecento miliardi e oltre: non è nostro compito, e l’opinione pubblica pubblica tedesca è stanca di una Germania che paga per tutti.
Sullo sfondo della riunione del board, c’erano le notizie del mattino: esponenti della Fdp, il partito liberale partner di governo di Angela Merkel, e docenti universitari euroscettici, che giungevano a chiedere o minacciare un’azione legale contro la Bce presso la Corte europea di giustizia o le istanze giudiziarie nazionali, in nome del rispetto della sovranità .
Il tentativo era chiaro: cercare di impedire fino all’ultimo la formazione di una maggioranza favorevole alla linea Draghi.
Puntando sugli alleati naturali nel board, dal finlandese Liikanen all’olandese Knot, dall’austriaco Nowotny all’estone Hansson.
E gettare ovunque il seme del dubbio, invitare a riflettere sul rischio di reazioni nazional-isolazioniste in Germania.
Ma se questo tentativo c’è stato, a quanto pare è andato a vuoto.
Le controargomentazioni di Draghi sono state evidentemente più convincenti. Cioè che, se da un lato è vero che a lungo termine la Banca centrale europea non può riempire il suo forziere di titoli sovrani, è altrettanto innegabile che un intervento sui titoli a breve può spaventare di più gli speculatori.
E che a una simile operazione si può porre il paletto della condizionalità : i Paesi che hanno bisogno di aiuto devono chiederlo formalmente al Fesf (il fondo salva-Stati) e sottoporsi a condizioni da sottoscrivere.
Un patto di rigore caso per caso che impegnerà , per esempio a Madrid o a Roma, non solo gli esecutivi attuali ma anche i governi futuri, euroentusiasti o euroscettici che siano.
Quello della condizionalità  è stato, secondo fonti di Francoforte, un argomento decisivo.
Rafforzato, peraltro, dalla considerazione che ormai gli spread alti determinano differenze rilevanti dal costo del denaro per le aziende nei vari Paesi, una disuguaglianza inaccettabile per l’integrazione europea e secondo i principi del mercato unico
Soppesando questi argomenti contrapposti si è arrivati al voto.
E dei ventidue partecipanti, sedici si sarebbero espressi a favore, solo uno contro, il presidente della Bundesbank appunto, mentre gli altri, tra i quali Asmussen e i rappresentanti finlandese e olandese, si sarebbero astenuti.
Insuccesso cocente per la linea Weidmann, e non a caso i media online tedeschi ieri sera rilanciavano gli attacchi a Draghi: «La Bce più s’impegna a comprare bond e più perde indipendenza. La sua indipendenza è un ricordo del passato».

Andrea Tarquini
(da “la Repubblica“)

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VINCE LA BUNDESBANK, MA IL FONDO SALVA-STATI AVRA’ LA LICENZA BANCARIA

Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile

E LA BANCA CENTRALE LAVORA ALL’ACQUISTO DI BOND AZIENDALI

La preoccupazione su una fuga in avanti di Draghi aveva cominciato a circolare nelle cancellerie europee nei giorni scorsi, tanto che il presidente francese Hollande aveva confessato a Mario Monti di temere che l’italiano avesse «sparato troppo in alto».
La reazione delle Borse è stata eloquente: una settimana fa, a Londra, Draghi aveva contraddetto il primo comandamento dei banchieri centrali, quello dell’«ambiguità  costruttiva». Ansioso di calmare i mercati – forse angosciato perchè la sua intervista a Le Monde di qualche giorno prima non era riuscita a sortire effetti sugli spread -, Draghi era stato di una chiarezza che col senno di poi si è rivelata pericolosa.
Ha scandito che la Bce era pronta a fare «qualsiasi cosa per salvare l’euro».
E, forte dell’endorsement del governo tedesco, poi arrivato da Angela Merkel, aveva promesso la ripresa del programma di acquisti dei bond statali.
L’ipotesi di fuga in avanti ha fatto insorgere la Bundesbank: Jens Weidmann ha sparato ad alzo zero sulla possibilità  di riprendere gli acquisti dei bond.
E ieri, quando gli analisti, gli investitori, gli speculatori, gli hanno chiesto di mostrare le carte che aveva davvero in mano, il presidente della Bce ha dovuto ammettere il bluff.
Di fronte all’irrigidimento dell’azionista di riferimento, la Bundesbank, non solo aveva declassato il programma da «decisione» da mettere ai voti a «opzione» che è stata solo discussa.
Ma anche che gli acquisti saranno legati a condizionalità  pesanti, molto tedesche.
Draghi ha ributtato la palla nella metà  campo dei governi e ha preteso che prima di beneficiare dell’acquisto dei bond ammettano di essere con l’acqua alla gola, chiedano aiuto al fondo salva-Stati e accettino, poi, il monitoraggio.
Ha fatto evaporare in pochi minuti l’ombrello sotto il quale molti investitori avevano già  trovato riparo.
Una mossa che rischia, di danneggiare di più l’Italia, che per stessa ammissione di fonti dell’Eurotower soffre principalmente di un contagio spagnolo. E che forse con una ripresa immediata degli acquisti avrebbe potuto sottrarsi all’effetto domino.
Intanto, ai piani alti dell’Eurotower la riflessione sull’arsenale che sarà  schierato a difesa dell’euro è cominciata.
Si lavora alla licenza bancaria per il fondo salva-Stati.
Per Draghi e per la Bce (eccezion fatta per la Bundesbank) non c’è un pregiudizio nei confronti della possibilità  di fornire all’Esm una potenza di fuoco illimitata.
Il problema, però, è la “monofunzionalità ” del salvaStati, il fatto cioè che al momento serva solo ad aiutare i paesi.
Ovvio che non possa prendere soldi in prestito da Francoforte: la Bce si macchierebbe di finanziamento indiretto ai paesi, vietatissimo dai Trattati.
Ma se potesse finanziare il settore privato, se, come previsto dal vertice Ue di fine giugno, potesse ricapitalizzare direttamente le banche, quella “monofunzionalità ” sparirebbe.
Solo allora la Bce potrebbe dare il suo nulla osta alla decisione dei governi di dotare l’Esm di licenza bancaria.
Quanto agli strumenti straordinari annunciati ma non specificati ieri da Draghi, negli uffici dell’Eurotower stanno già  lavorando alla possibilità  che acquisti bond aziendali, bypassando così il “grande freddo” delle banche.
Infine, sarà  importante anche definire i dettagli dei nuovi programmi di acquisti dei bond spagnoli e italiani.
Su una cosa sono certi, i banchieri centrali: che il problema della seniority «va affrontato», come ha detto anche Draghi.
Il fatto cioè che i mercati sono rimasti scottati dal trattamento privilegiato concordato a Francoforte quando c’è stata la ristrutturazione del debito greco.
Per gli acquisti futuri varrà  dunque la regola che la Bce condividerà  i rischi, nel caso di un taglio del debito.

Tonia Mastrobuoni

argomento: economia, Europa | Commenta »

CONFCOMMERCIO, ALLARME SU CONSUMI: “E’ IL CALO PEGGIORE DAL DOPOGUERRA”

Agosto 2nd, 2012 Riccardo Fucile

PREVISTO UN RIBASSO DEL 2,8%: “NON ACCADEVA DAGLI ANNI TRENTA”…LE PREVISIONI DANNO UNA ULTERIORE DISCESA NEL 2013

Quest’anno si registrera’ in Italia il peggiore calo dei consumi dal dopoguerra ad oggi. E’ quanto emerge dal Rapporto sulle economie territoriali ed il terziario di mercato presentato da Confcommercio.
In particolare, secondo le stime della confederazione, i consumi delle famiglie dovrebbero scendere nel 2012 del 2,8%.
Si tratta, ha spiegato il direttore dell’Ufficio studi, Mariano Bella, ”del dato peggiore nella storia repubblicana in termini di consumi pro capite”.
Consumi che continueranno a scendere dello 0,8% anche nel 2013.
L’ufficio studi di Confcommercio ha rivisto al ribasso anche le stime sul prodotto interno lordo.
Le nuove stime indicano un calo del Pil per il 2012 del 2,2% (dal -1,3% di marzo). Anche il 2013 peggiora: se nei mesi precedenti Confcommercio aveva previsto un pareggio, oggi stima una riduzione dello 0,3%.
«Il livello del Prodotto interno lordo in Italia «sta raggiungendo i suoi minimi storici», ha affermato Mariano Bella.
I picchi negativi, spiega, si sono raggiunti tra aprile-giugno e saranno riaggiornati tra luglio e settembre 2012.

argomento: carovita, denuncia, economia | 1 Commento »

UN MILIONE DI MILIONARI: I CINESI SONO PIU’ RICCHI MA SOGNANO DI FUGGIRE

Agosto 2nd, 2012 Riccardo Fucile

I PATRIMONI PRODOTTI DALLA BOLLA IMMOBILIARE IN PATRIA….MA SOLO IL 28% HA FIDUCIA NELL’ECONOMIA NAZIONALE

Più di un milione di milionari: secondo l’ultimo Hurun Report, pubblicato ieri a Shanghai assieme al Gruppo M Knowledge, che fa la fotografia dei ricchi cinesi, quest’anno il Paese registra il più alto numero di milionari mai visto.
Hanno superato il milione raggiungendo quota 1,020,000, un aumento del 6,3% rispetto al 2011.
Ovvero, dice Hurun, un cinese ogni 1300 è milionario: il tetto minimo per entrare in classifica è fissato a 10 milioni di yuan, pari a 1.3 milioni di euro, e comprende tutta la fortuna dei diretti interessati, in beni mobili, immobili e liquidi.
Ci sono anche i super-ricchi, ovvero quelli con più di 100 milioni di yuan — una fortuna di 130 milioni di euro o più — che hanno raggiunto quota 63,500: di nuovo, un discreto aumento: 5,3% in più dello scorso anno.
Nell’ordine, le città  interessate da questo fiorir di milionari sono Pechino, con 179,000 (e 10,500 superricchi), poi l’intera regione urbana del Guangdong che ne vanta 167,000 (di cui 9,500 super-ricchi) e terza arriva Shanghai, con 140,000 milionari e 8,200 multimilionari (Hong Kong, Macao e Taiwan non rientrano nello studio).
Queste fortune sono state fatte nella stragrande maggioranza nell’immobiliare, e l’aumento dei paperoni cinesi è dovuto all’inflazione immobiliare, che non ha risentito significativamente dei tentativi del governo centrale di riportarne i prezzi a più miti consigli.
Secondo l’Ufficio nazionale di Statistica cinese, infatti, nel corso del 2011 l’immobiliare è aumentato del 13,7% in tutto il paese, e del 21% per i prezzi dell’immobiliare di lusso, consentendo quindi a chi ha investito nel mattone di vedersi aumentare il capitale a sua disposizione senza aver bisogno di fare nulla.
La metà  dei ricchi possiede un’azienda (non è specificato in quale settore) e l’altra metà  vive di investimenti — in Borsa e nel mercato immobiliare, per l’appunto.
Ma c’è anche un gruppo chiamato dei «colletti d’oro», o executives di alto livello.
Il sondaggio cerca di analizzare chi sono e cosa amano fare i ricchi cinesi, e ci mostra che al primo posto per i consumi dei ricconi ci sono i viaggi: in patria, in particolare nell’isola tropicale di Hainan, e nelle terre pre-himalayane e sub-tropicali dello Yunnan (ai confini con Vietnam, Laos e Birmania) e Hong Kong.
All’estero si riconfermano le mete ambite degli scorsi anni: la Francia, dove i cinesi accorrono per acquistare alta moda, vini famosi (e l’occasionale vigneto) e familiarizzarsi con la migliore cucina francese, seguita dagli Usa e dall’Australia, queste ultime due privilegiate anche per l’educazione dei figli. Infatti, l’85% dei ricchi manda o manderà  i figli a studiare all’estero, una percentuale che sale al 90% se si interpellano i ricchissimi.
Per studiare si spedisce la prole in America, in Canada e in Gran Bretagna, seguite dall’Australia.
Per vivere, ed emigrare in modo più permanente, si scelgono invece gli Stati Uniti, Singapore (dove il regime d’immigrazione nei confronti dei cinesi al momento è piuttosto aperto), e il Canada (dove sono state già  imposte alcune restrizioni, dopo un iniziale entusiasmo).
Tornando agli investimenti e alle spese, però, di nuovo è l’immobiliare che la fa da padrone: il 60% dei ricchi cinesi lo reputa il miglior posto per piazzare la ricchezza.
La fiducia dei ricconi cinesi nel proprio Paese non è ai massimi livelli, se consideriamo che il 16% di loro è già  emigrato, o ha iniziato i preparativi per farlo, e il 44% ha intenzione di farlo quanto prima: un bel 60% del totale dei milionari che vuole lasciare la Cina.
Questo si accompagna a un investimento all’estero crescente, che di nuovo privilegia l’immobiliare, e che in alcuni dei luoghi prediletti dai cinesi sta portando a significative tensioni con i locali, che si ritrovano a gestire un’inflazione crescente esportata dalla Cina, fenomeno visibile in particolare a Singapore e Hong Kong. Questo malgrado il divieto ufficiale a esportare più di 50,000 yuan (circa 6300 euro) l’anno a persona — ma i ricchi che vogliono fare le cose in modo legale «acquistano» il numero di carta di identità  dei meno abbienti, prendendo a prestito il potere di esportazione di contante da chi il contante non ce l’ha, e trasferendo fondi.
Molti altri, invece, arrivano a Hong Kong con valigie piene di soldi, e da lì vedono come sbrigarsela.
Del resto, i ricchi cinesi, che abbiano la valigia in mano o meno, sono piuttosto preoccupati dell’andamento economico nazionale: soltanto il 28% di essi si è detto ottimista al riguardo: nel 2011, gli ottimisti erano il 54%.

Ilaria Maria Sala
(da “il Corriere della Sera“)

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