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MACRON SPIEGA IL MOTIVO DELLA SUA “VIGOROSA” STRETTA DI MANO A TRUMP

Maggio 28th, 2017 Riccardo Fucile

“UN MOMENTO DI VERITA’, MOSTRA CHE NON SI FANNO CONCESSIONI”

“La stretta di mano con Trump è stato un momento di verità “. Il presidente francese torna sulle immagini che hanno fatto il giro del mondo in cui era chiaro il vigore con cui stingeva la mano del presidente americano.
Qualcuno ha ipotizzato che The Donald non sia uscito “indenne” da quel momento di incontro e in molti si sono domandati se quella forza fosse intenzionale o meno.
Ora Macron chiarisce i dubbi.
“Non è stato un gesto innocente. Si deve mostrare che non farai nessuna piccola concessione, anche solo di natura simbolica”, ha spiegato il presidente francese a Le Journal du Dimanche.
L’ufficio di Macron ha confermato a The Associated Press la veridicità  dei commenti del presidente a Le Journal du Dimanche.
Nel loro primo incontro, a margine del Vertice della Nato, il presidente francese e l’inquilino della Casa Bianca si sono stretti a lungo e con forza la mano, quasi da perderne il fiato.
Ad un certo punto, Trump è sembrato voler mettere un termine al saluto, ma è stato Macron a non mollare. Per questo motivo molti lo hanno interpretato come un gesto di intesa diplomatica fra i due leader.
D’altronde Donald Trump è conosciuto per la sua tenace “stretta”.
Così il suo omologo francese ha voluto “sfidarlo” proprio sul suo campo di battaglia. “Donald Trump, il presidente turco e il presidente russo sono in una logica di equilibrio di potere, che non mi dà  fastidio” ha detto il capo dello Stato francese, che potrebbe anche essersi ispirato dalla tecnica di Justin Trudeau per evitare strette di mano invasive del Presidente degli Stati Uniti.

(da “Huffingtonpost”)

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G7, LOTTA AL PROTEZIONISMO NEL DOCUMENTO FINALE, SUCCESSO PER L’ITALIA

Maggio 27th, 2017 Riccardo Fucile

TRUMP E MERKEL DISERTANO LE CONFERENZE STAMPA FINALI… STALLO SUL CLIMA, MACRON E MERKEL INCALZANO TRUMP… STAMANE IL VERTICE CON I PAESI AFRICANI SUL TEMA MIGRAZIONI

Quello di oggi è il secondo e ultimo giorno di quello che è stato definito “il G7 più impegnativo degli ultimi anni”.
Dopo la prima giornata di vertice, conclusasi con l’accordo sul terrorismo, restano ancora divergenze tra i leader riguardo al clima, alla questione migranti e al commercio internazionale.
Secondo le prime indiscrezioni sul dossier finale del G7, è stata raggiunta un’intesa comune sul nodo della lotta al protezionismo.
Stallo invece sul rispetto degli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici: agli Stati Uniti è stato concesso più tempo per prendere una decisione.
Niente conferenza stampa finale per Trump e Merkel.
A sorpresa, la cancelliera tedesca e il presidente americano non parleranno al termine della seconda giornata di lavori del G7. Merkel avrà  solo un breve colloquio con i giornalisti tedeschi e non con la stampa internazionale.
Trump invece lascerà  Taormina dopo il pranzo di lavoro con gli altri leader, per recarsi alla base di Sigonella, dove parlerà  in quello che secondo il suo portavoce Sean Spicer “non sarà  solo un messaggio alle truppe” Usa.
Poi l’imbarco sull’Air Force One che lo riporterà  con la first lady Melania a Washington. Al suo posto, parleranno con la stampa il consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, generale H.R. McMaster, ed il direttore del Consiglio economico, Gary Cohn.
Decisioni insolite, che sottolineano il gelo tra i due leader dopo le polemiche emerse ieri in seguito ad alcune dichiarazioni di Trump, che ha definito i tedeschi “molto cattivi” sul commercio internazionale.
Si terranno invece regolarmente le conferenze del premier italiano Paolo Gentiloni alle 15, e a seguire, salvo cambiamenti di programma, quelle del presidente francese Emmanuel Macron, del premier giapponese Shinzo Abe e del premier canadese Justin Trudeau.
Già  nella giornata di ieri si era capito che le chance erano quasi nulle di vedere Trump davanti alla stampa. Soprattutto dopo le rivelazioni delle ultime ore di Washington Post e New York Times che sembrerebbero aggravare la posizione del genero del presidente, Jared Kushner, nella vicenda del Russiagate. E Trump non vuole chiudere il suo primo lungo viaggio all’estero con un incontro con i giornalisti che potrebbe metterlo in serio imbarazzo davanti al mondo intero. The Donald eviterà  anche domande scomode sui rapporti con la Germania e sulle sue parole sui tedeschi “molto cattivi”.
Sorprende ancora di più la decisione di Angela Merkel di non incontrare i giornalisti. La cancelliera avrà  solo un breve colloquio con i giornalisti tedeschi, non con la stampa internazionale. Si rincorrono le ipotesi per spiegare la decisione, ma a prevalere è l’interpretazione di non voler entrare nel durissimo scontro che ieri ha raggiunto il punto più alto proprio con Donald Trump, dopo la discussione, definita “vivace e franca” dalla Merkel, sulle accuse del presidente americano sulle pratiche commerciali di Berlino.
Clima.
Secondo alcune fonti al G7, dopo “un confronto franco e onesto” sulla questione del clima ci sarà  “un’unica dichiarazione a sette” al termine del vertice, nella quale i sei altri partner si impegneranno “a lasciare più tempo agli Stati Uniti per prendere una decisione sull’accordo di Parigi”. Una presa d’atto dello stallo sul tema del rispetto dell’accordo sui cambiamenti climatici. Indiscrezione confermata da un tweet di Donald Trump, che meno di un’ora prima dell’inizio delle prime conferenze stampa ha scritto: “Prenderò la mia decisione sull’accordo di Parigi la settimana prossima”.Proprio la discussione sul clima è stata definita “difficile, o piuttosto molto insoddisfacente” dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha specificato che “non ci sono segnali finora se gli Stati Uniti rimarranno o meno nell’accordo di Parigi”, definito “così importanti che non dovrebbero ammettere compromessi”.
Commercio internazionale.
“Abbiamo avuto discussioni molto dure sul commercio. Penso che abbiamo trovato una soluzione ragionevole. Ci impegniamo a un sistema basato sulle regole. E vogliamo far sì che il Wto abbia successo”. Queste le parole di Angela Merkel sul negoziato sul commercio estero e i surplus commerciali, che ha aggiunto: “Insieme manterremo i nostri mercati aperti rifiutando il protezionismo, ma anche le pratiche commerciali scorrette”, ha aggiunto. Sul tema, il nodo riguardava la decisione di includere o meno nel documento finale una condanna ad “ogni forma di protezionismo”. Gli Stati Uniti, pur continuando a prediligere la strada degli accordi bilaterali, avrebbero accettato che nel comunicato finale sia inserita l’espressione “lotta al protezionismo”. Un traguardo che, secondo fonti diplomatiche, è un grande successo della presidenza italiana e del G7 nel suo insieme.
Migranti.
Il tema è ancora in discussione nella riunione di oggi, ma da quanto trapela da Taormina c’è consenso sulla formulazione degli impegni sui migranti nel comunicato finale dei Sette. Non vi sarà  tuttavia un documento separato, allegato al comunicato, contenente un piano per la gestione dei flussi migratori.
Caso Russia-Ucraina.
All’ordine del giorno anche una discussione sulla crisi tra Russia e Ucraina: nel dossier finale i Sette Grandi si impegneranno a prendere “ulteriori azioni” nei confronti della Russia, se non rispetta gli accordi di Minsk sull’Ucraina. Sulla necessità  di non levare le sanzioni a Mosca ci sarebbe quindi anche l’accordo degli Usa.
Il vertice con i Paesi africani.
Il programma di stamattina prevedeva all’hotel San Domenico una sessione “outreach” dedicata al tema delle grandi migrazioni. Presenti i leader di Tunisia, Niger, Nigeria, Kenya ed Etiopia, alcune organizzazioni internazionali, il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres e Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale. Assente la premier britannica Theresa May, ripartita ieri pomeriggio per seguire da vicino le indagini sulla strage avvenuta lunedì a Manchester. Al termine del vertice, foto di gruppo in giardino, prima dell’inizio del nuovo vertice tra i ‘Sette Grandi’.
Ad aprire i lavori il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni: “Già  Taormina e la Sicilia dicono quanto è importante per noi il rapporto con l’Africa, ci troviamo nel cuore del Mediterraneo e oggi la discussione si concentra sull’esigenza di partnership a tutto campo tra G7, organismi internazionali e Paesi africani”. Il premier ha aggiunto che “oltre all’innovazione della produttività “, all’Africa servono “infrastrutture di qualità  e investimenti per lo sviluppo del capitale umano”, per poi ricordare che il prossimo G20, in programma il 7 e 8 luglio in Germania, “avrà  una linea di continuità  con l’incontro di oggi, dedicando attenzione particolare all’Africa e all’attrazione degli investimenti”. Il primo ministro italiano ha sottolineato come l’agenda del G7 debba dialogare “con quella per lo sviluppo per l’Africa, l’agenda 2063, che è un caposaldo strategico per lo sviluppo del Continente”.

(da “La Repubblica”)

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IL GENERO DI TRUMP E’ INDAGATO DALL’FBI PER IL RUSSIAGATE

Maggio 26th, 2017 Riccardo Fucile

IL MARITO DI IVANKA POTREBBE ABBANDONARE LA VISITA IN EUROPA AL SEGUITO DEL SUOCERO-PRESIDENTE

Jared Kushner è indagato. Quella che la scorsa settimana era solo un’ipotesi fatta circolare alla vigilia del primo viaggio internazionale di Donald Trump, adesso è realtà .
Il marito di Ivanka, il genero che è diventato il più potente tra i consiglieri del presidente, è finito nell’inchiesta sulle interferenze di Putin e del Cremlino durante la campagna elettorale 2016 come ‘persona di interesse’.
Gli investigatori del Bureau ritengono che abbia “informazioni rilevanti” ai fini dell’indagine ed è probabile che Kushner sia costretto ad abbandonare la visita in Europa al seguito del suocero-presidente, un viaggio in cui – soprattutto nelle tappe in Arabia Saudita e Israele – aveva avuto un ruolo di grande rilievo accanto al presidente
Lo scoop (di Washington Post e NbcNews) arriva nel tardo pomeriggio di Washington e raggiunge The Donald, il genero e la figlia in Europa quando è già  passata la mezzanotte.
Le diverse fonti del quotidiano e della rete tv sono d’accordo su un punto, Kushner al momento non è incriminato e la sua posizione nel Russiagate non è grave come quelle di Paul Manafort (l’ex direttore della campagna elettorale di Trump) e del generale Michael Flynn (il consigliere per la sicurezza nazionale costretto a dimettersi) i due ‘pesci grossi’ dell’indagine che rischiano pesanti incriminazioni (comprese quelle per reati finanziari).
Per Trump e per l’intera Casa Bianca è un brutto colpo. Gli agenti federali stanno seguendo la pista dei vari incontri che Kushner ha avuto con funzionari russi di primo piano e con uomini che fanno parte della cerchia ristretta degli amici di Putin.
In particolare gli incontri che si sono svolti a dicembre (con Trump già  eletto, ma non ancora insediato) con l’ambasciatore russo negli Usa Sergey Kislyak e con un banchiere di Mosca.
Uno degli avvocati del marito di Ivanka, Jamie Gorelick, ha dichiarato al Washington Post che il suo cliente “si era già  offerto volontariamente di rivelare al Congresso tutto quello che sa su questi incontri” e che quindi avrà  lo stesso atteggiamento “se contattato in relazione a qualsiasi altra inchiesta”.
La scorsa settimana, proprio mentre il presidente Trump era in partenza per il suo primo viaggio all’estero, proprio il Washington Post aveva rivelato che una persona a lui vicina e che lavora alla Casa Bianca era oggetto di interesse del Fbi nell’ambito dell’inchiesta Russiagate. Non era stata resa nota l’identità  ma il nome di Jared Kushner era circolato su diversi organi di stampa internazionali.
“Non posso confermare o negare l’esistenza o la non esistenza di indagini o soggetti di indagini”. Sarah Isgur Flores, portavoce del ministero di Giustizia, ha usato la classica formula che di fatto conferma quanto rivelato da Washington Post e da NbcNews ed anche il ‘no comment’ del Fbi è piuttosto indicativo. Le indagini stanno procedendo a ritmo serrato ed il ‘procuratore speciale’ (ed ex direttore del Fbi con Bush e Obama) Robert Mueller III ha garantito al Congresso che andrà  fino in fondo.
Il presidente della commissione vigilanza della Camera, il repubblicano Jason Chaffetz, ha intanto chiesto all’Fbi di produrre documenti circa i contatti dell’ex direttore del Bureau James Comey con la Casa Bianca e con il dipartimento di Giustizia, compreso materiale che va indietro nel tempo fino al 2013 e quindi all’amministrazione Obama. La richiesta in una lettera inviata al direttore dell’Fbi ad interim Andrew McCabe.

(da “La Repubblica”)

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RUSSIAGATE, L’ESPONENTE DELLA CASA BIANCA COINVOLTO SAREBBE IL GENERO DI TRUMP, JARED KUSHNER, IL MARITO DI IVANKA

Maggio 20th, 2017 Riccardo Fucile

NEL MIRINO DEGLI INVESTIGATORI UN ALTO FUNZIONARIO… L’INDISCREZIONE DELL’INDIPENDENT… L’EX CAPO DELL’FBI COMEY HA DECISO DI TESTIMONIARE DAVANTI ALLA COMMISSIONE DEL SENATO

Gli investigatori che indagano sui presunti rapporti tra l’amministrazione Trump e le autorità  russe avrebbero individuato un alto funzionario della Casa Bianca molto vicino al presidente come elemento chiave per fare luce sulla vicenda.
Lo rivela il Washington Post online, citando non meglio precisate fonti “molto vicine alla vicenda”.
Pur non volendo fare il nome del personaggio finito sotto la lente degli inquirenti, le fonti spiegano al WP che l’inchiesta è entrata in un fase più attiva e “scoperta”, passando da accertamenti riservati a interrogatori e citazioni di testimoni.
Finora le indagini sulle presunte ingerenze russe sulle presidenziali del 2016 ed i contatti tra membri dello staff di Trump e funzionari di Mosca, avevano riguardato ex membri della squadra della campagna elettorale ma nessuno che lo avesse seguito alla Casa Bianca.
Le stesse fonti sottolineano inoltre che gli investigatori restano concentrati soprattutto sulle persone che in passato hanno esercitato influenza sulla campagna elettorale di Trump e sulla sua amministrazione ma che attualmente non ne fanno più parte, compresi l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn e il presidente del comitato elettorale Paul Manafort.
E secondo alcuni media americani e britannici, tra cui l’Independent,   l’ alto funzionario della Casa Bianca che gli uomini dell’ Fbi che indagano sul Russiagate ritengono una “persona di interesse” e che vorrebbero ascoltare potrebbe essere il genero del presidente Jared Kushner.
Sempre sul caso Russiagate, il New York Times riporta oggi alcune parole pronunciate da Trump il 10 maggio incontrando nello Studio Ovale il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, e l’ambasciatore russo negli Stati Uniti.
Il licenziamento di James Comey dalla guida dell’Fbi alleggerisce la “forte pressione” su di me, avrebbe spiegato il presidente americano ai suoi ospiti.   “Mi trovavo sotto una forte pressione a causa della Russia” avrebbe ammesso Trump, definendo Comey un “pazzo, fuori di testa”.
Secondo la Cnn, in alcune conversazioni intercettate dagli 007 Usa durante la campagna presidenziale di Donald Trump, dei funzionari russi si vantarono di coltivare una forte relazione con l’ex generale Michael Flynn. Tanto da ipotizzare un suo utilizzo per influenzare il tycoon e la sua squadra. L’emittente americana spiega che tali conversazioni preoccuparono così tanto l’intelligence Usa che alcuni dei responsabili in seguito limitarono le informazioni da condividere con Flynn, nel frattempo nominato consigliere per la sicurezza nazionale.
Dal canto suo, l’ex direttore dell’Fbi, James Comey, ha comunque accettato di testimoniare davanti alla commissione Intelligence del Senato sul Russiagate, ovvero sui legami tra il presidente Donald Trump e il Cremlino. Lo ha reso noto la commissione presieduta dal repubblicano Richard Burr, indicando che la testimonianza sarà  a porte aperte ed è prevista subito dopo il Memorial Day che in calendario il prossimo 29 maggio.
I legali della Casa Bianca avrebbero comunque iniziato a studiare le procedure di impeachment per essere pronti nel caso in cui Donald Trump dovesse essere messo in stato di accusa. Lo rivela la Cnn, citando fonti dell’amministrazione che comunque sottolineano come al momento questo scenario resti un’ipotesi remota.
Nel corso dell’ultima settimana – riporta in particolare la Cnn – gli avvocati della Casa Bianca avrebbe consultato alcuni esperti in impeachment per raccogliere più informazioni possibili.

(da “La Repubblica”)

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TRUMP NOMINO’ FLYNN NONOSTANTE FOSSE STATO INFORMATO CHE ERA INDAGATO

Maggio 18th, 2017 Riccardo Fucile

18 CONTATTI CON LA RUSSIA IN CAMPAGNA ELETTORALE NEL MIRINO DELL’FBI

L’ex-capo dell’Fbi sotto George W. Bush, Robert Mueller, prenderà  in mano l’indagine sul Russiagate.
Con una mossa a sorpresa che ha spiazzato sia il mondo politico che i media, il Dipartimento di Giustizia nomina Mueller nel ruolo di “special counselor”, una sorta di super-procuratore indipendente, per portare avanti l’indagine sulle connessioni tra l’entourage del presidente e il governo di Vladiimir Putin.
Formalmente la nomina dello “special counselor” può essere un passaggio preliminare alla procedura dell’impeachment.
Nel caso della nomina di Mueller non è sotto inchiesta il presidente, almeno per ora. Si tratta invece di dare un marchio di credibilità  e di indipendenza alla gestione di un’inchiesta che è stata destabilizzata e politicizzata dalle ultime polemiche.
Trump non sarebbe stato neppure informato di questa nomina; la paternità  è del viceministro della Giustizia poichè il ministro Jeff Sessions è sfiorato anche lui dai sospetti sul Russiagate e si è dovuto ricusare da tutta la vicenda.
Dunque in un certo senso è la “tecno-struttura” del Dipartimento di Giustizia a firmare questo atto molto impegnativo, senza che ci siano direttive dalla Casa Bianca.
Il presidente degli Stati Uniti ha fatto comunque buon viso a cattivo gioco, affermando che la nomina di Mueller non potrà  che confermare la correttezza dei rapporti avuti con l’entourage di Putin.
Mueller si guadagnò un ampio rispetto bipartisan quando guidava l’Fbi durante l’attacco dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle. Al punto che alla scadenza del suo mandato decennale, Barack Obama fece la mossa inusuale di chiedergli un prolungamento di altri due anni.
Così Mueller, che oggi ha 72 anni, divenne il capo della Cia più longevo dopo il mitico Edgar Hoover.
Su una cosa non ci si deve illudere, però: i tempi di lavoro di uno “special counselor” sono lunghi, questa vicenda si dipanerà  per molti mesi, forse potrebbe arrivare fino alle elezioni di mid-term del 2018.
Ma come se non bastasse il Russiagate, per Trump continuano a piovere tegole.
Il New York Times rivela che Michael Flynn aveva avvertito il team dell’allora candidato presidente che era indagato per il suo lavoro di lobbista per la Turchia durante la campagna elettorale.
E lo ha fatto settimane prima dell’insediamento del tycoon alla Casa Bianca. Nonostante questo il presidente lo nominò consigliere per la sicurezza nazionale, dandogli così accesso alle informazioni più segrete degli 007 americani.
Il quotidiano newyorkese spiega che Flynn parlò della sua situazione a un esponente del transition team, Donald McGahn, oggi consulente legale della Casa Bianca.
In ogni caso Flynn e altri consulenti della squadra elettorale di Trump, di contatti con funzionari russi e Cremlino ne avrebbero avuti 18, tra   telefonate e mail, e tutti durante gli ultimi mesi della campagna per le presidenziali del 2016.
Secondo quanto riferiscono a Reuters funzionari Usa ben informati.
Sei dei 18 contatti finora non rivelati di cui Reuters ha appreso sono state telefonate fra l’ambasciatore russo negli Usa, Sergei Kislyak, e consulenti di Trump, compreso Flynn.
Le conversazioni tra Flynn e Kislyak si sono intensificate dopo le elezioni presidenziali dell’8 novembre e i due, secondo quattro fonti ufficiali Usa, hanno discusso dell’istituzione di un canale alternativo per la comunicazione fra Trump e Putin, che potesse bypassare la burocrazia della sicurezza nazionale Usa, considerata da entrambi ostile al miglioramento delle relazioni.
Oltre alle sei chiamate che coinvolgono Kislyak, le comunicazioni descritte a Reuters coinvolgevano altre 12 telefonate ed mail, o sms, fra rappresentanti russi o persone considerate vicine a Putin e consulenti della campagna di Trump.
Uno di questi contatti sarebbe partito da Viktor Medvedchuk, oligarca ucraino e politico: secondo le fonti non è chiaro con chi abbia parlato della campagna di Trump, ma avrebbe parlato di temi fra cui la cooperazione Usa-Russia.
Putin è il padrino della figlia di Medvedchuk, il quale ha negato di avere avuto contatti con membri della campagna di Trump.
Oltre a Medvedchuk e Kislyak, le identità  degli altri partecipanti ai contatti legati a Putin restano riservate, come pure i nomi dei consulenti di Trump coinvolti a parte Flynn. Le autorità  potrebbero richiederne la rivelazione per motivi di intelligence.
A gennaio la Casa Bianca di Trump aveva inizialmente negato ogni contatto con le autorità  russe durante la campagna del 2016.

(da “La Repubblica”)

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“TRUMP PAGATO DA PUTIN”: L’ACCUSA DEL REPUBBLICANO MCCARTHY IN UN AUDIO DIFFUSO DAL “WASHINGTON POST”

Maggio 18th, 2017 Riccardo Fucile

UNA CONVERSAZIONE AVVENUTA IL 15 GIUGNO SCORSO, IN PIENA CAMPAGNA ELETTORALE, TRA IL LEADER REPUBBLICANO E ALCUNI PARLAMENTARI… COSTRETTO AD AMMETTERE, ORA DICE: “E’ STATA UNA BATTUTA DI CATTIVO GUSTO”… MA IL TONO NON ERA SCHERZOSO

Un mese prima che Donald Trump vincesse la nomina repubblicana, Kevin McCarthy, leader della maggioranza e uno dei suoi alleati più vicini al Congresso, fece un’asserzione politicamente esplosiva in una conversazione privata a Capitol Hill con alcuni parlamentari repubblicani e di cui esisterebbe una registrazione ascoltata e verificata dal Washington Post: “Penso che Putin paghi Trump”.
McCarthy pronunciò la frase lo scorso 15 giugno, in piena campagna elettorale.
Secondo quanto riporta il quotidiano della capitale, disse più precisamente: “Ci sono due persone che penso Putin paghi: Rohrabacher e Trump”. Dana Rohrabacher è un repubblicano californiano conosciuto nel Congresso come fervente difensore di Putin e della Russia.
Lo speaker della Camera Paul D. Ryan, intervenne immediatamente fermando la conversazione, bloccando ulteriori affermazioni di McCarthy e ordinando ai repubblicani presenti di non farne parola.
Prima della conversazione, McCarthy e Ryan avevano tenuto due colloqui separati con il primo ministro ucraino Vladimir Groysman, che aveva descritto come tattica usuale del Cremlino quella di finanzianziare politici populisti per controllare, danneggiare e indebolire le istituzioni democratiche in Europa, soprattutto nei Paesi dell’Europa dell’est.
Al commento di McCarthy qualcuno dei presenti aveva tuttavia riso, ma lui aveva aggiunto: “Giuro su Dio”.
Ryan aveva poi detto: “Non diciamo niente, è così che si comporta una famiglia”.
Le osservazioni sono rimaste segrete per quasi un anno. E oggi, puntuale, McCarthy ha replicato su Twitter: “È stato un tentativo di umorismo andato male”.
Le rivelazioni del Washington Post sono nuove tegole in una giornata già  complessa per il presidente Usa, dopo che il dipartimento di Giustizia ha affidato l’inchiesta sull’interferenza della Russia nelle elezioni presidenziali e sui possibili legami tra la sua campagna elettorale e funzionari russi, a un procuratore speciale, l’ex capo dell’Fbi Robert Mueller.

(da agenzie)

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RUSSIAGATE, INDAGHERA’ UN EX CAPO DELL’FBI, DEMOCRATICI ALL’ATTACCO: “INCHIESTA SU TRUMP”

Maggio 18th, 2017 Riccardo Fucile

ANCHE I REPUBBLICANI ESIGONO SPIEGAZIONI

Lo spettro dell’impeachment torna a scuotere Washington, e il futuro di Donald Trump dipende ora da due cose: primo, le eventuali prove dell’ostruzione della giustizia contenute nel rapporto dell’ex direttore dell’Fbi Comey; secondo, la volontà  dei repubblicani di difenderlo.
Le prove  
Finora tre istituzioni, la Commissione Intelligence e la Commissione Giustizia del Senato, e l’Oversight Committe della Camera, hanno chiesto di ricevere il memo dove Comey aveva riportato l’incontro del febbraio scorso con Trump, in cui il presidente gli aveva chiesto di «lasciar andare» l’inchiesta Russiagate sull’ex consigliere per la sicurezza nazionale Flynn.
Jason Chaffetz, presidente dell’Oversigh Committee, ha fissato la data del 24 maggio per ricevere i documenti, e alle 9,30 di quella mattina vorrebbe tenere un’audizione con l’ex capo dell’Fbi.
Gli addetti ai lavori pensano che Comey e il Bureau abbiano altre rivelazioni nel cassetto, con cui potrebbero danneggiare il presidente.
Ieri sera, a sorpresa, il ministero della Giustizia ha affidato all’ex direttore dell’Fbi, Robert Mueller, la guida delle indagini sul Russiagate.
Le posizioni politiche  
I democratici sono compatti nell’attaccare Trump, e ieri il deputato del Texas Al Green ha chiesto formalmente l’impeachment.
I repubblicani sono più prudenti, non solo perchè Trump appartiene al loro partito, ma anche perchè la base resta con lui e potrebbe decidere le elezioni midterm del prossimo anno.
L’unico membro del Gop che ha accennato all’impeachment è stato il deputato del Michigan Justin Amash, secondo cui se le accuse del memo fossero confermate, il provvedimento sarebbe giustificato.
Il senatore McCain ha detto che lo scandalo «sta raggiungendo le proporzioni del Watergate», mentre le sue colleghe Susan Collins e Lisa Murkowski si sono dichiarate favorevoli alla nomina di un procuratore speciale.
Lo Speaker della Camera Ryan ha chiesto di conoscere i fatti, notando che «molte persone vogliono danneggiare il presidente». Quindi ha chiesto: «Perchè, se l’incontro in questione è avvenuto a febbraio, Comey ha aspettato fino ad ora per rivelarlo?». Trump, tenendo il discorso per la graduation dei cadetti della Coast Guard, si è difeso attaccando: «Nessun politico è stato mai trattato peggio, o in maniera più ingiusta di me. Ma quando ti attaccano, devi rispondere combattendo».
L’ostruzionismo alla giustizia è il reato per cui Nixon e Clinton furono sottoposti alla procedura di impeachment.
A parte i casi eclatanti, tipo un imputato che elimina un testimone, le Sections 1503, 1505 e 1512 del Title 18 lo definiscono come un atto volto a «ostruire, influenzare o impedire qualunque procedimento ufficiale». Per provarlo, però, è necessario dimostrare l’intento di bloccare la giustizia, che non è facile. «Spero che lasci andare Flynn» può bastare?
Wall Street in picchiata  
Il procedimento di impeachment comincia alla Camera, dove al momento i repubblicani hanno una maggioranza di 241 seggi contro 194. I democratici quindi avrebbero bisogno di convincere 24 deputati del Gop ad abbandonare Trump, per incastrarlo.
È difficile, a meno che non emergano prove schiaccianti di un reato. Se non ce la faranno, i democratici dovranno usare lo scandalo come arma per vincere le elezioni midterm del 2018, in modo da guadagnare 24 seggi e riprendere la maggioranza della Camera.
A quel punto avranno la capacità  numerica di forzare l’impeachment.
La misura dell’instabilità  creata dalla crisi l’ha data ieri l’indice Dow Jones, arrivando a perdere oltre 300 punti, il crollo peggiore da settembre, mentre il dollaro calava rispetto all’euro.
Se a questo si sommano le compagnie automobilistiche come la Ford che preparano pesanti tagli del personale, si capisce perchè l’emergenza mina le basi stesse della presidenza Trump.

(da “La Stampa”)

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“COME MI LIBERO DI TRUMP?”: NEGLI USA SI TORNA A PARLARE DI IMPEACHMENT

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

MA NON SI ESCLUDONO ALTRE VIE

Ogni giorno lo scontro politico che si sta consumando nel cuore delle istituzioni americane raggiunge un nuovo picco.
Di drammaticità  o di schizofrenia, a seconda di punti di vista mai così polarizzati come nell’era di internet, delle fake news e del rovesciamento dell’algoritmo che ha smesso di fare della grande stampa americana un potere pressochè incontrovertibile.
Così oggi ci si interroga sul futuro del presidente americano Donald Trump, con nuove voci che chiedono l’impeachment, prospettiva come vedremo molto improbabile.
Il tutto mentre gli oppositori del presidente cercano altre vie per “liberarsi di Trump”, e l’attivista e regista Michael Moore annuncia un documentario esplosivo che – promette – segnerà  la fine di The Donald.
“Can he survive?”. Se lo chiede, drammatizzando un po’ i toni, l’HuffPost Usa dopo l’ultima rivelazione del New York Times secondo cui Trump avrebbe chiesto all’ormai ex capo dell’Fbi James Comey di fermare l’indagine sul suo ex consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn.
Il titolo riassume un clima di incertezza alimentato dagli ultimi colpi di scena su Russiagate e guerra degli 007, un clima in cui si torna a parlare di dimissioni o impeachment del presidente. Per ora si tratta solo di voci isolate, che però sono lo specchio di uno scontro politico sempre più avvelenato ai massimi vertici delle istituzioni americane.
A tracciare un’altra via con cui “liberarsi di Trump” è il NyTimes, che in un editoriale a firma di Ross Douthat evoca la “soluzione del 25° emendamento”, in cui si affronta il tema della successione alla presidenza stabilendo le procedure.
Scrive il quotidiano:
“La presidenza non è un incarico come un altro. È diventata, per buone e cattive ragioni, un posto politico semi-monarchico, dove si è sottoposti a inimmaginabili pressioni, e al quale spettano decisioni che possono avere impatto sul mondo”, afferma Douthat, sottolineando che “non c’è bisogno di essere un supereroe per arrivare ad avere questa responsabilità . Ma servono degli attributi base: un ragionevole livello di curiosità  intellettuale, un livello manageriale di base, auto-controllo e competenza”. A Trump questi attributi “mancano tutti, alcuni forse non li ha mai avuti, altri probabilmente si sono atrofizzati con l’età . Ha certamente talento politico, carisma e una certa creatività  che manca ai normali politici. Non sarebbe stato eletto senza queste qualità . Ma non sono abbastanza, non possono riempire il vuoto lasciato dalle altre”.
La parola impeachment rimbalza da un sito all’altro nelle ultime ore, anche se resta un’ipotesi molto lontana e improbabile, come spiega ad Abc News Jonathan Turley, professore di Legge alla George Washington University.
Ma qualcosa sta cambiando in seno al partito repubblicano: secondo Politico, i repubblicani a Capitol Hill sarebbero vicini a “un punto di rottura con Trump” dopo le ultime rivelazioni sul suo pressing per bloccare l’indagine sul Russiagate.
Questa volta i repubblicani starebbero privatamente iniziando a preoccuparsi di dover, un giorno, sedersi per giudicare Trump, o che Comey sia in possesso di informazioni ancora più compromettenti al punto da costringere il presidente a dimettersi.
Politico parla di un “distinto spostamento” tra i repubblicani al Congresso, un cambio di atteggiamento da parte di chi, finora, si è trattenuto dal criticare Trump.
Non mancano i segnali ‘in chiaro’ di questa insofferenza.
A cominciare dalla richiesta all’Fbi di consegnare tutti i documenti relativi alle comunicazioni tra il presidente e l’ex direttore dell’agenzia, avanzata da Jason Chaffetz, presidente repubblicano della Commissione di vigilanza della Camera, ovvero la principale commissione investigativa dell’Aula.
Chaffetz ha inviato una lettera all’Fbi poche ore dopo l’articolo del New York Times che ha rivelato che Trump avrebbe chiesto a Comey di bloccare le indagini sui rapporti tra l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale, Michael Flynn, e i russi.
Una richiesta supportata dallo speaker della Camera, Paul Ryan, secondo cui “è necessario fare chiarezza su tutti i fatti”.
Il deputato repubblicano Adam Kinzinger ha detto di credere che sia arrivato il momento di istituire una commissione indipendente o di incaricare un procuratore speciale per indagare sui legami tra la campagna elettorale dell’attuale presidente e la Russia.
“Credo che sia il momento di fare il necessario per fare in modo che, quando sarà  tutto finito, gli americani abbiano la sicurezza che sia stata fatta giustizia […] È il momento di una commissione indipendente o di un procuratore speciale”, ha detto alla Cnn.
Più dura la posizione del repubblicano John McCain. “Abbiamo già  visto questo film, sono state raggiunte le dimensioni e la scala del Watergate, ogni due giorni c’è una nuova rivelazione”, ha commentato l’anziano senatore della vecchia guardia che in questi mesi ha più volte preso posizioni critiche nei confronti di Trump.
Parlando con Bob Schieffer, il famoso ex conduttore di Face The Nation, show politico della Cbs, l’ex candidato alla Casa Bianca ha dato a Trump lo stesso consiglio “che lei diede a Richard Nixon e che lui non seguì: fai chiarezza su tutto, non finirà  fino a quando ogni aspetto sarà  esaminato a fondo e gli americani potranno dare il loro giudizio. E più si rimanda, più la cosa si fa lunga”.
A chiedere apertamente l’impeachment è il senatore indipendente Angus King, secondo cui le rivelazioni contenute nel memorandum di Comey al centro dello scoop del NyTimes rasentano “la definizione legale di intralcio alla giustizia” e potrebbero giustificare una procedura di impeachment.
“Se è vero e confermato penso che si avvicini molto alla definizione legale di intralcio alla giustizia”, ha detto King in un’intervista alla Cnn. Il senatore ha aggiunto, rispondendo a una domanda, che questo potrebbe condurre all’impeachment di Trump. “Con riluttanza devo dire di sì semplicemente perchè l’intralcio alla giustizia è un reato grave, e lo dico con tristezza e riluttanza”. King ha aggiunto che la “Costituzione è molto chiara” prevedendo l’impeachment di un presidente in caso di “reati o misfatti gravi”.
Deputati e senatori dell’opposizione democratica sventolano l’ipotesi dell’impeachment ormai da mesi, fin dall’inizio dell’era Trump.
Una circostanza che indica come le voci di impeachment, in realtà , rientrino più nel campo delle strategie politiche che delle prospettive concrete.
Nella storia americana solo due presidenti sono stati oggetto di impeachment: Bill Clinton (1998) e Andrew Johnson (1868).
L’impeachment di Nixon per il caso Watergate fu approvato in Commissione, ma il presidente si dimise prima che l’Aula della Camera potesse votare.
Secondo la Costituzione statunitense, una maggioranza semplice alla Camera potrebbe votare l’impeachment per “tradimento, corruzione o altri gravi crimini o misfatti”.
Serve però poi la conferma con un voto dei due terzi del Senato. Nè Clinton nè Jonhson furono rimossi, perchè se la Camera votò a maggioranza semplice per l’impeachment, la mozione non ottenne il voto favorevole dei due terzi del Senato.
Sia nel caso di Nixon sia nel caso di Clinton uno dei reati contestati ai presidenti era quello di “intralcio alla giustizia”, lo stesso che si comincia a ipotizzare per Trump.
Almeno per ora, Trump di fatto non rischia nulla in un Congresso dominato dal partito repubblicano.
Servirebbe una rivolta di massa del partito contro il presidente, come avvenne nel caso di Nixon, che lasciò proprio per l’impraticabilità  politica della sua permanenza alla Casa Bianca.
Per il tycoon, non si tratta in ogni caso di una minaccia imminente: anche con un Congresso desideroso di far fuori il presidente, servirebbero comunque diversi mesi per realizzare una qualsiasi procedura di impeachment.

(da “HuffingtonPost”)

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TRUMP NEI GUAI FINO AL COLLO: ORDINO’ ALL’FBI DI INSABBIARE IL RUSSIAGATE

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

COMEY, IL CAPO DEL FBI LICENZIATO, RIVELA CHE A FEBBRAIO DONALD GLI CHIESE DI FERMARE LE INDAGINI SUL GENERALE FLYNN E SUI SUOI CONTATTI CON MOSCA

La vendetta di James Comey arriva in un “memo”, abbreviazione per memorandum. Un dossier, insomma, in cui l’ex-capo dell’Fbi licenziato in tronco la settimana scorsa vuota il sacco e inchioda il presidente.
L’accusa è grave: in un incontro fra i due a febbraio, Donald Trump chiese al capo dell’Fbi d’insabbiare l’indagine sul Russia-gate. In particolare l’inchiesta che la polizia federale (che ha anche responsabilità  di contro-spionaggio) stava svolgendo sul generale Michael Flynn.
Il ruolo di Flynn nel Russiagate.
Quest’ultimo è una figura centrale nel Russia-gate. Trump nominò Flynn come suo massimo consigliere per la sicurezza nazionale, cioè capo del National Security Council che all’interno della Casa Bianca è la cabina di regìa di politica estera, difesa, anti-terrorismo.
Ma Flynn aveva nascosto una serie di rapporti con la Russia, incontri clandestini con l’ambasciatore di Vladimir Putin durante la campagna elettorale, perfino pagamenti ricevuti. Di fronte alle rivelazioni Trump dovette cacciarlo.
La posizione di Flynn ha continuato ad aggravarsi, ora è stato convocato dalla commissione d’inchiesta parlamentare e su di lui pende un “sub-poena” cioè l’obbligo di testimoniare sotto giuramento.
Il timore della Casa Bianca, si presume, è che dalla testimonianza di Flynn possano uscire altre rivelazioni compromettenti. Per esempio sul fatto che Trump fosse al corrente dei contatti coi russi in campagna elettorale? (Va ricordato che la stessa campagna fu contrassegnata da ripetuti attacchi di hacker russi contro Hillary Clinton). Ora arriva l’ultimo colpo di scena.
Già  si sapeva – lo stesso Trump non ne ha fatto mistero – che dietro il licenziamento di Comey c’era l’esasperazione del presidente per l’indagine dell’Fbi sul Russia-gate, tuttora in corso e che genera prove utilizzabili nell’ambito della commissione parlamentare.
La soffiata al New York Times indica che il presidente aveva tentato d’interferire pesantemente nel lavoro della polizia federale, che è indipendente dalle direttive dell’esecutivo. Quella richiesta d’insabbiare l’indagine sul Russia-gate che a febbraio Comey respinse, “firmando” così la propria uscita di scena, è ai limiti dell’abuso di potere.
I colloqui tra Trump e Comey.
Comey, rivela il Nyt, creò un memorandum – inclusi alcuni appunti che sono classificati – su ognuna delle telefonate e gli incontri avuti con il presidente.
Non è chiaro se Comey denunciò al ministero della Giustizia, da cui dipende, la conversazione avuta con Trump e la sua richiesta e l’esistenza degli appunti.
Comey vide Trump il 14 febbraio, il giorno dopo le dimissioni di Flynn, costretto a lasciare l’incarico perche’, si era scoperto, aveva mentito al vicepresidente Mike Pence assicurandogli che non c’era nulla di male nella telefonata con l’ambasciatore russo.
Quel giorno, ricostruisce il Times, Comey era nello Studio Ovale con Trump ed altri vertici della sicurezza nazionale per un briefing sul terrorismo.
“Quando la riunione si concluse Trump disse ai presenti, incluso Pence e dil ministro della Giustizia Jeff Session, di lasciare la stanza per restare da solo con Comey”.
Una volta solo Trump inizò un filippica contro le fughe di notizie suggerendo a Comey di “considerare (l’opzione) di mettere in prigione i reporter per pubblicare informazioni classificate prima di affrontare l’argomento Flynn” riferisce una delle due persone vicine a Comey, che hanno parlato con il Times.
Comey “si consultò con i suoi più stretti consiglieri sull’accaduto e tutti condivisero l’impressione che Trump avesse cercato di influenzare l’indagine (un accusa che ove mai trovasse una conferma indipendente potrebbe configurare il gravissimo delitto di ‘intralcio della giustizia’, per cui in questo caso Trump rischierebbe la presidenza, ndr) ma tutti decisero che avrebbero cercato di mantenere segreta la conversazione (con Trump), anche agli stessi agenti dell’Fbi che stavano conducendo l’inchiesta sul Russiagate, in modo che la richiesta del presidente non influenzasse il loro lavoro”.
Il pezzo del Times sembra suggerire che l’avvertimento minaccioso di Trump a Comey, all’indomani del suo licenziamento, di stare attento a cosa avrebbe deciso di far filtrare alla stampa perchè potrebbero esserci “registrazioni degli incontri”, non preoccupi affatto Comey.
Da sottolineare anche il fatto che il New York Times rivela la sua fonte: uno stretto collaboratore di Comey. La guerra dell’intelligence contro il presidente, a colpi di dossier e fughe di notizie, diventa sempre più spietata.
La risposta della Casa Bianca.
La Casa Bianca nega che il presidente Donald Trump abbia chiesto all’ex capo dell’Fbi, James Comey, licenziato in tronco lo scorso 9 maggio, di fermare l’indagine sul suo ex consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn.
Repubblicani spaccati.
Il presidente della commissione di vigilanza della Camera, il repubblicano Jason Chaffez, chiede all’Fbi di consegnare tutti i documenti e le registrazioni delle comunicazioni fra l’ex direttore dell’Fbi, James Comey, e il presidente Donald Trump. La richiesta mostra la spaccatura all’interno del partito repubblicano, all’interno del quale solo in pochi difendono Trump. Molti preferiscono tacere. Per gli esperti questo è il ‘momento della verità ‘ nel partito.
Democratici all’attacco.
E insorgono i democratici, dopo questa nuova tegola sulla testa del presidente Usa. ”Quando è troppo è troppo” sbotta il parlamentare democratico, Adam Schiff.
”Il paese viene messo sotto esame in un modo senza precedenti. La storia ci sta a guardare” tuona Chuck Schumer, il leader della minoranza democratica in Senato. ”Servono i mandati per ottenere i documenti legati a Flynn” dice il parlamentare Elijah Cummings. Nancy
Pelosi, leader dei democratici alla Camera, parla di ”assalto alla legge”: se la ricostruzione di Comey è vera, il presidente ”ha commesso un grave abuso del suo potere esecutivo. Nel peggiore dei casi si è trattato di ostruzione alla giustizia”.

(da “La Repubblica”)

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