Maggio 16th, 2017 Riccardo Fucile
LO GIUDICA POSITIVAMENTE SOLO IL 20%… PERSINO IL 24% DEI LEGHISTI HA PERSO FIDUCIA IN LUI
Il sondaggio dell’istituto demoscopico Swg non lascia adito a dubbi: il 54% degli itlaliani ritiene “un
disastro” i primi 100 giorni della presidenza Trump.
Solo il 20% azzarda un “buon inizio” mentre il 26% preferisce non esprimersi.
Il peggior risultato in termini di gradimento viene raccolto tra le file degli elettori del Pd: coloro che votano il partito di Renzi rispondono in massa contro Donald Trump, ben il 71%.
Anche chi vota Forza Italia ritiene un disastro il presidente americano per un 49% contro un 29% che per ora lo assolve.
Persino tra gli elettori della Lega, notoriamnete sostenitori di Trump, ben il 26% lo boccia, contro un 56% che lo appoggia ancora.
Infine il M5S: lo boccia il 51% dei grillini, contro appena un 23% che lo giustifica.
Ancora peggio va a Trump il giudizio di quegli elettori indecisi, non schierati: bocciato dal 55% , assolto solo dal 15%
(da “Termometro Politico”)
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Maggio 16th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO L’AMMISSIONE DEL PRESIDENTE DI AVER CONDIVISO INFORMAZIONI TOP SECRET COI RUSSI, ANCHE GLI EUROPEI NON SI FIDANO PIU’
«Come presidente volevo condividere con la Russia (durante un incontro alla Casa Bianca programmato pubblicamente), cosa che ho il diritto assoluto di fare, fatti relativi al terrorismo e alla sicurezza del volo aereo. Ragioni umanitarie, inoltre voglio che la Russia rafforzi notevolmente la sua lotta contro l’Isis e il terrorismo»: così il presidente Usa Donald Trump ha commentato in un tweet le accuse del Washington Post di avere rivelato informazioni top secret alla Russia.
“Ho chiesto da mesi all’intelligence di trovare talpe”
«Avevo chiesto al direttore Comey e ad altri, fin dall’inizio della mia amministrazione, di trovare le talpe all’interno della comunità di intelligence…» aggiunge Trump tornando indirettamente a intervenire sulle indiscrezioni del Washington Post, secondo il quale il presidente americano avrebbe rivelato segreti sull’Isis al ministro degli Esteri russo.
Lo spettro impeachment
Se è vero che Donald Trump ha rivelato un’informazione altamente classificata al ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov e all’ambasciatore di Mosca in Usa Serghiei Kisliak potrebbero esserci le basi per un impeachment del presidente americano: lo sostengono avvocati specializzati in tema di sicurezza nazionale in un post pubblicato sul blog di affari legali Lawfare, secondo quanto riporta il quotidiano britannico Independent.
Le rivelazioni potrebbero costituire «una violazione del giuramento del presidente», che potrebbe portare al suo impeachment, affermano i legali, tra i quali c’è anche un docente della Harvard Law School.
Secondo il Washington Post, l’informazione rivelata dal presidente riguarderebbe la minaccia legata all’uso dei laptop in aereo.
«Se il presidente ha rivelato questa informazione per disattenzione o trascuratezza, presumibilmente ha violato il suo giuramento», sottolineano gli avvocati, che citano casi passati in cui le violazioni del giuramento sono state usate – o valutate seriamente – come motivo di impeachment: tra questi i casi di Andrew Johnson, Richard Nixon e Bill Clinton.
«Non c’è alcun motivo per cui il Congresso non possa considerare una grottesca violazione del giuramento del presidente come unica base per l’impeachment…», concludono gli esperti.
(da agenzie)
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Maggio 16th, 2017 Riccardo Fucile
I SENATORI REPUBBLICANI PREOCCUPATI: “SIAMO VICINI AL CAOS”
Lasciamo il commento all’ultima follia di Donald Trump, che ogni giorno ci regala una nuova pagina
della sua inquietante avventura tra l’irresponsabilità e il ridicolo, non ai cattivi giornali, non ai media ostili, non a quelli che lui chiama i produttori di “fake news” o agli avversari politici, ma a un senatore repubblicano, Bob Corker del Tennessee.
“La Casa Bianca è in una spirale discendente. Deve fare qualche cosa al più presto per uscirne, per rimettere ordine e riportare le cose sotto controllo. Il caos che stanno creando produce una siuazione preoccupante”.
Bob Corker è il presidente della Commissione Esteri del Senato, non l’ultimo arrivato con la piena elettorale.
Tra i repubblicani comincia a insinuarsi il panico.
Se l’indice di popolarità di Trump, in caduta libera anche nei sondaggi del pur fedelissimo Rasmussen, dovesse scendere ancora e avvicinarsi al 30% dal 39% di oggi, il malumore e la preoccupazione che si intravvedono per la incompetenza e la irresponsabilità di Trump si trasfomerebbero in un “si salvi chi può” e in una corsa generale alle uscite di sicurezza.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 16th, 2017 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO CITA COME FONTI “FUNZIONARI ATTUALI E PRECEDENTI”… LA SMENTITA E’ PARZIALE, ORA TRUMP RISCHIA GROSSO
E’ l’ultimo sviluppo del Russia-gate, il più clamoroso e potenzialmente destabilizzante.
Stavolta l’accusato è Donald Trump in persona. Avrebbe “trasmesso informazioni top secret al ministro degli Esteri russo e al suo ambasciatore”. Non in campagna elettorale. Qui si parla di un incontro avvenuto la settimana scorsa, alla Casa Bianca. Quindi l’accusa investe il presidente in carica, non il candidato come molte altre storie relative alla Putin-connection.
La notizia-bomba è l’apertura del sito del Washington Post. Il quotidiano della capitale cita come sue fonti “funzionari attuali e precedenti”, cioè sia dell’Amministrazione Trump che del governo Obama.
Sempre secondo il Washington Post, i segreti in questione — “highly classified”, cioè la categoria più elevata per livello di riservatezza — riguarderebbero lo Stato Islamico o Isis.
Quelle informazioni sarebbero state fornite all’Amministrazione Usa da un partner straniero, un governo alleato, che non ha dato agli americani il permesso di divulgarle a terzi.
Passando le notizie segrete ai russi, Trump avrebbe quindi “messo in pericolo una fonte d’intelligence cruciale”.
L’accusa pesantissima s’inserisce nel clima già rovente a Washington dopo il licenziamento in tronco dell’ex capo dell’Fbi James Comey, inviso a Trump proprio perchè guidava le indagini sul Russia-gate.
Naturalmente sorge il sospetto che anche quest’accusa faccia parte della guerra intestina all’Amministrazione, dove pezzi interi dell’intelligence e ovviamente dell’Fbi sono in aperto contrasto con questo presidente.
Il lungo articolo sul sito del Washington Post descrive come, nel corso del lungo e amichevole colloquio della scorsa settimana fra Trump, il ministro russo Sergei Lavrov, e l’ambasciatore Sergey Kislyak, il president americano si sia “discostato dalla traccia che doveva seguire” e abbia cominciato a rivelare dettagli su una minaccia di attentati dell’Isis attraverso computer portatili sugli aerei.
La minaccia in questione è quella che ha portato gli Stati Uniti a vietare laptop e tablet in cabina su tutti i voli in provenienza da 10 aeroporti del Medio Oriente. Vantandosi con Lavrov “delle grandi notizie che ricevo dall’intelligence”, Trump avrebbe rivelato dettagli top secret
L’incontro con Lavrov e l’ambasciatore russo peraltro era già stato al centro di polemiche per la sua tempistica: esattamente il giorno dopo il licenziamento del capo dell’Fbi che indagava sul Russia-gate.
Di fronte all’accusa del Washington Post, la Casa Bianca già corre ai ripari.
Interviene in persona il generale McMaster, capo del National Security Council e quindi massimo consigliere presidenziale, a spiegare che il presidente ha l’autorità per “de-secretare” qualsiasi informazione.
E quindi per definizione non può compiere alcun reato se divulga notizie “classified”, perchè dal momento che lo fa lui smettono di essere coperte dal segreto di Stato.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
UN DEPUTATO STA PREPARANDO UNA LEGGE PER PORTARSI AVANTI NEL LAVORO, CONVINTO CHE IL PRESIDENTE PRESENTI CHIARI SEGNI DI DISTURBO MENTALE
La costituzione americana prevede che un presidente possa essere destituito perchè incapace
fisicamente o mentalmente di svolgere il suo ruolo, ma non esiste una legge per attuare questa disposizione.
Un deputato democratico, Jamie Raskin, ci ha però pensato e ha già preparato il testo. Convinto che il presidente Donal Trump presenti segni di “disturbo mentale”, Raskin sa bene che la sua legge potrà difficilmente passare ora in un Congresso a maggioranza repubblicana.
Ma spiega però di aver voluto mettere a punto il meccanismo nel caso una parte dei repubblicani si rivolti contro Trump. “Questo è un presidente che ha insistito nel dire che il padre del senatore Ted Cruz è implicato nell’assassinio di John Kennedy e che Barack Obama è nato in Indonesia, che ha detto clamorose bugie e non le ha mai ritrattate. Questo è un segno di grave disturbo mentale”, ha dichiarato Raskin, presentando il suo progetto.
Al primo mandato da deputato democratico del Maryland, Raskin è professore di diritto costituzionale.
Il testo messo a punto prevede l’attivazione della quarta sezione del 25esimo emendamento, con la creazione di una commissione permanente di undici membri che avranno il compito di determinare se il presidente sia psicologicamente o fisicamente in grado di svolgere il suo ufficio.
La commissione dovrà essere formata da quattro medici e quattro psichiatri scelti dallo speaker della Camera e i capogruppo dei due partiti di Camera e Senato, oltre a due statisti a riposo indicati dai partiti repubblicano e democratico.
I dieci membri dovranno a loro volta sceglierne un undicesimo che presiederà la commissione.
Gli undici potranno valutare lo stato di salute fisica e mentale del presidente solo su richiesta del Congresso, al quale dovranno poi riferire le loro conclusioni. Se il presidente verrà riconosciuto incapace, il suo vice assumerà le sue funzioni.
(da “NextQuotidiano“)
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Maggio 12th, 2017 Riccardo Fucile
TRUMP RINUNCIA ALLA VISITA ALLA SEDE DELL’FBI: “NON SAREBBE BEN ACCOLTO”
Temperatura bollente al dipartimento di giustizia americano. Non accenna a spegnersi l’incendio
mediatico scatenato dall’improvviso licenziamento del capo Fbi James Comey da parte del presidente Donald Trump.
Il leader della maggioranza repubblicana al Senato Usa, Mitch McConnell, ha infatti concordato con il leader della minoranza democratica al Senato, Chuck Schumer, di invitare il numero due del dipartimento di Giustizia, Rod Rosenstein, a parlare in aula davanti ai senatori del licenziamento del direttore dell’agenzia. Ad annunciarlo è stato lo stesso Schumer al Senato.
La notizia arriva all’indomani della decisione, sempre da parte del Senato di inviare un mandato di comparizione all’ex consigliere per la Sicurezza Mike Flynn.
Rod Rosenstein è il protagonista di questi giorni per aver firmato il memo consegnato al presidente Donald Trump contenente le valutazioni e le raccomandazioni del dipartimento di Giustizia per procedere con la rimozione di Comey e che era stato indicato dalla Casa Bianca in una prima ricostruzione dei fatti, come il suggeritore del clamoroso licenziamento.
La versione di Rosestein.
Il vice alla Giustizia anche se ha negato di aver minacciato le dimissioni, ha smentito la versione fornita dalla Casa Bianca secondo la quale Trump avrebbe cacciato Comey solo per seguire il suggerimento contenuto nel memorandum. È stato lo stesso Trump a scavalcare l’ufficio stampa della Casa Bianca e a dire che lui aveva già deciso da solo di far fuori Comey, “a prescindere” dalle raccomandazioni di Rosenstein.
La cena di Comey alla Casa Bianca.
Ma proprio oggi il New York Times ha scritto, citando fonti informative riservate, che sette giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca il presidente Donald Trump invitò a cena il direttore dell’Fbi James Comey. La risposta fu una garanzie di “onestà “, ma Comey declinò la promessa di lealtà , affermando di non poter essere “affidabile” nel senso politico convenzionale.
Comey ritiene adesso quella circostanza sia la causa di quanto accaduto nei giorni scorsi. La Casa Bianca contesta la ricostruzione riferita dal Nyt: “Non crediamo sia accurata”, ha detto la vice portavoce Sarah Sanders, affermando che il presidente Trump “non lascerebbe mai intendere di aspettarsi lealtà personale, soltanto lealtà verso il nostro Paese”.
La versione di Trump.
Ricostruendo in un’intervista alla Nbc il percorso che lo ha portato a licenziare Comey, Trump ha ammesso che ha pesato anche l’indagine in corso sui contatti da membri della sua campagna e rappresentanti dell’intelligence russa.
“Di fatto, quando ho deciso su questa cosa mi sono detto: questa cosa russa con Trump e la Russia è una cosa inventata, è una scusa dei democratici” ha dichiarato il presidente all’intervistatore Lester Holt.
Inoltre Trump ha negato anche la versione iniziale data dalla Casa Bianca che il licenziamento sia stato legato alla gestione di Comey dell’indagine sulle email di Hillary Clinton. Sul Russiagate Trump ha comunque detto di volerer un’inchiesta “assolutamente corretta”. “Voglio che sia ben fatta, che vada fino in fondo. Se la Russia ha hackerato, se la Russia ha avuto a che fare in qualche modo con le nostre elezioni, voglio saperlo”
Le indagini su Russiagate.
Intanto i ministri della Giustizia di 20 Stati americani su 50 hanno scritto allo stesso viceministro per chiedergli di nominare un procuratore speciale (un inquirente indipendente dall’amministrazione Trump e non un funzionario del governo) affinchè indaghi sul cosiddetto Russiagate (le ingerenze di Mosca nelle presidenziali ed i contatti di alcuni consiglieri con funzionari russi).
Secondo quanto riferisce la rete Abc, che cita l’agenzia statunitense Associated Press, a scrivere la lettera è stato un gruppo di responsabili della Giustizia guidato dal ministro democratico del Massachusetts, Maura Healey, che ha definito il licenziamento di Comey “una violazione della fiducia dell’opinione pubblica”
La lettera.
Il gruppo sostiene nella lettera inviata a Rosesnstein (che ha il potere di nominare un procuratore speciale, visto che il suo capo, il ministro Jeff Session si è dovuto astenere dalle indagini sul Russiagate perchè potenzialmente coinvolto), che questa è l’unica strada per ristabilire la fiducia del pubblico nel sistema.
La Casa Bianca ha sostenuto che la nomina di un procuratore speciale non è necessaria. La lettera è stata firmata, oltre che da Healey del Massachusetts, dai ministri della Giustizia di California, Connecticut, Delaware, District of Columbia, Hawaii, Iowa, Illinois, Maine, Maryland, Minnesota, New Mexico, New York, North Cariluina, Oregon, Pennsylvania, Rhode ISland, Virginia, Vermont e Washington.
Trump rinuncia a visita a Fbi.
Sembra che il presidente abbia abbandonato l’idea di visitare il quartier generale dell’Fbi. Secondo Nbc, che cita fonti interne all’amministrazione, sarebbero stati gli agenti dello stesso Bureau a far cambiare idea alla Casa Bianca, spiegando che il presidente non avrebbe ricevuto un caloroso benvenuto.
La notizia che Trump stesse considerando una tappa nella sede dell’Fbi era stata anticipata dalla portavoce Sarah Huckabee Sanders. Lo shock e lo stordimento seguito alla rimozione di Comey, molto popolare tra i suoi agenti, è ancora vivo. Alcuni di loro avrebbero confidato che, nonostante abbiano votato per lui a novembre, questa volta non sarebbe stato accolto con applausi e sorrisi. “Penso che si sentano ancora fedeli a Comey”, ha detto un fonte citata ancora dalla Nbc
Molti agenti Fbi cambiano profilo Fb.
Gli agenti dell’Fbi sono arrabbiati per il licenziamento in tronco di Comey. Tanto che in molti hanno deciso di cambiare temporaneamente il loro profilo privato Facebook con una foto in cui compare Comey, un gesto solitamente riservato ai colleghi che muoiono in servizio.
“Tutti si sentono come se avessero avuto un lutto in famiglia”, ha scritto il Daily Beast, raccogliendo la testimonianza di uno di loro al Bureau.
Giovedì, di fronte alla commissione Intelligence del Senato, il direttore ad interim Andrew McCabe, ha sostenuto che Comey “godeva dell’ampio sostegno del Bureau, così come ancora oggi”.
Si respira quindi una brutta atmosfera all’interno del quartiere generale. “Ci sarà diffidenza nei confronti del nuovo direttore”, ha aggiunto un altro agente al Daily. Chiunque sarà scelto solleverà “sospetti perchè il presidente è impopolare”.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 11th, 2017 Riccardo Fucile
SI RIPETE LA VICENDA DEL 1973, QUANTO NIXON CACCIO’ IL PROCURATORE CHE INDAGAVA SUL WATERGATE…E DIVENTO’ “LA NOTTE DEL MASSACRO DEL SABATO SERA”
È quell’odore acre di paura, quel sentore di “noi contro il resto del mondo” sprigionato oggi dalla Casa
Bianca di Trump che riporta l’America ai giorni cupi di Nixon e del Watergate.
Alle sei della sera di martedì, quando la guardia del corpo del presidente ha consegnato di persona la lettera di licenziamento del direttore Jim Comey alla reception dell’Fbi come un Pony express, i campanelli d’allarme della memoria hanno cominciato a suonare e gli altoparlanti dei televisori a gridare il nome che a quasi 45 anni dopo ancora rimbomba nella memoria storica della nazione, fra terrore e speranza: “Impeachment”.
Tanti sono gli anni che dividono la presidenza Trump dai giorni dell’autunno 1973 quando un Richard Nixon ormai lambito sempre più da vicino dalle inchieste sullo scasso del quartier generale Democratico nel palazzo del Watergate e sui tentativi di insabbiare le inchieste, cercò di fermare tutto licenziando l’Inquisitore Speciale e portando a dimissioni in massa al ministero della Giustizia.
Fu la “Notte del Massacro del Sabato Sera” e se il licenziamento del direttore dello Fbi non raggiunge il livello della “strage” nixoniana, c’è un parallelo che anche un senatore repubblicano, Richard Burr, ha subito individuato.
La cacciata del direttore di quella superpolizia federale che sta conducendo le indagini segrete sui possibili rapporti illeciti fra Mosca e il Team Trump “crea l’impressione che abbiano qualche cosa da nascondere”.
Non si capisce perchè questa cacciata proprio ora e perchè con il ridicolo pretesto di avere condotto male le indagini su Hillary Clinton, quelle indagini che tanto aiutarono Trump a vincere.
Vivemmo allora, noi imbarcati nella nave delle battaglie politiche a Washington, ore e giorni febbrili, tra sospetti, accuse, interventi del governo e dei suoi “plumbers”, degli stagnini voluti da Nixon per bloccare quelle fughe di notizie che lo stavano distruggendo e che venivano – lo riveleranno anni dopo i cronisti del Washington Post – da quello stesso Fbi che oggi Trump ha decapitato.
Ma l’America del 2017 è molto diversa dall’America del 1973. La convalescenza dai terribili anni Sessanta, dagli omicidi politici, dalla lunga, sanguinosa malattia della guerra in Vietnam finita con la resa americana non era neppure cominciata e la voglia di un capro espiatorio per purificare la nazione dalle proprie colpe era acuta. Nixon, ben oltre gli errori, i crimini, la paranoia che lo portarono alle dimissioni per evitare la destituzione ormai certa nel 1974, era il perfetto simbolo politico da sacrificare.
Ma il sentimento di inevitabilità , che impregnava Washington in quel biennio ’73 e ’74, che ogni giorno segnava con nuove rivelazioni e nuovi tentativi di bloccarle l’agonia di un presidente, oggi manca.
Il Congresso è saldamente nelle mani di un partito Repubblicano che privatamente aborre Donald Trump, ma pubblicamente non osa tradirlo, non avendo alternativa.
I Democratici, che si agitano per creare una nuova figura di Inquisitore Speciale sul “Russiagate” non hanno i numeri, in Parlamento, per spingere il governo a nominarlo, nè per formare una Commissione d’inchiesta con poteri giudiziari.
La tensione cresce, alimentata da comportamenti che sembrano tradire la paura di un’inchiesta che già ha individuato almeno cinque degli ex collaboratori di Trump nella campagna elettorale, compreso il suo futuro consigliere per la Sicurezza Nazionale, tra coloro che segretamente intrattenevano rapporti con il governo Putin e ricevevano da Mosca pagamenti.
Come 44 anni fa, quando il Watergate partì dagli assistenti e dai cortigiani di Nixon, l’impressione è che questo licenziamento, per errori che Comey avrebbe commesso la scorsa estate, voglia servire da barriera tagliafuoco fra Trump e i suoi più compromessi.
Naturalmente, licenziare un direttore dello Fbi è perfettamente legittimo e anche Bill Clinton, nel primo caso dalla creazione del “Bureau of Investigation” nel 1908, licenziò un direttore, William Sessions, quando emerse che lui aveva usato fondi pubblici per interessi personali e 10 mila dollari del “Bureau” per rifarsi la staccionata attorno alla propria casa.
E la febbre del Watergate, che sta agitando la capitale, i media tradizionali, i nuovi veicoli in Rete fra grida di indignazione e accuse di montatura da “fake news” non avvicina la temperatura rovente degli anni ’70.
La nazione oltre la “Beltway”, la cintura d’asfalto che circonda Washington, sembra ancora indifferente e divisa nelle due metà che detestano o adorano Trump.
La paranoia anticomunista che tormentava Nixon e con lui la maggioranza dell’elettorato è diventata l’ossessione neo nazionalista e xenofoba che lega Trump al proprio elettorato e su quella potrà continuare a contare.
Ma la memoria dispettosa rammenta che, l’America “silenziosa” là fuori si ribellò dopo lo sfacciato tentativo di insabbiare l’inchiesta e il numero di coloro che volevano l’incriminazione, l’Impeachment, superò di pochissimo i contrari.
Spiritosamente, i curatori della Biblioteca Nixon, dove si conservano i documenti relativi alla sua presidenza hanno anche voluto twittare che “almeno Nixon non aveva mai licenziato il direttore dello Fbi”.
Solo Trump sa quello che ha fatto o non fatto e il licenziamento di Comey toglie i denti all’unica inchiesta giudiziaria che poteva insidiarlo.
Il successore del licenziato non avrà zanne molto lunghe. Ma il passato, questa volta correttamente, avverte che gli uomini e le donne dello Fbi, da chiunque siano scelti o promossi non giurano fedeltà al presidente, ma alla Costituzione. Promettendo di difenderla da tutti i nemici esterni e interni.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 11th, 2017 Riccardo Fucile
E IL PORTAVOCE SPICER RISCHIA IL POSTO
La lettera di addio inviata da Comey agli agenti Fbi. Il subpoena (un mandato di comparizione) inviato dal Senato al generale Flynn, l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale costretto alle dimissioni per il Russiagate. Una nuova testa in procinto di cadere, quella del portavoce della Casa Bianca Sean Spicer.
Sono passate meno di 24 ore da quando il direttore del Fbi è stato licenziato da Donald Trump e ogni ‘ultima notizia’ scaccia dai titoli quella precedente, in una valanga (mediatica e di immagine) che si ritorce come un boomerang sulle decisioni del presidente meno popolare della recente storia d’America.
Se The Donald con il suo ‘fired!’ (licenziato) pensava di risolvere in poche ore il caso, quasi fosse il reality tv di cui è stato a lungo protagonista, si è sbagliato, se credeva di chiudere le indagini sulle interferenze della Russia di Putin non ha tenuto conto della complessità dei rapporti Casa Bianca-Congresso e ha sottovalutato i distingui di esponenti repubblicani di primo piano come il senatore McCain, se (come sembra) farà presto rotolare anche la testa del suo fidato portavoce rischia di crearsi nuovi nemici.
Ha ancora un grande vantaggio, la maggioranza del Grand Old Party schierata con lui e l’appoggio del potente speaker della Camera Paul Ryan (“licenziare Comey è stato giusto, ora occorre trovare al più presto il suo sostituto), ma con il mandato di comparizione a Flynn le indagini sul Russiagate difficilmente a questo punto potranno essere insabbiate.
L’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale si era sempre rifiutato di collaborare alle indagini del Fbi, adesso dovrà rispondere alle domande di una commissione del Senato guidata da un presidente democratico e nella quale anche un paio di esponenti repubblicani vogliono chiarimenti effettivi e non mera propaganda (o peggio ancora bugie).
Mentre a Washington, Chicago ed in altre città degli Stati Uniti la piazza prende le difese di Comey (ci sono già state piccole manifestazioni di protesta, altre ne seguiranno) l’ormai ex direttore del Fbi ha scritto una lettera di saluto-commiato agli agenti federali (in maggioranza attraverso le proprie organizzazioni schierati con lui): “Ho sempre pensato che un presidente può licenziare il direttore del Fbi per qualsiasi ragione o anche per nessuna ragione. Non voglio domandarmi il perchè e il come sia avvenuto, è stato fatto e va bene così, anche se mi mancherete profondamente, sia voi che la missione a cui ero stato chiamato. Vi avevo detto che in tempi di turbolenza il popolo americano aveva bisogno di un Fbi competente, onesto e indipendente. La mia speranza è che voi continuiate a fare la cosa giusta, a vivere secondo i valori americani e difendere la Costituzione”.
La serata di Washington si chiude con la notizia della Cnn. Citando fonti interne alla Casa Bianca la tv all-news racconta che il presidente americano, insoddisfatto di come Spicer lo sta difendendo di fronte alla stampa, avrebbe preso in seria considerazione l’idea di sostituirlo con la vice, Sarah Huckabee Sanders (figlia dell’ex Governatore dell’Arkansas e candidato del Gop alla Casa Bianca Mike Huckabee).
(da “la Repubblica”)
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Maggio 10th, 2017 Riccardo Fucile
SEMPRE PIU’ DELIRANTE: “DEVE OBBEDIRE AL GOVERNO”
Con una decisione a sorpresa Donald Trump ha rimosso il direttore dell’Fbi, James Comey, che stava
indagando sui rapporti tra lo staff del presidente e la Russia.
La decisione è stata annunciata con un comunicato della Casa Bianca, motivandola con la necessità di “ricostruire la fiducia nella più importante agenzia di sicurezza del Paese”.
“Questa giornata – prosegue il comunicato – segna un nuovo inizio per il gioiello della corona dei nostri apparati giudiziari. La ricerca di un nuovo direttore comincerà immediatamente”.
Pochi giorni fa Comey aveva testimoniato davanti alla commissione di Capitol Hill proprio sulle possibili relazioni tra il comitato elettorale che ha gestito la campagna di Trump e il governo di Mosca.
Il senatore Ron Wyden ha definito “oltraggiosa” la decisione e i democratici hanno subito chiesto che l’indagine sul Russiagate venga affidata a un procuratore indipendente.
Ma la Casa Bianca ha fatto sapere che la rimozione è stata consigliata dal ministro della Giusizia Jeff Sessions, secondo il quale il direttore dell’Fbi “deve essere qualcuno che segue fedelmente le regole e i principi” del dipartimento della Giustizia, qualcuno che “dà il giusto esempio” a chi deve far rispettare la legge.
La tempistica però fa sospettare un legame tra la decisione e l’intensificarsi degli accertamenti sulle possibili relazioni tra gli uomini del presidente e Mosca.
Nella lettera a Comey il capo della Casa Bianca ha scritto: “Pur apprezzando il fatto che per tre volte sono stato informato di non essere sotto inchiesta, condivido il giudizio del procuratore generale Sessions sulla sua inadeguatezza a dirigere l’agenzia”.
Sessions però è stato duramente contestato nelle scorse settimane dai democratici per la condotta del Russiagate, tanto da spingerlo ad astenersi dalle audizioni.
E pochi giorni fa, l’indagine si è arricchita di nuove testimonianze. Trump era stato messo in guardia persino dall’ex presidente Barack Obama sulla possibilità che Michael Flynn potesse essere ricattato per i suoi rapporti internazionali, ma nonostante questo lo aveva nominato alla carica di consigliere per la sicurezza nazionale.
E Flynn incontrò subito dopo le elezioni ma prima della nomina l’ambasciatore russo insieme a Jared Kushner, genero del presidente e forse il suo più stretto collaboratore.
Comey, 56 anni, era stato nominato nel 2013 da Obama. Il suo mandato scadeva nel 2023.
(da agenzie)
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