MINETTI, NOI E GLI ALTRI
L’IMPORTANZA DEL GIORNALISMO D’INCHIESTA E COLORO CHE PENSANO CHE LE REGOLE VALGANO SOLO PER GLI ALTRI
Dall’affaire Minetti, senza entrare nel dettaglio, emergono due cose. La prima è che il giornalismo, con tutti i suoi deplorevoli difetti e la sua spocchia giudicante, a volte serve a qualcosa. La seconda è che ci sono persone congenitamente convinte — come se fosse parte del loro dna — che le regole valgano solo per gli altri. E vivono intere vite, passo dopo passo, consacrate alla scorciatoia, all’espediente, alla mossa più che abile per scavalcare la coda.
Minetti appare, anzi riappare, come una di costoro. La sua pena (meno di quattro anni) poteva essere smaltita con un minimo di stoicismo: fosse anche ingiusta, ma non risulta che lo fosse, la si poteva aggiustare con i domiciliari e con un poco di pazienza. Ancora giovane e bella, con un passato da cortigiana di successo e, dismessa quella corte, un fidanzato socialmente rilevante, poteva uscirne quasi bene, e quasi indenne. Farsi dimenticare. Vivere una seconda vita al riparo dalla bagarre politica e dagli sghignazzi degli avversari. Avremmo fatto, in questo caso, il tifo per lei.
Invece no. Ecco la domanda di grazia che fa leva su una forzatura, forse su un bluff. Lo scandalo, che coinvolge la specchiata intenzione del Quirinale e ha una ricaduta mediatica dieci, cento volte superiore alle rarefatte memorie di Minetti prima maniera. Tutto il dimenticato che riemerge. Ricostruzioni impietose di una carriera fondata sulla qualità estetica, non su altro di riconoscibile.
Ne valeva la pena? A conti fatti, no. Ma ci sono persone, ci sono ambienti, per i quali è insopportabile sottostare alla normale, banale mediocrità della vita degli altri. Non riescono, proprio non riescono a stare allo stesso gioco. A volte la fanno franca. A volte no.
(da Repubblica)
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