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I CONTI DELLA CRISI: LAVORO E PIL, TUTTI I RITARDI DELL’ITALIA

Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile

IN 6 ANNI ECONOMIA GIU’ DI OLTRE IL 3%, PERSI 450.000 POSTI DI LAVORO….IN ITALIA LAVORANO 22,3 MILIONI SU 60,8 MILIONI DI ABITANTI

Sono passati, rispettivamente, cinque e dieci anni.
È tempo di un bilancio: l’Europa sta offrendo una dimostrazione di potenza produttiva e allo stesso tempo attraversa qualcosa di simile alla Grande depressione.
Quanto all’Italia, queste tendenze bipolari convivono in modo se possibile più estremo.
Sono passati cinque anni – siamo appena entrati nel sesto – da quando Jean-Claude Trichet interruppe le sue vacanze in Bretagna per compiere il gesto che simbolicamente certificò l’ingresso nella crisi finanziaria.
Nell’agosto del 2007, l’allora presidente della Banca centrale europea lanciò le prime operazioni straordinarie di liquidità  a favore degli istituti privati del continente.
Presto sarebbe fallita Lehman Brothers, affondando l’economia dell’intera area euro.
Ma cinque anni prima di quella svolta di Trichet in Bretagna, a dieci anni esatti dalla settimana che inizia oggi, si svolgeva un po’ in sordina un altro episodio di svolta. I
l 16 agosto 2002 il direttore del personale della Volkswagen, Peter Hartz, consegnava all’allora cancelliere Gerhard Schrà¶der una nuova proposta sul welfare e il lavoro in Germania.
Si chiamava «Agenda 2010».
Hartz suggeriva di ridurre e poi togliere il sussidio ai disoccupati che rifiutassero un’offerta di lavoro; il manager della più grande casa automobilistica europea, cogestita con i sindacati, consigliava al cancelliere di rifondare l’intero sistema di tutele sul punto di lavoro.
Centinaia di migliaia di persone sarebbero scese in piazza contro Schrà¶der nei due anni seguenti, al punto che il cancelliere non sarebbe stato rieletto.
IL BILANCIO A DUE FACCE
A un decennio da quella visita di Hartz nel palazzo della Cancelleria, tutto sembra cambiato. Forza e devastazione economica convivono nello stesso spazio geografico.
Basta guardare ai numeri, elaborando i dati armonizzati di Eurostat sul lavoro in Europa e quelli del Fondo monetario internazionale sulla crescita.
La Germania ha attraversato la peggiore crisi finanziaria dagli anni 30 continuando a creare posti su una traiettoria di crescita: più 6,3% cumulato dal 2007 per il prodotto interno lordo, benchè nel solo anno dopo il crac di Lehman, il 2009, l’economia tedesca sia caduta del 5%.
Nello stesso periodo la Spagna ha visto la disoccupazione salire dal 9% fino al 25% circa, lo stesso livello che raggiunse la quota di senza lavoro negli Stati Uniti al culmine della Grande depressione.
Ma il dato più sorprendente riguarda l’Italia: nel Paese la disoccupazione ufficiale resta relativamente contenuta al 10,8%, meno della metà  che in Spagna.
Eppure ha un posto regolare appena un italiano ogni tre, meno che in quasi tutti gli altri Paese europei. Spagna inclusa.
Secondo Eurostat gli occupati in Italia sono (al primo trimestre di quest’anno) 450 mila in meno che nel 2007, quando esplose quella che allora si chiamava la crisi dei subprime .
Oggi su una popolazione che l’ufficio statistico europeo valuta in 60,8 milioni di residenti, lavorano solo 22,3 milioni di persone.
È una quota del 36,8%, superiore – di poco – solo a quella della Grecia, un altro Paese con valori di disoccupazione e di caduta del Pil (meno -15% dal 2007) in tutto simili a quelli della Grande depressione americana.
L’economia italiana somiglia a una piramide rovesciata, la cui base formata da chi produce si restringe sempre di più.
Se si eliminasse l’apporto degli stranieri, fra i quali svolge un’attività  una quota più elevata di persone (circa il 44%), emergerebbe che i cittadini italiani effettivamente al lavoro sono poco più di uno su tre.
Di rado gli economisti guardano a queste cifre, che fotografano i produttori di reddito in proporzione al totale dei consumatori di ogni età .
Ritengono più rilevante la disoccupazione in senso tradizionale (data da chi cerca un posto) o il tasso di occupazione rispetto alla potenziale manodopera fra i 15 e i 65 anni.
L’ANOMALIA STORICA
Ma il dato dei lavoratori sul totale dei residenti rivela più chiaramente l’anomalia italiana, che viene da lontano e ha molte cause.
In una fase di recessione prolungata, diventa solo più acuta e difficile da sostenere. Una delle ragioni di fondo della «base stretta» della piramide è l’età  media decisamente elevata della popolazione.
La quota di pensionati è alta non solo perchè nei decenni scorsi molti si sono ritirati in anticipo. Semplicemente, nel Paese vivono molti più anziani che in Spagna o in Grecia.
L’italiano «di mezzo», quello più giovane di metà  della popolazione e più vecchio dell’altra metà , oggi ha 43,8 anni.
È uno dei livelli più alti al mondo con il Giappone (45,4 anni) e la Germania (45,3).
Nel frattempo però, per effetto delle riforme di Hartz, nell’economia tedesca lavora il 47,3% della popolazione totale a dispetto della quota di capelli bianchi più elevata che in Italia.
Ciò segnala che una delle cause di fondo della sproporzione italiana fra chi lavora e chi no è nelle regole: in Germania attraggono sempre più persone verso l’impegno professionale, mentre in Italia è successo il contrario e ora resta da vedere quale sarà  l’impatto della riforma Fornero. Si fa poi sentire anche un’ulteriore, ben nota, anomalia italiana: la partecipazione delle donne al lavoro è fra le più basse dei Paesi avanzati.
Tutto ciò spiega perchè non appena la recessione morde, la quota di persone attive scende a livelli assoluti da Grande depressione.
Scoraggiati, cassaintegrati, prepensionati, falsi invalidi, donne a casa per assenza di asili nido dove lasciare i figli: è questa la popolazione che non emerge nei dati di disoccupazione ufficiale e li fa apparire molto migliori che in Spagna o in Grecia.
IN ATTESA DEL RECUPERO
La ferocia del virus che ha colpito il lavoro nasconde un’altra particolarità  del Paese, questa in parte positiva.
L’intensità  dell’impegno professionale (per chi può svolgerlo) è più forte che nella media europea, se non altro in termini di ore lavorate.
È anche per questo che l’export italiano nel mondo nella prima metà  di quest’anno è cresciuto, in proporzione, circa quanto il «made in Germany».
Non è detto però che ciò basti ad avvicinare una ripresa che non appare dietro l’angolo.
Il confronto europeo e l’esperienza di questi anni suggerisce che l’export da solo, per il momento, non basta a trainare l’economia.
Malgrado il relativo dinamismo delle vendite all’estero dal 2007 l’Italia è decresciuta circa come Irlanda e Portogallo, due Paesi sotto la tutela di un programma di salvataggio di Europa e Fmi. Se il Pil fosse caduto solo come in Spagna (-0,6%), l’economia nazionale oggi sarebbe di circa 45 miliardi più ricca; se l’Italia fosse cresciuta come la Germania, oggi sarebbe più ricca di 150 miliardi.
Uno spreco di creatività  umana e risorse produttive di proporzioni colossali, che può far riflettere chi è tentato di tornare indietro sulle riforme del lavoro o delle pensioni.
Ma per loro, forse, la base della piramide rovesciata non è ancora abbastanza stretta.

Federico Fubini
(da “Il Corriere della Sera“)

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LA LOTTA ALL’EVASIONE PARTE DAI MATRIMONI E DAGLI AFFITTI IN NERO

Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile

IN SICILIA ARRIVA IL QUESTIONARIO AGLI SPOSI CON OTTO DOMANDE…. ALTROVE E’ CACCIA A CHI AFFITTA SENZA CONTRATTO AGLI STUDENTI

Abito bianco, bomboniere e una bella festa in riva al mare cristallino della Sicilia.
Sembrava tutto perfetto… tranne il conto.
Da uno studio dell’Agenzia delle Entrate della regione insulare è emerso che per organizzare un matrimonio si spendono in media 30 mila euro e che per lo più questi soldi vengono pagati in nero o con fatture notevolmente ribassate.
Se il fatidico sì è il giorno più bello degli sposi, può ora rivelarsi un incubo per quei ristoratori, fotografi, fioristi e autonoleggi che sulle spalle dei giovani coniugi hanno evaso le tasse.
Come raccontato dal TgLa7, la Direzione regionale dell’Agenzia ha spedito per raccomandata a tutte le coppie sposate da meno di 5 anni un questionario articolato in 8 domande al fine di conoscere le spese sostenute per organizzare la cerimonia. “Avete intrattenuto gli ospiti in un ristorante? O in una villa in affitto?”.
Se i neo consorti rispondono di sì, devono identificare chi è il proprietario e documentare gli importi sborsati.
Lo stesso vale per i fiori, il catering, fotografi e video-maker, senza dimenticare i confetti. Sicuramente non è “una guerra” all’evasione fiscale, come dichiarato da Mario Monti, ma di certo è una battaglia che in pochi si aspettavano.
Alla quale tutti dovranno partecipare, rispondendo entro 20 giorni dalla ricezione del questionario, pena una multa in misura variabile da 258 a 2.065 euro.
E non è nemmeno l’unica novità  estiva .
Quella che rischia di essere più esplosiva è l’indagine della Guardia di Finanza sugli affitti in nero.
Questa volta nel mirino ci sono i padroni di case per studenti che strappano locazioni a prezzi esorbitanti penalizzando i giovani e le loro famiglie.
A Roma una stanza singola arriva a 600 euro, un posto letto a 400.
Con la collaborazione degli atenei della Capitale, che hanno fornito l’elenco degli universitari fuori sede, sono partite 10 mila lettere dirette a ragazzi provenienti per lo più dal sud Italia ma anche dalle provincie laziali e dall’estero.
Tra le 15 domande ci sono “qual è il tuo domicilio romano?”, “a quanto ammonta l’affitto?”, e poi a chi viene pagato, se c’è un contratto, chi sono i coinquilini. Un vero e proprio “censimento” degli studenti e dei proprietari delle loro case.
Che condivideranno anche le responsabilità : chi non risponde rischia una sanzione fino a 500 euro, ma se il tentativo è quello di mettersi d’accordo con i locatari e fare dichiarazioni parziali, i finanzieri potranno portare gli studenti in commissariato e chiedere spiegazioni sul questionario compilato male.
A Bari, in un anno, con l’invio di 15 mila questionari ai “fuori sede” sono stati individuati 360 appartamenti affittati in nero e identificati i proprietari. I ricavi sono stati oltre 5, 5 milioni di euro.
Altri 100 mila euro erano stati recuperati perchè gli stessi locatari non pagavano nemmeno l’imposta di registro e 69 mila per le sanzioni sull’omessa dichiarazione di cessione del fabbricato.
Anche a Padova un progetto simile, in accordo con l’Università  e l’ente per il diritto allo studio, ha permesso nel 2011 di recuperare due milioni di euro di tasse evase e 24 mila euro di imposte di registro. In pratica ogni 100 verifiche, 80 proprietari frodavano il fisco del tutto o in parte.
E allora al via nuove astuzie per cercare di arginare un fenomeno che priva le casse dello Stato di 18 miliardi di euro l’anno.
Matrimoni compresi.

Caterina Perniconi

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DEUTSCHE BANK SOTTO INCHIESTA PER RICICLAGGIO NEGLI STATI UNITI

Agosto 20th, 2012 Riccardo Fucile

GUAI LEGALI ANCHE PER LE AGENZIE DI RATING MOODY’S E STANDARD & POOR’S CHE DOVRANNO COMPARIRE IN GIUDIZIO CON L’ACCUSA DI FRODE PER AVER ASSEGNATO VALUTAZIONI GONFIATE A TITOLI VENDUTI DA MORGAN STANLEY E GARANTITI DAI TITOLI SPAZZATURA

Anche Deutsche Bank finisce sotto inchiesta per riciclaggio.
La banca tedesca, insieme ad altri tre istituti di credito europei di cui non si conoscono ancora i nomi, è infatti finita sotto la lente degli organi di vigilanza Usa — l’Ufficio del Tesoro per il controllo di asset esteri, la Federal Reserve, il Ministero della Giustizia e la Procura di New York – per un presunto riciclaggio di denaro sporco.
Secondo quanto trapela da ambienti legali, le autorità  di vigilanza americane si muoveranno con decisione contro il gruppo tedesco una volta chiuso definitivamente il caso Standard Chartered, la banca britannica accusata di aver nascosto 250 miliardi di dollari di transazioni con l’Iran, in barba alle sanzioni contro il regime di Teheran, e che nei giorni scorsi ha raggiunto un accordo con il Dipartimento Servizi Finanziari di New York, pagando una multa di 340 milioni di dollari. Il patteggiamento le ha consentito di mantenere la licenza per operare negli Usa.
Deutsche Bank non ha rilasciato nessun commento, ma ha precisato che “nel 2007 la banca prese la decisione di non fare più affari con i governi di Siria, Iran, Sudan e Nord Corea e mettere fine a tutti i rapporti esistenti con questi Paesi entro il limite legalmente possibile”.
Nuovi guai legali anche per le agenzie di rating Moody’s e Standard & Poor’s che dovranno comparire in giudizio con l’accusa di frode nella vicenda dei mutui subprime e, in particolare, per aver assegnato “rating gonfiati” a titoli venduti da Morgan Stanley e garantiti dai mutui subprime, dopo che il giudice distrettuale di New York, Shira Scheindlin, ha respinto il ricorso delle due agenzie di rating di liquidare il caso, accettando così la richiesta degli investitori istituzionali, avviata nel 2008, di citarle in giudizio.
I legali degli investitori, fra cui l’Abu Dhabi Commercial Bank, si sono detti “soddisfatti che il giudice dopo aver esaminato le prove ha riconosciuto il valore delle nostre accuse contro le agenzie di rating”.
Sarà  dunque una giuria di un tribunale di Manhattan a stabilire se le valutazioni assegnate da Moody’s e S&P alle obbligazioni garantite da mutui subprime erano “inappropriati”, traendo in inganno gli investitori.
E dando un contributo importante alla crisi esplosa nel 2007 con effetti ancora oggi sotto gli occhi di tutti.

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MONTI E LA SVIZZERA: VERSO UNA MAXI TASSA SUI CAPITALI ESPORTATI

Agosto 18th, 2012 Riccardo Fucile

STATO DI GUERRA CONTRO L’EVASIONE FISCALE… L’ITALIA POTREBBE RICAVARE 50 MILIARDI DALLA TASSAZIONE SUI CAPITALI ITALIANI TRASFERITI IN SVIZZERA

Casomai dovessimo chiedere salvagenti all’Europa, certo non ci aiuterebbe l’evasione fiscale che abbiamo in Italia.
Perchè altrove, specie in Germania, già  ce lo stanno facendo pesare: prima di invocare aiuti, dovremo sforzarci di far pagare le tasse a chi se ne guarda bene… Monti ha chiara la difficoltà , sa che l’evasione «produce un grosso danno nella percezione del Paese all’estero», addirittura sostiene che contro questo malcostume «siamo in uno stato di guerra».
E quando c’è un’emergenza bellica non si può andare troppo per il sottile.
Per cui il Prof spiega al settimanale ciellino «Tempi» che «certi momenti di visibilità  possono essere antipatici» (chiaro il riferimento ai blitz delle Fiamme Gialle), però «hanno un grande effetto preventivo» e rinunziarvi significherebbe alzare bandiera bianca.
Bene, anzi benissimo se qualcuno se ne spaventa e torna sulla retta via.
Per dimostrare che farà  sul serio, Monti ha colloquiato con la presidente della Confederazione elvetica, nonchè ministro delle Finanze, Eveline Widmer-Schlumpf.
Il nostro premier non ha avuto bisogno di volare in Svizzera, in quanto già  vi si trova per le vacanze, precisamente a Silvaplana in Engadina.
Lì ha avuto luogo l’incontro, il cui nocciolo riguarda proprio il recupero dell’evasione che si rifugia da quelle parti.
Con la Widmer-Schlumpf avevano fatto conoscenza il 12 giugno scorso, ieri si sono limitati a un punto sui lavori della commissione bilaterale (l’idea di massima consiste nell’esigere una tassa salata sui depositi anonimi in Svizzera dei cittadini italiani).
L’agenda prevede che gli esperti consegnino le loro proposte in autunno, per poi firmare un accordo come quello già  raggiunto tra Germania e Confederazione elvetica.
Nelle settimane scorse un po’ tutti i partiti avevano sollecitato Monti a procedere con decisione, nella speranza che lo Stato italiano possa incassare un pacco di miliardi.
Il Professore raccoglie i suggerimenti di Bersani, Alfano, Casini; però sbaglia chi lo immagina posseduto dall’ansia di concludere.
La fretta c’è, assicurano dalle sue parti, ma si accompagna alla preoccupazione di non commettere passi falsi.
Per esempio, il premier vuole evitare che l’operazione si trasformi in un condono mascherato, per effetto del quale chi ha trasferito i soldi in Svizzera se la possa cavare con poco.
L’altro rischio è che, alzando invece troppo il tiro, i capitali fuggano dalle banche elvetiche e vadano a rifugiarsi in qualche paradiso fiscale irraggiungibile: col risultato che l’Erario non incasserebbe un cent.
Insomma, si cammina sul filo.
Il Consiglio federale elvetico intende negoziare con Roma un accordo fiscale sul modello di quello firmato con la Germania.
Secondo le stime della scorsa primavera l’intesa potrebbe portare nelle casse   dello Stato fino a 50 miliardi di euro prelevati dai capitali svizzeri dei   nostri concittadini.
Svizzera e Italia vogliono anche discutere sulla problematica dei frontalieri.
Altri temi sono le liste nere che l’Italia annovera da 20 anni e con le quali intende proteggere i propri mercati.
Le relazioni finanziarie e fiscali tra Berna e Roma hanno così subito una schiarita: all’inizio di maggio il Ticino ha sbloccato 28 milioni di franchi bloccati dall’estate 2011, somma che rappresenta la metà  delle imposte alla fonte trattenuta ai frontalieri italiani e versate a Roma.

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EVASIONE, BLITZ E CONTROLLI A TAPPETO: L’OBIETTIVO SALE A 15 MILIARDI

Agosto 18th, 2012 Riccardo Fucile

IN ITALIA L’EVASIONE E’ PARI AL 18% DEL PIL, SIAMO SECONDI SOLO ALLA GRECIA… IL GOVERNO E’ RIUSCITO A RECUPERARE 12,7 MILIARDI CONTRO GLI 8 PREVISTI

Quindici miliardi di euro in cassa, e un obiettivo politico che forse ne vale anche di più.
Mario Monti rinfresca i proclami di guerra contro l’evasione fiscale e va oltre, alzando l’asticella della posta in gioco.
In ballo non c’è solo il gettito della lotta contro i furbi delle tasse, che quest’anno potrebbe toccare il livello record di 15 miliardi di euro.
La partita è ben più grossa perchè vale la stessa credibilità  dell’Italia sul piano internazionale, dice il premier, quasi volesse sgombrare fin da ora, dal terreno della campagna elettorale della prossima primavera, un argomento delicatissimo.
I termini del problema li aveva esposti crudamente, non più di un mesetto e mezzo fa, il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino. «La dimensione dell’evasione fiscale in Italia – ha spiegato in Parlamento – è pari al 18% del prodotto interno lordo, che ci pone al secondo posto nella graduatoria internazionale, che è guidata dalla Grecia».
La Grecia. È questo il rischio da evitare.
Intensificando gli sforzi per recuperare il maltolto, ma anche cercando di spingere le forze politiche, e soprattutto il centrodestra, a prendere una posizione netta.
L’eco delle campagne della Lega e di parte del Pdl contro l’Imu, gli inviti alla disubbidienza fiscale, sono ancora freschi.
E se è vero che le prime misure «forti» contro l’evasione fiscale sono state varate dal governo di centrodestra, è altrettanto vero che queste sono arrivate solo all’apice della crisi del 2011, e che fin lì l’atteggiamento di Silvio Berlusconi nei confronti dei doveri fiscali era stato, quanto meno, un po’ ambiguo.
VERSO IL NUOVO RECORD
Ad ogni buon conto, Monti è deciso a tenere alta la pressione su questo fronte.
Anche perchè sa bene che dal recupero strutturale dell’evasione fiscale può arrivare anche parte delle risorse per ridurre la pressione fiscale. I risultati, per ora, sembrano soddisfacenti.
Nel 2011, a fronte di un obiettivo concordato con il governo di 8 miliardi di euro, l’Agenzia delle Entrate ed Equitalia hanno sottratto all’evasione la cifra record di 12,7 miliardi di euro.
E per il 2012, a fronte di un obiettivo «ufficiale» di gettito dagli accertamenti fiscali di 10 miliardi di euro, la prospettiva è di segnare un nuovo primato: «tredici sicuri, quindici possibili» dicono gli esperti.
Per raggiungere l’obiettivo non serviranno altre misure legislative: tra il decreto d’agosto del 2011, l’ultimo del governo Berlusconi, e il decreto salva Italia di dicembre, il primo del governo Monti, l’armamentario a disposizione degli agenti del fisco è completo.
E insidiosissimo.
IL PIANO DEI CONTROLLI
Si tratta di mandare a regime le nuove norme, e poi tirare la rete.
Solo quest’anno sono previste 380 mila verifiche fiscali, 130 mila delle quali su piccole imprese, professionisti e autonomi.
Tutte le grandi imprese sono ormai affiancate dall’Agenzia delle Entrate nella gestione degli aspetti fiscali.
I controlli fatti con il redditometro arriveranno a 35 mila per la fine dell’anno, e a questi si aggiungeranno altri 11 mila verifiche innescate da movimenti sospetti, comunque non giustificabili a prima vista, sui conti correnti bancari che da quest’anno vengono tutti monitorati costantemente.
In più ci sono le liste, undici sono quelle già  attive, dei contribuenti da sottoporre a controlli specifici.
E poi ci sono i continui blitz della Guardia di finanza e degli uomini dell’Agenzia delle Entrate nelle località  di vacanza e nelle zone commerciali più esclusive delle grandi città , a caccia di scontrini non emessi, auto e barche di lusso.
Sono stati centinaia dall’inizio dell’anno e hanno portato multe salate e anche alla chiusura temporanea di qualche esercizio, ma questo è solo l’inizio, perchè nei confronti dei commercianti «distratti» scatteranno anche accertamenti fiscali articolati ed approfonditi.
DELEGA E SEMPLIFICAZIONE
Non sarà , però, solo repressione.
Un sistema fiscale più semplice è una delle condizioni per ricostruire il difficilissimo rapporto tra gli italiani e le tasse.
Così, per l’autunno, si annuncia una nuova ondata di misure di semplificazione fiscale. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, attende per fine settembre dai suoi uffici un’analisi costi-benefici di tutti gli adempimenti fiscali.
Quelli inutili, o che non portano valore aggiunto all’amministrazione addetta ai controlli fiscali, saranno eliminati.
Direttamente dall’Agenzia quando sarà  possibile agire per via amministrativa, con la legge di Stabilità  del 2013 se dovesse essere necessaria una modifica normativa.
Contemporaneamente decollerà  l’attuazione della delega fiscale, con la regolamentazione dell’abuso del diritto, la revisione della tassazione d’impresa, il riordino e la riduzione delle centinaia di agevolazioni e sconti fiscali previsti dall’ordinamento.
Dalla pulizia delle cosiddette «tax expenditures» dovrebbero uscir fuori almeno 6 miliardi di risparmio strutturale l’anno.
Serviranno per scongiurare definitivamente l’aumento dell’Iva, che il governo è per ora riuscito solo a far slittare al mese di luglio dell’anno prossimo.
Già  evitare l’aumento delle tasse, per il governo Monti, sarebbe un grandissimo risultato.
Certo, come dice il premier, un fisco più leggero è un’esigenza «sacrosanta per i contribuenti onesti», ma prima bisogna mettere i conti pubblici in assoluta sicurezza.
Anche con l’aiuto delle somme recuperate agli evasori fiscali: compresi quelli che hanno portato di nascosto i soldi in Svizzera e che non si sono fidati degli scudi fiscali del governo Berlusconi.
Per siglare l’accordo con Berna sulla tassazione dei non residenti serviranno ancora mesi, ma anche nell’incontro di ieri tra Monti e il presidente elvetico si sono fatti passi avanti, e l’intesa si avvicina.
Insieme a una ventina di miliardi di euro: il frutto dell’imposta una tantum che, fatto l’accordo, potrebbe scattare sui capitali italiani detenuti in Svizzera.

Mario Sensini
(da “Il Corriere della Sera”)

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I REDDITI DEGLI ITALIANI SONO TORNATI GLI STESSI DI 10 ANNI FA

Agosto 10th, 2012 Riccardo Fucile

SECONDO LO STUDIO DELLA CGIA DI MESTRE TRA IL 2008 E IL 2011 AL CALO DEL POTERE D’ACQUISTO E’ COINCISO UN AUMENTO DELLE SPESE DEL 4% E UN CROLLO DEI RISPARMI DEL 26%

Il reddito è tornato ai livelli di 10 anni fa.
La crisi, invece, ha fatto decurtare i risparmi del 26,4% a fronte di un aumento della spesa per i consumi finali (al lordo dell’inflazione) del 4%.
Una fotografia, quella scattata dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che non lascia alcun dubbio: le famiglie italiane sono alle corde, spendono sempre meno, cosicchè la situazione economica dei piccoli commercianti e degli artigiani si fa sempre più difficile.
La Cgia ribadisce che gli effetti della crisi sono stati pesantissimi: tra il 2008 ed il 2011 la spesa delle famiglie italiane è aumentata del 4%, attestandosi sui 962,6 miliardi di euro
Per contro, i risparmi hanno subìto una caduta verticale del 26,4%, scendendo a quota 93,5 miliardi di euro, mentre il reddito disponibile è rimasto pressochè uguale (+0,3%).
Male, infine, il risultato emerso dall’andamento del potere d’acquisto che in questo quadriennio è sceso del 3,7%.
L’inflazione, sempre tra il 2008 ed il 2011, ha fatto segnare un +5,2%.
Tra il 2001 e il 2011, invece, la situazione ha visto registrare un aumento della spesa del 30,4%, una contrazione del risparmio del 16,5%, un incremento del reddito del 24,2%, una inflazione del +24% , mentre il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito dello 0,5%.
Col risultato che la disponibilità  economica delle famiglie italiane è tornata ai livelli di 10 anni fa.

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PER EVASIONE FISCALE E TANGENTI L’ITALIA MAGLIA NERA IN EUROPA

Agosto 10th, 2012 Riccardo Fucile

RISPETTO AGLI ALTRI PAESI ABBIAMO IL PIU’ BASSO LIVELLO DI EFFICIENZA DEL SISTEMA GIUDIZIARIO E SIAMO AGLI ULTIMI POSTI PER LA CAPACITA’ DI RISOLVERE LE CONTROVERSIE TRA IMPRESE

L’Italia risulta tra 26 Paesi europei ed extra-europei `maglia nera’ per livello di corruzione, lungaggini burocratiche e bassa qualità  dei servizi pubblici a partire dalle infrastrutture.
Nel confronto internazionale messo a punto dalla Confcommercio, l’Italia nel 2010 è la peggiore per grado di efficienza del sistema giudiziario ed è tra gli stati con la più ampia diffusione di tangenti, superata solo da Slovacchia, Messico e Grecia.
Insomma il rapporto sulle determinanti dell’economia sommersa realizzato dalla Confcommercio dà  le prove del cattivo stato di salute del sistema Italia.
Lo studio, infatti, va ad analizzare tutti gli aspetti che influenzano l’evasione fiscale, risultato di molti fattori, dalla percezione dei cittadini sull’azione dello stato alla difficoltà  di far fronte agli obblighi fiscali.
Tra i Paesi dell’Unione europea – a cui vengono aggiunti nazioni come Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia -, l’Italia è ultima, per efficienza giudiziaria, che comprende il livello di corruzione, la complessità  burocratica, i tempi di attesa per la soluzione di controversie. In particolare si distingue in fatto di `mazzette’, superata solo da 3 Paesi su 26 e lasciandosi indietro tutti i Paesi più industrializzati.
In base ai dati del World economic forum e della Banca mondiale la Confcommercio rileva che «negli ultimi 10 anni il tempo di attesa per una sentenza di fallimento o di insolvenza è quasi raddoppiato passando da 1 a quasi 2 anni».
Siamo in coda alle classifiche anche per quanto riguarda le pratiche amministrative: per l’adempimento degli obblighi fiscali occorre un numero di ore quasi 5 volte superiore a quello del Lussemburgo.
Il paragone con gli altri stati delude anche su altri fronti: secondo il rapporto la qualità -quantità  dell’output pubblico in Italia è tra i peggiori, ricoprendo il terzultimo posto nella graduatoria dei 26 paesi presi in considerazione e addirittura chiudiamo la graduatoria sulla qualità  complessiva delle infrastrutture.
Anche l’istruzione non viene giudicata del tutto positivamente: ad una percezione abbastanza buona della scuola primaria fa riscontro una minore performance del sistema educativo superiore.
L’unico settore a cavarsela è la sanità , con l’Italia che compare tra i Paesi più virtuosi.
Il rapporto della Confcommercio ha suscitato le preoccupazioni delle associazioni dei consumatori, come il Codacons.
Mentre una conferma del peso della burocrazia arriva dalla Coldiretti, secondo cui nell’agricoltura la «pletora di adempimenti quotidiani» toglie all’attività  d’impresa 100 giorni l’anno’»

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LE DISMISSIONI DEL PATRIMONIO DELLO STATO: PRIVATIZZAZIONI, SI PARTE CON GLI IMMOBILI

Agosto 9th, 2012 Riccardo Fucile

I TRE FONDI DELLA CASSA DEPOSITI AL VIA… ECCO I BENI DI PRESTIGIO SUL MERCATO

Il «piano Grilli» sarà  solo la base di partenza.
Il governo guidato da Mario Monti è pronto a integrare il pacchetto di proposte per la dismissione e la valorizzazione del patrimonio pubblico per abbattere il debito, e le prime proposte concrete arriveranno all’inizio di settembre.
Insieme al nuovo ciclo di misure legate al processo della spending review, e con lo stesso obiettivo di favorire la crescita dell’economia garantendo la sostenibilità  della finanza pubblica, il piano anti-debito sarà  l’asse portante dell’ultimo spezzone di legislatura.
Nelle ultime settimane la pressione sul governo per avviare iniziative più incisive sulla riduzione del debito, giunto a maggio a 1.966 miliardi di euro e destinato a superare quota duemila miliardi entro l’autunno, è cresciuta considerevolmente.
Il Pdl ha depositato anche in Senato, dopo averlo fatto alla Camera, il progetto di legge con il piano per l’abbattimento del debito pubblico di 400 miliardi di euro in cinque anni.
E sul tavolo del presidente del Consiglio, Mario Monti, è arrivata anche la proposta degli economisti dell’Astrid, che con strumenti differenti punta, nell’arco dei prossimi otto anni, ad un taglio di 180 miliardi di euro.
Piani che si aggiungono a quelli già  portati all’attenzione del governo da altre forze politiche, centri studi, singoli economisti, tutti con il medesimo obiettivo: dare una spallata forte all’enorme massa del debito per alleggerire le emissioni di nuovi titoli e la spesa per interessi (80 miliardi di euro l’anno), dare un segnale forte di serietà  ai mercati, sempre nervosi, rimettere in moto gli investimenti e, di conseguenza, l’attività  economica.
Tre fondi pronti
«Il piano del governo è già  stato tradotto in legge, con la creazione di tre distinti fondi per le dismissioni, che saranno attuati entro l’anno. Ma ogni altra proposta sarà  valutata», fanno sapere i collaboratori del presidente del Consiglio, che ha discusso con il segretario del Pdl, Angelino Alfano, la proposta del suo partito, che punta alla creazione di un maxi fondo cui conferire beni ed attività  per un valore di circa 80 miliardi l’anno, che verrebbero acquistati con l’emissione di obbligazioni ad alto «rating» (ovvero con un qualità  superiore, e dunque un costo inferiore, a quello dei titoli di Stato, penalizzati dalle agenzie di valutazione internazionale).
Sui contenuti specifici delle singole proposte, così come sulle cifre messe in ballo, nessuno, nel governo, vuole ancora sbilanciarsi.
Ma la sottolineatura che il piano Grilli sarà  la base di partenza di tutto suona come la conferma di una linea di estrema prudenza, condivisa dal Tesoro e dalla Banca d’Italia.
I tre fondi messi in campo dal governo, uno per la privatizzazione delle società  municipalizzate, uno per la dismissione dei beni assegnati agli enti locali con il federalismo demaniale ed un altro per la cessione di circa 350 immobili di pregio già  valorizzati e del quale ha parlato ieri diffusamente anche il «Wall Street Journal», potrebbero realizzare nel 2013 dismissioni per circa 4-5 miliardi.
Vendite immobiliari ferme
Anche se il mercato immobiliare non appare molto ricettivo.
Come sottolinea il quotidiano economico statunitense, immobili prestigiosi come il Castello Orsini di Soriano al Cimino, Palazzo Diedo a Venezia, Palazzo Bolis Gualdo di via Bagutta a Milano, hanno un fascino indiscusso ed un interesse potenziale enorme (come del resto le grandi caserme dismesse a Roma, tra le quali Forte Boccea e quella di via Guido Reni) per i grandi investitori internazionali.
Ma anche prezzi apparentemente incompatibili con la davvero scarsa liquidità  che c’è in giro.
A Bologna l’Agenzia del Demanio ha messo in vendita l’enorme complesso immobiliare dell’ex Convento delle Carmelitane Scalze, 4 mila metri quadri coperti. Alla scadenza dell’asta non era arrivata neanche un’offerta: deserta, come le altre due svolte l’anno scorso.
Dai 13 milioni di euro di partenza l’Agenzia è scesa di parecchio, ma neanche l’ultimo sconto a 9.980.000 euro (stile supermarket) ha allettato gli acquirenti.
Come per l’ex Caserma Sani, che occupa quasi un intero quartiere di Bologna, invenduta a 40 milioni di euro e che ora sarà  inserita nel fondo degli immobili valorizzati.
Così succede un po’ ovunque con i grandi complessi immobiliari messi in asta dall’Agenzia del Demanio, che negli ultimi mesi riesce a vendere solo appartamenti, o comunque immobili di basso e medio valore.
Con i quali sarà  difficile abbattere il debito «monstre» dello Stato.
Goldman e Socgen per la Cdp
Molti meno ostacoli, invece, incontra il secondo pilastro del piano Grilli per le dismissioni e la riduzione del debito pubblico.
Il progetto di conferire alla Cassa depositi e prestiti le partecipazioni detenute dal Tesoro in Fintecna, Sace e Simest sta procedendo molto speditamente.
Il 3 agosto scorso il Tesoro ha affidato a Goldman Sachs International il ruolo di advisor per l’acquisto di Fintecna e alla Sociètè Gènèrale quello per la valutazione di Sace e Simest.
La Cassa depositi non ha ancora formalmente esercitato l’opzione per l’acquisto di queste partecipazioni, ma lo farà  senz’altro, anche perchè tutte e tre le società  secondo i vertici della Cdp, Franco Bassanini e Giovanni Gorno Tempini, rientrano nel «core business» della Cassa.
L’istituto, controllato dal Tesoro, ma partecipato dalle fondazioni di orgine bancaria e pertanto fuori dal perimetro della pubblica amministrazione (e dunque dal bilancio pubblico), dovrebbe sborsare circa 10 miliardi di euro per l’acquisto delle tre partecipazioni, anticipando al Tesoro 6 miliardi subito dopo l’esercizio dell’opzione, atteso alla fine dell’estate.
Tra le risorse che arriveranno da Cdp e quelle che scaturiranno dalle dismissioni dei tre fondi messi in piedi dall’esecutivo si stima un incasso straordinario di circa 15 miliardi di euro nei prossimi dodici mesi, poco meno di un punto di Pil.
In attesa di approfondire, ed eventualmente sposare le nuove proposte sul tappeto, l’attacco del governo Monti al debito pubblico partirà  da qui.

Mario Sensini
(da “Il Corriere della Sera”)

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SEI IPOTESI PER TAGLIARE IL DEBITO PUBBLICO: CESSIONI, RIENTRO DI CAPITALI E BPT PIU’ LUNGHI

Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile

E’ POSSIBILE FARLO SENZA RICORRERE A PATRIMONIALI STRAORDINARIE?… LA PROPOSTA AMATO- BASSANINI PER RIDURLO DI 200 MILIARDI IN 8 ANNI

È possibile tentare qualcosa di più di quanto abbia promesso Vittorio Grilli per aggredire il debito pubblico italiano senza cadere nelle promesse mirabolanti ma di dubbia realizzazione come quelle appena fatte da Angelino Alfano?
Ed è possibile riuscirci senza ricorrere a massicce imposizioni patrimoniali straordinarie?
La risposta che viene dall’ex premier Giuliano Amato e dal presidente della Cassa depositi e prestiti, Franco Bassanini, è positiva.
Una terza via è praticabile, e potrebbe dare 150-200 miliardi entro il 2017 e altri 150 nel quinquennio successivo se si insisterà  con coerenza sulle misure adottate.
Ma ci vuole coesione nazionale al di là  delle mutevoli maggioranze di governo e una certa centralizzazione delle decisioni rispetto alla babele delle periferie.
Perchè non esiste una sola mossa vincente, ma un mix di interventi di diverso genere.
Per inquadrare la nuova proposta, che è stata inviata al premier Mario Monti e al ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, vanno ricordate le due linee in campo al momento.
La prima è quella dello stesso Grilli, che aveva prospettato, nell’intervista al Corriere , una serie di cessioni di immobili e partecipazioni dello Stato e degli enti locali per 15-20 miliardi l’anno per 5 anni.
Il debito verrebbe così abbattuto, a regime, per 75-100 miliardi e la sua incidenza sul Prodotto interno lordo attuale diminuirebbe di 5-7 punti percentuali.
Se a partire dal 2014 l’economia riprendesse a crescere, l’incidenza del debito sul Pil calerebbe ancora un po’.
Grilli è attendibile ma potrebbe essere un po’ troppo prudente.
L’altra linea è quella del segretario del Pdl, che vorrebbe un clamoroso colpo secco: un taglio da 400 miliardi in 5 anni per riportare l’incidenza del debito pubblico sotto il 100% del Pil.
L’idea principale è quella di costituire un fondo al quale verrebbero conferiti nel quinquennio beni pubblici da «pagare» con il ricavato di speciali emissioni obbligazionarie con il rating massimo perchè garantite da quei medesimi beni.
Con l’incasso così ottenuto, Stato ed enti locali cancellerebbero un’equivalente porzione del debito.
Ma come ciò possa concretamente avvenire non è ancora chiaro. Senza mettere in campo l’oro della Banca d’Italia, infatti, è difficile che le agenzie di rating concedano la tripla A alle obbligazioni del fondo di Alfano.
Di questi tempi, il rischio Paese prevale su tutto: basti pensare che la Cassa depositi e prestiti non va oltre il rating della Repubblica italiana pur avendo un core tier 1 del 28%, assai più alto di quello delle consorella tedesca KfW che tuttavia gode della tripla A proprio perchè tedesca.
Le riserve auree, poi, sono una materia troppo delicata per essere trattate in modo estemporaneo: una materia troppo legata alla Banca centrale europea e ancor più al suo destino: se la Bce diventerà , come tanti si augurano anche in Italia, prestatrice di ultima istanza e stampatrice senza limiti prefissati di moneta, forse un po’ d’altro oro le potrà  essere utile per non gettare sul mercato carta pura e semplice.
Non a caso sul tema adesso si tace.
In conferenza stampa, Alfano ha speso molte parole per polemizzare contro il Pd che, secondo lui, vorrebbe aggredire il debito pubblico soltanto attraverso un’imposta patrimoniale di ampia portata.
In realtà , il Pd non sta coltivando alcun progetto di «patrimoniale» pesante una tantum , ma per bocca del responsabile economico, Stefano Fassina, ha proposto a suo tempo un prelievo annuale leggero sui grandi patrimoni analogo a quello da anni attuato in Francia (dove, peraltro, non ha risolto granchè).
Meglio sarebbe stato rispondere alle due obiezioni che l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, muove a tutte le proposte che prevedono il conferimento di beni pubblici a società -veicolo che si finanziano emettendo obbligazioni a tassi ridotti perchè garantite da quei beni.
La prima obiezione si compendia nella domanda che l’antico agente di cambio milanese, Aldo Ravelli, poneva a chi gli prospettava vendite grandiose: « Chi l’è el rilavatari? ».
La seconda è più articolata: se i beni pubblici costituiscono la garanzia del debito pubblico, un conto è vendere e cancellare una quota di debito, un conto ben diverso è togliere garanzie dal grosso del debito pubblico per porle al servizio di emissioni privilegiate.
Queste ultime, infatti, spunterebbero forse tassi migliori in quanto debito senior , ma poi il grosso del debito diventerebbe junior e subirebbe un contraccolpo negativo sui propri tassi.
È tutto da dimostrare che il saldo finale tra tassi che si riducono e tassi che si alzano sia conveniente
Ora la proposta Amato-Bassanini, che è firmata anche da Giuseppe Bivona, Davide Ciferri, Paolo Guerrieri, Giorgio Macciotta, Rainer Masera, Marcello Messori, Stefano Micossi, Edoardo Reviglio e Maria Teresa Salvemini sotto l’egida del centro studi Astrid, reimposta l’intera questione sulla base di un realismo ambizioso, ma senza nuove tasse, nemmeno nella versione light di Fassina.
Sul piano politico, l’elemento interessante è il ripensamento di Amato, che fu tra i primi a proporre l’abbattimento del debito pubblico attraverso un prelievo fiscale straordinario di 30 mila euro a carico degli italiani abbienti.
Gli undici convengono sui pericoli recessivi di una imposta patrimoniale. Sul piano culturale, va notata la convergenza tra giuristi di cultura socialista come lo stesso Amato e Bassanini ed economisti di scuola liberale come Masera, che ha un importante passato di banchiere, e Micossi, brillante segretario dell’Assonime, l’associazione delle società  per azioni.
Nel merito, gli undici dell’Astrid propongono un intervento articolato in sei mosse che entro il 2017 dovrebbe dare un gettito ipotizzato in 178 miliardi: a) cessione di immobili per circa 72 miliardi (di cui: 30 dalla cessione agli inquilini dell’edilizia residenziale pubblica; 16 dalla dismissione di immobili di enti previdenziali; 15 da immobili di Regioni ed enti locali; 6 da caserme e sedi delle Province da smantellare; 5 dal cosiddetto federalismo demaniale); b) 30 miliardi potrebbero venire dalla capitalizzazione delle concessioni (le sole lotterie danno 1,6 miliardi l’anno); c) 40 miliardi valgono le partecipazioni (Eni, Enel, Finmeccanica, St Microelectronics ed ex municipalizzate quotate); d) 15 miliardi potrebbero venire imponendo agli enti previdenziali degli ordini professionali di aumentare la quota dei loro investimenti in titoli di Stato di lungo periodo, oggi ferma al 10% del portafoglio (considerando i maneggi sugli immobili, ne avrebbero giovamento i pensionati futuri); e) 16-17 miliardi potrebbe essere il flusso nel quinquennio proveniente dalla tassazione dei capitali clandestinamente costituiti da italiani in Svizzera, previo accordo con il governo di Berna; f) 5 miliardi potrebbero venire da incentivi e disincentivi fiscali volti all’allungamento delle scadenze e alla riduzione del costo medio del debito pubblico.
Astrid si inserisce nel solco dell’azione del governo che ha affidato alla Cassa depositi e prestiti la costituzione di due grandi fondi immobiliari da 10 miliardi l’uno. Diversamente dalla proposta Alfano (almeno per quanto se ne è capito), l’Astrid punta molto sui soggetti esistenti. Invece del super fondo di cui non si conosce el rilevatari di ravelliana memoria, gli undici vorrebbero fosse messa in campo la Cassa depositi e prestiti che già  raccoglie 300 miliardi di risparmio privato.
Pur non essendo una banca, la Cassa già  sconta in Bce i suoi effetti creditizi per 25 miliardi, destinati a finanziare per metà  lo Stato e per metà  l’economia.
Ma qui dovrebbe fare da pivot della valorizzazione delle partecipazioni, oggi del Tesoro, in società  quotate e non quotate come le Poste, nelle ex municipalizzate quotate e nelle 5.500 aziende municipali non quote, 2.800 delle quali attive nei servizi pubblici locali, che sono da aggregare e ristrutturare per poter poi essere cedute in tutto o in parte.
Insistendo, si potrà  arrivare anche alla cifra di Alfano. Ma in 8 anni, non in 5. Altrimenti bisogna ipotizzare, come fa il segretario del Pdl, che l’accordo fiscale con la Svizzera dia il triplo di quanto stima Astrid.
Come se gli italiani, che avevano esportato capitali in Svizzera, li lasciassero tutti, ma proprio tutti, a disposizione del fisco anzichè spostarne una parte in altri paradisi.

Massimo Mucchetti
(da “il Corriere della Sera“)

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