Settembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
ECONOMIA SEMPRE IN RECESSIONE E STIME NEGATIVE PER IL PROSSIMO ANNO… SIAMO IL FANALINO DI CODA PER L’INCREMENTO DEL PIL
Giù il pil e giù la produttività , sia quella totale che quella del lavoro. 
La fotografia dell’azienda Italia che emerge dalle statistiche ufficiali è oltremodo sconsolante.
Nel periodo 2001-2010 la crescita del Pil in Italia è stata complessivamente del 4,1%: si tratta certifica l’Istat dopo la revisione delle stime di fine 2011, del risultato più modesto tra tutte le economie europee.
Basti pensare che l’insieme dell’Unione europea a 27, nello stesso periodo, ha messo a segno una crescita del 14%: +11,9% la Germania, +12,1 la Francia addirittura +17,1 il Regno Unito e +22,6% la Spagna.
«Dieci anni sprecati», sintetizza giustamente il presidente dell’Istat Giovannini.
Quasi ovunque, rilevano le statistiche, la crisi del 2008-2009 ha avuto l’effetto di ridurre la crescita complessiva a confronto con il periodo 2001-2007: la contrazione è stata particolarmente rilevante per economie cresciute in maniera significativa negli anni precedenti come i paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), ma anche per Irlanda e Grecia.
Ed è stata pesantissima per l’Italia: nel nostro paese, già in fondo alla classifica di crescita insieme al Portogallo, «si è avuta un’erosione di oltre la metà dei progressi realizzati dal 2000: 6,1 punti percentuali nel biennio 2008-2009, e 4,7 punti tenendo in conto anche il recupero del 2010».
L’Italia è in fondo alla graduatoria europea anche per la crescita della produttività oraria del lavoro, che nel 2010 era solo l’1,4% più elevata rispetto al picco del 2000, mentre nell’Ue27 era salita dell’11,4% (+13,6% in Germania e +10,4 in Spagna).
Se si allarga lo sguardo all’intero decennio scorso il confronto con i nostri partner resta sempre impietoso: per l’intero periodo 2001-2010, la performance dell’Italia è stata infatti pari a circa 1/3 rispetto a quella franco-tedesca per la dinamica del valore aggiunto e ad appena il 12-15% se si considera il contributo della produttività , entrambi gli andamenti risultano ancora inferiori rispetto a Regno Unito e Spagna.
La crescita del 2,7% dell’immissione di nuova forza lavoro, «l’input» come lo chiamano gli esperti, all’opposto, è risultata seconda solo a quella della Spagna, e a questa è corrisposto un calo delle ore medie lavorate (per effetto dello spostamento dell’economia verso attività e prestazioni ad orario ridotto) superiore rispetto a tutte le economie considerate.
Per questo, l’occupazione è cresciuta di ben il 7,5%, contro il 3% in Germania, il 5,1% in Francia e il 5,7% nel Regno Unito.
Non è un caso dunque se il ministro dello Sviluppo e l’intero governo hanno messo ai primi posti nella loro agenda i temi della crescita e della competitività .
Un tema che a partire dal primo incontro di dopodomani tra governo e imprese sarà il vero banco di prova della ripresa autunnale.
«Si sono persi inutilmente nove mesi di tempo» annotava ieri con una punta d’amarezza il leader della Uil Angeletti.
Nel periodo pre-crisi, la distanza dell’Italia rispetto a Francia e Germania in termini di crescita economica non era ancora notevole (tra il 30 e il 40%), mentre la crescita dell’input di lavoro è stata addirittura pari al 7,2%, contro valori inferiori al 3 e 4% in Francia e nel Regno Unito, e una contrazione di oltre il 2% in Germania; la crescita della produttività , di riflesso, già in questo periodo è stata molto modesta.
Come in Italia, anche in Spagna quasi tutta la crescita in questo periodo è stata ottenuta attraverso l’allargamento della base occupazionale.
Di recupero di efficienza neanche a parlarne.
E non è un caso dunque se la nostra economia è ancora in recessione e tutte le stime per il prossimo anno convergono un un dato decisamente non positivo: ancora 12 mesi a crescita zero.
Paolo Baroni
(da “La Repubblica”)
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Settembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
I CONTRATTI A TERMINE? “NELLE AZIENDE NON BASTA IL MORDI E FUGGI”
Ministro Fornero, mercoledì l’incontro con le imprese aprirà il cantiere della
produttività ?
«È insieme il cantiere dell’occupazione, della produttività e della competitività . La produttività è un elemento chiave della crescita. Ma da sola non basta».
Si parlerà del taglio del cuneo fiscale da lei anticipato al meeting di Comunione e Liberazione?
«Quando ne ho parlato a Rimini io stessa ho messo le mani avanti per l’esiguità delle risorse. Non ho neanche avuto bisogno di farmelo dire dal ministro dell’Economia, Grilli: pensavo e penso a sperimentazioni virtuose per aumentare la produttività ».
Si tratta solo di esperimenti?
«Il ministro dello Sviluppo, Passera, ha insistito e io sono d’accordo, sul fatto che oltre a pensare a forme sperimentali di decontribuzione per le imprese che abbiano un record positivo di utilizzo della manodopera, bisogna che le parti sociali cerchino di migliorare la loro collaborazione».
L’accordo tra le parti sociali sui contratti non è sufficiente a fare un passo verso il modello tedesco che prevede la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa?
«Quello è un accordo importante ma per andare verso il modello tedesco non basta un passo: ce ne vogliono di più. E per questo il governo ha intenzione di fare quanto è in suo potere, sempre ricordando che ci sono poche risorse, per favorire il dialogo tra le parti sociali».
Il ministro Passera vorrebbe estendere gli sgravi alle «start up» ma chiede flessibilità sui contratti a termine.
«Ne abbiamo parlato molto. Prima di tutto vanno ben definite quali sono queste aziende innovative. E poi lo voglio dire a chiare lettere: è necessario favorire queste start up ma anche fare in modo che le norme del lavoro che si adatteranno a queste aziende innovative siano assolutamente coerenti con la riforma. Le norme per il lavoro nelle start up devono discendere dalla riforma, non rappresentarne in alcun modo una lacerazione».
In questo contesto potrà riaprirsi anche il tema della detassazione del premio di produttività ?
«Ci siamo accorti di questa riduzione più o meno nei giorni in cui era approvata la riforma e sembrava una contraddizione. Ma la decisione non è stata di questo governo. Io sono d’accordo che il merito vada sempre riconosciuto, ma se mettiamo le risorse su questo capitolo sarà più difficile metterle sul cuneo fiscale a favore delle imprese che dialogano con i lavoratori».
Come si fa a individuare queste imprese dialoganti?
«Le imprese hanno un bilancio sociale con un capitolo che riguarda la gestione del personale, le politiche non discriminatorie, quelle di conciliazione. Sono però nozioni non particolarmente illuminanti sull’effettiva politica del personale. Invece il tema delle modalità delle relazioni di lavoro ha permesso alla Germania di uscire dalla crisi».
Come si promuove la partecipazione?
«Tra i nostri adempimenti abbiamo una delega proprio su questo tema. So che è un tema delicato per le imprese; la partecipazione non va imposta. Ma ci stiamo lavorando e vorrei riuscire a condurre la delega in porto».
Anche lei è stata richiamata sull’applicazione della riforma?
«Ho una cartellina che mi sono portata dietro con l’elenco di tutti gli adempimenti. Non abbiamo aspettato che ci venisse chiesto: l’elenco l’avevamo già definito con gli uffici. Adesso stabiliremo, con un cronoprogramma, quando e chi farà che cosa. Intanto il 6 settembre andrò a Bruxelles dal commissario Là¡szlà³ Andor per illustrare la riforma a lui e al segretario dell’Ocse, Angel Gurria».
Ha visto i dati Istat sui precari?
«I dati Istat ma anche quelli europei. In tutto il mondo progredito il tema è quello dell’occupazione. Anche i ministri Ue si sono accorti che va bene restituire stabilità ai bilanci ma ciò che conta è l’economia reale. Il presidente Monti parla sempre di rigore e crescita».
Le imprese sostengono che la sua riforma sta già producendo effetti negativi sulla flessibilità .
«Chiunque parli di lavoro italiano in Europa si sente sempre dire che dobbiamo contrastare il precariato tra i giovani. Non è un’invenzione del ministro Fornero. Era giusto occuparsene»
Sì, ma le imprese dicono che i contratti a termine troppo tutelati salteranno del tutto.
«Questo è uno dei temi su cui stiamo impostando il monitoraggio. Ho molte persone che mi scrivono di situazioni nelle quali il contratto a termine non viene rinnovato. Ma bisogna vedere quanto ciò sia dovuto al fatto che quel contratto non sarebbe comunque stato rinnovato per assenza di domanda e quanto invece al fatto che la riforma ha posto qualche paletto. Serve molto pragmatismo, ma attribuire tutto alla riforma è sicuramente improprio».
Cioè?
«Esistono metodi scientifici che permettono di separare ciò che è attribuibile statisticamente a una causa e ciò che attribuibile a un’altra. Una riforma che ha poco più di un mese di vita non può aver prodotto questi effetti».
Eppure le imprese attaccano.
«Anche i sindacati: ci accusano di avere fatto troppo poco per ridurre la precarietà . A noi pare di avere trovato un giusto equilibrio. E poi le imprese hanno anche avuto rafforzamenti della flessibilità , come l’abolizione della causale per il primo contratto a tempo determinato, e fino a un anno. In fase di dialogo l’avevano fortemente richiesta. Vorrei senza polemica che ci si confrontasse nel merito. Ad esempio sul fatto che la produttività non può nascere da contratti “mordi e fuggi”».
Si spieghi.
«Un lavoratore che sia sempre preoccupato di quello che farà tra due o tre mesi, allo scadere del contratto che ha oggi in corso, non può dedicarsi bene al suo lavoro. Questo recupero di una qualche stabilizzazione nei contratti di lavoro è funzionale al discorso della produttività ».
Il fatto è che molti datori di lavoro non hanno in questo momento una prospettiva lunga
«Capisco che in fase di recessione sia difficile fare questo discorso ma insisto: il lavoro “buono” è l’unico lavoro produttivo. Un lavoro che porta a una remunerazione più alta produce domanda e crescita. Tutto si tiene».
I sindacati sono preoccupati per gli ammortizzatori sociali.
«È uno dei temi su cui le parti sociali hanno avuto resistenza al cambiamento. Ma questi comportamenti radicati non erano consoni a un’economia che si sviluppa perchè erano a favore di tutele lunghe per un numero limitato di lavoratori senza alcuna preoccupazione sulla loro ricollocabilità nel mercato del lavoro. Bisogna lavorare per l’occupabilità delle persone».
Il problema è che i casi Alcoa si moltiplicano.
«La preoccupazione sul cambio del sistema in un periodo di recessione è fondata. Tuttavia era importante che la riforma degli ammortizzatori, e in particolare l’Aspi, partisse all’inizio del 2013, pur sovrapponendosi al mantenimento della mobilità fino al 2014».
Non è preoccupata per la tenuta sociale?
«I sindacati sono stati molto responsabili. Sono anche convinta, e ho avuto la prova all’Alenia, che i lavoratori sono disposti al dialogo. Quando le situazioni e le difficoltà sono spiegate in maniera onesta e aperta sono comprese. Ritengo si possa dire che i lavoratori preferiscono un confronto chiaro piuttosto che incassare illusioni a cui sono i primi a non credere».
Antonella Baccaro
(da “Il Corriere della Sera”)
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Settembre 2nd, 2012 Riccardo Fucile
TENSIONE ALLE STELLE IN GERMANIA CON IL PRESIDENTE DELLA BUBDESBANK CHE STAREBBE PENSANDO ALLE DIMISSIONI
La guida della Bundesbank sta sempre più stretta a Jens Weidmann. 
Dopo essersi giocato sulla stampa le ultime cartucce contro le misure di emergenza anti-spread che la Bce di Mario Draghi vorrebbe attuare, il presidente della Banca Centrale tedesca starebbe infatti seriamente valutando le dimissioni.
A dare sempre più corpo all’ipotesi è stata ancora una volta la stampa tedesca, la stessa che nei giorni scorsi ha dato voce alle preoccupazioni di Weidmann per la politica dell’Eurotower.
In particolare secondo la Bild Weidmann avrebbe preso in considerazione l’ipotesi di dimettersi per rimarcare la sua opposizione al nuovo piano di acquisto dei titoli di Stato dei Paesi in difficoltà da parte della Bce, ma sarebbe stato fermato dal governo di Berlino.
Per il quotidiano, in particolare, il banchiere avrebbe deciso per il momento di restare e difendere la sua posizione nella riunione del direttivo della Bce del 6 settembre poichè ritiene che far sentire la sua voce in quell’occasione rappresenta il modo migliore per battersi per l’indipendenza dell’Eurotower e la stabilità dell’euro.
Linea analoga per il Frankfurter Allgemeine Zeitung secondo cui il governatore della Bundesbank avrebbe discusso più di una volta il tema con i suoi più fidati collaboratori e avrebbe per ora deciso di tener duro.
Nessun commento ufficiale, però, nè da parte dell’interessato nè dal governo tedesco, il cui portavoce Georg Streiter, puntualizza comunque che Weidmann e la cancelliera Angela Merkel, si sentono regolarmente al telefono.
“Posso solo ribadire — dice – quanto detto dalla cancelliera nella sua intervista alla tv Ard, quando ha assicurato che è un bene che i politici vengano continuamente messi in guardia e che dentro la Bce c’è sempre discussione”.
Inoltre, aggiunge, la Merkel “ha detto che che ovviamente appoggia Jens Weidmann come nostro banchiere centrale e che lui dovrebbe avere la massima influenza possibile nella Bce”.
Anche perchè si tratterebbe del terzo abbandono illustre nel giro di un anno e mezzo.
L’uscita di Jurgen Stark dal board della Banca centrale europea, proprio in polemica con le scelte di sostegno finanziario ai Paesi a rischio, risale infatti al settembre scorso.
E allora Weidmann aveva promesso di “difendere l’ortodossia monetaria” della banca centrale tedesca, e di “impegnarsi nel Consiglio direttivo in favore della stabilità monetaria e dell’indipendenza della Bce”.
Il 43enne economista della scuola monetarista di Bonn, nonchè ex-consulente della Merkel era a sua volta da poco subentrato al banchiere centrale Axel Weber, che a febbraio 2011 aveva lasciato l’incarico dopo essersi opposto all’acquisto di titoli di Stato da parte dell’Eurotower.
E nonostante le parole distensive del suo portavoce, è chiaro che la situazione è particolarmente tesa per la Merkel che due giorni fa a Berlino ha rilasciato inequivocabili dichiarazioni di sostegno a Draghi e, secondo le indiscrezioni trapelate a margine del summit e rilanciate stamattina dal quotidiano El Mundo, avrebbe suggerito tanto al premier spagnolo Mariano Rajoy quanto italiano Mario Monti di temporeggiare sull’eventuale richiesta di aiuti comunitari, per darle il tempo di risolvere il nodo Bundesbank.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 27th, 2012 Riccardo Fucile
SECONDO IL RAPPORTO “TAX JUSTICE NETWORK”, “PIU’ RICCO SEI E MENO TASSE PAGHE”… LA CIFRA TOTALE SOTTRATTA AL FISCO E’ PARI A 32.000 MILIARDI DI DOLLARI, QUESTO GRAZIE ALLE BANCHE D’AFFARI DI TUTTO IL MONDO… E L’ITALIA NON FORNISCE NEANCHE I PROPRI DATI
Più ricco sei, meno tasse paghi. Piaccia o no, ci si indigni o si faccia finta di niente, nel mondo
globalizzato dove le grandi banche d’affari possono fare tutto quello che vogliono funziona esattamente così.
A scriverlo a chiarissime lettere è il recente rapporto di Tax Justice Network, gruppo di esperti giuristi ed economisti che si battono per una maggiore giustizia sociale e che denunciano come i nababbi di tutto il mondo abbiano sinora occultato al fisco tra i 21mila e i 32mila miliardi di dollari.
Una cifra che equivale al Pil di Stati Uniti, Giappone e Germania messi insieme e che sarebbe ancora più spropositata se l’indagine non si limitasse alle ricchezze finanziarie ma prendesse in considerazione anche yacht, collezioni d’arte, ville, appartamenti o quant’altro.
Spaventa anche il ritmo con cui questa montagna “invisibile” di denaro continua ad alzarsi, dal 2005 ad oggi l’incremento è stato infatti del 16% l’ anno.
I fortunati detentori di queste sterminate ricchezze sono in tutto 10 milioni ma all’interno di questa comunità di miliardari esiste una super elite composta da appena 91mila persone (lo 0,001% della popolazione globale) a cui è riconducibile un terzo dell’intero tesoro, vale a dire circa 10mila miliardi di dollari.
Ne fanno parte miliardari del software e delle nuove tecnologie, immobiliaristi cinesi e sceicchi ma anche soggetti con cui ufficialmente nessuno vorrebbe avere a che fare come grossi narcotrafficanti messicani o sanguinari dittatori africani.
I dati sono frutto delle ricerche di James S. Henry che incrociando un’infinita serie di cifre del Fondo monetario internazionale, della Banca Mondiale, delle Nazioni Unite e della Banca dei regolamenti internazionali è riuscito a tratteggiare la mappa del tesoro.
Un passato da capo economista di McKinsey (società di consulenza manageriale) e poi una nuova vita come autore di articoli e libri di denuncia sulle malefatte della grande finanza internazionale (da ultimo il libro inchiesta “The blood bankers”) , Henry spiega: “Quelle nascoste nei paradisi fiscali sono cifre talmente ingenti da falsare persino le statistiche sul livello di diseguaglianza nei diversi paesi”.
I dati ufficiali dicono ad esempio che negli Usa l’1% più ricco della popolazione possiede il 35% della ricchezza nazionale.
Questo calcolo non tiene però conto di una bella fetta di quei 20/30mila miliardi spariti nel “buco nero” dei paradisi fiscali”.
“Negli ultimi anni — continua Henry — gli economisti hanno quasi ignorato il problema della diseguaglianza all’interno dei singoli paesi concentrandosi piuttosto su quello della povertà assoluta. Hanno dimenticato quanto importanti e negative possano essere le conseguenze che un’ estrema polarizzazione della ricchezza produce in termini di coesione sociale ma anche di crescita economica”.
“Tradizionalmente infatti — conclude Henry — ad un elevato livello di diseguaglianza si accompagna sempre un basso livello complessivo di consumi”.
Ci si può “divertire” ad immaginare quello che si potrebbe fare se questi 20mila miliardi ed oltre fossero regolarmente dichiarati e tassati.
Valga un esempio su tutti: ipotizzando un rendimento del 3% annuo di questi capitali e una tassazione del 20% (come quella che si applica oggi in Italia alle rendite finanziarie) si otterrebbe un gettito tra i 120 e i 190 miliardi di dollari l’anno.
Significa quasi il doppio dei fondi stanziati annualmente da tutti i paesi Ocse per l’assistenza alle nazioni in via di sviluppo.
Dietro questa gigantesca truffa globale ci sono praticamente tutti i più grandi gruppi bancari occidentali definiti nel rapporto “attori chiave per sostenere il sistema globale dell’ingiustizia fiscale”.
Le due banche in assoluto più attive nell’agevolare la fuga dalle tasse dei loro facoltosi clienti sono le svizzere Ubs, che attraverso le sue filiali ha trasferito nei paradisi off shore 1.700 miliardi di dollari (in pratica come “insabbiare” l’intero Pil italiano) e Credit Suisse che si è “limitata” a 933 miliardi.
Terzo gradino del podio, con 840 miliardi di dollari, per la statunitense e immancabile Goldman Sachs.
Proprio a questa banca d’affari il presidente del Consiglio Mario Monti che si dichiara “in guerra contro l’evasione fiscale” ha recentemente affidato la valutazione di asset e partecipazioni dello Stato in vista di una loro possibile cessione.
Nella top ten compaiono anche Bank of America (643 miliardi), HSBC (390 mld), Deutsche Bank (367 mld), Bnp Paribas (338 mld), Wells Fargo (300 mld) e Jp Morgan (284 mld).
In molti casi, ricorda il rapporto, si tratta di banche che hanno ricevuto sostanziosi aiuti pubblici durante la crisi del 2008 e senza i quali sarebbero molto probabilmente fallite.
Come fa notare James S. Henry “quello del private banking internazionale è un settore estremamente profittevole che negli ultimi 30 anni è letteralmente esploso grazie alla globalizzazione e alla scomparsa di qualsiasi barriera alla circolazione di capitali”.
Funziona così: “Le grandi banche d’affari vanno a caccia di soggetti con patrimoni dai 2 milioni di dollari in su ed offrono loro una sorta di pacchetto completo di servizi che comprende anche il trasferimento di asset in paesi dal regime fiscale estremamente favorevole”.
Di solito “tra la banca e clienti di questo tipo si instaura un rapporto di grande fiducia. La banca offre garanzie in termini di ritorno dell’investimento e il cliente da all’istituto carta bianca nelle modalità di gestione”.
Henry racconta di aver ripetutamente chiesto alla Banca dei regolamenti internazionali (una sorta di banca centrale delle banche centrali) i dati e le cifre relative ai singoli paesi ma di aver sempre ricevuto in cambio un cortese ma intransigente rifiuto. Italia compresa.
In compenso la Bri ha promesso che renderà accessibili queste cifre dopo il 2014.
Si può provare ad azzardare un calcolo di massima ipotizzando che i capitali di origine italiana abbiano un incidenza pari a quella che il Pil italiano ha sul Pil globale (2,5%).
In tal caso si tratterebbe di una cifra oscillante tra i 500 e i 750 miliardi di dollari da cui il nostro fisco non otterrà però neppure un euro.
Di fronte a questo trionfo di individualismo a danno della collettività vale forse la pena ricordare le parole di uno degli uomini più ricchi del mondo.
Il finanziere statunitense Warren Buffet che ancora nel 1995 affermò “personalmente credo che la società sia responsabile di una percentuale molto rilevante di quello che ho guadagnato.
Se mi cacciaste nel mezzo del Bangladesh, del Perù o di qualche altro posto, scoprireste quanto può produrre questo talento nel terreno sbagliato.
Dopo trent’anni starei ancora lottando”.
Mauro Del Corno
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 27th, 2012 Riccardo Fucile
SECONDO LA RICERCA DELLA CGIA DI MESTRE TRA IL 2002 E IL 2012 LE REGIONI ITALIANE CHE HANNO VISTO CRESCERE DI PIU’ IL COSTO DELLA VITA SONO STATE CALABRIA, CAMPANIA, SICILIA E BASILICATA… AUMENTI MAGGIORI PER ALCOOL, TABACCO, AFFITTI, BOLLETTE, COMBUSTIBILI E TRASPORTI
Nei dieci anni di moneta unica i prezzi sono cresciuti soprattutto al sud Secondo la Cgia di Mestre gli aumenti maggiori non sarebbero avvenuti nel settore alimentare
MILANO
A dieci anni dall’introduzione dell’euro i prezzi sono aumentati soprattutto al Sud e, a differenza di quanto si possa credere, l’impennata non ha riguardato gli alimentari, l’abbigliamento, le calzature o la ristorazione.
A lievitare sono state soprattutto le bevande alcoliche e i tabacchi, le ristrutturazioni e manutenzioni edilizie, gli affitti delle abitazioni e i combustibili/bollette domestiche, nonchè i trasporti.
A confermarlo sono i dati statistici elaborati dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre.
Tra il 2002 e il luglio di quest’anno, l’inflazione media italiana è cresciuta del 24,9%.
In Calabria si è registrato l’incremento regionale più elevato: +31,6%.
Seguono la Campania, con il +28,9%, la Sicilia, con il +27,6%, e la Basilicata, con il +26,9%. Le meno interessate dal ‘caro prezzi’, invece, sono state la Lombardia, con un’inflazione regionale del +23%, la Toscana, con il +22,4%, il Veneto, con il +22,3% e, ultimo della graduatoria, il Molise, dove l’inflazione è lievitata ‘solo’ del 21,7%.
“E’ opportuno sottolineare che il maggior aumento dei prezzi registrato nel Sud non deve essere confuso con il caro vita. Vivere al Nord – spiega Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre – è molto più gravoso che nel Mezzogiorno. Altra cosa, invece, è analizzare, come abbiamo fatto noi, la dinamica inflattiva registrata in questi ultimi dieci anni. La maggior crescita dell’inflazione avvenuta nel Sud si spiega con il fatto che la base di partenza dei prezzi nel 2002 era molto più bassa rispetto a quella registrata nel resto d’Italia”.
In linea generale, sottolinea la Cgia, uno dei nodi da superare è lo spaventoso deficit logistico e infrastrutturale che grava sulla competitività dell’intero sistema delle nostre imprese e conseguentemente sui costi dei servizi e dei prodotti offerti ai consumatori finali.
Per quanto riguarda le principali tipologie di prodotto, gli ultimi 10 anni hanno registrato una crescita dei prezzi delle bevande alcoliche e dei tabacchi (+63,7%), quello delle manutenzioni e ristrutturazioni edilizie, gli affitti, i combustibili e le bollette di luce, acqua e gas e asporto rifiuti (+45,8%), nonchè dei trasporti (treni, bus, metro +40,9%).
Pressochè in linea, se non addirittura al di sotto del dato medio nazionale, gli incrementi dei servizi alberghieri e della ristorazione (+27,4%), dei prodotti alimentari (+24,1%), del mobilio e degli articoli per la casa (+21,5%), dell’abbigliamento/calzature (+19,2%).
(da “La Repubblica”)
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Agosto 25th, 2012 Riccardo Fucile
LA REGIONE PIU’ PENALIZZATA E’ LA LOMBARDIA, CON 2,3 MILIARDI DI EURO DI MAGGIORI COSTI… ALTRO CHE COMPETITIVITA’ SUI MERCATI
Un caro-bollette così non si poteva proprio immaginare. 
Gli imprenditori italiani pagano l’elettricità 10 miliardi in più (l’anno) rispetto alla media europea.
È quanto emerge da un’analisi condotta da Confartigianato che ha misurato lo spread Italia-Ue per i costi dell’energia elettrica utilizzata dalle imprese.
LA CARTINA
I risultati? Se a livello nazionale, lo scorso anno, gli imprenditori hanno pagato 10.077 milioni di euro in più rispetto alla media europea, il conto più salato tocca alle aziende del Nord che complessivamente nel 2011 hanno sborsato per l’energia elettrica 5.848 milioni di euro in più rispetto ai loro colleghi dell’Ue.
Il divario con l’Europa è di 2.492 milioni di euro per le imprese del Mezzogiorno e di 1.737 milioni di euro per le aziende del Centro.
Le Regioni più penalizzate sono proprio quelle a maggior concentrazione di imprese: prima tra tutte la Lombardia (2.289 milioni di euro di maggiori costi rispetto alla media Ue), seguita dal Veneto (1.007 milioni di euro in più) dall’Emilia Romagna (con 904 milioni) e dal Piemonte (con 851 milioni).
LA CLASSIFICA
Milano guida la classifica provinciale per il più ampio divario di oneri per le imprese rispetto all’Europa , con un gap di 555 milioni di euro, seguita da Brescia (467 milioni euro), Roma (447 milioni euro), Torino (343milioni euro), Bergamo (293 milioni euro).
E così, se in media, ogni azienda italiana paga l’energia elettrica 2.259 euro all’anno in più rispetto agli imprenditori europei, questo gap si allarga per le imprese del Friuli Venezia Giulia (4.108 euro), della Sardegna (3.471 euro per ciascuna impresa), della Lombardia (2.791 euro).
«In Italia – precisano da Confartigianato – la corsa dei prezzi dell’elettricità per uso industriale sembra inarrestabile: tra il 2009 e il 2011 sono aumentati del 17,4%, a fronte del + 9,5% registrato nell’Eurozona».
LE TASSE
«Il costo dell’energia elettrica per uso industriale – conferma il Presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini – è una delle tante zavorre che frenano la corsa delle imprese italiane».
Tra il 2010 e il 2011 i rincari si sono attestati all’11%, mentre nell’Ue si sono fermati al 5,9%. Tutto ciò non ha fatto che allargare la distanza tra il nostro Paese e l’Europa: nel 2009 il gap per il costo dell’elettricità era del 26,5% per salire al 29,4% nel 2010 e al 35,6% nel 2011. Ciliegina sulla torta, la pressione fiscale che sulla bolletta energetica delle imprese incide per il 21,1% sul prezzo finale dell’elettricità .
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 25th, 2012 Riccardo Fucile
L’AGENDA DI MONTI PER LA CRESCITA: NUOVE LIBERALIZZAZIONI SU POSTE, CULTURA E SANITA’
L’agenda d’autunno di Mario Monti è pronta. Dopo un Consiglio dei Ministri fiume durato quasi nove ore, il governo diffonde il documento finale.
Nel “menù” assunzioni nella scuola, liberalizzazioni, dismissioni, detrazioni fiscali per le famiglie e rilancio sull’agenda digitale.
E’ stata «una giornata intera dedicata alla riflessione su come mobilitare tutte le energie per raggiungere l’obiettivo della crescita», spiega un comunicato di Palazzo Chigi.
Ma le azioni di governo per la crescita «dovranno svolgersi nel rispetto delle compatibilità finanziarie e dei vincoli europei, come è stato illustrato dai ministri Vittorio Grilli e Enzo Moavero».
ECCO LE PRINCIPALI NOVITA’ ANNUNCIATE DAL GOVERNO
Scuola
Il Cdm autorizza il Miur «a assumere a tempo indeterminato, a partire dall’anno scolastico 2012-2013 dirigenti scolastici,personale docente,personale tecnico-amministrativo e direttori amministrativi».
Le assunzioni riguardano:1.213 unità di dirigenti scolastici; 134 trattenimenti in servizio di dirigenti scolastici, solo per l’anno scolastico 2012/2013; 21.112 unità di personale docente ed educativo. Il “pacchetto” prevede anche, per le Accademie e i Conservatori di musica, l’assunzione di 60 docenti di prima e seconda fascia, di 280 unità di personale tecnico-aministrativo e di tre unità di direttore amministrativo.
E’ prevista per il 24 settembre la pubblicazione di un bando di concorso per titoli ed esami su base regionale, il primo dal 1999, finalizzato alla copertura di 11.892 cattedre nelle scuole statali di ogni ordine e grado, risultanti vacanti e disponibili; altrettanti posti saranno messi a disposizione dal Miur attingendo dalle attuali graduatorie.
Detrazioni fiscali
L’azione del governo per i prossimi mesi prevede di «rivedere le detrazioni fiscali a vantaggio della famiglia e favorire la natalità » e di «rifinanziare la “carta acquisti” per il 2013 a sostegno delle famiglie colpite da disagio economico».
Debito pubblico
«Nei prossimi mesi l’azione del governo si incentrerà sulla riduzione del debito pubblico, in particolare mettendo in atto gli strumenti creati per procedere alla valorizzazione e successiva dismissione del patrimonio dello Stato, sia degli immobili che delle partecipazioni pubbliche».
Liberalizzazioni.
L’agenda del governo prevede nuove liberalizzazioni per «creare spazi nuovi per la crescita di autonome iniziative private attualmente bloccate o rese interstiziali da una presenza pubblica invadente e spesso inefficiente (esempio, settore postale, beni culturali e sanità )».
Sanità
Tra le azioni in programma è prevista l’attuazione del «piano per la non autosufficienza» e la promozione «dell’assistenza domiciliare per gli anziani». Tra le altre azioni anche la definizione del Patto per la Salute, la «definizione dei Livelli essenziali di assistenza», i criteri per il riparto 2013 «sulla base dei costi standard», la riforma dell’intramoenia e la tutela del personale sanitario dal rischio clinico.
Innovazione.
Il “primo campo d’intervento” del governo sarà «l’avvio di un programma di radicale innovazione tecnologica del Paese, attraverso l’applicazione dell’Agenda digitale». Si parla anche di provvedimenti a favore della nascita di nuove imprese start up, di semplificazioni procedurali e autorizzative per le imprese e di facilitazione di investimenti diretti esteri, «così da favorire nuovi insediamenti produttivi internazionali sul nostro territorio». Entro fine anno arriverà anche il piano aeroporti.
Politica energetica
Il governo avvierà “un’ampia consultazione” con l’obiettivo «di impostare una più efficiente politica energetica che aumenti la sicurezza degli approvvigionamenti e contenga il divario di costi per cittadini e imprese rispetto a quelli di altri Paesi dell’Unione».
Terremoto
Sull’ipotesi del differimento delle scadenze fiscali per le aree colpite dal sisma del maggio 2012, il Cdm ha condiviso l’analisi del Ministro dell’economia e finanze, che adotterà il decreto con la sospensione dei versamenti fiscali e contributivi, allineandoli tutti alla scadenza del 30 novembre 2012. Uno degli impegni presi è anche quello di «proseguire l’attività di ricostruzione, messa in sicurezza e recupero anche ai fini turistici delle aree colpite dal terremoto, del centro storico dell’Aquila».
Anticorruzione
Uno degli intenti dell’esecutivo è quello «approvare in via definitiva il disegno di legge “anticorruzione”».
Cultura
«La valorizzazione e promozione» del settore culturale e turistico «è un filone strategico indispensabile per la crescita del Paese. Per ottenere questi risultati è però necessario uscire dalla logica meramente assistenziale della cultura, favorire le patnership pubblico-privato, guardare al patrimonio culturale non solo come una eredità del passato, ma come un asset per il futuro, principale cinghia di trasmissione del motore di sviluppo turistico. In tal senso, ad esempio, il Governo ha approvato la semplificazione delle procedure di ricerca di sponsor per il restauro dei beni culturali (“Pacchetto semplificazioni”) e delle procedure in materia di agevolazioni fiscali e donazioni per i beni e le attività culturali (all’interno del decreto legge “Salva Italia”) e ha deliberato lo stanziamento di 76 milioni di euro da parte del Cipe a favore di alcune eccellenze del patrimonio culturale e museale italiano».
Turismo
«Oltre al Piano Strategico quale strumento che per la prima volta traccia una visione del futuro e una strategia complessiva, e a numerosi progetti di promozione turistica, è in corso di avanzata elaborazione una iniziativa innovativa per migliorare la qualità ricettiva delle strutture attraverso un sistema di rating e classificazione».
Tra le “azioni in programma”, il Cdm elenca la «presentazione del Piano Strategico per il Turismo Sviluppo di iniziative di attrattività turistica legate ad EXPO 2015; la pianificazione urbanistica con impatto sul paesaggio del territorio nazionale, definendo, insieme con le Regioni e gli Enti locali, “piani paesaggistici” compatibili con il rispetto del Codice dei beni culturali e del paesaggio, con la tutela di luoghi storici e naturali, con la rigenerazione dei centri urbani e periferie degradate».
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Agosto 23rd, 2012 Riccardo Fucile
DAGLI AEROPORTI ALLE CITTA’ E ALL’AGENDA DIGITALE: IL PIANO PER RILANCIARE L’ECONOMIA: ECCO GLI INTERVENTI PRINCIPALI
Un Consiglio dei ministri dedicato alla crescita. Il primo dopo la breve pausa estiva,
avrà domani sul tavolo i dossier dei ministri per rilanciare l’economia italiana.
A partire dal secondo pacchetto “sviluppo” che il ministro Passera ha già preparato.
E che prevede sei importanti Piani, da realizzare entro la fine dell’anno: aeroporti, città , energia, digitale, infrastrutture, imprese.
Sullo sfondo, avanza con forza l’emergenza giovani, la “generazione perduta”, come l’ha definita il premier Monti.
E l’esigenza di fare un primo check up alla riforma del lavoro.
Intanto, il viceministro allo Sviluppo, Mario Ciaccia, ha annunciato ieri l’esenzione dall’Iva sulle nuove opere 1infrastrutturali.
Una proposta che sarà valutata, come ha promesso il sottosegretario Catricalà , anche per “la sua compatibilità finanziaria ed europea”.
Ma che per ora riceve il plauso di Confindustria, Ance (costruttori), Autostrade per l’Italia e Cassa depositi e prestiti.
“Calcolando un fabbisogno di infrastrutture pari a 300 miliardi, da qui al 2020 – spiega Ciaccia – la sterilizzazione dell’Iva potrebbe valere 5-6 punti di Pil, ovvero 80 miliardi”, tra investimenti di privati e indotto.
“In pratica, è come sottrarre a quei 300 miliardi i 50 dell’Iva, in media del 18% nel settore delle costruzioni, ma senza togliere un euro all’Erario che poi recupererà in abbondanza dall’opera stessa, generatrice di altra Iva, e dagli stipendi creati”. Il governo punta così a rilanciare le “grandi opere”: autostrade, porti, interporti, rigassificatori.
Il piano città : 2 miliardi per riqualificare i quartieri
Il Piano città da due miliardi per riqualificare le aree urbane degradate è ai blocchi di partenza.
Nei giorni scorsi è stato firmato il decreto attuativo che indica i criteri di scelta dei progetti e sposta al 5 ottobre la scadenza per la loro presentazione da parte dei Comuni interessati. In realtà , molti enti sono già pronti.
Da sole, le proposte delle 16 grandi città valgono 1 miliardo e 250 milioni.
Tra queste, Roma con il piano per Pietralata. Milano con Bovisa Gasometri e Porto di Mare. Napoli per l’area a ridosso del porto. Firenze per una parte della Leopolda. Bologna per una nuova edilizia sociale. E Genova per scuole e zone industriali.
E così via, con asili nido, parcheggi, scuole, ma anche aree di pregio.
I progetti arrivati sinora all’Anci sono 50, ma si potrebbe salire a 100. Il ministero dello Sviluppo intanto ha stanziato i primi 224 milioni.
Altre risorse arriveranno dal programma di risanamento energetico delle scuole (100 milioni) e dal Fia, il Fondo per l’abitare della Cassa depositi e prestiti che ha in dote 1,6 miliardi.
La cabina di regia del Piano, istituita dal decreto, si riunirà per la prima volta il 7 settembre. Ne fanno parte rappresentanti di enti locali, ministeri, Cdp e Demanio e dovranno votare i progetti pubblico-privati.
Agenda digitale. Bonus fiscali per la moneta elettronica
Molto attesa da imprese e cittadini, nonchè spesso annunciata e poi dimenticata, l’Agenda digitale sembra in dirittura d’arrivo.
Il progetto ha bisogno, per partire, tra i 300 e 400 milioni di euro che saranno recuperati dal ministero dello Sviluppo tra fondi regionali e comunitari riprogrammati. L’obiettivo è portare il Paese a velocità digitali compatibili con l’analoga Agenda europea: 2 mega al secondo per il 2013, 30 mega entro il 2020.
Non solo banda larga, però.
Il Piano prevede il rilancio di moneta e commercio elettronico, agevolando gli acquisti su Internet con sconti fiscali, la digitalizzazione di scuole, tribunali, ospedali e di tutta la pubblica amministrazione, l’alfabetizzazione digitale degli italiani.
E ricomprende pure i due progetti sul fascicolo sanitario elettronico e l’anagrafe centralizzata.
Le risorse pubbliche, anche qui, dovranno essere in grado di attirare corposi investimenti privati, stimati dal dicastero di Passera in 3 miliardi.
Parte del Piano è anche la predisposizione di potenti Data center, collocati nel Mezzogiorno a partire dalla Sardegna e finanziati da fondi Ue, che metteranno in comunicazione 7-8 mila server delle amministrazioni statali, per tagliare i costi e accrescere l’efficienza.
I trasporti. Fusioni per bus e treni locali
La novità più interessante del nuovo pacchetto crescita è arrivata ieri dal Meeting di Rimini, dove il viceministro allo Sviluppo, Ciaccia, ha annunciato l’esenzione totale dall’Iva per tutte le nuove opere infrastrutturali.
La proposta, che presto potrebbe diventare provvedimento, ha ricevuto subito il plauso di Confindustria (“Le nuove misure vanno nella giusta direzione”, ha commentato il presidente Squinzi), ma anche dei costruttori dell’Ance, di Autostrade per l’Italia e del presidente della Cassa depositi e prestiti, Bassanini che ha auspicato una sua estensione anche alle tlc.
L’idea è quella di “sterilizzare” l’Iva – in fase di costruzione dell’opera e in una prima fase di gestione – alle imprese che investiranno in “strade, autostrade, porti, interporti, alta velocità , energia, termovalorizzatori”, spiega Ciaccia.
E il tutto “senza sottrarre un euro all’Erario” perchè quelle opere, prive dell’incentivo, non partirebbero proprio. E perchè le entrate successive, “da stipendi e indotto e dall’opera stessa generatrice di Iva”, più che compenserebbero lo “sconto” fiscale.
Allo studio del dicastero, infine, c’è anche un piano sulle società del Trasporto pubblico locale, oltre 600 in Italia, che il ministro Passera vorrebbe concentrare.
I giovani. Sostegno ai tanti senza lavoro
La “generazione perduta” che “paga un conto salatissimo” per “la scarsa lungimiranza” di tanti governi nel passato – così come ha ripetuto il premier Monti, domenica scorsa a Rimini – dovrebbe tornare d’attualità , già a partire dal prossimo Consiglio dei ministri di venerdì.
Ufficialmente non esiste un Piano giovani, ma è chiaro che il governo pensa a qualche misura di sostegno ai tanti senza lavoro.
Così come a migliorare la formazione, valorizzando il merito e aprendo sempre più scuole e università italiane a esperienze all’estero.
Si partirà , a breve, da una prima verifica sulla riforma Fornero del lavoro. E sul suo strumento principe, l’apprendistato.
Il monitoraggio, previsto dalla riforma stessa, è ai blocchi di partenza. Ieri intanto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Catricalà , ha affidato a Twitter un annuncio importante: “È finalmente possibile per i giovani fino a 35 anni costituire una Srl con solo un euro di capitale. Non ci sono spese notarili. Un’opportunità “. Ricordando, così, la pubblicazione nei giorni scorsi sulla Gazzetta ufficiale del modello standard di atto costitutivo e statuto della Srl, che costerà ad un under 35 solo i 168 euro dell’imposta di registro.
Sconto possibile anche per gli over (ma il notaio non è gratis).
L’energia. Petrolio made in Italy e hub del gas
Tempi più lunghi per il Piano energia, il cui debutto è atteso solo a fine anno, al pari del progetto sugli aeroporti.
Il Piano, messo a punto dal ministero dello Sviluppo, poggia su quattro pilastri: efficienza energetica, trasformazione dell’Italia in hub europeo del gas proveniente dall’Africa del Nord e dall’Asia centrale, sviluppo “sostenibile” delle rinnovabili e rilancio della produzione nazionale di idrocarburi, destinata a raddoppiare in pochi anni e assicurare così il 20 per cento dei consumi interni.
A questo scopo, però, la normativa restrittiva sulle trivellazioni, prevista dal primo decreto Sviluppo (limite posto a 12 miglia della costa, lasciato inalterato), potrebbe essere rivista.
La Strategia energetica nazionale, da sottoporre poi al Cipe, conta di aumentare il Pil di mezzo punto e ridurre di 6 miliardi la bolletta energetica degli italiani, spingendo l’occupazione con 25 mila nuovi posti di lavoro, “stabili e addizionali”.
Il governo intende sostenere i progetti di metanodotti dall’Algeria e il “corridoio Sud” nell’Adriatico, oltre ai piani per quattro rigassificatori (approvati o in costruzione). Infine, i permessi per le perforazioni petrolifere saranno più semplici. Mentre gli incentivi sulle rinnovabili subiranno ancora altre potature.
Le aziende. Corsia preferenziale per le start-up
Il pacchetto dedicato alle imprese, uno dei primi a decollare in autunno, ruota attorno a un secondo round di semplificazioni, con il taglio degli adempimenti “extra” rispetto alle direttive comunitarie, e al lancio del Fondo per incentivare nuove start- up.
Il primo obiettivo – su cui lavorano due dicasteri, Sviluppo economico e Funzione Pubblica – mira a tagliare i costi (e i tempi) delle burocrazia.
Solo per fare un esempio, le imprese italiane spendono, per le autorizzazioni ambientali, un miliardo e 300 milioni l’anno.
Intanto, nelle prossime settimane, saranno finalmente operative le misure previste dal Semplifica-Italia che daranno un po’ di fiato alle aziende.
A partire dallo sportello unico per l’edilizia e, appunto, dall’autorizzazione unica ambientale per le pmi (ma sono 80 le norme da semplificare, per le associazioni di impresa).
Per quanto riguarda le start-up, nascerà un Fondo ad hoc con regìa unica che raccoglierà le risorse esistenti, disperse in altri 3 o 4 fondi, e agirà da volano per il venture capital, denari di privati disposti a investire su idee e progetti freschi e redditizi.
Sarà infine attivato uno “sportello” unico per le aziende estere che vogliono investire in Italia, con l’obiettivo anche qui di semplificare e attrarre.
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
CONTROLLATI 200 ESERCIZI, 400 VIOLAZIONI…DALLA BISCA CLANDESTINA CAMUFFATA DA ASSOCIAZIONE CULTURALE AI CONTI INTESTATI A PRESTANOMI
Dalla bisca clandestina “travestita” da centro culturale alle puntate illegali su conti intestati a “prestanome”.
Sono alcuni dei casi più eclatanti scoperti dagli uomini della Guardia di Finanza nel corso dei controlli eseguiti su tutto il territorio nazionale nel settore giochi e scommesse a partire dall’inizio dell’anno, con una serie di verifiche più serrate scattate sotto Olimpiadi.
Oltre 2000 gli esercizi controllati e più di le 400 violazioni contestate: centinaia i videopoker illegali e decine i centri di scommesse non autorizzati.
Il 20% degli esercizi è risultato irregolare.
Le verifiche delle Fiamme Gialle hanno interessato tutto il territorio nazionale.
Nel dettaglio, sono stati 2.088 gli esercizi controllati e 417 le violazioni contestate: sequestrati 233 videopoker illegali e 74 centri di scommesse non autorizzati, 185 le persone denunciate. Nel corso delle verifiche – iniziate durante l’ultima settimana dei Giochi Olimpici e proseguite nei giorni scorsi – i finanzieri hanno verificato l’iscrizione degli esercizi nell’apposito elenco, il possesso delle autorizzazioni, l’integrità degli apparecchi da gioco, il loro collegamento alla rete dei Monopoli e l’identità dei giocatori.
Molte e originali le truffe scoperte.
A Roma, ad esempio, è stata trovata una bisca clandestina nella sede di un’associazione culturale.
Quando i finanzieri hanno fatto irruzione, hanno visto ai tavoli da gioco ed ai videopoker giovani e pensionati di età tra 18 e 60 anni.
Il circolo è stato sequestrato ed il gestore, un pluripergiudicato per associazione a delinquere, denunciato.
A Padova, invece, un’associazione sportiva, che nascondeva una bisca clandestina con videopoker illegali, era stata posizionata a poca distanza da una sala da gioco autorizzata.
Il gestore della bisca attraeva i giocatori promettendo puntate illimitate e premi immediati in denaro, tant’è che sono state contestate anche numerose violazioni alle recenti norme che limitano i pagamenti in contanti a 1.000 euro. In provincia di Bari, con l’operazione “fatal bet”, sono stati sequestrati 30 esercizi, tra centri scommesse non autorizzati e punti vendita di gioco on-line che, invece, raccoglievano puntate illegali su conti intestati a “prestanome”.
I 64 responsabili sono stati tutti denunciati.
Le Fiamme Gialle di Sassari, invece, hanno passato al setaccio i centri scommesse della provincia dopo che un reparto territoriale ne aveva individuato uno collegato ad una rete illegale: 29 centri sono stati sequestrati e 30 gestori denunciati.
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